Grace di Monaco

Grace-di-Monaco-recensione-209x300

Film d’apertura della 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes, Grace di Monaco racconta un anno nella vita di Grace Kelly, principessa di Monaco dal 1956 al 1982, ed ex musa ispiratrice di Alfred Hitchcock. Mentre riflette sull’offerta fattale dal maestro del brivido di tornare a lavorare ad Hollywood, Grace piomba in una fase di profonda crisi personale quando la modernizzazione del decadente Principato di Monaco voluta da Ranieri subisce un improvviso arresto per l’ingerenza del presidente francese Charles De Gaulle, che minaccia di imporre il sistema fiscale francese al Principato e di annettersi Monaco con l’uso della forza. È quello il momento in cui l’icona del cinema dovrà prendere una decisione difficile: tornare alla sua vita di star del cinema o assumere a pieno il suo nuovo ruolo di principessa e adempiere ai doveri assunti nei confronti della sua famiglia e del secondo più piccolo principato del mondo.
Il regista francese Olivier Dahah si dimostra ancora una volta (dopo il bellissimo La vie en rose) un attento e sensibile maestro nel portare al cinema la storia vera di una delle donne che, con la sua grazia ed il suo ascendente, ha influenzato non solo un’intera epoca, ma ha in parte anche lasciato un segno indelebile nelle relazioni (mai idilliache) tra due diverse culture. La regia di Dahan riesce a tirar fuori tutto il lato drammatico e spaventosamente introspettivo dell’intera vicenda: minuziosa e sempre compatta, si abbandona nei momenti più appassionanti a degli incredibili primi piani della sua bellissima interprete che riescono a rendere tangibile tutto il dolore e la sofferenza di una vita divisa tra l’istinto e il dovere, perennemente alla ricerca di una serenità (presunta o illusoria). Il lavoro di Dahan si accompagna in maniera superlativa ad una sceneggiatura che potremmo definire a due livelli, in cui viene dato il giusto spazio, senza soffocare nessuna delle controparti, sia al dramma interiore della principessa sia agli eventi storici che provocano tali turbamenti. In questo senso, Grace di Monaco si svela un po’ alla volta, mantenendo sempre alta l’attenzione e il suo stato drammatico (che in più di un’occasione sfocia nel tensivo), raccontando gli eventi in ordine cronologico e lasciando che lo spettatore di appassioni alla storia di Grace anche semplicemente attraverso i suoi occhi, degli occhi profondi e intensi che si fanno carico di due pesi differenti ma ugualmente imponenti come macigni: il peso della storia e degli eventi vissuti e il desiderio di poter conciliare passato e presente senza per forza essere costretti a dover scegliere.
Nicole Kidman è assolutamente incredibile nei panni dell’icona che, prima di essere l’attrice premio Oscar per La ragazza di campagna e poi la Principessa Grace, è una donna fortemente divisa tra il bisogno di perseguire un’ideale di vita molto vicino alla favola e quello di assolvere ai doveri che determinate scelte comportano. Straordinario è anche l’intero cast che circonda la Kidman, a partire dal dispotico, ma non esule dal provare reali emozioni, Tim Roth (nei panni di Ranieri), e dal sempre bravissimo Frank Langella (Francis Tucker), protagonista di una delle sequenze più toccanti del film.
Sfarzoso ma sempre elegante nelle scenografie, sobrio e raffinato nella fotografia (opera di Eric Gautier, che dona alla pellicola quel tipico stile anni ’60), Grace di Monaco è un biopic meticoloso nella scrittura, magnifico nella direzione e magistrale nelle interpretazioni, che ci mostra la crisi e l’evoluzione della donna dietro il personaggio pubblico, pronta a rinunciare ad una vita sotto le luci del cinema per assumere davvero lo status di Sua Altezza Serenissima Principessa di Monaco.
Stefano Terracina, da “cinefilos.it”

No, non è un disastro come il Diana con Naomi Watts. Proiettato alla stampa in un clima abbastanza antipatizzante e ostile (reazioni fredde, parecchi fischi, scarsi applausi) Grace di Monaco è un prodotto mainstream, un film sanamente popolare come forse non siamo più abituati. Racconto di alcuni mesi nel 1962 in cui la principessa di Monaco fu tentata di tornare al cinema, attraversò crisi private e fronteggiò la minaccia che Monaco perdesse la sua indipendenza. Una storia non così conosciuta. Certo, il film non osa niente, preferendo presentarci una Grace assai convenzionale al limite della santità. Ma è un melodramma pulp che al pubblico potrebbe piacere parecchio.
Vero, forse si poteva evitare di aprire questo che è il festival numero uno con un prodotto in fondo alquanto medio come Grace di Monaco, ma non gridiamo allo scandalo, please, o, peggio, al delitto di lesa cineautorialità. Perché è giusto che anche in un festival di fascia alta si dia spazio a un prodotto mainstream e, come si diceva un tempo e oggi non si può più dire, a vocazione popolare. Un biopic-non biopic, Grace di Monaco, che registicamente azzarda poco, e che se mai osa un po’ di più nella narrazione e nella messa a fuoco di intrighi e beghe del principato di Monaco, senza però mai esondare dal ritratto assai rispettoso della sua protagonista, così rispettoso da rasentare la genuflessione. Grace ne esce glorificata, anzi canonizzata – santa subito! – esemplare madre di famiglia, devota moglie nonostante tutto (nonostante le freddezze e il carattere asprigno del consorte), nonché abilissima stratega politica. Le malevole biografie non autorizzate in cui si insinuavano promiscuità gracekelliane prima e dopo il matrimonio e di passioni per le elevate gradazioni alcoliche non lasciano traccia qui, son semplicemente ignorate, piallate via. Eppure. Eppure questo film una sua forza e una sua ragion d’essere le ha, e pure un suo oscuro potere fascinatorio e incantatorio, e mi hanno alquanto infastidito i fischi, non robusti ma ben distinguibili, che si sono uditi a fine proiezione stampa stamattina alle 10 alla non gremitissima Salle Debussy (che non è neanche la più grande del Palazzo del cinema). Fischi, immagino, dei soliti adepti del culto cinefilo estremo pronti a esacerbasi e scandalizzarsi di fronte a una qualsiasi operazione onestamente media come questa. Che non è un biopic, come ripetuto ossessivamente nel corso dela onferenza stampa seguita alla proiezione sia da Nicole Kidman sia dal regista Olivier Dahan, un ragazzotto con l’aria di averci più confidenza con le palestre o la musica tosta che con la mdp, e lontanissimo dal cliché del regista di film in costume e di palazzo, basco con visiera abbassata a seminascondere il percing al sopracciglio destro, e un’aria assai proletaria a far da contrasto con la déesse Kidman seduta alla sua destra. “Questa è un’opera di finzione ispirata a fatti realmente accaduti”, è scritto all’inizio, tanto per mettere le mani avanti. E Dehan, interrogato in conf. stampa su dove il film più si discosti dalla realtà, ha citato l’episodio di Charles De Gaulle che interviene alla festa indetta da Grace alla Croce Rossa monegasca, episodio mai avvenuto. Grace di Monaco non è un biopic, anche perché non vuole raccomtare una vita, ma solo un suo spicchio, ritenuto significativo e crocevia e somma di eventi massimamente importanti, in questo caso sia per la protagonista che per il principato di Monaco. Siamo tra nel 1962, da sei anni ormai Grace Kelly ha mollato Hollywood e la carriera per andarsi a sposare il principe di un minuscolo starerello mediterraneo da molti detto da operetta. Sembra una favola, ma quella che vediamo nel film favola non è. L’ex attrice, da brava americana cultrice di valori quali la libertà e l’autonomia individuale, si ritrova come prigioniera dei rigidi rotocolli e delle miopi vedute di molti abitanti del palazzo, e si sente soffocare. Par di rivedere in certe scene il mitologico Sissi, con la ribelle giovane Romy Schneider insofferente dei doveri di corte e contrapposta alla severe istitutrici e regine madri, ed è quello il sicuro modello di riferimento, non so quanto consapeole, di questo lavoro di Dehane. Il quale ripercorre in pieno l’archetipo narrativo della bella infelice rinchiusa a corte. In soccorso a Grace arriva Hitchcock, che la vuol per il suo nuovo film Marnie. Lei sta per accettare, ma rimane sgomenta nell’apprendee come i sudditi non gradiscano l’idea di vedere la loro principessa interpretare una cleptomane malata di frgidità. Grace a Montecarlo è ancora vissuta come un’estranea vcnuta da lontano, da un altro paese, da un altro mondo, sopportata ma non amata dal popolo. Intanto le cose pubblice del mini-regno si avviano verso un punto di crisi molto grave. Charles de Gaulle vuole punire lo starerello che, con le sue tasse prossime allo zero, attira dalla Francia aziende su aziende, chede un tributo gravoso che di fatto è un esproprio, minaccia l’invasione, pone il blocco con tanto di filo spinato. Ranieri, spalleggiato da Aristotile Onassis che è a Montecarlo in pianta stabile insieme a Maria Calas (ed è un Onassis volgarissimo e brutale), non ce la fa a arginarlo. Fnché non interviene la nostra Santa Grace con la sua diplomazia del sorriso e del glamour (e pure della frutta) a rimediare la situazione. Questo contenzioso Monaco-Francia è la parte più ineteressante, aprendo finestre su angoli abbastanza oscurati e poco raccontati, almeno nelle grandi narrazioni di massa, e altrettanto lo è il lato intrighi di palazzo, con echi shakespeaiani e anticipazioni da Trono di spade. Olivier Dahane, con un