LA GRANDE BELLEZZA



Jep Gambardella è un giornalista di 65 anni che vive a Roma dall’età di 26 anni. Conosce tutto e tutti, ed ogni sera va a dormire quando la gente comune si sveglia, dopo aver frequentato tutte le feste possibili. Di mestiere fa il giornalista, ma anni prima aveva scritto un libro di successo, “L’apparato umano”: da quel romanzo ha un blocco dello scrittore che non se n’è mai andato. Oggi, tra cultura alta e mondanità, ricorda i suoi anni passati nella Roma contemporanea…
Aperto da una citazione di Viaggio al termine della notte di Céline,La Grande Bellezza è l’Italia vista da Paolo Sorrentino: ed è un viaggio lunghissimo, che dura più di 140 minuti – forse non tutti necessari, ma questo ce lo dirà una seconda visione -, incentrato su un personaggio intorno al quale ruotano diversi “satelliti” e che a sua volta è immerso nel cuore di Roma, cuore pulsante dell’opera.
Il viaggio inizia con uno sparo del cannone del Gianicolo: la macchina da presa inizia a volare nel cielo e ad inquadrare statue, persone immobili con in mano quotidiani che urlano a caratteri cubitali l’ultima news su Totti, orde di turisti cinesi che, fotografando il bellissimo panorama della capitale, possono anche morire, ed un coro di ragazze che canta il brano I Lie.
Improvvisamente, un urlo: parte la festa. Ci spostiamo su una terrazza Martini, dove si sta tenendo la festa del 65° compleanno di Jep, interpretato da un Toni Servillo impressionante e che trascina il film. Ci sono nani e ballerine, certo: ma anche suonatori messicani col sombrero, cubiste e uomini arrapati, giovani ed anziani. Tutti ballano prima A far l’amore di Raffaella Carrà nella versione disco contemporanea, poi si danno alla pazza gioia muovendo il fondoschiena sulle note di La colita. Tutto è girato a ritmo di videoclip, ma soprattutto come se Lynch facesse un remake di un film di Fellini.
Dall’altra parte, al di là di un vetro, una donna tatuata si spoglia. Sono i nuovi mostri, parenti ancora più verosimili di quelli delle scene in discoteca di Reality di Garrone (e prima o poi ci faranno un double bill con La Grande Bellezza). “Auguri Jep!”, urla Lorena (Serena Grandi), ex soubrette del piccolo schermo, ma anche “Auguri Roma!”. Perché, in fondo, Jep e Roma sono una cosa sola. Jep è il re della città, lo è da anni: conosce tutti ed è presente ovunque, ad ogni evento, ad ogni festa, ad ogni funerale, ““l’appuntamento mondano per eccellenza”. Jep è l’essenza di Roma: cinica, decadente e disillusa.
Sin da bambino, quando qualcuno gli chiede cos’è la cosa che più gli piace, risponde “L’odore delle case dei vecchi”. Era già predisposto alla sensibilità, Jep, che oggi a 65 anni non ha più tempo da perdere con cose che non vuole fare. “Non volevo solo diventare mondano: volevo essere il re dei mondani. Non volevo partecipare alle feste: volevo avere il potere di farle fallire”. Avere il potere significa poter far tutto quel che si vuole, essere la città stessa: ma come si fa a vivere avendo smarrito da anni “la grande bellezza”?
Paolo Sorrentino fa il film perfetto per l’Italia contemporanea. Tra decine di anni sarà letto come un documento imprescindibile per sapere come eravamo. Molte cose le sappiamo perché le viviamo tutti i giorni (dal trash tv à la matrimonio in diretta della Marini al botulino, passando per la sciacallaggine sulla tragedia del Giglio), ma finalmente qualcuno le butta dentro tutte assieme in un’opera cinematografica e ci ragiona sopra. La Grande Bellezza è un film che ci meritiamo, nel bene e nel male.
Non solo perché ci fa bene rivedere i trenini alle feste (”belli perché non portano da nessuna parte”), i preti che danno consigli su tutto (la cucina!) tranne che sulla spiritualità, o persone il cui scrittore preferito è Proust ex aequo con Ammaniti. Cose che conosciamo troppo bene, sì. Ma ci fa anche bene per la galleria di personaggi che dipinge, in quanto La Grande Bellezza è innanzitutto un film di fantasmi. Fantasmi di ieri e di oggi: l’apparizione di Fanny Ardant, le Principesse dei palazzi, le suore e i bambini.
È anche un film di persone che entrano ed escono, anche loro quasi dei fantasmi: si raccontano un po’, sono tutte disilluse, spariscono o muoiono. C’è Isabella Ferrari, che vive a Milano e trova insopportabili i romani. “Che lavoro fai?”, le domanda Jep: “Io sono ricca”, “Bel lavoro”. C’è Andrea (Luca Marinelli), che è pazzo e fa impazzire a sua volta la madre, che finge dicendo a tutti che il ragazzo sta migliorando. C’è Ramona (Sabrina Ferilli), spogliarellista che lavora nel locale del padre e che spende tutti i soldi per un motivo che tiene nascosto.
C’è anche Romano (Carlo Verdone: il nome del personaggio è perfetto per lui), che ci mette un po’ di tempo a capire che col teatro è assai mediocre, e alla fine forse lo capisce, ma dà la colpa esclusivamente alla città. Come se ci fossero davvero dei fantasmi che si possono impossessare del proprio destino. Jep è certamente un fantasma, che scruta e ogni tanto dà giudizi: come quando demolisce una signora del Partito che si definisce “donna con le palle” e poi frequenta salotti-bene. Roma stessa è un fantasma, in cui ritornano gli spiriti del cinema di Fellini – più Roma che La dolce vita, però – aggiornati ai giorni nostri: come se l’Italia fosse in fondo sempre quella, solo più imbruttita e peggiorata.
