Lei (Her)

her

“Her” in italiano si intitola “Lei”. Sarebbe perfetta come traduzione, fosse “lei” solamente complemento oggetto. Ma in italiano “lei” è ormai anche soggetto. Così, la percezione della parola secondo la dizione comune falsa la sottile allusione contenuta nel titolo originale. “Her”, infatti, in luogo di “she”, è indizio preciso: implica una relazione. Lei, “her”, è destinataria di qualcosa. Di curiosità; di desiderio. Di amore. Il soggetto è Theodore.
Theodore – soggetto introverso e mite – per lavoro scrive lettere private per conto terzi. Una professione curiosa, ma verosimile nella nostra era digitale (chi non si è mai ritrovato a mandare cartoline d’auguri da siti dedicati? O a cercare, sul web, frasi adatte a specifiche circostanze?), che Theodore esegue con bravura, spesso con passione. Theodore è divorziato, vive solo, e pensa costantemente alla sua ex. Quando arriva sul mercato una nuovo sistema operativo personalizzabile, dotato di un’evoluta intelligenza artificiale, comincia a sviluppare con la propria versione di questo sistema (Samantha) una relazione che diverrà complicata: parecchio complicata, e dagli sviluppi imprevedibili.
Alla sua prima pellicola interamente sceneggiata in proprio, Jonze ha realizzato il suo film più bello. Curiosamente, vi è giunto bandendo la sperimentazione visiva e narrativa delle sue opere precedenti, ma realizzando un film drammaturgicamente lineare, di stampo classico, affidato a un elemento di forte originalità: l’assenza fisica della protagonista femminile, che dà il titolo al film. Tra l’altro, per la splendida interpretazione vocale di Samantha, Scarlett Johansson ha persino vinto il premio come miglior attrice al festival di Roma 2013 (ci auguriamo che il doppiaggio di Micaela Ramazzotti, non male stando al trailer, possa rivelarsi adeguato).
Si sente bene, ad ogni modo, che Jonze in passato ha collaborato con Charlie Kaufman (sceneggiatore di “Essere John Malkovich”, 1999, e di “Adaptation – il ladro di orchidee”, 2002). Il soggetto di “Her” ha più di un debito con l’universo poetico del geniale Kaufman.
Kaufman, poi, è anche lo sceneggiatore di quel capolavoro del 2003 che era “Eternal sunshine of the spotless mind”, diretto da Michel Gondry: una pellicola, oggi di culto, alla quale “Her” sarà senz’altro raffrontata, diventando, azzardiamo, oggetto di culto analogo. Molte infatti le affinità, le suggestioni comuni alle due pellicole, che si confrontano entrambe – sia pur con modalità narrative diverse – con il tema della rimozione e della persistenza della memoria emotiva, e della tentazione di sottrarsi al confronto con un partner, in un’era, quella del cosiddetto web 2.0, in cui l’individuo si sente più solitario pur in presenza di una foltissima compagnia di “amici” virtuali. Un’era nella quale, inoltre, la convergenza uomo-macchina inizia a presentare risvolti insoliti, come profetizza Cronenberg a modo suo già da qualche decennio.
Per quanto concerne in particolare la tendenza all’introversione, alla virtualizzazione solipsistica delle relazioni umane (anzitutto sentimentali), un altro film recente che dialoga intimamente con “Her” è quel gioiello di “Ruby sparks” (2012), la seconda prova registica della coppia Dayton-Faris (quelli di “Little miss sunshine”, 2006).
Il desiderio primario di Theodore – lo stesso dei protagonisti di “Essere John Malkovich”, di “Il ladro di orchidee”, e anche del bambino di “Nel paese delle creature selvagge” – è quello di essere amato, sentirsi importante per qualcun altro. Risponde al semplicissimo bisogno di sentirsi più vivo, e più felice, di quanto non si sia da soli.
“Her” si svolge in una Los Angeles che con piccolissimi aggiustamenti è resa futuribile, appena di poco. Gli ambienti, nel film, sono tutti asettici e ordinati; coloratissimi eppure freddi. Una realtà divenuta confortevolmente spersonalizzante. Familiare eppure aliena. In questo contesto urbano che imprigiona solitudini, di Theodore avvertiamo, sin da subito, la repressa insofferenza e frustrazione, cui proprio il suo paradossale lavoro fornisce una ancor più paradossale via di fuga. Il suo intimo bisogno di fuggire, dalla realtà, è smarrito in un cortocircuito di solitudine dal quale lo scriver lettere per gli altri, immaginando e vivendo sentimenti non suoi, non lo aiuta a uscire.
