Dietro i candelabri

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La curiosità che circondava Behind the Candelabra era molta. Non foss’altro per la scelta bizzarra, seppur da parte di un regista che ha fatto dell’eclettismo il suo trademark come Steven Soderbergh, di dedicare un biopic ad un personaggio eccentrico, sopra le righe e iconico come Liberace era molta.
Che poi, di un biopic si tratta in senso lato, visto che il film si concentra sulla storia tra il pianista e showman e quello che è stato a lungo un compagno di vita e di lavoro: Scott Thorson.
È allora ancora più significativo che, sotto tutto il kitschiume inevitabile in un film che racconti Liberace, sotto i costumi e gli arredi, i corpi e le mossette, Soderbergh abbia incentrato il suo film sulla conflittualità di un legame che contiene dall’inizio alla fine, forse soprattutto alla fine, la forza e la bellezza dell’amore.
Michael Douglas e Matt Damon si sono affidati completamente al regista, arrischiandosi in territori per loro inediti, dando corpo e spirito, energia alla loro relazione e al film. Un film che inanellando scelte di scrittura e di regia all’insegna della massima semplicità – scelte che risaltano quindi nel contesto da costante messa in scena teatrale della vita di Liberace e di Scott – aiutano a far comprendere la semplicità di un sentimento che spesso si complica da solo o per via della vita.
Non c’è alcuna pruderie né alcuna voglia di scandalizzare facilmente per via della tematica omosessuale, in Behind the Candelabra, ma solo la semplice (ancora una volta) volontà di raccontarla. Volontà perfino rilevante politicamente, considerati i tempi che viviamo, la testarda negazione del suo essere gay da parte di Liberace, la sua morte avvenuta per complicazioni dovute all’AIDS che aveva contratto.
Proprio sul finale, quindi, quando in punto di morte Liberace riallaccia i ponti che aveva tagliato con Scott anni prima, il film di Soderbergh si fa quasi commovente nel far recuperare ai suoi protagonisti quel che avevano perso, strada facendo, per via delle loro differenze, dei rispettivi egoismi, di quella voglia di modellare l’altro ai propri voleri e alle proprie esigenze che dell’amore è spesso sinonimo di fine e negazione.
D’altronde, nel titolo c’era già tutto: guardate dietro il candelabro, dice Soderbergh, dietro il luccichio delle apparenze, dietro le fiammate brucianti dei conflitti. Guardate oltre e scoprite che del buono, del bello, dell’amore si posson sempre ritrovare.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Wladziu Valentino Liberace, Lee per gli amici, Walter per la famiglia, nacque nel 1919 a West Allis, Wisconsin, da madre polacca e padre italiano. Prima di Elvis, Elton John e Madonna, c’è stato Liberace, lo show-man più pagato durante gli anni ’50-’70. Artista straordinario, con un talento innato e fuori dal comune, imparò a suonare prestissimo, ancora bambino. Questo personaggio che ha magistralmente fatto storia nel mondo sfavillante dello spettacolo statunitense, ha solleticato in modo prepotente il cineasta Steven Soderbergh, che ha realizzato “Dietro i candelabri”, film che racconta l’altra faccia di Lee, la sua personalità privata, celata all’interno dei suoi lussuosissimi appartamenti, pieni di ori, luci abbaglianti, sontuose suppellettili. Valentino Liberace (Michael Douglas) appariva sulla scena in abiti sontuosi, da grande diva, mantelli di pelliccia con strascichi, appoggiati su sfavillati e coloratissimi vestiti e … candelabri sul pianoforte. Era il suo modo di porgersi al pubblico che lo amava e che riceveva in cambio un autentico divertimento. Liberace, però, non era solo questo. “Dietro i candelabri” racconta soprattutto l’intesa amorosa tra Liberace e Scott Thorson (Mat Demon), iniziata nel 