American Sniper

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Con American Sniper Clint Eastwood firma la roboante agiografia di un eroe militare statunitense, ma lo fa con uno stile registico impeccabile e corroborante.

La guerra è bella anche se fa male

Chris Kyle, U.S. Navy SEAL, viene inviato in Iraq con una missione precisa: proteggere i suoi commilitoni. La sua massima precisione salva innumerevoli vite sul campo di battaglia e mentre si diffondono i racconti del suo grande coraggio, viene soprannominato “Leggenda”. Allo stesso tempo, combatte un’altra battaglia in casa propria nel tentativo di essere sia un buon marito e padre nonostante si trovi dall’altra parte del mondo. [sinossi]

È di nuovo tempo di eroi. Di quelli senza macchia né chiaroscuri o ripensamenti, di valorosi soldati pronti ad adempiere al proprio dovere, per amore della patria e dei propri commilitoni. Non c’è più bisogno di dire che la guerra è una cosa sbagliata, che uccidere fa male a che dal fronte non si torna mai indietro, di riflessioni di questo tipo il cinema americano di guerra è già saturo, sin da quando ha affrontato le perversioni ideologiche e le scorie intime della proverbiale guerra sporca in Vietnam. A sostenerlo e a metterlo in pratica è Clint Eastwood, che quella stagione cinematografica l’ha attraversata e pertanto, con American Sniper, si prende la briga di prefigurarci un cinema post-riflessivo, che fa piazza pulita di ogni relativismo, lasciando parlare i fatti, le immagini, senza voler accompagnare lo spettatore anzi, lasciandolo nel buio della sala con intatte le sue opinioni e la rinnovata certezza di essere di fronte, oltre che all’opera di un fervente patriota, anche al talento di un metteur en scene immarcescibile.

A consentire la riscoperta di tali certezze è una storia vera, con il suo trauma collettivo tutto americano ancora bruciante, riportato con dovizia da un regista che non vuole essere scaltro né ammiccante, bensì diretto, frontale, anche un po’ glaciale se serve. Tratto dal libro autobiografico di Chris Kyle, letale cecchino statunitense che durante la guerra in Iraq ha coperto le spalle a un cospicuo numero di marines, guadagnandosi l’epiteto di “Leggenda”, American Sniper – della cui regia doveva occuparsi inizialmente Steven Spielberg – è la storia di un cecchino, dunque di una figura ontologicamente solitaria, che lotta per sentirsi parte di una comunità, sia questa una truppa di marines, una famiglia, un’intera Nazione.

Clint Eastwood va dritto al sodo, presentandoci Chris Kyle (Bradley Cooper) appollaiato su un tetto, in Iraq, dietro al mirino del suo fucile, con davanti a sé una scelta difficile: tirare o meno il grilletto contro un bambino in procinto di lanciare una granata contro un tank statunitense, mentre al suo fianco, un commilitone sentenzia: “Se sbagli, ti becchi la corte marziale”.
Ma non non siamo dalle parti di Rules of Engagement di William Friedkin (Le regole d’onore, 2000), dove le regole d’ingaggio e i loro risvolti intimi e legali venivano snocciolati con dovizia in ogni loro aspetto. Clint taglia corto sull’argomento e non pone alcun dubbio sui doveri militari, mentre copre il click del fucile facendo partire un flashback sull’infanzia di Chris che, ancora bambino, è intento in una battuta di caccia al cervo sotto lo sguardo severo del padre. Niente problematizzazione però dell’uccisione “pulita” e “con un colpo solo”, quella l’ha già fatta mirabilmente Michael Cimino tanti anni fa (Il cacciatore, 1978), ciò che conta ora è descrivere il milieu familiare del futuro, letale tiratore scelto.
Ecco allora la famiglia Kyle a messa, mentre il prete legge le parole di San Paolo: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia…”. Ed ecco arrivare i precetti paterni, stavolta a tavola, e rivolti ad entrambi i figli maschi: l’umanità è tripartita, ci sono le pecore, i cacciatori e i cani pastore, destinati a custodire il gregge, questa è la schiatta cui loro devono appartenere. Tutto è dunque prontamente apparecchiato, ma Chris ci metterà ancora un po’ prima di trovare la sua strada e trasformarsi, da rozzo campione di rodeo texano, in un coriaceo navy seal. Non prima però di aver assistito impotente di fronte alla tv agli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam. È questa la scintilla che lo sprona a presentarsi in un centro di arruolamento e asserire fieramente: “Vengo dalla campagna e voglio ammazzare i terroristi”.

