Grand Hotel Budapest

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Nella Repubblica di Zubrowka sorge un’antica struttura dal fascino immutato. È il Grand Budapest Hotel, meta prediletta di altolocate signore dai capelli biondi, gestito con solerzia da Monsieur Gustave H., il miglior concierge che un rinomato esercizio possa desiderare
Quanti se ne vedono? Questa è la prima domanda che ci siamo posti subito dopo i titoli di coda (da bersi fino all’ultimo, mi raccomando) di Grand Budapest Hotel. Quanti film così belli si vedono in giro? I paragoni stanno a zero, ci siamo detti, anche perché non è un confronto diretto quello che noi cerchiamo. Si tratta di capire, semmai, quanto incida un film così elegantemente atipico. Se non sia il caso, dunque, di lasciar perdere le etichette e far sì che certo cinema non sia per lo più appannaggio di estimatori irriducibili o categorie di persone che aspettano opere come queste in religioso raccoglimento, quasi fosse un precetto l’assistervi.
Il Wes Anderson di Grand Budapest Hotel ha oramai sconfinato, andando oltre persino sé stesso. In questo suo ultimo film ci racconta la storia di questa vecchia struttura, il Grand Budapest per l’appunto, e di come il suo proprietario, Zero Moustafa, l’abbia rilevato. Partendo dal principio, ossia dalla prima volta che ha messo piede in quello sfarzoso ed efficiente esercizio sito in pizzo ad un monte nella fittizia Repubblica di Zubrowka. Ma questa non è la storia di un ricco imprenditore. Cioè, anche. È la storia, rispettivamente, di un mestiere, di un’amicizia, di un omicidio e di un quadro. In un mondo dai colori sgargianti, spenti o accessi a seconda del caso, popolato da strani personaggi che contemplano in sé stessi vizi e virtù tipici dell’animo umano.
In realtà Wes Anderson, ancora una volta, si mostra addirittura più trasversale di quello che sembra (non troppo eh); perché i suoi film, non faccia specie leggerlo, rappresentano un ottimo esempio di intrattenimento. Di classe, originale, a tratti pure un po’ sofisticato, ma una variante utile ancor prima che affascinante in un periodo in cui si fatica a scorgere la stessa capacità di coniugare l’estro personale alla fruibilità del prodotto – spesso per mancanza di coraggio più che di talento. Magari non tutti coglieranno tutto, ma ciascuno avrà modo di ridere o rimanere tiepido a suo modo. E, soprattutto, in nessun caso si potrà dare la colpa ad Anderson per non aver tentato di escogitare le soluzioni più particolari per amore di smuoverlo ‘sto benedetto spettatore. Senza abiurare al proprio cinema, anzi dilatandolo, moltiplicandolo per sé stesso con quasi matematica precisione.
Trovare un punto debole in The Grand Budapest Hotel è impresa ardua ed il peggio che si può dire è che il suo maggior pregio è anche il suo maggior difetto: è un film di Wes Anderson. Ergo tutto ciò difetto lo diventa nella misura in cui non si tolleri un cineasta che, come sempre, fagociti una trama per farci poi qualcosa che solo lui può fare; quel “qualcosa” che non può essere nelle corde di tutti, ma pazienza. Un limite a priori che dunque non riguarda l’autore bensì l’audience; perché per il resto c’è poco da imputare al film. Uno di quelli in cui regna un’armonia assoluta tra le varie componenti, legate da un indirizzo preciso che fa da collante, ossia quello impartito da Anderson. Nulla rema contro tale direzione, anzi tutto s’integra alla grande, dando vita ad un risultato che brilla e ammalia.