1977, quando Scott aveva solo sedici anni e Liberace era sull’orlo dei sessanta, intesa durata cinque anni esatti. La storia Soderbergh l’ha tratta dall’omonimo libro di Scott Thorson. Il film è, in effetti, il racconto di questo rapporto amoroso sbilanciato, morboso, ossessivo. L’America non doveva minimamente immaginare l’identità omosessuale del grande Liberace, eppure, quest’uomo ricchissimo, come amava attorniarsi di cose lussuosissime, a modo suo belle, amava gioire della compagnia di adolescenti giovanotti. La storia con Thorson pare sia stata la più lunga storia che Lee ebbe con i suoi giovani amanti, storia che portò lo show-man davanti ai giudici per concordare gli alimenti che Scott gli chiese. Soderbergh sa ben calibrare i tempi scenici, i dialoghi, dando spazio a due mattatori della scena cinematografica, Michael Douglas con una recitazione molto buona e Matt Demon che riesce più volte a bucare lo schermo in modo encomiabile calandosi alla perfezione nel personaggio di Scott, giovane, sbalordito di essere stato scelto come amante-amato e anche pazzamente innamorato. Con una sceneggiatura veramente originale di Richard Lagravenese, Soderbergh porta sullo schermo la vita intima di un uomo che fece del kitsch la sua arma spavalda, squallidamente omosessuale, e che incarnò l’America ipocrita e bigotta di quei tempi, ostinata in una menzogna condivisa. A conti fatti, “Dietro i candelabri” è un film riuscito, credibile da tutti i punti di vista, nonostante la complessità della storia.
Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

Con uno sguardo grottesco e malinconico, Steven Soderbergh racconta la vera storia d’amore tra il leggendario pianista Liberace (Michael Douglas) e il suo giovane amante Scott Thornson (Matt Damon)

Liberace (Michael Douglas) è una star internazionale: pianista di talento, è celebre soprattutto per i suoi show kitch ed eccessivi, in cui intrattiene il pubblico come uno showman il cui motto è “esagerare è meraviglioso”: tra strass, piume e pellicce, il pianista di origini italiane e polacche nasconde “dietro i candelabri” la sua omosessualità, tanto ostentata nei comportamenti quanto smentita con forza su giornali e riviste. Nel 1977, Liberace incontra il giovane Scott Thornson (Matt Damon) e lo convince a trasferirsi nella sua villa, ufficialmente per diventare il suo nuovo assistente tuttofare. Nasce così una relazione che dura cinque anni, durante i quali tra i due si instaura un rapporto morboso: agli occhi di Scott, Liberace è il padre che non ha mai avuto, mentre – dopo l’infatuazione iniziale – il pianista lo mette in un angolo per sostituirlo con un nuovo toyboy.
Il biopic “Dietro i candelabri” – tratto dall’omonima autobiografia di Scott Thornson, che a sua volta si è ispirato all’abitudine di Liberace di posarli sul pianoforte – copre il decennio che precede la morte di Liberace, interpretato magistralmente dal premio Oscar Michael Douglas, perfetto sia sullo scintillante palcoscenico di Las Vegas, sia nelle quattro mura della sfarzosa villa del pianista. L’attore – che ispirò il regista Steven Soderbergh alcuni anni fa, in una pausa sul set di “Traffic”, quando si lanciò in una strepitosa imitazione di Liberace) – è perfetto nei panni dell’eccentrico “imperatore del kitch” che è, al tempo stesso, vittima delle convenzioni sociali che lo costringono a nascondere la propria omosessualità e carnefice di numerosi toyboy che prima sono attratti dalla sua figura carismatica e poi finiscono alla porta, generalmente quando appare all’orizzonte un nuovo cortigiano più muscoloso e più giovane. Questo è quello che accade a Scott, che ha il volto di Matt Damon, perfettamente calato nel ruolo dell’uomo oggetto, ingenuo all’inizio e avido quando poi capisce di essere stato messo alla porta.
