Zoran, il mio nipote scemo

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Presentato in anteprima alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2013 e vincitore del Premio del Pubblico della Settimana della Critica e del Premio Schermi di Qualità, il film del friulano Marco Oleotto, ha riscosso fin da subito un grande successo. Vivacità, una coppia di co-protagonisti ben amalgamati e fiumi di alcool, sono gli ingredienti di cotanto trionfo.
Il quarantenne Paolo (Giuseppe Battiston) vive in un piccolo paesino della provincia friulana e trascorre le sue giornate da Gustino (Teco Celio), gestore dell’osteria del paese. Paolo lavora come cuoco in un mensa e si ostina a dar fastidio all’ex moglie Stefania (Marjuta Slamič). Un giorno, a interrompere questa routine, ci pensa il nipote Zoran (Rok Presnikar), uno strano quindicenne nato e cresciuto in mezzo ai monti assieme a un zia che Paolo non sapeva di avere. Dopo la morte della zia, Paolo è l’unico parente che possa prendersi cura del ragazzino.
Quella di Zoran, adolescente speciale, è una storia bizzarra, così come lo è lui. Giovane ingenuo, nascosto dietro ad un paio di grandi occhiali e abiti da modesto impiegatuccio, è un ragazzino che parla un italiano colto, ma soprattutto sa giocare bene a freccette.
A dispetto dei classici bulli che al cinema fanno sempre tanto parlar di sé, il regista, alle prese con il suo primo lungometraggio, ha voluto puntare tutto sull’eccezione, quella che ha reso il film più godibile, divertente e senza ombra di dubbio ha fatto conoscere a chi già non lo conosceva, un altro pezzo d’Italia.
La commedia, divertente inno al vino e all’allegria dei friulani, viene impreziosita dalla grande idea dello zio di “usare” il nipote, inizialmente spina nel fianco, come una possibile fonte di guadagno. Paolo infatti è l’opposto del nipote, non è uno stinco di santo, anzi, è bugiardo, passa il suo tempo libero a bere e nell’alcool trova la sua ancora di salvezza, affondando i suoi dispiaceri riguardanti in particolare la sua ex moglie.
Tutto ciò finché non arriva al paese quello “strano” di Zoran, che come un perfetto burattinaio, Paolo riesce a sfruttare per assicurarsi un futuro migliore. Riuscire a vincere un bel gruzzoletto, perché solamente con la fortuna ormai si riesce a campare, è l’unica occasione per potersene andare da un’altra parte lontano dal passato.
Il vuoto di Paolo viene riempito quindi da Zoran e quest’ultimo troverà nello zio un simpatico amico, una spalla e alla fine anche un sostegno. Sono infatti proprio i due pesi e le due misure, letteralmente, a rendere il film frizzante e gustoso, la coppia Battiston-Presnikar è il muro portante del film, ne delinea comicità, vivacità e malinconia, emozioni e sentimenti come amore, amicizia, odio e rabbia, presenti e ben palpabili.
Condito da divertenti gags e personaggi ben caratterizzati e nel vero senso della parola “a tutto tondo”, in Zoran, il mio nipote scemo, si respira l’aria di campagna, di vino e di vigne, che proveniente direttamente dal Friuli, terra natia del regista, entrano prepotentemente nella pellicola, facendosi personaggio ed elemento che funge da “fil rouge”, donando alla pellicola quel tocco particolare e frizzante che lo rende alcoolicamente divertente.
Alice Bianco, da “voto10.it”

Di una cosa, più di ogni altra, è necessario rendere merito a Matteo Oleotto, registra friulano da anni trapiantato a Roma qui alla sua opera prima. Quello di aver percorso, con Zoran – il mio nipote scemo, sentieri poco battuti dal cinema italiano contemporaneo, tanto in senso geografico quanto narrativo.
Ambientato nella provincia profonda di Gorizia, a due passi dal confine sloveno, raccontata con una pulizia di sguardo che non sfocia mai nella retorica neo- o post-realista, ma nemmeno cade nella trappola della caricatura grottesca, Oleotto ha il coraggio di raccontare un personaggio sostanzialmente antipatico e sgradevole, un po’ stronzo, eppure – anzi, proprio per questo – carico di umanità.