“Roma ti fa perdere un sacco di tempo”: sì, in questo caso con il nulla. Gestire bene il nulla è un lavoro a sé. La Grande Bellezza è davvero un film sul nulla, il che è già impresa titanica di per sé. Figurarsi se a farlo è un regista con lo stile strabordante che ha Sorrentino. E infatti la macchina da presa si dà a voli pindarici da mal di testa, c’è tanta musica musica musica, ci sono addirittura echi da The Tree of Life di Malick e giraffe che scompaiono grazie a prestigiatori apparsi dal nulla. Ma lo stile (ri)trova il suo senso dopo il passo falso di This Must Be The Place.
In mezzo troviamo frammenti di passato forse felice o solo immaginato, una seconda madre da cui trovare sicurezza (Dadina, la direttrice nana per cui lavora Jep, amica che “lo fa tornare bambino ogni tanto”, come dovrebbero fare i buoni amici), un miracolo finale, ed un amore fugace che ha dato un senso alla vita: Elisa. Forse è lei la grande bellezza, quella che ha spinto Jep a scrivere. Oggi Jep cerca un’altra grande bellezza, perché ha ritrovato la voglia di scrivere un secondo libro e di ritornare a vivere. Con la consapevolezza che però, forse, è solo tutto un trucco.
Di Gabriele Capolino, da cineblog.it

Spavaldo, altezzoso, smodato. Queste sono alcune delle coordinate di un progetto ambizioso, ergo pericoloso. Un film che, proprio in virtù di tali premesse, lo si accoglie di buon grado. Perché pur rappresentando una sola faccia delle tante, troppe medaglie, si avverte la necessità di un cinema nostrano che torni a tratteggiare non più il volto ma lo spirito di un Paese come il nostro, quello vero. E se in certe sue parti la pellicola di Sorrentino “suona” incompleta, dall’altra si spera che, proprio a tal guisa, questa sia solo la prima di una stagione che vedrà anche altri coraggiosi cineasti cimentarsi nei ludi pittorici svisceranti la «povera Italia».
D’altronde Paolo Sorrentino rientra fra i pochissimi (se non l’unico) in grado di poter aprire le danze, e lo fa letteralmente. Il suo componimento si atteggia ad opera lirica già in apertura, con quell’accattivante Overture rotta solo da un Primo Atto che sembra non finire mai, protraendosi sino alla fine. Conclusione che tarda ad arrivare, sforando di una ventina di minuti forse, quando oramai quel che c’era da acquisire era stato ampiamente acquisito.
Ma cosa è stato detto? Si allude sarcasticamente ad un festival di macchiette che, come rileva Gabriele, «vanno e vengono» senza posa, agiti da una forza esterna che li scuote a proprio piacimento, scagliandoli da una parte all’altra del palcoscenico con una violenza disarmante, come nelle migliori tragedie. E più passa il tempo, meno sono i punti di contatto con quel cinema che tanto ci piace citare; quello condensatosi nel ventennio ‘50-’70, anno più anno meno. In prossimità di un galoppante Neorealismo, i maestri dell’epoca si dicevano più interessati a quel popolino anonimo, le cui miserie furono ascoltate ed in qualche modo lenite da narratori che, senza per forza rinunciare al proprio ego, avevano palesemente a cuore certe istanze.
Ne La grande bellezza questo sfuggente «sconosciuto quotidiano», quest’uomo della folla che tanto accendeva la curiosità di Poe, latita, concedendosi qualche rara e stilizzata apparizione sotto forma di anziano che sorseggia un amaro al bar, di bavoso frequentatore di strip club o di malandrino che incrocia con tono minacciosamente irritante lo sguardo altrui. Potremmo sprecarci in citazioni, ma il tempo dei Pasolini o dei Bolognini se n’è andato, nel bene e nel male (trasformazione su cui mi sono in parte soffermato in un altro articolo). Resta l’odio malcelato per una borghesia che, così descritta, appare francamente intollerabile; rigurgito velatamente ideologico di una corrente che non ha smesso di credere che certi ambienti siano tutt’al più un sintomo, neanche lontanamente la causa. Ma a compensare tali limiti strutturali, ci pensa l’estro di un regista maturo, che sa cosa vuole e come ottenerlo.
Nel contesto a tratti manicheo ricostruito da Sorrentino, più sciolto nelle sentenze che nei quesiti che pone, si scorge comunque la sana voglia di raccontare un sottobosco di loschi ed inquietanti figuri, la cui stilizzazione non è mai abbastanza facile. E se qualcosa cede, il film lo fa perché i suoi contenuti sono effettivamente strabordanti, dovendosi costantemente barcamenare tra opposti inconciliabili. Come la critica alla presunta cultura, o spacciata per tale, che passa essenzialmente attraverso la fragorosa testata di una «vibrante» femmina (il cuicomunismo si è fermato alla chatte) e citazioni colte, tra un Proust e un Céline – personaggi, questi, che con i loro scritti hanno in fondo contribuito a propiziare l’abisso che stiamo vivendo.
All’estero La grande bellezza piace e piacerà perché è così che a loro piace vederci (aspettate che arrivi in America: basta tornare all’esperimento alleniano, apparentemente ingenuo, di To Rome with Love), mentre qui si tenderà a prenderne le distanze, ancora una volta dimentichi, tra le altre cose, di quella massima terapeutica che invita il paziente anzitutto a riconoscere il proprio male: da qui il percorso di guarigione è già a metà strada. In patria sfuggirà o addirittura urterà la provocazione di questa pellicola, il cui reale spessore si potrà constatare solo e soltanto a posteriori; quando, si spera, avremo accettato il pedante ma non meno fascinoso invito di Sorrentino e ci saremo anche noi rimboccati le mani
Di Antonio Maria Abate, da cineblog.it

Una Roma ipnotica, magica, surreale, condita da scorci incredibili e luci praticamente uniche. Una Roma che uccide con la sola propria bellezza. Una Roma che fagocita e conquista, promette ed illude. Una Roma felliniana evolutasi in peggio, tra freak contemporanei e quel vuoto culturale che annebbia l’Italia intera.
