Disconnect

disconnect-la-locandina

My computer thinks I’m gay
What’s the difference anyway
When all the people do all day
Is stare into a phone

Placebo – Too many friends
Storie statunitensi si intrecciano in un turbinare di messaggi su chat, foto scambiate, siti visitati credendo che nessuno lo verrà mai a sapere, falsi profili. La vita ai tempi del panopticon, con qualche stereotipo ma una tensione che non lascia indifferenti.
Cosa ci spinge ad esporci completamente, ad entrare spontaneamente nella prigione perfetta, quella in cui tutto è visibile a tutti tutto il tempo? La ricerca di sesso, la noia, l’illusione di essere ascoltati? Il punto forte di “Disconnect” è che se la prima impressione è di un tentativo di mettere tutto internet in un unico film, dai forum sugli argomenti più improbabili ai social network al poker online, presto ci si rende conto che non si è alieni a nessuna delle pratiche del film (con la possibile eccezione di masturbarsi davanti a una webcam per denaro). “Disconnect” tratta in fondo di una serie di drammi intrecciati le cui ragioni affondano più in profondità del mezzo tecnologico attraverso il quale si realizzano: le relazioni padre-figlio, la morte, il successo e la disperazione, e sopra ogni altra cosa il mistero di come riuscire a relazionarsi con gli altri esseri umani. Solo che se questi drammi avvengono nel 2012 negli Stati Uniti inevitabilmente prenderanno una forma data in larga misura dai mezzi di comunicazione a disposizione.
Non siamo all’interno della limousine di “Cosmopolis” o nella famiglia del detective di “Suicide Club”, l’alienazione tecnologica è stata raccontata con più genio prima, senza ricorrere a trucchi come la scena con la musica che collega tutti i personaggi nel prefinale, gli archi e il ralenti. Ma non si può negare che Henry Alex Rubin, qui al primo lungometraggio narrativo, abbia mano: riesce a estrarre verità da tutti i personaggi, da tutto il cast, e senza inutili virtuosismi ti tiene in allerta con scelte di regia non banali (vedi l’uso delle soggettive, o delle immagini mediche, la bella colonna sonora etc). Difficile non rimanere col fiato sospeso nell’ultima mezz’ora, non sobbalzare nei momenti dei rari contatti fisici tra i personaggi, o anche solo quando una madre prende una coperta per il figlio, ricordandoci che non di sole parole e immagini siamo fatti ma di carne e sangue. “Disconnect” riesce a scorrere in maniera avvincente senza rinunciare ad avere spessore, senza ricorrere ad eccessive semplificazioni o svolte improbabili. Volendo riassumere a tutti costi, la risposta che il film dà alla domanda posta all’inizio della recensione potrebbe essere: ci esponiamo perché non ci piace quello che siamo, e creiamo dei personaggi fittizi in un gioco di ruolo incessante. Ma ignoriamo quanto le maschere possano dire di noi, quanto possano essere un accesso alla nostra realtà più intima. Non a caso una delle conversazioni più belle e sincere del film avviene via chat tra due persone che utilizzano entrambi profili che non gli appartengono, e si conclude con una scheggia di verità destinata ad avere molte conseguenze.
Non sappiamo se nei prossimi film Rubin si concederà più libertà e metterà le sue doti al servizio di un’opera più graffiante, o si limiterà a dirigere thriller interessanti, ma sicuramente “Disconnect” è un buon film con cui inaugurare la stagione.
Alberto Mazzoni, da “ondacinema.it”

