animenere

Anime nere

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Dal libro di Criaco, il capolavoro di Munzi. Potente radiografia di ‘ndrangheta e dinamiche familiari, da non perdere
Olanda. Milano. Calabria, Africo, Aspromonte. Dove tutto ebbe origine, dove tutto finisce.
Come la storia di tre fratelli, figli di pastori, vicini alla ‘ndrangheta. Il più giovane, Luigi (Marco Leonardi), è un trafficante internazionale di droga. Rocco (Peppino Mazzotta), ormai da molti anni a Milano, è uno stimato imprenditore grazie ai soldi sporchi del primo. Infine Luciano (Fabrizio Ferracane), il più grande, che è rimasto nella terra natia e porta avanti il lavoro paterno, coltivando per sé l’illusione patologica di una Calabria preindustriale. Suo figlio, il ventenne Leo (Giuseppe Fumo), è la generazione perduta, senza identità. E sarà proprio un suo gesto sconsiderato, un atto intimidatorio contro un bar protetto da un clan rivale, a scatenare un inferno. Dopo tanti anni dall’uccisione del padre, per Luciano si riaffaccia nuovamente il dramma…

Anime nere di Francesco Munzi, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, è un film potente, ricco, profondamente radicato, capace di ingrandirsi parallelamente allo sviluppo del racconto. Quasi di accumulare, visivamente e non solo, la profondità e la complessità di un territorio che mescola miti e leggende, criminalità e tradizioni, fantasmi e violenza.
Dopo il bellissimo Saimir, dopo Il resto della notte, Munzi realizza la sua opera più ambiziosa, forse più difficile (soprattutto per il contesto ambientale), frutto di un lavoro straordinario sul campo (tre anni per la stesura della sceneggiatura, riscritture, casting per tutta la provincia di Reggio Calabria e sopralluoghi), di una direzione degli attori d’altri tempi e figlio di una volontà quasi antropologica, esplorativa, indispensabile per portare a galla la “realtà” di personaggi così raramente vicini, prossimi. L’unico modo possibile, del resto, per trattenere così a lungo viva la tensione emotiva del film, incanalandola poi con vigore sorprendente verso un finale sconvolgente, ma mai così drammaticamente coerente.

Un film doloroso, un Fratelli che quasi si spoglia delle riconoscibili esplosività ferrariane per immergersi in un territorio altro, fermo nel tempo, nella memoria. E nelle azioni. Una ciclicità disperata, che solo un gesto disperato potrà forse interrompere. La storia si chiude, non il film però, che non si esaurisce ma rimane vivo, aperto come una ferita profonda, anche dopo il termine della visione. Imperdibile.

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

Folgorante

Luigi, Rocco e Luciano sono tre fratelli che hanno fatto scelte di vita diverse. I primi due hanno abbandonato la Calabria e si sono uniti alla malavita; Luciano è rimasto a casa cercando di tenere la propria famiglia lontano dalla violenza. Ma quando i fratelli si ricongiungeranno il destino della famiglia cambierà per sempre…
Francesco Munzi riesce nella mirabile impresa di compensare il flop di Renato De Maria. Dopo i fischi piovuti sulla delusione deLa Vita Oscena il Lido saluta Anime Nere con tredici minuti d’applausi. Un’ovazione meritata, perché il film di Munzi è una piccola gemma e di gran lunga film italiano che più di tutti ha saputo convincere dall’inizio diVenezia 71.

Tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, Anime Nere racconta la vita di una famiglia malavitosa dell’Aspromonte che naufraga nella violenza della ‘ndrangheta. Munzi trasforma i tre amici protagonisti del romanzo in tre fratelli dalle personalità opposte, scelta che gli consente di sviluppare il tema della famiglia che già aveva discusso in Saimir, presentato in Orizzonti nel 2004.

In Anime Nere la famiglia diventa il punto d’ingresso nel mondo della malavita Calabrese, un universo che Munzi riesce a raccontare come un insieme complesso fatto di drammi che si accavallano gli uni con gli altri. Così la macchina da presa si sposta dalla lotta di un padre col figlio alla ricerca della propria indipendenza ai conflitti tra i fratelli sulle rispettive scelte di vita; dalle relazioni di questi con chi della famiglia non condivide lo stesso sangue alla domanda che fa da sfondo all’intero racconto, quella del rapporto con le proprie radici, nel contesto di un Aspromonte che Munzi porta in scena come se fosse un personaggio a sua volta.

E’ proprio questo che fa di Anime Nere un lavoro memorabile. La grande forza del film sta nella capacità di Munzi di fare della natura che circonda il dramma una cornice attiva, dove le montagne dell’Aspromonte non sono solo uno sfondo geografico ma una fonte da cui il regista attinge per rafforzare i toni cupi della tragedia. Un luogo che è al tempo stesso una fonte di sacralità e di violenza inaudita, che attira e respinge, e che così facendo rispecchia il dilemma di una comunità in bilico tra rituali antichissimi e il bisogno di assecondare i cambiamenti del mondo esterno. Tema che la scelta linguistica (i protagonisti parlano esclusivamente in Calabrese) rende ancora più esplicito, nella misura in cui il dialetto funge da ulteriore barriera per chi della comunità non fa parte.

Anime Nere è un’esperienza cinematografica folgorante, un film che fa luce su un mondo che troppo spesso è stato vittima di feticci e stereotipi e che qui parla una lingua tutta sua: credibile, potente, spietata.

Leonardo Goi, da “cinefile.biz”

 

 

Partì bene, anzi benissimo, l’Italia, alla recente Mostra di Venezia. Peccato che la giuria presieduta dal francese Alexandre Desplat non non abbia voluto riconoscerlo nel palmarès finale. Più che una svista cinefila è stato un errore madornale non premiare “Anime nere” di Francesco Munzi. Al di là delle rispettive tifoserie: da un lato l’immancabile Roberto Saviano che lo definisce «un film necessario per guardare in volto, finalmente, ciò che sino ad ora è stato ignorato». Dall’altro, l’impagabile assessore calabrese alla Cultura, Mario Caligiuri, che ha perso una buona occasione per star zitto dichiarando: «Non è accettabile leggere titoli e articoli che trasudano stereotipi sulla Calabria “a mano armata”, sull’equazione calabresi-‘ndrangheta che certamente respingiamo e che non ci appartiene; non si può ridurre l’immagine di una regione alle “anime nere”, soprattutto in una vetrina internazionale». Nessuno l’ha fatto in realtà.

