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Il regno d’inverno

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In un villaggio sperduto dell’Anatolia, in cui giungono turisti interessati alla struttura di antiche abitazioni che formano un tutt’uno con la roccia, Aydin è il proprietario di un piccolo ma confortevole albergo, l’Othello. L’uomo è anche il padrone di diverse case i cui inquilini non sono sempre in grado di pagare l’affitto e vengono puniti con il sequestro di televisore e frigorifero. Aydin vive con la giovane moglie Nihal e con la sorella Necla che li ha raggiunti dopo il divorzio. L’uomo è stato attore e ora sta pensando di scrivere un libro sulla storia del teatro turco.
Nuri Bilge Ceylan ancora una volta riesce ad emozionare con un’opera che sfida la lunga durata uscendone vincitrice assoluta. Il regista turco realizza una sintesi del proprio cinema dimostrando una libertà creativa che lo affranca dalla ripetitività. Dopo il successo dei film precedenti (e in particolare di C’era una volta in Anatolia) sarebbe stato facile tornare a proporre atmosfere e tempi rarefatti. Ceylan opta invece per una sceneggiatura in cui la parola domina integrandosi con un paesaggio e con interni che riflettono e, al contempo, determinano gli stati d’animo. Se il rimando a Shakespeare è in questa occasione palese (dal nome dell’hotel al manifesto di un “Antonio e Cleopatra” fino a una diretta citazione) l’amato Cechov torna a innervare l’opera del regista. Perché il film è pervaso da una sensazione di resa alla fragilità dei rapporti mentre al contempo se ne cerca una ragione e una soluzione (magari nella Istanbul che sostituisce come meta desiderata la Mosca del Maestro russo). Ceylan però si impadronisce di questo mood per operare una lettura delle relazioni uomo/donna che, portata sullo schermo grazie ad attori straordinari, ne fa emergere le pieghe e le piaghe più nascoste. Aydin è un possidente: possiede edifici, possiede la cultura, possiede sua moglie o, meglio, crede di possederla. Ha costruito intorno a lei una gabbia di attenzioni che è si è trasformata in una prigione che lo ha isolato a sua volta. A poco valgono le riflessioni sull’arte e sulla scrittura di quest’uomo apparentemente bonario (il lavoro sporco tocca al suo braccio destro).
A infrangersi non sarà solo il vetro del suo fuoristrada. Perché l’uomo Aydin si ritroverà davanti in Nihal non più la ragazza che aveva sposato ma una giovane donna che cerca la propria, seppur limitata, autonomia e ciò accadrà senza che lui abbia voluto accorgersi del cambiamento. Sarà un suo intervento che considera assolutamente normale, se non addirittura doveroso, che farà esplodere tensioni troppo a lungo represse. Nihal però avrà a sua volta modo di sperimentare quanto ciò che noi riteniamo ‘buono’ per gli altri non sempre viene percepito come tale. Il sonno invernale di Ceylan non è un letargo pacificatore.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Tra Čechov e Tarkovskij, il settimo lungometraggio di Ceylan costruisce un mondo insieme teatrale e cinematografico in tre indimenticabili ore di dialoghi serrati e gelidi paesaggi

Quella di Nuri Bilge Ceylan è una filmografia che si sta velocemente delineando come una delle più solide, e ancora promettenti per il futuro, del cinema mondiale contemporaneo. Da Uzak (il film più premiato della storia cinematografica turca) in poi, i suoi lungometraggi vengono riempiti di riconoscimenti a Cannes, dove sono sempre presentati (Il piacere e l’amore, Le tre scimmie e l’ultimo capolavoro C’era una volta in Anatolia). Dopo esserci andato più volte vicino, con Winter Sleep – Il regno d’inverno il regista turco si è aggiudicato finalmente la Palma d’Oro dalla giuria presieduta quest’anno da Jane Campion.

Tre ore e venti di una dozzina di piani-sequenza sembrebbero non facili da digerire ma in realtà diventano preziose e indipensabili fino all’ultimo minuto per la costruzione di un mondo come racchiuso in una palla di vetro, gravitante intorno a un alberghetto gestito da un ex attore teatrale, primo protagonista del film, dove vive insieme alla giovane moglie e alla sorella, recentemente divorziata.

