Lunchbox

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All’estero si chiamano “feel-good movies”, quelle pellicole che hanno la capacità di scaldare il cuore e tirare su l’umore degli spettatori, trovando in questi aspetti la chiave di un forse insperato successo. I cinefili più oltranzisti li guardano con sospetto, riservando loro il trattamento che in genere viene riservato ai “crowdpleasers” (i film “fatti per piacere”), ritenendoli troppo facili e spesso ricattatori. Ma talvolta i risultati sono più che positivi, come nel caso di “The Lunchbox”, esordio nel lungometraggio del regista di corti indiano Ritesh Batra, film che è stato accolto positivamente in piazze importanti come Cannes e Toronto, assicurando al cinema “Made in India” (in particolare quello realizzato al di fuori dagli studi bollywoodiani) probabilmente il miglior risultato internazionale dai tempi di “Monsoon Wedding” di Mira Nair.
Realizzato col sostegno di festival importanti come Sundance, Berlino, Rotterdam e Torino, “The Lunchbox” ha fra i suoi produttori anche padrini eccelllenti, visto che figurano tra gli altri Danis Tanovic e Anurag Kashyap, forse il più notevole fra i registi indiani in attività. Concepito inizialmente come un documentario, il progetto di Batra mirava a raccontare la vita dei dabbawallas, il caratteristico sistema di consegne pasti della città di Mumbai. Gli addetti a questo servizio ritirano dai loro clienti pietanze appena preparate e sistemate in pratici recipienti di metallo (le lunchbox del titolo) e, servendosi dei mezzi di trasporto più svariati, le vanno a consegnare all’ora di pranzo sul posto di lavoro dei vari familiari. Alla fine del pasto il walla ritira il recipiente e lo riporta a casa del cliente, il giorno dopo si ricomincia. Una tradizione che, alla faccia della globalizzazione, nella capitale del Maharashtra (e in altre città indiane) sta sopravvivendo ai fast food e a tutti i riti di una società che va sempre più di corsa.
Forte del fatto che i dabbawallas sono famosi per la loro precisione, Batra si prende una licenza poetica e immagina che cosa potrebbe succedere se una lunchbox arrivasse alla persona sbagliata. Infatti per un inaudito scambio al signor Saajan Fernandes, scontroso impiegato dell’ufficio reclami di un’azienda, prossimo alla pensione dopo 35 anni di grigio ma onorato servizio, invece che il pranzo ordinato ad un ristorante di città cominciano ad arrivare i succulenti manicaretti che la casalinga Ila cucina per il marito. La donna si rende conto ben presto dell’errore e invece di chiarire l’equivoco col fattorino, manda insieme al pranzo un biglietto per il misterioso destinatario. Fernandes risponde in maniera abbastanza fredda ma quello è comunque l’inizio di un epistolario destinato in qualche modo a cambiare la vita dei protagonisti, due persone con dei vuoti da riempire. Fernandes infatti è vedovo e conduce un’esistenza, se si eccettua le ore in ufficio, piuttosto ritirata, mentre Ila si sente trascurata dal marito e neanche i pasti che lei cucina con tutta l’attenzione e la cura possibili, quasi in una versione indiana e neorealista del “Pranzo di Babette” o di “Come l’acqua per il cioccolato”, riescono a farle ritrovare la strada per il cuore del proprio (si scoprirà infedele) consorte. Ma i treni sbagliati possono arrivare nelle stazioni giuste e forse sarà il cuore di Fernandes ad essere raggiunto da Ila.
Visto che i due protagonisti interagiscono per posta senza incontrarsi, un certo peso assumono le dinamiche che si instaurano con le figure secondarie. Fernandes conosce Aslam Shaikh (Nawazuddin Siddiqui, uno degli interpreti più dotati di tutto il subcontinente, molto efficace come spalla in un ruolo solare anche se a tratti macchiettistico), l’uomo destinato a sostituirlo in ufficio, sorta di self-made man che a differenza dell’ombroso Saajan non smette di guardare alla vita con ottimismo. Dopo un’iniziale diffidenza i due cominciano a legare e Aslam diventa per Fernandes l’unico amico. Ila invece ha come confidente la vicina del piano di sopra (interpretata da Bharati Achrekar, della quale, come per la Scarlett Johansson di “Her”, si sente solo la voce) che le da consigli sulla cucina e non solo.
