Sacro GRA

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Sul Grande Raccordo Anulare si intrecciano ogni giorno diverse storie di vita: dal duro lavoro di un barelliere su un’ambulanza, alle allegre chiacchierate tra un nobile piemontese e sua figlia, dalle strane abitudini di un principe, alle difficili ricerche di un botanico e di un pescatore.
Il documentarista Gianfranco Rosi torna in Italia, dopo una parentesi americana, per indagare il contesto di uno dei più frequentati non-luoghi di Roma, il Grande Raccordo Anulare. Ed è proprio esso il Sacro GRA che dà il nome al titolo e su cui ruota l’intera vicenda. Rosi compie un lavoro di ricerca sul territorio, cercando di ricreare sullo schermo quella dimensione provinciale che caratterizza la periferia di Roma. È uno sguardo intimo, penetrante ed intenso quello del regista sulle persone che divengono protagoniste della sua storia, tutte appartenenti a quel ceto popolare spesso trascurato.
Sacro GRA propone un collage di situazioni completamente diverse che avvengono sullo stesso territorio, l’una all’insaputa dell’altra, mostrando una realtà apparentemente lontana, ma molto viva nella nostra società, non solo a Roma. Sono le emozioni a pervadere lo schermo: dai brividi per gli incidenti stradali in cui interviene tempestivamente un barelliere del pronto soccorso, alla tensione alla notizia della contaminazione delle anguille nelle acque del Tevere che rischia di rovinare la fauna e di compromettere il lavoro di un pescatore, il sorriso di fronte alle interessanti conversazioni che avvengono in uno dei condomini che si affacciano sul Raccordo, dove un nobile piemontese vive con la figlia laureanda. Sono ricchi di fascino questi strani personaggi che si lasciano osservare nella loro realtà quotidiana, mostrando senza filtri al pubblico le loro occupazioni giornaliere e i loro piccoli momenti di relax. Si segue la nuova tendenza intrapresa negli ultimi anni dal cinema documentario, sviluppata in Italia soprattutto da Martina Parenti e Massimo D’Anolfi (Il castello, Materia Oscura) secondo cui un luogo si ricrea grazie ad evocazioni, immagini, rumori, unici elementi in grado di restituire la forma più vicina alla realtà. Scompare la voce fuori campo, per dare spazio ad una dimensione più oggettiva, dove il contesto stesso assurge a ruolo di protagonista assoluto.
La macchina da presa viene posta a stretto contatto dei soggetti che interessano le inquadrature, rendendosi invisibile e regalando una quotidianità insolita alla finzione filmica. Rosi abbandona l’approccio indagatorio che aveva adottato nell’ultima sua opera El Sicario, per concentrarsi su una dimensione più raccolta e semplice, mantenendo però quel senso di intimità che aveva dimostrato nei lavori precedenti. Molta attenzione viene riservata alle strutture che caratterizzano il territorio del Grande Raccordo Anulare: dall’enorme villa di un principe, vero e proprio regno del kitch – il cui arredamento ricorda terribilmente l’abitazione di Woody Allen in Small Time Crooks – al piccolo camper dove vivono tra gli stenti due anziane donne, fino al condominio che sorge sul ciglio della strada e alla casetta di un pescatore sul Tevere. Rosi mostra un contesto fortemente eterogeneo, ricco di storie autentiche, capaci di regalare sincere emozioni, mostrando l’importanza che una realtà periferica può assumere, pur restando sempre ai margini della città.
Per la realizzazione di questo film, Rosi ha trascorso due anni su un mini-van nel grande raccordo anulare alla ricerca dei suoi personaggi, occupandosi da solo di regia, fotografia e suono. Ed è grazie alla lungimiranza dei produttori Marco Visalberghi e Carole Solive, che hanno investito nel progetto, che il regista ha potuto realizzare un prodotto filmico di così alto livello. Accanto a loro, il produttore creativo Dario Zonta (già collaboratore di Alina Marazzi in Tutto parla di te). Sacro GRA non sarebbe mai stato realizzato senza il prezioso contributo di Nicolò Bassetti, fondatore di Nuovi Paesaggi Urbani, laboratorio di idee in continua evoluzione che ha dato avvio al progetto.
Il Festival di Venezia si dimostra coraggioso, ammettendo in concorso un documentario fortemente audace, che apre le porte ad un cinema nuovo, sincero e reale.
Giulia Bramati, da “storiadeifilm.it”

Intorno al Grande raccordo anulare di Roma (GRA) si svolgono diverse esistenze. Un nobile piemontese decaduto che vive con la figlia in un appartamento in periferia (accanto ad un dj indiano), un pescatore d’anguille, un esperto botanico che combatte per la sopravvivenza delle palme, un paramedico con una madre affetta da demenza senile, delle prostitute transessuali, un nobile che vive in un castello affittato come set per fotoromanzi, alcuni fedeli che osservano un’esclisse al Divino Amore attribuendola alla Madonna e delle ragazze immagine di un bar.