Ispirato dichiaratamente alle opere di Čechov, Il regno d’inverno mantiene infatti un’impostazione squisitamente teatrale tramite lunghi dialoghi che si svolgono negli ambienti domestici dove i tre sono lentamente costretti a svelarsi all’altro, in una sorta di agnizione di sé e del loro rapporto. Dal discorso indiretto di C’era una volta in Anatolia usato per scrivere i verbali e raccontare l’indagine, Ceylan in Il regno d’inverno passa a quello diretto, come metodo enunciativo di un duello parlato a colpi di accuse personali, risentimenti, rivendicazioni ma anche intessuto su argomenti universali, quali la povertà, la violenza, l’arte, la noia, la felicità. La lenta demolizione del protagonista Aydin e delle sue sicurezze puramente intellettuali inizia con un gesto fisico, la rottura del finestrino da parte di un bambino, primo suo giudice imparziale, e continuerà attraverso le parole delle sue donne in gabbia, colpevoli di ingenuità, in parallelo con gli animali selvaggi (i bellissimi cavalli della Cappadocia) da catturare e addomesticare.

E, come è tipico del movimento registico di Ceylan, il paesaggio turco, quello più estremo, con i suoi colori, le strade, i panorami, influenzano la natura dei personaggi, come le stagioni influenzavano l’amore dei due protagonisti de Il piacere e l’amore: i percorsi esistenziali vengono vissuti prima fisicamente attraverso lo spazio che abitano e che abita loro, solo a posteriori cosciamente.

Pur se con echi di Bergman e Tarkovskij, Ceylan con questo ultimo lungometraggio consolida il suo personalissimo sguardo sulla fragilità dell’uomo, confermandosi uno dei maggiori autori contemporanei.

Giulia Marras, da “farefilm.it”

 

 

Un film sulle distanze. Questo è stato il pensiero che ad un certo punto si è prepotentemente offerto alla mente durante la proiezione per non più staccarsene. Una di quelle considerazioni grezze, ovverosia non lavorate, che esigono un approfondimento più ampio. Eppure di parole se ne usano già tante in quest’ultimo film di Ceylan, obiettivamente verboso. I colleghi accreditati dagli USA, tra i più influenti peraltro, hanno fatto fronte comune: troppo Chekhov, troppo Shakespeare, Dostoïevski. C’è da capirli.

Winter Sleep un film che definiremmo “repellente” se solo il termine non contemplasse quel non so che di essenzialmente negativo. Ma davvero, resistere per tre ore e un quarto a certe condizioni non è da tutti. Quello di Ceylan è né più né meno un trattato comportamentale, suggeriremmo addirittura da studio accademico, se non fosse che certe competenze spettino ad altri. Il regista turco ci costringe letteralmente ad ambienti chiusi, a tratti claustrofobici, mentre il più delle volte due persone scagliano sentenze le più disparate, all’indirizzo di tutto e tutti. Scambiandosele pure, sicché capita che la medesima frecciatina venga riutilizzata da chi l’aveva subita in precedenza. Paro paro.

In un’area alquanto desolata, ma ricca di fascino, in Anatolia, un ex-attore, Aydin, conduce una vita semplice. Tuttavia agiata, dato che possiede un Hotel le cui stanze sono state suggestivamente incastonate in delle simil-caverne, più alcune abitazioni nel paese limitrofo. Vive con la giovane moglie Nihal e la sorella Necla, ospitando pochi clienti alla volta, non per scelta ma per via dell’ubicazione.

Rari dunque gli incontri, in un contesto dove tutto non può che diventare routine. Pericolosamente. Ed è su tale pericolo che specula Ceylan, mostrandocelo in tutto il suo potenziale devastante. In una delle prime scene un bambino che va ancora alle elementari tende a suo modo un’imboscata ad Aydin, rompendogli il vetro dello sportello dell’auto con una pietra. Come mai?

Ci vorranno un paio d’ore non tanto per capire il perché di quel gesto, quanto per comprenderne a fondo le motivazioni, accostandosi quanto più vicino possibile alla pesante atmosfera che si respira in quei luoghi quasi spettrali. A questo servono certi campi lunghi e lunghissimi, che in C’era una volta in Anatolia assumevano una valenza preminente. Qui sono centellinati, ma più o meno assolvono al medesimo scopo: offrirci una prospettiva differente, più generale, più “ampia”, dopo esserci così a lungo intrattenuti a pochi centimetri di distanza dai protagonisti. È attraverso questa specifica misura di regia che filtra il pensiero suggerito da Ceylan, ossia che tutti si trovino sulla medesima barca. Non importa quanto diversi siano i temperamenti, le indoli, e quanto tutto ciò renda incompatibili: da lontano la visione d’insieme ci consente di andare oltre, inquadrando la condizione in cui si trovano tutti. E questo azzera di colpo ogni tesi o ragionamento sostenuti sino a quel punto.