Inutile nasconderlo, c’è un vistoso schematismo nello script firmato da Jason Hall, che costruisce il plot diAmerican Sniper con sin troppa perizia, salvo poi tagliare via alcuni dettagli forieri di interessanti sviluppi (scompare il personaggio del fratello, che non a caso avrebbe potuto dare adito ad un più esplicito antimilitarismo). A mostrare la corda sono soprattutto le sequenze dedicate all’aspetto “domestico” della storia. Dopo l’incontro al bancone di un bar tra Chris e la futura moglie Taya (Sienna Miller), sovvenzionato da dialoghi brillanti in perfetto stile screwball comedy, il film vive infatti di un intermittente sdoppiamento, che lo vede alternare sequenze di battaglia con quelle sul “fronte” familiare e accorpare i due universi tramite le inopportune telefonate di lei, che possiede uno spiccato talento per indovinare il momento meno opportuno in cui contattare l’amato. Ne derivano un paio di sequenze con la battaglia che infuria mentre la povera mogliettina, naturalmente incinta, è intenta a frignare preoccupata al telefono, e dove la recitazione di Sienna Miller fa sorgere più di un legittimo dubbio.
Non va meglio d’altronde con i vari ritorni a casa del nostro soldato (il film è scandito dai diversi turni che lo vedono impegnato al fronte) con l’immancabile: “Anche se sei qui, mi sembri sempre distante”, pronunciato dall’affranta consorte.

Tutto procede con un ritmo scandito e senza particolari climax: American Sniper è infatti un film fieramente privo di profondità e concentrato sul bersaglio, proprio come il suo protagonista, il cui carattere si fa inoltre sempre più rarefatto, bidimensionale e silente (con buona pace del suo complicato status di reduce) al punto che – tanto per restare in tema eastwoodiano – le espressioni di Bradley Cooper si riducono ben presto a due: con e senza (sempre più raramente) berretto da baseball.
Diventa sempre più evidente allora che secondo Eastwood la natura stessa dell’eroe non può che essere bidimensionale, specie se questi è realmente esistito e i suoi parenti, amici e commilitoni giacciono assisi sulle poltone del cinema in attesa di emettere il loro verdetto.
Niente più talloni né lacrime di Achille dunque, l’eroe militare a stelle e strisce appartiene a tutt’altra razza, scioglie i suoi fantasmi attraverso lo strumento stesso del suo trauma, ovvero insegnando a sparare a reduci più sfortunati di lui, sublima le sue debolezze continuando a fare ciò che gli hanno insegnato e in cui eccelle. D’altronde non c’è in American Sniper una vera e propria evoluzione del personaggio nè è possibile alcun riscatto, perché Chris Kyle ha sempre fatto la cosa giusta o, comunque ciò che doveva fare, e nel film di Eastwood non vi è traccia di dicotomia tra queste due scelte.
Ma nonostante American Sniper risulti gravato dalle suddette sequenze domestiche, di ben altro stampo risultano le scene di battaglia in Iraq, dove Eastwood sfodera tutto il suo savoir faire facendo impallidire qualsiasi altro narratore di guerre coeve, con Oscar o senza. Clint non bara mai, la balistica dei suoi scontri a fuoco è impeccabile, schietta, precisa, nessuna camera a mano o dettaglio di contorno a disturbare la visione: sa dove mettere la mdp e lo fa puntualmente, con una sicumera invidiabile che ricorda allo spettatore, obnubilato oramai da tanto cinema d’azione fracassone e mal diretto, in cosa consista davvero il lavoro di un regista.
Pazienza dunque se l’agiografia di questo eroe a stelle e strisce non ci è poi così vicina né ci appartiene la sua prosopopea, Eastwood e il suo talento appartengono allo spettatore e alla storia del cinema, e questo non è cosa da poco.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