Soderbergh ci regala anche alcune scene comiche (divertentissimo Rob Lowe nei panni di un chirurgo plastico la cui faccia è scolpita come una scogliera, che ritoccherà l’ingenuo Scott a immagine e somiglianza di Liberace e lo inizierà alle droghe, che lo porteranno alla dipendenza), mentre la sceneggiatura di Richard LaGravenese mostra con delicatezza e con malinconia la tragicommedia di cui è vittima Liberace. Spettacolari trucco, costumi e scenografie, che ricreano con assoluto realismo l’abbagliante luccichio della vita di Liberace.
Monica Scillia, da “doppioschermo.it”

Valentino Liberace, nato da madre polacca e padre di origine italiana, fu l’artista più pagato del periodo tra gli anni ’50 e il 1970. Showman carismatico e valente pianista, fu il primo uomo di spettacolo ad imporsi all’attenzione delle folle tramite le stravaganze nell’atteggiamento e nell’abbigliamento. Un eccentrico innovatore, anche nell’ambito della comunicazione televisiva, antesignano di moderne superstar dell’intrattenimento come Madonna o Elton John. Si inizia nella fatidica estate del 1977, quando (quasi sessantenne) incontrò il giovane Scott Thorson (un ringiovanito Matt Damon) e ne fece il proprio braccio destro ed amante. Liti e contrasti, poi la dolorosa rottura, e infine la morte di Liberace stroncato dall’AIDS nel 1987. La regia di Steven Soderbergh, sobria e rigorosa nel mettere a fuoco i personaggi, traccia un ritratto a tutto tondo di questa poliedrica figura lasciando che il suo spirito fuori dagli schemi si imprima nella messinscena. Viene esplorato l’uomo prima che l’artista, l’amore per il palcoscenico misto a narcisismo, le apparenti contraddizioni (fervente cattolico!), il rapporto con la sessualità. Sicuramente un “biopic” rispettoso e insieme di coraggiosa coerenza, perché rifugge a priori qualsiasi compromesso e pregiudizio sia in negativo sia in positivo nei confronti dei protagonisti. Riesce inoltre nell’impresa di viaggiare sulla soglia dello stereotipo e della caricatura senza mai varcarla, servendosi di un umorismo irriverente e scaltro attraverso il quale si ride con l’omosessualità e mai di essa. Quel che altrove bolleremmo come semplice cattivo gusto e speculazione, diviene parte di un discorso oggettivo sull’auto-accettazione e l’auto-determinazione. Ciò vale per diversi aspetti, tra i quali il kitsch ostentato e l’esplicita rappresentazione dell’amore fisico tra Valentino e Scott. Il pubblico etero e conservatore, probabilmente, lo giudicherà inutilmente sgradevole in più sequenze, e non stupisce più di tanto il fatto che negli USA il prodotto sia stato escluso dalle sale degradandolo a tv movie. Lo spettatore italico di aperte vedute farà invece bene a recarsi al cinema per godere della straordinaria performance di Michael Douglas, calato nel ruolo con un mimetismo istrionico percepibile in primo luogo nella modulazione della voce (recuperare se possibile in lingua originale). Chi lo affianca, da Matt Damon a Dan Aykroyd, per quanto bravissimo ne è inevitabilmente sovrastato. Intrigante, riservato a pochi.
da “voto10.it”
«Prima di Elvis, prima di Elton John, Madonna e Lady Gaga, c’è stato Liberace: pianista virtuoso, intrattenitore oltraggioso e star fiammeggiante in teatro e in TV». Rubiamo una riga dal pressbook di Dietro i candelabri, perché del personaggio appena descritto, nel nuovo film di Steven Soderbergh, ci sono più che altro quelle, le informazioni nel pressbook. Se quindi siete nati negli anni ’70, o peggio ancora dopo, e a malapena conoscete Elton John, sarà difficile che vi freghi qualcosa del protagonista. Questo d’altra parte non è un biopic, ma una storia d’amore: quella tra un artista eccentrico multimilionario gay cattolico (Michael Douglas) e un ragazzo di Milwaukee, Scott Thornson (Matt Damon), che lo incontra per caso una sera, nei camerini, dopo un’esibizione.
Liberace se lo porta a casa seduta stante: lo chiama “il mio Adone”, vorrebbe berselo in un sorso, e più o meno questo inizia a fare, anche cinque volte al giorno. Comincia a pagargli uno stipendio senza causale, a decorarlo di anelli, braccialetti e pellicce; lo accarezza (e tratta) come un gatto, gode delle sue fusa. I cinque anni della loro relazione hanno il solo difetto di essere prevedibili: Scott è lusingato dalle attenzioni di un grande artista, Liberace è lusingato dalla sua bellezza, vecchio com’è e soprattutto come sta diventando; poi, un po’ alla volta, come capita spesso con le cose belle, il ragazzo gli viene a noia. Uno abusa di una ricchezza non sua, l’altro abusa di una bellezza non sua, è alla fine non può che esserci la rottura, non consensuale, con l’ingresso nella vita e nella villa del pianista di un nuovo Adone.
Quei cinque anni d’amore, però, Soderbergh li racconta bene. Gli estremismi della dipendenza reciproca restano impressi: Liberace (che non ha mai fatto pubblicamente coming out) vuole adottare il suo amante (letteralmente); e nonostante i genitori di Scott stiano benissimo, lui stesso comincia ad accarezzare l’idea. Poi si cambiano addirittura i connotati, Liberace per cancellarsi le rughe dal volto, e il ragazzo per assomigliargli; si vestono nello stesso modo; si perdono in un delirio edonista e mutuamente cannibalico.
Tutto questo avviene, come tipico del regista, quasi sempre in interni, anche per risparmiare: i tardi anni ’70 sono messi in scena attraverso i costumi e il parrucco, qualche macchina d’epoca, la colonna sonora, e naturalmente le scenografie della grande villa di Liberace; ma la sensazione del grande affresco d’epoca, alla Scorsese, manca. Il tono è brillante, l’ironia sul mondo gay abbastanza dozzinale, ma effettivamente buffa.
Infine i protagonisti. Matt Damon è bravo, e Michael Douglas bravissimo: il suo Liberace mostra un misto di fragilità e “fame”, egocentrismo e generosità, genuine, che vengono probabilmente dalla sua vita (il famoso ricovero per sex addiction, che aveva riempito il gossip dopo Basic Instinct; il matrimonio con tanto di famigerato pre-accordo economico con Catherine Zeta-Jones; la grave malattia da cui è guarito). E il premio come miglior attore del Festival ha buone possibilità di portarlo a casa.
P.S. I “candelabri” del titolo sono quelli che Liberace amava posare sul pianoforte quando suonava nei teatri. Una trovata che rivendicava con orgoglio, insieme al fatto di guardare spesso in macchina durante le riprese televisive di un concerto.
Mi piace
Douglas e Damon sono perfetti nei ruoli, e Soderbergh racconta la loro storia con classe e brillantezza.
Non mi piace
La storia d’amore tra i due, per quanto commovente, è anche prevedibile.
Consigliato a chi
A chi è nato negli anni Settanta e sa chi era Liberace. E a chi, invece, ne è (ancora) all’oscuro e vuole scoprire uno degli artisti più importanti e controversi del secolo scorso.
Voto: 3/5
Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

Aveva dichiarato più volte che non avrebbe più fatto film e invece ecco l’ennesima smentita. Steven Soderbergh torna con un film girato per la tv sugli ultimi anni di vita del pianista Wladziu Valentino Liberace, uno dei più popolari showmen in America fra gli anni ’50 e ’70.
