La gabbia dorata

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Sara (Karen Martínez), una ragazza sedicenne che vive apparentemente senza famiglia in un poverissimo quartiere del Guatemala, si taglia la lunga chioma scura, si fascia il seno prosperoso, indossa un berretto, una t-shirt e un paio di jeans e poi è pronta ad essere scambiata per un maschietto, con il falso nome di Osvaldo. In compagnia di due coetanei, Juan (Brandon López) e Samuel (Carlos Chajon), Sara è impegnata a cercare un modo per superare la frontiera e raggiungere gli Stati Uniti d’America, una sorta di “terra promessa” in cui poter cominciare una vita migliore. Mentre stanno attraversando il Messico, i tre ragazzi si imbattono in Chauk (Rodolfo Domínguez), un giovanissimo indio del Chiapas che non parla una parola di spagnolo e, come loro, è intenzionato ad oltrepassare il confine ad ogni costo. Fra difficoltà, liti e imprevisti, i quattro decideranno di proseguire il loro viaggio insieme, scontrandosi tuttavia con una realtà implacabilmente feroce…
La Jaula De Oro
La gabbia dorata segna il debutto alla regia di un lungometraggio dello spagnolo Diego Quemada-Díez, attivo al cinema da vent’anni come cameraman al servizio di registi quali Ken Loach, Alejandro González Iñárritu, Spike Lee e Fernando Meirelles, nonché autore di tre cortometraggi. Presentato al Festival di Cannes 2013 nella sezione Un certain regard, La gabbia dorata affronta un argomento complesso e drammaticamente attuale come l’immigrazione clandestina, facendo propri un realismo e un’attenzione alle tematiche sociali mutuati probabilmente dall’opera del maestro di Quemada-Díez, quel Ken Loach appunto che il regista spagnolo ha affiancato fin dai tempi di Terra e libertà, del 1995. E La gabbia dorata sceglie di raccontare l’immigrazione seguendo il travagliato viaggio di alcuni ragazzi appena adolescenti, originari dell’America Centrale e provenienti da una realtà di miseria e di abbandono, verso l’agognato confine fra Messico e Stati Uniti, simbolo della speranza di un futuro che possa risultare degno di essere vissuto.
Neo-Neorealismo
L’approccio di Diego Quemada-Díez non può non ricordare innanzitutto i classici del neorealismo, con la loro indiscutibile capacità di avvicinare e di far corrispondere la macchina da presa allo sguardo dei protagonisti, inducendo l’adesione dello spettatore alla focalizzazione dei personaggi stessi e garantendo in tal modo un inevitabile sentimento di identificazione, in grado pertanto di rendere il film ancora più intenso e coinvolgente. L’occhio del regista, difatti, si mantiene ancorato all’esperienza quotidiana di Sara, Juan, Samuel e Chauk, i cui ruoli sono affidati a giovanissimi non professionisti selezionati in un casting fra migliaia di loro coetanei: un’inesperienza, quella dei magnifici interpreti della pellicola, che ha contribuito probabilmente alla spontaneità e al mimetismo quasi miracoloso fra attori e personaggi. Quemada-Díez, inoltre, è abilissimo nel descrivere i loro rispettivi rapporti, spesso conflittuali o contraddittori, servendosi di notazioni minime e di semplici gesti, più che basarsi sull’utilizzo della parola (la comunicazione con Chauk, l’indio che si unisce al gruppo, avviene infatti solo mediante la gestualità).