Con un’educazione paterna che gli ha imposto la difesa di suo fratello e dei deboli, il texanoChris Kyle sfugge a una vita altrimenti senza scopo, coronando questo destino nei Navy SEAL. Parte per l’Iraq proprio all’indomani del suo matrimonio con Taya, angosciata dalla sua professione, ma innamorata della sua trasparenza. Nelle quattro missioni diventa presto il cecchino con il più alto numero di uccisioni nella storia americana, ma anche un eroe infallibile è esposto alle conseguenze di una vita trascorsa al fronte…

Bradley Cooper, che si era da produttore aggiudicato i diritti dell’autobiografia del SEAL Chris Kyle, è riuscito a parlare con l’interessato solo per due minuti, al telefono, poco tempo prima che Kyle morisse in un modo assurdo, almeno per un soldato sopravvissuto al teatro di guerra: ucciso in un poligono di tiro da un reduce come lui, che stava cercando di aiutare. American Sniper, la sua storia di straordinario uomo medio, è finita nelle mani di Clint Eastwood, dopo essere velocemente passata per quelle di David O. Russell prima e di Spielberg poi. Si può solo immaginare come avrebbero affrontato il materiale gli altri autori, ma riesce anche difficile immaginare un regista più consono a questo tipo di ritratto.

In passate occasioni, nonostante le pubbliche dichiarazioni e simpatie di Eastwood per l’area repubblicana, il suo sguardo spietato, lucido più che critico, ha saputo conquistare anche simpatie liberal. Se poi qualcuno in tali occasioni ha avuto addirittura la tentazione di trascinare Clint in lidi idelogici che non gli appartengono (facile farlo con il finale di Million Dollar Baby, per esempio), in questo caso l’operazione non riuscirà. Anzi, American Sniper e il personaggio raccontato sono un buon modo per capire nitidamente il modus operandi di Eastwood.

Il film si potrebbe infatti definire con un ossimoro una “glorificazione problematica”. Aderendo al percorso emotivo di Chris, Eastwood non mette mai in dubbio la legittimità degli interventi militari, nè la necessità della guerra, nè l’inevitabilità del male necessario. Non è solo questione di ideologia personale, ma anche di rispetto per un uomo che in quegli ideali ha creduto. Allo stesso tempo, Kyle è svuotato di ogni spacconeria, e Cooper interpreta questo aspetto con molta accortezza: Chris Kyle concilia meglio di altri suoi colleghi la macchina per uccidere con la coscienza dell’essere umano, ma a Eastwood bastano alcune scene chiave per zavorrare i facili superficiali entusiasmi con una cupezza di fondo, una claustrofobia di emozioni, di cui nè lo spettatore nè lo stesso Kyle riescono più a liberarsi.
Attenzione: cupezza qui non è sinonimo di errore. Nel film si descrive semplicemente un sacrificio dell’anima, tanto più devastante quanto più viene accettato senza ripensamenti: l’efficacia di Chris sul campo di battaglia, preziosa e indispensabile per i suoi commilitoni, è inversamente proporzionale alla sua capacità di rapportarsi con la normalità della vita civile.

Nonostante qualche insicuro cedimento a una retorica risaputa nei momenti dedicati alla vita privata, e un goffo ricorso a una pallottola digitale in una scena importante che meritava più asciuttezza, ancora una volta un film di Eastwood riesce quindi prezioso nella sua onestà espositiva. Ci si può sentire lontani dalle scelte totalizzanti di Chris, ma se riusciamo a valutare le distanze, vuol dire che le misurazioni e i dati raccolti sono chiari.

