La mafia uccide solo d’estate

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La grande scommessa di Pif, quella di realizzare il suo primo lungometraggio da regista e attore protagonista trattando materiale narrativo delicato, dal quale si sarebbe facilmente potuto trarre un gran pasticcio, magari urtando anche la sensibilità di un popolo. Quella scommessa ha invece tutte le carte in regola per essere vinta. Perché, nel raccontare la storia di un ragazzino che cresce nella Palermo degli anni Settanta e Ottanta – raggiungendo la maturità nella decade successiva, travolto dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio – l’autore sorprende il suo pubblico: lo spiazza, lo diverte e arriva anche a farlo commuovere.
Ci sono tutti, ma proprio tutti, ne La mafia uccide solo d’estate: buoni, cattivi e corrotti. Attori che interpretano il giudice Chinnici e il Generale Dalla Chiesa, altri che hanno i ruoli di Totò Riina o Leoluca Bagarella. Ci sono politici poco affidabili e figure pubbliche alle quali il regista non esita a puntare contro il dito. Ci sono i veri volti di eroi come Falcone e Borsellino. Pif (vero nome Pierfrancesco Diliberto) tiene il tutto sotto controllo, evitando di strafare. Sin dall’inizio del suo film chiede allo spettatore di fidarsi di lui e dell’unico modo in cui è in grado di raccontare una storia: attraverso il registro della commedia.
E’ il caso di ricordare che nel film non si ride mai delle tragedie accadute in Sicilia, né si cerca di sminuire troppo a livello macchiettistico i mafiosi. Questi ultimi sono trattati sempre come uomini spietati, vere e proprie bestie. La commedia scatta grazie al punto di vista ingenuo di un giovane protagonista che rielabora nella sua mente innocente tutti quegli orrori. Una volta superata quella prima tensione provocata dal mettere insieme humour e cronaca, il film non solo è convincente, ma a tratti diventa anche molto toccante, arrivando alla fine sulle sponde della poesia.
Perché La mafia uccide solo d’estate rappresenta un taglio nuovo sui soliti temi a cui un regista mira quando si parla della Sicilia e dell’Italia di quegli anni. Pif ci prova e ci riesce. Il giornalista e il comico si fondono: il suo primo viaggio cinematografico è un’esplorazione emotiva, un percorso di formazione il cui punto cruciale è la presa di coscienza scaturita dall’orrore del posto in cui si vive. Perché quegli anni a Palermo erano proprio così. Ci si emoziona quando il regista – fondendo materiale d’archivio e nuove riprese “truccate” come se fossero vere – ricorda la folla di palermitani pronti a entrare in cattedrale ma bloccati dalla polizia durante i funerali di Borsellino. Sullo schermo vediamo un popolo che vuole riprendersi la sua città. Il suo momento più potente di massimo risveglio, quello che portò a dei risultati concreti prima del periodo della grande anestesia di una nazione.
Vengono in mente Forrest Gump e l’ultimo cinema di Benigni: Pif guarda di più al primo, basando il tutto sulla troppa ingenuità del suo personaggio. La sua prova è simpatica, sincera e spiazzante. Dalla commedia il regista è in grado di snodare anche il dramma. Talvolta punta al bersaglio più facile (si veda il finale), ma riesce comunque a realizzare un film memorabile. Coraggio, humour e voglia di indagare su quel momento storico, tirando fuori una nuova interessante prospettiva. La mafia uccide solo d’estate ha tutte queste qualità.
Pierpaolo Festa, da “film.it”

Quello che ci è sempre piaciuto di Pif, l’ex iena Pierfrancesco Diliberto, è saper scovare fatti inediti e particolari, e raccontarli in quel modo simpatico così simpatico, aggiungendo del sano realismo grazie all’uso della telecamera che portava sempre in spalla. La sua voce narrante inoltre, trasmette ormai quel senso di tranquillità e affidamento derivante dal seguito incondizionato che si è conquistato grazie alla sua creatività. Con La mafia uccide solo d’estate mette a segno un altro incredibile punto, il primo della sua carriera cinematografica vera e propria. Non ha scelto un tema facile nè tantomeno originale. Eppure è riuscito a svecchiarlo, grazie alla scelta vincente di girare una commedia amara su un argomento forte ma dal tono semi-serio, senza prendersi realmente mai troppo sul serio.
Narratore anche in questo caso e protagonista assuluto, Pif racconta la storia della vita di Arturo (interpretato dallo stesso Pif), scandita dalla malavita già da quando era solo uno spermatozoo in attesa di fecondare l’ovulo. In una vita trascorsa in un contesto sociale e culturale violento e mentalmente deviato, si ergono le sue gesta d’amore nel tentare di conquistare la bella Flora (Cristiana Capotondi), di cui è invaghito dalle elementari.
La mafia uccide solo d’estate è una favola nera che attraverso la fantasia di Pif, ci mostra una panoramica inusuale sull’Italia dalla fine degli anni ’70 fino ad arrivare all’attualità. Con una narrazione delicata racconta la questione meridionale in tutti i suoi problemi e nello specifico in rapporto alla Mafia, vista dagli occhi profondi ma ingenui di un bambino cresciuto in una città violenta come quella di Palermo, e che è riuscito a costruirsi il suo mondo grazie alla curiosità e alla volontà di conoscenza. La chiave di volta fondamentale per la riuscita del film è l’ironia, quella tecnica che permette di ridere anche sulle faccende più gravi: Pif la usa per indagare i comportamenti umani, per cercare di spiegare le incongruenze della società che, in particolar modo per un bambino, confondono la mente.
La sceneggiatura brillante inoltre riesce ad amalgamare con convinzione la vita personale di Arturo al contesto storico-sociale, dando una versione anticonvenzionale ed improbabile – e per questo divertente – dei fatti sugli eventi più dolorosi che hanno caratterizzato la fine del Novecento italiano. Da Ciancimino a Riina, da Andreotti a Falcone e Borsellino, dal generale Dalla Chiesa a Chinnici. Gli attori politici ci sono tutti.
E’ arrivato il momento quindi, che gli italiani escano dal letargo forzato in cui erano stati – o si erano da soli – obbligati, e che si chiedano come abbiano fatto a rimanere inermi difronte all’escalation di violenza in senso proprio e figurato, che li ha riguardati in quanto popolo e per questo cultori di un senso civile. Senza troppa retorica Pif va dritto al punto, tirando fuori gli scheletri polverosi dagli armadi di cui nessuno si è mai preso la colpa, e facendo appello alla responsabilità sociale nel voler frenare questo fenomeno di menefreghismo dilagante, che non fa che aumentare il cancro della Mafia.
La mafia uccide solo d’estate è un film provocatorio e al tempo stesso toccante; un lavoro completo per il quale possiamo usare un aggettivo importante e poco utilizzato, almeno da chi scrive: ‘efficace’.
Valeria Vinzani, da “filmforlife.org”