Certo, è scritto che il cinico, bugiardo, egoista e alcolista Paolo Bressan cui Giuseppe Battiston regala anima e (soprattutto) corpo sia destinato ad una qualche forma di redenzione: ma a lungo sembra non poter o voler uscire mai dall’accidia malmostosa in cui lo troviamo, e anche nel momento in cui qualcosa cambia, non è di certo una di quelle trasformazioni ingenue e radicali che solo l’Ebenizer Scrooge di Dickens si poteva permettere.
È l’ebbrezza, comunque, la chiave interpretativa di un film che dichiaratamente è intriso dei vini friulani (tra i migliori d’italia), tanto nelle sue varianti allegre e spensierate quanto in quelle cupe e depresse. Zoran, film ebbro, procede ondivago e barcollante eppure caparbiamente determinato, attraversando fasi alterne e mutevoli come gli umori lunari del suo protagonista, pronto anche a fare spazio alla serenità via via meno rigida incarnata dal personaggio che gli dà il titolo, nipote niente affatto ritardato ma che in comune con lo zio Paolo ha una speculare inettitudine alle relazioni sociali.
Come da copione, il loro scontro si trasformerà in un incontro capace di arricchire, soprendere e via dicendo: ma non sono queste, più banali ed evidenti, le caratteristiche più rilevanti del film di Oleotto.
Pur non sempre adeguatamente strutturato, e non esente da scivolate figlie, sempre, dell’eccesso, Zoran nasconde note amare di una certa raffinatezza, sotto quelle più dolciastre dell’asse narrativo principale; tutte indissolubilmente legate al personaggio di Battiston e alla descrizione della provincia.
Paolo Bressan e il suo terroir sono luoghi di contraddizione fertile, di contrasti forti con sé stessi e col resto del mondo, microcosmi isolati e ostici ma paradossalmente aperti allo scambio e alla contaminazione, come un’osteria popolata di personaggi soli eppure legati gli uni agli altri e chi passa di là. Quel personaggio e quel mondo, quelle amarezze figlie della stanchezza e della frustrazione e quella possibilità che comunque è sempre lì all’orizzonte, Oleotto li racconta con una partecipazione sincera e carica di comprensione, eppure capace di una distanza oggettiva.
E Zoran, per rimanere nella metafora vinicola, non è certo un vino raffinato, equilibrato e importante, ma non è niente di meno di uno di quei bianchi sfusi ma sinceri, beverini e amarognoli che si fanno apprezzare proprio per la loro ruvida e conviviale identità.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

La famiglia, centro nevralgico della società, rifugio sicuro di ogni individuo ma anche depositaria di segreti e di misteri. Era inevitabile che il tema della famiglia diventasse cinematograficamente appetibile, declinato in tutte le sue varianti, traslato in commedie come in tragedie, nei thriller come negli horror. Il cinema si è occupato anche di filiazioni spezzate, di padri senza figli e figli alla ricerca di padri che ignorano la propria progenie o ne sono fuggiti. Pensiamo al toccante “Le chiavi di casa”, dove Kim Rossi Stuart, dopo ben tre lustri dalla nascita del figlio che ha abbandonato, decide di conoscerlo. Nonostante il rapporto sembri procedere per il meglio, l’handicap del ragazzo lo costringerà a fare i conti con le proprie debolezze e paure, e l’epilogo instilla il dubbio sulle sorti del nucleo ritrovato, mostrando solamente il pianto liberatorio come presa di coscienza dei propri limiti del padre. Bill Murray, ex dongiovanni nel delicato “Broken flowers”, scopre, tramite una lettera anonima, di avere avuto un figlio ben diciannove anni prima. La scoperta della paternità, per un uomo stanco e imbolsito nonché lungi dall’instaurare delle autentiche relazioni affettive, si configura come una scoperta del proprio sé. Il viaggio fisico del protagonista alla ricerca del figlio (?) diviene un viaggio interiore, durante il quale Murray, come gli spettatori, non scoprirà mai l’identità del ragazzo, ma che gli lascerà in eredità un improvviso quanto perturbante desiderio di paternità. Ci sono anche film che hanno affrontato “paternità acquisite”, in cui adulti allergici alle relazioni o cristallizzati nel loro ruolo di duri e anaffettivi, si ritrovano, loro malgrado, a