Tratto distintivo puntuale e grottesco di un regista che di tale amalgama fa il suo marchio di fabbrica, tra costumi, location, brani e personaggi, tutti portentosi. Non ne sbaglia una Anderson, che alla sempre eccezionale Milena Canonero raccomanda di usare colori analoghi, complementari al massimo e per il resto che si sbizzarrisca a proprio discernimento. Non c’è niente di naturalistico in questo film ma tutto è naturale alla luce di un regista che oramai ha maturato un’encomiabile padronanza del suo cinema, per cui The Grand Budapest Hotel si può considerare l’apice di un percorso che, a prescindere dalle preferenze, non ha eguali sino ad ora. Persino il penultimo Moonrise Kingdom, pienamente inserito in questo processo di maturazione, può nulla dinanzi alla maestria acquisita a fronte di quest’ultimo lavoro.
Lo si vivisezioni pure e ci si accorgerà di come ogni singolo elemento dello stile così netto di Anderson ne esca ridimensionato, chiaramente in positivo. Un film che per all’incirca 100 minuti mantiene un ritmo incalzante, alternando sinuosi alti e bassi senza alcuna apparente fatica. Per non parlare delle immancabili uscite tra il surreale e il grottesco, mentre si passa con disinvoltura da un genere all’altro: prima commedia, poi noir, poi di nuovo commedia passando stavolta per l’avventura. Un mix non catalogabile, che fa leva sulla verve marcatamente ironica del suo autore, che nell’inusuale o addirittura nell’improponibile ci sguazza – vedere l’assurda eppure credibilissima fuga dal carcere.
Ma in quest’andamento a fisarmonica, che attraversa cronologicamente cinquant’anni pur soffermandosi in larga parte sugli anni ’30, enorme rilevanza assume la girandola di personaggi che si avvicendano senza mai sovrapporsi. Ciascuno al proprio posto, riuscito lì dove sta; in un affollato scenario in cui nessuno è mai di troppo, che compaia in appena due scene o che si porti d’appresso tre quarti di film. Facendo breccia da subito, a partire dalla primissima inquadratura, che in alcuni casi è addirittura la migliore – occhio a Ralph Fiennes, che si produce in una delle migliori performance della sua carriera.
Oltre che sorprenderci, Anderson trova pure il modo di emozionarci, perché a dispetto della sua struttura ad orologeria Grand Budapest Hotel è tutt’altro che asettico. Qua e là viene sparsa qualche licenza poetica mai fine a sé stessa, né fuori luogo o, peggio, inopportuna, sempre in maniera gentile, assecondando tono e contesto. Fino a quel finale drammatico ma al tempo stesso caloroso, perché a quel punto il meccanismo ha completato il suo giro e tutto combacia senza alcun intoppo. Così, dopo essersi divertiti, dopo essersi affezionati anche al più spregevole dei personaggi (Willem “transilvano” Defoe), dopo aver appagato la vista e goduto di quel ritmo impeccabile, il cerchio viene chiuso con lo stesso disincanto iniziale. E la citazione «l’inizio della fine della fine dell’inizio è iniziato» assume un senso per noi spettatori grazie a un cosacco che sui titoli di coda balla al ritmo dell’ultimo, folgorante brano musicale; quando sei fuori dalla sala già da svariati minuti e stai ancora sorridendo.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

La giostra di Wes Anderson continua a pieno regime, sfavillante di luci e colori, ma soprattutto di un cast immenso: mano al portafogli, torna Edward Norton (già spettacolare in Moonrise Kingdom), l’assiduo Bill Muray (benché solo per una veloce comparsata), nonché Owen Wilson, mentre il “parco attori” si rinnova anche chiamando a sé un grande Ralph Fiennes protagonista, e si prosegue con Harvey Keitel, Saoirse Ronan, Tom Wilkinson, l’ormai onnipresente quanto venerabile Lea Seydoux, un Adrien Brody nei panni del cattivo, un Jude Law che ricorda tanto il Watson dei recenti Sherlock Holmes con la firma di Ritchie, e chi più ne ha, più ne metta… si potrebbe andare avanti a lungo. Risultato: la Berlinale ha aperto col botto, vedendo un’indimenticabile passerella di star e assistendo anche a una presentazione in costume, nella divisa viola di rappresentanza dell’hotel. Ma come mai questo dispendio di star? E cosa è cambiato?