E’ la rete, Internet, che ha cambiato le nostre vite rendendoci malvagi, o i germi del controllo, del potere e della sadica cattiveria hanno sempre abitato le nostri carni?
Disconnect e il suo scrittore Andrew Stern se lo chiedono con durezza.
Tre storie innervano il film come fossero cavi di accesso accomunati dalla globalità e dalla sofferenza.
Un adolescente in rotta con il mondo che non ha rapporti se non con la sua musica, un diciottenne che vende il corpo online e una famiglia distrutta dal prematuro lutto del loro piccolo Ethan.
Cosa li rende simili? Il loro dolore e la loro solitudine che li porta sulla strada virtuale.
Il dolore che porta a connetterci, senza più bisogno di cioccolata, gelato o alcol: facciamo indigestione di laptop, è il nostro comfort food.
Un nuovo rifugio per la società, una terapia fai-da-te che nella maggior parte dei casi provoca danni irreparabili. Curanderos (medici-santoni sudamericani) tecnologici.
Ecco il potere negativo della rete secondo il film, aiuta i deboli a discendere definitivamente negli inferi.
L’adolescente viene ingannato da due coetanei che creano un falso account su Facebook fingendosi una compagna di scuola e inducendolo a fotografarsi nudo, il diciottenne agganciato da una giornalista in cerca di scoop e la coppia truffata economicamente via chat.
La struttura della storia regge l’urto dello schermo e il montaggio aiuta a non avere fastidi di sorta nel continuo salto dei tre racconti.
Ma non è sempre andata così anche nell’era ante web?
Il dolore è la fonte di guadagno per eccellenza, lo era anche in passato.
Ecco lo scatto definitivo di Rubin: i personaggi scoprono di essere quel che sono attraverso l’esperienza negativa, soprattutto si accettano, senza lieto fine.
L’adolescente si impicca nella sua stanza, il diciottenne capisce di essere un esibizionista per vocazione e di non voler nessuna salvezza, mentre la coppia rischia la vita per farsi giustizia autonomamente.
E’ un film onesto, crudele, con pochi lati negativi: ci sono almeno tre passaggi dove le cose accadono perché devono accadere. Unica pecca.
Ci descrive. E’ questa l’aspirazione massima nel ricreare tre mondi che parlano di famiglia ed incomunicabilità.
La rete ci ha reso più deboli e vulnerabili. Siamo disposti a mandare foto della nostra intimità, a parlare in una chat piuttosto che con il nostro compagno.
Funziona alla grande Jason Bateman nel ruolo del padre assente e poi rabbioso, pregevole Alexander Skarsgård nel ruolo del marito travolto dal lutto e lontano da Paula Patton, e ottime le parti di Frank Grillo e dei ragazzi coinvolti nel dramma. Giusta la colonna sonora che esalta la narrazione sin dai primi fantastici sei minuti iniziali. Ti cattura subito Disconnect.
Tre connessioni che fanno capo alla stessa sinapsi tematica. Come nella mini serie inglese Black Mirror. Nessun punto di contatto e l’intensa scelta del rallenti nel momento cruciale che aumenta il pathos.
Bel film.
da “35mm.it”

Uno spazio cinematografico dove lo sguardo vira di continuo, cercando di raccontare oltre ai microcosmi fragili e incerti del presente, il paesaggio umano che si estende e vibra fuoricampo. Oltre lo schermo/specchio perennemente connesso al web. Il regista ha imparato molto bene da Altman, Haggis e P.T. Anderson e realizza uno dei più interessanti film indipendenti sullo smarrimento della ‘virtual life’

“Disconnect is a grand experiment”. E’ la definizione che il regista Henry-Alex Rubin (candidato all’Oscar nel 2006 per il documentario Murderball) dà del suo primo lungometraggio ‘Disconnect’, appunto, in un’intervista al ‘Los Angeles Times’. Il film, presentato fuori concorso alla 69ª edizione del Festival di Venezia nel 2012, è costruito attorno a tre storie che raccontano come le tecnologie, in particolare il web e l’ultima frontiera dei social network, hanno frantumato le relazione umane. Disconnect utilizza una formula cara al cinema americano, da America oggi di Altman, a Magnolia di P.T. Anderson a Crash di Haggis, l’intreccio dei destini spinti dal caso o dalla necessità che si sfiorano o incidono a vicenda fino al drammatico epilogo. Un racconto dove lo sguardo cinematografico vira di continuo, cercando di raccontare oltre ai microcosmi fragili e incerti del presente, il paesaggio umano che si estende e vibra fuoricampo. Henry-Alex Rubin, fattosi le ossa come aiuto regista di James Mangold in Ragazze interrotte e Cop Land, ha imparato molto bene la lezione dei ‘fratelli’ maggiori e in Disconnect realizza uno dei più interessanti film (in attesa di Her di Jonze) sullo smarrimento nell’epoca della ‘virtual life’ e del suo infinito corollario di social network.