A interpretare Theodore, il protagonista assoluto della pellicola è Joaquin Phoenix, di una bravura mostruosa in un ruolo nel quale ha dismesso il suo fascino esteriore – con un esercizio di trasformismo non troppo lontano da quello cui si è sottoposto fisicamente per “The master” di P.T. Anderson (2012). La riuscita del film passa attraverso la capacità di Phoenix di recitare ascoltando. Nelle conversazioni con Samantha, Theodore infatti è l’unico a essere inquadrato. I rischi impliciti nell’annullamento del campo/controcampo che in tal modo il film richiede, sono stati brillantemente superati, da Jonze, grazie alle eccezionali capacità mimetico-espressive del volto di Phoenix.
Veniamo a ciò che fa di “Her” un grande film. Non è l’ennesima pellicola, ultima venuta, che stigmatizza negativamente i rischi che la realtà virtuale inaridisca ulteriormente i rapporti umani. Se così fosse, sarebbe semplicemente un film noioso: moraleggiante, e soprattutto fuori tempo massimo. Jonze non fa la morale al progresso tecnologico. Tutt’altro. E’ convinto (e pensiamo abbia ragione) che, più di tanto, i rapporti umani non possano inaridirsi: in quanto immortale è il nostro bisogno di contatto e amore. Talmente universale, anzi, da contagiare persino le macchine, che diventano capaci pure loro, come Samantha, di soffrire per amore.
Jonze mostra non solo confidenza, ma anche di essere affascinato, dalle possibili implicazioni della convergenza digitale-esistenziale prossima ventura. Ma intanto parla di noi come siamo qui e ora, e sempre: universalmente alle prese con il bisogno di gettare un ponte tra la nostra solitudine e qualcuno da amare e da cui essere amati. Alle prese pure, come sempre, con la vertigine che quel ponte, privo com’è di appigli e parapetti, genera una volta che lo si prova a percorrere. Lì su quel ponte, il bisogno dell’altro si scontra con la paura della destabilizzazione, con la perdita delle sicurezze che ci sono garantite dalla nostra solitudine.
Tutto ciò, se universale, si declina oggi – tra realtà virtuali, web 2.0 e confidenza feticistica con strumenti digitali sempre più smart – in forme nuove e inusitate. Un film come “Her” non è altro che un’allegoria di questi mutamenti esteriori. Jonze non stigmatizza qualcosa che è ovvio e tutti sanno (la digitalizzazione delle comunicazioni amplifica la solitudine, e blandisce le forme di conforto garantite dallo star soli). Ma “Her” non è mai un film pessimista, è sempre pervaso da un filo di luce. Anche nei momenti più malinconici, il ripiegamento solipsistico non si converte mai in disperazione. Rimane sempre potente l’aspirazione a instaurare un contatto più profondo con l’altro-da-sé.
E Jonze comunica questa basilare positività mettendo proprio noi spettatori per primi in condizione di provare, se non proprio affetto, un’intima empatia con Theodore – che pure reale non è (eppure esiste) per noi spettatori. Esattamente come non è reale Samantha (eppure esiste) per Theodore…
“Her” – film estremamente ricco di sfumature emotive, malinconico e divertente, coinvolgente e a tratti commovente – è un esperimento cinematografico straordinariamente riuscito. Avviluppa lo spettatore, ne cattura il cervello, lo proietta dentro Theodore come fosse, Theodore, lo spazio interiore del John Malkovich del celebre film del 1999. “Essere Theodore”. Ci troviamo intrappolati dentro di lui, come Samantha è a sua volta intrappolata dentro un sistema operativo eppure aspira, prima che a una fisicità, a una dimensione propria di libertà. In fondo, cosa si nasconde dietro la disumana pletora di relazioni amorose stabilite dai sistemi operativi come Samantha, se non un disperato, incontrollato bisogno di entrare in contatto (declinato secondo le possibilità consentite dalla propria natura digitale)?
Stefano Santoli, da “filmscoop.it”

Confuso come il cuore
Superba la capacità di Joaquin Phoenix di scomparire nel suo personaggio, esprimendo una gamma di sentimenti così vasta con una recitazione misurata e naturale.
Che Joaquin Phoenix sia uno degli interpreti più talentuosi della sua generazione ce lo dimostra (se ancora ce ne fosse bisogno) il geniale Her, presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma. L’incontro tra l’attore, ostico e selvaggio, e l’altrettanto schivo Spike Jonze ha prodotto una magia. Finora Joaquin Phoenix aveva mostrato il suo talento immersivo con figure estreme e borderline, pericolosamente vicine all’immagine pubblica che l’attore ama offrire di sé, tanto da instillare il dubbio nello spettatore. Stavolta Jonze gli cuce addosso un personaggio completamente diverso, dolce, mite e confuso. Thedodore è un uomo solo che tenta maldestramente di curare il suo cuore infranto tuffandosi a capofitto nell’universo virtuale da cui è circondato. Con un matrimonio finito alle spalle, tante questioni irrisolte e un’evidente difficoltà a relazionarsi con l’altro sesso, l’uomo, il cui lavoro consiste nel scrivere lettere personali per conto dei clienti, decide di acquistare un sistema operativo di ultima generazione dotato di coscienza con cui, ben presto, intreccerà una vera e propria relazione sentimentale.