Liberace (Michael Douglas) vive una vita di sfarzi, ha una splendida villa con piscina arredata in stile sfrontatamente kitsch (“kitsch monumentale”, per usare le sue parole), abiti eccentrici e vistosi, servitù. Gay non dichiarato, fa entrare ed uscire con disinvoltura dalla sua vita uomini più giovani di lui, finchè incontra Scott Thorson (Matt Damon), un ingenuo ragazzo provinciale e belloccio, addestratore di cani e aspirante veterinario.
È il 1977 e Scott rappresenta per Liberace la bellezza e la giovinezza, che ormai in lui stanno completamente sfiorendo, e così accoglie l’adone biondo nella sua vita, facendo di lui il suo amante, il suo aiutante di scena, il suo alter ego fino a volerlo trasformare in una sorta di figlio, con un’operazione plastica che lo faccia somigliare a sé. Dapprima incuriosito e stranamente attratto da un tipo tanto lontano da lui per modi di fare e stile di vita, Scott rimane ben presto coinvolto nella vita dell’eccentrico pianista e intreccia con lui una storia destinata a durare alcuni anni in una sorta di dipendenza reciproca.
Il film non è esattamente una biografia di Liberace, ma piuttosto una riflessione sul rapporto tra due uomini e sulle dinamiche di un amore nato sullo sfondo dello showbiz di fine anni ’70. Ancor prima di Elton John, Madonna e Lady Gaga, Liberace aveva introdotto un nuovo modo di apparire sul palcoscenico con allestimenti sontuosi e luccicanti, un abbigliamento a dir poco sopra le righe e, ovviamente, un culto strabordante della propria immagine.
Amato e osannato dal pubblico, viveva e si comportava nel modo più esplicito possibile,dietro i candelabri ma non fece mai outing sulla propria sessualità. Nonostante la liberazione sessuale che proprio in quegli anni si stava vivendo, Liberace apparteneva ancora ad un mondo che preferiva tacere cose e forse il meccanismo stesso dello spettacolo non gli avrebbe mai permesso di dichiararsi.
Dietro i luccicanti candelabri di pessimo gusto, esibiti sul pianoforte durante gli spettacoli, dietro gli anelli esagerati, le pellicce, i ritratti pesantemente incorniciati, lo sfarzo da baraccone degli arredamenti si nascondeva la vita di uomo solo, che usava parrucchini cotonati e cosparsi di brillantini, che non esitava a fare ricorso alla più estrema chirurgia estetica per perpetrare una parvenza di giovinezza, che metteva sopra ogni cosa il mito di sé e della sua immagine.
Dietro i candelabri si nascondeva anche la vita di un giovane legato a doppio filo ad un uomo più grande di lui, caduto in qualche modo vittima di un mondo che forse non capiva fino in fondo e che da quel mondo venne fagocitato e poi liquidato con poche parole e squallidi soldi.
Il versatile Soderbergh (Ocean’s eleven, Traffic, Contagion) lascia per una volta il suo stile minimal da autore intellettuale per uno stile più convenzionale, ma di certo non meno interessante. Anche i personaggi, solitamente visti da più angolazioni, sono qui più lineari e più facilmente inquadrabili.
Non che questa sia una pecca del film, che in realtà è molto riuscito nel ricreare un’epoca e un mondo in cui si muovono personaggi bizzarri e ben definiti nei caratteri. Michael Douglas (Wall Street, Basic Instinct, Traffic), dopo un periodo di forzata inattività per malattia, torna in forma smagliante sullo schermo in uno dei ruoli più riusciti della sua carriera: il suo Liberace pieno di moine, sguardi e sorrisi ammiccanti è un pezzo di bravura recitativa. Gli sta dietro un Matt Damon (Il talento di Mr. Ripley, The Bourne identity, The departed – Il bene e il male) non meno incisivo, che passa con disinvoltura da ingenuo bambolotto biondo a cotonato mantenuto, pronto a scenate isteriche di gelosia.