Winter Sleep non s’interessa d’altro. Ciò che lo muove è una passione viscerale nel volerci consegnare i limiti, le difficoltà, gli errori (sempre gli stessi), di chi, uomo, neanche in un ambiente del genere riesce a puntare all’essenziale. Aydin ripete costantemente di essere una persona semplice, facendo però pesare come un macigno tale presunta semplicità. Non ci tocca neppure chissà quale fatica interpretativa per rintracciare le peculiarità di ciascun personaggio: ci pensano loro a vomitarsi piccate analisi l’un l’altro.

Tale è però l’intelligenza di Ceylan che, attraverso uno sparuto gruppo composto da appena qualche elemento, riesce a mettere a nudo noi stessi, ciascuno di noi. E ci riesce come pochi. Lungo le numerose e talvolta volutamente tedianti conversazioni, si cerca in qualche modo di intercettare quel malessere che aleggia sin dall’inizio, ma che non viene mai esplicitamente manifestato. Né ci proveremo noi a farlo, perché questo è esattamente ciò che si prefigge di (di)mostrare Winter Sleep.

È di per sé evidente che per riuscire in un’impresa di questo tipo serva un cast che sappia davvero il fatto suo, coinvolto, pronto. Ed anche questo, anzi soprattutto questo, lo ritroviamo nel film. Haluk Bilginer per quanto ci riguarda è da premio al miglior attore, dato che il suo è il ruolo su cui sta o cade la credibilità dell’intero film. Il suo lento, contorto mutamento, che è più che altro un venire allo scoperto, atterrisce per la capacità insita nel suo Aydin di atteggiarsi come una persona in carne ed ossa, per lo più un intellettuale, uno di quelli che cade sempre in piedi.

In un film dove le sfumature sono tutto, e dove a ciascuno tocca almeno una volta, a rotazione, la parte di vittima e quello di carnefice. Parte che ciascuno, come se non bastasse, interpreta a suo modo, ogni volta rivelandoci sistematicamente qualcosa di più su quel loro animo così travagliato. Pecca un po’ o troppo di esistenzialismo, di filosofia sopra le righe, nonché di una certa predilezione alla letteratura per riuscirci? Probabilmente sì. Ma il punto è… funziona?

Il prezzo di questa merce non è propriamente a buon mercato, lo abbiamo scritto ed evidenziato, e solo un folle potrebbe affermare il contrario. Alla fine di Winter Sleep, se ci si arriva, si è provati: non ci sono scorciatoie. Per alcuni l’esperienza sarà senz’altro equivalsa a qualcosa del tipo ingollarsi le circa mille pagine de I fratelli Karamazov in un’unica soluzione a mo’ di cura Lodovico – con in più l’aggravante che ad Alex almeno la violenza piaceva. Ma non siamo così drastici.

Winter Sleep, nonostante tutto, va affrontato con disinvoltura, consapevoli che nulla di veramente buono si ottiene senza fatica. Da quanto appena rilevato si potrebbe trarre una lezione ulteriore che Ceylan ha voluto (in coscienza o meno) impartire; ma poi si rischia di farsi dare del moralista. E allora costoro stiano certi che non per loro è stata concepita tale pellicola. O meglio. Certi epigoni della via più facile ne beneficerebbero primariamente; noi, per esempio, ne abbiamo tratto enorme giovamento, a più livelli. «Il mio regno sarà piccolo, ma di questo regno almeno sono il re», sbatte in faccia Aydin ad una Nihal stremata. Basterebbe andare al cuore di questa frase per comprendere parecchie cose. E Winter Sleep è decisamente una di queste, sì.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

Il cinema turco negli ultimi anni deve tanto a Nuri Bilge Ceylan, uno dei protetti del Festival di Cannes che lo ha scoperto fin da un suo cortometraggio e sempre presente in concorso. Il suo cinema spesso è fatto di molti silenzi, di piani sequenza lunghi e di panorami che si stagliano all’orizzonte con arroganza. Un cinema rurale, che in Winter Sleep conferma quest’ultima caratteristica, ma si discosta molto per una regia più dinamica e per i moltissimi dialoghi.