Una Roma raccontata con unica maestria dal più grande regista vivente nostrano, ovvero quel Paolo Sorrentino che con La Grande Bellezza ha dato vita ad un titolo che visto tra 30 anni continuerà a dipingere l’Italia di oggi, di questi anni 2000. Un’Italia culturalmente piegata su se’ stessa, vuota, volgare, gonfiata dal botox e da inutili parole che riecheggiano nelle bocche ridondanti dell’alta borghesia capitolina. Annoiata e portata a ‘trascinarsi’, tra party e trenini, che ovviamente non conducono da nessuna parte.
Virtuosistico e stilisticamente strabiliante, lirico ed avvolgente, La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino è la Dolce Vita di oggi.
Esplicito e voluto l’omaggio a Federico Fellini, che intreccia 8 e 1/2, condito dall’immancabile colonna sonora spiazzante, da uno stile registico più unico che raro, visionario, a tratti persino lynchiano, ambiguo, sacro, profano, proustiano e mistico. Sicuramente troppo lungo, La Grande Bellezza dimostra l’assoluta vitalità del cinema italiano, che non potrà e non dovrà uscire a mani vuote dal Festival di Cannes, perché questo Sorrentino non ha nulla da invidiare a nessuno. Trainati da un mastodontico Toni Servillo, passeggiamo quasi sbigottiti nella Roma di oggi, disarmante per quanto ‘brutta’ nei suoi rappresentanti eppure sublime, perché di una bellezza millenaria e tranciante. Il volto quasi tumefatto di una straordinaria Sabrina Ferilli, mai vista in un ruolo tanto importante, esteticamente volgare ma finalmente ‘umana’, e soprattutto mai così brava; il corpo ormai andato di una sorprendente Serena Grandi, coraggiosissima nel rimettersi in gioco attraverso una parte così complicata che potremmo definire a specchio; l’immagine malinconica di un Verdone ‘tradito’ dalla bellezza di Roma, da sempre santa e soprattutto puttana, tra cardinali incapaci di comunicare e suore di clausura che ammiccano con pudore ad aitanti indigeni.
Ne La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino c’è il cinema di un tempo, quello che ancora oggi guardiamo con ammirazione e nostalgia, ma soprattutto la realtà dei nostri giorni, che fa rima con disfacimento culturale, sociale, religioso e politico. Qui perfettamente amalgamato all’interno di un’opera criptica, a tratti quasi incomprensibile, tra Giraffe comparse dal nulla e fenicotteri in volo sul Colosseo, ma di un coraggio e di una bellezza conturbante. Tanto da toglierti il fiato e obbligarti a pensarci. Ancora. Anche 24 ore dopo la sua proiezione. Come sta accadendo al sottoscritto.
Semplicemente grazie.
Grazie Paolo Sorrentino.
Da cineblog.it

Parlare della bellezza di Roma è articolare una clamorosa ovvietà: basta fermarsi a “Roma”. Mostrare la bellezza di Roma è quasi altrettanto semplice: basta dire “guarda”. Celebrare la bellezza e l’unicità di Roma è un altro discorso, anche se significa unirsi ai ranghi di milioni di ammirati e sconvolti pellegrini e di milioni di orgogliosi cittadini, e farlo come ha fatto Paolo Sorrentino, anatomizzando, indagando e facendo sfolgorare questa incredibile città, è un altro discorso ancora.
Sorrentino la esplora attraverso un personaggio che nella sua buffa saggezza ricorda un po’ l’improbabile cacciatore di nazisti Sean Penn di This Must Be the Place: enigmatico, affascinante e malinconico, Jep Gambardella ha scritto un unico romanzo acclamato decenni prima, e poi ha vissuto di rendita, immergendosi con raro zelo e determinazione nella vita dell’alta società capitolina: “Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire.” E allora, anche se non ha più scritto una riga a parte qualche articolo per periodici patinati, Jep è diventato un punto di riferimento intellettuale, un riverito arbiter elegantiarum, un protagonista delle cronache mondane e un mattatore delle sfrenate notti romane.
Ma quando rimane solo, poco prima dell’alba di un agosto senza pioggia, sulla sua scenografica terrazza che affaccia sul Colosseo, Jep si lascia lambire dalle onde del ricordo; un amore perduto chissà come, la grande bellezza tanto desiderata e ricercata fuggita per sempre. Riflette sul vuoto osceno delle persone di cui si circonda, prende in giro un amico che ha qualcosa da dire ma Roma lo seduce e lo mortifica e lo induce alla fuga, e incontra una spogliarellista ignorante e volgarotta e bella e triste che gli regala un po’ di ossigeno, e la perde all’inesausta corruzione che impedisce alla grande bellezza di risplendere.
Il percorso di Jep – ma anche il lucido progetto, l’estro e l’umorismo di Paolo Sorrentino – emerge gradualmente dal caos de La grande bellezza, dalla sua opulenta sfrontatezza, dalla sua frammentaria stravaganza. A unificare e definire, assieme al sottile viaggio emotivo dell’eroe interpretato dal solito immenso Toni Servillo, c’è la personalità ingombrante di Sorrentino, ancora una volta accentratore, prestigiatore e onnipresente intelligenza critica, che tesse un affresco impossibile e ingovernabile, commovente e fulgido. Ma basterebbe anche solo il suo sguardo su Roma a rendere La grande bellezza un film magnifico. Perché chiostri e giardini, monumenti e ruderi, volti disfatti e corpi palestrati, lo squallore e la gloria della Città Eterna sono ipnotici e maestosi come non li abbiamo mai visti attraverso lo sguardo di un regista visionario e senza paura.