Questi due personaggi che non si conoscono, divisi dall’età, dalla religione e dalle convenzioni sociali ma che hanno in comune, oltre alla passione per le canzoni dei film bollywoodiani e le vecchie serie tv, una grande sensibilità, riusciranno ad andare oltre gli scambi epistolari? Naturalmente è Ila a volere fare un passo avanti mentre Fernandes è titubante. Il film evita le soluzioni più scontate e consolatorie ma è chiaro nel farci capire che questo legame è molto importante per entrambi. Irrfan Khan, il Pi adulto del film di Ang Lee, dimostra ancora una volta di essere un attore di prima categoria, dando a Fernandes quel giusto mix di malinconia e leggerezza, senza dimenticare quel pizzico di cattiveria nel quale soprattutto il pubblico indiano avrà ritrovato gli echi di uno tra i personaggi di culto dell’attore, il gangster che in “Haasil” finiva per rovinare la vita del giovanotto che in teoria avrebbe dovuto aiutare. Se Khan è un volto ormai noto, più inedita è la sua coprotagonista, Nimrat Kaur, ma è a vantaggio dell’attrice conoscerla in questa occasione, visto che la sua Ila ti conquista tanto da chiederti quale marito possa trascurare una ragazza così.
Una storia che sembra uscita dalla penna di Henry O. e che il regista Batra orchestra con grande attenzione attorno ai volti dei suoi interpreti e agli spazi in cui si muovono, sia interni che esterni; a dimostrazione che anche se la vicenda ha il sapore delle fiabe, l’India in cui è calata risulta realistica. L’ottimo risultato di questo film non fa che dare ragione a quelli che in patria (e non solo) si sono lamentati della clamorosa mancata designazione all’Oscar nella categoria Miglior Film Straniero (gli è stato preferito il thriller on the road in lingua gujarati “The Good Road”).
Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

I milanesi detengono un record: hanno esportato fuori dai confini cittadini il termine schiscetta. Con essa s’intende l’oramai fashionissimo sottovuoto con dentro quelli che una volta erano gli avanzi mentre oggi son visti come manicaretti perfetti per sopravvivere alle mense aziendali che, con l’avvento della crisi, hanno limitato offerta e qualità. Insomma, siamo più poveri e quello che era un umile pasto si è tramutato in una consuetudine cool.
Gli abitudinari dei piatti casalinghi consumati fuori casa, saranno quindi contenti di sapere di aver diffuso un lemma sino a ieri incomprensibile ai più, di far parte di un gruppo in costante crescita e di aver ispirato storie di amore e speranza di talentuosi registi. È il caso di “Lunchbox”, film indiano, presentato a Cannes 2013 dall’apprezzato regista Ritesh Batra. Esordio al lungometraggio che, sfidando le abitudini del grande pubblico del proprio Paese, ha azzardato prendere una via diversa dal classico musical, favorendo una storia di amore dal retrogusto dolce e amaro, che non conosce strazi.
Ila e Saajan si conoscono in modo davvero singolare. Come particolare è scoprire che l’India vanti, sin dal lontano 1890, un’eccellenza unica: il trasporto dei pasti caldi dal domicilio alla scrivania di una moltitudine di impiegati che ogni giorno sfida intemperie e condizioni poco confortevoli pur di raggiungere il luogo di lavoro. Questi trasportatori sono rinomati per essere pressoché infallibili: oltre 5.000 consegne giornaliere, in barba ad eventuali monsoni, grazie ad una staffetta affidabile e precisa che non ricorda un errore.
I due protagonisti sono “vittime” di quell’errore su un milione: il pranzo che amorevolmente la giovane prepara per il consorte finisce nel piatto di uno gentile e attento contabile, un vedovo, prossimo alla pensione. Prende così il via un rapporto epistolare tipico di altri tempi, fatto di brevi ma intensi viavai di bigliettini. Anche dopo aver scoperto l’errore del fattorino, i due decidono di continuare la loro corrispondenza, sottovalutando le inevitabili conseguenze.
Lo scambio dei contenitori di cibo è l’occasione per venire in contatto con qualcuno che altrimenti non si sarebbe mai conosciuto, è quell’evento fatidico che cambia per sempre le nostre vite. L’amico di penna, senza volto ma comprensivo, infonde quel coraggio necessario per cambiare, sempre agognato e mai trovato. E i molti scorci dell’affollata Mubai, da un lato ci rammentano che l’incredibile possa accadere e dall’atro ci ricordano l’importanza dei rapporti umani. Ila e Saajan sviluppano un legame che coinvolge tutti i sensi, olfatto, gusto, tatto, udito e vista sino a toccare il cuore: il profumo di spezie fa emergere ricordi e frustrazioni, mentre tra un boccone e l’altro riaffiorano sogni e speranze, e questo è il motivo per cui, nonostante l’India sia distante, ci sentiamo vicini ai protagonisti.