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

Chris Kyle, texano che cavalca tori e non manca un bersaglio, ha deciso di mettere il suo dono al servizio degli Stati Uniti, fiaccati dagli attentati alle sedi diplomatiche in Kenia e in Tanzania. Arruolatosi nel 1999 nelle forze speciali dei Navy Seal, Kyle ha stoffa e determinazione per riuscire e ottenere l’abilitazione. Perché come gli diceva suo padre da bambino lui è nato ‘pastore di gregge’, votato alla tutela dei più deboli contro i lupi famelici. Operativo dal 2003, parte per l’Iraq e diventa in sei anni, 1000 giorni e quattro turni una leggenda a colpi di fucile. Un colpo, un uomo. Centosessanta uomini abbattuti (e certificati) dopo, Chris Kyle torna a casa, dalla moglie, dai bambini e dai reduci, a cui adesso guarda le spalle dai fantasmi della guerra del Golfo. Una dedizione che gli sarà fatale.
Come il proiettile di un tiratore scelto, “il sentimento dell’assurdità potrebbe colpire un uomo in faccia ad ogni angolo di strada”, diceva Albert Camus e argomenta Clint Eastwood in American Sniper, preciso capolinea della guerra in Iraq e di una filmografia che dagli anni Novanta ha provato a mettere ordine nell’ambiguo mare di sensazioni suscitate da quell’evento o a funzionare qualche volta da supporto narrativo alla costruzione di una legittimità anche finzionale per il governo americano. Impossibile allora leggere American Sniper senza considerare il cinema che lo ha anticipato, addestrato e maturato, quello di David O. Russell (Three Kings), di Werner Herzog (Apocalisse nel deserto), di Sam Mendes (Jarhead), di Paul Haggis (Nella Valle di Elah), di Brian De Palma (Redacted), di Kathryn Bigelow (The Hurt Locker).
Girati prima e dopo l’undici settembre, frattura storica, categoria dell’immaginario e spartiacque per la produzione cinematografica, ciascuno di loro ha provato a capovolgere la visone ufficiale di una guerra che ha bruciato vite e petrolio, gettando fumo nero sugli occhi dei (tele)spettatori. Diario visivo di un Navy Seal coinvolto nell’orrore che si ritrova ad abitare, American Sniper sale sui tetti col suo cecchino e trova il punto di osservazione migliore per dire l’idiozia della guerra con le sue assurde regole e i suoi deliranti perimetri di orrore. Ma Eastwood fa qualcosa di più che denunciare, si prende il rischio di raccontare quell’incoerenza attraverso un personaggio che in quella guerra credeva davvero, che nel suo mestiere, quello delle armi, confidava. Armato di fucile e bibbia, il Seal di Bradley Cooper inchioda i cattivi al destino che meritano, guardando le spalle ai marines che casa per casa cercano il male o il delirio paranoico. Ma Chris Kyle non è un militare accecato dal testosterone, Chris Kyle è un uomo che sa bene, come racconta al figlio, che fermare un cuore che batte è una cosa grossa.
Appesantito dal peso dei colpi che mette a tiro e dalle scelte che compie il suo personaggio dietro al mirino, Bradley Cooper infila la bolla allucinatoria che la guerra soffia sui soldati e aderisce alla genuina ingenuità di un soldato che sognava un mondo perfetto. E il sentimento di pietà che il ranger di Un mondo perfetto riservava all’uomo in fuga di Kevin Costner, Eastwood adesso lo chiede allo spettatore, sollevando Kyle dal giudizio e confermando di essere sempre in grado di cogliere il bilico tra ombra e luce. La semplicità ideologica di Kyle e la sua immediatezza comunicativa non sono prive di complessità. Kyle è un adulto pronto ad affrontare ogni prova con forza e coerenza, supportato dal sentimento e da una fede incrollabile. Diversamente dall’artificiere della Bigelow, che disarma là dove Kyle arma, lo sniperdi Eastwood è in grado di ritrovare l’intima misura, il ritmo che lo lega al mondo e alla coscienza di esistere. Kyle non è certo immune al disorientamento progressivo che genera l’azione bellica e l’investitura di eroe, nondimeno è capace di ammettere le proprie responsabilità, davanti a dio e allo psichiatra, rimettendo il debito di adrenalina e riallineando le cicatrici. Ma è proprio a casa, nella sua amata patria e davanti a un marine che voleva richiamare da una non vita, che si compie la beffa e si realizza l’assurdità della guerra, ridotta da Clint a esercizio di idiozia, vedi i soldati-ingegneri sacrificati al cecchino iracheno sul muro di gomma. Se Chris Kyle, quello vero, non fosse morto assassinato da un reduce impazzito lo scorso febbraio, con ogni probabilità American Sniper lo avrebbe girato un altro regista, ricettivo alla manifestazione dell’eroismo americano. Perché è proprio quel tragico epilogo a emergere tutto il nonsenso, ad affrancarlo dal particolare e a convincere l’autore americano a farne una storia universale.
A Clint non piacciono le chiacchiere ed è pronto a rinunciarci pur di far capire le cose visivamente, penetrando il nucleo stesso del reale con l’aiuto della sensibilità. Contro l’effimero senza malinconia, Clint Eastwood mette in scena la parabola di un reduce, che come tutti i reduci, non è ancora morto ma sta morendo, ucciso dal fuoco amico, ucciso dal proprio Paese. Fantasma che vagola, che non vive ma sopravvive, Gran Torino di cui non ci si fa nulla se non lasciarla in garage, senza uno spazio in cui muoverla, senza un futuro in cui accenderla. Solo un presente in cui ogni tanto scoprirla e lucidarla, blaterando di patriottismo e trascurando le conseguenze che la sciagurata fase della politica internazionale degli Stati Uniti ha sul suo stesso tessuto sociale.
Sobrio, lucido, senza contratture, American Sniper, basato sull’autobiografia di Chris Kyle, squaderna un Paese che seguita a duellare con la morte in nome della ‘vita’, un Paese che congeda con tre spari e col Silenzio un altro soldato, scomparso fuori campo e nascosto in un posto “tra il nulla e l’addio”.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

Sgombriamo il campo da equivoci: American Sniper è un film di propaganda, la biografia di un soldato americano, ovvero il cecchino con più uccisioni confermate della storia d’America, un uomo che nella visione di Clint Eastwood è un vero eroe, un pastore che protegge gli altri esseri umani per vocazione, dentro e fuori dalla guerra. È anche un film con dialoghi molto meno raffinati dello standard cui Clint ci aveva abituato e in questo l’adattamento e il doppiaggio italiano non aiutano di certo, in certi punti grossolano per non dire al limite del kitsch. Fieramente repubblicano, fieramente dalla parte dei “nostri ragazzi” e fieramente statunitense, non è facile volergli bene, ma, per fortuna, alla fine è anche fieramente dalla parte dell’essere umani.

American Sniper incrocia e mette in scena in maniera più diretta del solito diversi principi fondanti della carriera del suo autore, ovvero l’idea che esistano guerre umane e sociali che vadano combattute per vocazione, un certo pessimismo nel vedere la vita umana come dominata dal fatalismo e il fatto che, benchè sia necessario spararle, qualsiasi pallottola che va a segno crei un grosso problema in chi la fa esplodere più che in chi la riceve. L’interesse di American Sniper non è quindi certo per le vittime (sono “il nemico” più volte definito “delle bestie”) quanto per gli artefici della violenza, i “pastori”, cioè la piccola percentuale di esseri umani che nella visione del film hanno per indole l’esigenza di difendere e proteggere chi non è in grado di farlo da sè.