L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI ESSERE ANDERSON
Tempi rosei per Wes Anderson, che da anni segna una rete dopo l’altra, qualificandosi di fatto come “autore di tendenza”, in grado di attrarre attori, idoli e star desiderosi di uscire dagli schemi e di cavalcare quei ruoli sui generis, a metà tra il fumettistico e il baroccheggiante, cui Anderson ci ha abituati. Grand Budapest non presenta sostanziali differenze a livello di macroschema narrativo: una serie di personaggi bizzarri, con protagonisti il concierge di un lussuoso albergo e il rapporto fraterno che si crea col facchino, il quale entra in competizione per l’eredità di un consistente patrimonio.

L’eredità scatena una gara di sotterfugi, inganni e rocamboleschi inseguimenti: il legittimo successore Dmitri (Adrien Brody) si oppone con fermezza alle pretese del concierge M. Gustave (Ralph Fiennes) su una tela di particolare valore. Tra scimmiottamenti del nazismo (capaci di recuperare egregiamente almeno un paio di dritte di chapliniana memoria, si pensi al Grande dittatore) e sfrenati inseguimenti su sci e slitta, tra cesti con teste mozzate (e qua la memoria è storica, di sapore latino-romano) e un intero capitolo alla escape movie dedicato al tentativo di evasione dal carcere questa sfilata di burattini, cuciti su misura dalla penna di Anderson, mette in scena un teatrino acrobatico e scoppiettante, strizzando l’occhio al registro del cartoon, al fumetto, all’adventure movie per ragazzi, ma venato anche di una certa crudeltà.
A MACCHIE DI LEOPARDO
Gli elementi andersoniani ci sono tutti: la caratterizzazione dei personaggi, la divisione in capitoli, la storia apparentemente semplice che gioca tutto sul ridicolizzare situazioni e interpreti ma con quella ironia tipicamente andersoniana che tanto ha fatto scuole presso gli hipster di tutto il mondo. Compare un mondo di frivolezze, vanità ed egoismo, in cui la vera “vittima” è il nazismo e più in generale una fetta di società europea, saprofaga e pronta ad artigliare l’arte per farne un investimento, così come a trasformare un funerale in una rissa da bar. Grand Budapest Hotel potrebbe far pensare a un racconto perlopiù incentrato nell’omonimo hotel, ma in realtà questi ne è, al contrario, quasi del tutto escluso: l’hotel del titolo e del racconto diventa piuttosto il metaforico Grand Hotel della vita, quella consumista e alto-borghese europea soprattutto, dove ogni suite è affollata di eccentrici personaggi privi di scrupoli.

Impostazione molto simile ai titoli precedenti, insomma, e stile simile più che mai al penultimo Moonrise Kingdom, anche se l’ultima fatica di Anderson gioca molto sul cartoon, sull’effetto enfatizzante tipico dell’animazione, su movimenti artificiosi e quasi coreografati, con piedi che sbucano a rovescio dalla neve, cerchi scuri che vanno a chiudere le inquadrature, dita che si staccano come fossero pezzi di plastica. Un film sempre all’altezza delle aspettative, un altro titolo convincente dalla fucina di W.A., che conferma il proprio merito di saper scrivere delle storie divertenti e fortemente ironiche, ma soprattutto di saper lavorare sugli attori, rendendoli velate caricature a partire da un lavoro quasi morboso sulla volontà dei personaggi di darsi un tono d’autorevolezza.
Il film resta lontano dai livelli dei Tenenbaum e di Steve Zissou, ma anche del più recente Moonrise Kingdom: riesce a convincere, fa ridere e appassiona, è ben riuscito, ma forse il pubblico più abituato a questo regista vuole cominciare a vedere qualche nuovo registro. È vero che gli stilemi, seppur in modo non appariscente, sono cambiati molto. È anche vero però che aver trovato il proprio “filone d’oro” dipingendo sagome colorate e riempiendole di ironiche e quasi auto-sarcastiche linee di dialogo non deve diventare una scusa per non cercare un nuovo modo di raccontare le storie.