“Lunchbox” è uno di quei rari casi in cui una pellicola sia riuscita a incuriosire e attirare un gran numero di spettatori sia in patria (e questo è un gran risultato nell’India in cui Bollywood regna sovrana) sia altrove, conquistando il pubblico e le giurie di numerosi prestigiosi Festival Internazionali, e oggi ne comprendiamo il motivo. L’opera è colorata come una commedia, dolce come un film romantico, intensa come un dramma, e vale un’eventuale gita in provincia alla ricerca di un cinema che la proietti.
da “masedomani.com”

Dolce come il latte di cocco, piccante come il curry e pungente come il cardamomo, sono questi tutti i sapori di “Lunchbox”, opera prima del regista indiano Ritesh Batra.
Protagonista assoluta del film è una gavetta per il pranzo, che essendo un giorno consegnata all’indirizzo sbagliato diventerà il mezzo tramite il quale, due persone che mai avrebbero avuto occasione di incontrarsi, iniziano una fitta corrispondenza. Lei Ila, è una casalinga insoddisfatta che cerca inutilmente di riaccendere il rapporto con il marito, e lui Sajaan è invece un contabile di mezz’età ormai giunto alla soglia della pensione tormentato dai demoni del passato.
Allontanandosi dai canoni stilistici tipici del cinema ‘made in Bollywood’, Ritesh Batra porta sul grande schermo una pellicola dolce e amara in cui si interroga sull’amore, sulla solitudine ma soprattutto sul ruolo giocato dal caso nella vita di ognuno di noi.
A fare da sfondo all’azione dei due protagonisti sono le strade rumorose, i treni affollati e i vicoli di Mumbai, che proiettano il pubblico in questa città pulsante di vita e scalpitante nella sua rincorsa alla modernità. Ad un certo punto però, al rumore della città se ne sostituisce un altro ancora più assordante, quello della solitudine dei suoi protagonisti. Il regista insegue con la sua macchina da presa Ila e Sajaan nelle loro case silenziose, li spia mentre cucinano, fanno il bucato e fumano sigarette con lo sguardo perso nel vuoto, ed è proprio in queste scene che, grazie all’alternanza tra primi piani e piani all’americana, il pathos cresce permettendo al pubblico in sala quasi di percepire i pensieri e le angosce di chi vive una vita monotona e grigia, che rappresenta ormai solo una sorta di gabbia della quale si è persa la chiave.
Ad emergere non sono però solamente il senso di straniamento provocato dai ritmi della vita moderna ed una sorta di malinconia nei confronti di un passato in cui, nonostante non esistessero chat, social network di ogni tipo e programmi di messaggistica istantanea, comunicare era molto più semplice ma è anche, e forse soprattutto, la forza dell’amore.
Dalla pellicola di Ritesh Batra è veicolato infatti forte e chiaro il messaggio che, proprio come cantavano i Beatles nei mitici anni ’60, tutto ciò di cui c’è bisogno nella vita è proprio l’amore. E’ proprio questo sentimento, secondo il regista, l’unico in grado di infondere nuova linfa in una vita che sembra ormai avvizzita e stanca, di essere il motore per ogni cambiamento nell’esistenza di ognuno di noi.
Grazie alla sua abilità narrativa e alle interpretazioni magnetiche e sfaccettate dei protagonisti Irfan Khan e Nimrat Khan, Radesh porta nelle sale una riuscitissima opera d’esordio sul destino e sul potere salvifico dell’amore.
Mirta Barisi, da “ecodelcinema.com”

L’amore ai tempi del lunchbox. Ovvero, può un contenitore di alimenti divenire il tramite di una relazione epistolare tra due sconosciuti che scoprono, pasto dopo pasto, di aver bisogno l’uno dell’altra? La risposta è sì, ed è contenuta in questa meravigliosa opera prima, scritta e diretta dal giovane regista Rites Batra, vincitrice del premio del pubblico alla settimana della critica del festival di Cannes 2013.