Una famiglia americana borghese con due figli riunita per la cena. Ma i loro sguardi non si incrociano mai perché impegnati sui piccoli schermi degli smartphone. Tra una chiamata di lavoro e un post su Facebook. E’ quello che accade ai coniugi Boyd, Rich (Jason Bateman – Tra le nuvole, Cambio vita) e Lydia (Hope Davis – A proposito di Schmidt, Questioni di famiglia), ma è un’istantanea comune in milione di case. Il loro figlio più piccolo, Ben (Jonah Bobo, Crazy stupid love) è un adolescente introverso e perennemente immerso nel suo mondo, molto Paranoid Park, che però finisce per ‘abboccare’ alla finta amicizia sul social network della coetanea Jessica fino a mandarle un ‘selfie’ senza veli. Ma Jessica è un ‘fake’ creato da due compagni di scuola con la voglia di fare i bulletti. Uno di questi è il figlio di Mike (Frank Grillo – Minority Report, Zero Dark Dirty) vedovo ed ex poliziotto specializzato in crimini informatici. Sarà lui ad essere chiamato da una coppia in crisi, Cindy (Paula Patton – Precious e Cani sciolti) e Derek Hull (Alexander Skarsgard – True blood) per la perdita dell’unico figlio e che ha subito il furto d’indentità, e del conto in banca, sul web e ora si ritrova sul lastrico. Infine, l’ambiziosa giornalista televisiva Nina Duhnam (Andrea Riseborough – We want sex, Oblivion) alla ricerca dello scoop per uscire da routine di una piccola tv locale. E lo trova in rete, il ‘toyboy’ Kyle (Max Thierot – Questioni di famiglia) che vende il proprio corpo in video-chat. Uno dei ragazzi facili al soldo di un losco trafficante di ragazzini, l’ambiguo Harvey (lo stilista Marc Jacobs).

Già Trust di David Schwimmer o in casa nostra il recente Aquadro di Stefano Lodovichi hanno raccontato i pericoli nascosti dentro la rete per adolescenti fragili. Gli stessi che vengono scovati dai due protagonisti della serie tv ‘Catfish, false identità’ in onda su Mtv Italia (costola del documentario Catfish di Ariel Schulman) che svelano i tanti rischi delle relazioni nate su facebook o in chat. Ma il film di Henry-Alex Rubin fa un passo in avanti notevole con le storie del mosaico umano ‘disconnected’ che si fonde nel racconto corale. Personaggi che hanno perso qualcosa nella vita (reale) e l’hanno apparentemente ritrovata nella rete. Fantasmi che si vestono della la ‘carne’ virtuale solo quando si siedono davani lo schermo/specchio di una web-cam o aprono il profilo facebook. La perdita, apparente e solitaria, è il collante che unisce le storie in un destino che porterà i protagonisti a scontrarsi fino all’ultimo respiro con l’aspra concretezza della vita. Il risveglio dal sogno/sonno della ‘virtual life’ non può essere sempre un nuovo inizio. Per alcuni la distanza con gli eventi che sfuggono di mano sarà impossibile da colmare. In fondo è così che va, la realtà non concede sempre un ‘reset’ sulla tastiera o l’ennesimo ‘avatar’ per dimenticare chi si è ogni giorno.
Francesco Maggi, da “sentieriselvaggi.it”