dover accudire, sostenere o insegnare a bambini o giovani solitamente molto più caparbi e maturi dei loro tutor improvvisati, che ridaranno nuovo slancio alle loro vite sospese e frammentarie. Accade in “About a boy”, in cui il ragazzino complessato e dalla famiglia problematica si affeziona al “Peter Pan” Hugh Grant, obbligandolo a interrogarsi sul senso della sua vacua esistenza, tutta apparenza e niente sostanza, oppure in “Million dollar baby”, in cui la tenace Hilary Swank “perseguita” lo scorbutico allenatore di pugilato Clint Eastwood, perché le insegni la boxe per riscattarsi da un’esistenza vissuta ai margini; il vegliardo insegnante, d’altro canto, indurito dalla vita e genitore respinto, si affeziona alla sua discente al punto da ritrovare in lei la figlia che ha perduto (per un motivo che non conosceremo mai, poiché il cinema vuole insegnarci che non contano tanto le premesse, ma le conclusioni). Un cinema la cui colonna portante è il “doppio speculare”, con l’intreccio sgrovigliato da personaggi distinti ma complementari, che compensano l’uno le mancanze dell’altro. C’è un film italiano, in questi giorni nelle sale, che ricalca grossomodo il modello delle suddette pellicole. “Zoran, il mio nipote scemo”, diretto dall’esordiente Matteo Oleotto, si presenta con un titolo che evoca una certa cinematografia demenziale ma che, in realtà, funge solo da premessa all’evolversi della storia del film, racchiudendo l’impressione soggettiva del protagonista nei riguardi del suo “antagonista”. L’azione si svolge nella tranquilla e sonnacchiosa provincia friulana, in un paese adombrato da cieli plumbei e nel quale gli autoctoni consumano vino come se fosse caffè. Paolo Bressan, impersonato dal sempreverde Giuseppe Battiston, di vino ne beve fin troppo; annacqua le sue giornate scolorite dalla solitudine derivante da un matrimonio fallito e un carattere impossibile, che gli impedisce di consolidare i rapporti personali. Lui, però, non pare farsene un problema, difatti maltratta il collega balbuziente e gli anziani della mensa per cui lavora controvoglia, ed è dedito alla menzogna compulsiva, che rifila a chiunque per scrollarsi di dosso seccature e responsabilità. Un (anti) eroe archetipico e ben strutturato, la cui unica possibilità di redenzione risiede in un eventuale ritorno con l’ex moglie, che prova a riconquistare ma che gli preferisce, a ragione, un uomo diametralmente opposto. Un giorno, in seguito alla notizia della dipartita di una lontana zia slovena, Paolo scopre di doversi occupare del fragile, timido e imberbe nipote quindicenne che non sapeva di avere, lo “Zoran” del titolo, frattanto che lo sistemino in una casa-famiglia. Il cinico e beffardo Bressan sottopone il giovane a delle vere e proprie sessioni di denigrazione e svilimento, finché scopre che il ragazzo è un prodigio del gioco delle freccette e decide di sfruttarne il potenziale a proprio vantaggio, obbligandolo ad allenarsi in vista dei campionati mondiali a Glasgow la cui vincita ammonta a sessantamila euro. Un’occasione di riscatto dalla miseria della sua esistenza priva di reali prospettive e ancorata all’angusta provincia, eppure le cose non andranno esattamente come previsto … Il giovane Zoran, in prima istanza succube e passivo, trae dall’innocente amore per una deliziosa coetanea la forza per ribellarsi allo zio carceriere e ritagliarsi un proprio posto nella comunità locale (in una simpatica quanto significativa scena, Zoran riprende il monito che lo zio aveva usato contro di lui per neutralizzarlo: “Muto! Devi stare muto!”); Paolo, d’altro canto, a poco a poco si lascia travolgere dal candore di quel nipote tanto nerd quanto speciale, e forse riuscirà a trovare la strada che lo condurrà al cuore della sua ex. Come in “Broken flowers” o le altre pellicole sopracitate, non conta tanto scoprire se i personaggi riusciranno a vincere i mondiali di freccette o se riusciranno a conquistare le donne amate: “Zoran” è innanzitutto un film su un'”educazione emotiva” e sul risveglio dal letargo dei sentimenti; come quelli di Paolo, tenuti per troppo tempo a sonnecchiare, come la provincia da cui non riesce ad andar via.
Simona Lombardi, da “cinema4stelle.it”

Oleotto sfrutta una struttura molto solida, con situazioni consuete, proponendole però in maniera nuova e mai banale e grazie ad una sceneggiatura puntuale e senza sbavature. Il risultato è una commedia autentica e divertente.
Muti alla meta
Poteva avere tutte le squadre del mondo, Arthur Antunes Coimbra detto Zico, eccelso campione di calcio sudamericano, una delle stelle dello straordinario Brasile del 1982, stracciato dagli azzurri; scelse invece di lasciare Rio de Janeiro per andare all’Udinese, nel Friuli di Dino Zoff e Enzo Bearzot e nonostante non abbia concluso granché, il suo nome campeggia ancora sui muri dei bar della provincia, anche se il poster si è un po’ staccato dalla parete. L’arrivo di Zico fu uno degli eventi salutati con maggior gioia dal placido popolo bianconero, in genere poco propenso a manifestare entusiasmo. Passateci questo prologo che vuole essere una riflessione su una città, una regione (e una cultura) che invece sa accogliere a braccia aperte e sa sorprendere e conquistare senza mai strafare, con lentezza inesorabile. Proprio qui, in questa terra di confine, incrocio di lingue e tradizioni differenti, Matteo Oleotto ambienta la sua opera prima, Zoran, il mio nipote scemo, presentata alla Settimana Internazionale della Critica, durante la 70.ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ed è una lietissima sorpresa.
Il protagonista del film, Paolo Bressan, è un pingue perdigiorno che appena può molla i fornelli della mensa in cui è stato pietosamente assunto dal nuovo compagno della ex moglie per dirigersi all’osteria di Gustino, in un piccolo paese vicino a Gorizia. Pieno di debiti e quasi sempre ubriaco, è in perenne conflitto con il prossimo, a cui intima sempre di stare muto, induce gli ex alcolisti a riprendere in mano il bicchiere, dice bugie con estrema facilità, ha scarsa attenzione all’igiene personale e quando dà del “cattivo” a qualcuno sembra riferirsi a sé stesso. Alla morte della zia slovena Anja, Paolo eredita una lunga serie di debiti e un nipote, Zoran, che la defunta gli affida. Timido, occhialuto, strampalato, il quindicenne è un ragazzo problematico che parla un italiano arcaico e non è in grado di vivere da solo. Paolo vorrebbe abbandonarlo, ma quando scopre il grande talento del nipote nel giocare a freccette, pensa bene di sfruttarne le doti per partecipare al campionato mondiale, vincere i soldi in palio e sparire dalla circolazione. Allora, chi è lo scemo? Il quarantenne che si ubriaca con metodo o l’adolescente timido, amante del canto, così diverso dai coetanei, ontologicamente strano? Oleotto non ha dubbi: la palma dello scemo va al flaccido personaggio interpretato in maniera impeccabile da Giuseppe Battiston.
Il bello di un film come questo è che a dispetto della sua indole comica non voglia essere simpatico a tutti i costi e riesce quindi ad essere autentico e davvero divertente. Oleotto sfrutta una struttura molto solida, con situazioni consuete (l’amicizia tra gli opposti, il lento svelarsi reciproco, la desertica situazione sentimentale del protagonista), proponendole però in maniera nuova e mai banale e grazie ad una sceneggiatura puntuale e senza sbavature, scritta con Daniela Gambaro, Pier Paolo Piciarelli e Marco Pettenello, firma uno degli esordi più interessanti del cinema italiano. Raramente ci è capitato di vedere sul grande schermo un lavoro così ‘scorretto’, aggettivo quanto mai abusato, ma che in questo caso rende appieno il senso di una storia che non è affatto la rivincita dello sfigato di turno, ma la vera esaltazione degli affetti umani, di qualunque tipo essi siano, dall’amore, all’amicizia, passando per l’odio e la rabbia.
Costruita attorno a ad una figura pervicacemente sgradevole, anche quando nel finale viene irradiata da una luce di speranza, l’opera prima di Oleotto si muove con ordine geometrico esaltando gli aspetti più particolari dei suoi personaggi, come l’atavico amore per il vino e una certa rudezza ‘carsica’ che non è disinteresse per la vita, semmai è interesse verso ciò che conta veramente (e le sorprese sono dietro l’angolo). E’ proprio questa continua oscillazione tra una realtà che viene mostrata in tutta la sua pesantezza e il brivido che arriva da un sogno la cui realizzazione sembra essere a portata di mano, a essere l’elemento distintivo del film, ma non ne diventa il cardine assoluto. Troppe altre cose sono in ballo e Oleotto ce le mostra tutte, con stile molto originale e curato, concedendo ad ognuna il giusto tempo e spazio. Gli eroi sono Paolo e Zoran, si resta affascinati però anche da Gustino (Teco Celio) e dall’anziana madre che rimpiange i bei tempi in cui “beveva vino schifoso” o dal collega di Paolo, Ernesto, disposto a credere “nel dio dei mona” pur di non riprendere a bere e anche dalla ex del protagonista, Stefania, legata ad uomo mite e cristiano (Roberto Citran), troppo innamorato del passato.
Qui non c’è alcuna vittoria roboante e il famigerato campionato mondiale di freccette si riduce all’acquisto di due biglietti per Glasgow, di un DVD coi segreti del Messia del tiro a segno (un simpatico Sylvain Chomet) e, soprattutto, nella riuscita di un training precisissimo reso efficace dall’amore. Il senso della storia sembra essere altrove, non tanto nell’abilità nelle freccette, dove chi vince è solo uno e solo in determinate condizioni, ma nel coro a cui alla fine approda Zoran, unica immagine davvero pacificante del film, metafora riuscita dell’umanità, in cui tante voci fanno un suono unico e armonico; coro che rende struggenti anche i canti più terragni, al pari di quelli religiosi, che grazie alla lingua friulana diventa legame col passato e sa essere anticipazione di un futuro più leggero e meno rabbioso. Tutto questo è reso possibile dall’arrivo dell’alieno Zoran, il bravissimo Rok Presnikar, che impara a fare centro dopo aver baciato Anita. Chiamatelo scemo, adesso, se ne avete il coraggio.
Francesca Fiorentino, da “movieplayer.it”

Paolo è un quarantenne annoiato e dedito alle menzogne che trascorre le sue giornate nell’osteria del paese. Le sue abitudini subiscono una svolta quando si trova costretto a prendersi cura del nipote Zoran dopo la morte di una zia di cui non sapeva neppure l’esistenza. Sarà l’occasione per cambiare atteggiamento nei confronti degli altri e della vita.
Con toni nostalgici e agrodolci, Zoran – Il mio nipote scemo porta sullo schermo una storia di ordinaria follia, popolata da personaggi improbabili, ma non per questo meno reali, che occupano le osterie dei paesi che tutti in un modo o nell’altro abbiamo frequentato.
L’osteria, infatti, rappresenta il luogo di ritrovo di anime allegre e tristi allo stesso tempo, che conducono una vita piena di amarezze ravvivata grazie al vino.
Tra queste persone c’è Paolo, un quarantenne gretto e ignorante, con una vita alle spalle completamente sfasciata e che ha trovato nel bere un passatempo e al contempo uno sfogo alla sua inettitudine.
Paolo è una persona come tante, che sa essere assolutamente falsa e bugiarda, ma anche tremendamente vera e onesta. E’ una persona che sfrutta tutto ciò che gli altri possano offrirgli fino ad esaurirne l’ultima goccia di pazienza e senza provare nei loro confronti la minima gratitudine. Nella vita di Paolo che si trascina ogni giorno sempre uguale e senza svolte, arriva Zoran, un sedicenne timido e imbranato, che parla solo un incerto italiano imparato sui libri e che non può non mettere in crisi tutte le sue certezze. Zoran è l’opposto di Paolo: sensibile ed educato, ha ricevuto dalla vita solo pugni in faccia. I due inevitabilmente si scontrano, ma dal confronto ognuno dei due esce rinnovato.
Il film non si lascia sconvolgere dall’elemento tragico presente nella vita dei protagonisti, ma con il sorriso sulle labbra ne racconta senza compiacimento le personali stranezze. E’ come se, gettando un occhio su vite normali e tristi, si fosse concesso per riderci su un buon bicchiere di vino.
Antonella Buzzi, da “storiadeifilm.it”

Zoran il mio nipote scemoPaolo è uomo cinico, egoista e bugiardo che trascorre le sue giornate in osteria. La sua vita subisce un brusco cambiamento quando la morte di una vecchia parente lo costringe ad accudire un quindicenne sloveno, forbito e perfezionista, col talento per le freccette e che potrebbe portargli la svolta che egli cerca dalla vita.
Marco Oletto dirige la sua opera prima, sceneggiandola insieme a Daniela Gambaro, Pier Paolo Piciarelli, e Marco Pettenello. La storia seppur abbastanza rivisitata nel cinema, l’uomo burbero e egoista che riscopre i valori della vita, usa il registro della commedia per mostrare la vita di un uomo ben radicato in un territorio, come l’est Italia, per raccontare i lati scuri e anche un po’ grotteschi che può avere il genere quando è ben strutturato.
Sin dalle prime inquadrature veniamo trasportati in questo paesino vicino Gorizia, in cui si respira l’atmosfera del piccolo centro, con i suoi ritmi lenti, i suoi volti conosciuti e le abitudini ormai consolidate che sembra che nulla possa ostacolare. Il film seppur ha una struttura estremamente lineare senza troppi artifici riesce a trovare la giusta profondità per suscitare il coinvolgimento nelle dinamiche della storia, che si innesca non appena Paolo ha la possibilità di recuperare la sua vita attraverso i silenzi del giovane Zoran. Infatti per essere un esordio, il regista impone sin da subito l’abilità con cui riesce a dirigere il personaggio di Giuseppe Battiston, un protagonista intriso di stereotipi viziati dall’alcool e che impongono una visione del mondo incattivita e cinica. Facendo emergere così un personaggio che per una buona prima parte del film tende a distruggere i piaceri o le felicità delle persone che lo circondano e sposarsi all’immagine della sua terra, un paese di frontiera. Questa viene abbattuta non appena Zoran entra nella sua sfera, portando quel giusto bilanciamento alla storia attraverso l’efficace interpretazione di Rok Prašnikar, che ripaga con un ingenuo affetto lì dove viene usato il secondo fine.
I due attori scenicamente, già intrisi di una buona componente fumettistica, riescono a trovare la giusta alchimia per dare vita ai toni allegri che la sceneggiatura non tralascia nonostante la grande componente sonora dei Sacri Cuori, la falsa retorica viene lasciata da parte per un finale che arriva in maniera veloce rispetto alle altre vicende, in cui il buonismo fa da cornice portando con sé una sorta di finale dal sorriso amaro, in cui il personaggio rimane comunque stereotipato e si ha un apparente rovescio di ruoli che ci porta dalla visione cinica a quella ingenua, che segna dritto al centro nella storia e propone una commedia diversa, geografica e intima nel panorama cinematografico italiano.
Stefania Buccinnà, da “cinefilos.it”

Non c’è sole nell’ottima opera prima di Oleotto, il cielo del Friuli, quando non dispensa la tipica pioggerella fitta, rimane comunque plumbeo, un grigio livido, lo stesso colore delle recriminazioni alcoliche del protagonista, il cui egoismo etilico scatena un autocompatimento compiaciuto ed assolutorio.
Siamo all’estremo oriente della regione più orientale d’Italia, il confine tra Friuli e Slovenia, terra di sassi ed usmize, dove la lingua slovena si mescola con quella friulana, un luogo senz’altro al di fuori dalle coordinate cinematografiche nazionali. Un’enclave di “bisiacchi”, un confine puramente formale, superato dall’inarrestabile intreccio di culture. Tra prati verdi e cieli grigi trascina la propria superflua esistenza Paolo, amareggiato e alcolizzato, incattivito con il mondo, con l’ex moglie e l’attuale marito, con chi canta, con chi ride, con chi vive, saturo di autoindulgenza e patetiche velleità. L’idea vincente è proprio questa, creare un protagonista orgogliosamente sgradevole, aggressivo e vulnerabile, grazie soprattutto all’eccellente performance di Giuseppe Battiston che trascina la propria massa sotto il peso dei rimpianti, alimentati da innumerevoli “tagli” e dall’isolamento umano prima che territoriale. Battiston evita abilmente la macchietta del “ciocco”, riuscendo ad infondere al personaggio una dolente umanità, una consapevolezza della propria miseria esistenziale che finirà per salvarlo. Certo, siamo pur sempre dalle parti della commedia “fiabesca”, in cui l’irruzione del “diverso”, l’irresistibile ed infallibile strambetto interpretato dal bravissimo Rok Prasnikar, provoca l’annunciata palingenesi esistenziale del protagonista, ma tono ed ambientazione conferiscono a Zoran una freschezza ed una sincerità che pensavamo ormai cancellati da anni di melense sciocchezze.