L’amara parabola è inserita in un mondo di finzione e falsità, fragile come la cartapesta, in cui si muovono personaggi bizzarri, che l’occhio di Soderbergh guarda con ironia per nasconderne l’orrore, come il chirurgo plastico drogato e tiratissimo interpretato da Rob Lowe, così tirato che fatica a tenere aperti gli occhi persino quando deve operare. E’ un sipario di parvenze, promiscuità sessuale, opportunismo e ipocrisia, mai ostentatamente messo sotto i nostri occhi o moralmente condannato, ma semplicemente raccontato con equilibrio narrativo. Un mondo in cui persino l’anziana madre di Liberace (Debbie Reynolds), una donnina vestita con abiti dai toni sobri e merletti, è interessata soltanto ai soldi quando gioca con accanimento alla slot machine in casa del figlio ed esige di essere pagata in denaro.
Il film, realizzato per la HBO, è di alta qualità e non risente affatto di quel piattume tipico di certi lavori biografici, soprattutto televisivi. Supportato da una brillante sceneggiatura di Richard LaGravenese (I ponti di Madison County, Freedom writers), basata su un libro scritto da Thorson stesso, il film è stato presentato con successo all’ultimo festival di Cannes.
Stefano Pariani, da “cinemacritico.it”

1977. Wladziu Valentino Liberace (in arte Liberace) è uno showman e pianista famosissimo sin dagli Anni Cinquanta. Le sue capacità di intrattenitore televisivo e teatrale sono indiscusse. Al termine di uno spettacolo gli viene presentato il giovane Scott Thorson e tra I due nasce da subito una relazione che durerà a lungo al punto da spingere Liberace ad avviare le pratiche per l’adozione. L’idillio però non sarà infinito.
Steven Soderbergh è un regista inarrestabile, a dispetto della sua dichiarazione di qualche tempo fa che mirava a farci credere che non avrebbe più fatto film. Fortunatamente per lui (e per noi) si è rivelato incapace di far conseguire i fatti ai propri propositi e continua ad offrirci occasioni non tanto di assistere a storie che si sviluppano sul grande schermo ma (questo è ciò che più conta) a consentirci di riflettere sulle dinamiche interne di una narrazione cinematografica. Perché se è vero che l’occasione gli viene offerta dal libro omonimo di Thorson (tuttora vivente) quello che uno sceneggiatore del livello di Richard LaGravenese gli offre è uno script che non ha nulla del biopic classico e offre invece molte insidie a chi decide di metterlo in scena.
Il film non ci racconta la vita dello showman cogliendolo invece all’apice del successo ma sull’orlo dei sessant’anni nel momento in cui si fa prendere dalla più forte relazione della sua vita. Liberace non è però solo il personaggio che ha fatto del kitsch un marchio di riconoscibilità (vedi i candelabri su pianoforti luccicanti quanto le sue mise). È anche un gay che deve nascondere le proprie tendenze sessuali. Perché, nonostante la liberazione dei costumi avviata alla fine degli Anni Sessanta, il mondo dello star system vuole poter continuare a ‘venderlo’ al pubblico più vasto possibile. Il negare l’evidenza (sottolineata invece dagli atteggiamenti propri di ogni sua esibizione pubblica) diventa il gioco complesso con cui anche Soderbergh si deve confrontare. Perché il rischio più elevato era quello di ricalcare gli stereotipi di tanti film più o meno velatamente omofobi.
Soderbergh affronta il problema com la temerarietà di un trapezista senza rete. Offre infatti a due icone della mascolinità (l’antico sex addicted Michael Douglas sicuramente etero e Matt ‘Bourne’ Damon) i ruoli dei due protagonisti chiedendo loro di offrire credibilità ai due personaggi. La richiesta viene esaudita con grande adesione ai reciproci caratteri. Il regista che più di altri ha fatto dell’eclettismo la propria filosofia riesce così a raccontarci una storia di show business e di arte ma anche la parabola di una relazione di coppia come tante. Senza distinzione di gusti e preferenze.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

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