“Anime nere” è il terzo film di Francesco Munzi, classe 1969, che si fece notare proprio al Lido nel 2004 con il notevole “Saimir”. Munzi ama un cinema di parole e di silenzi, rigoroso e quasi senza musica, che prende spunto dalle contorsioni criminali, piccole e grandi, per parlare anche d’altro: di antropologia, di società, di intrecci familiari, razzismi annidati. Lo spunto è fornito dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco del 2008, liberamente rielaborato per lo schermo dal regista insieme a Fabrizio Ruggirello e Maurizio Braucci. Tre fratelli di Africo, costa ionica a un passo dall’Aspromonte, terra di ‘ndrangheta e pastorizia, si misurano in questa ballata di morte che parte da Amsterdam, passa per Milano e scende giù in Calabria, «dove tutto ha origine e fine» suggerisce il regista. Ma non pensate a una specie di “Gomorra” in salsa calabra, a un “Romanzo criminale” riveduto e corretto. Il film è teso, livido, senza fronzoli, perfetto nelle facce e nei gesti, anche nella violenza continuamente evocata, praticata, cercata; e tuttavia un’inattesa misura stilistica lo porta oltre “il genere”, lo rende complesso e imprevedibile, anche nell’epilogo che altrove avrebbe preso pieghe diverse, da fragorosa resa dei conti tra bande, all’insegna dello show-down.
«Non è un mistero che dall’Aspromonte caprai ed ex caprai, ormai raffinatisi attraverso studi e viaggi, abbiano mosso tonnellate di cocaina grazie a una sapiente tessitura di rapporti criminali costruita nei decenni» premette Munzi. E certo Africo, che della ‘ndrangheta pare sia uno dei centri nevralgici, non era il posto più confortevole dove andare a girare. Infatti Munzi vi arrivò, confessa, «carico di pregiudizi e paure», anche se poi ha visto «la diffidenza del posto trasformarsi in curiosità e le case aprirsi a noi». D’altro canto, il film non fa sconti, non fa “inchini”, tantomeno allestisce un’epopea criminale. Però racconta con cura le dinamiche tragiche che spingono i tre fratelli dall’anima scissa verso un cupio dissolvi dai tratti, forse, scespiriani. Insomma, la vera faida è interna alla famiglia più che nei confronti del clan rivale.
Marco Leonardi è Luigi, un trafficante internazionale di droga, baldanzoso e spregiudicato, capace di allargare i confini del proprio agire senza dimenticare da dove viene, anzi quasi facendone un vezzo. Peppino Mazzotta è Rocco, milanese naturalizzato, sa atteggiarsi a borghese, ha una bella famiglia e sa muoversi nel ramo immobiliare (c’è un vago riferimento ai cantieri dell’Expo) usando i soldi del fratello. Giù ad Africo è rimasto Luciano, incarnato da Fabrizio Ferracane, il più anziano e saggio dei tre: fa il veterinario, veste alla contadina, coltiva l’illusione di una Calabria pre-industriale, dentro un malinconico e solitario culto dei morti, tra statue di santi, pietruzze sciolte nell’acqua e bevute, fotografie ingiallite del padre pastore morto ammazzato. Ma suo figlio Leo, ventenne, scalpita, gli piace sparare, forse non solo alle vetrine, e una bravata per vendicare uno sgarbo diventa la scintilla che farà divampare l’incendio.
La forza di “Anime nere” sta in un senso di minaccia costante, che non lascia mai tranquilli: senti la rabbia che si gonfia, lo capisci dai visi tesi, dai cappotti di pelle, dalle capre sgozzate e arrostite, dalle pistole che spuntano, dai macchinoni neri rigorosamente tedeschi, dagli avvertimenti in codice mafioso. E tuttavia il film va oltre il crimine, gli spari e gli omicidi che pure ci sono, benché restituiti senza compiacimento, per sequenze rapide, volutamente sfocate. Sicché l’archetipo mafioso, nella sua variante familistica vista tante volte al cinema, lascia qui spazio a una meditazione sull’impossibile, benché rivendicata, convivenza di arcaico e moderno: tra prefiche salmodianti in nero e audaci trasferimenti bancari, tra «capiscisti?» e computer. I tre interpreti sono perfetti; e con loro il giovane dissennato Giuseppe Fumo, le mogli Anna Ferruzzo e Barbora Bobulova, tutti i personaggi di contorno, a partire dai boss rivali, incarnati da non attori di Africo.

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

 

Tre soli film in dieci anni: quanto basta per fare di Francesco Munzi uno dei pochissimi autori autentici del cinema italiano, un regista – questo è vero – che non è stato ancora consacrato dalla fama festivaliera e che non gode del clamore delle gazzette, forse anche perché non ha mai esibito quel tanto di supponenza e di presunzione in cui, ahimé, scivolano talora gli altri nostri talenti, persino i migliori: Moretti, Martone, Capuano (per nulla dire di Sorrentino, sul cui talento è più che lecito nutrire seri dubbi…).