Nonostante sia raccontato in maniera non lineare, incrociando le diverse storie che il regista ha scelto di seguire, Sacro GRA appare come un road movie che non attraversa nulla, come se il regista avesse solcato un territorio fermandosi in diversi punti per documentarne l’eterogeneità. Invece è un cerchio il percorso battuto in due anni di lavorazione, tragitto che per antonomasia non conduce a nulla ma collega tutto.
Intorno alla mastodontica struttura che racchiude Roma Rosi ha studiato l’elemento umano, come sempre avviene nei suoi documentari che partono da un paesaggio per indagare i suoi abitanti. In questo caso il paesaggio umano che si muove nel paesaggio urbano a pochi metri dal raccordo, visto attraverso il montaggio che il regista fa delle decine di ore di materiale girato, diventa un paesaggio cinematografico.
Se il cinema di finzione ha la capacità di fondare la mitologia dei luoghi realmente esistenti in cui sceglie di ambientare le sue storie, Sacro GRA scarta subito la soluzione più semplice solitamente lasciata ai documentari e riprende pochissimo il raccordo in sè. Sono gli uomini a definire il luogo e non viceversa, un’umanità assurda, paradossale e imprevedibile. Persone e caratteri che la realtà sembra ereditare dal cinema (tanto che ci si chiede cosa si sia ispirato a cosa).
Si fa infatti fatica ad accettare la realtà documentaristica delle storie di Sacro GRA tanto il loro svolgersi pare in linea con i dettami e gli stilemi dei generi del cinema. Alcuni segmenti ricordano le commedie italiane anni ’50, altri hanno personaggi che parlano di “antipasti della vendetta” e di attacchi come in un film di guerra, altri sono apertamente grotteschi e caricaturali, altri ancora non disdegnano il dramma intimista della vecchiaia o il kammerspiel, con una finestra a fare da frame nel frame.
In ogni caso è la capacità fuori dal normale di Gianfranco Rosi di posizionare la videocamera (quindi scegliere il suo punto di vista sugli eventi) a provocare la trasfigurazione del reale in mitologia del cinema. Come se fosse andato ai confini del mondo (e invece, lo si ripete, ha solo girato in tondo) Rosi riesce a distruggere ogni convenzione documentarista per trovare il cinema nella realtà attraverso lo sguardo e raccontare così il paesaggio umano più vicino a noi (dopo i narcos di El sicario e i messicani di Below sea level). Nato ad Asmara, con nazionalità italiana e americana, nell’85 si trasferisce a New York dove studia alla New York University Film School. Il suo primo mediometraggio, Boatman, risale al 1993 e viene presentato in vari festival internazionali. In seguito presenta alla Mostra del Cinema di Venezia Afterwords, nel 2001, e Below Sea Level, nel 2008, che si aggiudica i premi Orizzonti e Doc/It. Il film vince anche il premio come miglior documentario al Bellaria Film Festival, i Grand Prix e il Prix des Jeunes al Cinéma du Réel del 2009, il premio per il miglior film al One World Film Festival di Praga, il Premio Vittorio De Seta al Bif&st 2009 per il miglior documentario ed è nominato come miglior documentario all’European Film Awards 2009.
Del 2010 è invece il lungometraggio El sicario – Room 164, film-intervista su un sicario messicano che vince diversi premi. Dirige inoltre varie pubblicità progresso, ma il successo vero e proprio arriva nel 2013, quando il suo documentario Sacro GRA, che racconta vite difficili intorno al Grande Raccordo Anulare di Roma, vince il il Leone d’oro al miglior film alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Tecnicamente, il Gran Raccordo Anulare romano è una tangenziale. Nella pratica, è un lungo anello di asfalto che, a malapena, segna il confine della grande metropoli, che marca il territorio di quella periferia estrema che contiene e che, al tempo stesso, lo scavalca.
Gianfranco Rosi ha preso la valenza stradale e simbolica di quella circolare lingua di strada e l’ha applicata a un racconto che tocca tangenzialmente – eppure attraversando e lasciandosi attraversare – la vita di un’umanità periferica e marginale, di confine, troppo spesso percorsa superficialmente dagli sguardi come un’auto frettolosa di raggiungere una meta che è sempre altrove.
Prima ancora che antropologia dei non luoghi alla Marc Augé, o che etnografia metropolitana, quello di Sacro GRA è cinema capace di empatia e di emozione, di profondo rispetto per le persone e di grande umanesimo.
I personaggi letteralmente ed etimologicamente eccentrici che Rosi ha scovato e inseguito nel corso di due anni di lavoro rigorosamente “sul campo”, sono talmente carichi di vita e di specificità spiccata da correre teoricamente il rischio di diventare macchiette. È lo sguardo del regista, ad evitarlo: uno sguardo tanto partecipe da farne esplodere la vitalità da un lato e la decadenza dall’altro, e tanto discreto da conoscere il limite etico della sua intrusione.