Eppure nonostante tutto, nonostante l’essersi messo al servizio di un film a tesi, nonostante l’aver girato un’agiografia in cui ci sono dei “cattivi” (vestiti di nero che fanno cose spietate senza rimorsi) e nonostante una visione molto diretta e poco complessa del conflitto, esiste una poetica umana in quelle immagini che a suo modo riesce ad essere struggente. Usando la classica struttura del film di guerra moderno (che alterna i ritorni in patria con i ritorni sul fronte) e quella del film di cecchini (in cui ad un cecchino si deve contrapporre sempre un altro cecchino, due individualità che portano avanti una guerra personale in un conflitto globale), Eastwood inietta una pietà tale per il suo eroe che anche il meno guerrafondaio dei cuori, se vuole, può empatizzare. Nella maniera inesorabile in cui la storia è narrata, in cui gli eventi sono scanditi e le scene sono organizzate, insomma nella diegesi, c’è un minimalismo narrativo sommesso e una delicatezza nel trattare le conseguenze della guerra sul protagonista che non sono comuni. Battono fievoli ma si sentono. Espedienti già visti e noti in altri film (un rumore che pare evocare ricordi bellici quando si è tornati dal fronte, il mutismo dei reduci ecc. ecc.) sono maneggiati con una tale fenomenale economia narrativa che è difficile rimanere indifferenti di fronte a questo ragazzone semplice d’animo, violento nel cuore ma terribilmente umano.

Viste le posizioni decise ed estreme che prende non tutti si troveranno d’accordo con il punto di vista del film, tuttavia è innegabile che la poesia umana che esce fuori dai non detti e dalla maniera in cui sono scandite scene, momenti e sequenze, dalla recitazione pacata di Bradley Cooper e alle volte anche solo da un sospiro non sono comuni.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

Chris Kyle è un robusto texano cresciuto tra birre, rodei e una profonda volontà di mettere la sua forza al servizio del prossimo. Quando l’11 settembre 2001 i terroristi colpiscono il cuore americano, egli sente la chiamata per il proprio paese, e si arruolerà nei Navy SEAL diventando uno dei più grandi cecchini della storia del suo corpo.

Da ormai più di 50 anni sono parecchi i titoli che parlano della guerra, qualunque sia la sfumatura o il periodo di competenza. Parecchi sono infatti quei film riferiti al World War II, uno dei frangenti storici più discussi e documentati, specialmente per le drastiche conseguenze che si è lasciato dietro.

Quando si parla di guerra, nel mondo cinematografico si verifica uno strano fenomeno che vale per qualsiasi epoca. Se si tratta di un titolo realizzato a posteriori, il messaggio che la pellicola cerca di lasciare, oltre ad una chiara documentazione storica, è un monito riferito ai terribili eventi verificatisi, e agli orrori che la guerra si lascia dietro. E’ questo il caso dei classici sul secondo conflitto mondiale (Salvate il soldato Ryan, Band of Brothers, Il nemico alle porte) o sul Vietnam (Apocalipse Now, Il Cacciatore, We were soldier).

Quando invece il periodo di distribuzione del film coincide con gli eventi narrati, raramente al cinema viene data una simile funzione. I paesi che realizzano le pellicole tendono a giustificare le loro scelte con il potere della narrazione, cercando di convincere lo spettatore che le azioni di guerra intraprese sono per un fine più grande. Ed il primo esempio lampante è un titolo del 2012, Act of Valor, il cui spirito odora di propaganda sin dalle prime luci.

E tuttavia, è bene non fare l’imperdonabile errore di etichettare American Sniper tra i prodotti di questo genere, sebbene una prima occhiata possa farlo pensare. Non è per propaganda politica che Clint Eastwood sceglie infatti di rappresentare sul grande schermo la storia di un uomo e del suo modo di vivere la guerra.

Ed è proprio di questo che si tratta; American Sniper racconta sì di uno dei più grandi cecchini nella storia dei Navy Seals, ma senza dare particolare importanza al titolo. Sin dai primi minuti, pare chiaro e lampante il carattere di Chris Kyle, cresciuto nel Texas da un padre che gli ha sempre insegnato a non essere né lupo, né pecora, ma cane da pastore. Divenuto un robusto adulto di 230 libbre, tra birre e rodei l’animo di Chris seguirà sempre la linea guida impartitagli dal suo vecchio, trasmettendogli una profonda volontà di mettere la sua forza al servizio del prossimo.

L’impressionante caratteristica di ogni film del regista statunitense è la sua capacità di rendere vivi e reali i personaggi di cui la trama racconta: che si tratti Chris Kyle, della Maggie di Million Dollar Baby, del Walt Kowalski di Gran Torino o di tanti altri, i protagonisti emergono grazie alla loro profonda caratterizzazione, grazie ad un sentimentalismo spinto e ad una chiara voglia di trasferire loro tutta l’umanità di cui hanno bisogno, per evitare che si perdano lati della loro personalità ed essi paiano semplici figurine su di un grande schermo.

Gran parte del merito va però anche agli attori scelti per le loro parti, e al loro impegno nell’immedesimazione. Bradley Cooper arriva qui a colpire in maniera non indifferente l’occhio dello spettatore a causa della sua interpretazione così realistica e perfettamente calibrata. Se è vero che il lato spensierato e giovanile ben si presta alle sue caratteristiche, la tristezza celata dietro gli occhi di Chris non poteva essere rappresentata in un modo migliore da un attore che si è addirittura sottomesso ad un intensivo training per raggiungere le 230 libbre di Kyle partendo dalle sue “sole” 185.

Dal canto nostro, perdiamo qualche dettaglio del suo grandissimo talento, come l’accento texano imparato per l’occasione, ma è ugualmente impressionante quanto riesca a trasparire il carattere sì forte, ma quasi ingenuo ed innocente di un vero colosso americano.

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza aver sulle spalle un enorme bagaglio documentativo, che parte dall’autobiografia di Kyle scritta da Jason Hall ed incontra tutte le testimonianze di amici e compagni di armata, oltre a quella fresca e appassionata della moglie Taya, qui interpretata da un’ottima Sienna Miller. Non di solo protagonista vive un film, ed è infatti chiaro come ogni personaggio secondario, dalla consorte ai Seals e persino ai terroristi, sia dotato della stessa lucentezza e umanità di cui vantano i film di Eastwood.

E qual è dunque la caratteristica che differenzia American Sniper da un film patriottistico e anti-formativo?

Come già accennato, il titolo narra della storia di un uomo, nella sua più viva e profonda accezione. Ne vengono quindi raccontati tutti i momenti più essenziali e significativi, dalla dipartita verso l’addestramento dopo l’orrore provato davanti alle Twin Towers devastate, alle prime missioni e al freddo ma compassionevole svolgersi del suo compito, per arrivare ai problemi con la moglie dovuti alla sua insistente volontà di fare la sua parte, per salvare vite e vendicare i compagni caduti. E’ infatti lo stesso Kyle a recitare: “Non sono pentito per le vite che ho tolto, e quando sarà ora risponderò dei miei peccati. Il mio rimpianto va a chi non ho potuto proteggere, e alle vite che non ho salvato.”

E’ questo forse uno dei più grandi messaggi trasmessi dal genere intero. Valeva per Band of Brotherse vale qui, quando gli orrori della guerra non possono che unire i commilitoni, rendendoli fratelli, dando loro la forza per proteggersi l’un l’altro. Se chiedi a questi uomini perché si arruolano, loro ti rispondono che lo rifarebbero e che combattono per la patria, ma alla fine ti diranno, ‘Combattevo per i miei compagni’.” (Jason Hall)

American Sniper è un film potente, un crescendo di umanità ed emozioni, ed un adrenalinico viaggio verso le vicissitudini di un uomo che ha dato tutto per proteggere non tanto il suo paese, quanto l’amore per la famiglia ed i suoi compagni.

Alessandro Trezzi, da “spaziofilm.it”

 

Tratto dall’autobiografia omonima di Chris Kyle (1974-2013), Navy SEAL impegnato in quattro missioni in Iraq prima di trovare una morte beffarda in madrepatria.