Munzi – e questo è il suo primo grande merito – sa far vivere gli ambienti che descrive. Qui una Calabria ancora pastorale e terragna e però pur infetta da una modernità sconsiderata (il film è girato ad Africo, in Aspromonte) è restituita attraverso uno sguardo lucido, tagliente, “antropologico”, capace di scavare in profondità entro una cultura arcaica e criminale, imbastita sui legami familiari e di sangue. Certo, anche altri cineasti in Italia sanno esplorare con profitto i paesaggi marginali e periferici entro cui calano le loro storie: penso soprattutto all’ultimissima generazione di registi venuti su dal documentario: Diritti, Di Costanzo, la Marazzi… Ma, a differenza di questi ultimi, i film di Munzi posseggono un respiro narrativo decisamente solido, più largo e convincente. Le storie che egli racconta sanno avvalersi dei codici del genere (del noir, in particolare) per accedere a una dimensione romanzesca e spettacolare forte (non fumettistica), la stessa di cui oggi il nostro cinema sembra quasi aver smarrito la memoria (e che invece ha fatto la gloria della produzione italiana degli anni Cinquanta e Sessanta).

Anime nere si giova, come elemento di partenza, di un approccio documentaristico, sociologico, ma per acquisire assai presto un autentico afflato da tragedia antica. Qualcuno è arrivato a fare il nome di Shakespeare. E forse, più ancora di Luna rossa di Capuano, è proprio Anime nere il primo film italiano capace di coniugare insieme i conflitti familiari che animavano il teatro elisabettiano con quelli di cui si nutrono i rituali criminali delle comunità mafiose.

E poi c’è il tema del destino. Un meccanismo implacabile sembra qui governare le scelte dei personaggi, e ha le sembianze di un fato dispotico, implacabile. Tutto sembra venire da lontano, da un passato radicato nella notte dei tempi, che pesa come una condanna senza scampo: l’uccisione invendicata del padre che i tre fratelli vivono come una colpa e una vergogna. Vi è anche chi – Luciano, in particolare, e, in misura diversa, lo stesso Rocco – può arrivare anche a illudersi di essersi lasciato alle spalle il sistema tribale e criminale che ha segnato sin lì la propria esistenza. Ma è sufficiente un fatto di poco conto – lo sgarro che il figlio di Luciano consuma per stolidità giovanile su un rappresentante del clan rivale – perché tutto si rimetta in moto e ciascuno venga risucchiato dalla spirale della violenza. È come se su quegli scenari desolati gravasse una maledizione ineluttabile.

Il finale del film deve sicuramente qualcosa a Fratelli di Ferrara. Una volta tanto però l’imitazione non ci induce a rimpiangere il modello originale.

Nicola Rossello, da “bitculturali.it”

 

Leo, figlio irrequieto di Luciano, una notte spara alcuni colpi di fucile sulla saracinesca di un bar protetto da un clan locale, in quel di Africo nel cuore dell’Aspromonte. Una provocazione come risposta a un’altra provocazione. Un atto intimidatorio, ma anche un gesto oltraggioso che il ragazzo immagina come prova di coraggio e affermazione d’identità nei confronti del clan rivale e nei confronti del padre, maggiore di tre fratelli, dedito alla cura degli animali e dei morti, e lontano dalla cultura delle faide. I fratelli di Luciano hanno preso altre strade lontano da Africo, in una Milano permeata di affari criminali lungo la rotta della droga tra l’Olanda e la Calabria. Dopo la provocazione notturna, Leo deve e vuole cambiare aria, e raggiunge lo zio Luigi, il più giovane dei tre fratelli, spavaldo nel correre su e giù per l’Europa stingendo patti “commerciali” con cartelli sudamericani, e lo zio Rocco, ormai trapianto a Milano con aria e moglie borghese, arricchito proprio dai proventi di quei traffici internazionali. L’eco della bravata di Leo giunge in quel di Milano e risveglia la mai sopita attrazione per la vendetta, la faida in un misto di orgoglio represso dal benessere, o da esso alimentato sotto mentite spoglie. Il fratello maggiore infatti viene richiamato bonariamente dal boss del clan rivale, e umiliato nel suo essere uomo, primogenito, padre di famiglia. I fratelli si mettono in viaggio verso il loro Sud, la loro terra, sentendo il richiamo di una cultura antica, richiamo fatale a un destino immutabile che punta dritto verso la tragedia, senza scampo.
Francesco Munzi torna al cinema firmando con questo suo terzo film, una tragedia “greca”, di fatto calabrese, ispirandosi al romanzo omonimo di Gioacchino Criaco, edito nel 2008 da Rubettino (coraggiosa casa editrice, da sempre attenta all’indagine della cultura calabrese, e non solo). Munzi arriva a questa opera difficile dopo aver sperimentato storia e stile nei suoi due primi film, Saimir e Il resto della notte. Qui si porta nel cuore della Calabria e della sua cultura ancestrale in odore di ‘ndrangheta e lo fa da “straniero”, con sguardo aperto, consapevole del rischio, quello di rappresentare luoghi, storie, personaggi quasi mai raccontati prima (la ‘ndrangheta è misteriosa anche al cinema). A cosa si è appigliato Munzi per ricreare quel mondo così complesso e misterioso? Qual è l’immaginario di riferimento, laddove uno non c’è? Quanti film d’ambientazione calabrese si ricordano? Quanti che raccontano la cultura della ‘ndrangheta? In assenza di una iconografia stratificata (che non sia quella reale e vissuta, ma lì necessariamente esperienziale), Munzi si affida alla scrittura, quella del libro da cui è tratta la storia, e la sua, quella di un regista-sceneggiatore. Poi ci sono i suoi occhi (dei quali è sempre meglio non fidarsi troppo) che hanno visto la Calabria e che hanno visto tanto cinema. E non si sfugge al groviglio di visioni e letture, e sempre una “rete” si cerca per appigliarsi a qualcosa, per trovare una rotta dentro una storia così buia. La struttura è quella della tragedia, e, non a caso, il film a cui si pensa è Fratelli di Abel Ferrara.
Allora, Munzi fa un lavoro egregio e il suo affondo è potente, ma è come se stesse alla continua ricerca di uno stile, di un modo di mettere in scena, tanto sono diversi gli approcci tra un film e l’altro. Qui sembra come “ritrarsi”, farsi da parte, lasciare lo spazio alla storia (così abilmente scritta) e agli attori (così abilmente diretti), senza imporre uno sguardo che non sia di “servizio” e al servizio. Un rigore forse un po’ troppo rigido, dietro il quale si nasconde forse qualche indecisione, forse una paura, comprensibile, di entrare in un universo sconosciuto ma ben definito nei suoi tratti. Anime nere in questo senso non è un film di denuncia e non è un film realistico. È un film-racconto, dai forti contrasti, che sembra il frutto di una scrittura approfondita, a volte fin troppo, laddove tutto vuole significare qualcosa, sempre e comunque. A tratti questo eccesso di significato emerge e distoglie, ma sempre dentro un flusso continuo dentro cui si è portati incessantemente, facendo esperienza dell’ineluttabile.
Sarebbe un errore quindi considerare Anime nere come la rivelazione di una realtà. Munzi non è Garrone, Criaco non è Saviano, Anime nere non è Gomorra: e soprattutto non vuole esserlo (e non che Garrone sia realistico, anzi il suo scarto verso il fantastico è sempre stato dominante, anche ai tempi di Terra di mezzo). Però siamo come in attesa di un tratto più certo, di uno sguardo più originale. E diciamo questo perché pensiamo che Munzi sia molto bravo, che abbia una qualità rara di scrittura e di “direzione”, che si faccia le domande giuste, che guardi le cose con grande curiosità. Tutte qualità importanti, alle quali si deve aggiungere quella di un’autorialità più marcata che si definisca in un stile più proprio.

Dario Zonta, da “mymovies.it”

 

Un viaggio nel cuore nero della ‘ndrangheta. Ma ancora di più, un viaggio nel cuore (nero, certo, ma dolente e doloroso) dell’animo umano: come da titolo. Un viaggio che parte da Amsterdam, passa da Milano e approda ad Africo, Aspromonte, epicentro della criminalità organizzata calabrese. Un viaggio che, con intuizione felice e portata avanti con determinazione, parte dal generale per arrivare a quel particolare che fa inevitabilmente rima con universale. Negli anni che seguono l’affresco complesso e vagamente barocco di Gomorra e delle sue tante derivazioni (tanto interne quanto esterne), Francesco Munzi sceglie una strada diversa, e compone una sinfonia tragica che lentamente e inesorabilmente si destruttura: suonata con una tonalità in minore, appoggiata sulla forza viscerale e ancestrale dei bassi morali e musicali, sulle ombre che si allungano in una fotografia sempre più plumbea, sulle lucide architetture metropolitane che lasciano il passo alla rovina, alla fatiscenza, all’archeologia dell’archetipo.

Anime nere non è una storia di ‘ndrangheta. Non è un romanzo criminale, ma un dramma familiare prima e umano poi. Non vuole fare sociologia della contemporaneità, ma privilegia un approccio antropologico che ci porta in una storia senza tempo né luogo se non quelli tragici e perenni della natura umana. Tre fratelli, tre visioni della vita, del crimine, della morte. Tre personaggi uniti solo dal sangue, e che solo il sangue, nella maniera più triste e cruenta, può separare. Tre mondi che fanno e faranno sempre parte dello stesso universo, un universo che è il nostro e sempre lo sarà.

Certo, la superficie, il territorio, il campo di battaglia sono quelli del noir puro, tanto più riconoscibile globalmente quanto più legato allo specifico delle questioni italiane, delle faide e di una cultura antica sembra impossibile da sradicare. Ma da quel territorio e quella cultura, Munzinon si fa dominare o indirizzare: modella il primo per renderlo funzionale alle esigenze del cinema e del racconto, tratta la seconda con un rispetto scevro da ansie giudicanti, mai connivente né ammiccante. E così facendo, permette al noir di farsi progressivamente tragedia.

Costante rimane, invece, la voglia del regista di utilizzare un registro costantemente e felicemente imploso, arricchito dal coraggio di guardare di lato, di allargare lo sguardo, o viceversa di fissarlo è più scomodo o inaspettato. In questo modo, Anime nere diviene un film dove la tensione (sua e spettatoriale) nasce non solo dalla percezione dell’imminenza dello sparo o della morte, ma dalla scomodità di sentir vibrare dentro corde profonde, con il confronto con un mondo senza eroi, senza regole, senza speranze.

L’implosione allora monta, genera energie ed entropie spaventose, e – in un finale che giunge cupo, logico ma inaspettato – dà origine al suo inevitabile buco nero, nel quale cadono le vite di chi Anime nere l’ha dolorosamente e scomodamente popolato. Nel quale sprofonda uno sguardo che, finito il film, si ritrova a contemplare irrequieto e timoroso l’abisso oscuro e tragico della propria umanità.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Più che un film sull’ndrangheta, Anime nere è una storia di degenerazione umana. Eschileo per forma, contenuti e glacialità ineluttabile, è un punto di vista sulle persone arenate al catrame delle faide familiari. Non c’è lotta contro il male, c’è solo l’approccio alla lotta; resta il male, la sua origine, le sue strane derive. E una riflessione agghiacciante sulla gioventù bruciata, incapace di risanare i conflitti storici e inadeguata ai valori di quello che non è più “un Paese per vecchi”.

La freddezza dell’Aspromonte, i pastori, un mare stretto e un dialetto duro e gutturale non vogliono rappresentare un universo lontano, ma si fanno contesto volutamente inospitale per un tema universale, “filmabile” come paradigma della società sbandata. Perché il male è tanto raccontabile tra il sangue delle capre, tra santini, macigni e vecchi tavoli quanto incarnato tra le strade di Milano, nei quartieri futuristici, tra le architetture dell’Expo e il narcotraffico trasversale di Amsterdam, Italia del Nord e Sud. Africo è luogo della malavita calabrese e terreno concettuale per un riassunto sullo stato moderno dell’anima. Non c’è più neanche l’onore della “vecchia” criminalità, le moderne “anime nere” sono schiacchiate da un rancore sciocco e nonsense, come quello del giovane Leo, e sbattute nel far west calabrese delle capre e delle pistole quanto “apparecchiate” nelle sembianze borghesi di una ricca famiglia milanese.