Ogni giorno al centro di Mumbai, la città più popolosa dell’India, da oltre cento anni si realizza un piccolo miracolo organizzativo. I “dabbawallahs” (letteralmente trasportatori di gavetta) consegnano a migliaia di impiegati (con i più svariati mezzi) il pranzo caldo proveniente direttamente dai fornelli delle proprie abitazioni di periferia. L’università di Harvard ha testato l’efficienza del sistema, evidenziando che viene commesso mediamente un solo errore di recapito ogni milione di consegne. Uno su un milione, questa è la probabilità che il pranzo amorevolmente preparato per il marito dalla triste casalinga Ila (Nimrat Kaur) finisca, invece, sulla scrivania di Saajan (Irrfan Khan), un modesto contabile, vedovo e prossimo alla pensione, alle prese con il tirocinio aziendale del giovane e intraprendente Shaikh (Nawazuddin Siddiqui). Questa casualità sarà solo l’inizio di una lunga serie di avvenimenti attraverso cui le vite di Ila e Shaajan si avvicineranno in maniera irreversibile. Nonostante la differenza di età i due si scopriranno innamorati, perché “Qualche volta il treno sbagliato – come ama dire la fittizia mamma di Shaikh in uno dei dialoghi più riusciti – ti porta alla stazione giusta”
Lontana dal film di genere indiano – stile bollywood musical per intenderci – l’opera di Rites Batra si srotola lentamente, come un tappeto pieno di colori, lungo la frenetica vita quotidiana di Mumbai, ritagliando un’oasi di umanità in un contesto di indifferenza e di anime accalcate che sembra poter accantonare tutto e tutti. Ecco allora che si fa strada la magia del destino e ogni cosa diviene possibile. Ciò che sembra superato ritorna di attualità nella vita dei due protagonisti: i bigliettini scritti a mano al posto degli sms e delle mail, i telefilm di tanto tempo fa, quelli registrati nelle videocassette VHS e quel inevitabile desiderio di felicità di cui, anche volendo, nessuno può realmente fare a meno.
Nota di merito per gli attori, in particolare per Irrfan Khan. Già noto al grande pubblico per le sue interpretazioni in numerosi colossal, tra cui The Millionaire, The Amazing Spider Man e Vita di Pi, incarna in maniera deliziosa il ruolo del non più giovane impiegato indiano, adattando al suo viso un’espressione indolente e vissuta, apparentemente impermeabile alle emozioni. Il suo Saajan inforca occhiali da presbite e con gli occhi, prima che con la bocca, degusta il pasto di Ila, insieme ai suoi bigliettini confidenziali.
Lunchbox è molto di più che una semplice commedia romantica e merita i riconoscimenti e il successo ottenuti in giro per il mondo. La pellicola profuma di vita e di spezie. Scorre leggera sulla pelle dello spettatore fino all’ultima scena, portando con se quel tanto di etnico e quel tanto di intimamente universale che l’esistenza ci propone.
Cristiano Francolini, da “myreviews.it”

Ila prepara tutti i giorni il pranzo al marito, lo impacchetta in una lunchbox e lo consegna a chi glielo porterà. Per un errore però il suo pacchetto comincia ad essere recapitato ad un’altra persona, Saajan. Visto che suo marito non si accorge di ricevere cibo preparato da un’altra donna e visto che ha cominciato a mandare biglietti dentro il pasto a Saajan (che risponde), Ila decide di continuare, scoprendo di più su un uomo che ha da tempo smesso di cercare qualcosa nella vita, e di converso scoprendo che forse è il momento anche per lei di cambiare qualcosa.
È un prodotto del TorinoFilmLab questo film indiano che attenua le componenti più esagerate di quella cinematografia, apparendo così più digeribile anche agli spettatori internazionali. Lontano dall’India d’esportazione delle cartoline che possono piacere solo agli stranieri ma anche lontano dal sentimentalismo zuccheroso e dall’ingenuità della Bollywood di grande incasso, Lunchbox è una commedia sentimentale che quanto a serietà e rigore potrebbe gareggiare con quelle europee (per non dire le americane).
Nonostante il tono leggero e le risate, quasi sempre scatenate con recitazione e messa in scena e raramente attraverso battute o gag fisiche, nei due personaggi protagonisti e nel loro atteggiamento nei confronti dell’occasione che il caso offre loro esiste un’austerità penetrante che non abbandona anche dopo la fine del film, un peso violento e silenzioso che è quello di un’entita invisibile ma sempre presente come la società.
Schiacciando tutto e tutti su sfondi densi e colmi di persone (gli uffici, come le strade, come i mezzi pubblici o i ristoranti) l’esordiente Ritesh Batra dice molto più con le immagini di quanto non faccia con le parole. La disillusione di Saajan, rimasto senza l’amore della sua vita, è una caratterizzazione che abbiamo visto molte volte eppure Irrfan Khan (attore molto noto al pubblico occidentale per le apparizioni in film come Spider-man, Il treno per il Darjeeling, The milionaire e Vita di Pi) gli dà vita con una misura ed un’economia d’espressioni che sfondano in pochi gesti il muro dell’incredulità e si accoppiano perfettamente al colore grigio dei luoghi che abita.