Attraverso le immagini di un digitale spietato eppure mai gelido, Sacro GRA coglie le contraddizioni di un mondo che è quello dell’esistente e dell’esistenza, e spesso cattura verità piccole, semplici, banali e proprio per questo molto commoventi: una parola come un silenzio, un gesto come un’immobilità.
La tensione costante, la dissonanza che pervadono il racconto e i personaggi del film di Rosi appaiono feconde di possibilità: ma c’è anche una cifra conflittuale che, suggerisce il regista, rischia di sfociare nel mortifero, nella decadenza senza ritorno.
C’è un senso di morte e di disfacimento, che aleggia dentro Sacro GRA: mai compiaciuto, mai dimesso, ma espresso quasi come un silenzioso grido di allarme, come un sos che riguarda il centro tanto quanto la periferia di una società che delle contraddizioni e delle dissonanze si nutre troppo spesso in maniera tutt’altro che positiva e costruttiva.
Lontano dai proclami quanto dai catastrofismi, però, Rosi non cede e invita a non cedere. Perché sono quelle vite di confine – in nome della dignità e dell’umiltà, e non a un appartenenza di classe – il vero baluardo al banchetto orgiastico di una dissoluzione che, come i parassiti delle palme che rivestono un ruolo fondamentale del film, minaccia di corrodere da dentro (e dal centro) il nostro mondo.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

“Il mondo finisce sul Grande Raccordo Anulare”, cantava Corrado Guzzanti nella sua famosa imitazione di Antonello Venditti che celebrava la più nota autostrada urbana d’Italia. Un luogo in un certo senso mitico, una fascia di cemento e smog che circonda Roma come “un anello di Saturno” e che Gianfranco Rosi ha posto al centro del suo nuovo documentario, vincitore del Leone d’Oro alla Mostra di Venezia, Sacro GRA.
Sin dai primi fotogrammi del film appare evidente che il GRA è trattato come una metafora, una scusa bella e buona per raccontare storie “ai margini”, non solo di Roma, ma dell’Italia e forse del mondo. C’è il nobile decaduto che affitta la villa per i fotoromanzi, il professore in pensione con la figlia studentessa, il paramedico che attraversa ogni notte il Raccordo a bordo della sua ambulanza e l’esperto di larve delle piante che si occupa di disinfestare le palme. Queste sono solo alcune delle storie raccontate in Sacro GRA, storie a volte bizzarre, a volte di vita vissuta, che vengono trattate con una certa tenerezza e una dose di romanticismo.
Insomma, è chiaro che Sacro GRA ambisce ad essere qualcosa di più di un documentario: lo stesso Rosi ha definito i suoi protagonisti “attori che non sanno di recitare” e, per una volta, viene immediatamente palesato che quando si osserva qualcosa, la si modifica per forza. Il principio di Heisenberg è alla base di ogni documentario, perché chi li realizza parte sempre da una struttura a tre atti tipica del cinema e della narrazione tutta, perciò inevitabilmente manipola le informazioni, anche se in maniera minima. La differenza tra Sacro GRA e un comune documentario sta nel fatto che, se normalmente i registi negano che ci sia stata questa manipolazione, Rosi ammette tutto subito e ricerca il dettaglio curioso, il montaggio ad effetto.
Il bello è che la scelta paga: nonostante non ci si trovi propriamente di fronte a un ritratto della normalità, se la tesi era quella di mostrare le contraddizioni della Capitale, il suo accostamento di moderno e antico e anche una certa decadenza strutturale dall’indubbio fascino, Rosi centra in pieno l’obbiettivo. Forse Sacro GRA non era da Leone d’Oro, ma di certo è uno dei film italiani dell’anno.
Marco Triolo, da “film.it”

Gianfranco Rosi con Sacro GRA ha deciso di raccontare un angolo del suo Paese, girando e perdendosi per più di due anni con un mini-van sul Grande Raccordo Anulare di Roma per scoprire i mondi invisibili e i futuri possibili che questo luogo magico cela oltre il muro del suo frastuono continuo. Si tratta della più estesa autostrada d’Italia, che circonda la capitale come gli anelli di Saturno.
Dallo sfondo emergono personaggi altrimenti invisibili e apparizioni fugaci: un nobile piemontese e sua figlia laureanda, assegnatari di un monolocale in un moderno condominio ai bordi del Raccordo; un botanico armato di sonde sonore e pozioni chimiche cerca il rimedio per liberare le palme della sua oasi dalle larve divoratrici.
Ancora avanti: un principe dei nostri giorni con un sigaro in bocca fa ginnastica sul tetto del suo castello assediato dalle palazzine della periferia informe a un’uscita del Raccordo; un barelliere in servizio sull’autoambulanza del 118 dà soccorso e conforto girando notte e giorno sull’anello autostradale; un pescatore di anguille vive su di una zattera all’ombra di un cavalcavia sul fiume Tevere…
Le pecore e l’autostrada sono le protagoniste di una delle prime inquadrature di Sacro GRA. Un curioso contrasto: da una parte il gruppo di animali al pascolo, e pochi metri più in là l’autostrada con il traffico. Una prima contraddizione in cui però gli elementi sembrano coesistere nello spazio senza problemi. Forse perché sono costretti a farlo, e ormai sono abituati.
La Roma periferica e “centrifuga” di Rosi è così variegata che spesso i personaggi sembrano scritti a tavolino. I personaggi interpretano loro stessi, e questo non lo si mette affatto in dubbio: ci sono Cesare l’anguillaro, il nobile piemontese Paolo con la figlia Amelia, il barelliere Roberto che va a trovare la madre, il palmologo Francesco, il principe Filippo e la consorte Xsenia, l’attore di fotoromanzi Gaetano…
Un parco di figure che spesso non ci si crede, ma che non si ha alcun problema ad accettare come “veri”. Il dubbio che però più di qualcuno ha sollevato è che i dialoghi, spesso anche molto “brillanti”, sembrano scritti o preparati a tavolino. Se si inizia a leggere il film in questo modo, si può anche uscire dalla sala piuttosto perplessi: siamo sicuro che sia un puro documentario?
La questione è aperta, ma quello su cui non si può dubitare di Sacro GRA è la sua capacità di documentare il paesaggio. Che poi è il fine primo del film, anche se per forza di cose il contenuto slitta sulla “fauna” che popola questo paesaggio. Storie comuni e personaggi paradossali, che fanno il loro lavoro o popolano il mondo della notte, con i mangiafuoco, gli autostoppisti, le prostitute e le cubiste.
Viene da dire “che personaggi!”. E bisognerebbe già organizzare in qualche cinema un double bill con La Grande Bellezza. Si ride parecchio, spesso anche di gusto: si veda solo il momento in cui l’anguillaro commenta con tono arrabbiato ma ironico una notizia letta su un giornale relativa al mischiare anguille provenienti da zone diverse nella stessa acqua, mentre una donna cuce seduta allo stesso tavolo ma totalmente disinteressata.
C’è anche spazio per momenti di tenerezza improvvisa, come nella scena in cui il barelliere va a trovare la madre anziana a casa. Ciò che però affascina di più nel film di Rosi sono le inquadrature diverse: campi lunghi sul GRA, ipnotici travelling con soggettiva dell’auto di turno che sfreccia sull’autostrada, e originali inquadrature dall’alto sulle finestre di una palazzina.
Viene contemplata anche la natura, con bellissimi dettagli su larve e punteruoli che si cibano di una palma. Una palma che “non ha come difendersi: perché l’hanno attaccata al cuore”. I “contorni” di Roma non sono poi così diversi evidentemente dal cuore della città, con tutti i suoi colori e le sue contraddizioni.
da “cineblog.it”

La vita di alcune persone, e personaggi, che vivono in prossimità del Grande Raccordo Anulare di Roma, seguiti dal regista Gianfranco Rosi nel corso di quasi tre anni di ricerche e di riprese.

“ Il GRA, Grande Raccordo Anulare, è l’autostrada urbana più lunga d’Italia, con un’estensione pari ad un anello di Saturno”

Queste le parole con le quali viene descritto il GRA, un non luogo esplorato in lungo e in largo da Nicolò Basetti, urbanista e paesaggista che a piedi e con altri mezzi ha deciso di dare vita ad una lunga camminata antropologica, attraversando più volte i quasi settanta chilometri del Grande Raccordo Anulare tramutandoli in quasi 300, percorrendoli e consegnandoli al documentarista Gianfranco Rosi, il quale, forte delle esperienze maturate fra l’India, la vita ai margini, delle baraccopoli made in USA, e dei narcotrafficanti messicani, per una volta ha deciso di ripercorrere nuovamente quei quasi settanta chilometri, soffermandosi anch’egli alla ricerca di vite ai margini, che si trovano lungo quella linea di confine che è il GRA, ovvero fra il centro sfavillante della capitale e la vita lontana dai riflettori, li dove la cementificazione, il degrado e i campi incolti, possono lasciare ben poco spazio all’inventiva. Le storie scovate e narrate da Rosi risultano al fine qualche cosa di tenero, mai visto, quasi irreale per quanto paiono assurde, ma reali al tempo stesso; si passa dal soccorritore in ambulanza, al nobile decaduto che vive in pochi metri quadrati in compagnia della figlia, dal pescatore di anguille a due prostitute ormai troppo anziane per poter sperare di attirare qualche cliente danaroso. Dal nobile che decide di affittare la propria abitazione come set per fotoromanzi, sino al ‘Palmologo’ interessato alla salute delle palme che accudisce con grande cura. Tutte storie narrate sullo sfondo poliedrico e cementificato del GRA, un non-luogo che Renato Nicolini definiva “il muro invalicabile” restituitoci per una volta non più come una terra di nessuno ma come un luogo quasi metafisico e meritevole di venire studiato ed esplorato. Lo sforzo di Rosi riesce quindi a colpire l’immaginazione del pubblico con una pellicola che può fare tranquillamente coppia con “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino; se nel film del regista partenopeo Roma veniva percepita come fonte splendore e di estasi, in quella di Rosi la capitale non viene mai vista ma è filtrata solo attraverso la lingua di asfalto del GRA.
Ciro Andreotti, da “impattosonoro.it”

Il vincitore del Leone d’oro a Venezia 70 è anche uno dei due documentari coraggiosamente inseriti in concorso. Ma è sopratutto un lavoro in netta controtendenza rispetto a una selezione in cui almeno la metà delle opere presentava scene di violenza domestica, suicidi o omicidi. A sorpresa, il film Gianfranco Rosi, quarantanovenne documentarista italo-americano affermato all’estero con i precedenti “Boatman”, “Below Sea Level”, e “El Sicario-Room 164”, ma non ancora profeta in patria, risulta essere estremamente spassoso, un’autentica commedia all’italiana sotto mentite spoglie, accolta da dieci minuti di applausi alla prima proiezione veneziana.
Il GRA del titolo altro non è che il Grande raccordo anulare, l’immensa cintura autostradale che circonda Roma come gli anelli cingono Saturno (parola dei titoli di testa). L’autore, che ha girovagato per più di due anni a bordo di una monovolume alla ricerca di spunti intriganti sulla scorta del lavoro del paesaggista Nicolò Bassetti, raccolto duecento minuti di filmato e scremato il tutto in sette mesi di montaggio, è intelligente nel non soffermarsi sugli aspetti più ovvi, come gli interminabili incolonnamenti in cui “ce poi morì di vecchiaia”, per dirla con Guzzanti/Venditti, ma va alla ricerca di situazioni nascoste, marginali, così curiose che meritano però di essere portate a galla.
E così emerge una popolazione dimenticata – soffocata com’è dal fiume di auto – quanto indimenticabile, accomunata da un forte legame, per lo più nostalgico, con il passato e da una solida identità che si premura di preservare. Bizzarri personaggi, dal pescatore di anguille del Tevere, al barelliere con la battuta pronta che accudisce la madre malata e conosce ragazze in chat, al nobile piemontese dalla filosofia strampalata che vive in un monolocale e intrattiene la figlia perennemente al computer, ad anacronistici attori di fotoromanzi, a pittoresche prostitute non più giovanissime, a ballerine sul cubo troppo truccate, a un botanico in lotta contro le larve, fino a un principe tenutario di un castello con vista sul Raccordo, adibito a impronunciabile (per lui) bed&breakfast o a set televisivo e cinematografico.
Lungi dal “rubare” le immagini che cattura, Rosi palesa la macchina da presa ai personaggi, e lascia loro libero sfogo senza mai intervenire con domande o commenti. Così un documentario d’osservazione diventa una sorta di provino: da un lato solletica la vanità degli interpellati, smaniosi di ingigantire le proprie qualità (l’anguillaro che si lamenta di non essere stato consultato per la stesura di un articolo di giornale), dall’altro dà loro la possibilità di raccontare vicende a cui probabilmente nessuno di importante si era mai interessato. I risultati danno ragione a una frase di Orson Welles secondo cui gli italiani sono attori nati, e basta mettere davanti a loro una telecamera per strappare recitazioni straordinarie. Anche la “romanità” di gran parte dei personaggi aiuta non poco.
Ma gli esiti interessano anche il pubblico, reso partecipe di realtà di cui verosimilmente ignorava l’esistenza, immortalata con immagini di pudica limpidezza, mai estetizzanti, anche quando a essere filmate sono una rara nevicata notturna, che è anche l’ideale sordina per un luogo frastornante, o le luci artificiali filtrate da un parabrezza. Ci auguriamo che, dopo l’investitura della giuria della Mostra, accorra numeroso a scoprire questo gioiellino dedicato all’inventore dell’estate romana Renato Nicolini e implicitamente a Lucio Dalla, la cui “Il cielo” accompagna, sontuosa, i titoli di coda.
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

Avviluppa Roma come un serpente il Grande raccordo anulare, familiarmente noto come GRA: “la più grande autostrada urbana d’Italia”. Ed è lì che il regista Gianfranco Rosi va a cercare le sue storie – o meglio i suoi personaggi – per il documentario Sacro Gra, seconda opera di non fiction vista in concorso a Venezia 70 dopo The Unknown Known di Errol Morris.
In molti hanno storto il naso: Sacro Gra non racconta la Roma di tutti i giorni, quella dei pendolari, degli studenti, dei romani che passano sul Raccordo buona parte delle loro giornate. Il GRA di Rosi è un non-luogo: l’autostrada della capitale ma al contempo onirico percorso tra personaggi grotteschi e straordinari che sono si romani, ma hanno la caratura di eroi letterari universali. Personaggi che vivono in una Roma in cui il cupolone si cita solo en passant e in cui nel Tevere ancora si pescano le anguille.
La forza dell’opera di Rosi – oltre che nelle magnifiche immagini di questi posti semi sconosciuti – risiede proprio nelle piccole ma grandi storie che porta sullo schermo. Aggirandosi per le periferie di Roma scova sette personaggi “in cerca d’autore”: le loro storie, come già quella del sicario della sua opera precedente, sono già cinema. Serve solo che il cinema vada loro incontro, anche se in potenza è già li. Tenute insieme dall’ambulanza che pattuglia il Raccordo, e dalle vicende private del barelliere che ci lavora, le storie di Rosi sono semplicissime ed al contempo epiche: il principe senza corona e con titoli farlocchi che affitta la sua villa kitsch a Boccea come Bed & Breakfast e per la realizzazione di fotoromanzi (che incredibilmente esistono ancora, anche se l’ultima che ne avevamo sentito parlare era in Lo sceicco bianco); un elegante signore filosofeggiante che vive con la figlia in un palazzone a ridosso del raccordo; due attempate signore transessuali che chiacchierano tra loro; un pescatore di anguille tiberine; un botanico che fa la guerra agli insetti che infestano e divorano le palme. Rispetto al precedente El Sicario Room 164 il contesto, l’ambientazione, torna ad essere protagonista insieme alle persone: né potrebbe essere altrimenti dato che è il GRA – questo straniante ambiente ultra-urbano ai cui margini pascolano però le pecore – che produce le sue storie, che fa da trait d’union tra i personaggi del film. Non uno spaccato della Roma quotidiana ma di quella sommersa, non un documentario realista sulle dinamiche di un luogo di transito che in moltissimi vivono in prima persona, ma le sue storie nascoste. Storie che da documenti diventano vicende epiche, trame poetiche da cinema di finzione.
Se per alcuni questa è furbizia, sarebbe più giusto dire che il cinema può trovare anche nella sua forma documentaria un modo di far combaciare la realtà con ciò che la trascende. Da sola, la lotta forsennata dell’anziano botanico con le larve nemiche delle sue amate palme non ha niente da invidiare ad una tragedia classica.
Giovanna Branca, da “close-up-it”

Lontano da qualsiasi riferimento leggendario, il Sacro GRA che racconta Gianfranco Rosi (nome in codice per Grande Raccordo Anulare) è la più estesa autostrada urbana d’Italia. 70 km che il cineasta ha percorso – e in cui si è perso – a bordo di un mini-van. Un lavoro d’esplorazione e di scoperta durato oltre due anni, durante i quali ha incontrato persone, conosciuto realtà, fotografato mondi, “violato” domicili, dato voce a chi (letteralmente) vive ai margini, seguendo i passi che il paesaggista Nicolò Bassetti aveva già mosso prima di lui. Sua l’idea di consegnare questo bagaglio di esperienze nelle mani di un maestro del cinema del reale perché ne traesse un racconto (per il documentarista si tratta del primo lavoro su commissione).
Nasce così il progetto SacroGra, che oltre al film – il primo documentario italiano in Concorso e per di più vincitore del Leone d’Oro nella storia della Mostra del Cinema di Venezia – prevede un libro (scritto da Bassetti e corredato da foto curate da Massimo Vitali; uscirà in autunno edito da Quodlibet), un sito web e una mostra.
Un’opera eccentrica – perché di storie eccentriche si nutre –, che non ha alcun secondo fine se non quello di far conoscere, così com’è, l’umanità inedita e altrimenti invisibile che vive ai bordi di quel rumoroso fiume di macchine, così privo di identità.
La geografia umana che compone il Sacro GRA di Rosi un’identità invece ce l’ha, e pure molte forte. Sbirciando dalle finestre o entrando dalla porta principale, conosciamo un nobile piemontese e la figlia laureanda, stipati in un monolocale di un moderno condominio, circondato non solo dal traffico stradale ma anche da quello aereo; un palmologo che, munito di sonde, ogni giorno cerca di combattere le larve che si insinuano nel cuore delle piante, divorandolo; un anguillaro, che vive su una zattera ancorata lungo il Tevere; un attore di fotoromanzi, retaggio della Roma cinematografica di un tempo ossessionata dalla ricerca della fama, che sa posare davanti all’obiettivo ma non usare i congiuntivi; un barelliere in servizio sull’ambulanza, che sfreccia sul Raccordo per offrire soccorso; un moderno principe dal sigaro perennemente in bocca che vive nel suo castello proprio in corrispondenza di una delle uscite dell’autostrada; prostitute agèe di stanza in un camper che mangiano prosciutto e cantano Gianna Nannini.
Rosi li riprende in scorci di vita quotidiana, usando la macchina da presa in modo obiettivo ma al contempo partecipe, trasformandoli involontariamente in personaggi che camminano sul confine tra realtà e finzione, ma mai lo valicano. Alternando le loro vite alla fotografia, meravigliosa, di quel paesaggio desolante. Ossimori di una realtà che esiste davvero e che sa essere talvolta drammatica (la strada spesso lascia sull’asfalto macchine accartocciate e corpi feriti), surreale (come la guerra che il palmologo dichiara a quei micidiali insetti), tenera (vedi la preoccupazione del nobile piemontese per la figlia che non ha ancora trovato un fidanzato), divertente (come gli sproloqui sulle proprie occasioni sessuali da parte dell’attore di fotoromanzi o le critiche che l’anguillaro muove ai giornalisti che scrivono idiozie).
Una ricchezza che incuriosisce e lascia sconcertati e proprio in questo dualismo rivela la sua bellezza. Che Rosi sa esaltare da maestro qual è. 93′ di una Roma inedita (frutto di un lavoro di montaggio lungo otto mesi) che vale la pena di essere scoperta.
Mi piace
La bellezza desolante che Rosi riprende, esaltando la natura contraddittoria del paesaggio e di coloro che lo abitano. La regia capace di scovare l’essenza cinematografica della realtà.
Non mi piace
Un paio di sequenze eccessivamente retoriche e “furbe”.
Consigliato a chi: Vuole conoscere l’altra faccia della “Grande Bellezza”.
Voto 4/5
Silvia Urban, da “bestmovie.it”

Un anello. Che circonda e unisce Roma, su due carreggiate. Esterna e interna. Di giorno, su alcuni tratti, può diventare una trappola infernale. Di notte, quando il frastuono dei motori è intervallato dal silenzio del buio, custodisce i segreti di alcune storie a margine di un universo in espansione. Con i suoi 68,2 km, il Grande Raccordo Anulare è la più estesa autostrada urbana d’Italia: con il suo sguardo, Gianfranco Rosi porta in superficie gli scorci di un’umanità inedita, ai bordi di un confine fallito, depositaria di un passato che non muore e sospesa in un presente che può prendere forma verso tanti futuri possibili.
E’ Sacro GRA, film-documentario che non inizia e non si conclude, che parte da un punto qualsiasi del Raccordo Anulare (“anello di Saturno”, come ci ricorda un cartello prima della visione che prende in prestito la definizione da Roma di Fellini) e, da lì, effettua un giro lungo 93 minuti. Per scorgere frammenti di esistenze altrimenti impossibili da “inquadrare”, inghiottite dalla stasi di una struttura dove a regnare è solamente il rumore, e la velocità: ai nostri occhi allora ecco apparire (e scomparire) un nobile piemontese e sua figlia all’interno di un monolocale in un moderno condominio ai bordi del Raccordo, un botanico che attraverso sonde sonore e pozioni chimiche cerca di salvare le palme della sua oasi dai letali punteruoli rossi, un principe dei nostri tempi che affitta il proprio castello per qualsiasi cosa, convegni, bed&breakfast, sessioni di shooting, un attore di fotoromanzi che un tempo era una comparsa cinematografica, un barelliere in servizio sull’ambulanza, un pescatore d’anguille che vive sulle sponde del Tevere: Gianfranco Rosi ci mostra ognuno di loro, ce li “suggerisce” sarebbe meglio dire, inconsapevolmente fieri di detenere (e trasmettere) un’identità talmente forte da non aver bisogno di ulteriori approfondimenti.
Perché comunque sarebbe impossibile farlo: Sacro GRA – Leone d’Oro alla recente Mostra di Venezia – non è un film “sul” Raccordo Anulare, o sulle persone che ci vivono accanto, Sacro GRA è un film “con il” Raccordo Anulare, che cammina intorno a questo anello divenendo esso stesso anello. Per circoscrivere momentaneamente, e rilasciare ogni volta libere, le esistenze che ha deciso di portare in superficie: “E’ incredibile, il cupolone si vede anche da qui”, dice ad un certo punto Paolo, il nobile piemontese, affacciandosi dalla finestra del suo monolocale. Che sia vero o meno poco importa, l’epifania è sconvolgente anche dal punto di vista cinematografico: quella Roma lì, del cupolone e delle fontane, dei musei e delle chiese, mondana e immobile, è rimasta dov’era, visibile in lontananza anche ad occhio nudo.
Per trovare questi altri pezzi di Roma, invece, è necessario servirsi del microscopio di Gianfranco Rosi. Che sfida i romani stessi a percepire di quali quadranti della capitale si tratti: perché intorno al Raccordo tutto si può mischiare o confondere, tranne l’identità di un’umanità così eterogenea.
di Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

Veni. Vidi. Vici. Così si può riassumere la vittoria conseguita dal documentarista Gianfranco Rosi, che non solo sbarca alla kermesse veneziana con un’opera inusuale per gli standard di selezione tradizionale, ma soprattutto restituisce alla cinematografia italiana l’ambito Leone d’Oro dopo ben 15 anni.

Sacro Gra di Gianfranco Rosi è il Leone d’Oro della 70ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia. E questa è l’inattesa e sorprendente conclusione della principale sezione del concorso, che per la prima volta include al suo interno un’opera di genere documentario.
Per addentrarsi nel “merito” dell’opera stessa, molto più lirica di quanto ci si potrebbe aspettare, conviene soffermarsi proprio sul finale, paradossalmente nella prima e unica immagine in cui lo schermo si fraziona nei numerosi riquadri delle camere a circuito chiuso che monitorano il traffico sul Grande Raccordo Anulare (l’autostrada tangenziale che circonda Roma), nel momento in cui la colonna musicale di sottofondo lancia le note della canzone Il cielo di Lucio Dalla, con le parole “Il cielo, la terra finisce e là comincia il cielo”. Lo slancio panoramico ed esistenziale cantato, e che a prescindere dai generi trova nel cinema d’autore la sua sfera elettiva di antropomorfizzazione, è il fulcro centrale del film. Quelle vedute che Rosi mette in dialogo con gli osservatori alla finestra, gli abitanti delle palazzine che sorgono a ridosso delle corsie del GRA, come alveari nelle cui celle, di pochi e identici metri quadri, si consuma stretta la vita. Fenditure (o crepe) nel flusso apparentemente monotono della quotidianità (i discorsi tra genitori e figli di ogni età, le chiacchiere tra donne sole, giovani dj di musica caraibica) su cui il regista punta il proprio obiettivo dall’esterno con rispetto e delicatezza, sollevando e sospendendo infatti la macchina da presa poco più lontano dei cornicioni, fermo a sua volta a scrutare senza interferire, a lasciare che il racconto evada appunto verso l’orizzonte, al seguito della scia roboante degli aerei che pare sfiorino i tetti, là dove la strada svanisce nella circolarità degli intasamenti automobilistici e gli spazi soffocano sotto il peso dell’abbandono degli agglomerati residenziali. Ma la vita ai margini delle corsie col più alto volume automobilistico in Italia non si esaurisce solo nelle quattro mura domestiche, per quanto in mancanza d’altro e in casi estremi, possano costituire davvero l’unico riferimento autoreferenziale e di sussistenza – che siano abitazioni di proprietà o alloggi su assegnazione – come nell’episodio del fantomatico nobile in decadenza, che affitta la propria casa, dall’arredamento tronfio e kitsch, per gli eventi più disparati: mentre si gode un idromassaggio e gioca a videopoker, il suo salone è la location di un fotoromanzo di serie B. Per le vie dei dintorni lo sguardo del regista incrocia e accompagna i brevi passaggi di un pescatore di anguille del Tevere, le soste di alcune prostitute veterane e di quelle che probabilmente lo diventeranno, gli interventi di pronto soccorso in ambulanza di uno spiritoso operatore sanitario, a ricordarci come nelle statistiche degli ultimi anni proprio il GRA risulti ai primi posti nella classifica delle autostrade con il più elevato rapporto tra incidenti stradali e numero di chilometri. Nella galleria dei personaggi, semplici e spiazzanti insieme, persino un ricercatore botanico che ha dichiarato guerra aperta al punteruolo rosso, micidiale parassita delle palme. Munito di sonde e apparecchi di registrazione, intaglia fori negli arbusti per decretarne la vita o la morte. Rileva le vibrazioni sonore e sancisce come le colonie di insetti producano suoni simili al vociare inarticolato della gente nei ristoranti, metafora dello stesso regista che scava nel brulicare umano annidato intorno al Gra. Nella successione alternata di situazioni slegate o agli antipodi (esemplare la folla intenta a contemplare una manifestazione mistico-atmosferica, seguita dall’uomo alla guida che maledice tutti i santi per l’ingorgo stradale), volti e voci avvolte nella penombra o confuse con le luci sfocate, nell’assenza di evoluzione e accadimento tipicamente finzionale, ci si chiede in cosa consista la sacralità preannunciata dal titolo, se non proprio nel riconoscimento unanime di un nuovo linguaggio dello sguardo che, frantumando le etichette convenzionali, finalmente sprigioni il potenziale di subcoscienza ed emozionalità custodito nel cinema del reale.
di Carmela Albergo, da “spaziofilm.it”

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