Si raccontano tre fratelli e tre visioni della vita, dalla più spregiudicata alla più defilata, ma nessuna di queste è vincente. Se c’è un peccato originale (la morte violenta del padre) non esiste reazione che porti alla liberazione. Come sosteneva Eschilo, l’uomo è piegato dall’ineluttabile; qualcuno prova a sollevarsi dal fango amorale della nascita, ma è destinato, per la mancata redenzione dei figli (dei posteri?), a fallire.

Francesco Munzi, al suo terzo film, per l’adattamento del libro di Gioacchino Criaco, sceglie lo stile “anticlassico” della rappresentazione per “non-rappresentazione”, spezzando i climax, troncando le iperboli, optando per un ritmo sincopato senza mostrare il clou ma, forse più efficacemente, le sue livide conseguenze. La fotografia curatissima che affila volti ed espressioni come ritratti manieristi nella notte, l’intensificarsi delle ombre, i colori freddi, la costruzione delle inquadrature pongono il film non sul piano della denuncia sociale e del moralismo didascalico, ma su quello del ragionamento esistenziale.

Anime Nere è un frullato di generi: un noir italiano, una tragedia sassosa, un dramma familiare. Gli attori, convincenti e calibrati, portano la tensione a srotolarsi verso un finale semi-aperto e non del tutto soddisfacente, coerente con la scelta generale dell’“alludere” ma forse non appropriatissimo a una storia così “forte” che meriterebbe una conclusione altrettanto decisa. Rimangono una guerra aperta, interrogativi angoscianti e l’anima, nera e liquefatta, annientata dai propri stessi tentativi falliti.

Alice Grisa (voto 8), da “storiadeifilm.it”

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In Anime Nere di Francesco Munzi, girato, secondo il regista, in “uno dei luoghi più mafiosi d’Italia, uno dei centri nevralgici della ‘ndrangheta calabrese”, si respira fin dai primi momenti un’aria molto pesante ed opprimente: siamo in Aspromonte, un luogo dove le nuove generazioni sembrano non avere alcuna via di scampo da quelle che sono le regole dell’ambiente in cui vivono, stabilite, da decenni, dalle famiglie mafiose lì radicate. La storia è quella di Leo, figlio ventenne del più anziano di tre fratelli strettamente legati alla ‘ndgrangheta. Nonostante Luciano, il padre di Leo, sia l’unico della famiglia a non volersi immischiare con azioni criminali e spera per il figlio un futuro lontano dagli “affari di famiglia”, il ragazzo coltiva dentro di sè una rabbia esplosiva, che libera a causa di una banale lite a cui reagisce con un atto di vandalismo intimidatorio contro un bar di una famiglia rivale. Da qui in avanti Anime Nere diventa una discesa nei lati più oscuri e nascosti nei meccanismi di azione e reazione con cui le famiglie mafiose cercano di mantenere ben saldi gli equilibri e, laddove possibile, mirano ad acquisire più potere. La regia di Munzi è abile, utilizzando quasi esclusivamente delle inquadrature molto ravvicinate, a rendere claustrofobica e pesante l’atmosfera, ma soprattutto nello svelare allo spettatore, attraverso gli occhi del protagonista, solamente pochi elementi alla volta, addentrandosi maggiormente in profondità a pari passo con lo svolgersi del film, riuscendo a non dare mai la sensazione di trovarsi all’interno di una struttura prestabilita, in gran parte per merito della spontaneità con cui si susseguono le azioni e le reazioni. Grazie alla maestria con cui il regista romano riesce a non svelare subito le sue carte, soltanto a film inoltrato lo spettatore si accorge di trovarsi all’interno di western dalle tinte noir, reso atipico dalla naturalezza ricercata dalla regia che tende a realizzare le scene madri della vicenda in maniera totalmente antispettacolare, sfruttando al meglio l’efficacia delle sfocature e del fuori campo, per poi scatenare tutta la violenza visiva nell’inaspettato finale.

Francesco Ruzzier (voto 8), da “storiadeifilm.it”

 

“Un western in Aspromonte”, sostiene il regista. Anche, ma certamente non solo vien da aggiungere dopo aver osservato e metabolizzato Anime nere, il terzo lungometraggio di Francesco Munzi, primo concorrente italiano in Mostra, dove oggi ha raccolto il consenso unanime della critica. Un film maturo, sofisticato e potente, di certo studiato a fondo come è nella consuetudine del cineasta romano, nato nel 1969 e al Lido per la seconda volta dopo l’esordio Saimir nel 2004. Anime nere è un viaggio nelle viscere nerissime di Africo, luogo tristemente noto dell’Aspromonte, ove si sopravvive ancora per faide famigliari, che consumano corpo e spirito dentro a vendette e logoranti giochi di potere.

Si ispira liberamente al romanzo omonimo di Gioacchino Criaco (Rubettino Editore), aspromontino e dunque lettore della Calabria dal di dentro, e nasce dal soggetto e sceneggiatura dello stesso Munzi in collaborazione con il compianto Fabrizio Ruggirello e Maurizio Braucci. “Ho sentito moltissimo questo romanzo. Sono rimasto colpito dalla sua carica viscerale, emozionale, dal suo sguardo che non esalta mai la violenza in sé e dove è anche netta la linea di demarcazione tra il Bene e il Male. Leggendolo ho voluto sapere di più. Mi sono avventurato in territori che mi facevano inizialmente paura, poi mi hanno felicemente sorpreso”, ha aggiunto Munzi che, per rimanere fedele al testo in profondità, l’ha voluto tradire, cambiandone ad esempio epoca d’ambientazione (dai ’70 ai giorni nostri). Per lui il libro è “una fonte da reinventare”, come ha detto anche alla presenza di Criaco, che ha appoggiato fin dall’inizio l’operazione di adattamento ideata dal regista.

Secondo lo scrittore – nativo proprio di Africo – “il film di Munzi è urticante come il libro, in un territorio ove il sentimento antistatale è diffuso, a tutti i ceti e generazioni. La percezione, abbastanza tipica di un certo Meridione, è di figli adottivi abbandonati, che aspirano a ricevere affetto da un padre/patrigno che non si vede. Fortunatamente qualcosa in Aspromonte oggi è cambiato, ma è chiaro che si fatica ad uscire da una logica servile verso i potenti se si cresce in tali contesti. Teniamo presente che la ‘ndrangheta è solo uno strumento di potere, e non è neppure il problema principale della Calabria: per anni lo Stato è andato a braccetto con questi criminali”.

Anime nere è interpretato da un cast di attori straordinari (tra cui l’ottimo Marco Leonardi, antica memoria di Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, che tiene a ricordare i propri natali non in Sicilia bensì proprio a Locri) che si esprimono quasi sempre in dialetto, inteso “non come un fatto ornamentale esteriore ma come produttore di senso del film stesso”, spiega il cineasta che ha compreso – lavorandoci – la fortissima identità di questi personaggi calabresi “che continuano a sentirsi altro rispetto all’Italia”.

Girare nella Locride non ha comportato alcun problema di divieti o censure, ed anzi “abbiamo trovato la totale collaborazione della cittadinanza locale, che dopo un primo momento di studio su chi eravamo, si è fidata di noi”. La pellicola, che tanto reinventa la tragedia classica situata in un Meridione eternamente disadattato, offre un finale nerissimo, con una carica eversiva volutamente orientata a sfidare il Male, a sradicarlo ab origine. Facendo una piazza pulita esistenziale che forse non ci si attende. Nato sui film di Rossellini e Scorsese (“specie lo Scorsese dei primi anni, Mean Street è stato una grande ispirazione per Anime nere”) Francesco Munzi è riuscito a raggiungere la volontà del grado zero di spettacolarizzazione, laddove la scena è forte in sé, segnale di una maturità registica di alto livello.

Anna Maria Pasetti, da “ilfattoquotidiano.it”

 

Presentato in concorso alla 71.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, Anime Nere si è rivelato una delle maggiori sorprese della kermesse veneziana. Il film di Francesco Munzi sembra un western ambientato ai giorni nostri, dove il rispetto delle regole e delle leggi è spesso un optional. Una vicenda che inizia in Olanda, passando per Milano e finendo in Calabria, precisamente sulle vette dell’Aspromonte, e che vede come protagonista tre fratelli e le loro rispettive famiglie. I tre sono figli di pastori, vicini alla ‘ndragheta: Luigi (Marco Leonardi), il più giovane, è un trafficante internazionale di droga; Rocco (Peppino Mazzotta), milanese adottivo, dalle apparenze borghesi, è imprenditore grazie ai soldi sporchi del fratello. Luciano (Fabrizio Ferracane), invece, il più anziano, coltiva per sé l’illusione patologica di una Calabria preindustriale, instaurando un malinconico e solitario dialogo con i morti, mentre il figlio Leo (Giuseppe Fumo) è simbolo della generazione perduta e senza identità. Ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, Anime Nere è un ritratto di una Calabria che ancora oggi fa discutere, ma Munzi, con il massimo rispetto, riesce a muoversi abilmente in un territorio pericoloso fornendo un quadro completo. Il film, infatti, si sviluppa agilmente tra uno sguardo giusto di compassione e uno di critica, senza mai forzare la mano, anzi. Munzi lavora per sottrazione, aiutato anche da un cast perfettamente a proprio agio nella parte, soprattutto nella parlata del dialetto calabrese stretto che contribuisce a fornire un ritratto ancora più veritiero e cruento. Perché quello che poteva sembrare una copia del Gomorra di Matteo Garrone si rivela ben presto come qualcosa di più. Anime nere è un film sul destino già scritto, sui pregiudizi e sulle paure, ma anche su come la violenza genera violenza. Una violenza che non conosce vincitori e vinti, ma inietta vittime senza alcun scrupolo. Le anime nere del titolo sono persone che vivono la loro guerra all’interno della famiglia stessa, cercando conforto nell’illegalità che non fa altro che provocare sangue e morte. Una catena continua che neanche il nucleo di donne, presenza che sembra imperturbabile ma che invece risulta rilevante, può fermare. E così la resa dei conti arriva inesorabile in un finale che Munzi dipinge perfettamente e che lascia poco spazio all’immaginazione.

Martina Farci, da “cinema4stelle.it”

 

Si parte dall’alto, con i soldi della coca che pagano i manovali – al nero – che costruiscono i grattacieli di Milano, in un incipit così controllato che se ne apprezza il coraggio solo a ripensarci. Si finisce in basso, a discutere nei fondi delle case con le facciate mai terminate a cui si arriva guidando Audi e Mercedes. L’unica macchina non di lusso guidata nel film è il Pandino di Luciano, il maggiore dei tre fratelli. Mentre Luigi traffica in giro per il mondo (in perfetto spagnolo) e Rocco vive il sogno italiano riciclando i soldi e le apparenze a Milano, lui senza troppi clamori ha voltato le spalle alla ndrina di famiglia e vive ad Africo come agricoltore. Ma neanche lui può sfuggire al proprio destino, rappresentato dalle foto del padre ucciso appese in corridoio e incarnato dal figlio insofferente che vuole lasciare la terra ed entrare nel giro degli zii.