Che non siamo di fronte a una commediola di poco conto è evidente da subito, che lo spunto dei lunchbox (tradizione forte in India, assente in occidente) sia solo un pretesto è chiaro immediatamente. Ila e Saajan, nello scriversi consumano più della nascita di un sentimento o di un risveglio personale, raccontano il loro paese rinunciando ai fatti e passando direttamente al sepolto, al non detto e a quel misterioso ambito del pensiero che si situa tra allusione e allusione.
Concepito come un film di pura scrittura (delle situazioni, dei personaggi ma soprattutto delle epistole), Lunchbox stupisce per la sua capacità di avere anche una dimensione visiva potente e ragionata, per quanto abbia le idee chiare sul mondo che intende riprendere e per come sia in grado di farlo.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Esordio alla regia dell’indiano Ritesh Batra con una delicata commedia sentimentale che parla di cibo, amore, solitudine e speranza. Prodotto con il TorinoFilmLab, lontano dalle chiassose e colorate suggestioni del cinema di Bollywood, questo piccolo film conquista con la semplicità di una storia d’amore epistolare che stupisce per la profondità delle riflessioni e la serietà del suo registro.
You’ve got lunch
Quello dei Dabbawallahs (Dabba è il titolo originale del film) è uno dei tanti “miracoli” di Mumbai, la città più densamente popolata dell’India: sono i trasportatori che ogni giorno consegnano circa 200.000 pasti caldi direttamente dai fornelli delle abitazioni nelle periferie fino alle scrivanie degli uffici del centro. Un sistema di consegna impeccabile, studiato anni fa anche dall’Università di Harvard, che è rimasto praticamente immutato dalla fine dell’800 e che consente a impiegati e studenti di mangiare ogni giorno il cibo preparato a casa: una staffetta di più di cinquemila fattorini che si muovono tra biciclette e treni locali, un sistema perfetto nel caos dei milioni di abitanti che a loro volta si muovono da casa al lavoro, che mediamente contempla un solo errore ogni milione di consegne. E proprio questo lunchbox, quell’uno su un milione che viene consegnato per errore all’indirizzo sbagliato, fornisce all’esordiente regista Ritesh Batra, il pretesto per raccontare questa sorprendente storia di amore “epistolare” che è molto di più di una commedia sentimentale in agrodolce. The Lunchbox, premiato dal pubblico a Cannes alla Settimana della Critica, prodotto e sviluppato in collaborazione con il TorinoFilmLab, è un piccolo miracolo di poesia e semplicità, che parla di cibo, di solitudine e di sentimenti che si risvegliano; e di come il caso, il destino e soprattutto la speranza di un amore possano rimettere in moto il desiderio di vita. Ila (Nimrat Kaur) è una casalinga che riversa tutta la sua passione nelle ricette che prepara per il marito che invece la trascura. Ma per errore il suo paniere viene recapitato ogni giorno sulla scrivania di Saajan (Irrfan Khan), impiegato alle soglie della pensione dopo 35 anni di lavoro all’ufficio reclami, vedovo e solitario.
La frustrazione di Ila per la mancanza di attenzioni del marito, che non sembra neanche accorgersi che il cibo che mangia non è preparato da sua moglie, la spinge a scrivere a questo sconosciuto che invece sembra apprezzare le sue ricette e la sua cucina, per ringraziarlo di questa soddisfazione involontaria che gli ha provocato facendole tornare a casa il cestino completamente ripulito. Tra Ila e Sajjan comincia uno scambio di lettere, che porta i due a confessarsi le loro solitudini, le loro paure, le nostalgie per i sogni andati. Nella grande città, tra milioni di individui che ogni giorno si accalcano l’uno sull’altro, scontrandosi senza mai incontrarsi, senza mai fermarsi a pensare alla propria vita, un uomo e una donna che non si sono mai visti, che una possibilità su un milione ha messo per caso in contatto, condividono invece un’intimità che la metropoli rende impossibile e si soffermano a pensare a cosa ne sarà delle proprie vite. E grazie al miraggio di un amore ricominciano a sperare. Un film assolutamente off-Bollywood, fuori dai canoni colorati e variopinti del chiassoso cinema di genere indiano, una commedia sentimentale totalmente inedita nel suo rigore formale e soprattutto nel non abbandonarsi mai, neanche per un momento, ad alcun cliché o al facile romanticismo, inevitabile di solito nelle commedie rosa di genere di produzione internazionale.