Disconnect fonde molteplici storie che parlano di persone alla ricerca di legami umani nel mondo sempre connesso di oggi. Intense, strazianti e toccanti, le storie si intersecano con colpi di scena, che mettono a nudo una realtà scioccante nel nostro uso quotidiano della tecnologia che, facendo da mediatrice, definisce i nostri rapporti e, in fin dei conti, le nostre vite. [sinossi]
Il 12 luglio del 2012 oltre 450.000 credenziali d’accesso collegate ad altrettanti account utente di Yahoo! furono sottratte, causando enormi disagi a chi ne usufruiva e miliardi di dollari di danni alla società che aveva il compito di gestirle. Stando alle dichiarazioni diffuse dai responsabili dell’operazione, si è trattato di una vera e propria “azione dimostrativa”, progettata e messa a segna con il chiaro intento di mostrare come anche i provider siano in qualche modo attaccabili e come le coppie nomi utenti-password siano evidentemente poco protette. Ciò accadeva solo pochi mesi fa, ma c’è chi al cinema, arte alla quale è riconosciuto il merito di aver spesso anticipato i tempi, certi eventi li ha impressi sulla pellicola molto prima. Qualcuno un giorno disse: “Non sono le cose a nascere malate o distorte, ma malato e distorto può essere l’uso che se ne fa”. In tal senso, non tutto ciò che è oro luccica e proprio l’uso malato e distorto di Internet lo dimostra. Effetti collaterali che sono al centro delle storie raccontate in Disconnect.
Henry-Alex Rubin nel suo folgorante esordio nel lungometraggio di finzione, dopo il pluri-premiato e candidato all’Oscar di categoria Murderball del 2005 (co-diretto con Dana Adam Shapiro), trascina lo spettatore e i personaggi che animano dall’interno il plot alla scoperta dei pericoli della Rete. Presentata ingiustamente Fuori concorso alla 69esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, quando all’epoca avrebbe meritato senza alcun dubbio la selezione ufficiale, vuoi per il coinvolgente crescendo di tensione e ritmo che caratterizza la narrazione e la messa in quadro, vuoi per i contenuti di grande attualità che affronta con lucidità e spessore emotivo, l’opera prima del regista statunitense approda finalmente nelle sale nostrane nei primi vagiti del 2014. Si tratta di un film sul desiderio umano di rapporti veri e non effimeri, sul paradosso dell’incomunicabilità proprio quando la comunicazione negli ultimi decenni ha trovato nuovi sbocchi e canali, sul confronto generazionale, ma soprattutto sulla catena di causa ed effetto innescata da un uso distorto del web: dalla sottrazione d’identità come accaduto il 12 luglio del 2012 ai tentativi di frode, dalla violazione della privacy alla dipendenza, passando per la criminalità informatica e per le diverse forme di perversione che ne possono scaturire (pornografia, pedofilia, ecc…). Insomma, tutto ciò che nessuno era riuscito a portare sul grande schermo con tale forza, al di là di mediocri tentativi come ad esempio The Net o S.Y.N.A.P.S.E. – Pericolo in rete. Forse per questo The Social Network può essere letto come la genesi e Disconnect come la sua involuzione.
Ne viene fuori un cyber-thriller mascherato da dramma corale, acido e cupo nei colori, che rischia frame by frame di tingersi di rosso. La struttura drammaturgica è quella classica in tre atti, ma il modo in cui questa viene messa su carta e poi in immagini richiama inevitabilmente quello tipico di un Paul Haggis o di un Guillermo Arriaga. Il racconto si compone come un puzzle ad incastro attraverso una concatenazione di tre macro-storie che, dopo aver viaggiato in parallelo, si incrociano nell’epilogo entrando definitivamente in collisione. La sceneggiatura è un esempio di equilibrio, perché abile nel palleggiare dall’una all’altra storia, dando a ciascuna il giusto spazio per evolversi. Peccato solo per una chiusura che non riesce a dribblare la tentazione di una facile riconciliazione dal retrogusto fin troppo benevolo. Rubin si appoggia a uno script solido e calibrato, attento alla scorrevolezza della narrazione, alla sua credibilità, ma anche alla gestione delle emozioni e delle atmosfere, oltre che allo sviluppo dei singoli personaggi. A giovarne sono il lavoro dietro e davanti alla macchina da presa, con una regia sempre efficace e in sintonia con le accelerazioni drammaturgiche del plot, messa al servizio di un’interpretazione di altissimo livello offerta alla platea di turno dall’intero cast (su tutti Alexander Skarsgård e Jason Bateman).
Francesco Del Grosso, da “quinlan.it”

Le relazioni ai tempi di internet, si sa, sono notevolmente facilitate, non fosse altro perché si possono tessere rapporti senza metterci necessariamente la faccia. In questo la rete è come una madre, apre le braccia e conforta chi non ha il coraggio di confrontarsi con l’universo affettivo e sociale più prossimo, sia esso rappresentato da genitori, figli, amici, compagni di scuola, colleghi, amanti. In quel magma caotico e privo di volto che è la rete tutti sono amici, di conseguenza i pericoli dovrebbero essere assenti. Un mito che bisognava sfatare e a farsene carico è l’americano Henry-Alex Rubin con Disconnect, un film tessuto di storie a incastro per raccontare di internet i tranelli, le zone d’ombra, la capacità di far sparire insieme a volti e nome persino le identità.
In scena alcuni personaggi che sono lo stereotipo dell’utente medio: la coppia di studenti che per tormentare un compagno su Facebook si cela dietro il nome di una adolescente innamorata di lui, la giornalista a caccia di scoop che conquista la fiducia di un giovane che si prostituisce on line mostrandosi in atteggiamenti erotici; il detective esperto di informatica che non riesce ad amare il figlio ma è invece quanto mai sensibile ai problemi delle persone cui via internet vengono sottratti identità e soldi in banca; la coppia che si ritrova con il conto svuotato non meno dei loro cuori devastati dalla morte delll’unico bambino. Un’umanità varia che non sa più parlarsi, legata da molto meno dei famosi sei gradi di separazione poiché le loro vicende si incrociano più e più volte prima del finale. Un momento drammatico in cui a tutti è chiesto di abbandonare i profili fittizi per mettersi totalmente in gioco.
Rubin conosce bene le regole e con Disconnect va sul sicuro: ottimi dialoghi, montaggio serrato al servizio di una costruzione fatta di tasselli funzionali l’uno all’altro, attori bravi e incisivi a rendere credibile una sceneggiatura che a voler trovare un difetto al film è a tratti prevedibile. Ma il quadro funziona, grazie soprattutto alla capacità del regista di armonizzare i vari elementi narrativi puntando molto sui volti e i corpi quanto mai veri degli interpreti.
Angela Prudenzi, da “cinematografo.it”