Un film molto classico ambientato nella steppa anatolica che sembra quella russa raccontata da Cechov nelle sue opere. Un’ambientazione fuori dal tempo che rimanda al romanzo ottocentesco, con il fuoco nel camino, le pareti di pietra, la luce fioca delle candele, le camere non riscaldate.
I nostri protagonisti sono i signorotti del luogo, con le persone a servizio, della povera gente locale che abita nelle loro tante case di proprietà, un imam ossequioso che ricorda un Don Abbondio di campagna.

Sembra un idillio l’Hotel Othello, scavato nella pietra dell’altopiano anatolico. Ci vive il protagonista, un ricco attore teatrale a riposo insieme alla bella moglie molto più giovane. Qualche turista si avventura anche nelle settimane invernali in cui presto è in arrivo la neve. Il sonno invernale del titolo è da intendere anche come inverno della vita del protagonista.

Il peso di due mondi diversi divide i due protagonisti. Lui cresciuto in una casa senza elettricità che “non sapeva come poter essere felice”, che ha cercato di cambiare il paese e il mondo, lei, giovane, che non ha mai dovuto pensare a come guadagnarsi da vivere, sembra avere tutto e si dedica alla beneficenza come una nobildonna di un altro secolo.

Una incomunicabilità che sembra diventare anche un’accusa di chi ha lottato per una Turchia contemporanea, laica, che vede con snobismo dell’artista la religione come superstizione del popolino, contro chi invece sembra volersi accontentare, o peggio tornare indietro. Winter Sleepè un accumularsi di tanti dialoghi densi, di cui colpisce la lucidità spietata dei giudizi che i personaggi si scambiano, che arrivano con rassegnazione, tanto da farci percepire gli anni di non detti che ora non possono più nascondere la verità, le ferite del tempo che inevitabilmente ci si infligge, spesso non volendolo. Del resto, lo si dice varie volte, “le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni”.

Ceylan realizza il suo film più riuscito, verbosissimo ma ipnotico, che si nutre di pesanti ambizioni senza cali di tono. Un ritratto spietato eppure molto umano, di non detti che logorano e del tempo che inevitabilmente cambia tutti noi e il nostro rapporto con chi amiamo.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Le rose nella steppa

C’erano una volta, in un freddo castello della lontana Cappadocia isolato dal mondo e circondato solo da aride rocce, un re, sua sorella e la sua giovane bellissima moglie.

Tristi, passavano le giornate nutrendosi dei conflitti con cui appagavano tutta la loro meschina e troppo umana sensibilità.
Non è una fiaba, ma neanche un film di quelli cui siamo abituati: Il regno d’inverno- Winter Sleep, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes, è innanzitutto un dramma da leggere.

Nuri Bilge Ceylan, fiore all’occhiello del cinema turco, già distintosi tre anni fa conC’era una volta in Anatolia, ha finalmente terminato un progetto cui lavorava da quindici anni e che grida ora al capolavoro.

Aydin (Haluk Bilginer), teatrante invecchiato, gestisce un piccolo albergo nel cuore della Turchia insieme alla moglie Nihal (Melissa Sözen) e alla sorella Necla (Ayberk Pekman), sofferente a causa del recente divorzio.
Pigri e codardi i tre si trovano isolati dalla neve che impietosa cade sul palcoscenico delle loro identità, obbligandoli al confronto reciproco.
Come il ringraziamento finale palesa, l’ispirazione venne a Ceylan da Čechov, ma non si cada nell’errore di voler usare la poetica del maestro russo quale chiave di lettura dell’opera.
I dialoghi sono molti, letterari e forse più adatti al teatro, ma è proprio tale commistione di diversi linguaggi a rendere l’opera capace di mutare natura, così come gli stessi protagonisti saltellano come cavallette da un’identità all’altra.
Il loro è un vero e proprio gioco al massacro.
Lui, arido padrone —della moglie, dell’albergo, delle persone— preferisce regnare nel suo guscio di noce piuttosto che uscire a confrontarsi col mondo. Lei, che da anni suona lo stesso tamburo stanco di lamentele e frustrazioni, passa le giornate impegnata a raccogliere fondi per i bisognosi, mentre la sorella, convinta d’essere immune a tale dinamiche, osserva i gesti autolesionisti dei due che odia, e da cui vorrebbe scappare.

Ma nessuno se ne andò. Perché?