Esistono persone che alla nascita ricevono un regalo dal Cielo, una dote innata e Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è sicuramente tra questi. Il suo di dono risiede nella capacità di raccontare storie e, come succedeva con i menestrelli in epoca medievale, le persone che si ritrovano ad ascoltarle vengono totalmente sedotte dal suo stile di narrazione ironico e vagamente naif. Se ormai da anni seguite “Il testimone”, programma regolarmente in onda su MTV dal 2007, per voi il fatto che questo quarantenne palermitano sia in grado di far entrare in empatia lo spettatore con le storie e i personaggi protagonisti delle sue inchieste non sarà certo una sorpresa.
Tuttavia anche in quelli che da sempre si professano tra i suoi fan più accaniti, il senso di stupore nasce quando, mettendo a servizio del cinema le esperienze maturate in gioventù come aiuto regista di Marco Tullio Giordana e Franco Zeffirelli e quelle dei lunghi anni trascorsi nel mondo della tv, riesce a trasformare il suo primo film “La mafia uccide solo d’estate” nell’unica vera novità sfornata dall’industria cinematografica italiana degli ultimi anni.
Il film che narra la storia di Arturo, un bambino nato a Palermo alla fine degli anni ’60 e del suo amore lungo un ventennio per la sua compagna di classe delle elementari Flora, è un’opera multiforme, impossibile da incanalare in un unico genere cinematografico. Se all’apparenza la sceneggiatura firmata da Michele Astori, Marco Martani e dallo stesso regista conserva tutti gli stilemi tipici di una commedia, essa si trasforma più volte nel corso della narrazione. Al tempo stesso l’opera prima di Diliberto si fa infatti film drammatico quando agli episodi divertenti che capitano al protagonista Arturo contrappone le stragi di mafia che riempivano le pagine della cronaca cittadina di quegli anni, per poi trasformarsi in un’ opera dal sapore documentaristico in cui spiega a chi guarda che cos’era Cosa Nostra, chi ne erano i capi e i politici collusi con essa e che soprattutto offre un omaggio commosso, commovente e carico di rispetto per chi, mettendosi contro tutti, continuò la sua battaglia per liberare la Sicilia dal male che la stava infettando, la mafia appunto.
Al contrario di quanto hanno fatto i suoi predecessori, Pif trova nella risata e nella levità la chiavi di volta per raccontare una guerra che nella sola Sicilia ha mietuto durante il secolo scorso oltre 5000 vittime, ed umanizzare eroi come Boris Giuliano, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che vennero resi martiri da uno Stato pressoché assente e da una società civile che sentiva le proprie vite lontane da ciò che leggeva sui giornali.
Oltre all’ottima sceneggiatura che, attraverso l’ironia amara con cui viene raccontata la Palermo di quegli anni, porta il pubblico ad una profonda riflessione, ad essere apprezzate in particolar modo sono le interpretazioni di tutto il cast, in primis quella del giovanissimo Alex Bisconti, che dà il volto ad Arturo da bambino, e la regia agile ed efficace di Diliberto.
“La mafia uccide solo d’estate” è un film che sprona il pubblico non solo a ricordare la propria storia ma anche ad imparare da essa e dagli uomini che ne furono protagonisti. In un momento in cui, come ora, sentiamo bisogno di un eroe che ci salvi, grazie a questo film tornano alla mente le persone che eroi lo furono davvero e le cui vite ci insegnano che il cambiamento è reso possibile solo dalla presa di coscienza e dall’azione di gruppo.
Mirta Barisi, da “ecodelcinema.com”