materiale come questo, avrebbe pootuto adottare una chiave di messinscena di puntiglioso realismo-cronachismo come quella del The Queen di Stephen Frears con la sua Elisabetta nella bufera del dopo-Diana. Ma un po’ non lo soccorre la scenggiatura, un po’ non ci ha la vocazione, sicché preferisce battere la starda a lui congeniale, come già in La vie en rose su Edith Piaf (Oscar a Marion Cotillard), del melodramma pulp e assai esagitato e fiammeggiante, ben assecondato dalla solo apparentemente glaciale Nicole Kidman che qui recupera un’espressività che sembrava andata perduta nella sua maschera porcellanata. Dahane se ne frega abbastanza, e per fortuna, di una messinscena tutta ninnoli e tappezzerie da vecchio cinema calligrafico e, pur in una cornice di corretta ricostruzione, punta sui personaggi e sulle loro bufere interiori ed esteriori. Si sfiora pericolosamente la sopap opera, ma alla fin fine Grace di Monaco risulta essere un sano prodotto mainstream piuttosto ben riuscito. Non solo nella tradizione di Sissi, ma delle molte biografie di sovrane ora felici, ora infelici, savie, pazze, eccentriche, le Elisabette I e le Caterine di Russia e via cinematografando. Ho solo qualche dubbio che il pubblico femminile, cui è chiarissimamente rivolto, abbia ancora voglia di seguire le crisi di una donna divisa tra ragioni private e ragion di stato. La risposta la avremo tra poco, visto che il film esce in molti paesi europei, Italia compresa, domani. Mentre uscirà tra non molto ngli Stati Uniti, come ci ha tenuto a dire Olivier Dahane in conferenza stampa sottolinenando come, dopo il noto braccio di ferro che lo aveva opposto al produttore-distributore Harvey Weonstein, sia stato trovato un accordo che accontenta etrambe le parti. E la famiglia Grimaldi?, è stato pure chiesto in conferenza stampa. No, loro non l’hanno presa bene, soprattutto per come il film rievoca la figura di Ranieri di Momaco (spesso chiamato nel film Ray).
Luigi Locatelli, da “nuovocinemalocatelli.com”

La vita delle principesse è sempre una favola, almeno così ci hanno insegnato i cartoni animati con i quali siamo cresciuti sin da piccoli. Certo non tutto fila liscio come l’olio, in nessuna storia succede altrimenti non sarebbe una signor storia. Ma il bene finisce sempre per vincere sul male, e il lieto fine è ormai un habitué, sempre parlando di mondi incantati. La vita reale però non è così e le principesse moderne sono eroine che devono pagano a caro e duro prezzo la loro felicità, rintanandosi in castelli sfarzosi più grandi della loro stessa immaginazione e spendendo il loro tempo tra l’amore per la famiglia, l’amore per sé stessi e l’amore per l’altro, spesso e volentieri sposando campagne sociali, come la principessa Diana insegna in La storia segreta di Lady D.
Grace di Monaco, di Olivier Dahan, segue esattamente lo stile del biopic sopra citato di Oliver Hirschbiegel, focalizzando la storyline nell’arco di un determinato tempo di vita dell’attrice premio Oscar Grace Kelly, ovvero dopo il matrimonio portentoso con il Principe Ranieri di Monaco. Il sipario si apre e sullo sfondo di un panorama suggestivo come quello del Principato sa essere, riecheggia una frase: “la vera favola è credere che la mia vita sia una favola“. Dahan infatti dirige un film che si insinua in una vicenda realmente drammatica, tratteggiando la figura di una donna tra le più famose del tempo, e mostrandone le insicurezze, il dolore che è quello universale di un individuo posto di fronte a scelte di vita.
Tra litigate marito-moglie, confessioni profonde e la fierezza di una donna che vuole ritrovare la strada della sua esistenza, Grace di Monaco pretende di voler essere un film altisonante, che unisca la vicenda storico-politica del tempo (le diverse visioni economiche con la Francia, gli intrighi politici e la guerra d’Algeria) a quella di ‘Gracie’, che dovette tenersi a galla in un contesto a lei poco familiare e lontana da quello che era il suo mondo nel quale sono rimaste le sue poche certezze. E’ un personaggio tormentato quello interpretato con eleganza da Nicole Kidman: è l’attrice, la mamma, la moglie, sua altezza la principessa e sé stessa, la donna.
I primi piani sugli sguardi, l’attenzione ai gesti e la maestosità della scenografia naturale e quella degli interni, per non parlare dei costumi, dovrebbero aiutare lo spettatore ad entrare nella cornice dell’epoca, ma alla resa dei conti non riesce mai nel suo intento. Quella di ‘Gracie’ infatti è la storia di una persona qualunque, una favola postmoderna che del ricordo dei tempi che furono non ha proprio niente. E questa è la sua unica ma grande pecca: sicuramente quella di Grace di Monaco non fu la fiaba d’amore che noi tutti abbiamo immaginato, ma neanche Dahan è riuscito nell’intento di raccontarcelo, romanzandone troppo la vita al punto da sentirla troppo cinematografica per essere vera.
Valeria Vinzani, da “filmforlife.org”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog