I segreti di Osage County

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Nonostante la sua derivazione teatrale, I segreti di Osage County presenta un ritmo, e un approccio estetico, che sono tipici del grande schermo: mettendo in scena una vicenda familiare che oscilla costantemente tra il dramma e un grottesco assolutamente consapevole.
Sweet Home Oklahoma
Beverly, anziano poeta ed ex professore universitario, vive con sua moglie Violet in un isolato casolare nella contea di Osage, in Oklahoma. I due, più di un trentennio di matrimonio alle spalle, portano entrambi i segni di un destino che non è stato tenero: lui, da tempo incapace di produrre opere degne di nota, si è isolato nel suo studio e si è dato all’alcool; lei, ammalata di un tumore alla bocca, ha cercato rifugio negli psicofarmaci, che assume in quantità smodate. Un giorno, di prima mattina, l’uomo esce di casa e non fa più ritorno; poco dopo, il suo corpo viene ritrovato privo di vita nel lago, accanto alla sua barca. Quello che sembra, a tutti gli effetti, il suicidio di un uomo ormai senza stimoli, richiama presto nella tenuta le tre figlie della coppia, Barbara, Ivy e Karen, insieme alle rispettive famiglie; oltre alla sorella di Violet, Mattie Fae, accompagnata dal compagno Charles e dal figlio, Little Charles. La commemorazione di Beverly diventa presto l’occasione per il riemergere di ruggini mai sopite tra i membri della famiglia; al centro di esse, in particolare, la tensione tra la dispotica e caratterialmente instabile Violet, e la figlia maggiore Barbara, che era stata, anni prima, la prima ad abbandonare la casa. Ma la morte del capofamiglia finirà anche per portare alla luce segreti inimmaginabili, sepolti nel passato della famiglia, che cambieranno per sempre i rapporti tra i suoi componenti.
Di scena, il cinema
Sam Shepard in una scena de I segreti di Osage County E’ teatrale, l’origine de I segreti di Osage County, seconda prova dietro la macchina da presa di John Wells (alle sue spalle, una lunga carriera di produttore e sceneggiatore, tra cinema e televisione, e la regia di The Company Men); in particolare, il film di Wells tre spunto da una nota pièce di Tracy Letts, già insignita del Premio Pulitzer nel 2008, riscritta per lo schermo dallo stesso autore. Il plot di quest’opera, in effetti, sembra tradire abbastanza chiaramente la sua derivazione dal palcoscenico; tipici i suoi caratteri di dramma corale, ad ambientazione familiare, ed il setting scelto, che vede l’azione svolgersi prevalentemente all’interno di una grande tenuta, luogo perfetto per far deflagrare le tensioni tra i personaggi. Eppure, basta osservare le prime sequenze (un prologo, sullo sfondo degli sconfinati esterni che circondano la casa, in cui il protagonista usa una frase di T.S. Eliot per introdurre allo spettatore la sua vita) per comprendere che non siamo di fronte alla mera trasposizione sul grande schermo di modalità narrative nate sul palcoscenico. Il fatto che Letts, d’altronde, sia stato autore (sia a teatro che al cinema) di due opere come Bug – La paranoia è contagiosa e Killer Joe, entrambe portate sullo schermo da William Friedkin, dovrebbe da subito porre il suo lavoro in una luce diversa: già in fase di scrittura, in effetti, il film di Wells presenta un ritmo tipicamente cinematografico, sia in termini di costruzione dei dialoghi che di progressione drammatica.
Fuga verso il nulla
Abigail Breslin in una scena de I segreti di Osage County Ma è, in effetti, proprio l’ambientazione rurale, e la valorizzazione filmica degli esterni, a conferire al film la sua specificità cinematografica: le distese rurali dell’Oklahoma, i chilometri di assolato nulla in cui sono immerse, vengono catturate dalla macchina da presa di Wells non appena se ne presenta l’occasione. L’effetto cercato, e raggiunto, è quello di un efficace contrasto con la claustrofobia della casa: gli imponenti esterni, ben resi dalla fotografia di Adriano Goldman, sono a turno, per ogni personaggio (a cominciare dallo stesso Beverly) via di fuga da una realtà opprimente, il cui peso si rivela insostenibile. Ma è una fuga, letteralmente, verso il nulla, un vacuo allontanarsi che vede i personaggi già cambiati, schiacciati dalla rivelazione (o dalla presa di coscienza) di eventi che hanno modificato profondamente la percezione della loro identità. La bellezza delle distese di terra e cielo intorno alla tenuta, sottolineata dall’ottimo commento sonoro, spesso di matrice country, è in fondo ingannevole: l’esterno inghiotte, di volta in volta, i membri della famiglia, che si allontanano verso un futuro incerto. L’epica on the road del sogno americano viene rovesciata, mentre la strada non è più fonte di scoperta di sé stessi, ma semmai fuga dall’identità.
Dentro, nel passato
Meryl Streep in una scena de I segreti di Osage County con Julia Roberts e Julianne Nicholson Ma il cuore de I segreti di Osage County sta, inevitabilmente, nella lunga parte che si svolge tra le quattro mura domestiche, successiva ai funerali, in una residenza che pare, essa stessa, luogo della memoria e custode di segreti. Qui, la sceneggiatura può dispiegare il suo sguardo, sempre in bilico tra il cinismo e la partecipazione, su una struttura familiare più che mai disfunzionale, il cui equilibrio si è sempre retto sulla menzogna. Un equilibrio, fragilissimo, inevitabilmente destinato a ricevere il colpo finale dagli eventi successivi alla dipartita di Beverly; il cui sfaldarsi mette in evidenza le linee di tensione tra i singoli personaggi, tutti ottimamente caratterizzati. Tra questi, vanno ricordati non solo la perfetta e instabile “matriarca” di Meryl Streep, e l’umorale figlia maggiore col volto di Julia Roberts, ma anche gli altrettanto problematici caratteri femminili di Juliette Lewis, Julianne Nicholson e Abigail Breslin; nonché quelli di uomini (Ewan McGregor, Benedict Cumberbatch) più che mai spaesati e impotenti, in un dramma virato, prevalentemente, al femminile. Il tono della narrazione, coerente con lo sguardo sui personaggi, oscilla costantemente tra il dramma, costellato di momenti emotivamente forti, e un grottesco in cui trovano posto sprazzi di cinico divertimento: due registri incarnati alla perfezione dalla Violet di Meryl Streep, capace di passare nel giro di pochi secondi dall’uno all’altro, con assoluta (e quasi inquietante) credibilità. Un dualismo di toni che percorre, per tutta la sua durata, un film che comunque riesce a mantenere, alla sua base, un notevole equilibrio e un’ottima efficacia drammaturgica.
Marco Minniti, da “movieplayer.it”