Dopo “Saimir” e “Il resto della notte”, Munzi si conferma autore da tenere d’occhio con questo imperfetto ma intrigante “Anime nere”. Nella messa in scena i principali punti deboli. Ad esempio, la palette cromatica verdeacqua-arancione è fastidiosa qui come è fastidiosa nei blockbuster hollywoodiani che ne hanno fatto la fortuna qualche anno fa, e non se ne riscontra un senso narrativo, e le riprese dei (frequenti) dialoghi sono un po’ piatte. D’altro canto la regia riesce a riprodurre bene l’oppressione che il proprio destino di appartenenti alla ndrina esercita sui protagonisti attraverso ambientazioni soffocanti: nei salotti milanesi o calabresi i protagonisti sono sempre affogati negli oggetti, e in alternativa sono chiusi in macchina o in qualche sottosuolo scalcinato. Anche quando il punto di vista si alza per farci respirare non può che mostrarci l’Italia (Africo o Milano poca differenza) come un cantiere edilizio che si trascina per sempre. Un altro punto a favore del film è la recitazione. A parte Barbara Bobulova che si ritrova un personaggio un po’ stereotipato, abbiamo una serie di volti notevoli, da quello scolpito dal tempo di Aurora Quattrocchi a quello da schiaffi di Giuseppe Fumo. In particolare va menzionata la bravura con cui Peppino Mazzotta e Fabrizio Ferracane interpretano Rocco e Luigi, personaggi entrambi complessi ma animati da una profonda coerenza.

Il punto centrale del film è la coesistenza nella società criminale di elementi di capitalismo avanzato (“Nutrire il pianeta, energia per la vita”) e di regole tribali (il matrimonio che sancisce l’unione dei clan). Munzi riesce a gestire questo contrasto senza cadere negli stereotipi o addirittura nel grottesco, ma rendendone bene la complessità e l’attualità. Manca forse il guizzo della regia che porta alla bellezza (o alle Meraviglie), ma personaggi solidi e affascinanti, trama serrata e sicura presa sullo stato delle cose presente fanno di “Anime nere” un film che merita di essere visto.

Alberto Mazzoni, da “ondacinema.it”

 

Anime Nere di Francesco Munzi è un film davvero “raro” nel panorama cinematografico Italiano, solidissimo e allo stesso tempo senza scorciatoie simboliche, mostra l’entropia di una famiglia, disinnescando il meccanismo a orologeria del noir in una tragica e dolorosa anti-epica Di Michele Faggi Si esce disorientati dalla visione di Anime Nere, perchè lo scenario di Africo, paese spaccato in due tra le pendici dell’Aspromonte e i ruderi di Casalnuovo, viene filmato da Munzi evidenziando questa stratificazione tra natura e cemento, tra la persistenza della tradizione e il deserto di una modernità senza alcuna funzione, dominata dall’insediamento di una città architettonicamente delirante e popolata da fantasmi. Luigi (Marco Leonardi) e Rocco (Peppino Mazzotta) sono due di tre fratelli, dopo l’omicidio del padre lasciano il paese per fare fortuna nella metropoli, costruendo la loro vita intorno al traffico di eroina; mentre Luigi svolge il lavoro più sporco, Rocco sviluppa la sua attività imprenditoriale con i soldi ricavati dagli affari illeciti del fratello. Separato da loro e ancora attaccato al sogno di una vita rurale legata alla pastorizia, c’è Luciano (Fabrizio Ferracana) il maggiore dei tre; isolato nella parte di Africo vicina alla montagna, alleva le sue capre e cerca di proteggere il figlio Leo (Giuseppe Fumo) che ha cominciato a sviluppare una forte insofferenza per questo ritiro forzato; attratto dall’esuberanza dello zio Luigi e dalla sua arroganza, rimprovera al padre un atteggiamento passivo che ha confinato la famiglia in un luogo senza futuro e sottoposto alla prepotenza dei più potenti del luogo. Munzi osserva la vita dei tre fratelli da un punto di vista antropologico e senza ricorrere ad una mitologia straniante, si cala nel contesto famigliare come se fosse un luogo attraversato da dinamiche che conosciamo bene. Con i colori plumbei della fotografia di Vladan Radovic, coglie le donne sullo sfondo, vittime e complici di una logica senza uscita, schiacciate da una concezione della famiglia che le tiene fuori da qualsiasi scelta, e parte di un progressivo girare a vuoto, spinta inesorabile verso l’entropia che crea una frizione tra gesti e parole da una parte, e spazi che disattendono le azioni, risucchiandole in una dolorosa e tragica anti-epica. Perchè Anime Nere ha certamente un impianto solidissimo e potente, vicino ad un cinema asciutto, senza scorciatoie simboliche o grottesche e assolutamente “raro” in un contesto come quello Italiano; ma non è solo questa capacità di declinare in modo originale ed efficace alcuni elementi del cinema di genere, quanto il modo in cui la tensione “nera” viene erosa dall’interno, evidenziandone i vuoti, raccontando un desiderio di vendetta e di potere come una progressiva distruzione delle basi su cui si regge. Quando Leo sfonda la vetrina del negozio di un boss locale con un colpo di fucile, gesto che accellererà la dissoluzione della sua famiglia, Munzi filma l’azione diretta, la isola come se fosse una fugace apparizione. L’omicio di Luigi avverrà nello stesso modo, d’improvviso, inquadrato dall’abitacolo della sua macchina, con un esecutore in fondo alla strada che sembra assumere la posizione di un fantasma. La vendetta di Leo, è attraversata da una serie di deviazioni e sconnessioni, come se alla funzionalità meccanica del congegno “noir” fosse sostituita la cronometria che lo fa muovere, lasciando solamente la sensazione di minaccia imminente, non mostrando mai i mandanti, facendo emergere dalla penombra gli esecutori, mangiando le viscere di una famiglia prima ancora dell’epilogo, con un rovesciamento delle aspettative che assumerà i segni di una tragedia classica, nella coincidenza tra male e radici. L’esperienza di Munzi nel documentario muove continuamente Anime Nere in una dimensione liminale, con quelle splendide incursioni nella vita di campagna, il suono della natura, la tammurriata che esplode improvvisamente a commentare un momento gioioso ma allo stesso tempo descrizione di una dimensione arcaica che dalla terra dei morti, parla un codice indecifrabile.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