Di Alessia Starace, da movieplayer.it

«Je suis l’Empire à la fin de la décadence», recita il più famoso verso di Paul Verlaine. Eppure, il decadentismo celebrato dai poeti maudit nel loro style d’or al languore del sole era ammantato di un fascino, di un’eleganza, di una grandezza sconosciute ai nostri tempi. L’Impero, oggi, è sprofondato in una decadenza priva di qualunque afflato di poesia (perfino nella città che, dall’epoca di Orazio e Catullo, ha ispirato i più grandi poeti della storia); al contrario, tale decadenza si consuma al ritmo assordante di beceri remix da discoteca, fra ville e terrazze gremite da una folla caotica, totalmente inconsapevole (o forse no?) del declino di cui è diventata vittima ed emblema. 
Ed è proprio su una scena di questo tipo, anticipata non dai versi di Verlaine, bensì da una citazione del Voyage au bout de la nuit di Louis-Ferdinand Céline, che si apre il nuovo film di Paolo Sorrentino,La grande bellezza, in concorso al Festival di Cannes 2013. Un titolo antifrastico dietro il quale si manifesta un microcosmo rutilante e allucinato: quello dei party selvaggi della “dolce vita” romana, fra alcool, droga, spogliarelli e musica dance sparata al massimo volume. E nel mezzo di tale campionario di variegata umanità, fra pseudo-intellettuali rampanti, nobili decaduti, escort di lusso, ricchi borghesi annoiati e perfino ecclesiastici, ecco emergere una delle tante figure fino a un attimo prima confuse nella massa: quella di Jep Gambardella, autore di un’unica, grande opera, L’apparato umano, grazie alla quale ha continuato a vivere di rendita pur senza aver mai scritto un secondo libro. Un uomo di 65 anni, serafico e imperturbabile, con lo sguardo annebbiato dal gin tonic e il sorriso lievemente sardonico di chi conosce fin troppo bene l’ambiente di cui fa parte, e che ha il volto del solito, bravissimo Toni Servillo, alla quinta collaborazione con Sorrentino (quattro film per il cinema e uno per la televisione).
Completamente disincantato rispetto all’universo che lo circonda (perfino in occasione della propria festa di compleanno), animato dall’insopprimibile ironia derivante da decenni di frequentazioni mondane e di rapporti con il “bel mondo”, Jep – lui, che all’inizio del film dichiara di amare “l’odore delle case dei vecchi” – si muove con passo morbido e cadenzato fra i salotti, i ristoranti, i locali e le vie della Roma-bene, o meglio della Roma-Babilonia, quasi come un novello Virgilio pronto a prendere per mano lo spettatore e a condurlo in questo “viaggio al termine della notte”. Anche se, a pensarci bene, il Jep di Toni Servillo assomiglia molto di più al cinico reporter impersonato oltre mezzo secolo fa da Marcello Mastroianni ne La dolce vita, che Jep ricalca in almeno un’occasione (quando, una mattina, invita l’amante Ramona a recarsi sulla spiaggia per vedere un “mostro marino”). E non a caso il capolavoro di Federico Fellini (Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1960) costituisce il primario modello di riferimento della pellicola di Sorrentino, quasi una sorta di Dolce vita aggiornata dall’era del boom economico a quella della crisi e del post(?)-berlusconismo. Fellini, del resto, appare immancabilmente come il nume tutelare sotto la cui egida Sorrentino ha realizzato quello che è probabilmente il film più ‘felliniano’ mai diretto da un regista italiano fino ad oggi. Un’influenza, quella di Fellini, che tuttavia non intrappola il regista de Il divo in uno sterile tentativo di imitazione del maestro riminense; al contrario Sorrentino mantiene e affina ulteriormente la sua peculiarissima cifra stilistica, ovvero quel grottesco costantemente in bilico fra il reale e il mostruoso, e ne fa il maggiore punto di forza di un immenso film corale di oltre 140 minuti, eretto su una straordinaria capacità di messa in scena e in grado di gestire una vasta pluralità di personaggi e di sequenze narrative (proprio come accadeva ne La dolce vita, del resto). Ma La grande bellezza è un film felliniano anche in altri sensi: proprio questa sua dimensione intimamente grottesca, sospesa fra i poli opposti del barocco e del repellente, riporta alla mente l’affresco visionario di Roma di Fellini; mentre certi squarci satirici, surreali o addirittura onirici sembrano mutuati da altri capolavori felliniani, come 8½ o Giulietta degli spiriti.
