Jimmy’s Hall

 

jimmyshall

 

Dall’Irlanda a Cannes, dal folk al Jazz degli anni Trenta, la vicenda di un uomo che ha lottato per l’emancipazione del suo Paese con il linguaggio universale della musica e della danza. Al 67° Festival di Cannes, Jimmy’s Hall, il film in competizione di Ken Loach fa il pieno di applausi da pubblico e critica
Se si vuole raccontare la storia d’indipendenza di un Paese come l’Irlanda, meglio farlo attraverso quello che di più interessante può mostrare al mondo: la musica, il folklore, le danze tradizionali, i suoi grandi scrittori. Attraverso le note e le immagini è più facile mostrare il cammino verso l’emancipazione. Ken Loach con Jimmy’s Hall l’ha saputo fare egregiamente senza cadere nel dramma gratuito, senza andare sopra le righe ma con la profondità di chi sa guardare dentro l’anima dello spettatore con occhio critico e fiducioso. Così facendo ha fatto centro perché la vicenda di Jimmy Gralton, non e solo la storia romanzata di un politico o di un rivoltoso fuori dalle convenzioni, è la storia di un sognatore.

Siamo nel 1932 e appena dieci anni prima era stato negoziato il Trattato Anglo Irlandese. La guerra civile aveva spinto Jimmy Gralton (Barry Ward) renitente a scappare negli States dove aveva cominciato l’attività politica per i comunisti e per i sindacati. Quando torna in Irlanda per occuparsi della fattoria di famiglia, i giovani della contea di Leitrim lo spingono a costruire una casa delle arti dove discutere, dipingere, leggere e danzare. Una casa del popolo ante literam. La Hall di Jimmy piace e parecchio. Merito del grammofono, dei primi dischi di vinile, del boogie-woogie e dello swing. Conquista i ragazzi del villaggio ma trova l’ostilità della Chiesa che in quel periodo instaura un clima di repressione e neanche a dirlo scatena l’ira dei proprietari terrieri che si sentono minacciati dal comunismo. Jimmy e Oonagh (Simone Kirby), l’amore mancato di dieci anni prima trovano la forza di combattere il bigottismo di Padre Sheridan (Jim Norton) con il metodo della non violenza. Inutile. Soffiano già i venti di guerra e il nostro eroe, con un mandato di espulsione torna cacciato dal sua Irlanda negli Stati Uniti. Come tutti i grandi “non sarà profeta in patria” tanto che  morirà nel ’45 a New York dimenticato dal suo Paese.

Girato in HD con la fotografia perfetta di Robbie Ryan, la sceneggiatura encomiabile di Paul Laverty e la musica di George Fenton, il film emoziona. Soprattutto nelle sequenze delle danze folkcloriche di gruppo, nei canti tradizionali irlandesi se accostati al nuovo che arriva da lontano, il fermento culturale americano che si esprime nel Jazz. Il regista già Palma d’Oroa Cannes nel 2006 con The Wind That Shakes the Bartley confeziona un gran bel prodotto degno di un festival che quest’anno ha dato poche soddisfazioni.  Del resto “Basta un libro e un uomo per cambiare la storia” afferma uno dei protagonisti, ma potrebbe anche bastare un film aggiungiamo senza vergogna.

Cristina Mancini, da “cinespresso.com”

 

 

Ken Loach torna sul grande schermo con un nuovo, bellissimo film: Jimmy’s Hall, con Barry Ward, Simone Kirby, Andrew Scott, Jim Norton e Brian F. O’Byrne. Dal 18 Dicembre al cinema. Anni ’30, l’Irlanda è un paese fortemente cattolico, di quelli retrogradi per cui il ballo è sinonimo di peccato.
Jimmy è rientrato a casa dopo dieci anni trascorsi a New York, città devastata dal crollo del ’29. Ritrova i suoi amici ma anche i suoi nemici, quei filo-inglesi contro cui aveva combattuto per l’indipendenza dell’Irlanda che, a distanza di dieci anni, non perdonano la sua sete di libertà, la sua caparbietà ed il suo andare controcorrente sempre, dovunque e comunque.
Ma Jimmy non si lascia intimorire da nessuno, tanto meno da padre Sheridan, da sempre attivo, nei sermoni e fuori dalla chiesa, contro la sala da ballo di Jimmy, quella che dà il titolo al film. Quella in cui una piccola comunità di gente colta e vivace dà lezioni di ballo e canto ai bambini, in cui si leggono libri e poesie. In cui, a detta di certi cattolici infervorati, può nascere una rivoluzione comunista.

Sull’Iranda preda di convinzioni a dir poco medievali, sono stati fatti molti film. Ken Loach, ancora una volta, mette in primo piano la questione sociale alla quale si uniscono quella religiosa e politica dell’epoca e alla quale, dulcis in fundo, fa da sfondo la storia d’amore impossibile tra Jimmy e Oonagh, innamorati ma destinati a rimanere lontani perché lei ormai è sposata e ha due bambini. Ispirato a fatti realmente accaduti, Jimmy’s Hall racconta la storia di un uomo, del suo coraggio e della sua dignità. Di un giovane strappato più volte al suo paese natio perché non incline ad uniformarsi alle regole e ai dettami, religiosi, politici o sociali che fossero.

Con il suo tocco realistico e poetico al tempo stesso, il regista britannico confeziona un’opera struggente che scuote gli animi e suscita profonde riflessioni su un’epoca lontana, i cui echi si trascinano fino ai giorni nostri. Jimmy’s Hall è un bellissimo film, la cui splendida e accurata ricostruzione di ambienti e costumi degli anni 20 e ’30 del secolo scorso, arricchisce la narrazione.
La poesia del grammofono, che sparge le sue allegre note per la sala, i canti in gaelico, le immagini di repertorio di una New York in cui uomini un tempo rispettabili girano per le strade in cerca di lavoro: tutto testimonia un’epoca così distante eppure così interessante per le sue mille sfaccettature.

L’insieme di personaggi profondamente caratterizzati e interpretati da attori scelti con la consueta cura e ansia di verità del regista britannico, fa di Jimmy’s Hall una storia avvincente e commovente, in cui è impossibile non fare il tifo per il protagonista e i suoi amici. Definiti Anticristo e sacrileghi dal prete e dai cattolici più conservatori ma “il vero sacrilegio è avere nel cuore più odio che amore”. Mai frase fu più attuale di questa.

Daria Castelfranchi, da “cinemalia.it”

 

Alla fine della guerra civile irlandese del 1921, Jimmy Granton costruisce una semplice baracca, un luogo dove poter ballare, cantare, fare sport e discutere di poesia liberamente. Accusato di essere un comunista, dovrà però fuggire a New York. Tornato in patria, dopo dieci anni di esilio, spinto dalla gente del posto, Jimmy riaprirà di nuovo la sala. Sarà l’inizio di una dura battaglia per la libertà contro il volere di uno Stato ancora legato all’Inghilterra e di una Chiesa a dir poco opprimente.

78 anni e non sentirli: Ken Loach, nonostante l’età e le voci (immediatamente smentite) di un possibile ritiro dalla scena, non ha ancora abbandonato quella passione militante che permea tutti i suoi film. Il regista torna nella verde e tormentata Irlanda della prima metà del 900, ripercorrendo le reali vicende del socialista Jimmy Granton con un film che (strizzando l’occhio a A Quiet Man di John Ford) è quasi un sequel spirituale del bellissimo Il Vento che accarezza l’erba (ambientato durante la guerra d’indipendenza irlandese). Applaudito dalla critica allo scorso festival di Cannes, Jimmy’s Hall è un film tipicamente “Loachiano” nel quale le passioni travolgenti dei singoli si vanno ad intrecciare abilmente con la lotta di molti.

Ken Loach crede profondamente nell’idea che la cultura, intesa nel suo senso più profondo ed autentico, possa essere una dirompente forza rivoluzionaria. Dal ballo alla lettura, ogni attività, condivisa e aperta, diventa un momento fondamentale per lo sviluppo del senso critico di un’intera comunità rurale, che nel ballare al ritmo del Jazz, ritrova una coesione perduta. Jimmy è il classico “eroe” della collettività presente nella filmografia di Loach: storie affollate da sognatori che spesso finiscono con il rimanere sconfitti da un mondo che sembra voler reprimere ogni loro fiamma di rivalsa.

In Jimmy’s Hall l’antagonista principale è sicuramente la Chiesa, che troppo spesso, per Loach, finisce con lo schierarsi con i poteri forti della politica e dell’economia. Ciò nonostante il credo di Jimmy sia fondato sull’idea della fratellanza, della solidarietà e dell’accettazione reciproca. Concetti teoricamente cristiani che vengono bollati di comunismo e per questo condannati da chi rischia di vedere nel cambiamento, solo una pericolosa forma di decadimento. Una trasformazione icasticamente rappresentata dalla nuova danza Jazz, che diventa quasi l’unico strumento per sfuggire alle convenzioni sociali. Nel racconto di Loach, nonostante l’innegabile orientamento politico, non c’è tuttavia faziosità: la maggior parte dei frequentatori della sala di Jimmy è composta da credenti, così come lo è, a suo modo, nella sua passione sociale, il protagonista. Le quattro spoglie pareti della sala, non sono infatti la trincea di una singola corrente di pensiero, piuttosto sono lo spazio franco nel quale potersi confrontare, scoprire il piacere dell’ibridazione (quella che il parroco locale definisce con disprezzo la “Los-angelizzazione” della musica e della danza) e ripensare, dal basso, ad una società più umana.

In questo senso, le immagini di repertorio della Grande Depressione, all’inizio del film, assumono un significato ben preciso. Per Loach sono infatti chiare le similitudini tra le crisi del passato e quelle attuali, durante le quali i valori di solidarietà sociale vengono soffocati, con estrema facilità, dagli interessi cinici di una pseudo-realpolitik. Attraverso le parole di un appassionato socialista come Jimmy, il regista punta il dito contro chi ritiene responsabili di tutto ciò: gli speculatori di denaro e di paura, caldeggiati, in maniera più o meno consapevole, da chi fa dell’odio la propria bandiera senza tempo e colore.

Se Il Vento che accarezza l’erba mostrava un profondo pessimismo, sottolineando il tradimento insito nella guerra civile irlandese (e potenzialmente in ogni processo rivoluzionario come mostrato in Terra e Libertà), inJimmy’s Hall sembra esserci spazio, nonostante l’amarezza per il falso progressismo di Éamon de Valera, anche per un sano ottimismo. Sebbene gli oppressori ed i fautori della paura e dell’ignoranza non mancheranno mai, fin quando ci saranno uomini come Jimmy e giovani pronti a coglierne i frutti (ed i passi di danza), non verranno mai realmente meno gli spazi vitali della libertà: e fin quando ci saranno autori come Ken Loach, coscientemente militanti e ancora pronti ad indignarsi, uno di questi spazi potrà essere sicuramente il cinema.

Michele Assante, da “fuoriposto.com”

 

Applauditissimo dopo la proiezione per la stampa il nuovo film di Ken Loach, Jimmy’s Hall – Una storia d’amore e libertà, in concorso a Cannes e basato sulla vera storia di Jimmy Gralton, giovane irlandese che, a cavallo tra gli anni ’20 e i ’30, diventò leader sindacale e politico, guidato da spirito di solidarietà dalla voglia di tenere unita la sua comunità attraverso il ballo e la musica jazz, importata dall’America. Dovendo fronteggiare però la dura opposizione dei tradizionalisti e della potente chiesa cattolica locale, che ritiene indecorosi i suoi atteggiamenti e quelli dei suoi seguaci. Nei panni del protagonista il convincente Barry Ward, sicuramente un buon candidato al premio per la miglior interpretazione maschile.
Se la trama ricorda a grandi linee quella del classico degli anni ’80 Footlose, non dobbiamo dimenticare che questa pellicola emozionante e a suo modo divertente è tratta da una storia realmente accaduta. “Ci siamo documentati e l’abbiamo ricostruita con fedele attenzione – spiega il regista – La Hall l’abbiamo ricreata a Glasgow, per poi trasportarla in location pezzo per pezzo. Ma poi abbiamo dovuto distruggerla, per la scena dell’incendio. C’erano anziani nel villaggio che c’erano quando è accaduto e se lo ricordavano ancora.”

JIMMY GRALTON

“Molte notizie su Jimmy erano scomparse, come se avessero voluto cancellare la sua presenza dalla storia – continua Loach – quindi alcune cose le abbiamo inventate con l’immaginazione. Non sappiamo se avesse davvero una donna o una relazione segreta, ma tutti ci hanno confermato che non importava. Se anche l’avesse avuta, questo non lo avrebbe distratto dalla sua causa. Se oggi Jimmy fosse vivo, si opporrebbe al neo-liberalismo, alle lobby e alle multinazionali che controllano tutto, anche la democrazia. Ci tengo a sottolineare che tengo ai personaggi che abbracciano la vita, anche attraverso la danza. Gli appartenenti alla classe operaia in quel periodo erano considerati alla stregua di delinquenti, ma non era così. Erano contadini e navigatori, ma sapevano anche fare poesia, arte, danzare, ballare ed esprimere la propria coscienza politica e far valere le proprie esperienze”. Loach ha anche dichiarato che questo sarà il suo ultimo film con attori, lasciando presagire un futuro da documentarista. Non solo, amante com’è delle tecnologie tradizionali, il regista britannico trova sempre più difficoltà a trovare i materiali che gli servono per girare e montare in 35 millimetri. In questo caso, gli è venuta in aiuto la major Pixar, che gli ha fornito uno stock di nastri numerati necessari a coordinare le immagini e il sonoro.
Se il soggetto e il tema di base – la musica come foriera di libero pensiero e come Jimmy’s Hall – Una storia d’amore e libertà colpisce per una messa in scena emozionante sostenuta dall’ottima prova del protagonista Barry Ward e dagli splendidi paesaggi irlandesi, filmati con una mano ormai riconoscibilissima e montati insieme con l’occhio attento, calmo e sicuro di chi si affida a tecnologie tradizionali (il 35 millimetri) che ormai rischiano di sparire. Forse chiedere aiuto a una major può sembrare una contraddizione data la tendenza di Loach a scagliarsi contro tutto ciò che rappresenta una deriva capitalista, ma in definitiva quel che conta è il risultato e possiamo dire che gli applausi strappati al pubblico della Croisette sono in questo caso più che meritati. Di gran valore il commento sonoro, equamente diviso tra jazz e musica Irish tradizionale.
VOTOGLOBALE7.5

Andrea Guglielmino, da “everyeye.it”

 

Nel 1921, un’Irlanda sull’orlo della guerra civile, Jimmy Gralton aveva costruito nel suo paese di campagna un locale dove si poteva danzare, fare pugilato, imparare il disegno e partecipare ad altre attività culturali. Tacciato di comunismo era stato costretto a lasciare la propria terra per raggiungere gli Stati Uniti. Dieci anni dopo Jimmy vi fa ritorno e sono i giovani a spingerlo a riaprire il locale. Gralton è inizialmente indeciso ma ben presto cede alle richieste. Chi gli era stato ostile in passato torna a contrastarlo.
Ken Loach torna nell’Irlanda che aveva messo al centro del suo cinema ne Il vento che accarezza l’erba e lo fa in modo apparentemente inusuale. Perché al centro di questa storia ci sono uomini e donne che difendono quello che un tempo avremmo definito un dancing. La musica che accompagna le dure immagini della Depressione americana potrebbe aprire un film di Woody Allen ma il contesto è e resta quello più amato dal regista inglese: la vita di uomini e donne che cercano nella condivisione di idee e di spazi quel senso della socialità che altri vorrebbero irregimentare per poterlo controllare il più possibile. Quello che Jimmy Granton (attivista socialista realmente esistito) edifica per due volte è di fatto un centro sociale ante litteram in cui si possono condividere saperi ma anche la gioia dello stare insieme. Definire ‘peccaminose’ le danze che vi si praticano è, per la chiesa locale e per gli esponenti della destra, solo un pretesto per impedire la circolazione di idee ritenute pericolose. Chi frequenta la Pearse-Connolly Hall è spesso anche un buon cristiano che partecipa alla messa domenicale. È proprio questo che va colpito e debellato da quel potere ecclesiastico che però, a differenza dei reazionari più retrivi, è ancora capace di comprendere l’onestà degli intenti dell’avversario. Il film esce in un tempo in cui a Roma siede un pontefice che ha dichiarato di saper ballare la milonga e di non sostenere ovviamente il comunismo ma anche di aver conosciuto tante brave persone che erano comuniste. Jimmy’s Hall potrebbe piacergli.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

Jimmy’s Hall è un biopic irlandese. Una storia di passioni e voglia di libertà. La regia del film è firmata da Ken Loach, che in questi giorni è a Roma per presentare la pellicola. Già prima dell’estate Jimmy’s Hall ha conquistato quanti hanno preso parte al Festival di Cannes. Si tratta di un film classico e accademicamente perfetto, accompagnato da una colonna sonora vivace e jazz. Del cast fanno parte, nei ruoli principali: Barry Ward, Simone Kirby, Jim Norton, Andrew Scott, Francis Magee.
Quanti hanno visto Il vento che accarezza l’erba di Loach, noteranno ambientazioni molto simili. Il regista, infatti, torna a girare nelle campagne Irlandesi. Jimmy’s Hall,però, è un film molto sotto tono rispetto ai suoi lavori precedenti, se pur realizzato molto bene e con grande maestranza.

Jimmy's Hall, film

Il protagonista è Jimmy Galtron, un intelligente e affascinante ragazzo che costruì sul suo terreno una sala da ballo e svago, destinata ad imparare a leggere, dipingere, fare pugilato e ballare. Peccato che proprio in quell’anno, il 1921, in Irlanda scoppiò la guerra civile.
Galtron fu accusato di comunismo e fu costretto a scappare dalla propria patria alla volta di New York. Dopo dieci anni lontano da casa decise di farvi ritorno. Era passato molto tempo e tutto sembrava cambiato. In realtà l’animo del divertimento e della compagnia era rimasto invariato. I giovani del posto lo spinsero a riaprire la sala e dopo un brevissimo momento di indecisione Jimmy cedette alle loro richieste. Con la riapertura del locale riaffiorarono i vecchi ricordi, la gioia dello stare insieme, l’amore mai vissuto apertamente con Oogha e, purtroppo, anche le ostilità da parte della Chiesa e degli uomini di potere di destra. Jimmy, a questo punto, fu costretto ad andare via una seconda volta dalla sua terra e destinato a non farvi più ritorno.

jimmyhall

Ken Loach racconta una storia vera, quella di Jimmy Galtron, un attivista socialista. Una storia di amore e gioia, di condivisione e rischio. La storia di uomini e donne che hanno lottato per il loro tempo e la loro libertà di scelta. Per poter condividere ed esprimere le proprie idee e per poter svolgere alla luce del sole attività culturali. Persone che hanno lottato per poter ballare!

Margherita Bordino, da “cinematographe.it”

 

L’esilio di Jimmy Gralton
Jimmy Gralton (Barry Ward) torna in Irlanda nel suo villaggio nella contea di Leitrim dopo dieci anni di esilio volontario negli Stati Uniti. Siamo in piena Grande Depressione (non solo economica, ma anche morale e culturale) e Jimmy rimette in piedi la Hall che prima della sua fuga era il centro politico e culturale della contea. Qui giovani e meno giovani si riuniscono, danzano, dipingono, tirano di boxe, discutono di poesia e politica in piena libertà. Troppa libertà per la chiesa Cattolica e il governo Repubblicano irlandese, insediatosi dopo la guerra di liberazione dal dominio inglese e una sanguinosa guerra civile che ha visto contrapporsi gli irlandesi gli uni contri gli altri. La Hall di Jimmy diventa un pericoloso simbolo e le idee comuniste propugnate fanno paura sia ai proprietari terrieri che al parroco della locale chiesa, padre Sheridan, che vuole monopolizzare lo stile di vita dei suoi concittadini.
Lo scontro è inevitabile e Jimmy si metterà contro tutto e tutti, appoggiato solo da sua madre, dagli amici, dai compagni, e con l’unica colpa di propugnare idee di libertà e giustizia, di redistribuzione delle terre, di libero arbitrio. Gralton sarà arrestato e deportato negli Stati Uniti, dove morirà nel 1945 senza riuscire a mettere più piede nella sua terra.

Danza e libertà
Ma “Jimmy’s Hall” è anche – e soprattutto –  una storia di duplice amore che Ken Loach mette in scena con grande levità e passione visiva e intellettuale.
Il primo amore è quello per la libertà da ogni costrizione che Ken “il rosso” esalta, scegliendo il linguaggio rivoluzionario della musica jazz degli anni 20 che Jimmy importa dai locali di New York con la sua danza moderna, in una rappresentazione metonimica di libertà dell’espressione dell’individuo e del suo interagire con gli altri. La  prima sequenza più bella è, appunto, l’inaugurazione del locale pieno di gente che balla con gioia di vivere e in un montaggio alternato, con uno scarto temporale, ci fa vedere padre Sheridan prima che segna in un quaderno tutte le persone conosciute in quella “tana del peccato” e poi, il giorno dopo, durante la funzione domenicale, nell’omelia scagliarsi contro Gralton e tutti i suoi amici (specialmente le donne e le ragazze), leggendo dal pulpito i loro nomi, in una sorta di editto punitivo. La messa in serie mette in evidenza con violenza le due visioni del mondo: quella di padre Sheridan, oscurantista e inquisitoria di una vita peccaminosa; e quella di Gralton e compagni, libertaria e alla ricerca della felicità da condividere con più persone possibili.
Il secondo amore è la passione che scorre tra Jimmy e Oonagh (Simone Kirby) che non riuscirà mai a realizzarsi per la fuga repentina prima e l’esilio forzato poi di Jimmy. In mezzo, Oonagh si sposa e ha due figli, ma l’amore per Jimmy rimane intatto. La seconda sequenza da segnalare è una danza muta nella sala da ballo vuota, girata con perizia e poesia da Loach. Sognando la musica, Oonagh indossa il vestito regolatole da Jimmy e insieme si uniscono in un ballo elegante, carico di tensione erotica, dove la passione si esplicita in ogni gesto del corpo e negli sguardi, sintesi emotiva di un amore che sopravvive al tempo e allo spazio.

Il vento che schiaffeggia l’erba
“Jimmy’s Hall” è la dodicesima partecipazione al concorso cannense da parte del regista inglese, (che ha compiuto 78 anni). Questo suo ultimo film riprende in parte le atmosfere sociali di “Terra e libertà”, ma soprattutto è debitore a “Il vento che accarezza l’erba” e appare quasi una sua prosecuzione narrativa delle vicende storico-politiche irlandesi.
“Jimmy’s Hall” è girato nello stile inconfondibile di Loach fatto di sequenze piane e con una sceneggiatura che predilige i dialoghi e il confronto tra i personaggi e una messa in scena che contrappone i pieni degli interni e i vuoti degli esterni. Ci sono tutti i limiti del suo fare cinema: la contrapposizione netta tra negativo-positivo di personaggi a volte fin troppo squadrati e a tratti senza alcuna sfumatura; la sequenza del dibattito di gruppo sul tema politico pedagogico che cade nel lezioso; la partigianeria della narrazione a tesi che ingabbia il suo sviluppo in un percorso forzoso e prevedibile. Ma ci sono anche tutti i pregi di questo autore che si ama o si odia: la passionalità della messa in scena; i sentimenti puri e onesti che infonde nei personaggi per cui parteggia (e fa simpatizzare lo spettatore); l’attenzione a un mondo popolare ai margini delle Storia, ma che è invece il cuore delle vicende riportate alla luce nella sua messa in quadro.
“Jimmy’s Hall” è più ricco di pregi che di difetti e ne fanno un film da vedere, da amare, per sentirsi una volta tanto dalla parte giusta dello schermo (e della Storia).

Antonio Pettierre, da “ondacinema.it”

 

Questa volta è un po’ più difficile da sentire nell’anima il graffio proprio del cinema di Ken Loachche è nascosto, nel suo ultimo film Jimmy’s Hall, tra i passi di danza che caratterizzano l’opera che a prima vista sembra quella meno politica del cineasta britannico.

A otto anni da Il vento che accarezza l’erba, Loach torna in Irlanda per raccontare la storia di Jimmy Gralton (Barry Ward) che nel 1921, sull’orlo della guerra civile, è stato costretto ad un esilio volontario, perché etichettato come comunista, in seguito all’apertura, in quel della Contea di Leitrim, di un locale nel quale potevano danzare, fare pugilato, dipingere e intingere la mente in varie attività culturali.  Dopo 10 anni trascorsi negli Stati Uniti, Jimmy torna con il suo grammofono verde il cui suono incanta nuovamente a suon di jazz le assopite membra degli abitanti, soprattutto più giovani, di quella landa desolata i quali lo spronano a riaprire il luogo che già fu sinonimo di vergogna. Jimmy esita e poi cede trovandosi nuovamente a combattere con chi nel passato gli era già stato ostile.

La hall di Jimmy (attivista realmente esistito) agli occhi moderni ha tutte le caratteristiche di una mera sala da ballo o poco più ma in realtà, per l’epoca, è quello che oggi definiamo un centro sociale. La Pearse-Connolly Hall è un ventre che culla le persone e le loro idee che, all’epoca, tanto facevano paura alla Chiesa e alla destra per il loro profumo intenso di libertà. La scusa per sabotare ancora una volta l’innovativa idea di Jimmy è l’accusa di dar passo a peccaminosi balli tra le quattro mura di una stanza che in realtà è frequentata anche da chi, ogni domenica, è presente con fede alla Santa Messa ma non per questo è meno pronto a mettersi in discussione.

Ken Loach regala al suo pubblico con Jimmy’s Hall due storie d’amore: quella del regista, che in ogni suo film mette in sottofondo, con il concetto di libertà e quella più cinematografica fra il protagonista e la splendida Oonagh (Simone Kirby) che si consuma, senza essere consumata dalla lunga assenza dell’uomo nonostante la donna ora sia devota moglie e madre, in un ballo passionale, erotico la cui eleganza registica fa soprassedere alla banalità del momento affattoloachiano e costruito per piacere al pubblico meno consistente.

Loach, in un modo del tutto diverso dal solito, forse meno palese ma di certo più poetico, dirige ancora una volta un film estremamente politico in cui il bisogno di un confronto sociale all’interno di una comunità desiderosa di scambiarsi idee e ideali è castrato da chi vorrebbe tenere sotto controllo l’umanità dentro la gabbia, affatto dorata, di un regime o di un credo.

Sandra Martone, da “araldodellospettacolo.it”

 

 

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