VOTOGLOBALE7.5
Luca Chiappini, da “everyeye.it”

Nella lontana Republica di Zubrowka sorge il Grand Budapest Hotel, il cui concierge è Gustave H., confidente e amante di ricche signore attempate. Quando una di queste: madame D. gli lascia in eredità un quadro, Gustave e il suo fedele aiutante Zero verranno coinvolti in una serie di strampalate avventure.
Il folle, folle mondo di Wes Anderson
Immergersi in un film di Wes Anderson è come entrare in una dimensione intima e privata a cui Grand Budapest Hotel aggiunge un nuovo, affascinante tassello dopo I Tenenbaum, L’ultimo treno per Darjeeling e Moonrise Kingdom. Con questo ultimo capitolo di un cinema che ormai si distingue per alcune chiare cifre stilistiche, Anderson ci conduce all’interno di uno dei suoi incredibili sogni a occhi aperti. La dedica a Steven Zweigh, scrittore noto negli anni Venti e che si vide bruciare le opere dai nazisti, ci suggerisce inoltre che forse, questa volta, troveremo anche un lieve accenno politico.
Il film denuncia subito la teatralità dal momento che la narrazione è delimitata da una doppia, se non tripla cornice caratterizzata anche da un netto cambio di formato: la lettura di un libro da parte di una giovane estimatrice, il tentativo di uno scrittore di mettere per iscritto le sue memorie e infine il racconto del proprietario del Grand Budapest Hotel: Zero Mustafa( F. Murray Abraham da vecchio e Tony Revolori da giovane)
È a lui che un giovane scrittore con il volto di Jude Law si indirizza per conoscere la storia di questo monumentale hotel ormai avviato al tramonto.
In un’epoca lontana, a cavallo tra le due guerre mondiali, il Grand Budapest Hotel svettava nella Repubblica di Zubrowka, gestito con perizia dal concierge Gustave D. (Ralph Fiennes), pronto a soddisfare persino le voglie delle ottuagenarie clienti. Alla sua morte una di queste gli lascia in eredità un famoso dipinto, ma la famiglia della defunta Madame D. (Tilda Swinton), capitanata da un luciferino Adrien Brody non gradisce le sue interferenze e fa di tutto per incolparlo della morte della donna.
Si scatenano così una serie di avvenimenti che fanno passare il film dal registro della commedia, al noir, al dramma, con virate fumettistiche su improbabili inseguimenti su sci e fantasiose evasioni. Tutto è sopra le righe, dai personaggi assurdi, pomposi e grotteschi agli episodi che costellano il procedere della narrazione, marcata dalla suddivisione in capitoli, come spesso accade nelle opere di questo regista texano.
Ogni figura che si affaccia in questo colorato universo dai toni color pastello, anche solo per un momento, come il ligio ma comprensivo poliziotto Henckels (), la coraggiosa pasticcera Agatha (Saoirse Ronan), l’ergastolano Ludwig (Harvey Keitel) è calata pienamente nel contesto, senza mai risultare di troppo.
Uno dei pregi di Wes Anderson è quello di farci amare questi caratteri bizzarri, cinici o sognatori che siano, verso i quali non si può provare che tenerezza.
Succede anche in Gran Hotel Budapest dove non si può fare a meno di tifare per la strana coppia Gustave H., e il “lobby boy” Zero, lui vanesio, egocentrico, superficiale, ma a tratti romantico e sognatore e il ragazzetto tuttofare costantemente preso di mira perché immigrato. La Repubblica di Zubrowka infatti sarà pure immaginaria, ma più “reale” di quanto pensiamo con i suoi richiami alle dittature dell’Est e lo spettro incalzante del nazismo. Anderson, più meno velatamente, ci dice di stare attenti perché i fantasmi dell’intolleranza e del fanatismo sono sempre in agguato.
Al di là di questo Grand Budapest Hotel è un film dal ritmo coinvolgente, pieno di gag surreali e omaggi al cinema che fu, da Chaplin per Il grande dittatore ed Ernest Lubitsch. Ancora una volta Wes Anderson ci regala un esempio di grande cinema, riconfermandosi autore originale e inimitabile, qui ai suoi massimi livelli espressivi.