Identità perdute
Ma La gabbia dorata è anche un’opera che spiazza il suo pubblico, che lo colpisce di sorpresa, dimostrando il coraggio di infrangere le convenzioni narrative e, di rimando, le certezze dello spettatore. Il film opta a tal punto per un realismo sincero e senza sconti, totalmente ‘onesto’ rispetto alla materia trattata, da spezzare di volta in volta l’unità del gruppo dei protagonisti, senza timore di separarli l’uno dall’altro attraverso strappi laceranti e carichi di silenziosa sofferenza. La migrazione, specialmente per individui senza identità che vagano per una terra senza legge, non è un canonico “percorso di formazione” cinematografico o un’avventura dall’esito predeterminato, ma un viaggio in cui gli equilibri e la sopravvivenza stessa possono vacillare e rompersi in qualunque momento. Ed è proprio tale senso di precarietà a rendere La gabbia dorata un racconto terribilmente doloroso e ‘vero’, di una verità talvolta perfino insostenibile. E nell’epilogo, l’immagine degli animali macellati e ridotti a brandelli di carne informi e sanguinolenti non può che riportarci, col pensiero, alla sorte di tanti, troppi esseri umani le cui storie appaiono tragicamente simili a quelle narrate nel film.
Lo spagnolo Diego Quemada-Díez, per molti anni collaboratore di Ken Loach, firma e dirige il suo primo lungometraggio, La gabbia dorata: una drammatica e coinvolgente storia di immigrazione presentata nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes 2013, capace di distinguersi per il crudo realismo e la straordinaria forza narrativa.
VOTOGLOBALE8
Stefano Lo Verme, da “everyeye.it”

A cosa serve il denaro
se vivo come un prigioniero
in questa grande nazione;
quando ci ripenso, piango,
benché la gabbia sia d’oro
non smette di essere una prigione.
(Los Tigres del Norte, La Jaula de Oro)
Decisi a riscattare le proprie fantasie giovanili e fuggire dallo squallore di un’esistenza senza prospettive, tre adolescenti guatemaltechi – Juan, Samuel e Sara, che sarebbero piaciuti a Truffaut – affrontano un cammino di speranza attraverso il Messico per conquistare il mito del sogno americano (solo due di loro, in realtà; Samuel, scoraggiato dalle retate della polizia e ormai rassegnato all’indigenza, viene presto sostituito dall’indio Chauk, che non conosce una parola di spagnolo e si esprime a gesti). L’esperienza clandestina si rivela, però, irta di insidie fino a costringere i piccoli protagonisti a fare i conti con l’amara realtà di un mondo che cerca solo di respingerli.
Alla sua opera prima Diego Quemada-Dìez costruisce un film che comincia come un’elegia dell’adolescenza on the road alla “Stand by me” e infine si abbandona, spossato, su un doloroso paesaggio di frontiera che sarebbe piaciuto ad Iñárritu. Non è certo un caso, dato che del regista di “Babel” Quemada-Dìez è stato operatore alla macchina, per quanto, in realtà, siano molte le collaborazioni illustri che valorizzano il curriculum dell’esordiente spagnolo: accanto al regista messicano che ha indagato la natura molteplice dei confini (territoriali e non) in cui si articola la confusa geografia delle relazioni umane figurano, infatti, i nomi di Spike Lee, Tony Scott, Oliver Stone, Fernando Meirelles e, soprattutto, quel Ken Loach al cui sguardo perennemente in bilico tra finzione scenica e realismo documentario certamente si deve la sincerità di un approccio che mescola riprese in sequenza, scenografie reali e movimenti di macchina essenziali ad inseguire i volti degli attori, ovviamente non professionisti.
“La gabbia dorata” si innesta, così, in un crocevia di influenze diversissime, tra cui riesce ad indovinare un preciso equilibrio nell’affastellarsi di dettagli sparpagliati negli angoli del racconto. In questo senso il film di Quemada-Dìez è ottimo cinema anzitutto per la scioltezza che dimostra nel mescolare i generi, tracciando un percorso che rimbalza senza sosta tra commedia intimista e dramma sociale, per la capacità di inglobare nel tessuto narrativo le tracce di un citazionismo, che non è mai gratuita esibizione di una cinefilia nutrita di se stessa, ma il correlativo oggettivo delle suggestioni depositate sul fondo della nostra memoria di spettatori e pronte a riaccendersi al minimo accenno. Al già indicato modello della fuga on the road (col suo persistente immaginario di rotaie e ponti ferroviari che dal film di Rob Reiner immancabilmente disegna la topografia del viaggio adolescenziale) si accompagnano le allusioni di un innocente triangolo amoroso che guarda divertito a “Jules e Jim” (con l’intraprendente Juan e il misterioso Chauk pronti a contendersi le simpatie di Sara – costretta a celare le proprie fattezze femminili sotto una garza, come Hilary Swank in “Boys Don’t Cry”, per motivi che la pellicola non esita a rivelarci in una delle sequenze più disperate), ma anche le vibranti suggestioni di un immaginario western – tra John Ford e “Il cavaliere della valle solitaria” – che costituisce la mitologia dell’american dream e si indovina nel dettaglio degli stivali indossati dall’aspirante yankee Juan o nella meravigliosa scena della gallina, ispirata da “L’imperatore del nord” di Robert Aldrich.
“La gabbia dorata” rimane, così, sospeso tra il crudo realismo di scene che indagano i metodi repressivi degli agenti di polizia o l’orrore del traffico di vite umane e l’emergere in sordina di una rete di riferimenti che ancora gli sviluppi narrativi alla storia del cinema, facendo del dettaglio cinefilo un grimaldello dell’inconscio collettivo. La “verità” sedimentata dal cinema nell’immaginario collettivo influenza la nostra partecipazione al destino dei protagonisti, al punto da farceli sentire ancor più vicini in questa storia di speranze e sopraffazioni, che aderisce alla vita senza nulla nascondere allo spettatore.
Troppo matura la consapevolezza del regista per sperare in un deus-ex-machina che sciolga i nodi dell’intreccio e ci risparmi il dolore per un finale già scritto negli occhi malinconici di Juan, nel cui precario portamento da leader si profila l’insorgere di una rassegnazione, sempre tacitata da gesti di forzata spavalderia. Un pragmatismo che si scontra da subito con l’inafferrabile Chauk, fascinoso interprete di un mondo ideale, slegato dalle contingenze terrene. Oltre le barriere sociali e linguistiche, l’indio comunica con la forza primordiale della gestualità, ma non per questo le relazioni che instaura tramite il contatto fisico si rivelano meno solide e durature, come dimostra il faticoso rapporto che lo lega a Juan.
In tutto ciò la cinefilia di Quemada-Dìez, ancora una volta chiamata in causa laddove le parole non possono arrivare, ben sintetizza il microcosmo di speranze che circonda i protagonisti nell’immagine soffusa di una nevicata notturna, sequenza tradotta dall’Haneke de “Il settimo continente” e ripetuta con l’indolenza di un gesto ipnotico, quasi un miraggio, un’allucinazione o, ancora, un desiderio: quello di riuscire, un giorno, ad afferrare con le proprie mani uno di quei candidi fiocchi.