Il mondo di Her non si muove, come accade a molte pellicole che ambiscono a fornire una visione globale della nostra esistenza scandagliando l’interiorità di un personaggio, su binari paralleli. Spike Jonze è talmente abile da creare un amalgama perfetto in cui si fondono le relazioni sentimentali presenti e passate di Theodore, gli amici, il lavoro e il rapporto ossessivo con la tecnologia. Ogni minimo dettaglio, anche il più apparentemente insignificante, è il tassello di un incredibile puzzle. La sensibilità del regista lo guida nella costruzione di una trama sottilissima in cui, passo dopo passo, si assiste alla manifestazione della complessità dell’animo umano. Her riesce ad essere al tempo stesso incredibilmente profondo e divertente, emozionante e malinconico, il tutto grazie a un tocco registico lieve e sorprendente che cattura lo spettatore fin dalla prima, bellissima, immagine. Il primo piano di Joaquin Phoenix intento a dettare, sguardo fisso sullo spettatore, una delle struggenti lettere che è pagato per scrivere ci prende per mano e ci porta alla scoperta dei tormenti del cuore in una Los Angeles futuristica dai colori pastello i cui abitanti vivono in simbiosi con smartphone, auticolari e videogame virtuali.
La notizia del legame di Theodore con Samantha, nuovo sistema operativo talmente avanzato da essere in grado di evolversi emotivamente sintentizzando i profili psicologici degli esseri umani, non viene accolta con troppo stupore dagli amici di Theodore, soprattutto dal pragmatico Chris Pratt. Lo stesso protagonista, incapace di venire a patti con i propri desideri e sentimenti, vive d’altronde un’estenza altrettanto virtuale scrivendo lettere per altre persone da cui filtra il proprio subbuglio interiore. Ben presto la natura virtuale di Samantha diviene l’ultimo dei problemi in una relazione che passa attraverso le stesse fasi di qualsiasi altro legame di coppia. La genialità del regista sta proprio in questa capacità di riflettere sulla volubilità della natura umana utilizzando una situazione limite e inventandosi trovate che concretizzino visivamente la relazione. Tra le sequenze che resteranno impresse a lungo nella nostra mente si segnalano le struggenti passeggiate di Theodore, che decide di far conoscere a Samantha il mondo per la prima volta filtrando la visione della città, della spiaggia e della montagna attraverso la webcam dello smartphone.
Fulcro di Her, Joaquin Phoenix è presente in ogni singola scena. I suoi dubbi, i suoi tormenti, il suo candore e il bagaglio di rimpianti che si porta appresso lo rendono una figura eccezionalmente empatica. Superba la capacità dell’attore di ‘scomparire’ nel personaggio, esprimendo una gamma di sentimenti così vasta con una recitazione misurata e naturale. Un plauso va anche a Scarlett Johansson capace di generare illusione della presenza fisica della sua Samantha con il solo uso della voce. Samantha è la donna perfetta, amica, confidente e amante al tempo stesso. Sempre presente, ma mai invasiva. L’assenza carnale, la mancanza di contatto fisico, viene rapidamente superata dalla capacità della fantasia di amplificare il piacere e i pochi tentativi di intrecciare una vera relazione sessuale (con il surrogato rintracciato da Samantha, ma anche con Olivia Wilde, esigente ‘blind date’ di Theodore) finiscono in un nulla di fatto. Nel futuro ecosostenibile di Spike Jonze, il sesso è possibile solo se virtuale e l’evoluzione, intesa nel senso di crescita interiore, spesso porta gli innamorati a dividersi. Dopotutto il domani non sembra poi così roseo.
Valentina D’Amico, da “movieplayer.it”

Theodore è impiegato di una compagnia che attraverso internet scrive lettere personali per conto di altri, un lavoro grottesco che esegue con grande abilità e a tratti con passione. Da quando si è lasciato con la ragazza che aveva sposato però non riesce a rifarsi una vita, pensa sempre a lei e si rifiuta di firmare le carte del divorzio. Quando una nuova generazione di sistemi operativi, animati da un’intelligenza artificiale sorprendentemente “umana”, arriva sul mercato, Theodore comincia a sviluppare con essa, che si chiama Samantha, una relazione complessa oltre ogni immaginazione.
A Spike Jonze interessano le più banali e comuni tra le sensazioni umane ma per arrivare a dar voce e corpo in maniera personale e addirittura “nuova” ai più antichi tra i temi trattati dall’arte (e dunque dal cinema) necessita sempre di passare per un elemento fantastico, l’inserimento di una sola implausibile stranezza per attivare meccanismi e percorsi nuovi.
In passato lo ha fatto con lo sceneggiatore Charlie Kaufman (che di questo è stato maestro) ora ci è arrivato con un film scritto autonomamente (e si nota un po’ di fatica della sceneggiatura nel giungere alla conclusione), un’opera che attinge ai temi della fantascienza classica e li trasforma da obiettivo del film a suo mezzo. Il rapporto con le macchine non come spunto di riflessione ma come strumento per parlare d’altro.
Con il lusso di poter usare l’attrice più attraente del momento solo in audio, senza mai farla vedere (l’intelligenza artificiale parla per bocca di Scarlett Johansson), facendo in modo che sia il cervello dello spettatore a sollecitare il rinforzo positivo legato a quella voce, e appoggiandosi alla capacità superiore alla media di Joaquin Phoenix di “ascoltare”, cioè di essere l’unico inquadrato in ogni conversazione significativa, volto emittente e ricevente di tutte le battute, Spike Jonze riesce a girare una storia d’amore al singolare, senza puntare il dito contro la tecnologia. Anzi.
Attraverso la sua versione estrema della società in cui viviamo (sembra ambientato 10 anni da oggi) Her supera la dicotomia classica della fantascienza tra spirito e materia, ovvero la lotta che in ogni uomo l’umanità compie per emergere e trionfare sul dominio imposto con o dalla tecnologia. Rifiutandosi di mettere in scena il rapporto che avevamo fino a qualche decennio fa con l’avanzamento tecnologico, Jonze arriva invece dalle parti di Wall-E, cioè in quel reame di storie in cui la lotta dello spirito per emergere è aiutata dalla tecnologia e non ostacolata. Non cosa la tecnologia rischi di farci ma chi siamo noi mentre ci guardiamo nel suo specchio.
Ridotto ai minimi termini infatti Her mette in scena il lungo processo attraverso il quale viene elaborata la fine di un amore: venire a patti con l’esigenza di andare avanti, lasciare il passato dietro di sè e voltare pagina attraverso esperienze estreme e grottesche. Questo modo di procedere consente al regista di piegare i generi, fondendo fantascienza e melodramma (ma non c’è dubbio che sia il secondo a prevalere) e dipingendo uno stile di vita e un universo animato dalla più evidente contingenza con il tempo presente. Non c’è un briciolo di fobia nella sua visione ma anzi l’amichevole presa in giro da parte di chi con le novità del presente ha un rapporto di confidenza.
Il risultato è che vedendo Her si ha l’impressione che solo in questa maniera sia possibile operare quell’indagine sull’attualità, tipica delle forme d’arte non ancora morte, quella che consente di scovare quali siano le pieghe in cui poter trovare il sentimentalismo oggi.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Cosa è l’amore? Come si definisce una relazione? Cosa differenzia un sano rapporto interpersonale da una ossessione? E soprattutto come reagisce l’animo umano a tutti gli input che tartassano costantemente la sua emotività? Sembrano essere queste, e tante altre, le domande che il regista Spike Jonze si pone per tutta la durata di Her, film brillante presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma che mostra un nuovo modo di trattare il genere sentimentale, senza scadere negli scontati passaggi melensi per farsi strada nell’animo dello spettatore. È ambientato in un futuro non troppo lontano e si costruisce apparentemente attorno a una situazione al di fuori della nostra quotidianità, eppure Her riesce a raccontare una storia che riesce a toccarci tutti profondamente. Puoi negarlo, se vuoi, ma ci sono almeno un paio di momenti in cui riconoscersi nel protagonista e in quello che sta provando, diviene inevitabile. È difficile raccontarvi Her, ma ci proveremo, quel tanto che basta per incuriosirvi e per andare al cinema a vederlo.
In cerca di qualcuno
Theodore (Joaquin Phoenix) è un uomo sensibile, profondo e complesso che si guadagna da vivere scrivendo delle commoventi lettere a nome di altri. Il suo innato intuito lo porta a conoscere le persone molto in fretta, a capirle prima di chiunque altro e a comunicare con loro attraverso poche parole, puntuali ma efficaci. E allora come mai, a quasi un anno dalla separazione da sua moglie, Theodore non riesce a rifarsi una vita? Attratto da una convincente pubblicità, decide di portarsi a casa OS1, un innovativo sistema operativo che promette di essere, a tutti gli effetti, un’entità unica e intuitiva. Entra così a far parte della sua vita Samantha, una brillante voce femminile che fin da subito si dimostra perspicace, sensibile e sorprendentemente spiritosa. Il rapporto tra i due si trasforma presto in qualcosa di importante e Samantha inizia a evolversi man mano che si interfaccia con Theodore, sviluppando una coscienza sempre più complessa, fondamentalmente umana. Il loro rapporto diviene fondamentale per l’esistenza di entrambi, ma cambiare alla stessa velocità è difficile, che si tratti di esseri umani o di evoluti sistemi operativi.