Sorrentino, tuttavia, è ben consapevole dell’epoca che stiamo vivendo, e della sua distanza incolmbabile dalla Roma felliniana. Quelle notti romane erano popolate anche da donne affascinanti, nobilmente altere o gioiosamente sensuali (Anouk Aimée, Anita Ekberg), in grado di stregare come sirene il tombeur de femmes di Mastroianni. Le donne di cui si circonda Jep, al contrario, sono l’ennesimo emblema della decadenza (morale, ma anche fisica): Stefania (Galatea Ranzi), intellettuale radical-chic di cui il protagonista non esita a smascherare la vacuità e l’ipocrisia; Orietta (Isabella Ferrari), che alla soglia dei cinquant’anni non ha nulla di meglio da fare che postare le proprie foto di nudo su facebook; Ramona (Sabrina Ferilli), piacente quarantenne e spogliarellista ormai fuori tempo massimo, incapace di vedere un futuro davanti a sé; e Lorena, ex-soubrette cocainomane, irrimediabilmente devastata nel corpo e nello spirito (e impersonata con sinistri echi autobiografici da Serena Grandi). A rievocare i fasti di un’era passata, di dive del cinema dalla leggiarda eleganza, è unicamente una fuggevole apparizione della diva francese Fanny Ardant, che si materializza agli occhi di Jep nella solitaria notte di Via Veneto, ma solo per quei pochi istanti che bastano per un sussurrato “Bonne nuit”. Questa suprema rappresentazione di volgarità e di squallore, che corrisponde a una deriva etica pressoché incontrollabile, si accompagna però a un umorismo nerissimo, che risiede tanto nell’occhio implacabilmente sarcastico del regista, quanto negli aforismi sferzanti pronunciati da Jep con la disinvoltura di un italico Truman Capote («Flaubert aveva l’ambizione di scrivere un romanzo sul nulla: peccato che non ti abbia conosciuto, avrebbe scritto un grande libro»), nelle battute involontariamente ridicole messe in bocca ad altri personaggi, spesso con malcelata perfidia («Ma dai, Proust è il mio scrittore preferito… anche Ammaniti»), o nella derisione di una pseudo-arte di assoluta inconsistenza (la sedicente artista concettuale che si scaglia nuda contro le mura romane del Parco degli Acquedotti).
E nel bersaglio di Sorrentino, come già in passato (con maggiore scandalo) in quello di Fellini, non poteva non finire poi la casta clericale (d’altra parte, siamo pur sempre a Roma): e così, ecco entrare in scena l’esilarante – e felliniano, questo sì, a 36 carati – carrozzone ecclesiastico che vortica attorno alla “Santa”, leggendaria suora ultra-centenaria pressoché mummificata, la quale ha votato la propria intera esistenza alla povertà e rifiuta di farsi intervistare da Jep – poiché come spiega lei stessa, in un filo di voce, «La povertà non si racconta… si vive». Mentre un sempre strepitoso Roberto Herlitzka strappa l’applauso nell’irresistibile ruolo del Cardinale Bellucci, stimato porporato in odore di Pontificato, il quale però, piuttosto che alle faccende spirituali, sembra ben più interessato all’esibizione delle proprie competenze in materia culinaria.
In questo variopinto caleidoscopio di mondanità sfrenate, di cene ‘prestigiose’ e di fatui riti sociali, ridotti a stanchi simulacri privi di significato, rimane appena un minuscolo spiraglio per qualche raro frammento di autenticità. Un’autenticità identificabile nell’amarezza crepuscolare che di tanto in tanto pervade Jep, seppure per brevi momenti: come quando viene a sapere che il suo unico amico, Romano (Carlo Verdone), giornalista fallito con velleità di drammaturgo, è in procinto di lasciarlo per sempre; o quando, nel corso di un funerale (altro rito sociale basato su una precisa liturgia di comportamenti), si lascia sfuggire qualche furtiva lacrima non programmata, e pertanto forse frutto di un vero dolore. O infine quando, con la nostalgia di un sotterraneo ma incalzantecupio dissolvi, va alla ricerca di un barlume di serenità inseguendo un passato lontanissimo e irrecuperabile, come la memoria di un amore di gioventù interrotto troppo presto e per ragioni che neppure lui riesce più a ricordare. Sulle orme di Federico Fellini, Paolo Sorrentino dipinge uno spietato quanto magistrale affresco della “dolce vita” dei salotti romani, tra superficiali riti mondani e sfrenati party notturni, nel segno di una vacuità morale da cui non sembra esistere via di scampo. Mirabilmente sospeso fra il surreale, il comico e il grottesco e pervaso da un ferocissimo umorismo, il film di Sorrentino segue il protagonista Toni Servillo lungo un itinerario, al contempo fisico e simbolico, attraverso i luoghi-simbolo di una città trasfigurata nell’emblema della moderna decadenza, e lo circonda di un grande cast corale che include Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Isabella Ferrari, Carlo Buccirosso, Galatea Ranzi e, in un breve ma formidabile ruolo, un irresistibile Roberto Herlitzka.
Di Stefano Lo Verme , da everyeye.it

La “grande bellezza” è qualcosa che Paolo Sorrentino ha inseguito da sempre, con il suo cinema complesso e ricercato, sovrabbondante anche laddove lineare e minimalista.
Sembra quasi, allora, che il regista abbia voluto raccontare anche parte di sé stesso nel personaggio di Jep Gambardella, come lui napoletano trapiantato a Roma e come lui alla ricerca di qualcosa di puro pur calato in un contesto decadente, gaudente e a tratti grottesco come quello del cinema italiano.
Forse l’opera più ambiziosa di Sorrentino fino ad oggi, La grande bellezza è un film che vive delle stesse contraddizioni che racconta, di eccessi barocchi e intimità commoventi, momenti di un surrealismo concretissimo come di puro e cristallino godimento estetico essenziale, di una crepuscolarità costante e ininterrotta perfino dalla luce del giorno e momenti di straordinaria lucidità su sé stessi e sul mondo.
Un film opulento per ragionata necessità, ma nel quale il regista trova perfino, niente affatto paradossalmente, lo spazio per calmierare la scalmatezza della sua vorticosa macchina da presa.
Basta grattare appena la superficie per capire che La grande bellezza non è un film su Roma, non è un film sull’Italia, non è un film per il quale tirare necessariamente sempre in ballo Fellini o Scola. Non perché tutti questi riferimenti siano errati, ma perché Sorrentino ha dato al suo film una personalità singolare e autonoma, e soprattutto universale.