È finalmente arrivato sui grandi schermi italiani, dopo due anni di lunga attesa, il film che alla 69esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia aveva fatto commuovere, riflettere ed emozionare, qualsiasi tipologia di pubblico. Disconnect, del regista Henry Alex Rubin, mettendo a nudo il mondo del web lo dissacra e dimostra come esso influenzi potentemente la vita di ognuno di noi.
Un avvocato sempre impegnato (Jason Bateman) vive incollato al cellulare interessandosi poco della moglie e dei figli adolescenti. Una coppia in crisi (Alexander Skarsgård – Paula Patton) usa Internet come via di fuga da un matrimonio ormai finito. Un ex-poliziotto vedovo (Frank Grillo) si scontra ogni giorno con il figlio che pratica cyber bullismo ai danni di un compagno di classe ed un’ambiziosa giornalista (Andrea Riseborough) crede di poter far carriera usando la storia di un ragazzino (Max Thierot) che si esibisce in webcam su siti a luci rosse.
Esercito di utenti di Internet, ossessionati dal mondo tecnologico e digitale, tremate; Disconnect entrerà nelle viscere e vi farà fare un piccolo esame di coscienza.
Ebbene si, attraverso quattro storie di vita quotidiana che si intrecciano fra loro, Rubin e lo sceneggiatore Andrew Stern, hanno magistralmente dipinto il quadro tragico della società attuale, che trova nella tecnologia e nella rete l’unico appiglio per non cadere nel baratro, nell’isolamento e per far sentire tutti inglobati, parte di un sistema che come nella moda decreta chi è in da chi è out.
Disconnect esplora la rete Internet mostrando però, proprio come quella dei pescatori, che in essa si possono trovare sia i pesci buoni che quelli cattivi: tentazioni nascoste, depravazione e violenza e dietro a tutto ciò, la presenza dell’uomo moderno, alla disperata ricerca di dimostrarsi superiore e di aver qualsiasi tipo di contatto per non rimanere solo.
Solitudine che però si manifesta sempre e comunque. Quello che manca ad ognuno dei protagonisti delle quattro storie infatti, è il vero contatto con gli altri. Internet, Facebook, I-Phone e il cyber spazio sono accoglienti, ma la realtà dei rapporti umani e l’ambiente fisico in cui si incontrano è tutt’altra cosa.
Il film punta tutto sull’incomunicabilità dell’uomo di oggi, ha la capacità di far riflettere ciascuno di noi e si fa manifesto, quasi come uno spot pubblicitario, delle insidie che si nascondono nel mondo de web, mostrato come “luogo” nel quale rifugiarsi, denso però di pericoli e puramente fittizio.
Thriller incredibilmente attuale, Disconnect, costruito attraverso una narrazione che seppur frammentaria non perde il filo del discorso, sa stupire e trasporta lo spettatore tra azione, dramma e riflessione, concludendosi con un colpo di scena e una scelta registica letteralmente immobilizzante, perfetta risoluzione di una pellicola forte ed adrenalinica.
Alice Bianco, da “voto10.it”