Ottimo tutto il cast di semisconosciuti, volti locali ed inflessioni dialettali che conferiscono a questa favola etilica un surplus di autenticità e pathos. Forse 15 minuti in meno avrebbero giovato allo scorrere del racconto, ma Zoran rimane un grande esordio, sorprendente e convincente.
Giovanni Romani, da “cultframe.com”

Paolo Bressan è un uomo cinico col vizio del vino e della menzogna, con cui mette in difficoltà il prossimo e prova a riconquistare la sua ex moglie. Occupato presso una mensa per anziani, è svogliato e sgraziato con gli amici del paese che gli danno ricovero nelle difficoltà, contenendone l’incontinenza e la boria. Tra un bicchiere di vino e un piatto di gulash, ‘eredita’ un nipote da una lontana zia slovena, a cui dovrà dare ospitalità il tempo necessario perché la burocrazia faccia il suo corso e il ragazzo si stabilisca in una casa-famiglia. Zoran, adolescente naïf nascosto dietro un paio di grandi occhiali, è un ragazzino colto che parla un italiano aulico e gioca bene a freccette. Accortosi molto presto del talento del nipote nel lanciare e colpire sempre il centro, Paolo è deciso a sfruttarne la disposizione, iscrivendolo al campionato mondiale di freccette. Spera in questo modo di vincere sessantamila euro e di sistemarsi per sempre lontano dalla provincia friulana. Niente andrà come previsto e Paolo farà finalmente i conti con se stesso e coi sentimenti degli altri.
Opera prima di Matteo Oleotto, Zoran, il mio nipote scemo si svolge in un piccolo paese della provincia friulana che, come quella di Andrea Molaioli contempla ‘lo scemo del villaggio’ ma declina la storia in commedia. ‘Alterato’ da uno sguardo etilico, Zoran, il mio nipote scemo descrive un territorio e un soggetto che il regista goriziano conosce bene, dedicandosi alle vigne e al vino nel tempo libero. E il vino è senza dubbio la materia di cui è fatto il film di Oleotto e il sogno del suo protagonista.
Praticando leggerezza e sorriso, Zoran, il mio nipote scemo gravita intorno a due nodi narrativi, il caso e l’occasione. Il caso, la morte improvvisa di una zia dimenticata e forse mai conosciuta, offre al Bressan di Giuseppe Battiston l’occasione di dare una svolta alla propria vita, trasformandola, nell’epilogo, in esperienza di vita. A innescare il gioco è un ragazzino che riuscirà a ‘invischiare’ uno zio ruvido e ubriacone in qualcosa che Paolo Bressan non aveva previsto e che ha a che fare con la riscoperta dei sentimenti e dell’amore.
Punteggiata da siparietti, risate grasse e gomiti alzati, la commedia di Oleotto si muove al ritmo di una canzone popolare, zeppo di “buone cose di pessimo gusto”. Libero e svagato, poggia come tralcio alla vite sulle spalle larghe di Giuseppe Battiston, a cui Oleotto affida un personaggio bisbetico, che conferma e rinnova all’attore il consenso del proprio pubblico. Rok Prašnikar, efficace e intenso alla sua prima prova, resiste a un personaggio fuor di misura e a uno zio cialtrone, che infila osterie e scorciatoie. La scrittura caricaturale e l’eccessivo buonismo annullano tuttavia la candida percezione della vita del nipote Prašnikar, che tutt’altro che scemo riassorbe e in qualche occasione neutralizza la sfacciata (e villana) piacioneria dello zio Battiston. Come un buon vino friulano, Zoran, il mio nipote scemo si beve e lascia nel finale in bocca un sapore amabile e rotondo.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

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