“La strada del cuore passa attraverso lo stomaco”, ma questa non è una commedia culinaria che segue la moda del momento: le riflessioni sull’esistenza che si scambiano per lettera i due protagonisti, il risveglio delle loro speranze imprigionate nella solitudine di un matrimonio incolore o dalla gabbia invisibile di un passato perduto, sono sorprendentemente profonde, mai banali, come le righe che i due si scrivono, e che raggiungono dei momenti di delicatezza e poesia non comuni nella loro semplicità. I due straordinari protagonisti, misurati, intensi nella loro austera serietà, sono sempre credibili anche quando la storia assume i contorni della favola: sentono le stesse canzoni, vedono le stesse immagini, vivono le stesse situazioni, condividono senza conoscersi, ed è il potere della condivisione e il desiderio di essa che li risveglia, ancora prima dell’amore, che rimane inespresso, solo evocato, perché “dimentichiamo le cose quando non abbiamo qualcuno a cui raccontarle”.
La metropoli sullo sfondo è l’altra protagonista, con i suoi ritmi e la sua frenesia, le persone in continuo movimento, le molteplici realtà all’interno di Mumbai, mondi diversi uniti da un filo sottile: nella versione originale i protagonisti parlano in inglese o in hindi a seconda della classe sociale, e questo li rende ancora più distanti, e rende ancora più miracoloso il loro trovarsi. “A volte il treno sbagliato ti porta alla stazione giusta”, la fiducia nel caso e nel destino, che ci lascia con la possibilità di credere che tutto possa accadere nella vita, che si possa ritornare a sperare, sono la vera forza del film: il desiderio di cambiamento, di tornare ad essere felici, che grazie ad un piccolo miracolo avviene dentro di noi, è più importante di qualsiasi scontato happy ending. Si esce dal cinema con pudica commozione, voglia di un piatto di agnello speziato con naan, e di cercare sull’atlante il Bhutan, dove “invece del prodotto interno lordo, hanno la felicità interna lorda”.
7.5 Voto del redattore
Alessandro Antinori, da “movieplayer.it”

Torino Film Festival 2013: uno scambio di cestini del pranzo collega i destini di due anime sole in quel di Mumbai. Ritesh Batra esordisce nel lungometraggio con Lunchbox, un film semplice e gradevole, presentato alla Semaine de la Critique di Cannes 2013 e nella rassegna torinese nella sezione dei film sviluppati dal TorinoFilmLab.
“A volte il treno sbagliato porta nella direzione giusta”. Deve davvero pensarla così Ritesh Batra se ha scelto per la sua opera prima – sviluppata assieme al TorinoFilmLab – una storia d’amore che si sviluppa attraverso un rapporto epistolare incominciato per errore. Un errore dovuto ad uno scambio di cestini per pranzi che collega involontariamente i destini di due anime sole.
Ila è una casalinga che, con le sue ricette, spera di ridare vitalità al proprio matrimonio. Saajan invece è un modesto impiegato che si vede recapitare per sbaglio il cestino per il pranzo che Ila ha amorevolmente preparato per il marito. Insospettita dalla mancata reazione del consorte, Ila infila nella pietanziera un biglietto…
Questo sarà l’inizio di un scambio di messaggi che si trasformerà in un’affettuosa amicizia tra la donna e Saajan, nella quale i due si confesseranno solitudini, paure, ricordi e piccole gioie. Pur rimanendo estranei nella vita reale, Ila e Saajan intrecceranno, però, una compromettente relazione virtuale.
La figura del dabbawallah esiste da circa 120 anni a Mumbai. Si tratta di quei 5000 e passa fattorini che, ereditando la professione di generazione in generazione, assicurano che gli uomini ricevano in ufficio i pranzi cucinati in mattinata dalle loro mogli. I dabbawallah sono figure molto rispettate soprattutto per un motivo: sono ovviamente utili e non sbagliano mai.
Sbaglia invece il dabbawallah che dovrebbe consegnare a Saajan il suo solito pranzo ordinato a domicilio. Sbaglia di conseguenza a consegnare il pranzo al marito di Ila, a cui va un insipido pranzetto a base di cavolfiori. Logica vuole che entrambi si accorgano che effettivamente c’è qualcosa che non va: invece il marito di Saajan manco nota che i gusti e gli ingredienti sono completamente diversi da quelli della cucina di sua moglie…
Questo piccolo sbaglio si trasforma presto in un vero e proprio “miracolo” per i due protagonisti (secondo Harvard c’è una possibilità su un milione che un dabbawallah sbagli consegna). Un errore capace di rimettere in discussione le loro vite, ormai normalizzate totalmente e livellate su un modello di vita passivo e spento.
Accondiscendenti verso ciò che succede loro attorno, Saajan e Ila cominciano a svelarsi l’un l’altra, e così facendo capiscono a che punto sono arrivate le proprie vite. Da una parte c’è un marito completamente disinteressato alla sua moglie, che fa finta di non vedere ciò che ha davanti agli occhi, dall’altra c’è un uomo che non ha ancora fatto i conti con gli anni che passano.
Lunchbox è scritto e girato con quella giusta semplicità che lo regge in piedi tutto il tempo. Batra, qui al suo esordio, riesce a dare al film un ritmo tutto suo, tranquillo e rilassato, col quale svelare progressivamente le sfumature dei due personaggi, interpretati da Irrfan Khan e Nimrat Kaur. Il suo film ha quella genuinità che conquista soprattutto nel finale, ed è quel tipo di cinema “gentile” di cui a volte hai bisogno e per il quale non ti vergogni a restarne pure un po’ toccato.
Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

Il cinema indiano all’estero non ha mai avuto un grande successo e spesso ha sofferto di una pessima distribuzione. Sono ben poche, solo tre, le pellicole che sono riuscite ad avere una Nomination all’Oscar come Miglior Film Straniero: l’epico melodramma del 1957, Mother India di Mehboob Khan; il drammatico Salaam Bombay! di Mira Nair nel 1988 e l’eccezionale Lagaan di Ashutosh Gowariker, grandioso affresco sportivo di quasi quattro ore. Proprio alla pellicola del 2001, vincitrice del premio del pubblico al Festival Internazionale del Cinema di Locarno, si deve il nuovo slancio internazionale che il cinema indiano ha intrapreso portando alla nascita di diverse coproduzioni internazionali, la più famosa è probabilmente la trilogia degli elementi di Deepa Mehta, riuscendo a guadagnarsi anche una distribuzione al di fuori dei propri confini. Lunchbox è solo l’ultima di queste opere pensate per un pubblico internazionale e vede al suo debutto il regista Ritesh Batra, che dopo alcuni anni di formazione negli Stati Uniti, ritorna in patria per girare una delicata storia d’amore epistolare che vede tra i suoi protagonisti un bravissimo Irrfan Khan e una toccante Nimrat Kaur.
Il cestino del pranzo
Mumbai è una città brulicante di vita e dove i tempi sono così serrati da non permettere ai semplici impiegati di comprare il proprio pranzo. Ecco che entrano in gioco i Dabbawallahs, dei corrieri specializzati nel portare il pranzo ai dipendenti delle grandi aziende. Ma anche un sistema perfetto può commettere un errore. Ecco così che Saajan (Irrfan Khan), un modesto impiegato a pochi mesi dalla pensione, si vede recapitare sulla sua scrivania, tutte le mattine, un cestino del pranzo preparato dalla giovane Ila (Nimrat Kaur) casalinga appassionata di cucina che spera, con le sue ricette saporite e speziate, di ridare un po’ di vitalità al suo matrimonio. Insospettita dalla mancanza di reazione del marito ai suoi manicaretti, la giovane infila nel porta-pranzo un biglietto, nella speranza di risolvere il mistero. Sarà solo l’inizio di un lungo scambio di messaggi tra Ila e Saajan, un’amicizia virtuale, nata da un semplice disguido, che con il passare dei giorni rischierà di mettere in crisi le vite dei due.
“Il treno sbagliato può portarti alla giusta destinazione”
In un mondo in cui tutti sono passati alle mail e ai messaggi elettronici, l’uso della carta e delle lettere sta diventando sempre più raro. Da questo presupposto nasce il film del debuttante Ritesh Batra, che ci racconta la nascita di una delicata storia d’amore epistolare nella Mumbai dei nostri giorni, scandita da deliziosi manicaretti della cucina indiana. Sarà proprio il cibo il motore di questa relazione e il suo messaggero in una profusione di colori e profumi che purtroppo non possiamo assaporare.
Presentato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes e vincitore del premio assegnato dal pubblico, Lunchbox presenta alcune classiche commistioni di genere, tipiche di tutta la cinematografia indiana. Da un lato può essere visto come una commedia romantica sull’amore tra due persone ma dall’altro conserva alcuni forti elementi melodrammatici. Alla base ci sono due personaggi soli: Saajan, che in seguito alla morte della moglie vive in solitudine e continua a lavorare in previsione della pensione, interpretato in modo eccellente dal veterano Irrfan Khan, volto noto anche all’estero grazie a film come Vita di Pi, The Millionaire e The Amazing Spider-Man; dall’altro lato Ila, l’emozionante Nimrat Kaur, qui al suo primo ruolo da protagonista, una giovane donna trascurata dal marito, che passa le sue giornate in casa a preparare manicaretti e che vede in Saajan l’unica persona che veramente apprezza ciò che fa.
Due solitudini che si incontrano, un tema già visto e largamente abusato da tutto il cinema mondiale. Eppure nella sceneggiatura scritta dallo stesso regista insieme a Rutvik Oza (autore di oltre quindici sceneggiature dal 2010) ci troviamo di fronte a dei personaggi reali e a delle psicologie forti che vengono approfondite attraverso le lettere nascoste nel portapranzo e in cui si svelano un pezzo alla volta, un segreto dopo l’altro. Nasce così una delicata relazione tra un uomo maturo e una giovane sposa, che nell’arco di tutta la pellicola si parlano a distanza, si incontrano e si sfiorano diventando parte l’uno della vita dell’altro. Nel loro rapporto non si sentono forzature o spinte verso il canonico happy ending, anzi i due sono pieni di dubbi sull’incontrarsi: lui si sente troppo vecchio mentre lei teme le ripercussioni sulla propria famiglia e soprattutto sulla figlia, nonostante il marito la tradisca (almeno apparentemente) con un’altra.
Il debutto registico di Ritesh Batra è un film dalle due facce, leggera e ironica l’una, drammatica e forte l’altra. Ila e Saajan sono due mondi diversi che si incontrano, una casalinga, che vive rinchiusa in casa e un impiegato, altrettanto richiuso nel cubicolo dove lavora. La loro quotidianità viene sconvolta irrimediabilmente da un errore in quanto il loro incontro li metterà di fronte alla possibilità di cambiare ciò che loro credevano impossibile da modificare. Nonostante alcune sbavature dovute alla necessità di dare quel tocco di melodramma alla pellicola (ecco che Saajan si trova vedovo mentre Ila dovrà subire la perdita del padre malato di cancro), Lunchbox dona allo spettatore una storia d’amore realistica con degli interessanti approfondimenti psicologici e un finale fortunatamente non scontato.
VOTOGLOBALE7
Diego Garufi, da “everyeye.it”

L’India non è solo Bollywood. Se siamo abituati alle sdolcinate opere musicali che dominano il cinema asiatico dobbiamo abituarci anche a storie diverse, agli effetti positivi della globalizzazione, ad autori che lasciano il paese, fanno esperienze all’estero e finiscono per giovarsi di un meticciato della creatività che può essere promettente. È successo al giovane Ritesh Batra che ha girato per gli Stati Uniti, frequentato laboratori di sviluppo e festival di mezzo mondo, compreso il Torino Film Lab, prima di realizzare un’opera prima che coniuga l’umanità della cultura indiana con la misura del cinema indipendente americano.
Partito da un documentario sui portatori di cibo, dei lunchbox del titolo, racconta una storia che è così curiosa e fuori dal tempo che già cattura l’attenzione: per un errore nella consegna del pranzo preparato da una mogliettina provetta cuoca, quest’ultima inizia casualmente una fitta corrispondenza quotidiana con un uomo. Prima solo casuale degustatore di specialità a lui non destinate, diventa sempre più intimo confidente della bella cuoca. Lui però la vita l’affronta con durezza, con il rigore di un burocrate che per 35 anni ha fatto il suo lavoro con impeccabile precisione, ma anche con il cuore straziato dalla morte della moglie.
Il rischio in questi casi era di realizzare un’opera che giocasse fin troppo su una sorta di patina di ingenuità neorealista che confidasse troppo sui buoni sentimenti del pubblico, invece Batra è molto abile a dosare i picchi emotivi della sua storia; a nutrirsi del garbo e della grazia dei suoi protagonisti, ma anche a porli di fronte alle difficoltà di dare una svolta alle loro vite sempre più insoddisfacenti, seppur per motivi diversi. La moglie vive con sempre maggior dolore la convivenza con un marito così indifferente e anaffettivo da sospettarlo fedifrago, mentre la star del cinema indiano Irrfan Kahn dà un’altra prova delle sue grandi capacità.
La dignità di questo vero cavaliere del lavoro disarcionato non la si dimentica facilmente. La scena in cui casualmente, tornando in bagno per una dimenticanza dopo essere già uscito di casa, sente il suo odore riconoscendo quello del nonno e matura la consapevolezza brutale e improvvisa di essere diventato un uomo vecchio, quindi impossibilitato a sognare la felicità, è un simbolo straziante e misurato delle tante qualità di questa commedia romantica indiana che come la brava cuoca protagonista si impegna con passione nel dosare con equilibrio le spezie utilizzate, senza che nessuna prenda il sopravvento sul film.
Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

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