Qualche anno fa la tendenza di un certo cinema indipendente e impegnato mostrava trame composte da più storie, apparentemente slegate tra di loro, che nel corso della narrazione andavano poi ad intrecciarsi, componendo un unico affresco. Autori come P.T. Anderson (Magnolia, 1999), Inarritu (Amores perros, 2000, Babel, 2006), Soderbergh (Traffic, 2000) e Haggis (Crash, 2004) sono ricorsi a questa soluzione narrativa, che negli ultimi anni si era un po’ persa.
Henry Alex Rubin riporta sugli schermi un film corale con tre storie che procedono parallele e che hanno come denominatore comune l’incomunicabilità tra le persone e la solitudine al tempo di internet, delle chat e dei social network.
Periferia di New York. La giornalista di una tv locale conosce un giovane modello in una video chat per adulti e lo convince a farsi intervistare per portare a galla le storie di ragazzi che come lui vengono sfruttati per fini di profitto sui siti pornografici. Due ragazzini, invece, si prendono gioco di un loro coetaneo timido e solitario creando su facebook il falso profilo di una ragazza che lo contatta ed instaura con lui un dialogo che si fa sempre più intimo. Infine una giovane coppia entra in crisi in seguito alla morte del figlio: il marito spende forti somme giocando online, mentre la moglie si confida con uno sconosciuto che, come lei, ha vissuto la stessa esperienza.
Ogni storia prende una brusca piega, generando conflitti, tensioni e risDvolti drammatici che solo l’umana comprensione, il dialogo e il perdono potranno forse risanare. La giornalista vorrebbe redimere il ragazzo della video chat, ma entra in contatto con una squallida realtà ed affronta i rischi dell’esporsi in prima persona. La coppia in crisi viene invece derubata online di tutti i risparmi con la clonazione della carta di credito ed il marito vuole farsi giustizia da solo, andando alla ricerca dell’hacker.
La storia più toccante è quella di Ben, il ragazzino sensibile e privo di amici che finisce vittima del bullismo dei suoi coetanei, chattando con il profilo fasullo di un’ignota Jessica. La vicenda finisce in tragedia, mettendo in discussione l’equilibrio delle famiglie dei ragazzini, i cui padri troppo presi dai loro lavori si sono troppo spesso dimenticati dei figli.
Disconnect è uno specchio dei nostri giorni, in cui ormai nessuno riesce più a fare a meno di connettersi alla rete da un computer, un cellulare o un tablet, totalmente assorbito da una realtà sempre meno virtuale e incurante dei risvolti concreti che possono derivare. Causa ma anche effetto di questa situazione è l’incomunicabilità e l’angoscia della solitudine, dove risulta più facile accendere un computer che parlare faccia a faccia con un essere umano.
Il film mostra senza moralismi il ritratto di un’umanità fragile e sola, osservando da vicino la realtà come dato di fatto e senza giudizi. Il filtro dello schermo di un computer è come un richiamo, una necessità, che può rendere più disinibiti, a volte più sinceri, può portare a confidare i propri sentimenti a sconosciuti, ma anche a far del male agli altri.
Presentata alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2012 (ma distribuita solo nel 2013), la pellicola ha un buon ritmo e una ben dosata tensione narrativa che esplode nel finale ed è sorretta da un cast ispirato di attori per lo più sconosciuti, ad eccezione di Jason Bateman (Juno, Come ammazzare il capo…e vivere felici), qui in un raro ruolo drammatico, Hope Davis (Cuori in Atlantide) e Alexander Skarsgaard (The east). Il talentuoso regista, ad oggi noto solo per il documentario Murderball (2005), nominato all’Oscar, e precedentemente come secondo aiuto regista di James Mangold (Ragazze interrotte), è senza dubbio da tenere d’occhio. Un film da vedere e meditare perché ci guarda da vicino e lascia lo spettatore con un salutare retrogusto amaro in bocca.
Stefano Pariani, da “cinemacritico.it”