A mio parere il miglior Clint Eastwood da Million Dollar Baby, questo American Sniper è un biopic sul “più letale cecchino della storia americana”. 160 uccisioni confermate per un totale di 255 supposte fanno di Chris Kyle un eroe di guerra. Eastwood, fortemente voluto alla regia da Bradley Cooper (interprete e produttore del film) alterna ricostruzioni delle 4 missioni cui Kyle prese parte in Iraq a frammenti della sua vita coniugale e famigliare in Texas. Il punto di forza del film è l’approccio realistico ed antispettacolare: Chris Kyle è un uomo tranquillo, compassato, pieno di valori patriottici inculcatigli in tenera età dal padre (che gli insegnò ad usare il fucile da caccia). Incarnato con impressionante capacità mimetica da Cooper, il personaggio non è tratteggiato come un eroe, sebbene appaia tale agli occhi dei suoi commilitoni, bensì come un uomo idealista che si attiene scrupolosamente al trinomio gerarchico di valori Dio-patria-famiglia, il che ovviamente produce qualche tensione con la moglie, una Siena Miller in grado di valorizzare il suo personaggio nonostante la sua secondarietà.

Della guerra non ci vengono risparmiati gli aspetti peggiori, ma il tutto è affrontato senza quell’enfasi che potrebbe contraddistinguere un lavoro Spielberg-iano come Salvate il soldato Ryan. Il centro della narrazione è sempre Chris Kyle l’uomo, ogni avvenimento è filtrato dal suo sguardo, così da far immedesimare lo spettatore nel personaggio; a poco a poco ne conosciamo tutti i risvolti psicologici principali ed i tratti caratteriali salienti, siamo portati a vedere le cose come lui e ciò permette una grande empatia con il personaggio. In un certo senso è impossibile non essere dalla sua parte sempre e comunque, data la rettitudine e la ferrea morale che lo contraddistinguono. Kyle incarna tutti i valori su cui è costituita la società americana: patriottismo, amore famigliare, attitudine alla prassi piuttosto che alla riflessione intellettuale/filosofica: c’è questo problema, si può risolvere solo così, lo risolvo anche se ci sarà un prezzo da pagare; perciò se c’è da stare 8 ore senza muoversi con l’occhio vigile ed il fucile imbracciato per vigilare sui propri commilitoni durante un’operazione militare, Kyle lo fa e basta. Se c’è un bambino iracheno che corre verso un carro armato americano tenendo una bomba fra le braccia, quel bambino è una minaccia che dev’essere eliminata, per triste che sia. Stare dalla parte del proprio paese sempre e comunque: questa l’attitudine che un soldato deve avere, questa l’attitudine che ha Kyle, convinto di vivere nel miglior paese del mondo. Il che non significa non provare emozioni anche contrastanti sul campo di battaglia o sotto il tetto coniugale: è proprio sulle sfumature interpretative di Cooper che il personaggio di Kyle risulta più vivo, sugli interrogativi morali che gli passano per la testa e che l’attore è in grado di far emergere con microespressioni o con silenzi eloquenti.

Eccellenti le ricostruzioni scenografiche delle operazioni militari, ricostruite in Marocco da Tom Stern, adrenaliniche come un videogioco alla Call of Duty o Metal Gear Solid 4, ma realistiche come un reportage di guerra. Non meno riuscite le scene americane, in grado di tratteggiare in poche battute le difficoltà della vita di coppia e lo sforzo del soldato di cercare di vivere normalmente ed essere un buon padre di famiglia. Temi certo non nuovi al cinema, ma potenziati dalla realtà della vicenda. La conclusione della vita di Kyle (e del film) sa certamente di beffa del destino, ma si attesta come mera ricostruzione dei fatti e non come nota di disillusione registica verso gli ideali del soldato, cui peraltro possiamo immaginare che Eastwood aderisca pienamente.

Se volete inziare l’anno con un bel film American Sniper è una scelta indicata.

Alessandro Giovannini, da “storiadeifilm.it”

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