Intellettuali di sinistra e nobili decaduti, porporati e galleristi d’arte, direttori di riviste prestigiose e ricchi della più disparata origine sono il mondo in cui si aggira via via più insoddisfatto e malinconico il personaggio di Toni Servillo (dal quale il regista è sempre in grado di distillare il meglio), un uomo che per accidia o timore, narcisisimo o cinismo, superbia o semplice pigrizia, ha lasciato che il vuoto mediocre della chiacchiera e della mondanità, della superfice, anestetizzasse un cuore dolente, e che improvvisamente sente la necessità di cambiare, di ritrovare (nel)la sua vita la bellezza e (quindi) il sentimento.
Sorrentino si tiene lontano da ogni moralismo, non mette in scena il mondo della politica (o dei berlusconismi) perché quello che racconta è comunque politico, e fa del percorso di Jep (e forse anche suo) un discorso etico nel quale tutti noi possiamo e dovremmo rispecchiarci.
Inutile sentirsi superiori alle brutture e al ridicolo di un mondo pervasivo, sfuggire alla sua corruzione nascondendosi altrove o perdendovisi bizantinamente dentro.
Al contrario, serve il coraggio di sentirsi parte di esso, di ammettere le brutture e il ridicolo di tutti noi, i propri vizi e difetti, le sconfitte interiori durate decenni. E da lì ripartire dalle radici, per (ri)raccontare e raccontarsi la verità, il sentimento.
Per ritrovare la grande bellezza dell’uomo e del mondo. Quella nascosta, e chiusa dietro portoni la cui chiave, sapendola trovare, portiamo sempre dentro di noi.
Di Federico Gironi , da comingsoon.it

Dopo la non troppo fortunata avventura internazionale di “This must be the place” Paolo Sorrentino torna in Italia ed ambienta in quel di Roma un film dalla spiccata natura universale nel quale mescola una fauna che lambisce vari strati con quella bellezza a fare da sfondo (il Colosseo sempre lì ad un passo) che non trova nell’opulenza di chi ci vive una correlazione con la sua storia fatta di vette ormai così lontane.
 Jep Gambardella (Toni Servillo) si è fatto un nome grazie al suo unico romanzo “L’apparato umano”, ormai perso nei meandri del tempo, mentre nella Roma di oggi vivacchia impossibilitato di trovare un’ispirazione degna di tal nome.
Si trova sempre nel mezzo della vita mondana, circondato dal frutto tutt’altro che prelibato dei tempi, gli incontri si susseguono, quando il ricordo del primo amore riaffiora smuovendo qualcosa dentro di lui.
 Per il suo ritorno nella terra natia Sorrentino racconta una storia che è un vero e proprio flusso (anche perché in pratica non ha un vero e proprio inizio e nemmeno una fine concreta con in mezzo un percorso in cui di tutto si sormonta), vuoi di immagini (alcune davvero bellissime, come solo i grandi riescono a rendere tali), di incontri casuali o ricercati, ma anche di ricordi (non solo l’amore, ma anche quell’amico che non si vede più da una vita e che improvvisamente si sente il desiderio di rivedere).
Come verso il finale la suora di 104 anni dice a Jep, bisogna sempre ricordarsi dell’importanza delle radici, tanto più oggi quando la realtà sembra offrire così pochi appigli per tirarsi fuori da una bruttura spesso generalizzata e dalla quale pare impossibile elidersi.
Questo è il distillato più tangibile del film che però poi, nella sua ampia durata (più di due ore), vanta una gamma praticamente sterminata di passaggi così diversi tra loro, ma nella maggior parte dei casi (non tutti, anche se va detto che questo è il classico film che andrebbe visto più volte per inquadrarlo appieno) in grado di costruire un mosaico (come quelle foto che riprendono ogni giorno della vita di un individuo e che riempiono intere pareti) tanto ricco quanto variegato.
Tra i frangenti da ricordare mi sembra giusto menzionare l’uscita di scena del personaggio della Ferilli, l’improvviso scatto di Jep di fronte alla sicurezza ingiustificata di una conoscente (un vero e proprio fiume in piena che attendeva da parecchio di uscire dagli argini), la grottesca scena iniziale nella movida (più che altro per dei vezzi d’autore che sanno perfettamente come si gestisce il grottesco), anche se davvero di cose da ricordare ce ne sarebbero parecchie.
Ed alla fine Sorrentino riesce a fornire una sua visione personale coltivando alto e basso, valorizzando attori che in un cinema di questo tipo non ci hanno mai, o quasi, messo piede, scegliendo con attenzione anche quei volti che sullo schermo scorrono per pochi secondi (segno di un lavoro lungo ed accurato).
Insomma “La grande bellezza” sarà un film che dividerà, e di sicuro non è fatto per piacere a scatola chiusa (ma anche per questo si respira un’aria di opera sentita, forse troppo), fuori dal tempo (nonostante riprenda il nostro presente), sicuramente impervio per lunghezza (effettivamente un po’ smodata) ed alcune scelte (sul finale si poteva fare di meglio), ma dotato di quelle caratteristiche che solo un film sentito, e diretto da un autore con gli attributi, possiede.
Di cinerepublic.filmtv.it

La grande bellezza e la tragedia umana, entrambe sedimentate sotto il chiacchiericcio. Questo concetto, semplice e non eccessivamente originale, espresso fin dal trailer con un giro di parole (quello si!) bello e originale, è il senso ultimo di La Grande Bellezza, un film dal senso semplice ma espresso in maniera complessa e audace.
Tutto ciò che c’è di davvero interessante e profondo si trova inevitabilmente sepolto da tutto quanto esiste di superficiale. La cosa si rispecchia sia in Jep Gambardella (ex-scrittore vincitore di premio Bancarella con il suo unico libro 40 anni fa, ora re dei mondani, dedito al massimo del futile e a predicare il disinteresse verso ogni cosa) sia in Roma, città che nasconde luoghi e anfratti incredibili (capaci di uccidere un turista) sotto una vita notturna superficiale e brutta oltre ogni dire.
Per raccontare tutto ciò Paolo Sorrentino procede secondo il proprio modus operandi, ovvero tracciando un profilo umano (come ha fatto in ogni suo film) che illustri un mondo grottesco in cui la tragedia è inevitabilmente comica, e questa volta lo fa rigettando totalmente l’idea di intreccio. Già This must be the place cominciava a negarlo ma usava il viaggio come stratagemma narrativo, qui invece una trama non c’è ma come in La Dolce Vita (film che viene richiamato in molti modi diversi e con differenti tipi di citazioni ma che non costituisce in nessun modo un calco su cui La grande bellezza è formato nè un suo prequel spirituale) la storia si sviluppa per quadri, piccoli eventi e accadimenti nella vita del protagonista dopo che l’aver compiuto 65 anni lo induce a un bilancio personale.
Gambardella è il film, nonostante la presenza di Roma sia fortissima. Contrariamente a La Dolce Vita, il paesaggio ossessivamente mostrato in immagini non solo meravigliose ma significative come poche, non è così influente sul senso generale quanto un contrappunto continuo a quel che dice e che fa Gambardella, una conferma della sua ricerca personale e interiore, la dimostrazione del suo stupore di fronte all’inafferrabile bellezza sepolta.
Dopo un attacco di 30-40 minuti mostruoso per efficacia, potenza visiva, creatività, montaggio e inventiva, La Grande Bellezza si assesta, procede senza troppa fretta e i suoi quadri non sono tutti del medesimo interesse, spesso toccando il pacchiano. Quel che però è indubbio è che a fronte di molti momenti sconfortanti (i cammei illustri, alcune banalità, altre ruffianerie), l’audace obiettivo di mettere in scena la disperazione di un abisso di ozio, menefreghismo e ignavia, adagiati sul quel tipo di “nulla” fatto (anche quello fellinianamente di bellissimo e bruttissimo, giovanissimo e vecchissimo, volgare e raffinato) che si agita nelle notti mondane è centrato, specie quando Sorrentino lo mette in relazione ai ricordi di Jep, in un dialogo tra immagini di oggi e di ieri che commuove.
Molto di tutto questo si regge sugli interpreti inusuali (Verdone e Sabrina Ferilli) ma soprattutto suToni Servillo, più in forma di sempre, capace di tirare fuori dal cilindro espressioni e minuzie che ancora non gli avevamo mai visto e maniacale nel mostrare in volto tutti i lenti mutamenti del personaggio. E’ un attore immenso, lo sappiamo, ma solo Sorrentino riesce a farlo correre al massimo in questa maniera.
Ed alla fine è proprio per questo, per la minuzia con la quale il film tocca corde intime e comunica idee inesprimibili a parole, che, pur con tutti i suoi difetti e la sua eterogeneità La Grande Bellezzaappare come un film grande. Forse non una guida per leggere l’attualità come sembrava fosse e probabilmente nemmeno un film sulla Roma dei salotti come in molti dicevano (per quanto la città, sia nei suoi luoghi segreti che in quelli più noti, incomba come un peso impossibile da sostenere), ma di certo un ritratto umano di straziante verità, che tocca molte realtà dipingendole in maniera simile non a come sono ma a come le percepisce un occhio distaccato e poi, nei minuti finali, un’opera che associa diverse immagini di raro candore naive e contemporaneamente forza eversiva. Una scalinata salita con le ginocchia e uno sguardo sulle rocce ripresi come qui in Italia non si fa mai.
Di Gabrele Niola, da badtaste.it

Toni Servillo conquista dalla prima apparizione sullo schermo, mentre si gira lento verso lo spettatore al ritmo dance di A far l’amore della Carrà, una sigaretta fra le labbra, un sorriso che è un ghigno sulla faccia di plastica.
Cinque anni dopo Il Divo, l’attore napoletano torna a lavorare con Paolo Sorrentino in La grande bellezza, presentato ieri fra gli applausi della critica al 66° Festival di Cannes e in uscita nelle sale oggi, 21 maggio.
Tagliente, disilluso, ironico e sciupafemmine: Servillo è Jep Gambardella, un giornalista 65enne trasferitosi a Roma da ragazzo e diventato il re dei mondani, perso fra le feste della borghesia romana a base di cocaina, alcool e sesso.
Ma Gambardella è stato anche uno scrittore: quaranta anni prima ha vinto il Premio Bancarella con il suo unico libro, L’apparato umano, per poi arrendersi al foglio bianco.
Protagonista del vortice della mondanità, Jep si muove perfettamente a suo agio in un girone dantesco di personaggi decadenti e caricaturali: cinquantenni che giocano a farsi autoscatti erotici da postare su Facebook, prelati che dispensano solo consigli di cucina e mai spirituali, parvenu, intellettuali snob che danno giudizi tagliati con l’accetta, mariti e mogli prigionieri di rapporti morti cui non resta che tradire per sentirsi vivi, attrici sfatte che combattono il tempo a colpi di botox, nobili decaduti, spogliarelliste quarantenni. Nuovi mostri con la vita devastata che si trincerano dietro le bugie della rispettabilità e trenini a ritmo di samba così belli “perché non portano da nessuna parte”: La grande bellezza ci propone un ritratto impietoso dell’Italia che siamo alternando, in 140 minuti forse non tutti indispensabili, scene di grandissima amarezza a momenti di bellezza superba, quella di Roma.
Sì, perché assieme a Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Isabella Ferrari, coprotagonista silenziosa del film di Sorrentino è la Città Eterna, con le sue fontane, i palazzi, il silenzio dei chiostri e dei giardini dove giocano i bambini, le voci severe delle suore, lo stridio dei gabbiani e il cielo chiaro, all’alba, sul Lungotevere.