Col suo primo movimento la camera si avvicina sempre più ad Ayal fino a farci letteralmente entrare in lui, respirare affannosamente quell’aria satura di rancore e cinismo, tanto da spronarci a rispondere agli interrogativi che i tre continuamente sollevano, addentrando si in regioni universale interesse.

Fitzgerald ha scritto che ogni esistenza è un’impresa di demolizione, ed è proprio questa la direzione che il protagonista, sempre protetto dal suo lungo cappotto nero —quasi fosse un mantello regale— segue: la distruzione necessaria al sorgere di una vita nuova, vera.

Diverse scene girate in campi e controcampi —di bergmaniana memoria— ci rendono ancora più partecipi, quasi voyeuristi spettatori, della resa dei conti della coppia, soddisfando il nostro sadico piacere sulle note, dolcissime, della sonata numero venti di Schubert.

Meravigliosa, rarefatta bellezza.
Chi scrive uscito dalla sala buia del cinema, ha alzato gli occhi verso il cielo, come spettandosi di veder cadere qualche bianco fiocco di neve.

Erica Belluzzi, da “cinezapping.com”

 

Nell’ultimo lavoro di Nuri Bilge Ceylan l’inverno è la metafora che racconta l’età e al contempo lo stato d’animo del suo protagonista, di una generazione e forse di un mondo. Più di tre ore circolari, disperse nella neve e nella nebbia, in quell’amata Anatolia sempre meno muta, ma fatta di parole spesso vacue che nascondono un’incomunicabilità che l’inverno farà risbocciare. L’Hotel Othello è una perla architettonica scavata nella pietra dell’altopiano anatolico, a dirigerlo ci sono un ricco ex attore teatrale e sua moglie, molto più giovane di lui. Il freddo della stagione invernale non ferma qualche turista coraggioso che non rinuncia a passare qualche giorno in quel luogo dove la meraviglia la fa da padrona. Al principio il non detto che impone il suo dire e l’operosità del tempo che a volte divide anche chi si ama sono i temi centrali di un film ipnotico, che non potrebbe finire mai, o che forse non potrebbe nemmeno esistere al di fuori della (sua) storia. Il peso di un vissuto estremamente diverso divide i due protagonisti, lui di umili origini e lei che non ha mai dovuto preoccuparsi di come sopravvivere, diventa anche simbolo dell’incomunicabilità di due generazioni: quella che ha lottato per una Turchia laica e contemporanea senza alcun rispetto per la religione e per l’arte, e quella che in fin dei conti è sempre stata pronta ad accontentarsi dello stato delle cose e addirittura prova nostalgia per i tempi che furono. Quello che Ceylan tratteggia a poco a poco, senza alcuna concessione, è un personaggio vacuo, vagamente idealista, ma irrimediabilmente cinico, pigramente adagiato sulle sue velleità intellettuali e artistiche. E gli altri personaggi non sembrano fare eccezione, nonostante i discorsi, i sogni, le aspirazioni. Gli unici gesti di fiera dignità, ai limiti della follia, vengono dal bambino ribelle e dal padre ubriacone. Per il resto, è tutto un susseguirsi di nevicate, pranzi, cene, ubriacature, riunioni, viaggi, consulti. Tra cui, di tanto in tanto, emerge una luce di coscienza, una fioca speranza e una parola di verità. Luci bergmaniane e tante parole checoviane, un mondo paese in cui tutto ruota ma infondo non si muove nulla. Ceylan con Winter Sleep mette da parte i lunghi silenzi che hanno caratterizzato fino ad oggi i suoi lungometraggi e opta, al contrario, per un film estremamente verboso. Anche la regia, prima pregna di lunghi piani sequenza, in questa pellicola opta per una dinamicità estremamente funzionale. Non c’è soluzione al dilemma morale che i personaggi discutono dall’inizio alla fine del film, e che può essere riassunto con la necessità di decidere cosa fare della propria vita che non può essere avulsa dagli altri. A Ceylan interessa mostrarci l’ipocrisia cui ci condanna la convivenza: possiamo nasconderla ma non per sempre, e nessuno è innocente. Sta tutto nel (soprav)vivere. Un film che è un grande affresco su come nulla cambi, e nemmeno noi possiamo mai davvero cambiare, inverno dopo inverno. In fondo altra copiosa neve cadrà, a coprire anche la memoria. A coprire qualsiasi parola (non) detta.

Erik Negro, da “paperstreet.it”

 

 

 

 

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