Maria Sole Bosaia, da “spaziofilm.it”

Un racconto in un racconto in un racconto.
Una ragazza, oggi, legge in un libro in cui (vediamo) il suo scrittore parlare nel 1985 (probabile anno di scrittura del tomo), riguardo eventi che lo videro protagonista da giovane (e li vediamo, ambientati nel 1968), quando incontrò un uomo al Grand Budapest Hotel, struttura ormai fatiscente, il quale, in una lunga cena, gli narrò la sua storia, ambientata nel 1932. La parte preponderante del film (l’unica in cui il formato cambia dal classico simil-16:9 rettangolare ad una specie di 4:3 d’altri tempi, quindi quasi quadrato, da film della prima metà del novecento).
Così inizia la nuova opera di Wes Anderson, di certo meno ambiziosa delle altre (sebbene realizzata in grandissimo stile), ma forse anche per questo spensierata e godibile come quel capolavoro di Fantastic Mr. Fox.
Se infatti c’è qualcosa di evidente in questo film è quanto, nonostante sia tutto in live action con solo piccoli inserti realizzati in stop motion (appositamente) posticcia, voglia essere un cartone animato. Uno di quelli anni ’60/’70 oppure quelli di Lucky Luke, magari per la televisione. Il solito stile Anderson fatto di costumi e scenografie dalla cura e composizione cromatica inesorabile, la fissazione per le uniformi e per i cartelli, oltre ai movimenti ortogonali della macchina da presa che fanno il paio con quelli secchi ed “esplosivi” dei personaggi, ma tutto è virato verso un’estremizzazione, ovvero il cartoon.
Gli attori compaiono di colpo facendo capolino dagli angoli, le svolte della trama giocano con gli stereotipi più beceri per farsene beffa come se si volesse prendere in giro l’animazione più che seguirla, e anche le scelte d’abbigliamento sembrano in armonia con il gusto che i cartoni hanno per il “classico”, dai carcerati con uniformi a righe orizzontali bianche e nere, ai concierge tutti con la stessa divisa solo di colori diversi, fino ai cattivi con capigliature assurde e vestiti di nero intenti in un continuo grugnire (in questo è straordinario il killer molossoide di Willem Dafoe, che pare un cane).
Chi si annoia con la maniera in cui Wes Anderson realizza i suoi film, e lo accusa di non essere originale o ripetere sé stesso, non cambierà idea anche se questo film gli risponde per le rime. Dopo la fuga d’amore di Moonrise Kingdom, la fuga per la vita di Fantastic Mr. Fox arriva una fuga per soldi di un uomo che fa da padre ad un ragazzo che lavora con lui, ma volersi concentrare sull’ossessività del regista americano e individuare in essa una pigrizia o una mancanza di idee vorrebbe dire trascurare la quantità mostruosa di invenzioni che dissemina in tutto il film. Dialoghi, scene, gag e personaggi, tutto è un continuo reinventare qualcosa utilizzando un cast di comprimari, quasi tutti attori di grosso calibro (sembra la festa di compleanno di Wes Anderson, in cui invita tutti ma proprio tutti i suoi amici).
La maniera in cui questo cineasta riesce a raccontare sempre la medesima storia cambiando tutto intorno ad essa è semplicemente straordinaria.
Gabriele Niola, da “badtaste.it”

Monsieur Gustave è il concierge ma di fatto il direttore del Grand Budapest Hotel collocato nell’immaginaria Zubrowka. Gode soprattutto della confidenza (e anche di qualcosa di più) delle signore attempate. Una di queste, Madame D., gli affida un prezioso quadro. In seguito alla sua morte il figlio Dimitri accusa M. Gustave di averla assassinata. L’uomo finisce in prigione. La stretta complicità che lo lega al suo giovanissimo neoassunto portiere immigrato Zero gli sarà di grande aiuto.
Per occuparsi di questo film di Wes Anderson (presentato in apertura alla 64^ Berlinale) è necessaria una premessa di carattere letterario. Il film è dedicato a Stefan Zweig, scrittore austriaco tra i più universalmente noti tra gli anni Venti e Trenta. Animato da un convinto pacifismo si vide bruciare nel 1933 ciò che aveva scritto dai nazisti. È alle sue opere (tra cui un solo romanzo) che il regista ha dichiarato di ispirarsi per questo ennesimo viaggio in un mondo tanto immaginario quanto affollato di riferimenti alla realtà. A partire da quella che potrebbe sembrare solo una raffinata scelta tecnica e che invece diviene una precisa indicazione di senso. La ratio del film (cioè il formato della proiezione) cambia tre volte e finisce con lo stabilizzarsi sulla cosiddetta “academy ratio” che è stata quella della storia del cinema classico fino a quando arrivarono il CinemaScope e il VistaVision. Questo ci rivela come Anderson abbia voluto rifarsi alle opere dei Lubitsch e dei Wilder innervandolo con il suo ormai classico caleidoscopio di situazioni e di attori. Perché in questa occasione ai quasi immancabili Bill Murray ed Owen Williams si aggiungono new entries che vanno da Ralph Fiennes a Murray Abraham passando per l’esordiente Tony Revolori che non solo si carica del ruolo di coprotagonista ma finisce con il rappresentare l’immigrato costantemente nel mirino di tutti i razzismi grazie anche al suo volto che è quasi un coacervo di etnie (figlio di guatemaltechi sembra talvolta arabo e talvolta ebreo). Come il Chaplin de Il grande dittatore e il già citato Lubitsch di Vogliamo vivere Anderson vuole farci sorridere delle innumerevoli avventure a cui sottopone i suoi protagonisti. Questo però non cancella, anzi accentua, la riflessione su quelle frontiere che troppo a lungo in Europa hanno costituito punti di non ritorno per decine di migliaia di persone arrestate e fatte sparire e oggi si ripresentano con altre modalità meno tragicamente evidenti ma sempre fondamentalmente ostili.
Questo film però vuole essere anche, fin dal suo tanto astratto quanto acutamente lieve inizio, una riflessione sull’arte del narrare. Un’arte che può permettersi di parlare della realtà profittando di quanto di meno realistico si possa escogitare. Le stanze del Grand Budapest Hotel sono innumerevoli quanti i personaggi che le abitano o vi entrano anche solo per un’inquadratura. L’instancabile e vivace fantasia di Anderson possiede la chiave di ognuna di esse.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

L’apertura della Berlinale convince, diverte e conferma il grande talento di Wes Anderson
La Berlinale 2014 si apre nel migliore dei modi: The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, scelto come titolo inaugurale della kermesse tedesca, convince, diverte e conferma il grande talento del regista texano.
Protagonista della sua ultima fatica è Monsieur Gustave, il leggendario concierge di un importante albergo mitteleuropeo, che conosce tutti i segreti dei suoi eccentrici clienti. Ha un rapporto privilegiato con Madame D., un’anziana ed elegante signora che gli lascerà in eredità un prezioso dipinto del Rinascimento, futura causa di tanti guai. Raccontato attraverso un lungo flashback che ci porta all’inizio degli anni ’30 del ‘900, The Grand Budapest Hotel è l’ennesimo film degno di nota di un autore che basa il suo stile su un grande rigore formale, fatto di inquadrature simmetriche e di scelte musicali originali.
Echi di Jean Renoir (il passaggio da un’epoca all’altra), Ernst Lubitsch (il tocco ironico) e Max Ophüls (il senso della composizione) in un film che, oltre ad avere uno splendido ritmo, è anche un toccante omaggio nostalgico a un tipo di cinema che non si fa più: lo dimostrano le scenografie color pastello, i fondali dipinti e persino alcune scelte registiche squisitamente vintage.
Ad arricchire il tutto, l’armoniosa partitura di Alexandre Desplat e un cast in grande forma, a partire da Ralph Fiennes nei panni del raffinato Monsieur Gustave.