Mentre Sorrentino omaggia la Capitale e i suoi tesori, Jep si lascia prendere dalla nostalgia, l’unico svago che resta per chi è diffidente verso il futuro, fino a che un incontro dal passato lo riporterà alle sue radici.
Se La grande bellezza può vantare dialoghi estremamente divertenti e molto intelligenti, immagini bellissime e un Servillo in stato di grazia, il limite del film è sicuramente la trama: affollata di troppi personaggi non sempre funzionali alla vicenda, tratteggiati a pennellate rapide nell’urgenza di restituire un affresco collettivo, è stata inutilmente resa ridondante dai troppi intrecci narrativi.
Nonostante questa frammentarietà, La grande bellezza resta un film assolutamente da vedere, per riflettere e commuoversi.
Il nostro voto: 8+
Una frase: “Ma tu che lavoro fai?”
“Io? Sono ricca.”
“Bellissimo lavoro.”
Per chi: Per chi è alla ricerca di incostanti, sparuti sprazzi di bellezza sotto il chiacchiericcio che copre il nostro imbarazzo di stare al mondo
Di Valentina Fumo , da milanoweekend.it

«Io non volevo essere semplicemente un mondano, volevo essere il Re dei mondani.»
Dopo aver compiuto 65 anni, Jep Gambardella (Toni Servillo) fa un bilancio della propria vita: ha scritto un solo romanzo, senza mai pensare di farne seguire un altro, lavora svogliatamente come giornalista, si tuffa pigramente ogni sera nella mondanità di Roma, circondato più da conoscenti che non veri e propri amici, e va a letto quando le persone ordinarie si alzano.
«Non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire.»
A metà strada tra Cafonal e la dolce vita felliniana, Paolo Sorrentino racconta Roma, la città dove meraviglia e squallore viaggiano a braccetto, sacro e profano convivono non senza qualche difficoltà, e il confine tra poesia e volgarità è sempre molto labile.
Jep Gambardella ci guida attraverso la vita notturna della città eterna con il suo sguardo annoiato, con il suo incalzare lento e indolente, rassegnato alla vacuità del proprio presente, rimpiangendo un passato fatto di troppe ambizioni andate disilluse. Lo sguardo di Jep è lo sguardo di Sorrentino che, intelligentemente, scevro da qualsiasi facile moralismo, osserva come un entomologo il vasto e colorato campionario di miserie umane che popolano la sua storia.
Il debito nei confronti di Fellini (La dolce vita, ma anche il troppo spesso dimenticato Roma) è evidente fin dalla struttura narrativa che La grande bellezza adotta, rifuggendo la struttura drammaturgica tradizionale, procedendo invece per accumulo di episodi e situazioni, incorniciati da un prologo e da un epilogo. 
Ma tra una citazione e l’altra, omaggi più o meno velati e ammiccamenti di vario genere, Sorrentino riesce a distaccarsi dal suo modello di riferimento e a regalarci un’opera molto personale, sicuramente imperfetta ma non per questo meno potente e importante.
La grande bellezza è un film profondamente disperato, caustico e dolente: se in Fellini l’avvilimento esistenziale della borghesia romana era parzialmente mitigato da un’opulenta facciata di progresso, di benessere e di cambiamento storico, in Sorrentino tale parvenza viene a mancare. Non c’è speranza nel futuro, non c’è l’entusiasmo effimero verso la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova: rimane solo l’apatica accettazione di uno status quo avvilente e grossolano. 
Jep ha cercato per tutta la sua vita quella grande bellezza capace di elevare lo spirito, di riscattare un’esistenza di compromessi al ribasso, ma puntualmente le sue attese sono state deluse. 
Non sembra esserci spazio per la bellezza al mondo d’oggi, e le sue varie forme che si manifestano dinnanzi al cammino del protagonista sono destinate a essere estemporanee, schiacciate da un presente mortifero e abbruttente: confinate nel limbo di un passato troppo sfuggevole e lontano (il primo amore di Jep, la gloria dei nobili decaduti ridotti a far le comparse in cene di gala) o abbandonate a loro stesse e arroccate in luoghi dimenticati (le bellezze artistiche della città), o inevitabilmente mortificate e sconfitte (come i personaggi di Sabrina Ferilli e Carlo Verdone).
Con La grande bellezza, Sorrentino si conferma uno degli autori più inventivi e originali dell’asettico panorama italiano contemporaneo, nonché uno straordinario direttore di attori, capace di valorizzare al meglio tutti gli interpreti, anche quelli relegati in ruoli minori: da Carlo Buccirosso a Roberto Herlitzka, da Galatea Ranzi a Iaia Forte, senza dimenticare i già citati, splendidi, Carlo Verdone e Sabrina Ferilli (cui sono affidati i due personaggi più interessanti), mentre sembra superfluo sottolineare ancora una volta la grandezza di un attore come Toni Servillo, disincantato Virgilio che si muove senza scopo e senza meta.
Eppure il film di Paolo Sorrentino è frenato da una scrittura a tratti troppo letteraria, invadente nel suo sottolineare in maniera superflua certe sfumature, in cui dialoghi e ricerca visiva non si compensano l’un l’altro ma si sovrappongono, quasi come se il regista e sceneggiatore avesse paura che certi passaggi non fossero abbastanza chiari. E nella seconda parte l’affresco sorrentiniano mostra un po’ la corda, rischia di scadere nel bozzettismo e diventare didascalico, salvo risollevarsi con un finale convincente ed emozionante.
Diseguale, imperfetto, amaro, caustico e grottesco, La grande bellezza è un film che probabilmente colpisce più la testa che non la pancia o il cuore, bellissimo pur nel suo precario equilibrio interno, i cui pregi comunque compensano alla grande i pur evidenti difetti.
Di Marco Valerio , da spaziofilm.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog