Giovane e bella

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Le pieghe del desiderio di una giovane e sensuale adolescente sotto la lente del regista di “Potiche” e “Nella Casa”, come sempre straordinario indagatore dell’animo umano.
Dopo il praticamente perfetto Nella Casa, François Ozon ci regala un altro dei suoi gioielli con Giovane e bella (titolo originale Jeune et Jolie), che ha stupito ed estasiato Cannes 2013 e che qualche giorno fa ha aperto la rassegna France Odeon, festival del cinema francese a Firenze. Giovane e bella segue il percorso della protagonista Isabelle (Marine Vacth) nel corso di quattro stagioni, a partire dall’estate in cui compie 17 anni. Queste fasi sono caratterizzate ognuna da una delle belle canzoni di Francois Hardy, le cui significative parole vengono perdute nella versione doppiata italiana, ma che invece sono essenziali per comprendere al meglio i diversi stati d’animo di Isabelle. L’elegante regia di Ozon accompagna lo spettatore in un viaggio in cui ogni elemento della messa in scena, della recitazione e della narrazione è perfettamente omogeneo e verosimile, senza per questo essere sgradevole o pedante (al contrario di quanto risulti spesso l’approccio pedinante di Kechiche de La vie d’Adèle, vincitore della stessa edizione di Cannes). Nonostante la problematicità del tema trattato, Ozon è capace di delineare un ritratto con una delicatezza, leggerezza, oltre ad una piacevolezza nel raccontare, degni del Truffaut della saga Doinel. Da apprezzare è infatti che, pur essendo un regista moderno, François Ozon non ha remore nell’accompagnare una regia semplice e funzionale, che ha molto di classico, con le belle melodie del suo collaboratore abituale Philippe Rombi. Grazie anche all’assenza di giudizio e pregiudizio da parte dell’autore nei confronti della protagonista (la quale decide volontariamente di prostituirsi) Isabelle prende davvero vita sullo schermo, non solo però in qualità di lolita e baby-escort, bensì di adolescente a tutto tondo, a tratti introversa e imperscrutabile, a tratti provocatrice, altre volte semplicemente vitale come una ragazza qualsiasi della sua età. Splendidamente delineato è inoltre il rapporto con la madre (Géraldine Pailhas) che nella seconda parte della pellicola ha un ruolo di rilievo e spessore, mentre la simpatia del fratello (Fantin Ravat) e del patrigno (Frédéric Pierrot) della ragazza sono obiettivamente disarmanti e donano un tocco in più di ironia alla costellazione familiare. Grande assente (ma sempre presente) è invece il padre biologico della ragazza, ma Ozon non cerca mai di darci un’unica e univoca spiegazione (che sia psicologica o sociale) al comportamento di Isabelle: egli ci offre semplicemente una serie di indizi, di spunti nel corso del film, che possono essere colti da chi lo desidera. Grande attenzione è riposta ed è da riporre nei confronti di un particolare cliente di Isabelle, di nome George, con il quale si instaurerà un rapporto molto diverso: un incontro che, con le sue conseguenze, cambierà per sempre la vita della protagonista. Nonostante alcune innegabili similitudini con Bella di giorno di Bunuel (Isabelle è di buona famiglia e non si prostituisce per denaro) e nonostante la scottante attualità del tema trattato, Giovane e bella non rientra assolutamente a far parte dei film a tesi, bensì di quella serie di pellicole che cercano di cogliere tutte le diverse sfaccettature di un personaggio femminile protagonista, come ad esempio La Parmigiana e Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli.
A. Graziosi, da “storiadeifilm.it”

Quattro stagioni nel tempo di una diciassettenne – estate/autunno/inverno/primavera – bastano a cancellare le certezze di una vita. Dalla perdita della verginità alla prostituzione fino alla coscienza di una ritrovata, sconcertante innocenza. La Giovane e bella di François Ozon fiorisce come dinamite: chi temeva la solita tirata sulle fragilità e le isterie di una adolescente, fotografata in una delicata fase di passaggio, può ritenersi sollevato. Il più sottovalutato dei registi francesi infila invece l’antrace tra le pieghe di un classico romanzo di formazione e fa della sua giovane eroina, Isabelle, veleno iniettato in una cultura borghese ipocrita e ammuffita. Non sorprende che a soccombere letteralmente sotto i colpi di questa giovane mantide religiosa sia per primo un vecchio e facoltoso signore.
Volto di un’autentica rivelazione del festival (la 23enne Marine Vacth, un mix tra Laetitia Casta ed Emmanuelle Seigner), l’affascinante, enigmatica Isabelle non è però la nuova Bella di giorno in un cinema orfano d’icone e assuefatto agli scandali (veri o presunti). Ozon sa bene quanto poco avrebbe senso oggi un’operazione del genere.
Semmai la nudità, il gioco seduttivo e il sesso, che pure vengono messi in scena in modo esplicito (ma senza mai sconfinare nel pornografico), sono l’immediata e naturale espressione di una personalità autenticamente sessuale, una personalità che non si limita a usare il corpo con l’intenzione di dire, dirsi, altro (come avviene in tanta cultura e cinematografia post sessantottina, dove la libertà sessuale è convertitore simbolico di altre libertà). No, questa personalità è corpo, è sesso.
Sin dall’inizio Ozon mostra Isabelle nella morsa di un’incontenibile fame sensuale. Il suo fisico gracile si contorce e si tende spinto da un’impetuosa esplosione ormonale. Non la tieni. E questo fa paura. Il magma de-culturalizzato dei sensi scandalizza la cultura borghese, persino quella che si camuffa dietro un’anti-convenzionalità d’accatto (la famiglia di Isabelle è il prototipo della famiglia aperta).
Giovane e bella racconta un viaggio di scoperta caratterizzato non da svolte, ma da continui avanzamenti lungo la tortuosa strada della consapevolezza. Alla fine l’eroina riconoscerà di essere sempre stata quello che è, ovvero al di là delle etichette che una cultura incapace di addomesticarla vorrebbe imporre per autoconservarsi.
Ozon cita Doppio sogno di Schnitzler, ma depurandolo di ogni moralismo o morbosità. I suoi sono quadri cartesiani, il suo sguardo è quello del fratellino di Isabelle che la spia a distanza: depurato, curioso. Questa “giovane e bella” ci chiede di gettare in mare ogni preconcetto, inibizione morale. Di affrontare a viso aperto sicurezze e ipocrisie (come non è capace di fare la madre), dubbi e contraddizioni.
Rimbaud aveva ragione: non si può essere seri a 17 anni. Almeno lui andrebbe preso maledettamente sul serio.
di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Isabelle è un’attraente studentessa diciassettenne che vive con il fratello minore, la madre e il patrigno. Dopo un’estate al mare durante la quale ha avuto il suo primo (e insoddisfacente) rapporto sessuale torna in città e inizia a prostituirsi fissando appuntamenti via internet. Guadagna molto ma non spende. Un giorno però, durante un rapporto con uno dei clienti più assidui, succede un fatto che muta profondamente il corso della sua vita.
François Ozon torna a suddividere una propria opera in capitoli così come aveva fatto per 5×2. Questa volta non segue cronologicamente al contrario il progressivo deteriorarsi di una coppia. Sono le stagioni, con il loro procedere dall’estate alla primavera, che segnano qui il passaggio all’età adulta di Isabelle (Lea per i clienti). Per questa indagine, in cui mostra di possedere un’acuta capacità di indagine socio-psicologica, utilizza un elemento della cultura che molti ritengono (spesso a torto) ‘bassa’: la canzone della cosiddetta musica leggera.
Così Françoise Hardy torna per la terza volta in un suo film e ne sottolinea l’evolversi con 4 brani del suo repertorio. Ozon mostra e dimostra in questo modo quanto la cosiddetta cultura popolare possa cogliere il difficile tempo dell’adolescenza con la stessa dignità del poema di Arthur Rimbaud “Nessuno è serio a 17 anni” che viene analizzato nel corso delle lezioni che Isabelle frequenta. Il regista la segue attraverso lo sguardo di quattro personaggi: il fratello, un cliente, la madre, il patrigno. Il loro, però è solo uno sguardo temporaneo e dettato da motivazioni diverse. Subito dopo si torna a lei con la sua profonda solitudine, a cui cerca una soluzione, che è umiliante ma che Ozon non giudica. Non lo fa non perché si rifiuti di esplicitare una propria morale dinanzi alle azioni della sua protagonista. Il motivo è un altro: anche lui, come molti (tranne i falsi moralisti dei settimanali a sfondo gossip) non può fare altro che assistere impotente al mistero perenne dell’adolescenza che ai nostri giorni è però sottoposta a pressioni che si manifestano in misura esponenziale rispetto al passato. È come se Isabelle avesse bisogno ogni volta di dare un valore (anche materiale) alla propria avvenenza andando a cercare in figure adulte quella figura paterna che l’ha rifiutata. Ma questa è solo una delle possibili motivazioni. Solo un quinto sguardo, malinconicamente ferito, come il suo, potrà forse aiutarla a cancellare definitivamente Lea.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Scriveva Rimbaud. “Non si può essere seri a 17 anni” recita la giovane e bellissima Isabelle a scuola insieme a tutti i suoi compagni.
No, per François Ozon l’adolescenza non può essere seria e in base a questa visione indulgente ci mostra il suo ultimo film, a mio personale avviso, uno dei film più “tipicamente francesi” degli ultimi anni.
Isabelle è una splendida 17enne, una bellissima ragazza conscia della sua straordinaria avvenenza e cresciuta in una famiglia modernissima, in cui probabilmente vengono annientati quei divari generazionali che creano limiti e divieti. La madre, divorziata e risposata, si permette le sue scappatelle, si concede la canna in vacanza, mette a disposizione i preservativi alla figlia che ritiene pronta per le prime esperienze sessuali (naturalmente non fino al punto in cui arriverà) e arriva ad esserne persino gelosa.
Ecco che Isabelle in questa situazione diventa libera di sperimentare, di muoversi, di sbagliare e, dopo un fallimentare primo rapporto sessuale con un coetaneo, scoprendo il proprio potere seduttivo sugli uomini più grandi di lei, inizia un gioco pericoloso e trasgressivo: inizia a prostituirsi, e più che per denaro (come le recenti cronache ci raccontano) o per acquistare piccoli oggetti che la rendono parte del gruppo di adolescenti, lo fa per il piacere di valere, di sedurre, di trasgredire. Il denaro diventa prova del valore, viene accumulato e messo da parte, quasi una tangibile prova della sua bravura.
E questo viaggio perverso lo farà in solitaria, isolandosi, nascondendosi sotto un falso nome, rifiutando il gruppo delle coetanee, fingendosi più grande, accettando rischi e dimostrando la propria età e la propria vulnerabilità solo quando il gioco diventerà troppo più grande.
È la trasgressione a muovere Isabelle, quella stessa trasgressione che già in passato ha mosso tante eroine del cinema francese, in primis la Deneuve in Bella di giorno di Luis Buñuel. Ed è questa trasgressione che viene raccontata con grazia, equilibrio e non eccessiva morbosità (certo il voyerismo credo sia impossibile da evitare in questa storia, ma non scade mai nel volgare).
Ozon, fedele al suo stile estetizzante e attento alla bellezza di corpi e immagini, mantiene quella leggerezza che sfocia in ironia e commozione.
Protagonista di tutto e meravigliosa pedina di questo gioco è la giovane e splendida modella Marine Vacth, a dir poco perfetta eroina capace di giocare con sensualità e giovinezza con grande eleganza.
Giovane e bella rimane un piccolo delizioso episodio che arricchisce la già imponente filmografia di François Ozon e che merita assolutamente di essere visto.
Lino Vitucci, da “citizenpost.it”

Les doigts sur le ventre
Lo sguardo degli altri (parenti, amici, clienti, sconosciuti) accarezza il corpo acerbo e flessuoso di Isabelle, contempla la sua nudità, nitida e intangibile come quella di un’opera d’arte il cui mistero nessuna indagine, nessun colloquio potrebbe svelare. Un enigma trasparente, la cui indifferenza cela insicurezza, fragilità o forse l’esatto contrario, una consapevolezza totale e dirompente. Malgrado il martellante battage pubblicitario, non è il sesso ad essere al centro di Giovane e bella, bensì la seduzione: complice e “servo di scena” il fratellino, Isabelle si prepara per la commedia dell’amore, fa gli esercizi, indossa il costume e recita la propria parte, senza che sia possibile comprendere se il superbo distacco, lo spudorato narcisismo che caratterizza ogni suo atto costituisca una posa, una necessità del mestiere o una caratteristica innata. Nel teatro dell’amore, la giovane primadonna incrocia registi spietati, critici impietosi, spettatori in adorazione, sconvolti (la madre) o riluttanti (il patrigno): Isabelle non rifiuta il dialogo ma difende caparbia il proprio mistero, benché nella sequenza finale, posta per la prima volta di fronte a un approccio inedito, puramente fisico (in ogni senso), la sua (apparente?) indifferenza sembri incrinarsi, solo per un minuto.
È sorprendente (anche se da un pezzo abbiamo smesso di sorprenderci: semplicemente, constatiamo) come, dopo quindici anni di carriera (e che carriera), Ozon riesca a preservare la freschezza e l’audacia dei suoi cortometraggi, filtrandole attraverso lo sguardo, complice e implacabile, di un cineasta che ha da tempo raggiunto la maturità creativa. La simulata placidità delle vacanze (con citazioni letterali da Regarde la mer – Isabelle sulla spiaggia – e Une robe d’été – l’addio allo sfortunato corteggiatore) fa da prologo ai capitoli successivi, ellittici e scanditi dalle canzoni di Françoise Hardy (analogamente a quanto accadeva con la musica italiana in Cinqueperdue). Isabelle, che conduce una doppia vita al pari dell’anonima adolescente de Les doigts dans le ventre (lì il “demone” era quello della bulimia), agisce con la spudorata determinazione della protagonista di Une rose entre nous, mentre la figura del fratello rimanda al giovane voyeur Victor (appunto) e l’evocazione dell’assenza paterna richiama La petite mort (altra opera in cui il sesso, la creazione artistica e le pulsioni edipiche si fondono fino ad annullarsi a vicenda). Il tutto senza che l’affresco così sontuosamente composito accusi la minima sbavatura o denunci la più piccola incertezza drammaturgica o di composizione dell’immagine. Una pellicola perfetta, imperturbabile (in apparenza) come la sua sibillina protagonista e, al pari di quella, sconcertante, spietata e infinitamente triste.
Stefano Selleri
Voto: 9
da “spietati.it”

Giovane, bella…e doppia: se non si può essere seri a 17 anni, si può comunque fare sul serio. Chiedere alla diciassettenne Isabelle, figlia svogliata e prostituta (escort?) convinta sotto lo pseudonimo Lea. Domanda esibita, attualmente molto in voga anche a Roma, quartiere Parioli: lo fa per soldi, noia, desiderio sessuale o volontà di potenza? Anche qui non ci è dato sapere, eppure Isabelle/Lea sa staccarsi dalla cronaca spiccia, dalla mera istantanea del reale, come il film che la accoglie: Giovane e bella, diretto dal più ondivago ma ingiustamente sottovalutato dei registi francesi, François Ozon.
La concorrenza era spietata all’ultimo festival di Cannes, eppure Jeune et jolie (titolo originale) un premio l’avrebbe meritato, se non altro per la splendida protagonista Marine Vacht, una Laetitia Casta in magro ma con molto più peso scenico. Una Lolita illetterata, una forza carnale della natura, la sua Isabelle, di cui Ozon ci dice tutto in una inquadratura d’iniziazione: il suo primo ragazzo la sorprende sdraiata sulla spiaggia, con l’ombra della mano le accarezza il seno. Lei è luce, gli altri potranno continuare a toccarla, previo pagamento, ma rimarranno come quella mano: ombra. Satelliti.
Isabelle non la tieni, sotto il parka – già, non si prostituisce per iPhone, ricariche telefoniche e ammennicoli firmati come a Roma e L’Aquila – è una sex bomb, ai libri preferisce il letto, a due piazze: non è una nuova “Bella di giorno”, ma una bella di mezzogiorno, quando smonta dal liceo e monta in camera d’albergo. La clientela non le manca, e si capisce, ma Isabelle è pericolosa, la petite mort che promette può ingigantirsi. Ma la vera vittima del suo libero arbitrio non è una persona, bensì una classe sociale, meglio, la condizione dell’essere borghese, in primis quella della sua famiglia BoBo (bourgeois bohémien), tutta segreti, bugie e qualche cannetta. Già, da smascherare non è la sua doppia identità, piuttosto la doppiezza dei suoi “cari”, e Ozon lo fa con chirurgica precisione, senza parole al vento né fragorosi colpi di scena: le madri sfarfalleggiano, i patrigni hanno le intenzioni, se non le mani, lunghe, l’unico a salvarsi è il fratellino, che osserva muto e curioso la sua soeur fatale.
È quest’ultima la posizione etica di Ozon, il suo sguardo senza accenti gravi su una ragazza che troppo frettolosamente si taccerebbe di immoralità: invece no, Isabelle non è solo ars amandi, padroneggia l’arte rara di stare al mondo in armonia con se stessi, il proprio corpo, la propria testa. Il cuore? Chiedete troppo, lo stesso Ozon si astiene: né santa né puttana Lea, e il regista non subisce la fascinazione del peccato, non mette su un peep show voyeuristico (il sesso c’è: esplicito, non pornografico) e la liberazione sessuale post-sessantottina non rifinisce sullo stendardo. Giovane e bella: così è se vi pare, le domande hanno la meglio sulle risposte. Almeno quelle riguardanti Isabelle, perché non finisce qui: senza l’aureola da Giovanna d’Arco delle marchette, nondimeno Isabelle è la sintesi di un teorema antiborghese scostante e ambiguo, sottile e disturbante, che s’insinua dentro e non se ne va.
Le quattro stagioni di Isabelle e le quattro canzoni di François Hardy per mettere alla berlina la borghesia liberal, aperta e “trasgressiva” e poi cercare l’innocenza perduta nella braccia di Charlotte Rampling, una bella non più giovane. Film attualmente impossibile dalle nostre parti per misura, sguardo e raziocinio, ricorda ai salotti più o meno buoni qualcosa di scomodo: per vendersi ancora bisogna non essersi venduti del tutto. Sappiamo dalle cronache, la madre di Lea non è l’unica a non averlo capito: meglio, a far finta di non averlo capito. Vogliamo fare lo stesso? Da vedere, subito.
Federico POntiggia, da “ilfattoquotidiano.it”

La protagonista, Isabelle, magistralmente interpretata dalla bellissima Marine Vacth, di famiglia borghese, apparentemente ha tutto, tuttavia si prostituisce esattamente come la protagonista di Bella di giorno, il film capolavoro del 1967 di Luis Buñuel, tratto da un romanzo di Joseph Kessel del 1929 e sceneggiato da Buñuel con Jean-Claude Carrière. Il film di Buñuel racconta di una splendida signora borghese, interpretata da una superba Catherine Deneuve, che si prostituisce all’insaputa del marito senza un vero perché dato che la posta in gioco non è il danaro, come la giovane e bella del film di Ozon che non usa per nulla il danaro che riceve dagli uomini, entrambe appartengono all’alta borghesia parigina.
Andiamo alla trama: Isabelle, studentessa diciassettenne, perde la verginità durante le vacanze estive, tornata in città, dove vive con il fratello minore, la madre e il patrigno, decide di prostituirsi diventando una prostituta d’alto bordo sotto lo pseudonimo di Lea. Durante un rapporto sessuale il suo cliente più affezionato muore d’infarto, è costretta a smettere a causa degli accertamenti della polizia che avvertono la madre sull’attività della figlia. Il film è suddiviso in quattro capitoli, come le stagioni di un anno, accompagnati da quattro meravigliosi brani di Françoise Hardy.
La magia del film di Ozon sta nella capacità di indagare il desiderio femminile nel suo versante inconfessabile. Ozon riesce con semplicità a “dire” ciò che la protagonista non dice e cioè il suo godimento di prostituirsi non per danaro ma per un desiderio, forse perverso, di essere puro oggetto di godimento per l’ altro. Un film che rispolvera il tema caro a molti film di Buñuel e cioè l’ambivalenza enigmatica del desiderio femminile. Ozon non è Buñuel ma certo gli sa strizzare bene l’occhio…
C’è una sequenza nel film di Ozon che meglio esemplifica la scissione della protagonista: ad una festa tra adolescenti Isabelle conosce un suo coetaneo si guardano, si piacciono, in una meravigliosa Parigi all’alba passeggiano , si baciano dolcemente , lui le propone di andare da lui a fare l’amore e Isabelle, la Lea che si fa scopare da chiunque la cerchi per trecento euro, si sottrae con dolcezza ed eleganza dicendogli che non è bello far l’amore la prima volta che ci s’incontra.
Questa volta, è chiaro, non è Lea a parlare ma Isabelle un’adolescente come tante, pudica e timorosa come tutti i benpensanti vorrebbero che fosse una giovane e bella adolescente.
E Lea? , sul finale che non svelerò, comprendiamo a pieno che il desiderio di Isabelle di essere Lea non è qualcosa di così terribile e che il desiderio femminile e il fascino che ne deriva , talvolta- i moralisti chiudano le orecchie- passa anche attraverso il suo essere Lea.
Virginia Zullo, da “daringtodo.com”

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