Andrea Chimento, da “cinematografo.it”

C’è chi dice che Wes Anderson faccia film sempre uguali. E forse è vero.
Forse è vero perché si tratta di un autore caratterizzato da una cifra stilistica e un nucleo di temi narrativi talmente forti e radicati da rendere immediatamente riconoscibile il suo lavoro, qualsiasi declinazione questo abbia. Il resto, però, è questione di sfumature: e le sfumature, le gradazioni, sono quello che rendono vivo, pulsante e costantemente mutevole il mondo, il suo compreso.
In The Grand Budapest Hotel queste gradazioni sono più estreme, espandono i confini del cinema dell’americano, conquistando nuove maturità, maggiori libertà e (quindi) sempre di più il cuore dei suoi spettatori.
Questo è un film d’amore e avventura, simile in vari e inaspetatti modi a Le avventure acquatiche di Steve Zissou e a Fantastic Mr. Fox, dove affondando nello stile e nello spirito dei Lubitsch e dei Wilder che esplicitamente il regista ha dichiarato di voler omaggiare, si ragiona anche sugli aspetti carnali della vita, dal sesso alla violenza, con una ruvidità inedita ma sempre coerente con l’estetica e l’etica andersoniane.
Ma, per quanto tutto questo sia importante nell’indicare un’ulteriore crescita del regista, lo è ancor di più il fatto che The Grand Budapest Hotel non è solo l’ennesimo film di Anderson su un padre e un figlio, putativi o meno che siano.
È un film che, soprattutto, è una dichiarazione d’intenti da parte del suo autore. Che parla del’arte e del senso del narrare, dei suoi scopi.
La costruzione è a scatole cinesi: The Grand Budapest Hotel è un film nel quale uno scrittore racconta di come il suo romanzo (il suo racconto) sia nato dal racconto orale di uno dei protagonisti delle vicende, Zero, a sua volta depositario dei racconti del concierge M. Gustave.
E nella più piccola e profonda di queste scatole c’è il senso di questo raccontare, simboleggiato dal personaggio di Ralph Fiennes: un uomo a suo modo gaudente ma non decadente, un esteta amante del bello soprattutto quando è funzionale, eccentrico ma sempre inflessibile, impegnato a combattere a colpi di educazione, amore, e profondissime dignità e dedizione (tanto professionali quanto umane) le barbarie e le cattiverie del mondo e dei suoi abitanti.
Così come l’albergo che dirige e amministra, M.Gustave è un angolo di soave e confortevole distacco dal caos che lo circonda, capace di contagiare chiunque (o quasi) con la sua irreprensibile e composta cortesia.
Una figura fuori dal tempo, dal nostro ma perfino dal suo, intrisa della stessa malinconia del film che lo racconta, perché inevitabilmente destinata al decadimento e alla rovina, a soccombere al brutto e al grigiore, all’aridità degli uomini e ai loro egoismi.
La placida e determinata battaglia di M. Gustave non è però inutile, sebbene perdente: perché la sua eredità continuerà a vivere in Zero Moustafa. Nei suoi ricordi, in quell’amore che il concierge stesso ha benedetto tra il suo giovane fattorino e una bella pasticciera, fondamentale alla risoluzione dell’intreccio giallo e avventuroso che infiocchetta la sua storia.
E se anche quell’amore, con amaro realismo, Anderson lo racconta come spezzato dalla vita, il virus benigno di M.Gustave, malinconico ma determinato, non si arresta. Continua il suo contagio tramite il racconto, passando dalla memoria e dalle parole di Zero Moustafa alla vita a quelle di un giovane scrittore che a sua volta le racconterà in quel libro che Anderson racconta a noi sotto forma di film.
Perché in fondo, da sempre, è questo fa Wes Anderson, questo per lui è il cinema e il suo messaggio: il racconto malinconico e suadente della possibilità del bello e dell’amore, della dignità e dell’eccentricità in un mondo (cinematografico e non) sempre più barbaro, grigio ed egoista.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

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