Interstellar

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1997. L’allora ventisettenne Christopher Nolan dirige un breve cortometraggio, questo. Sullo scadere dei tre minuti, Doodlebug mostra il protagonista che osserva sé stesso mentre si autodistrugge. Per capire a cosa ci riferiamo, dategli un’occhiata. Prendendo per buono che abbiate già provveduto, passiamo oltre. Diciassette anni dopo quel ragazzo londinese non ha più bisogno di fare fondo al proprio salario per pagarsi i suoi lavori, eppure, in qualche stranissimo modo, Interstellar c’era già all’epoca. E proprio in quel finale, che è un affacciarsi sul suo finale.
Un film che conferma il cinema di Nolan, le sue peculiarità, i suoi “limiti”, con la solita, ammaliante chiarezza. Intimo, come solo le sue opere sanno esserlo, perché in fondo il regista de Il cavaliere oscuro a ‘sto giro non fa altro che spostare il ditino che indica il cielo e portarselo all’altezza del petto: non tra le stelle bensì nel cuore dell’uomo, di ciascun uomo, si cela il vero mistero di ogni cosa.
Frasi che ci riportano a Sant’Agostino, giusto per dire quanto trasversale, anche stavolta, riesce ad essere il più astuto e consapevole cineasta della sua generazione. Uno legge che per scrivere la sceneggiatura di Interstellar ci sono voluti corsi intensivi di Fisica teorica, nonché l’ausilio di un esperto del settore, quel Kip Thorne che è anche uno dei produttori esecutivi, e s’immagina chissà cosa. Ma questo non è certo un film per chi è abituato a vederli con righello, calcolatrice e compasso in mano. Anzi, costoro sono i primi che dovrebbero tenersi alla larga da Interstellar.
La Terra versa in condizioni disastrose, e l’unica possibilità è quella di trovare un pianeta le cui condizioni siano altrettanto favorevoli alla vita dell’uomo, così potervi trasferire l’intera umanità. Un’umanità per cui le risorse vanno sempre più scarseggiando, ed allora la NASA, o quel che ne è rimasto, escogita un piano che prevede un’esplorazione interstellare alla ricerca di un luogo adatto a diventare la nuova casa dell’uomo. L’idea si palesa a seguito dell’improvvisa comparsa di un wormhole, un buco nero, che permetterebbe di raggiungere altre galassie altrimenti irraggiungibili.
Per la missione viene scelto un ex-pilota di astronavi, Cooper (Matthew McConaughey), reimpiegatosi nel settore agricolo perché oramai di figure come la sua non c’è più bisogno. Solo attraversando quel misterioso buco a forma di sfera nello spazio si possono avere le risposte che l’uomo sta cercando, ma di cui ha soprattutto un disperato bisogno. Nondimeno, questa non è che una parte di Interstellar.
Perché di fianco a questa spedizione concepita per salvare l’umanità c’è la vicenda personale di Cooper e di sua figlia Murph, nonché di una promessa: quella di ritornare a casa. Perciò un film fortemente incentrato sui sentimenti, ma in maniera oltremodo intelligente. Nel tentativo di sondare l’infinito che sta fuori, Nolan s’industria con non meno impegno nel manifestare la sua meraviglia per ciò che ogni persona porta dentro. È su questo doppio binario che procede Interstellar, senza venire mai meno, fino a quegli immancabili trenta minuti (o giù di lì) finali, il cui picco emotivo precipita in picchiata, fino all’ultima inquadratura. Solo allora, infatti, dopo aver spremuto persino l’ultimo dei suoi quadri, lo schermo diventa nero e appare la scritta “Directed by Christopher Nolan”. Non prima.
Perché sia chiaro, Nolan è uno di quei registi che se gli si presenta l’opportunità di suscitare la più piccola delle emozioni, fosse pure un minuscolo brandello, non ci pensa due volte a sacrificare qualsivoglia “coerenza” o “credibilità” interna alla narrazione; da qui scorciatoie, presunti buchi di scrittura, che espongono le sue sceneggiature alle ire di molti. Ma per quanto ci riguarda si tratta di soppesare il solito costo/beneficio: ciò che s’intende ottenere ha un valore maggiore rispetto a quello a cui si rinuncia? Anche stavolta la risposta è un sonoro sì. Non si tratta del più classico dei «basta chiudere un occhio». Sfidiamo chiunque a trovare in circolazione un cineasta che a quei livelli, con quel budget, quelle pressioni e tutto ciò che ne consegue, riesce a sfornarti un film così personale e al tempo stesso stratificato, potente, per lo più nei tempi di lavorazione ristretti di un polpettone hollywoodiano.
Nolan manifesta ancora una volta una fiducia totale nelle sue storie, alle quali si consegna senza riserve, perché sa che, al netto di tutte le critiche (alcune delle quali persino fondate) che riceverà, la sua storia avrà ragione. E così è infatti, anche con Interstellar. A questo viene integrato un occhio la cui ispirazione è tanto più inusuale quanto efficace, con certe panoramiche che lasciano tramortiti. Ma in generale è l’armonia del tutto che è più della somma delle sue parti, per cui isolare una sola componente appare fuorviante. Nuovamente salteranno fuori quelli che «Hans Zimmer non se ne può più», quelli che «ha fatto di meglio», così come quegli altri che «tanto rumore per nulla».
Ed invece la dote encomiabile di Nolan è quella di riuscire a filtrare emozioni, sentimenti e quant’altro di analogo accostando a ragionamenti complessi frasi semplici, scene tutt’altro che elaborate, specie quando si arriva al punto di dover toccare i tasti giusti. Non a caso Interstellar è sorprendentemente semplice per una storia così complessa, ma è al tempo stesso un film sorprendentemente complesso per delle dinamiche relazionali così semplici. Tale abilità di tenere a bada una narrazione che potrebbe partire per la tangente e perdersi da un momento all’altro non può che essere espressione di una padronanza di linguaggio e di una conoscenza dei fini che non si prestano ad ambiguità. Perché Nolan sa esattamente ciò che vuole ottenere, e sa altrettanto bene come arrivare ad ottenerlo.
Relatività, quinta dimensione e speculazioni analoghe altro non sono che filosofia più che scienza, perciò a noi non resta che registrarle come ipotesi e nulla più, accontentandoci di comprendere fin dove possiamo. Ma il bello è che tra una stretta al cuore e l’altra, Interstellar ti obbliga a ragionare, a chiederti, fuor di dissertazioni accademiche, in che misura tutto ciò che vediamo ci riguarda. Per spiegare che la risposta va oltre lo spazio ed il tempo, consumandosi in quell’atto d’amore di cui la dimensione spaziotemporale non ci dice né può dirci nulla. Le emozioni sono “più” del tempo che ci imprigiona, sebbene non si afferri bene in che senso: avvicinarsi ad un valore che sostituisca quel “più” ci porta a cogliere il significato del film. O quantomeno la sua portata.
Non fatevi perciò incastrare da chi vi mostrerà calcoli e tabelle per dimostrare una presunta inconsistenza scientifica; né fatevi mettere sotto da chi della coerenza ne ha fatto un idolo, al cui obolo va sacrificato tutto fuorché l’unica cosa che andrebbe sacrificata davvero, ossia la coerenza stessa. Perché questo rocambolesco viaggio attraverso le galassie ha uno scopo ben preciso, ed evidentemente nel XXI secolo serve uno scorcio mozzafiato di Saturno per dar ragione a quel proverbio tedesco, che sulla falsa riga del latino Orazio, recita: «Il viaggiare cambia le stelle, ma né la testa né il cervello». E talvolta c’è più in una stanza che nell’infinito che ci sovrasta.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

Un piaga sta uccidendo i raccolti della Terra, da diversi decenni l’umanità è in crisi da cibo e quasi tutti sono diventati agricoltori per supplire a queste esigenze. La scienza è ormai dimenticata e anche ai bambini viene insegnato che l’uomo non è mai andato sulla Luna, si trattava solo di propaganda. L’ex astronauta Cooper, mai andato nello spazio e costretto a diventare agricoltore, scopre grazie all’intuito della figlia che la NASA è ancora attiva in gran segreto, che il pianeta Terra non si salverà, che è comparso un warmhole vicino Saturno in grado di condurli in altre galassie e che qualcuno deve andare lì a cercare l’esito di tre diverse missioni partite anni fa. Forse una di quelle tre ha scoperto un pianeta buono per trasferire la razza umana e in quel caso è già pronto un piano di evacuazione. Andare e tornare è l’unica maniera che Cooper ha di dare un futuro ai propri figli.
Questa volta c’è 2001: Odissea nello spazio nel mirino di Christopher Nolan. Interstellar non fa mistero di volersi misurare in quel campo da gioco e lo dice più volte con le immagini in quelle che sarebbe riduttivo chiamare citazioni ma sembrano più dichiarazioni d’intenti, come se il film di Kubrick fosse un genere a sè e Interstellar ne stesse solo rispettando le regole. La differenza tra i due sta però nel fatto che il regista di Inception e Memento è il massimo esempio di cineasta-ingegnere, un abile costruttore di ingranaggi dalla complessità impressionante che con invidiabile chiarezza corrono verso una risposta finale. Le domande poste dai suoi film non rimangono quasi mai appese (la trottola di Inception è una delle poche eccezioni in un film che comunque è pieno di risposte) e anche Interstellar, arrivato là dove Kubrick si fermava, avanza per fornire delle risposte che inevitabilmente risultano più povere di un indeterminato mistero. Per Nolan i misteri non sono nella fine del viaggio ma nelle situazioni che l’hanno messo in moto, sono da rintracciarsi nei molti errori e nelle molte menzogne dei personaggi (quasi tutti sbagliano qualcosa, quasi tutti ad un certo punto mentono a se stessi o agli altri) e nelle intuizioni sentimentali che hanno, tutto comunque parte di un puzzle perfetto.
Quel che ogni volta questo autore ci fa riscoprire è il piacere dell’audacia. Non c’è nessuno oggi capace di osare così tanto, nessuno così determinato a non voler essere come gli altri. Il futuro messo in scena da Interstellar non somiglia a nessuno dei molti già visti, è uno in cui una società di diverse decine di anni avanti a noi vive in un passato recentissimo (sembra la fine degli anni ’90), apparentemente idilliaco ma intimamente disperato. L’uomo ha smesso di osare e, essendo a rischio estinzione, ha cominciato a conservare ma in questo ritorno alla vita bucolica, tutta cieli blu e campi coltivati, è collegato un profondo senso di sconfitta, tanto quanto uno di esaltazione è invece legato alle potenzialità della scienza e della tecnologia (mai nemica ma quasi più amica ed empatica dei propri simili), un assunto che già da solo ribalta i luoghi comuni del cinema per ambire ad un senso di meraviglia ed avventura che non siano figli solo dell’eroismo individuale del cinema americano (che comunque non manca) ma della semplicità spielberghiana, quella capacità invidiabile di suscitare i sentimenti più basilari quali meraviglia, desiderio e stupore.
In maniera non diversa è audace la tecnica con cui il regista, già da Inception, mostra di avere un’idea propria dell’uso narrativo del montaggio parallelo, lavorando sulla suspense tra due linee di trama nello stesso momento (quella dell’astronauta Cooper e della figlia Murph o in certi casi quelle degli eventi che stanno accadendo contemporaneamente ai diversi astronauti) o come intenda il tempo. In quasi ogni suo film Nolan ha dimostrato che il cinema può raccontare storie intrecciandone la trama a partire dalla sovrapposizione di temporalità diverse, trovando così percorsi nuovi anche per parabole canoniche. In Interstellar il tempo degli astronauti non è quello sulla Terra, i loro eventi si svolgono in momenti differenti ma lo stesso comunicano di continuo e in maniere sempre nuove, rinfrescando espedienti di suspense ormai usurati. È parte del fascino da puzzle dei film di Nolan ma più in grande è anche la dimostrazione di una vivacità narrativa e un’originalità registica fortissime che impongono un passo diverso ai suoi film e costringono lo spettatore al piacere della concentrazione. I tempi del film seguono un ritmo tutto proprio, con uno stacco vengono saltati diversi mesi, piazzando ellissi là dove altri avrebbero indugiato (gli astronauti non si preparano? Cosa succede tra l’accettazione della missione e la partenza?) e in altri casi vengono allungati a dismisura momenti su cui altri avrebbero sorvolato.
Che tutto questo accada in un kolossal hollywoodiano è forse la sorpresa più grande che il pavido cinema di questi anni, contento solo delle proprie sicurezze, poteva regalarci.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Quando il Creatore, o chi per lui, ha messo l’uomo sulla Terra, l’ha dotato di una qualità che nessun altro essere vivente possiede, una qualità che l’ha sempre spinto in alto, oltre ciò che sapeva e vedeva, per scoprire e conoscere quello che c’è nell’Universo, quello che c’è Oltre e Dopo.
Con Interstellar, Christopher Nolan si inserisce nella lista di quelle persone che, con il proprio lavoro, hanno provato a fare il balzo, a cambiare un gioco, ad andare Oltre le regole del cinema. Esattamente tra Terrence Malick e Stanley Kubrick, un po’ meno filosofico del primo, un po’ meno visionario del secondo, e sempre fedele alla sua grandiosa estetica cinematografica. Il regista britannico si avventura in un viaggio oltre i confini dello spazio, perdendosi lui stesso nella sua gigantesca e ambiziosa visione, per poi ritrovarsi nel finale, in cui, ancora una volta, è l’uomo a prevalere sul suo destino o sulla sorte, o, meglio, sulla sua stessa fame di conoscenza, sulla sua stessa curiosità.
interstellar recensione 3Nolan unisce teorie scientifiche sull’origine dell’Universo, sui buchi neri e, ovviamente, sui viaggi interstellari, per raccontarci una storia straordinariamente umana, un viaggio che attraverso Cooper (Matthew McConaughey) mette in scena la fame di scoperta, l’amore di padre e l’urgenza di difendere la propria famiglia, la capacità di votarsi ad un bene superiore e, per la prima volta nel suo cinema, una concezione dell’Amore come vera forza della Natura, equiparabile alla Gravità (disneyana memoria). E a cosa serve la scoperta, la ricerca della salvezza, il moto perpetuo verso l’evoluzione, se non per conservare in eterno se stessi, i propri affetti? Nolan ci risponde alla sua maniera: narcisistica, ambiziosa, anche presuntuosa, ma non per questo meno vibrante di emozione, ricca di umanità nel suo verboso susseguirsi di spiegazioni scientifiche che articolano inevitabilmente tutta la sceneggiatura. Un’umanità che non esita a mostrare i suoi aspetti più oscuri, vinti ancora una volta dalla totalità, dall’impeto, dalla forza dell’amore di un padre che ha fatto una promessa.
INTERSTELLARAccanto a McConaughey, Nolan torna a lavorare con Anne Hathaway, con Michael Caine, e per la prima volta con Jessica Chastain, che di nuovo dimostra la sua capacità di trasformarsi e di cambiare i tratti del suo viso, assecondandoli al suo personaggio.
Interstellar ci conduce nell’iperspazio, alla ricerca di un nuovo mondo abitabile, un mondo che ci consenta di abbandonare la nostra Terra ormai consumata, un viaggio guidato da scienziati, biologi, tecnici, studiosi, ingegneri, uomini di ‘freddi numeri’, ma che nelle mani di Nolan non smettono mai di essere comunque persone, appassionate alla vita e agli affetti. Una vita che alla fine del viaggio ci insegna che l’unica variabile che conta, in un universo cosmico regolato da leggi ancora sconosciute, è la volontà di tornare a casa, ovunque essa sia.
Chiara Guida, da “cinefilos.it”

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.
Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte…

Interstellar è il nuovo attesissimo film di Christopher Nolan che troveremo nelle sale italiane a partire dal 6 novembre. Nel cast ci sono attori di grosso calibro come Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain e Michael Caine.
La pellicola presenta un pianeta Terra in cui i cambiamenti climatici hanno sconvolto e dilaniato l’agricoltura. Ormai la ricerca tecnologica è ferma e tutti i fondi di ogni nazione sono orientati a formare agricoltori. Tutto questo però non basta, i raccolti sono da buttare, solo il granoturco ancora riesce a resistere. Così un gruppo di scienziati mette in piedi un programma spaziale volto alla ricerca di un pianeta abitabile con le condizioni della Terra su cui trasportare tutta la specie umana. Alla base di questo viaggio c’è la comparsa di un wormhole – essenzialmente una “scorciatoia” da un punto dell’universo a un altro, che permetterebbe di viaggiare tra di esso più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale – vicino Saturno.
Essendo tale wormhole un fenomeno del tutto non-naturale, l’equipe di scienziati è portata a pensare che qualcuno, o qualcosa, lo abbia messo lì proprio per loro.
Per Interstellar l’attesa era, scusate il gioco di parole, alle stelle. Dopo averlo sponsorizzato in ogni dove, dopo aver fatto un marketing virale incredibile, come le sfere installate a Milano, Napoli e Roma in zona Ponte Milvio e galleggianti nel Tevere (…no, non sono della Mercedes) (Leggi la news QUI), tutti esigevano il capolavoro.
Lato cast questa attesa era ulteriormente maggiorata per via del protagonista: Matthew “trasformo-in-oro-qualunque-film-in-cui-recito” McConaughey che dopo Dallas Buyers Club ha raggiunto dei livelli altissimi. Ormai sarebbe in grado di trasformare la nuova serie di Don Matteo nell’ultima di True Detective.
Con un hype del genere il rischio flop era dietro l’angolo e, per certi versi, forse c’è stato. Mi spiego meglio.
I film che sono girati per piacere a tutti, normalmente, non piacciono a nessuno, oppure piacciono a quelli che reputano i cinepanettoni dei grandi film comici. Interstellar, per come è strutturato non può piacere a molti. E la durata monstre di 2 ore e 49 minuti scoraggia tanti spettatori. Questo perché il film ha delle solide basi tecnico scientifiche che risultano essere difficili da digerire per uno spettatore non appassionato di fisica o ingegneria. Tutto questo è stato possibile grazie alla collaborazione con il Professore di fisica teorica del Caltech Kip Stephen Thorne che ha messo a disposizione di Nolan tutto il suo immenso sapere.
E’ davvero incredibile il modo in cui Nolan sia riuscito a inserire in un film il problema del diverso scorrere del tempo legato ai viaggi interstellari, ampiamente discusso nel paradosso dei gemelli (vi consiglio di leggere il link per capire di cosa si sta parlando http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_dei_gemelli), oppure l’accuratezza della fase di docking tra la navetta ranger e la nave madre endurance.
La bellezza di Interstellar è proprio questa: si poggia su una base scientifica che, tranne eccezioni eclatanti, è davvero valida e solida. Molti faranno l’errore di paragonarlo a Gravity. Beh non fatelo. Ne rimarrete delusi. Sono due film che hanno due obiettivi diversi. Come dice Nolan Interstellar è girato per “far si che il pubblico possa vivere lo spettacolo di un grande viaggio interstellare” il più realistico possibile. Gravity assolutamente no: in Gravity lo spazio era una location, non la linea guida del film.
Merita di essere visto? Dipende da quello che piace a voi: se siete degli appassionati della materia, assolutamente sì. Non aspettate altro. E’ un po’ l’erede di 2001 Odissea Nello spazio. Ricalca la Hard Science Fiction (Fantascienza Tecnologia) dei romanzi anni 60 caratterizzati dall’enfasi per il dettaglio e l’accuratezza scientifico/tecnico (bella l’“idea” finale tratta dal romanzo “Incontro con Rama” di A.C. Clarke). E’ stupendo ritrovare in una pellicola di tale portata la stessa durezza e lo stesso rigore per la scienza stessa e il fatto che le conoscenze tecniche adoperate siano logiche e fattibili.
Se invece non ricadete in questa categoria avete due scelte: non andare, oppure farvi accompagnare dal vostro Ingegnere Aerospaziale o Fisico di fiducia che vi renderà meno ostica la visione della pellicola e forse, chissà, vi farà appassionare a qualcosa di nuovo.
“La crudeltà e la bontà sono piccole cose di fronte l’immane indifferenza della Natura” (V. Vinge)
Matteo Bartolini, da “cinemamente.com”

In un futuro prossimo non precisato la Terra si sta avvicinando alla sua fine: tempeste di sabbia e carestie hanno colpito l’intera popolazione, che sta oramai per estinguersi. Cooper , un ex pilota della NASA, è adesso un agricoltore, costretto dalle necessità di sopravvivenza a questo ruolo: nella sua vita, però, ha sempre pilotato razzi spaziali, con gli occhi rivolti verso il cielo. L’amore per la sua famiglia, il bisogno di dare loro un futuro, lo porterà nuovamente a pilotare un razzo spaziale, verso una nuova galassia, attraversando un wormhole, una curvatura dello spaziotempo: per cercare un mondo dove poter ricominciare la vita da zero. La fine del mondo non sarà la nostra fine.


Christopher Nolan torna al cinema dopo due anni da Il cavaliere oscuro – Il ritorno e lo fa con un’opera originale che trae spunto da un trattato di Kip Thorne, un fisico della Caltech impegnato nello studio della fisica gravitazionale. Con la sceneggiatura firmata da Jonathan Nolan, suo fratello, Interstellar rappresenta la prima pellicola sci-fi del regista londinese, per un viaggio interstellare oltre i confini conosciuti della nostra galassia, che ritrova nell’amore e nella famiglia il proprio perno. Elementi che condizionano una sceneggiatura che non vuole arrivare agli intrecci propri di Memento o di Inception, né lasciare dei buchi che possano dare vita a teorie e domande e dietrologie (nessuna trottola da far girare, quest’anno): eppure anche stavolta la scelta narrativa riesce a metterci dinanzi all’ennesimo intreccio, bucando le teorie della relatività generale, dell’impossibilità di andare a ritroso nel tempo, di cambiare il passato, di sfruttare la quinta dimensione e raffigurare il tempo come una montagna: scalarla significa tornare indietro. Cooper è figlio delle sue stesse decisioni, prese nel futuro e inviate nel passato, per l’ossessione di un sentimento, l’amore di un padre verso la figlia.


Interstellar ha una durata consona alle opere di Nolan: supera le due ore e mezza, ma la vicenda è così ben narrata, rappresentata, che non stanca mai, salvo nel caso in cui non siate riusciti a cogliere la filosofia nascosta dietro il messaggio proposto dal regista. I tempi sono perfettamente scanditi e non c’è mai un rallentamento. È una perfetta ode all’istinto di sopravvivenza, che verrà messo più volte in discussione, soprattutto nella dicotomia che vedrà la propria sopravvivenza contrapposta a quella del resto dell’umanità, oramai prossima all’estinzione. La scelta registica del cercare sempre il contatto con Cooper, col protagonista, di seguirlo, di tallonarlo con la camera a mano e di non realizzare dei totali sulle scene – comunque presenti per esaltare la bellezza delle realizzazioni scenografiche – rappresenta un punto focale dell’opera di Nolan: si cerca l’introspezione, le lacrime in primo piano sul volto di McConaughey, l’emotività di un pilota strappato dalla propria famiglia e spedito in un viaggio nell’oblio. La forza che “omnia vincit”.
È nel lavoro tecnico, negli effetti speciali, che la troupe di Nolan continua a esaltarsi e a donare un colpo d’occhio incredibilmente reale, soprattutto nella rappresentazione dello spazio, della nostra galassia e della nuova. Se Alfonso Cuaron con Gravity aveva riproposto un’esperienza tangibile, Nolan va oltre, tanto per le scelte sonore che per quelle visive: le riprese della zona antistante la navicella che ospita Cooper e gli altri sono completamente senza audio, con un silenzio che opprime i timpani e fa da contraltare ai rumori dei reattori spaziali che il cinema ci ha insegnato a conoscere. Lo stile è quasi documentaristico, nell’attraccaggio dei moduli spaziali, nella vita all’interno della navicella, nel riprodurre la bellezza dell’universo, del buco nero, del wormhole, con immagini in widescreen e riprese con telecamera IMAX. Un lavoro immenso. Una riproposizione dello spazio che non esula le leggi della fisica, le rispetta e le condivide, ma offre una visione più populista di quello che si trova al di là dell’atmosfera, per permettere allo spettatore di fare la conoscenza con aspetti a noi estranei: Nolan non è venuto a insegnarci la fisica, è venuto a mostrarcela. Per farci poi capire che l’amore può spezzarla.
Interstellar a oggi è una delle esperienza cinematografiche più complete con le quali possiamo confrontarci e delle quali possiamo godere. La fantascienza, lo sci-fi, raggiunge un livello più elevato, superiore, trascende dal suo dettame spaziale e offre una visione terrena del sentimento umano trasportata nell’immensità dell’universo, delle galassie. L’amore è una forza ancora più grande della gravità, e non c’è scienza che possa spiegarla.
Mario Petillo, da “spaziofilm.it”

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