“I segreti di Osage County” è la dimostrazione che il grande cinema esiste ancora. Tracy Letts prende la sua omonima pièce teatrale (premio Pulitzer) e, insieme al regista John Wells, la trasforma in uno straordinario lavoro cinematografico.
“Osage County” è grande cinema perché non racconta solo l’oscura e commovente storia della famiglia Weston riunita di nuovo dopo anni di lontananza. Plasma, invece, il racconto universale della Famiglia, di tutte le famiglie destinate a perdersi e ritrovarsi. E così, mentre la vicenda scorre sullo schermo, ci costringe a riflettere sulla nostra esperienza e ci fa pensare che (forse) uno o più personaggi assomigliano a uno zio, un cugino, un parente lontano. “Osage County” dipinge la famiglia com’è e, nello stesso tempo, come sarebbe senza quel velo d’ipocrisia che spesso regola i rapporti familiari. Racconta lo scontro con quel passato da cui tutti scappiamo, ma con cui poi bisogna fare i conti.
“Osage County” è grande cinema perché, mentre mostra le complesse dinamiche che una famiglia deve affrontare, regala momenti d’inaspettata ironia che raggiungono l’apice nella memorabile scena in cui tutti Weston sono seduti intorno al tavolo per la cena e le parole taglienti di Violet svelano a uno a uno quei segreti inconfessabili che, pronunciati, distruggono qualunque equilibrio domestico.
“Osage County” è grande cinema perché conta su cast di attori stellari (non solo per il nome). Meryl Streep (ineguagliabile!), Julia Roberts e tutti gli altri interiorizzano i personaggi a tal punto da riuscire a restituirne la natura e i sentimenti in modo assolutamente perfetto. E non importa se questo dipende dal fatto che, durante le prove, gli attori hanno vissuto realmente nei luoghi del film, quello che conta è che ognuno, a modo suo, sia riuscito a mettere da parte il proprio io, per calarsi completamente nei panni dei protagonisti. E il risultato è strabiliante.
“Osage County” è grande cinema perché si avvale di una fotografia straordinaria. Quella di Adriano Goldman che cattura la strepitosa bellezza dei paesaggi, degli orizzonti sconfinati, delle lunghe strade proiettate verso il nulla e dei particolari di una casa che assume le sembianze delle case delle nonne.
“Osage County” è grande cinema perché mostra il dramma di Violet sulle note briose di “Lay Down Sally” di Eric Clapton senza, per questo, creare contraddizioni.
“Osage County” è grande cinema perché, ai titoli di coda, fa dire “voglio rivederlo ancora”.
Valeria Gaetano, da “ecodelcinema.com”