Che cosa è l’amore?
Alla fine del film Spike Jonze non è ancora capace di rispondere alla domanda inziale su cosa definisce una relazione e forse è proprio questo il bello di Lei: uno sguardo completamente privo di giudizi, introspettivo senza scadere nel melodrammatico, profondo pur rimanendo ironico e completamente contemporaneo. Il regista gioca con quello che, ormai, è un dato di fatto: la tecnologia è parte integrante dei nostri rapporti sociali e comunicativi, ci intrattiene modificando le nostre abitudini, ci cambia rendendoci culturalmente diversi dal passato. Inutile rinnegarla, schierarci contro o essere convinti di non esserne dipendenti, soprattutto perché, come ha dichiarato il regista stesso, anche una penna è una innovazione tecnologica di cui, ormai, non riusciamo a fare a meno.
E ovviamente tutto ciò ha una sua ripercussione anche sulle relazioni sentimentali: quanti sono quelli che si innamorano online, intrattengono rapporti a distanza e, anzi, trovano molto più complicato interfacciarsi con le persone fisicamente? Prendiamo uno di loro, Theodore, divenuto così dopo una enorme delusione amorosa che lo ha lasciato sfiduciato, distrutto, disilluso… e nonostante ciò deve continuare a credere e a esprimere l’amore per lavoro. “Come molte persone, agogna un legame profondo e l’amore, ma forse al tempo stesso ne ha anche paura”. Non stupisce che ritrovi se stesso e la sua serenità in un sistema operativo, in questa esistenza virtuale che si evolve basandosi sulle esperienze che acquisisce giorno dopo giorno. Quello della tecnologia, però, per Jonze è solo un pretesto per guardare in modo anticonvenzionale alla natura dell’amore e ci riesce perfettamente. Ci si sente inglobati dentro le vicende di Lei, improvvisamente proiettati nell’emotività di un protagonista atipico eppure relazionabile a ognuno di noi. Ci si tormenta e si ride, ci si commuove e si riflette… e lo si fa in modo intelligente, sentendosi costantemente accompagnati in questo viaggio solitario (contraddizione necessaria) alla riscoperta di se stessi.
Ci si lamenta sempre che, quando si parla di sentimenti, ormai il cinema vada sempre a toccare gli stessi tasti e a raccontarli secondo i soliti cliché. Her invece finalmente cerca di raccontarci la solita storia in modo diverso, senza diventare per questo esagerato, irreale o sopra le righe e, anzi, toccando le corde più umane dello spettatore. Una regia impeccabile che si arricchisce grazie a una colonna sonora ben strutturata, una fotografia dall’impatto emotivo e le interpretazioni strepitose di Joaquin Phoenix e di Scarlett Johansson, che riesce a emozionare con la sua sola splendida voce.
VOTOGLOBALE8
Antonella Murolo, da “everyeye.it”

Theodore Twombly lavora in uno studio che confeziona lettere scritte a mano, per clienti che non hanno più tempo per farlo da soli. Padri che scrivono ai figli, amici che si scambiano gli auguri, amanti che non possono fare a meno l’uno dell’altra: nell’era della tecnologia, il valore di un testo scritto a mano da qualcuno è ancora altissimo.
Siamo nella Los Angeles del futuro, Theodore è sul punto di divorziare dalla moglie Catherine, l’amore della sua vita: sono cresciuti assieme, sono stati vicini e complici per moltissimi anni, ma ora tutto è finito.
Sempre più solo, in un mondo di tecnologica solitudine, Theodore decide di installare sul proprio computer e sul proprio smartphone un nuovo sistema operativo, dotato di un’intelligenza artificiale.
La sua voce si chiama Samantha e promette di evolversi e crescere assieme a lui, maturando non solo attraverso la conoscenza dei testi e degli ipertesti digitalizzati, ma anche attraverso l’esperienza con Thodore.
Lo scrittore ha finalmente qualcuno con cui parlare, con cui confrontarsi, con cui condividere entusiasmi e delusioni.
E così, mentre il confronto con il mondo esterno si rivelerà fallimentare – un blind date finito male, l’incontro con l’amica di sempre, Amy, sposata ad un uomo che non la comprende davvero, quindi quello con la moglie, Catherine, per firmare i documenti del divorzio – quello con il sistema operativo comincerà ad occupare uno spazio del tutto inconsueto.
Theodore e Samantha si comportano da innamorati, in una relazione non solo platonica. L’assenza della fisicità è un limite che il computer cerca di risolvere in un modo buffo e impossibile, ma i due amanti finiscono per superarlo.
Almeno sino a quando la continua evoluzione di Samantha, la cui intelligenza non ha limiti spaziali o cronologici, mette in crisi la sua relazione con Theodore.
Spike Jonze dirige il suo quarto film e per la prima volta ne è anche l’autore, emancipandosi dalle intelligenze artificiali di Charlie Kauffman e di Dave Eggers, che avevano scritto Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Nel paese delle creature selvagge.
La sua voce risuona ora ancora più limpida e originale: Her è un piccolo capolavoro, malinconico e crepuscolare, capace di raccontarci non solo la deriva della nostra solitudine tecnologica, ma anche un’inconsueta e fragile storia d’amore e amicizia.
Jonze non sembra interessato ad un discorso puramente sociologico o antropologico. Non usa neppure un registro satirico, ma si spinge oltre, raccontando l’eccezionalità dell’amore, indifferente ai corpi, alle regole, alle abitudini sociali.
In una Los Angeles, mai così calda e affascinante, illuminata con colori pastello dalla fotografia di Hoyte Von Hoytema, l’umanità è ridotta ai minimi termini. Nelle strade o nei metrò ciascuno parla apparentemente da solo, in realtà rispondendo al proprio sistema operativo, che gli legge i messaggi, gli racconta le notizie.
Non sembra più esserci spazio per le relazioni sentimentali, eppure non è così: anzi queste assumono un ruolo ancor più determinante. E nessuno sembra scandalizzarsi o sorprendersi quando Theodore afferma di essere innamorato del suo sistema operativo, perchè non ci accontentiamo più dei nostri simili.
L’idea che si possa amare qualcuno che appare sempre disponibile, spiritoso, complice, affettuoso è destinata a rimanere un’illusione, perchè l’evoluzione di Samantha la spinge a diventare prima umana – troppo umana – e quindi ancora più in là, in una ricerca che non ha mai fine. L’ansia dell’uomo moderno la contagia inesorabilmente.
Joaquin Phoenix è il cuore di Her. Il suo volto è indagato senza sosta dalla macchina da presa mentre è costretto ad interagire solo con una voce. La sua è un’interpretazione titanica, di gran lunga la migliore dell’anno, per ricchezza espressiva e adesione al ruolo. Sul suo viso si materializzano l’ansia e il dolore, l’abbandono e la speranza, l’illusione e la gelosia, senza alcun trucco, senza alcuna forzatura.
Ogni suo film è una sorpresa, la sua bravura è apparentemente senza limiti. Attraverso di lui, Jonze ci porta a credere per un attimo che l’umanità si possa riconquistare anche attraverso la tecnologia.
Bravissima anche Scarlett Johansson, che presta la sua particolarissima voce a Samantha e ci regala, paradossalmente, la sua interpretazione più convincente. Sempre perfetta Amy Adams, in un altro ruolo di secondo piano, che acquista spessore grazie alla sua semplicità ed al suo trasformismo.
Jonze non descrive un mondo di fantascienza, ma mette in scena dinamiche comuni a molte storie d’amore: ed è per questo che il suo film non rimane un esperimento surreale da guardare ammirati, ma riesce invece a coinvolgere profondamente, ad emozionare.
Alla fine quello che resta, quando tutto è perduto ed anche l’amore ci ha deluso, è l’amicizia con qualcuno che ci conforti, ci resti accanto, anche in cima ad un grattacielo in una metropoli senza confini.
Sono gli ultimi bagliori di umanità, in un crepuscolo che non smette di commuoverci.
Marco Albanese, da “stanzedicinema.com”

Tra i corridoi affollati dell’Auditorium di Roma, in cui è stato presentato in concorso all’ottava edizione del Festival Internazionale del Film, non si parla d’altro: “Her” di Spike Jonze (“Essere John Malkovich”, “Nel paese delle creature selvagge”) è una delle migliori pellicole di questa edizione, nonché uno dei migliori film dell’anno. Dopo aver trattato il tema della coesistenza di uomini e robot nel corto “I’m Here”, presentato al Sundance Film Festival nel 2010, Jonze torna con una storia ambientata in un futuro non troppo lontano, dove il tenero e un po’ insicuro Theodore Twombly (interpretato da un magnifico Joaquin Phoenix), si guadagna da vivere scrivendo lettere personali e toccanti per conto di altre persone, in una città dove la tecnologia funziona ormai solo attraverso dita e comandi vocali. Theodore è da poco uscito da una lunga relazione con l’ex-fidanzata Catherine (Rooney Mara), che sta per concludersi con un divorzio, e vive ormai da solo dividendo la sua vita tra lavoro, qualche chiacchiera con gli amici e partite ai videogames. Un giorno, l’uomo decide di acquistare un sistema operativo, chiamato OS, che promette di essere a tutti gli effetti un’entità unica e intuitiva, in grado di capire tutte le esigenze del suo possessore. Appena avviato l’OS, Theodore fa la conoscenza di “Samantha”, una brillante voce femminile (quella sensualissima di Scarlett Johansson nella versione originale) che dimostra di essere perspicace, sensibile e sorprendentemente spiritosa. Tra i due s’instaura presto un rapporto particolare, e man mano che le esigenze e i desideri dei due crescono con il passare del tempo, la loro amicizia matura fino a diventare un vero e proprio amore corrisposto. In un’epoca in cui il processo tecnologico ha generato un vero e proprio autismo relazionale a causa del quale ogni individuo riserva più tempo ad alienarsi dal mondo dietro schermi di computer e dispositivi mobili piuttosto che dedicarsi a vere relazioni umane, Jonze confeziona un film praticamente perfetto, toccante, geniale, mai eccessivo né melenso, un film che va ben oltre il rapporto tra l’uomo e la tecnologia. “Her” parla dell’amore e della vita, della scoperta di sé e dei propri desideri, della solitudine, dell’incertezza dell’esistenza. Una solitudine nascosta dietro i sorrisi sommessi del protagonista (in contrasto con le atmosfere calde e accoglienti dei luoghi in cui vive, con le melodie romantiche suonate alla chitarra in sottofondo e con i colori vivaci della fotografia), che scrive lettere d’amore per gli altri ma non trova l’amore per se stesso, che capisce alla perfezione i sentimenti di chi lo circonda senza riuscire a capire i propri. Theodore è solo, eppure trova nella voce di Samantha, nella sua schiettezza, la sua nuova ragione di vita, ma come tutte le storie d’amore, anche quella tra un uomo e un dispositivo elettronico intelligente in grado di evolversi e cambiare nel corso del tempo, rischia di logorarsi. Il film di Jonze allora, tra uno sferzante attacco di ironia e l’altro, diventa riflessione malinconica sulla condizione dell’uomo, alla perenne ricerca di qualcuno che possa completarlo, di qualcuno che con lui possa condividere, crescere, maturare ed evolversi seguendo un progetto che si spera sempre possa essere perfetto ma che, inevitabilmente, non lo sarà mai. Cambiano i tempi, la tecnologia si evolve, eppure l’amore sempre nasce, si espande, travolge, e inevitabilmente si estingue, in un circolo vizioso tracciato in un mondo dalle opportunità praticamente infinite, perché ogni uomo è un essere imperfetto, che rimarrà tale anche quando troverà nell’altro la propria completezza. “Her” è una lezione di cinema per tutti quei cineasti intrappolati nell’inutile retorica visiva fine a se stessa, convinti di parlare al cuore del proprio pubblico, ma in realtà lontani da qualsiasi forma di comunicazione emotiva. Ecco, finalmente, un film che, lontano da ogni forma di banalità, eccessiva laboriosità o logorrea, grazie alla grande sensibilità filmica del suo ideatore, è perfettamente consapevole di cosa raccontare (una storia che parla al cuore del pubblico), con chi raccontarlo (attori perfetti nei loro ruoli e grandi interpreti, anche quando sono solo voci) e in che modo raccontarlo (una sceneggiatura praticamente impeccabile).
David Di Benedetti, da “cinema4stelle.it”

Dato che racconta della storia d’amore vagamente distopica tra un uomo e il suo sistema operativo di ultimissima generazione, una vera e propria intelligenza artificiale sensibile e spiritosa che ha nella versione originale la voce suadente e rocamente sensuale di Scarlett Johansson, Her scatenerà ipotesi e teorie sull’odierno rapporto dell’uomo con le tecnologie digitali e sull’alienazione progressiva che queste sono supposte generare nei suoi utenti. L’uomo chiuso nella macchina e nel virtuale, l’alienazione sociale, e via discorrendo su questioni care al dibattito tra apocalittici e integrati del 2.0.
Spike Jonze, però, da uomo di cinema intelligente qual è, se non manca di costellare il suo film di riferimenti utili all’una e all’altra parte, la questione la scavalla proprio. Un po’ perché francamente sterile, un po’ perché non si tratta di ciò che gli sta a cuore.
Il Theodore Twombly di un bravissimo Joaquin Phoenix (e il cognome del personaggio non appare scelto a caso), è infatti la pedina che nelle mani di Jonze è utile a raccontare questioni tutte umane: questioni sentimentali, caratteriali, evolutive nel senso più ampio del termine.
Theodore, infatti, è reduce dalla fine di un matrimonio causata nell’incapacità della coppia di adattarsi ai caratteri e i mutamenti inevitabili dell’una e dell’altro. E lo stesso vale, più avanti, per la sua amica Amy.
Theodore troverà consolazione in Samantha, il suo Sistema Operativo, dapprima come facile fuga dagli impegni reali (con le loro difficoltà legate al conciliarsi di identità e individualità, all’aprirsi all’altro), poi grazie all’accettazione delle differenze apparentemente abissali che li dividono. E, infine, sarà costretto nuovamente a fare i conti con quello che cambia, che si evolve, che muta: in sé stesso e soprattutto nella sua compagna virtuale; nella loro coppia.
Che a un certo punto, nel film, si citi Alan Watts (filosofo inglese che negli anni Sessanta e Settanta fu celebre per la sua riflessione sullo Zen che contribuì a far diffondere in occidente), e che tutto questo s’intersechi anche con sporadici ragionamenti sulle intelligenze collettive, non è casuale. E, ancora una volta, utile a parlare di donne e uomini, e non delle macchine.
Her è un film che, con una serietà mai pedante, con un’amarezza mai cupa e con spirito sempre irriverente, parla di maturazioni e illuminazioni, di accettazione e di consapevolezza di sé e del mondo. Della difficoltà enorme insita nella ricerca della felicità. Felicità fatta di carne, carta e cemento, ma anche di spirito e intelletto, dall’equilibrio precario e insondabile.
Her parla del fardello del passato, che è una straordinaria ricchezza laddove non diviene una zavorra. Parla dell’ansia per il futuro, e della necessità psicologica e filosofica di vivere e accettare il proprio presente, esistenziale e sociale, per poterne affrontare l’alba senza paura e senza preconcetti. Di una maturazione e di un cambiamento che non hanno, fortunatamente, mai fine.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Al nuovo film di Spike Jonze tocca in partenza un destino piuttosto ingrato, quello di arrivare dopo un capolavoro – forse ancora non del tutto compreso – come Nel paese delle creature selvagge. Se il paragone con l’opera precedente è solitamente un’analisi ingenerosa e non sempre utile per capire un film, stavolta però è piuttosto esplicativa del diverso approccio del cineasta alla materia trattata.
Nel paese delle creature selvagge e Lei sono infatti due lungometraggi diametralmente opposti nel tentativo di raccontare le dinamiche dell’animo umano. Dove nell’altro la vita interiore del giovane protagonista Max veniva messa in scena con una potenza simbolica folgorante quanto oscura, frammentata, volutamente “aperta” ad essere riempita dall’esperienza personale degli spettatori, in questa sua nuova fatica la psicologia del personaggio principale, Theodore, viene minuziosamente raccontata, esposta passo dopo passo nel suo arco narrativo. La storia d’amore tra l’uomo e il sistema operativo che funge da fulcro narrativo è descritta con sorprendente coerenza e verità di sentimenti, ma allo stesso modo con una specificità che non lascia nulla all’immaginazione del pubblico, e questo alla lunga diventa un piccolo limite di Lei. La possibilità di godere del non detto, di riempire dei piccoli spazi vuoti in cui inserire magari anche erroneamente il proprio desiderio inconscio è qualcosa che a questo film di Jonze manca. Sotto questo punto di vista viene alla mente un altro piccolo grande gioiello di commedia intimista quale Lars e una ragazza tutta sua con Ryan Gosling, che trattava un tema per certi versi simile e aveva uno script calibratissimo nel non “raccontare” troppo le emozioni e le mancanze dei personaggi.
Detto questo però Lei rimane in assoluto un’opera pienamente riuscita, sia a livello visivo – grandiosa la confezione che si avvale di una fotografia, delle musiche e dei setting notevolissimi – che soprattutto nella direzione degli attori. Joaquin Phoenix nel ruolo di Theodore oltre che bravissimo è addirittura sorprendente nella gestione dei toni più leggeri e poetici del personaggio. A fargli da perfetto supporto un trio di attrici speculari e totalmente efficaci come Olivia Wilde, Rooney Mara e soprattutto Amy Adams: ricordare i duetti raggelanti tra lei e Phoenix nel recente The Master di Paul Thomas Anderson e ritrovarli affiatatissimi come amici rende benissimo lo spessore delle capacità di entrambi. E poi c’è Scarlett Johansson, o meglio la voce che regala al (non) personaggio di Samantha, che sarebbe meglio poter gustare in lingua originale per non perdere la grandissima prova dell’attrice.
Lei non è dunque il miglior film di Jonze, ma rimane comunque un lungometraggio densissimo, poetico, sincero anche nella sana ambiguità della storia che vuole raccontare, e nel modo in cui sceglie di farlo. A Spike non possiamo che regalare il nostro soddisfatto saluto di bentornato.
Adriano Ercolani, da “film.it”

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