Felice chi è diverso

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Dal poeta Sandro Penna alle testimonianze di persone qualunque o famose nel bel doc di Gianni Amelio
“Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune”. La poesia di Sandro Penna si accompagna felicemente con le immagini del bel documentario di Gianni Amelio, presentato giorni fa al festival di Berlino (Panorama doc) e in uscita domani, 6 marzo, nelle nostre sale.
Il titolo preso in prestito da Penna, racconta la nostra Italia dai primi del Novecento agli anni ottanta, chiudendo sul presente, con sguardo malinconico. Amelio indaga e associa materiale di repertorio con testimonianze di persone celebri, anonime, comuni, allegre, sofferte, ironiche, ribelli o addomesticate. Di chi ha vissuto sulla propria pelle il peso di essere “diverso” in un mondo di eterosessuali. Chi ne è stato vittima o ne ha fatto artisticamente un’arma vincente. Il nome di Pier Paolo Pasolini ricorre spesso, insieme con gli insulti e le sue scelte, e i bei ricordi di Ninetto Davoli. Un ragazzetto di 17 anni, che in un giorno di “sega” a scuola, era andato con gli amici a zonzo e si era ritrovato sul set di Pasolini. Il fratello, falegname, gliel’aveva presentato e Pasolini in risposta gli aveva dato un buffetto sulla testa. Un gesto, ad averlo saputo allora, che era il preludio di uno sconvolgimento: sarebbe diventato il suo attore feticcio, la sua vita cambiata per sempre.
E’ bravissimo Amelio nel guidare lo spettatore nella storia della nostra società, attraverso i servizi patinati e stereotipati, se non quando denigratori o distorti, di giornali, cinegiornali, film e varietà.
Senza mai apparire, firma un’opera appassionante, personalissima e commovente, saldamente a cavallo tra finzione e realtà.
Marina Sanna, da “cinematografo.it”

Instancabile Gianni Amelio, classe 1945, di provenienza calabrese e vincitore negli anni di Nastri d’argento, David di Donatello e un Leone d’Oro. E’ anche arrivato a sfiorare l’Oscar nel 1991 con Porte aperte! Amelio è una personalità che lavora a 360° nel mondo dello spettacolo, la sua carriera cinematografica si intervalla a regie televisive e collaborazioni in opere di colleghi, in regie teatrali (recentemente impegnato nell’Elektra di Strauss al Petruzzelli di Bari) e direzioni di festival: dal 2008 al 2012 ha diretto il festival di Torino (testimone ricevuto da Nanni Moretti e che ha poi passato a Paolo Virzì). Una personalità artistica e cinematografica di rilievo nel panorama italiano e non solo, che è tornato al cinema solo pochi mesi fa con L’intrepido (con Antonio Albanese), in competizione a Venezia, e che ora sta per tornare di nuovo sugli schermi con un documentario che ha suscitato molte curiosità: Felice chi è diverso è rimasto sigillato in una supersegretezza fino alla sua prima internazionale, nella sezione Panorama di Berlino, dove ha riscosso un parere ampiamente positivo dal pubblico – in Italia invece uscirà il 6 marzo, distribuito da Istituto Luce.
DALLE CLINICHE SVEDESI ALLE GAZZELLE ROSA
Felice chi è Diverso – recensione – Cinema Felice chi è Diverso, 93’ di documentario dal lavoro certosino di scavo negli archivi, è l’indagine di Amelio sulla condizione dell’omosessuale in Italia, dal fascismo al secondo dopoguerra fino alla soglia degli anni ’80: il regista ricorre a tutte le modalità classiche del documentario, con un massiccio lavoro di “scavo archeologico” negli archivi Rai e Luce, vecchi spezzoni e riferimenti culturali, e alternandoli a testimonianze dirette di chi quel periodo l’ha vissuto sulla propria pelle. E se la prima parte è maggiormente incentrata sulle clip di archivio (ma non mancano numerose e interessanti testimonianze), la seconda punta più sull’attualizzazione della ricerca, indagando cosa è cambiato ad oggi e cosa invece è rimasto. Il documentario è molto piacevole, carato su una durata corretta (un’ora e mezza), ma a tratti anche forte e carico di sofferenza: le testimonianze saltano da up and down di ricordi rivangati col sorriso a memorie tristi e dolorose. L’impasto testimonianza+archivio audiovisivo segue un ordine cronologico (dagli anni ’30 a inizio anni ’80, circa), bilanciando con estremo equilibrio le due componenti e selezionando campioni fortemente rappresentativi della percezione massmediatica del tempo. Si passa così da sconcertanti cliniche svedesi dove avvenenti infermiere cercano di “guarire” il paziente risvegliando il desiderio fino a servizi televisivi che parlano degli omosessuali come “gazzelle rosa” e “antilopi del vizio capovolto”.
LAVORO CERTOSINO
Il primo merito di Gianni Amelio è aver confezionato un documentario rigoroso e soprattutto profondamente sentito, in cui tutto funziona alla perfezione: un’urgenza probabilmente personale, che il regista sentiva di dover raccontare, anche alla luce del suo recente coming out a fine gennaio. Il documentario non è solo un’indagine di testimonianza e d’archivio sull’omosessualità nel Novecento, si allarga di fatto a un discorso più ampio e generale, incarnando paure e remore di omosessuali non dichiarati e dell’omofobia sommessa nella società.
La visione del documentario è piacevole, a tratti dura, e arricchisce lo spettatore: quello italiano, in più, avrà modo di ripescare dall’archivio tanti reperti mediatici sull’omosessualità e di ricomporre una costellazione della percezione queer del tempo attraverso cinegiornali, televisione, cinema e musica. Si passa così dalla celebre clip di Fino Occhio ne Il Sorpasso a un estratto di trasmissione ironica di Raimondo Vianello, passando per cronache giornalistiche sconcertanti, in cui l’omosessualità viene spesso additata come “capovolta”, “invertita”, una stortura malata – viene paragonata a Parteno, la sirena come simbolo del doppio, ma anche a una nuova peste come punizione dopo Sodoma e Gomorra. Non manca ovviamente Pierpaolo Pasolini, definito dai media dell’epoca “il vate capovolto”, “il bardo dell’Italia ‘così’”, e una dichiarazione di Fellini: “Avrei voluto essere frocio anch’io, ma mi piace troppo la donna”. Ma anche di Rousseau: “Il bambino nasce perfetto. Sbagliata è la società”.
Non c’è titolo più azzeccato che quello scelto da Amelio, in prestito dall’omonima poesia di Sandro Penna, lucida critica all’anticonformismo imposto: “Felice chi è diverso / essendo egli diverso / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune”. Il documentario di Amelio si conferma così non solo un documentario sulla condizione gay nell’Italia novecentesca, frequentemente osteggiata dalle stesse famiglie, e non solo un messaggio più ampio alla comunità queer, ma una bandiera al diverso in generale, e al non accettare un confezionamento rigidamente imposto. Da vedere assolutamente.
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Luca Chiappini, da “everyeye.it”

Attraverso le parole dei giornali e le immagini di repertorio della televisione, viene raccontata la battaglia combattuta contro l’omosessualità in Italia nella seconda metà del novecento. Finita la repressione e il silenzio totale sulla questione degli anni fascisti, il paese scopre tutto insieme la presenza e la vita degli omosessuali, in una continua condanna che quando non prendeva la forma dell’attacco diretto o dell’insulto palese, era sottilmente indagata come la più infamante delle condizioni, la più deprecabile delle depravazioni umane.
L’accettazione sociale dell’amore omosessuale e la sua normalizzazione sono una questione lessicale irrisolta per Gianni Amelio. È questa la prima e più importante intuizione sottesa a tutto quel che Felice chi è diverso costruisce, l’assunto che fonda un’impalcatura costituita da circa 20 interviste a 19 anziani omosessuali che ricordano la loro vita e (in un chiusura) ad un adolescente che non conosce che la situazione odierna.
Parte quindi dalle parole ma finisce anche alle parole questo documentario che celebra non la diversità dal normale (come spesso viene identificata l’omosessualità) ma la diversità in quanto tale, anche all’interno della singola categoria (che è poi il senso della poesia di Sandro Penna da cui il titolo è tratto). Sebbene Felice chi è diverso non vada per nulla leggero nel raccontare gli abissi di ignoranza che hanno caratterizzato la propaganda omofobica negli anni trattati, il documentario vive soprattutto di momenti sorprendenti in cui molti intervistati si dicono comunque nostalgici del passato. Chi per pudore, chi per l’eccitazione del proibito, chi per la varietà delle categorizzazioni che prendevano la forma dei diversi epiteti regionali e che la parola “gay” ha appiattito come se tutto fosse la stessa cosa. Nessuno è uguale a nessun altro in questo racconto fatto solo da omosessuali, nessun esperienza si somiglia, nessun opinione concorda.
Mettendo in primo piano titoli di giornale, assurdità lessicali, follie giornalistiche (come il reportage investigativo sulla prostituzione maschile o le interviste canzonatorie in rima) fino alle gag più innocenti che nascondevano comunque una lettura repressiva del fenomeno, Amelio agita lo specchietto dell’indignazione facile, ma sembra che il vero obiettivo di questo documentario sia di far strisciare dietro alle immagini e riuscire a permeare ogni racconto di quel senso di gioia delle differenze che è la base della tolleranza in generale.
Non c’era di sicuro bisogno di un nuovo documentario sulla vita omosessuale, di certo ce n’era di uno come questo che riporta alla luce un clamoroso rimosso collettivo e affronta la questione da un punto di vista tra i meno comuni, per cercare di superare uniformità di sguardo e percezione e rendere la complessità di un mondo.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Inaspettato ma perfettamente in sintonia con il percorso cinematografico del suo autore, “Felice chi è diverso” di Gianni Amelio arriva nelle sale italiane a breve intervallo dalla prima internazionale tenutasi in occasione del suo passaggio, fuori concorso, alla 64esima edizione della Berlinale. Una scelta non casuale quello della platea berlinese, non solo per ciò che la capitale tedesca ha rappresentato in termini d’avanguardia, culturale e di pensiero, ma soprattutto per la volontà di ragionare sul tema dell’omosessualità prendendo le distanze dal sensazionalismo e dalla retorica che quasi sempre accompagna al dibattito casalingo. Un divario che Amelio traduce anche in termini cinematografici, attraverso la raccolta di testimonianze di un gruppo di figure eterogenee, ma unite dall’esperienza di una diversità vissuta nel medesimo contesto di ignoranza e non accettazione, ma soprattutto raccontata dalla prospettiva di chi ormai, avanti con gli anni, può voltarsi indietro senza il rischio di rimanere ferito dal ricordo dell’antico oltraggio. Così ad alternarsi davanti alla macchina da presa troviamo una serie di personalità che si fanno notare per attitudini opposte, ma ugualmente in grado di accostare il nodo cruciale delle rispettive esistenze alla lucidità di chi ha imparato a gestire le emozioni, comunque presenti in un tono generalmente pacato, e dolcemente malinconico. Conosciamo quindi l’istrionismo contaggioso di un grande dello spettacolo come Paolo Poli, disinvolto nella testimonianza dei suoi amori corsari, accostato alla schermaglia divertita di chi stenta a proferire la terminologia del proprio orientamento sessuale, con brandelli di Storia che non risparmiano neanche la politica degli anni 50 e 60, quella degli Andreotti (“bisessuale”) e del ministro Sullo (“costretto a un matrimonio di faccciata), omologata, secondo le parole dell’ottuagenario Aldo Sebastiani, dalla presenza sia a destra che a sinistra di omossessuali chiamati a svolgere funzioni di primo piano nel governo del paese.

Classico nella forma, che si sviluppa su un impianto narrativo fatto di interviste “in diretta” alternate a materiali d’archivio, “Felice chi è diverso” non manca invece di quelle caratteristiche che gli permettono di figurare senza alcun problema a fianco dei lavori migliori del documentario italiano. A dirlo è soprattutto il fatto di rispecchiare quello spostamento verso la “biografia dell’esistenza” che ha segnato i lavori di registi come Alina Marazzi e Pietro Marcello, e che ha portato a mettere in primo piano l’incertezza ed il dubbio rispetto all’assolutismo assertivo del documentario preesistente. Amelio, da sempre autore di un cinema in cui l’elemento personale ed autobiografico non è mai a se stante, ma nasce da una riflessione sui fatti della Storia (“Colpire al cuore” “Lamerica” ) e dal confronto con la società contemporanea (“Il primo uomo”) si conferma anche in questo caso, facendo coincidere la stesura del suo film con la decisione di rendere pubblica la propria omosessualità. Ecco allora che le escursioni temporali in epoche di oscurantismo bigotto e militante-spezzoni di varietà televisivi che alludono ad una realtà conosciuta ma rimossa-, sommate ad un presente di accettazione personale – quello dei protagonisti, vittime mai astiose nei confronti del pregiudizio e della persecuzione- diventano uno strumento di comprensione che, lungi dal ritenere la questione ancora conclusa, offre allo spettatore uno spaccato di normalità che smentisce gli stereotipi pittoreschi e stravaganti usati per ghettizzare la diversità all’interno dell’aneddotto e del fraintendimento. Intenzionato a rappresentare l’omosessualità come possibile espressione della condizione umana, e non come il riflesso e la mediazione di un particolare momento storico, Amelio utilizza il reperto archeologico (stralci di giornale, fotografie private, cartoline ed estratti televisi) ripulendolo da riferimenti temporali, ed utilizzandolo per ricostruire un’ antropologia dello sguardo capace di farci sentire il peso di quell’ingiustizia. Poi non contento, costruisce una dicotomia visuale che si serve di immagini di segno opposto per fornirci il suo punto di vista: così la sensazione rassicurante e protettiva offerta dagli intervistati, filmati in un ambiente casalingo, con una staticità posturale eccezionalmente interrotta dalla ripetitività di gesti senza importanza, lascia il posto alla precarietà della sequenza finale, in cui il primo piano dell’adolescente che confessa senza imbarazzo la propria diversità, è inframezzato dal campo lungo che lo ritrae intento a camminare senza una meta precisa. Ed è proprio alla poesia del disegno complessivo affidato all’indeterminatezza del paesaggio, minacciato da un possibile temporale, ed ai passi affaticati dalla pendenza della strada, che Amelio consegna il compito di var volare in alto i termini di un discorso distante dalla sua risoluzione.
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

E’ assai discutibile affermare che un regista parli di sé in un documentario in cui sono altri a raccontarsi con le loro storie e non il sottoscritto. In questo caso, persone di una certa età ( eccetto il giovane del finale) di estrazione geografica e sociale tra le più disparate, lontane anni luce le une dalle altre per cultura e sensibilità. Eppure dopo aver visto “Felice chi è diverso”, la nuova fatica di Gianni Amelio, abbiamo la presunzione e la follia di dire che un documentario autobiografico, in cui il cineasta italiano parla della sua storia di omosessuale, che è la storia di tanti omosessuali della sua generazione e non. Un’autobiografia individuale e collettiva, rivoluzionaria e atipica per l’inoffensivo panorama cinematografico italiano. Un film politico e apolitico allo stesso tempo, sui sentimenti, la frustrazione, la gioia, il desiderio, le aspirazioni di persone che hanno ritrovato ( o meglio conquistato) se stesse senza grandi difficoltà oppure dopo un tortuoso percorso, riuscendo in certi casi ad avere una vita affettiva o pagando in altri lo scotto della propria diversità ( ad esempio col manicomio o l’emarginazione). Storie di persone comuni (ma non comuni” come dice il verso della poesia di Sandro Penna) e personaggi pubblici, che vengono messi alla stessa stregua, senza didascalie; a dimostrazione che le vicende umane dei singoli sono le sole e uniche protagoniste, nessuna è più importante dell’altra. I racconti, tutti diversi gli uni dagli altri, toccano argomenti comuni come l’omo affettività (ancora oggi un tabù per l’opinione pubblica, affrancata all’idea che una persona omosessuale sia necessariamente promiscua) o la difficoltà ad accettarsi e ad accettare un’Italia apertamente o velatamente omofoba; emblematico il primo racconto di un anziano che ricorda la sua adolescenza di ragazzo gay durante il ventennio fascista, non trattenendo le lacrime e la rabbia. Ritroviamo inoltre vicende note come quella del poeta Pier Paolo Pasolini, perseguitato per anni dai media per il suo orientamento sessuale oppure del cantautore Umberto Bindi, che nello spezzone di un’intervista denuncia l’ambiente dello spettacolo per averlo ostacolato nella sua carriera a causa della sua omosessualità manifesta. Gianni Amelio dichiara guerra agli stereotipi omosessuali, alternando alle sue splendide storie, le immagini con cui media hanno mostrato l’omosessualità fino agli anni 80 contribuendo a determinare un immaginario collettivo becero e violento sul mondo gay (inquietanti ad esempio certe vignette sarcastiche sull’omosessualità o un documentario sui ragazzi di vita della Roma anni 70, apertamente razzista). Tracciando un quadro di ciò che è stata l’omosessualità fino ad oggi e di ciò che potrebbe diventare, il regista calabrese ha creato un documentario magnifico, appassionato, di rottura con l’idea di omosessualità non solo che passa dai media ma anche da certe associazioni gay, dichiarando la sua personale lotta ai pregiudizi sessuali. Gli stereotipi sono duri a morire e la battaglia di liberazione sessuale, quella gridata e in parte combattuta negli anni 70 dalle femministe e dal nascente movimento omosessuale, non è stata ancora realmente affrontata ( il documentario di Amelio ci dice che questo è il momento giusto per farlo).
Giuseppe Sciarra, da “cinema4stelle.it”

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