In una casa nelle campagne dell’Oklahoma l’anziano poeta Beverly descrive alla neoassunta Johnna la situazione familiare: lui è un forte bevitore ma questo suo vizio è tollerato dalla moglie Violet che fa un uso smodato di pillole. Un evento inatteso farà sì che Violet, ammalata di cancro alla lingua, debba rincontrare tutte insieme le proprie figlie con i loro compagni. Non sarà una pacifica riunione di famiglia.
Non è un caso se due dei più interessanti film recenti di William Friedkin (Bug – La paranoia è contagiosa e Killer Joe) avevano alla base una sceneggiatura scritta da Tracy Letts il quale in questo caso trasferisce sullo schermo una propria opera teatrale. Il rischio era quello, rispetto alle sceneggiature citate, di fare del teatro al cinema con tutte le trappole da evitare. È stato lo stesso scrittore a dichiarare: “So che c’è un’altra dimensione nel film che non poteva esserci nel testo teatrale ed è Osage County. Vorrei portare il regista e la produzione a casa mia e mostrare loro il paesaggio che ha un valore profondo per me come persona che non ha solo scritto un testo ma ha scritto una sceneggiatura che è in qualche misura autobiografica. Il paesaggio stesso diviene un personaggio”.
Il desiderio è stato soddisfatto perché tutti gli esterni sono stati girati in Oklahoma, che con la sua calura e i suoi ampi spazi deserti permea questo dramma familiare in cui l’aridità dei comportamenti umani tenta costantemente di prendere il sopravvento. I segreti di Osage County ruota attorno al complesso personaggio di Violet che solo un’attrice come Meryl Streep poteva accettare di interpretare sullo schermo. Violet ha una personalità magmatica che è arduo tentare di definire. Da vittima può trasformarsi in carnefice con un battito di ciglia, da donna tenera e arguta può divenire la più verbalmente violenta commensale ad un pranzo di famiglia. A farle, anche suo malgrado, da specchio è la figlia Barbara, una Julia Roberts tesa come una corda di violino sul punto di spezzarsi. I colpi di scena non mancano e continueranno a proporsi fin quasi alla fine del film ma non c’è nulla di teatrale (nell’accezione negativa del termine) in essi. C’è la minuziosa ma mai didascalica descrizione di persone a cui il destino o le scelte di vita hanno conferito il ruolo di parenti.
Quei Parenti serpenti che Monicelli aveva saputo magistralmente descrivere in una delle sue commedie più nere e che qui si confrontano e si scontrano nella calura agostana del sud degli Stati Uniti.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

In questo script adattato e tratto dal proprio dramma teatrale dalla medesima autrice dal medesimo autore di Killer Joe (Tracy Letts) c’è subito un elemento di indescrivibile potenza drammaturgica che John Wells (regista di molta dell’ottima televisione degli ultimi anni) sfrutta, moltiplica e declina perfettamente lungo tutto il film: in una famiglia del centro degli Stati Uniti, per bene, medio borghese e in tutto e per tutto comune, il membro più anziano (madre e nonna) è una drogata che nondimeno, nonostante cedimenti e crisi da junkie, riesce a mantenere con pugno di ferro il dominio sulle vite e i rapporti tra le figlie e quelli che queste stringono con i rispettivi familiari. Lei è Meryl Streep.
L’evento che riunisce la famiglia è il suicidio del padre, sconvolgimento che come si conviene porterà a non pochi confronti all’insegna di una violenza verbale e fisica che fa il paio con la suddetta premessa ma che da lì ha il merito di partire soltanto.
Nel mondo della famiglia Weston-Aiken c’è la forte sensazione di un rimosso e di un attrito tra la generazione dei genitori e quella delle tre figlie, dotate di tre caratteri molto diversi, ben rappresentati dai loro tre fisici, e quindi diversamente adattatesi a questo clima (che non è solo umano ma anche metereologico, dettaglio molto presente nei dialoghi che non si capisce perchè non sia stato reso con più forza da Wells, dov’è l’umido penetrante descritto? Dove il sentirsi soffocare in quelle case di legno?). Barbara, Karen e Ivy sono grandi, una di loro ha una figlia adolescente a sua volta, ma lo stesso vivono una distanza innaturale dalla madre e dalla zia, che invece tra loro sono decisamente più legate.
E’ questa la tavola apparecchiata su cui si innesta il film (e il fatto che per apparecchiarla per bene ci voglia circa mezz’ora depone solo che a suo favore) con qualche marito, fidanzato, parente e affine a fare da condimento (e come sono dosati bene Benedict Cumberbatch, Chris Cooper e Ewan McGregor), e sulla quale tutto viene rimescolato a partire dal pranzo immediatamente successivo al funerale, attraverso un concentrato invidiabile di cinismo, devasto morale e abiezione umana. Una cattiveria che è il tratto fondamentale del racconto e ne costituisce il senso ultimo più indelebile.
Paradossalmente non è quindi la famiglia in sè l’oggetto di questo straordinario dramma familiare, quello è semmai il contesto perfetto per imperniare le contraddizioni che fungono da intreccio. Tracy Letts scrive un gruppo di personaggi contaminandoli di quei dubbi e quelle incertezze che solo all’interno di una famiglia possono diventare gravi, clamorosi e scatenare reale interesse, ma lo fa per parlare in realtà di quella generazione di genitori cresciuti durante la depressione (il film è ambientato negli anni ’90 e non si ambienta qualcosa solo 20 anni fa senza un motivo molto preciso).
Come se la maniera dura in cui ogni personaggio è guardato, maneggiato e trattato non bastasse, I segreti di Osage County ha il pregio di avere ancora il sapore del sangue in bocca, di far sentire distintamente un livore autentico, una disperazione sincera che parte dai genitori e finisce alle figlie, passando per rivelazioni e agnizioni da tragedia greca. Quella generazione non è solo condannata, è profondamente odiata con una partecipazione che è impossibile ignorare.
Gabriele Niola, da “badtaste.it”

L’Oklahoma delle “grandi pianure”, dove in estate il caldo è soffocante. Beverly e Violet Weston (Shepard e Streep) portano avanti stancamente il loro lungo matrimonio. Lui, poeta e professore, beve. Lei s’impasticca come se non ci fosse un domani. All’improvvisa sparizione dell’uomo, la casa tornerà a riempirsi: le tre figlie (Roberts, Nicholson, Lewis), ormai lontane una con le altre, si ritrovano nel luogo dove sono cresciute. Una alle prese con il matrimonio agli sgoccioli, l’altra (apparentemente) ancora sola, e la terza, la svampita, accompagnata da un cialtrone che le ha promesso mari e monti. Verrà tutto a galla, anche le cose più insospettabili di un passato che sembrava sepolto.
John Wells riunisce un cast di stelle per portare sullo schermo la pièce premiata con il Pulitzer di Tracy Letts (anche autore, tra gli altri, di Killer Joe e senatore Lockhart nel serial Homeland). Nella migliore tradizione dei film-teatrali, August: Osage County affida alla parola e agli stati d’animo i cambi di ritmo di un racconto solido e strutturato. Facilitato, in questo, dalla verve di attori straordinari: oltre alla Streep e alla Roberts – candidate all’Oscar – rubano la scena i comprimari di lusso, come la zia Margo Martindale, lo zio Chris Cooper e il cugino Benedict Cumberbatch.
Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

“So che c’è un’altra dimensione nel film che non poteva esserci nel testo teatrale ed è Osage County. Vorrei portare il regista e la produzione a casa mia e mostrare loro il paesaggio che ha un valore profondo per me come persona che non ha solo scritto un testo ma ha scritto una sceneggiatura che è in qualche misura autobiografica. Il paesaggio stesso diviene un personaggio”: questa era stata la richiesta dello scrittore Tracy Letts quando aveva deciso di portare sul grande schermo la sua opera teatrale August: Osage County, vincitrice del Premio Pulitzer. Richiesta che è evidentemente stata esaudita dal John Wells che ha girato tutti gli esterni di I segreti di Osage County lì dove Letts voleva, ovvero in quell’Oklaoma arido, caldo e poco accogliente come la maggior parte dei personaggi che fanno parte di questo dramma familiare dove Meryl Streep è protagonista assoluta e per il quale l’attrice ha ricevuto la sua diciottesima candidatura agli Oscar.
Coprodotto, tra gli altri, anche da George Clooney, I segrety di Osage County racconta alcune giornate della famiglia Weston che si ritrova riunita per il ben poco lieto evento della morte del padre. Beverly era un forte bevitore che un giorno sparisce nel nulla, sua moglie Violet, vittima oltre che della scomparsa del marito anche di un cancro alla lingua, è così costretta a chiamare le sue tre figlie: il forzato incontro di queste donne, tutte provate da un’esistenza che non è andata come doveva, porterà a galla tante verità per anni celate e che mineranno con forza il già fragile equilibrio delle protagoniste.
Eccessivo nei suoi sbocchi drammatici I segreti di Osage County vanta comunque un cast d’eccellenza che tiene lo spettatore attaccato al grande schermo: oltre la su citata Meryl Streep, regina della scena in un ruolo complesso e magistralmente interpretato, nel lungometraggio spicca anche una straordinaria Julia Roberts che ritrova la sua carica artistica in un ruolo che non sottolinea di certo la sua bellezza, dando così amplio spazio a una bravura drammatica che non era così evidente dai tempi di Erin Brockovich.
Lento, come è lento il tempo che scorre lì nella contea di Osage, eppure pregno di dialoghi a volte soffocanti, altre calmi in attesa della tempesta di emozioni e di recriminazioni che coinvolge e sconvolge i personaggi del lungometraggio, I segreti di Osage County mantiene intatta la teatralità della scrittura dalla quale è nato, regalando al pubblico una perla cinematografica di certo non facile da gestire per la crudezza, in alcuni punti anche eccessivamente sopra alle righe, di avvenimenti che accadono nell’arco di poche ore, ma sicuramente impossibile da sottovalutare sia per la cura della regia tra interni ed esterni sia per la grandissima prova di tutti i suoi protagonisti.
Sandra Martone, da “taxidrivers.it”

I segreti inconfessabili, le durezze e le fragilità delle donne della famiglia Weston, dominata dalla prepotente Violet (Meryl Streep)
L’anziano professore in pensione Beverly Weston (Sam Shepard) vive in Oklahoma insieme alla moglie Violet (Meryl Streep), colpita dal cancro e ormai dipendente dalle pillole. Due delle figlie della coppia si sono trasferite a migliaia di chilometri dalla loro invadente madre: la volitiva Barbara (Julia Roberts) ha seguito il marito Bill (Ewan McGregor), dal quale ha avuto Jean (Abigail Breslin), alle prese con un’adolescenza problematica e con la crisi matrimoniale dei genitori. La romantica Caren (Juliette Lewis) invece è alla ricerca del grande amore con cui partire in luna di miele per il Belize, come sognava da bambina, ma in realtà incontra un mascalzone dietro l’altro e l’ultimo, in ordine di tempo, è il manager in Ferrari Steve (Dermot Mulroney); solo la timida Ivy (Julianne Nicholson), invece, è rimasta a vivere in città, ma da anni medita la fuga. Quando Beverly scompare, tutta la famiglia viene chiamata a raccolta da Violet: sarà l’occasione per svelare i segreti inconfessabili dei Weston.
Meryl Streep è l’ingombrante protagonista di “I segreti di Osage Country”, l’adattamento tratto da “August: Osage County”, il dramma di Tracy Letts che nel 2007 vinse il Premio Pulitzer: il ruolo di Violet mostra per l’ennesima volta la straordinaria capacità dell’attrice di evocare al tempo stesso orrore e pietà nello spettatore, così come era avvenuto per alcuni dei personaggi più riusciti, come la gelida Miranda Priestly in “Il diavolo veste Prada” e la dura Margaret Thatcher in “The Iron Lady” (interpretazione che, nel 2012, le è valsa il secondo Oscar come Miglior attrice protagonista dopo innumerevoli nomination collezionate nella sua lunga carriera). Eppure, nei panni della matriarca sputa-veleno di una strana famiglia allargata l’attrice potrebbe aver superato se stessa, così come Julia Roberts (anche lei candidata all’Oscar come Miglior attrice non protagonista): Barbara è la sua unica antagonista, l’unica che – anche con la forza – riesce a tenere testa alla cocciuta Violet e forse quella delle tre figlie che le assomiglia di più, tanto che sembra sentirsi responsabile per il tradimento del marito, per l’ostilità della figlia e per il fallimento del suo matrimonio.
Le due star sono circondate da un cast di tutto rispetto, con Julianne Nicholson, Benedict ““Little Charles” Cumberbatch e Chris Cooper che intepretano finemente le figure più tragiche della storia, dopo anni di umiliazioni da parte della sorella di Violet, Mattie Fae (Margot Martindale) che culmineranno in un colpo di scena molto ben riuscito. Nonostante alcuni momenti di ironia e comicità, “I segreti di Osage Country” non è una commedia, nè un atto di accusa nei confronti di una donna prepotente e incapace di amare. Due scene – quella in cui Violet ricorda la crudeltà di sua madre e quella in cui mette un disco e comincia a ballare – che rivelano il vero messaggio del film che si riflette nelle diverse generazioni delle donne della famiglia Weston: mostri non si nasce, ma si diventa.
Monica Scillia, da “doppioschermo.it”

Beverly Weston, anziano e alcolizzato nella sperduta contea di Osage in Oklahoma, provvede all’assunzione di una badante per la sua debordante moglie Violet, malata di cancro ma sempre polemica e prevaricatrice. Fatto questo, sparisce dalla circolazione e si suicida. La morte improvvisa di Beverly richiama la combattiva figlia Barbara, l’alienata Karen e tutto il resto della famiglia, tra mariti, fratelli, amanti, sorelle e nipote. Reggeranno all’impatto?
Festen, Parenti serpenti, A casa per le vacanze, Un matrimonio… in tutte le cinematografie, in tutte le epoche, la struttura di I segreti di Osage County è una garanzia per gli spettatori: c’è l’identificazione (chi non ha mai avuto una riunione familiare burrascosa, magari con rivelazioni?) e c’è la possibilità di lasciare gli attori a briglia sciolta. Se questi attori in particolare sono anche dei mostri sacri da Actor’s Studio, meglio ancora. Sotto la guida timida e non molto personale di John Wells, questa strategia ultracollaudata incontra in I segreti di Osage County un testo del commediografo Tracy Letts (vincitore del Pulitzer), da poco autore anche del Killer Joe di William Friedkin.
Mattatrice è Meryl Streep, la cui energia istrionica viene spesa nel definire un personaggio che travolge tutto e tutti come un caterpillar, usando la propria infanzia difficile come scusa per un disprezzo totale della sensibilità altrui. Ben delineato è il percorso interiore della Barbara di Julia Roberts, che a parole si sente lontanissima dalla durezza di sua madre, ma che nei fatti e nei comportamenti ne ripercorre le orme di solitudine e rabbia.
A prescindere da questo elemento riuscito, I segreti di Osage County rispetta però senza sorprese le premesse di questo tipo di operazione.
Il cast all-star è di una qualità tale da non poter mai sbagliare la resa di una battuta, ma allo stesso tempo è proprio il copione che non riesce a evitare il peso degli schematismi, sfiorando la vera e propria macchietta per alcuni personaggi (soprattutto quelli di Cumberbatch e Mulroney). Ne consegue un film corretto ma che non s’innalza dal dramma familiare medio.
Da vedere in lingua originale, anche per capire che caratteristi eccezionali come Chris Cooper o Julianne Nicholson possono, con l’asciutto controllo di poche battute, farsi notare quanto e forse persino di più di una Streep.
Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

Il regista John Wells dirige per il grande schermo la trasposizione della fortunata piece teatrale, “August: Osage County” del premio pulitzer Tracy Letts, allestendo sapientemente un match serrato tutto al femminile, in cui domina incontrastata l’infelicità e le sue manifestazioni isteriche.

«Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».
Il famoso incipit di “Anna Karenina” di Tolstoj ben introduce alla scoperta de I segreti di Osage County, versione cinematografica della nota piece teatrale, firmata da Tracy Letts, ora anche sceneggiatore per John Wells. Il regista statunitense, più noto come produttore di serie tv di successo, quali E. R. – Medici in prima linea, ha l’innegabile merito di aver riunito ed esaltato un cast di notevoli interpreti (spiccano su tutti le magistrali Meryl Streep e Julia Roberts, entrambe candidate agli Oscar, rispettivamente per le categorie di attrice protagonista la prima e non protagonista la seconda) che in modo esemplare hanno saputo giocare i propri ruoli nella messa in scena di quell’eterna scacchiera generazionale che è la famiglia. La partita drammatica, a tratti grottesca, ma sempre godibile nei suoi slanci trasversali di genere, è un match serrato di risentimenti urlati e appunto, segreti latenti, tutta al femminile, in cui a farla da padrona è in definitiva l’infelicità reciproca e le sue manifestazioni esplosive, in un circolo vizioso di reazioni a catena che solo il complesso nucleo familiare è in grado di innescare e perpetuare.

Nella sequenza iniziale, il capo famiglia Beverly Weston (Sam Shepard), confessa, a metà tra un ultimo esame di coscienza e un ultimo atto di responsabilità paterna, l’insostenibilità della lunghezza della vita, quando dolorosa e non più consapevole, come quella da lui condotta in solitudine, tra alcool e psicofarmaci anestetizzanti, assieme a sua moglie Violet (Meryl Streep), affetta da un tumore alla bocca. Prima di congedarsi dalla vita, Beverly assume una governante, una nativa americana del luogo, l’Oklahoma soffocante e inospitale, apparentemente perché assista sua moglie nelle pratiche terapeutiche, ma il succedersi e l’epilogo degli eventi si incaricherà di insinuare la più sottesa e radicale intenzione di voler instillare in quel coacervo di conflitti irrisolti, che è la sua famiglia, un antidoto di quieta comprensione e rispetto reciproco, di unione e forza comune (valori da sempre custoditi dalle comunità etniche, discendenti del genocidio coloniale) soprattutto ora che la sua scomparsa avrebbe riportato forzatamente all’ovile le sue tre figlie, con tutto il loro seguito di insoddisfazioni e affetti instabili, scatenando così in casa la definitiva tempesta perfetta. Mantenendo sempre ai margini del ring le minori figure maschili, sbiadite e deboli, la sceneggiatura dispiega gli eterni incroci conflittuali, tra madre e figlia, sorelle (ataviche leggi naturali non scritte) donne alla specchio con se stesse e il tempo che scorre inesorabile, segnando i volti e offuscando la bellezza, quell’inestimabile valore mitico, precario investimento nel rapporto di coppia, a meno di non essere Liz Taylor o Sofia Loren, come ricorda Violet, lasciandosi andare alle impertinenti chiacchiere tra donne, in uno di quei pochi istanti di calma apparente, sotto cui bolle la tensione costante.

In effetti, la colpa estrema dei Weston (la colpa archetipica di ogni famiglia?) è quella di vagheggiare un passato effimero e idealizzato, la gioventù e la spensieratezza, tanto agognate e mai realmente vissute senza riserve, confondendo le sofferenze con i propri alibi e le imputazioni delle responsabilità altrui; risvegliando (più che falsi segreti, perché risaputi da alcuni e agnizioni per pochi) quei fantasmi dei desideri personali, poi divenuti proiezioni (d)eluse dai figli, aspirazioni demandate e rimbalzate tra fratelli e, in un eterno ritorno, ancora sulle nuove generazioni. Proprio la quattordicenne Jean (Abigail Preslin), unica nipote di Beverly e Violet, si farà implicita portavoce di una profonda chiave di lettura alla base della storia. La ragazzina, ribelle e frastornata dalle beghe familiari, si ritaglia uno spiraglio, più provocatorio che liberatorio, nella visione di una datata versione cinematografica del Fantasma dell’opera: un gotico per eccellenza dalle venature ironiche, in cui l’orrore e il romanticismo si fondono e ben si addicono alle atmosfere che infestano Casa Weston, cuore nevralgico centrifugo, che muove all’ evasione e al suicidio, prova di forza dilaniante per gli irriducibili come Violet e Barbara (Julia Roberts). Se la famiglia non è certo “una combinazione casuale di cellule”, come afferma Ivy (Julianne Nicholson) scandalizzando le sue sorelle, le vicende dei Weston inducono a pensare piuttosto ad una combinazione indissolubile di spettri e raffigurazioni insepolte (in primis i ricorrenti totem fotografici – non a caso legati etimologicamente alla dimensione fantasmale – che campeggiano a latere delle tavolate familiari, veri e propri campi di battaglia) che riemergono ciclicamente dagli oscuri sotterranei e scompaiono nuovamente nei cunicoli e nelle botole di un labirinto di discorsi irrefrenabili.
Carmela Albergo, da “spaziofilm.it”

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