Dalla sua creazione il world wide web ha rappresentato una sfida continua per incenerire le distanze geografiche e dare al mondo intero la possibilità di informarsi, comunicare e interagire in maniera alquanto democratica. Ad oggi la rete, nella sua globalità, oltre ad essere una fonte inesauribile di informazione è diventata anche una possibile trappola, una rete tentacolare dove la libertà di espressione spesso di trasforma in attacchi verbali che rimbalzano nell’etere arrivando in alcuni casi a creare il cosiddetto effetto butterfly. Ed è proprio sulle insidie di internet e dei suoi mezzi che si interroga il regista Alex Henry Rubin con il suo Disconnect, pellicola presentata fuori concorso alla 69° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Nel cast il neodivo svedese Alexander Skarsgard (l’Eric di True Blood), Frank Grillo (The Gates) e Jason Bateman (Juno, Hancock).
Un ex poliziotto rimasto vedovo (Frank Grillo) decide di restituire il distintivo e reinventarsi come investigatore privato per stare più tempo con il figlio Jason (Colin Ford), un bulletto imberbe che, complice il migliore amico e un profilo falso su facebook, comincia a tartassare un coetaneo più introverso (Ben Boyd), facendogli credere di essere una ragazzina innamorata. Un avvocato rampante (Jason Bateman) è così immerso nel proprio lavoro da non accorgersi che in suo figlio c’è qualcosa che non va. Una madre reduce dal lutto di aver perso il proprio bambino (Paula Patton) cerca conforto nell’amicizia virtuale con uno sconosciuto (Michael Nyqvist), mentre suo marito (Alexander Skarsgard) si sfoga con i giochi d’azzardo online. Infine una giornalista (Andrea Riseborough) crea un’inchiesta su un giovane che si vende in rete per qualche soldo e qualche dono (Max Thieriot).
Quasi un consiglio, quello che Rubin rivolge agli spettatori. Disconnect, ossia “disconnettiti”: in un’epoca in cui frodi virali sono all’ordine del giorno, staccare la spina sembrerebbe la cosa più saggia di fare. Lasciar naufragare la rete con le sue bellezze e le sue insidie, con la sua visibilità e la sua correzione e ricreare un’umanità di carne ed ossa, non di byte e pixel. I personaggi rappresentati da Rubin sono tutti alle prese con le conseguenze di una troppo marcata dipendenza tecnologica; costruiscono se stessi come automi meccanizzati, in cui gli strumenti di interazione tecnologica diventano quasi delle protesi fondamentali all’esistenza. Il cellulare di Bateman, l’I-Pad dei bulli, il computer in cui ci si svende e nel quale si investono speranze – sempre poi inevitabilmente disilluse. Un mondo pieno di falsità e illusioni, quello che Rubin mette in scena, in una New York di periferia arida e sterile, dove persino i raggi del sole faticano ad entrare. Un mondo dove la possibilità di essere virtualmente vicini si traduce nella quasi impossibilità del vero contatto umano. Candidato all’Oscar per il documentario Murderball, il regista abbandona sin da subito manierismi e si concentra sulla nuda rappresentazione di un disagio quasi inconscio. Aiutato dalla sceneggiatura di Andrew Stern, capace di creare non solo buoni livelli di tensione, ma anche intrecci narrativi che strizzano l’occhio a Crash di Paul Haggis e a 21 Grammi di Inarritu, Rubin realizza un film sulle problematiche legate alla connessione interattiva, senza però mai dimenticare il lato più umano della vicenda, scendendo con sagacia nell’interiorità di quei personaggi che, grazie alle ottime prove fornite dal cast, finiscono per diventare così reali da spaventare chiunque sia seduto in poltrona, magari con uno smartphone nella borsa.
Erika Pomella, da “silenzio-in-sala.com”

Una coppia di coniugi vive in modo differente la morte del figlioletto, e le distanze tra loro si acuiscono, tanto che lei cerca aiuto in un’amicizia in Rete. Un ragazzino introverso e isolato dai compagni di classe viene ingannato da due coetanei, che creano un falso profilo di una ragazza con cui lui intreccia un abbozzo di amicizia virtuale, senza sapere che non esiste. Un padre, ex poliziotto e ora investigatore privato, sa capire il dramma dei due coniugi in crisi, e finiti nel mirino di qualcuno che li ha derubati on line di soldi e segreti, ma non capisce che piega sta prendendo il figlio con il suo miglior amico (i due bulli che si prendono gioco dell’adolescente “emo”). Un giovane adesca donne mature via web: per lui è solo un gioco, e non si rende conto di chi lo sfrutta finché una giornalista non lo conosce e vorrebbe fargli aprire gli occhi; ma gli sta dietro davvero per aiutarlo o perché a caccia di scoop? Vite di adulti e di ragazzi, nell’America dei nostri giorni (che però ha tratti vicini alla nostra società). Adulti e ragazzi, sono sempre connessi a tutti i possibili mezzi per comunicare: cellulari, tablet, social network… E sempre sconnessi dagli altri e da se stessi.
Ben scritto e ben diretto dal regista Henry Alex Rubin (al suo esordio in un lungometraggio di finzione dopo alcuni documentari) e interpretato da un gruppo di attori molto variegato e che sa toccare le corde giuste, Disconnect è un film contemporaneo come pochi: tutti chattano, consultano i cellulari, si annullano in comunicazioni virtuali (anche toccanti, perché si desidera sempre – anche on line – di essere amati o capiti: come la donna afflitta dal lutto che chatta a uno sconosciuto “è bello avere qualcuno con cui parlare”…) e non sanno guardare in faccia chi hanno di fronte: moglie, figli, fratelli. Come in tanti altri film, soprattutto americani (si pensi a Crash, film vincitore del premio Oscar una decina di anni fa, o al ben superiore Magnolia), la struttura è quella corale, decentrata, in varie storie che si intersecano grazie a incroci non forzati. Il film non punta solo a porre questioni importanti dal punto di vista sociale (l’invadenza dei media, i pericoli dei social network e dei sistemi chat), ma a mostrare uomini, donne e giovanissimi in crisi di relazioni con gli altri, in fin dei conti soli e incapaci di riemergere da continui errori o sensi di colpa; in particolare, mostra rapporti tesi tra genitori e figli che o sono assenti l’un l’altro o in perenne conflitto. Ci vogliono una serie di drammi, e anche una possibile tragedia, per risvegliare coscienze assopite o superficiali, che rischiano una grave deriva esistenziale.
Antonio Autieri, da “sentieridelcinema.it”

Disconnect, lemma nefasto che facilmente provoca crisi di panico diffuse, perché nell’era digitale, leggere questa parola fa venire davvero i brividi. D’altro canto, quante volte al giorno vi sentite ripetere che eravate irrintracciabili per il solo motivo che non avete replicato prontamente ad un sms? Oppure venite bacchettati perché una email giace da ben un’ora nel vostro mailbox in attesa di risposta?
Il film “Disconnect” si addentra nelle vite di un gruppo di persone comuni, una manciata di soggetti di generazioni diverse, con esigenze e conseguenti pretese dal web differenti. Gli effetti da gestire saranno però tutti negativi pur appartenendo a casistiche uniche: queste vite verranno, infatti, demolite, travolte, dall’impalpabile cyberspazio per mera disattenzione o cattivo uso del mezzo.
Protagonisti sono una coppia vicina all’implosione, una bella famiglia middle-class con due figli adolescenti più o meno ribelli, un orfano di madre con un padre che fa sempre la “cosa giusta”, un ragazzo che se la cava come meglio può e una trentenne travolta dalla carriera. In poche battute emergono la crudeltà degli adolescenti e i limiti di un sistema di regole talmente fitto da ostacolare le persone. Dall’emarginato all’agiato, dal privato al pubblico, è un continuo passare da un punto di vista all’altro che alla fine ci offre una panoramica dell’attuale società, in cui il comun denominatore è la comunicazione virtuale e i suoi riverberi sulla realtà.
Nato per semplificare le cose, per aiutarci nella quotidianità, per sgravarci da abitudini noiose e lente, il world wide web si è oramai intromesso in tutti i momenti della nostra giornata e sta provocando subdoli effetti negativi. Ciò che dovrebbe abbattere le distanze e alleggerirci nelle difficoltà ci sta, invece, rovinando l’esistenza: solitudine dilagante, egoismo imperante, nuovi crimini sempre più diffusi e soprattutto sempre più persone abusano di quel filtro, quello schermo oscurato che ci occulta e ci permette di essere migliori o peggiori (secondo le intenzioni) e che snatura i rapporti umani rendendoci alla fine tutti più vulnerabili.
Questo film, che incredibilmente segna il debutto al lungometraggio del regista Henry-Alex Rubin (a onore del vero già candidato all’Oscar® con il documentario “Murderball”), è una dolce storia tremenda, una dolorosa fotografia del nuovo millennio, che trasuda quella perfezione che solo i grandi budget possono garantire. “Disconnect” è retto dalla recitazione di un cast abile e di richiamo, ma soprattutto è coerente nonostante i principi cari ai figli dello Zio Sam si mostrino in tutto il loro essere talvolta naïve.
Si, un’iniezione di fiducia e speranza c’è, ma non come ci si potrebbe attendere. Non manca neppure l’annosa questione dell’efficacia della giustizia privata; l’umana necessità di trovare un colpevole su cui riversare la propria ira; gli effetti dei genitori assenti sulle vite dei figli; e i nuovi reati informatici, insomma, c’è proprio tutto! Ma l’esposizione è di una tale disarmante semplicità da colpirci senza snervarci, senza impartirci lezioni e senza riversare su di noi un barile di melassa strappalacrime. Insomma, “Disconnect” è semplicemente un bel film drammatico, ben ritmato e saggiamente narrato, che vale il biglietto: voto 7!
da “masedomani.com”

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