La ridicolizzazione del “mito”. La mafia uccide solo d’estate è un’operazione molto diversa da quella fatta da Paolo Sorrentino con Il Divo, anche se la “presenza” di Giulio Andreotti potrebbe condurre a fare paragoni, soprattutto per il tono scelto. Ma se per Sorrentino la maschera era un mezzo per rileggere attraverso il grottesco la figura del “Mito”, la maschera nel film di Pif è usata per mettere alla berlina la figura dell’inquietante Potente. Come commedia vuole.
Pif con il suo primo lungometraggio punta più in basso, ma la sua è un’operazione consapevole. Quanti film sulla mafia abbiamo avuto in Italia? Quante critiche si leggono in giro sull’impossibilità del mezzo cinematografico di fare i conti una volta per tutte con una delle piaghe che prova a distruggere il paese da anni e anni? Ecco: Pif tenta nel suo piccolo di mettere una pietra tombale, sia (de)ridendo gli inquietanti Potenti che firmando un’opera di vero impegno civile.
Sarcastico, pungente ma anche toccante, La mafia uccide solo due volte è davvero un esordio sorpredente. Chi non conosce il Pif televisivo, quello de Le Iene e soprattutto Il Testimone, ne resterà stupito per la qualità tecnica e per la direzione piuttosto sicura, anche se non priva di qualche scelta acerba tipica forse dell’opera prima. Chi invece conosce il personaggio tv poteva anche aspettarsi una pellicola che di sicuro non fosse sciocca e volesse impegnarsi per andare oltre la media del panorama italiano. Effettivamente così è.
La mafia ha sempre influenzato la vita di tutti a Palermo, in un modo onell’altro. Il giorno in cui il noto mafioso Vito Ciancimino viene eletto sindaco nel 1969 è anche quello in cui nasce Arturo, e questa coincidenza avrà nella sua vita molte più conseguenze di quanto ci si potrebbe aspettare. Il ragazzo nutrirà infatti due ossessioni, ugualmente totalizzanti: l’amore tormentato per Flora, la compagna di banco di cui è innamorato sin dalle elementari, e quella per lo spaventoso legame tra la sua città e la mafia…
Quella che Pif mette in scena è una città in cui la “cultura della mafia” si va formando pian piano ma in modo esponenziale, senza che nemmeno i cittadini se ne rendano ben conto. Dal “mito” di Andreotti ad oggi, passando per tutte le tappe che hanno costruito una delle pagine più tristi della storia italiana contemporanea, Pif si prende gioco di una Storia che ormai non può che essere presa in giro: perché, dopo tutto ciò che è stato detto e tutto il cinema che ha calpestato l’argomento, è finalmente giunto il momento di riderne per davvero.
Per una volta gli stereotipi e i modi di vivere di un’epoca e di una città vengono usati con cognizione di causa. Pure il mito di Andreotti assume allo stesso tempo dei toni che potrebbero al solito essere inquietanti ma qui innanzitutto sono esilaranti. Arturo, da piccolo, lo prende quasi come un modello da seguire, una figura che indirettamente gli dà delle risposte su come agire nella vita quotidiana. Ad una festa in maschera si traveste persino da lui, scatenando l’ilarità dei compagni (ma non del prete, per il quale “è un grande uomo”).
“La mafia è come i cani: basta non gli si dia fastidio”. La mafia uccide solo d’estate descrive un paese che viene costretto a fare i conti col suo cancro di fronte all’evidenza. Perché dopo anni di stragi, anni di lutti terribili e improvvisi, funerali di stato, dichiarazioni (”la mafia c’è solo in Campania e Calabria”) e quant’altro, ma soprattutto dopo anni di omertà, non si può più far finta di nulla: anche se la mafia non ti tocca direttamente, influenza la tua vita comunque.
Pif usa in modo coraggioso anche il materiale di repertorio, che è vasto, ricco e doloroso nel suo essere mostrato in modo cronologico. Lo usa in modo originale e “rischioso” perché inserisce i personaggi all’interno di questi “documenti” come farebbe addirittura un Zemeckis. Ma l’effetto non è di lesa maestà, anzi: Pif sembra dire che di quella Storia ne abbiamo fatto parte, e che ci appartiene. Quando poi inserisce un bacio ad un funerale, capisci pure che ha delle intuizioni politiche.
Se la storia d’amore fra Arturo e Flora (interpretata nella versione adulta da Cristiana Capotondi) sembra più debole rispetto a tutto il resto, è perché è il contorno ad essere così importante e “di peso”. Invece Pif ha seriamente il dono della leggerezza: oltre a far ridere in moltissime scene, integra la storia d’amore impossibile e ventennale nella Storia facendola diventare un sottile filo conduttore.
Così facendo, l’autore regala a questa storia d’amore che parte con l’innocenza dei bambini e finisce con la coscienza e l’impegno dell’età adulta il compito non facile di trascinare narrativamente il film verso la sua conclusione di alto valore civile. Questo finale, pesantissimo a livello emotivo, potrà anche sembrare un’operazione da “dibattito post-proiezione”; invece racchiude il senso di tutto il film. Che serve per aprire bene gli occhi una volta per tutte, ma soprattutto serve da monito perché non ci sia più bisogno di eroi.
Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

Uno pensa a Pif, alias Pierfrancesco Diliberto, e gli vengono in mente due cose: le Iene e Il testimone. In realtà, il curriculum è più ricco: prima di diventare autore e inviato del programma Mediaset, dove ha lavorato per nove anni, e di realizzare il suo show su Mtv, Pif ha lavorato come assistente di Franco Zeffirelli in Un tè con Mussolini e di Marco Tullio Giordana in I cento passi. La storia di Peppino Impastato non si può leggere come un capitolo casuale della carriera di questo giovane autore: figlio di Palermo, ha vissuto gli anni terribili in cui la mafia lacerava le strade della città siciliana, eliminando uno per uno chiunque cercasse di ostacolarla. E il ventennio che va dagli anni ’70 ai ’90 è al centro del suo primo film da regista, La mafia uccide solo d’estate, commedia ma anche riflessione intima e personale su una realtà con cui l’Italia ha dovuto spesso fare i conti.