Primo film italiano in concorso a Venezia 71, Anime nere di Francesco Munzi è una bella sorpresa. Un film “nero” su ‘ndrangheta, vincoli familiari, vendette e miti antichi, che scavalca i confini del genere verso la narrazione da grande romanzo. Ottima sceneggiatura e struttura avvincente, qualche dubbio sulla regia.
Vendetta, tremenda vendetta
Se nasci in Aspromonte il tuo destino è spesso segnato, ma molti giovani cercano di intraprendere un cammino alternativo e vanno a vivere altrove. Sono però costretti a tornare al luogo d’origine dove le dinamiche sono criminali e l’insegnamento tramandato dalla famiglia è spesso crudele e duro da accettare. [sinossi]
L’Aspromonte, terra di misteri, quasi inaccessibile. Africo: utilizzando le parole dello stesso Francesco Munzi, “il paese che la letteratura giudiziaria e giornalistica stigmatizza come uno dei luoghi più mafiosi d’Italia, uno dei centri nevralgici della ‘ndrangheta calabrese”.
E’ a questo luogo vicino e lontano al contempo che Francesco Munzi ha scelto di dedicare il suo terzo lungometraggio, Anime nere, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco e sceneggiato dal regista col supporto dello stesso Criaco, di Fabrizio Ruggirello (scomparso prematuramente nei mesi scorsi) e di Maurizio Braucci che già partecipò alla stesura di Gomorra.
Il cinema italiano fa il suo esordio nella sezione-concorso di Venezia 71 con una bella sorpresa; Anime nere è infatti un buon film, frutto in primo luogo di un ottimo lavoro di sceneggiatura. Se il pregresso cinematografico italiano sul tema di mafie e soci, recente e meno recente, mostrava infatti un’infinità di modelli, Munzi ha deciso di cercare una propria via al film di genere. Anzi, diremmo che Anime nere scavalca decisamente i confini del cinema “nero”, all’italiana o meno, puntando con ambizione alla tragedia universale. Dal film spira un vento di terra e di sangue, come dopo lo scuoiamento di un animale sulla terra smossa. Tragedia greca, miti antichi, riti orgiastici, accanto a status symbol contemporanei e polvere da sparo: la “modernità antica” della violenza, che nella Calabria delle ‘ndrine forse si respira ancora in una sua forma primigenia e pre-industriale, “spontaneistica”, rispetto alle collaudate dinamiche manageriali di mafia e camorra.

L’operazione compiuta da Munzi sul cinema di genere è piuttosto personale: la sociosfera narrata resta quella di molti illustri predecessori cinematografici, ma Munzi si discosta sensibilmente dall’insistenza realistica e dal montaggio serrato e/o iper-frammentato. Rimane il dialetto stretto calabrese, totalmente adottato per tutta la durata del film, ma chiamato a evocare a sua volta una dimensione mitica e ancestrale. In tal senso appare davvero prezioso il lavoro svolto in sede di sceneggiatura, poiché i dialoghi di Anime nere, che mai abbandonano l’accento aspro delle montagne calabresi, appaiono comunque spesso molto letterari (per una volta non in senso deleterio), funzionali a una stringente struttura narrativa da grande romanzo. Un riuscito matrimonio, anzi, tra tragedia classica, in cui i vincoli familiari governano cupe dinamiche di azione/reazione, e violenza/vendetta, grande romanzo e approccio universale.
Ma anche nell’adozione di una struttura romanzesca Anime nere mostra una propria peculiarità, ovvero un’idea sui generis di coralità narrativa. Raccontando di tre fratelli e del giovane figlio di uno di loro, alle prese col riaccendersi di un’antica faida tra famiglie legate alla ‘ndrangheta, Munzi mette in gioco infatti un nutrito numero di personaggi, che non sono soltanto protagonisti simultanei, ma anche successivi uno all’altro. La logica della vendetta segna l’alternarsi dei quattro personaggi principali uno dopo l’altro nel ruolo centrale, ma tale movimento narrativo non si limita in orizzontale e in verticale, bensì trova un ulteriore costante sviluppo a onde concentriche. In pratica, la catena di violenza finisce per inghiottire uno a uno tutti i personaggi, anche quelli che in prima battuta appaiono sfocati e secondari. Ognuno di loro, anche le mogli ancillari o estranee (il cameo di Barbora Bobulova, sorta di Diane Keaton “padrinesca” in terra calabra), finisce irretito in un sistema di valori che sa ricucire le proprie ferite solo infliggendo altre ferite. Una costruzione narrativa intelligente, capace di mantenere alta la tensione senza ricorrere a un uso eccessivo dell’azione e della peripezia.

A un racconto così ben strutturato risponde una messinscena coerente, che sceglie toni costantemente cupi, per lo più accentuati dalla predominanza di interni che richiamano, nei loro stretti e tortuosi corridoi, la claustrofobia dei rapporti umani narrati. Qualche dubbio semmai emerge sulla scelta delle inquadrature, dominate da un’infinità di primi piani a volte efficaci, spesso monocordi. Ma la forza del racconto rimane intatta, e la rispondenza tra struttura narrativa e significato si conferma la qualità migliore del film. Che ribadisce l’originale approccio su materiali noti anche nello scioglimento finale. Probabilmente il finale farà molto discutere per la sua natura iperbolica, tanto intelligente sulla carta nel suo enorme paradosso, quanto spiazzante e un po’ stridente nei fatti. La soluzione più coerente per una catena di vendette che può essere spezzata solo con la vendetta più crudele e il più tragico dei paradossi, e che incarna anche un viscerale rifiuto di dinamiche ancestrali, ma che rischia di far vacillare la credibilità dell’insieme proprio sulla conclusione. In ogni caso, Anime nere rappresenta un buon momento di cinema, e un ottimo inizio per il cinema italiano in concorso a Venezia. Tra i tanti attori protagonisti, noti e per lo più meno noti, ci piace ricordare il Luciano di Fabrizio Ferracane, padre dolente e arrabbiato, e un Marco Leonardi, ex-Nuovo cinema Paradiso e Maradona, che per la prima volta è chiamato a prestare il suo volto duro, la sua fisicità e il suo talento finalmente a un vero personaggio.

Massimiliano Schiavoni, da “quinlan.it”

 

 

 

 

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