Matteo Pernini, da “ondacinema.it”

L’esigenza di emigrare coincide con bisogni di natura economica, di cambiamento di stato o di condizione sociale. L’emigrazione è un fenomeno naturale che si manifesta attraverso una forza che agita e mescola, senza distruggere, gli elementi della vita, che trasporta organismi nati in un determinato punto e li dissemina per lo spazio, trasformandoli e perfezionandoli in modo da rinnovare in ogni istante il miracolo della creazione (Beato Giovanni Battista Scalabrini). Juan (Brandon Lopez), Sara (Karen Martinez) e Samuel (Carlos Chajon), sono tre ragazzi sedicenni, relegati nei quartieri poveri del Guatemala, assaliti da un prorompente desiderio di vivere una vita migliore. Così decidono di compiere un viaggio liberatore verso gli Stati Uniti. Incoscienza, slancio vitale, passione per il cambiamento, grande forza di volontà, costituiscono le forze espulsive da un paese che offre ormai solo miseria e perdita di dignità. Diego Quemada-Diez per la prima volta dirige un lungometraggio, profondamente ancorato alla realtà, con attori non professionisti che si muovono in luoghi reali, con luce naturale, girato con telecamera in Super16. “La gabbia dorata” è finzione, che si fonda sulla realtà sconvolgente dell’emigrazione, ricostruendola a partire dai desideri di autenticità di tre adolescenti guidati dal miraggio di una vita senza più sofferenze e privazioni. Il viaggio verso quel nuovo mondo è l’obiettivo ossessivo che traspare dai volti schietti di Juan, Sara e Samuel, ai quali si unisce il saggio Chauk (Rodolfo Dominguez), adolescente legato ai valori della bontà e della comunità. Un viaggio che si veste momento per momento di una solidarietà commovente tra questi adolescenti che non si aspettano, durante il duro e lungo cammino, di fare i conti con la violenza del banditismo, le imboscate ed i tradimenti. Diego Quemada-Diez racconta il cammino di una speranza disperata, che segna il volto degli emigrati clandestini, masse umane che si muovono per la vita che sovente perdono proprio lungo il viaggio della rivalsa. Il cineasta non risparmia le sottili e significative situazioni conflittuali tra i due personaggi chiave del film, Juan e Chauk. Il grintoso e collerico Juan contrasta con l’amorevole cuore di Chauk, carismatico perché ricco di sentimento umano autentico, dote acquisita dalla sua cultura nativa Tzotzil. Questo conflitto aperto costituirà una crescita significativa per il duro carattere di Juan che si convincerà alla fine dell’importanza dell’amicizia solidale. Spazi naturali immensi, montagne con ripidi pendii che si perdono in verdi valli a tratti bagnate da limpidi ruscelli. Il forte contrasto tra un’umanità che si muove disperata, sudicia ed affamata e paesaggi incantevoli , rassicuranti, illuminati dalla tersa luce di un giorno forse traditore, costituiscono la metafora della vita in continua evoluzione. Il viaggio è un rito iniziatico, un diventare se stessi, una sfida all’annichilimento e all’assuefazione. Il treno, metafora del progresso, trasporta lontano queste masse umane, schiavi di un sistema che si dichiara difensore della democrazia e della libertà. L’eccellente lavoro di regia e sceneggiatura è ancor più valorizzato da una recitazione, a tratti commovente, dei quattro coraggiosi adolescenti, attori non professionisti ed una fotografia che toglie il fiato. “La gabbia dorata” ha conquistato il premio Gillo Pontecorvo al 66° Festival di Cannes – Un Certain Regard.
Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

Sostenitore di uno sguardo profondamente ancorato alla realtà (interpreti non professionisti, location originali, fotografia naturale) Quemada-Diez incentra il proprio esordio sulla questione universale dell’immigrazione clandestina, optando per una veste formale documentata e restituendo narrativamente il senso di un “racconto esemplare”: un racconto in cui gli eventi siano ricostruiti fedelmente e poi interrogati nella loro morale, perchè possano costituirsi come chiave di accesso alla realtà vissuta.
La gabbia dorata – La jaula de oro (A certain talent prize – Premio Gillo Pontecorvo al 66mo Festival di Cannes e Grifone d’oro al 43mo Giffoni Film festival) è l’opera prima del regista Diego Quemada-Diez, spagnolo di origine e statunitense di adozione, già collaboratore di personalità autoriali quali Ken Loach e Oliver Stone. Il regista plasma i suoi personaggi di finzione, un gruppo di adolescenti del Guatemala, sulla scorta di centinaia di testimonianze di migranti, raccolte durante la sua permanenza in Messico, e predispone per loro, per sé e per lo spettatore, il realismo esistenziale di un viaggio estremo, redenzione e condanna insieme, che può avere inizio in un luogo qualunque dell’America centrale, ma ha sempre la stessa meta predeterminata, la frontiera statunitense.
Il film, che mutua il titolo da una canzone popolare sullo sradicamento perenne che attanaglia i messicani trapiantatisi negli Stati Uniti, si svincola sin da subito dalla localizzazione geografica, per astrarre da uno dei casi di immigrazione massiccia più ostinati e cruenti una riflessione generale su quella gabbia mentale che è l’idea tormentosa di poter guadagnare una vita migliore, lontana dalla miseria e dalla disperazione, persuasa dal miraggio di nazioni-oasi di benessere. La gabbia dorata non è che il coraggio e l’istinto di sopravvivenza, il desiderio e la speranza perpetui, letteralmente braccati e imprigionati nei confini legali territoriali, che paradossalmente garantiscono e proteggono i principi di libertà e prosperità dal sogno di felicità altrui; ma Quemada-Diez si spinge ancora oltre e, al di là dei confini geopolitici convenzionali tracciati e sempre contesi fra gli uomini nel corso dei secoli, si propone di rivelare anche le barriere più autenticamente umane, che manifestano e suggellano la separazione e la repulsione del diverso, dell’estraneo, lo sconosciuto, potenzialmente nemico, ancor peggio merce di profitto, non comprensibile secondo parametri e codici di riconoscimento autoimposti ed esclusivi. È così, dunque, che il regista, ancor prima di riportare le sequenze drammatiche e intense degli uomini e delle donne che percorrono lunghi tragitti ammucchiati sui tetti dei vagoni dei treni merci, senza cibo né ripari, si premura di risolvere metaforicamente e in anticipo la verità e la natura illusoria dell’esito del viaggio: i ragazzi, di passaggio in un villaggio, si divertono a posare per fotografie che li ritraggono dinanzi a sfondi di cartone raffiguranti proprio gli scenari da loro vagheggiati, la bandiera a stelle strisce, l’eroe-cowboy nel mitico Far West, un paesaggio innevato. Prefigurazioni simboliche di intenzioni che i protagonisti non tramuteranno mai in realtà e che, esteriorizzate in una fotografia di buon auspicio, sono già gli ennesimi ricordi infranti di un passato che, per loro come per i loro avi, è perennemente presente senza futuro. L’impresa del film si gioca infatti altrove, non tra le dogane, le ferrovie, i ponti e i passaggi congegnati dall’uomo per marcare gli scopi e gli interessi commerciali, bensì nell’animo umano stesso, dove la sorte, buona o cattiva, si manifesta non al termine del tragitto, bensì momento per momento, a ogni incontro/scontro con l’altro.
Quemada-Diez realizza un ambizioso racconto non tanto sulla burocrazia senza scrupoli delle frontiere internazionali, ma sulla cultura e sul sentimento del “confine”, come incontro di prospettive antropologiche multiple; non sulle conseguenze psico-storiche del post colonialismo, ma, come egli stesso dichiara presentando la sua opera, sulla decolonizzazione di un modo di pensare l’altro, in questo caso specifico il migrante. Basandosi su una sorta di ricerca etnografica preliminare, la costruzione filmica pare mettere in scena il medesimo principio sancito dalla nota etnografa francese Germaine Tillon: la qualità che divide l’umanità in due categorie è l’affidabilità. Nel corso del viaggio i migranti clandestini si imbattono simultaneamente da un lato nei contadini che lanciano loro cibo al passaggio del treni in corsa o nei missionari che forniscono loro riparo anche solo per una notte; dall’altro nei trafficanti che li derubano e sequestrano come schiavi o merce di ricatto. Ancora più nel particolare, l’autore mette in evidenza le varie declinazioni della fiducia, ricostruendo nel microcosmo dei personaggi dinamiche precise: Juan, Sara e Samuel provengono dalla stessa Zona 3 del Guatemala e sono legati da vincoli di trasporto e amicizia; Chauk è un giovane indios che non parla lo spagnolo e manifesta una cultura radicata nella natura e nei rituali, e che pertanto, autonomamente e con naturalezza, si aggrega al gruppetto dei tre guatemaltechi, per consuetudine non scritta di socialità, difesa e sopravvivenza. Ma se Sara accetta il nuovo arrivato e condivide con lui il pasto, cercando