Locke

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Ivan Locke sta viaggiando in autostrada verso Londra, dove una donna con cui ha trascorso una notte sta partorendo il loro bambino. Durante il tragitto decide di informare sua moglie della situazione e si trova al contempo a dover gestire un importante impegno di lavoro.
Una straordinaria immersione nella vita di un uomo che, in poco più di un’ora, distrugge tutto ciò che aveva costruito con tanta pazienza negli anni. Locke, il nuovo bizzarro e meraviglioso film di Steven Knight, giunto ormai alla sua seconda regia dopo Redemption – Identità nascoste (2013), racconta in tempo reale la presa di coscienza di Ivan Locke del suo fallimento come uomo, ma al contempo mostra la sua grande ambizione di riscatto e la speranza di poter risolvere le diverse situazioni, assumendosi le sue responsabilità.
Girato interamente in notturno all’interno di un’automobile in corsa su un’autostrada diretta a Londra, il film vanta una sceneggiatura equilibrata, scorrevole ed originale, scritta da Knight stesso, che regala all’opera un ritmo perfetto. Un solo personaggio è visibile negli 85 minuti della pellicola ed ha il volto di Tom Hardy, che offre un’ottima interpretazione per un ruolo non certo facile: l’attore è infatti sempre in scena da solo e si trova ad interagire con gli altri personaggi solo telefonicamente.
Ivan Locke lascia un importante impegno lavorativo per raggiungere all’ospedale una donna che sta partorendo un figlio concepito insieme a lui. Durante il viaggio verso Londra, si trova dunque a dover rivelare per telefono alla moglie il suo tradimento e l’imminente nascita del bambino illegittimo. Nel frattempo, il suo capo, furibondo per l’assenza ingiustificata sul lavoro, lo licenzia. Ivan decide di mantenere comunque il controllo dell’operazione di colata di calcestruzzo di cui si sarebbe dovuto occupare, gestendo anch’essa telefonicamente.
Allo shock della moglie tradita e al panico del collega rimasto solo sul luogo di lavoro, si aggiunge l’irrequietezza della partoriente, che attende con ansia l’arrivo dell’uomo che dice di amare, nonostante abbia trascorso con lui una sola notte. A tutto ciò si contrappone l’estrema calma di Ivan, che non perde mai la speranza di poter porre rimedio ad ogni problema. Egli è convinto che la colata di calcestruzzo avverrà senza ostacoli, che sua moglie perdonerà il suo errore e che il suo bambino avrà un padre presente nonostante la difficile situazione. È insomma sicuro che le solide fondamenta della sua vita non cederanno e che questi problemi siano solo delle piccole crepe. Non è casuale la scelta di Knight di attribuire a Ivan il mestiere di costruttore, deliziosa metafora assolutamente appropriata al soggetto. Il protagonista ha passato infatti la vita a costruire case e rapporti che vengono meno a causa di una goliardica notte con una sconosciuta. E il regista sceglie anche di mostrare la presa di coscienza di questa situazione proprio pochi minuti prima della nascita del bambino. Ivan decide di informare della situazione la moglie all’ultimo momento e per telefono, dimostrandosi incapace di comprendere i sentimenti della donna, sicuro di poter salvare il rapporto. Ma egli non comprende la fragilità delle costruzioni della sua vita e al termine del film sembra vicino al totale fallimento.
Spesso Ivan si rivolge ad un interlocutore immaginario, il padre che lo abbandonò da bambino e che si fece vivo solo poco tempo prima della sua morte. Il protagonista sottolinea la diversità comportamentale dei due: egli non lascerà suo figlio e si assumerà la responsabilità di padre. Locke non teme le conseguenze di questa situazione, perché è certo di poter riscattare l’errore di suo padre.
Questa splendida pellicola avrebbe certo meritato un riconoscimento al Festival del Cinema di Venezia, dove è purtroppo stata presentata fuori concorso.
Goiulia Bramati, da “storiadeifilm.it”

Annunciato come un thriller “à la Drive” tutto ambientato dentro una macchina per 85 minuti, Locke è invece una sorpresa anche perché non è quello che ci si aspettava. L’abbiamo pensato e scritto anche noi, lo ammettiamo, pensando che l’opera seconda di Steven Knight (lo sceneggiatore de La Promessa dell’Assassino) fosse un action.
Si tratta invece di un “dramma da camera”, tutto davvero ambientato in meno di un’ora e mezza in una macchina con un solo personaggio. Se a Cannes 2013 vivevano i drammi di Robert Redford naufrago nell’oceano nel bellissimo All Is Lost, qui seguiamo Tom Hardy che, mentre guida da Birmingham verso Londra, vive problematiche e dolori in una notte che gli cambierà la vita, senza che scenda mai dall’auto…
Hardy, unico interprete on screen, interpreta Ivan Locke, un uomo che si è dato molto da fare per crearsi una vita soddisfacente. Stanotte quella vita gli crollerà addosso. Alla vigilia della più grande sfida della sua carriera, Ivan riceve una telefonata che mette in moto una serie di eventi che faranno a pezzi la sua famiglia, il suo lavoro e la sua anima…
Notte. La musica avvolgente di Dickon Hinchliffe accompagna i colori dei lampioni che squarciano il buio. E poi le auto che sfrecciano per le autostrade, tra cui quella di Locke. Knight ha parlato di questo scenario quasi come una video-installazione. Verissimo: solo che non c’è nulla di patinato nel “contorno” in cui si muove la macchina del protagonista, ma c’è semmai un’idea romantica e malinconica della notte.
Un’ambientazione perfetta quindi per entrare per 85 minuti nella vita di una persona qualunque e viverne costantemente drammi e dilemma. Ma come scrivere una sceneggiatura per un’idea del genere? Tutto inizia con un paio di telefonate: il cellulare di Locke non smetterà poi più di squillare fino alla fine del film, mentre gli eventi si evolvono e s’intersecano mandando il protagonista in un baratro…
Locke se n’è andato prima dal lavoro questa notte, perché ha una lista di cose che deve fare. Ci sono la moglie Katrina e i due figli, che guardano la partita ed aspettano il padre per cena (con tanto di salsicce e birra). C’è Bethan, donna con cui il protagonista ha passato una notte di sesso qualche mese prima. Infine ci sono i datori e colleghi di lavoro, tra cui il “bastard” Gareth.
Il giorno successivo Locke dovrebbe essere al lavoro per seguire l’organizzazione di una colata storica (addirittura a livello europeo) di calcestruzzo. Lo stesso calcestruzzo che finirà nelle fondamenta della sua nuova casa. Le diverse telefonate e i rapporti con Bethan e la moglie lo costringeranno a dover prendere delle decisioni difficili che avranno ripercussioni pesanti anche sul suo lavoro.
Tom Hardy è un mostro di bravura e, se mai ci fosse bisogno di una conferma, eccola qui. L’attore ride, piange, parla con gli occhi, si lancia in dolorosi monologhi rivolti verso il padre, “seduto” idealmente come un fantasma nel sedile posteriore della vettura. E noi soffriamo, ridiamo e piangiamo con lui. Forse stiamo parlando della sua miglior interpretazione: ed è sempre seduto in macchina.
La vera rivelazione è tuttavia Steven Knight, che firma una sceneggiatura perfetta, ricca di situazioni coinvolgenti e dialoghi riuscitissimi, e dirige con un gusto per le inquadrature davvero notevole. Vince la sfida sotto tutti i punti di vista, realizzando un dolente “notturno” morale. E nella notte intanto sfrecciano anche volanti della polizia e altre centinaia di auto guidate da persone che hanno la propria storia, i propri dolori e fanno le proprie scelte, morali o meno…
Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

Compito del giorno: una volta lasciata la scrivania, concluso il giardinaggio, completato le commissioni, o qualunque altra cosa stiate facendo in questo 30 aprile, il miglior regalo che possiate farvi è ritagliarvi 90 minuti per voi, andare al cinema e puntare determinati alla sala in cui proiettano “Locke”.
In una stagione di alti e bassi, costellata da super-eroi e travolta da una valanga di filmini che hanno deluso le aspettative, “Locke” emerge, è il vostro premio di primavera, è uno di quei casi in cui un attore belloccio, che fa sognare le ragazzine, ha talento da vendere e sa pure calcare il palcoscenico. E parlo di quello intimo di un teatro, in cui sei a nudo difronte a un pubblico impietoso in caso di errori, sbavature, tentennamenti. Tom Hardy dimostra di riuscire a tenerci testa, anzi di poterci sfidare e alla fine avere la meglio.
Il coraggio di Steven Knight merita un appaluso: con una buona sceneggiatura in mano, pericolosissima per la sua carriera e per quella del protagonista, punta tutto su Tom Hardy e riesce a stupire, rapire, ammaliare, vincere tutto e le resistenze di tutti. La critica per una volta è compatta, senza distinzione alcuna, neppure di nazionalità, cultura o sensibilità: all’unanimità promuove la pellicola, la elegge a sorpresa dell’anno, a opera perfetta, a sogno ad occhi aperti. E noi non possiamo che unirci al coro, perché “Locke” è di un equilibrio e di un’intensità rari nell’attuale panorama cinematografico.
Ma chi è Ivan Locke? È un capo-cantiere, il migliore in circolazione, è responsabile di grandi imprese e stasera si è messo in auto con uno scopo preciso, soprattutto diverso dal solito. Con una lucidità che costerebbe a chiunque il sistema nervoso, imbocca l’autostrada in direzione Londra per fare ciò che è giusto in modo efficiente, coordinando il lavoro e la famiglia senza MAI crollare.
Minuto dopo minuto scopriremo qualcosa in più su ciò che ha in mente quest’uomo. Emergeranno i suoi piani, i suoi segreti, i suoi pregi e limiti. Lo stimeremo, lo odieremo, ci immedesimeremo al punto da provare compassione, paura, e tifare per lui come se fossimo anche noi in quell’abitacolo. Esatto, il film si svolge tutto in un veicolo, mentre sfreccia a 90 miglia orarie verso la City. Conosceremo i colleghi, la famiglia, gli amici, attraverso le conversazioni del guidatore. Nonostante si veda sempre un unico attore al volante, inquadrato da sole tre angolazioni, il resto del cast pian piano prende forma e alla fine ci illudiamo di aver visto una storia ricca di personaggi, con un protagonista così reale da poter essere uno di noi, una persona cara o un collaboratore.
Tom Hardy è semplicemente incredibile nell’essere credibile. Mentre l’uomo-Locke emerge, siamo rapiti dalla sua umanità e dalla perfezione con cui l’attore modifica l’espressione e i toni, tra scatti di rabbia, commozione e un’infinita e impostatissima concentrazione. Hardy riesce a esprimere così tante umane caratteristiche da farci dimenticare vi sia uno schermo tra noi e lui, ci trascina in quell’automobile e non ci lascia andare sino a quando siamo più esausti del suo Ivan.
“Locke” è un’opera drammatica con più suspense del migliore thriller; è un’intensa parabola discendente che neppure le migliori intenzioni riescono a frenare; è un tremendo specchio dell’anima; ci ricorda il potere devastante della debolezza umana che solo a fatica il raziocinio può contenere; ci mostra l’ineluttabilità del destino, del DNA, delle imperfezioni incorreggibili, e come le cose capitino tutte insieme per una ragione, anche quando essa a prima vista ci sfugge.
“Locke” è un film da vedere: ci emoziona, ci disarma e ci rammenta perché amiamo tanto la settima arte.
Vissia Menza, da “masedomani.com”

Ivan Locke guida nella notte verso Londra. È un costruttore di edifici, ma questa notte si consuma la demolizione della sua vita. All’alba avrebbe dovuto presiedere alla più ingente colata di cemento di cui si sia mai dovuto occupare. Gli americani e i suoi capi hanno incaricato lui, perché per nove anni è stato un lavoratore impeccabile, il migliore: solido come il cemento, appunto. Ma la telefonata di una donna di nome Bethan riscrive l’esistenza di Locke. Prima di quella telefonata, e del viaggio che ha deciso di intraprendere di conseguenza, aveva un lavoro, una moglie, una casa. Ora, nulla sarà più come prima.
L’attesa opera seconda di Steven Knight non solo soddisfa ma supera piacevolmente le aspettative. Sceneggiatore talentuoso, per Frears e Cronenberg, con Locke eccelle nell’esercizio di scrittura, ideando un percorso di quasi novanta minuti nel quale il tempo della storia e il tempo del racconto coincidono e non c’è altro luogo al di fuori dell’abitacolo della Bmw in movimento e nessun altro personaggio oltre a quello del titolo, impegnato in un dialogo telefonico pressoché ininterrotto con gli altri nomi del copione: Bethan, dall’ospedale di Londra, la moglie Katrina e i due figli da casa, Garreth, il capo furioso, e Donal, l’operaio polacco al quale Ivan Locke ha affidato la delicata gestione di ogni preparativo in sua assenza. A riscattare, però, Locke da una natura puramente letteraria (viene alla mente un altro portentoso viaggio in macchina su carta, “Wyoming”, firmato da Barry Gifford) è la performance di Tom Hardy, per la prima volta spogliato delle maschere che l’hanno imposto all’attenzione internazionale e messo alla prova nei panni di un uomo medio, dall’aspetto medio, nell’attimo della sua esistenza che fa la differenza. Nel modo in cui Hardy increspa le onde del testo, suscitando tanto l’ironica commedia quanto l’umana tragedia, con poche battute e il proprio volto come unici strumenti, si conferma il bravo attore, ma nella scelta di adottare esclusivamente i toni bassi, impedendosi l’appiglio anche solo una volta alla scena urlata o al sussurro autocommiseratorio, sta il contributo d’eccezione.
Il resto è il documento di un circolo creativo e produttivo virtuoso, che conta una manciata di settimane di distanza tra la consegna della sceneggiatura e l’inizio della preparazione, e un tournage di sole otto notti, per un film che non porta con sé alcuna traccia di rinuncia o compromesso e parla nel momento giusto del tema del giusto, dell’assunzione di responsabilità, per scomoda e punitiva che sia, e dell’estrema fragilità degli edifici morali sui quali costruiamo le nostre famiglie e le nostre sicurezze.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Davvero interessante e per certi versi sorprendente la carriera cinematografica di Steven Knight, dapprima al servizio di storie criminali prestate al regista di turno (Stephen Frears ma, soprattutto, David Cronenberg) e poi, con presa di coscienza rivoluzionaria per tempistica e coraggio (due film in un anno, ed esordio con un attore voluminoso e ingombrante come Jason Statham), capace di segnalarsi all’attenzione di pubblico e critica per il suo talento di filmmaker.
La prima considerazione che viene in mente dopo avere visto “Locke”, il suo ultimo film, è la capacità del regista di fissare in una così breve filmografia gli assi portanti del suo cinema e, quindi, di far emergere in maniera netta i segni della propria autorialità. Tendenze eterogenee tenute insieme dalla solidità della scrittura, che nel caso in questione si avventurava in un’impresa non da poco, prevedendo per tutto il film un’unica location, ovvero l’interno dell’automobile in cui sta viaggiando Ivan Locke, capo cantiere, impegnato a saldare un debito con la propria coscienza, rivelando alla moglie il tradimento di una notte, e annunciando la volontà di assistere alla nascita del bambino, frutto di quella trasgressione.
Con un intreccio praticamente inesistente, e con l’unica incognita di una qualche sorpresa derivante dallo stato emotivo del protagonista, bloccato all’interno dell’auto e costretto a tenere a freno le reazioni per l’impossibilità di agire al di fuori dell’orizzonte prestabilito (l’ospedale in cui la donna sta partorendo), “Locke” ha tutte le caratteristiche per scoraggiare lo spettatore abituato a fidarsi solo di ciò che vede. Ed è proprio eliminando il confine che divide il visibile da ciò che non lo è, il parlato dal non detto, che Steve Knight compie il suo capolavoro, trasformando la trappola claustrofobica dell’assunto in una confessione che apre le porte a una rinascita esistenziale, in cui la routine quotidiana (la cronaca della partita di calcio che il figlio commenta al padre durante le conversazioni telefoniche) e i dettagli più anodini (i calcoli e le procedure per la colata di cemento che servirà alle fondamento di un gigantesco palazzo) si intersecano con un sostrato filosofico universale e condivisibile. Quest’ultimo, apprezzabile non solo nei temi della responsabilità e nella redenzione che, alla pari dei film precedenti, sono il caposaldo della poetica del regista (i protagonisti de “La promessa dell’assassino” e, ancor più, di “Redemption”, erano mossi da un’assunzione di colpa e da un’innocente da proteggere) ma anche nell’utopia – sconfessata – di ridurre la realtà a una razionalità che le appartiene solo in parte e che la narrazione fa saltare, quando Locke, uomo metodico e pragmatico, sarà costretto ad affidare le sorti del suo lavoro all’improvvisazione e al caos da cui sempre ha cercato di sottrarsi.
Evitando di addentrarsi nei riferimenti al pensiero dell’omonimo filosofo inglese, a cui la personalità del protagonista per certi versi può essere accostata, preferiamo soffermarci sulla qualità delle immagini, in “Locke” decisive per conferire alla storia i suoi significati. Cominciando dalla sequenza inizlale, l’unica che si svolge in ambiente esterno, con la voragine del cantiere simile a Ground Zero a preannunciare il disastro che si è già compiuto (la notte d’amore con una sconosciuta) e la svestizione dell’uniforme di lavoro a introdurre il disvelamento, psicologico e materiale, del personaggio, e poi continuando con l’impressionismo della fotografia che, attraverso i vetri della macchina, proietta il mondo esterno sul volto del protagonista, mantenendolo attaccato alla realtà (l’astrazione era uno dei rischi possibile) e, al contempo, disegnando sullo schermo un magma di luci e di colori che diventano l’anima e il cuore del film e del suo protagonista. In un modo non lontano dall’Alfonso Cuaron di “Gravity” (e, nel suo piccolo, si può citare anche l’Alberto Fasulo di “Tir”), Knight riesce a farci perdere le coordinate del nostro presente per trasportarci all’interno del tempo psicologico dell’opera, che in tal modo ci coinvolge in prima persona senza farci sentire il peso della sua visione. Abituato a cambiar pelle, Tom Hardy nella parte di Ivan Locke è perfetto nel confondere un immaginario d’attore continuamente reinventato e, in questo caso, messo a disposizione di un’interpretazione in cui la fisicità viene imprigionata dall’hip hop mentale a cui lo costringe una sceneggiatura ad orologeria. Non abbiate paura, correte al cinema e non ve ne pentirete.
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Una corsa con Tom Hardy vale tutta un’esistenza. Splendido l’apologo morale di Steven Knight
Al film di Steven Knight un ottimo script e un attore eccellente bastano per costruire un momento – 85′, girati quasi in tempo reale – di cinema totale.
La mdp piomba dal cielo su una delle tante carovane umane di passaggio sulla terra. A bordo c’è Ivan Locke, un uomo qualunque in circostanze particolari: ha appena preso una decisione che cambierà per sempre la sua vita. Non possiamo dire di più. La sceneggiatura è costruita per stratificazioni successive. Il tempo s’incurva, l’azione è compressa, si sviluppa tra una telefonata e l’altra, senza mai lasciare lo spazio dell’abitacolo. Tom Hardy è impressionante: massima intensità con il minimo sforzo facciale.
Ivan Locke è come Caronte, ma in direzione ostinata e contraria: deve traghettare la sua anima dall’inferno – verso cui lo spingerebbe l’inerzia della cose – alla salvezza – a cui anela la sua ansia di redenzione. In questo on the road tra buio e luce – che la fotografia esalta con un sapiente gioco di trasformazioni cromatiche – Locke è solo, l’apnea dialogica, la situazione sfuggente continuamente di mano.
Un’ora può spazzare via tutta un’esistenza. Un’altra può rimetterla in piedi. Si cita Aspettando Godot, si evoca Taxi Driver, si pensa a Buried.
L’azzardo è morale, vincere un dovere, perdere tutto possibile. Che viaggio!
di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Steven Knight (Piccoli Affari Sporchi) questa volta ha alzato il tiro: dirige lui stesso un film basato su un copione scritto di suo pungo. Una sceneggiatura coraggiosa che vede un solo protagonista recitare per un’ora e mezza in una unità di tempo e spazio, ma quando lo spettatore non è tentato di sbirciare l’orologio e sfugge all’ossessivo controllo del suo smartphone, si può dire che Steven ha vinto la scommessa con se stesso e con il pubblico. Si serve di un solo volto, quello di Tom Hardy per Ivan Locke, che filmato da tre telecamere a bordo della sua BMW, in una notte percorre l’autostrada da Birmingham a Londra. Dall’inizio alla fine si alternano chiamate in entrata e in uscita, non importa se gli altri protagonisti non sono in scena. L’accurato montaggio e la spontaneità dei dialoghi realizzano il punto di contatto tra dinamismo visivo del cinema e quello spazio aperto all’immaginazione proprio del palcoscenico di un teatro. C’è solo la strada. Scorrono scariche di adrenalina che, quasi a seguire il tratteggio bianco dell’asfalto, a volte si allentano ma solo per un attimo, la tensione è pronta a trasalire alla prossima curva. A ogni chilometro Ivan rischia di scardinare tutti i tasselli della sua esistenza: la fedeltà agli affetti, la lealtà verso il capo e persino la stima dei dipendenti. Ma Ivan Locke ha calibrato il peso di ogni perdita e ha preso la sua decisione. Entro quella notte dovrà varcare la soglia di un ospedale, baluardo della fede a una promessa che non avrebbe mai voluto stringere. Prima telefonata. Sul display si legge Bentham, è la voce di una donna che ha bisogno di lui e a poco tempo a disposizione. I nomi della rubrica scorrono veloci: Home. Bastano tre parole pronunciate da un ragazzino: partita, birre e salsicce. In un attimo si ha già lo scenario di casa, lo stanno aspettando, ma Ivan non potrà raggiungerli. Il telefono squilla di nuovo: il più fidato tra i suoi operai sta entrando nel panico, la più importante colata di cemento della sua carriera dovrà essere eseguita all’alba senza la supervisione del suo capocantiere, che contro ogni logica lo guiderà con il solo utilizzo della voce. E poi c’è un altro interlocutore, il più importante, quello che non lo chiama perché è costantemente alle sue spalle, invisibile come un ricordo, eppure più reale di tutte le sue feroci paure: suo padre o meglio quell’uomo che adesso non c’è più e che per Ivan non c’è mai stato. Questo Locke non commetterà gli stessi errori di chi l’ha generato e poi defraudato dell’infanzia con l’assenza, non può succedere a lui che ha colato un cemento solido di valori per stratificare un’esistenza di validi principi. Locke è senza dubbio un thriller, ma la tensione non è fine a se stessa. Viene da chiedersi: fino a che punto si può comprendere il coraggio di quest’uomo? È solo il terrore di rimanere nello sporco selciato tracciato di chi lo ha preceduto che erige Ivan a modello di coerenza? Il film non era in concorso Venezia, forse uno smalto così lucido avrebbe offuscato il pallido successo di altre pellicole che, abbagliate dal luccichio di una statuetta, sarebbero sbiadite prima ancora di essere proiettate.
Clara Gipponi, da “cinema4stelle.it”

Un uomo solo nella sua auto, un “cavaliere solitario” e una lunga autostrada, una strada a senso unico verso un abisso, verso la fine di una vita quasi perfetta.
Locke è uno straordinario esperimento cinematografico: ottantacinque minuti che si svolgono interamente all’interno dell’automobile del protagonista, Ivan Locke (Tom Hardy). L’unica immagine di tutto il film è quella del volto dell’uomo che, alla guida della sua auto, ha appena lasciato il cantiere dove lavora a Birmingham diretto a Londra. E’ notte e le uniche luci che illuminano il suo viso sono quelle del traffico di un’arteria autostradale. Ivan ha lavorato sodo per costruirsi la sua vita ma ora tutto sta per crollargli addosso. Alla vigilia di un’importante inaugurazione di una storica colata di cemento che porrà le basi per uno degli edifici più alti d’Europa, l’uomo compie una sere di telefonate a sua moglie Katrina e ai suoi due figli. Ma Ivan riceve anche delle chiamate drammatiche da Bethan, una sua ex assistente e che ora aspetta un figlio da lui, frutto di un’unica notte in cui egli aveva ceduto a una donna sola, non giovane, non bella e che ora chiede la sua presenza in ospedale dove sta partorendo. Locke deve affrontare anche alcune chiamate di lavoro, tra cui quella del suo capo Gareth e del suo leale collega Donal del quale Ivan ha bisogno per terminare il suo lavoro e sovraintendere alla colata di cemento.
Una tragedia contemporanea, di grande portata morale ma teso come un thriller. Il messaggio di cui è portatore il tipo d’uomo rappresentato da Ivan Locke è chiaro: non sfuggire alle proprie responsabilità in nome di un senso del dovere figlio di una storia personale segnata dalle sofferenze derivanti da un padre codardo e assente. Assumersi il rischio delle conseguenze delle proprie scelte e dei propri errori è cosa ardua ma è ciò che rende un uomo, un uomo vero.
I nodi critici della vita di Locke si intrecciano nella fitta rete di telefonate che costruiscono l’intera ossatura del film. Lo spettatore vede solo Ivan, mentre gli altri personaggi sono solo voci all’altro capo delle sue telefonate: voci adirate, sconvolte, solo raramente divertite.
Un uomo che mette in gioco tutta la sua vita, che affronta i suoi dilemmi e i suoi demoni interiori per stare vicino a una donna che non ama e che sostanzialmente non conosce ma che sta per avere un figlio da lui. Ivan non torna a casa dalla sua famiglia e non sarà il mattino seguente al cantiere: decide di fare ciò che sente come la cosa giusta, per quel senso di responsabilità sconosciuto a suo padre, perché voltare le spalle di fronte alla realtà è da vigliacchi.
Locke è un uomo che fa un mestiere dall’alto valore simbolico. La storia del film è quella della costruzione di un edificio e allo stesso tempo della distruzione di una vita. Un solo errore può essere fatale, nel costruire un edificio ma anche nel condurre la propria esistenza. Un edificio è come una vita, può andare distrutto in pochi istanti.
Non a caso il protagonista è un capo cantiere di un grande sito in costruzione, il cemento è il suo pane quotidiano. Per tentare di rimediare a un suo errore, abbandona il suo posto proprio in un momento cruciale. Scegliendo di costruire le fondamenta per la sua vita futura, Ivan mina il terreno sotto ai suoi stessi piedi.
Il film è stato girato in sole otto notti all’interno di un’auto dentro cui erano collocate diverse macchine da presa digitali mentre le conversazioni tra il protagonista e gli altri attori (posizionati in una stanza d’albergo appositamente equipaggiata) sono state registrate in tempo reale per conferire maggiore immediatezza. Grazie anche a una sapiente sceneggiatura, Locke ha il grande pregio di tenere alta la tensione per tutta la sua durata mentre la storia è raccontata in tempo reale. Grande merito va al suo unico protagonista Tom Hardy (già visto ne La talpa, Inception e Il cavaliere oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan dove era il cattivo mascherato Bane) che mette in scena una performance solitaria davvero maiuscola.
Il regista Steven Knight (qui al suo seconda opera dopo Redemption – Identità nascoste e già nominato all’Oscar per la sceneggiatura de La promessa dell’assassino di Cronenberg) ha parlato del suo film minimalista come di una sorta di installazione, “qualcosa che si potrebbe vedere in una galleria”.
E certamente Locke ha il fascino e la potenza visiva e drammaturgica di un’opera d’arte contemporanea di alto livello, che pone al centro un uomo senza le viltà che spesso il cinema mostra come caratteristiche proprie del maschio contemporaneo, un eroe che non impugna armi ma che tiene stretto tra le mani solo un volante, un viaggiatore sull’autostrada della vita che, in modalità viva-voce, mostra coraggiosamente di essere capace di distruggere tutta la sua esistenza in nome di un principio etico.
Un principio ormai spesso fuori moda.
Elena Bartoni, da “voto10.it”

Ivan Locke, padre di famiglia e alla vigilia di un’importante impegno di lavoro, decide di uscire prima dal cantiere e, invece di tornare a casa, di dirigersi verso Londra, dove una donna incinta di suo figlio lo attende con ansia. Le scelte che compirà nel corso del viaggio cambieranno la sua vita per sempre.
Quando si tratta di calcestruzzo non fidarti di Dio
Dopo aver firmato la sceneggiatura de La Promessa dell’assassino,Steven Knight ci regala un film affascinante, che ha saputo far fruttare con grande maestria il suo basso budget. La storia è semplice, quanto comune, un uomo (Tom Hardy), con una bella famiglia e un lavoro che ama e in cui riesce anche molto bene, ha messo incinta una donna, Bethan, per la quale non prova niente. Ivan Locke, il protagonista, durante il lungo viaggio verso l’ospedale dove sta per nascere suo figlio, è dunque chiamato a prendere tutta una serie di decisioni per tentare di ricucire i pezzi di una vita che sembra scivolargli dalle mani.
Girato interamente nell’abitacolo di una macchina, con un unico , incredibile attore presente in scena per tutta la durata, Locke riesce a catturare perfettamente i drammi di un uomo posto davanti a delle scelte tutt’altro che lievi e che finiranno col definirne lo spessore umano. A fare da comprimario a questo solitario viaggiatore notturno, perso nei meandri dell’autostrada mentre sfreccia accanto ad altre esistenze, è la scenografia costituita dai riflessi dei lampioni, dalle luci delle altre automobili e dal paesaggio notturno che avvolgono l’auto di Locke come in un bozzolo, allontanandolo dal resto del mondo.
A tenergli “compagnia” nella sua corsa verso l’ospedale sono invece le innumerevoli telefonate che intrattiene con il suo capo, con l’operaio rimasto nel cantiere, con la moglie Katrina e i figli ignari di quel che sta accadendo e Bethan che ne aspetta l’arrivo. Si tratta di un susseguirsi di chiamate ora frenetiche, ora drammatiche, ora assurde che contribuiscono a delineare la figura di Locke che, nonostante la situazione si avvicini sempre di più a un pericolosissimo baratro, tenta in ogni modo di rimediare, fiducioso nel risultato.
Le pressioni non sono poche: da una parte deve accertarsi che tutto sia pronto per l’indomani, quando si verificherà la “colata di calcestruzzo più grande d’Europa”, dall’altra si trova a dover gestire una donna ansiosa, perdutamente innamorata di lui e che conta sul suo sostegno al momento del parto. Nel mezzo deve affrontare l’ormai inevitabile crisi del suo matrimonio. Sul suo modo di agire però aleggia lo spettro di un padre assente, con il quale Locke intrattiene diversi soliloqui. Se è vero che siamo la misura delle nostre azioni, allora è bene che, talvolta, ci si assuma le proprie responsabilità, costi quel che costi. Non ci sono facili soluzioni o scorciatoie per Locke , un brav’uomo con l’unica colpa di aver commesso un grave errore.
Film sperimentale a metà strada tra il thriller sentimentale e il dramma, Locke non potrebbe esistere senza la straordinaria performance di Tom Hardy, che qui ci regala forse il suo ruolo migliore. Misurato, contenuto, ma efficace nel conferire spessore al suo personaggio, nel farcelo sentire vicino, Hardy riesce a catalizzare la nostra attenzione per tutti i 90 minuti in cui è protagonista assoluto, senza una sbavatura o un momento di noia, dimostrandosi ancora una volta un attore dotato di incredibili risorse.
Un vero peccato che Locke sia stato presentato fuori concorso all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, dove certamente avrebbe fatto incetta di premi.
Maria Sole Bosaia, da “spaziofilm.it”

Certo, conta.
Che Locke sia un film curatissimo da un punto di vista tecnico e artistico conta.
Contano la sua capacità di tenere la tensione per 85 minuti raccontando una storia in tempo quasi reale; una sceneggiatura fluida e minuziosa; la capacità di essere dinamico e nervosamente mobile sebbene tutto ambientato nell’abitacolo di un auto; il fatto che Tom Hardy dia vita ad un one man show attoriale di livello elevatissimo, dialogando con gli altri solo attraverso il telefono o monologando con sé stesso e i suoi fantasmi.
Ecco, tutto questo conta, anche tantissimo, ma in un film come Locke è destinato a passare inevitabilmente, paradossalmente in secondo piano, schiacciato da quello che Steven Knight ci vuole sbattere davanti agli occhi senza volontà predicatorie o sermoni dall’alto.
Perché Locke parla della fondamentale, fondativa importanza di recuperare, oggi, il senso di responsabilità, di assumersi il peso delle conseguenze delle proprie scelte, delle proprie azioni e dei propri errori.
Essere responsabili come Ivan Locke non è facile: anzi, è difficilissimo. Eppure è inevitabile e fattibile, semplice come girare da una parte invece che dall’altra ad un incrocio. Così comincia il film di Knight, con la scelta del suo protagonista di mettere in gioco tutta la sua vita, il suo lavoro e la sua famiglia, per farsi carico di ciò che è giusto che lui faccia, senza abbandonare nessuno, facendosi in quattro, sacrificandosi per cercare di rimettere le cose a posto da una parte, far procedere tutto come secondo i piani da un’altra, limitando i danni da un’altra.
Per star vicino alla donna, sola e sostanzialmente sconosciuta, che sta per avere un figlio da lui, Ivan Locke non torna a casa dove l’aspetta una famiglia ignara di tutto e che non reagirà certo bene, e non si presenterà al mattino nel cantiere dove lavora, per supervisionare la colata di calcestruzzo più grande d’Europa e più importante per la sua carriera, pur gestendo ogni aspetto del lavoro a distanza.
Lo fa perché è giusto, perché di quel figlio imprevisto si deve assumere la responsabilità , perché il suo futuro con la sua famiglia sarebbe stato minato dalla menzogna ancor più che dalla sconvolgente verità, perché affinché le fondamenta della nostra vita siano solide, ai nostri impegni dobbiamo fare fronte, senza fuggire da nulla, senza voltare le spalle a nulla e a nessuno.
Profondamente morale, ma mai moralista, etico eppure avvincente come un thriller, Locke non porta mai all’esasperazione la spinta calvinista che lo anima, non rendendola mai quindi respingente. E non ha la presunzione di offrire facili ricette, soluzioni, scappatoie o scorciatoie.
L’ultimo tratto di strada, Ivan lo farà da solo, senza noi a guardarlo: perché quello che accadrà, e come avrà affrontato il futuro dopo la rifondazione di nuove fondamenta, riguarda lui. A noi riguarda che abbia messo la freccia dalla parte opposta alla comodità e all’opportunismo all’inizio, e ci abbia mostrato come prendere una strada nuova, la strada giusta, sia sempre possibile.
È una questione di scelte.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Esterno notte per un thriller ad alta tensione, Locke è una storia classica nel suo genere: un uomo, Ivan Locke , famiglia e lavoro perfetti su cui ha puntato le migliori energie, vede saltare all’improvviso tutte le coordinate della sua esistenza e deve fare scelte, confrontarsi con la sua vita, decidere quale sia il suo grado di moralità. Nell’impianto classico la novità è nella tecnica di ripresa, 90 minuti registrati in tempo reale, con l’eroe diegetico che conduce l’avanzamento della storia stando seduto al volante della sua auto per l’intera durata.
Il dinamismo è affidato allo spazio esterno che irrompe nell’abitacolo, fatto di luci e rumori (siamo su un’autostrada, “il posto più noioso al mondo” dice il regista in conferenza stampa) e dalla corsa compulsiva ad ostacoli affidata unicamente al telefono di bordo di Ivan, un Tom Hardy padrone assoluto della scena. Una mdp adrenalinica lo tallona (anzi tre, con angolazioni diverse, sistemate nell’abitacolo) e il pubblico è come risucchiato in una identificazione collettiva con il protagonista.
Un modello ancestrale (l’eroe alle prese con la sfida sovrumana nella quale la posta è perdere tutto o risorgere) calato nella realtà di barriere di cemento, svincoli e segnaletica, nastri autostradali che sfrecciano nel buio, giungla d’asfalto labirintica e ossessiva in fondo alla quale perdizione o redenzione giocano l’ultima partita. Opera seconda, dopo Redemption, dell’inglese Steven Knight, Locke è un drive movie che scompiglia tutte le regole del genere, pur adottandone i codici espressivi. Non è una fuga, non c’è un crimine, non si tratta di un regolamento di conti né si rincorrono guardie e ladri verso il crash finale. Eppure l’ambientazione è di quelle classiche, in notturna, luci psichedeliche che creano riverberi impazziti e piattaforma sonora fatta di vorticose ascensioni strumentali in continua sovrapposizione con il rombo del traffico.
L’unicità di Locke è nella dimensione totalmente e semplicemente umana del protagonista, un uomo senza qualità che il caso chiama ad uno di quei rendiconto ai quali ci si può tranquillamente sottrarre, un po’ di cinismo e via, e il mondo continuerà a girare come prima, o, viceversa, si potrà decidere di affrontare la sfida, e il prezzo da pagare sarà molto alto. Una roulette russa con la vita, in definitiva, e Ivan l’accetta.
Per novanta minuti, un’ora e mezza di autostrada fino alla meta, entra in quell’abitacolo tutta la sua storia passata, esplode il suo presente e si prefigura il futuro sotto forma di voci al telefono che si rincorrono incessanti: moglie, figli, datore di lavoro, collaboratori, la donna che sta per avere un figlio da lui, e perfino, in finale, il vagito del neonato. E quel display che s’illumina continuamente sul cruscotto ci diventa dopo un po’ così familiare, con i suoi nomi pulsanti a intermittenza, che quasi ci sembra di poterlo usare noi, anticipando Ivan.
Lui, one man show, guida, parla, risponde, fa fronte ad emergenze sul lavoro e a casa, cerca di tamponare con kleenex un raffreddore pazzesco, para colpi da tutte le parti. Proiettili che arrivano in viva voce, e la sua vita crolla, un pezzo dopo l’altro. Ma, attenzione, la sua vita precedente.
Da questo mirabolante e incandescente viaggio au but de souffle sta nascendo un uomo nuovo, ed è questo nuovo Ivan che a tratti parla dal vivo con l’unico personaggio che non può telefonare perché non c’è più, è morto, ed è il padre. Quando Ivan si rivolge al padre, o meglio, quando impreca contro di lui, un maledetto ubriacone che l’ha abbandonato alla nascita e non l’ha mai riconosciuto, la mdp inquadra il sedile posteriore visto dallo specchietto.
E il vecchio lo vediamo, è lì, anche se non c’è, come “vediamo” le voci di tutti gli altri. Mai automobile fu più abitata come quella di Ivan Locke in corsa verso la sua palingenesi! Cosa è successo efettivamente a Ivan non va detto, sarebbe un danno per la visione, basti sapere che si è davanti ad una di quelle perle che capita poche volte di incontrare al cinema. Tom Hardy si riconferma quel perfetto animale cinematografico di razza pura superiore di cui ha già dato ampia prova, una metamorfosi fatta persona, una capacità di tenere da solo la scena e lasciarsi seguire senza fiato che appartiene al Gotha degli attori.
Infine, ed è il valore aggiunto di un film costruito con equilibrio perfetto di tutte le sue parti, va detto della fotografia di Haris Zambarloukos quanto grintosa e travolgente è, perfetta per una sceneggiatura che non ha tentennamenti, porta noi e Ivan dove vuole che arriviamo, in fondo in fondo, lì dove si raccoglie quel grumo di sentimenti, paure, desideri, che si ha paura di sciogliere. Si può vincere o perdere, Ivan stavolta vince, ma non è detto che tutti gli altri perdano, diventerebbe un film banale, e non lo è. Ognuno ha le sue buone ragioni per essere quello che è, è il gusto medio della vita, con qualche eroe che, di tanto in tanto, ci scappa.
Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

Ivan Locke è un uomo onesto: padre di famiglia e marito esemplare, stimato da tutti e con un lavoro che gli sta dando parecchie soddisfazioni. Ppresto riceverà anche una grossa gratificazione per il suo impegno. All’improvviso, però, tutto si lacera: un segreto nascosto nel suo passato gli fa rimettere tutto in discussione, facendogli capire che è giunto il momento di assumersi le proprie responsabilità.
Dovessimo definire questo film con tre sole parole, troveremmo, nell’ordine: uomo, auto, voce. Ivan Locke, un massiccio Tom Hardy che riesce a reggere la scena su di sé per tutta la durata del film, è un uomo a prima vista realizzato, con un impiego onesto e un matrimonio perfetto. Un errore di una notte, però, gli danna l’anima, impedendogli di capire effettivamente come risolvere al meglio la situazione che si è venuta a creare. Un rebus che solo un lungo percorso in automobile riuscirà a risolvere, durante il quale affronterà i suoi fantasmi: un viaggio nel quale le certezze e le sicurezze avute fino ad allora andranno disfacendosi con il passare dei minuti. Ad accompagnare i suoi demoni interiori, le voci delle persone che compongono il suo tessuto di vita, con cui Tom Hardy interagisce e a cui chiede perdono per non essersi risolto prima. Una avventura “on the road”, raccontata in maniera particolare e insolita dal regista e sceneggiatore Stephen Knight, la cui fitta lavorazione è durata due settimane, in cui gli standard e la qualità tecnica sono stati rispettati: una macchina da presa fissa il cui obiettivo e le cui luci sono puntate sempre e solo su Tom Hardy, che rimane nell’abitacolo dell’automobile, spinto verso la meta prefissata.
Drammatico e avvincente allo stesso tempo, il film affascina per le sue atmosfere ipnotiche e per la totalità delle scene girate di notte: le città, le strade, i neon e i colori che confondono, abbagliano e mettono il protagonista di fronte alle sue paure. Un capo cantiere, il cui mestiere lo impegna nel costruire edifici e fondamenta solide, che invece vede la sua intera vita sgretolarsi come sotto l’attacco di un violento terremoto: una scossa improvvisa che veloce si abbatte e lascia attorno solo rovine. ”Locke” è un’opera coraggiosa che si basa esclusivamente sui fattori visivi e audio: il volto del protagonista e le voci all’interno dell’auto. Un film statico, per via della fissità delle scene, che possiamo definire un piccolo originale capolavoro che speriamo non passerà inosservato.
Alessandro Cristofaro, da “occhisulcinema.it”

Le telefonate nei film hanno un’importanza fondamentale. Quando un personaggio alza la cornetta o preme il tasto di risposta, sta facendo una scelta, sta portando avanti la storia, sta sancendo le sorti dell’intera vicenda. Pensiamo al modo in cui il mezzo telefonico è stato determinante per la costruzione della suspense in film come Il delitto perfetto di Hitchcock, Il terrore corre sul filo di Anatole Litvak, Gli occhi degli altri di William Castle, Quando chiama uno sconosciuto di Fred Walton, Scream di Wes Craven o In linea con l’assassino di Joel Schumacher. Tanti film che utilizzano il telefono per veicolare inquietudine e terrore, rendendo lo psicopatico di turno un logorroico affabulatore che colpisce di parola più che di spada.
Locke è un film che porta all’estremo l’utilizzo dell’apparecchio telefonico e pur non rientrando minimamente nel genere thriller come i titoli su citati, costruendo piuttosto una vicenda di quotidiana drammaticità, riesce a veicolare un’ansia tensiva nello spettatore che dipende unicamente delle molteplici storie che il protagonista e unico attore in scena riesce ad intrecciare durante le sue frequenti conversazioni telefoniche in macchina.
Tom Hardy è Ivan Locke, impegnato in un viaggio che gli cambierà la vita
I 90 minuti scarsi di durata di Locke sono il viaggio in tempo reale di Ivan Locke per raggiungere un ospedale di Londra dove una donna sta partorendo suo figlio. Quella donna non è sua moglie, ma una sua avventura di una notte. Sua moglie, invece, sta a casa con i suoi due figli e aspetta il marito per guardare tutti insieme la partita di football. Ma Locke, scegliendo di dirigersi a Londra da quell’estranea, non solo mette in discussione il rapporto con la sua famiglia, ma anche la sua posizione lavorativa, visto che è costretto ad assentarsi dal cantiere edile in cui lavora. Durante quella notte, durante quei 90 minuti, l’intera vita di Ivan Locke viene messa in discussione, tutte le sue certezze e le sue sicurezze crollano con una manciata di telefonate che lo gettano letteralmente nel baratro.
L’idea per Locke viene al regista e sceneggiatore Steven Knight mentre girava il suo film precedente, il thriller/action con Jason Statham Redemption – Identità nascoste, quando si trovò ad effettuare delle riprese nell’abitacolo di un’automobile con una macchina da presa digitale, la Alexa. Da quel momento Knight pensò che sarebbe stato affascinante ambientare un intero film all’interno di un’automobile e da quella suggestione a Locke il passo è stato breve.
Presentato con un certo clamore di critica alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 2013, Locke ha l’unica location nell’automobile del protagonista e l’unico attore in scena Tom Hardy. Dato l’estremo minimalismo della messa in scena, viene da pensare a un altro piccolo film che concettualmente si basava sugli stessi principi, quel Buried – Sepolto che nel 2010 ha fatto conoscere il talento di Rodrigo Còrtes. Ma se in Buried la riduzione di cast e location serviva per alimentare il mistero che gravava attorno alla vicenda, in Locke questo serve a creare un mondo e lasciare che lo spettatore gli dia corpo. Vediamo in scena solo Tom Hardy, un magnifico Tom Hardy che qui conferma – se qualcuno non l’avesse ancora capito – che attore gigantesco sia, capace di reggere un intero film solo sul volto smunto dal raffreddore e dalle preoccupazioni, eppure dall’incredibile capacità di avere il controllo emotivo della situazione. Però sentiamo dall’altro capo del telefono tante voci, ognuna delle quali è una differente storia: c’è la sua amante che sta partorendo, con la partecipazione vocale della suora e del dottore della clinica privata in cui è ricoverata che lo contattano per aggiornarlo della situazione; c’è sua moglie Katrina, distrutta dalla rivelazione del marito fedifrago, e i suoi due figli che passano dall’euforia di una serata di sport in tv alla consapevolezza che qualche cosa tra i genitori è andata storta; poi c’è il suo assistente Donel, che un po’ sbronzo ha il compito di risolvere un’importante situazione lavorativa, e il suo superiore che non ha accettato l’assenteismo “ingiustificato” di Ivan Locke. Insomma, tante storie diverse che si intrecciano in quell’ora e mezza e hanno come comune denominatore Locke, uomo dalla ferrea morale intenzionato ad espiare i suoi peccati in una notte, durante la quale capisce che “la differenza tra mai e una volta sola è come la differenza tra il bene e il male”.
Ivan Locke e le decisioni importanti
Steven Knight, che prima di essere un regista è un ottimo sceneggiatore con all’attivo Piccoli affari sporchi e La promessa dell’assassino, costruisce uno script interamente basato sui dialoghi, un botta e risposta continuo che ha un’ampiezza di respiro tale da riuscire a rendere perfettamente tangibili allo spettatore i personaggi del racconto che non compaiono mai visivamente sullo schermo. Durante il tragitto di Locke riusciamo ad entrare in empatia perfetta non solo con il protagonista che vediamo, ma anche con sua moglie Katrina e con il suo collega Donal, soffriamo e ridiamo con tutti loro. E se ciò accade è solo perché il film funziona nel suo voler essere un esperimento votato alla sottrazione ma perfettamente capace di catturare l’attenzione e rendere partecipi nella vicenda.
Locke è il classico film che concettualmente può trovarsi in precario equilibrio su una lama di rasoio, ma grazie a un’ottima sceneggiatura, un attore perfetto e un gran senso del ritmo narrativo, esce con successo mostrandosi clamorosamente un grande film.
Roberto Giacomelli, da “darksidecinema.it”

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