addirittura di superare, con un linguaggio più emotivo che paraverbale, le difficoltà di comprensione, Juan esprime inesorabilmente ostilità nei confronti di questo sconosciuto misterioso e indecifrabile, zavorra abusiva e minaccia per la sua posizione di leader del gruppo. Sara si interporrà come appunto “confine” di tolleranza tra loro ma, quando cadrà vittima dei contrabbandieri, i due dovranno arrendersi reciprocamente alla necessità di fidarsi l’uno dell’altro come unica scelta. Fedeltà e solidarietà reciproca emergono come le uniche possibilità di raggiungere la meta, che è fatta di strade impervie, ma primariamente di uomini. Tutti i migranti apprendono nel viaggio la consapevolezza che investire gli uni sugli altri, anziché eliminarsi come ostacoli, rende reale la possibilità che qualcuno fra i tanti riesca a portare a termine il viaggio della vita; ma solo coloro che riusciranno a varcare il confine e a dissimularsi come stranieri irregolari, piegandosi ai lavori più duri, apprenderanno, guardandosi indietro, la consapevolezza più tragica e senza alternative, quella di apparire “carne da macello” (per traslato quella che Juan si ritrova tra le mani, ora che lavora come ultimo degli operai, in un mattatoio imbrattato di carne e sangue indistinguibili) la metafora assoluta di tutti quei luoghi del mondo descritti, non a caso, dalla poetessa chicana Gloria Anzaldúa, “ferita aperta, dove il terzo mondo si scontra con il primo e sanguina”.
Carmela Albergo, da “spaziocinema.it”

Tre adolescenti guatemaltechi, Juan, Sara e Samuel, cercano di raggiungere gli Stati Uniti d’America per inseguire il sogno di un’altra vita, lontano dalla povertà in cui sono cresciuti. Alla frontiera, dopo il primo scontro con gli agenti, Samuel tornerà a casa, mentre Juan e Sara, cui si è aggiunto Chauk, un indio del Chiapas che non parla lo spagnolo, andranno avanti. Il loro sarà un percorso pieno di insidie, un cammino nella disperazione, contro tutto e tutti.
Al centro dell’opera prima di Diego Quemada-Díez c’è il concetto di frontiera. Intesa come limite e separazione, linea immaginaria che separa i ricchi dai poveri, terre economicamente sviluppate da altre ferme sotto il giogo di una grande arretratezza. Un confine da aggirare, navigando su corsi d’acqua, strisciando in angusti cunicoli, camminando sulle rotaie di una ferrovia che dovrebbe portare al progresso, ad una realtà migliore, almeno sulla carta. Il viaggio di Juan, Sara e Chauk è quello di tutti i migranti, di uomini alla ricerca di un luogo solo concettualmente distante in cui giocarsi la possibilità di essere diversi da quello che la geografia ha scelto per loro alla nascita. Nonostante la chiarezza delle riflessioni su cui si sviluppa, La gabbia dorata non è un’opera a tesi, realizzata esclusivamente per evidenziare uno scottante problema geopolitico, ma un film in cui le tematiche affrontate aderiscono alla linea narrativa, al respiro del racconto, allo sviluppo dei personaggi. Già dalla scelta di girare in Super 16, risulta chiara la volontà di avvicinarsi a una vibrazione dell’immagine d’impianto documentario oppure, ancor meglio, a una ricostruzione affidabile di una storia che ne racchiude mille altre simili, tutte autentiche. Dentro a una rigorosa organizzazione degli spazi, restituita da una direzione artistica secca e severa, si muovono tre attori adolescenti coi quali lo spettatore instaura subito una forte empatia: anche le evoluzioni dei loro rapporti, dall’iniziale avversità che il risoluto Juan prova verso Chauk fino al totale ribaltamento, stanno a sottolineare l’importanza della condivisione, della solidarietà, il falso mito dell’individualismo. Esordio riuscito e maturo, forse un po’ troppo compiuto e definito nella sua misura di vero e falso, è il lavoro di un regista che sa benissimo come muoversi all’interno di un idea di cinema molto precisa. Non per niente, Diego Quemada-Díez ha maturato un’esperienza ventennale accanto a nomi come Ken Loach, Oliver Stone, Alejandro González Iñárritu e Fernando Meirelles.
Marco Chiani, da “mymovies.it”

Esistono film belli, film importanti e film necessari. Per chi li fa e per chi li vede. Trovarne uno che combini questi tre elementi è ormai un evento più unico che raro e, quando capita, gli occhi abituati a visioni ripetitive si spalancano attenti e si riaccende la passione sopita per un mezzo in grado di aprirci una finestra sulla condizione umana. Per fare un film del genere non basta il talento, ci vuole la sincerità e la passione del narratore.
E’ questo il caso di La gabbia dorata, possente debutto al lungometraggio di Diego Quemada-Diez, un giovane cineasta spagnolo che si è fatto le ossa come assistente di Ken Loach e in ruoli di contorno nel cinema hollywoodiano, e che per anni ha perseguito un sogno: raccontare una storia sulle centinaia di migliaia di persone che quotidianamente salgono sui tetti dei treni merci che attraversano il continente latino-americano, per sfuggire a una vita di miseria, in cerca di una speranza nella terra delle opportunità, gli Stati Uniti.
Nella difficilissima ricerca di finanziamenti per un film che nessuno voleva, il regista ha raccolto le storie vere di centinaia di persone, ha vissuto in casa loro e ha frequentato i ghetti più pericolosi del mondo, rischiando a volte la vita. Consapevole della forza evocativa di una storia che si è riproposta con poche varianti nel corso dei secoli, raccontata dal cinema con un’epicità codificata in generi come il western e l’avventura, Quemada-Diez ha scelto di potenziarne il realismo contaminandolo con la finzione, senza paura di evocare il fantasma di John Ford o di altri eploratori del confine.
La gabbia dorata è un film che sfata il mito della frontiera mostrandoci il muro su cui si infrangono i sogni e le speranze che spingono tanta gente ad affrontare un viaggio denso di insidie, attraverso paesi dove la miseria ha favorito la nascita di spietati trafficanti d’uomini e dove la vita umana, soprattutto femminile, non conta niente. Nel film c’è tutto quello che ruota intorno alla tragedia dell’immigrazione clandestina in quei paesi: la sorte delle donne, vittime di elezione in una società criminale e maschilista (impossibile non pensare alle oltre 400 ragazze massacrate nell’impunità a Ciudad Suarez, in Messico), la cultura india ormai quasi perduta, i migranti che si ammassano sui treni come gli hobos de L’imperatore del Nord, le tappe forzate lungo il cammino, dove pochi sprazzi di lavoro e solidarietà si alternano alle razzie dei criminali e dei narcotrafficanti.
Sono tutte storie vere, rese ancora più forti e toccanti dalla poesia che si sprigiona dai volti e dalle voci degli adolescenti protagonisti, le cui avventure lo spettatore segue col fiato in gola, immesimandosi in un dramma che in televisione lo tocca solo il tempo necessario per fargli esprimere la propria indignazione sui social media, prima di passare ad altro. In questo senso Quemada-Diez ha appreso e superato la lezione del suo maestro Ken Loach, togliendo alla sua narrazione qualsiasi sovrastruttura ideologica e coinvolgendosi/ci da essere umano, invece che politico e intellettuale.
Il sogno di una vita migliore finisce per molti nella realtà di un’orribile fabbrica per la lavorazione delle carni, ma la cosa veramente importante è partire, perché, se “l’emigrazione è legge di natura” ( la frase del vescovo missionario Giovanni Battista Scalabrini, apposta dal regista a suggello del film), opporvisi spezzerà solo la cresta dell’onda ma non fermerà la marea. Il viaggio, qualunque ne sia l’esito, è una scelta di vita, contrapposta alla morte sicura dell’anima e del corpo.
Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

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