La storia è quella di Arturo, un bambino che sin da subito appare diverso dagli altri: concepito il giorno della strage di viale Lazio, uno dei più cruenti regolamenti di conti di Cosa Nostra, sceglie come modello da imitare niente meno che Giulio Andreotti. Il piccolo cresce durante i primi anni di espansione dell’organizzazione di Totò Riina, e li vive con gli occhi curiosi che solo un bambino può avere. Occhi che in realtà sono tutti per Flora, una ragazzina che sarà l’amore della sua vita. Per conquistarla le prova tutte, e vince anche un concorso per aspiranti giornalisti promosso dal quotidiano di Palermo, che lo porta persino ad intervistare il generale Dalla Chiesa. Ma presto l’ingenuità dell’infanzia farà posto a una consapevolezza ben più matura del male, spesso volutamente negato, che attanaglia i cittadini di Palermo.

Il rischio in cui può incorrere un regista all’esordio è quello di voler strafare, ma Pif lo evita con intelligenza. Non per mancanza di coraggio, anzi, ma per consapevolezza nei propri mezzi e qualità di autore. Il tema della mafia l’aveva già affrontato in passato, soprattutto nel Testimone, e qui lo racconta con uno stile che mischia ironia e giornalismo d’inchiesta, un equilibrio che da sempre caratterizza la sua carriera. La storia d’amore tra Arturo e Flora fa solo da pretesto (ben costruito) per tracciare il ritratto di un periodo buio per il nostro Paese, macchiato dal sacrificio di tanti eroi, non solo Falcone e Borsellino. Pif li ricorda e omaggia tutti, con la sottotrama romance che si sviluppa parallela a pezzi di storia (e cronaca) italiana, che rivivono tramite materiale di repertorio usato con criterio e sensibilità. Impossibile non trovare similitudini con la serie di Il testimone, con la voce fuori campo di Pif e le riprese con telecamera a mano, che abbondano soprattutto nella seconda parte. Ma anche questo non è da considerarsi come un difetto, perché non nuoce all’economia della storia.

C’è un motivo, insomma, per cui il film è stato accolto con grandi applausi all’ultimo Festival di Torino. Forse il cinema italiano ha trovato un’alternativa più che valida al solito Checco Zalone.
Mi piace
La sensibilità con cui tratta un tema delicato come la mafia e il modo con cui vuole far riflettere. Deliziosa la prima parte con il piccolo Alex Bisconti, autentica rivelazione.
Non mi piace
Nel secondo atto la storia tra Arturo e Flora diventa un po’ troppo prevedibile, ma è un prezzo che il film paga senza risentirne.
Consigliato a chi
Pensa che il cinema italiano sia cosa solo per gli Zalone di turno, e vuole conoscere un talento giovane, ma già maturo.
Voto: 4/5
da “bestmovie.it”

Forse non si può ridere della mafia, ma contro sì. Lezione contenuta nel bell’esordio alla regia di Pif, La mafia uccide solo d’estate, che squaderna il romanzo criminale per rievocare con i toni della commedia vent’anni di sangue nella Sicilia presa d’assalto dai corleonesi. Scanzonato, malinconico e mai disperato, questo carillon della memoria mette insieme stragi, eroi dell’antimafia, capi, capi dei capi e personaggi di fantasia, per lasciarci, a giro finito, sinceramente commossi e trasognati.
Siamo a Palermo, negli anni ’70, e questa è la storia di Arturo narrata dalla voce di Arturo (Pif). Ma questa è anche la storia di Boris Giuliano e di Rocco Chinnici, di Falcone e Borsellino, dei Lima e degli Andreotti, dei Provenzano e dei Riina, protagonisti in positivo e in negativo di una lunga stagione di veleni, di faide, di lotte di potere e di complici silenzi, di proiettili e tritolo, di tenacia e di coraggio, di abnegazione e di martiri, di altari e povere patrie, figli e figliastri, innocenti e malfattori.
Si sfiorano, si toccano, s’intrecciano, le due storie, la piccola e la grande, spesso si confondono e ogni volta si richiamano, Arturo e Palermo, la parte e il tutto. Fin dall’origine l’esistenza del protagonista è stata segnata dalla vita criminale della città/Stato, rette tangenti in montaggio parallelo. Stesso palazzo: di sopra l’avvinghiarsi dei corpi di mamma e papà alla loro prima sul talamo nuziale; di sotto la carneficina di boss e sicari, ordinata da Riina ed eseguita da Provenzano, l’entrata in scena dei corleonesi. Fuochi d’artificio di coppia e pirotecniche fiammate di proiettili, in mezzo l’inserto animato: la folle corsa degli spermatozoi paterni versi l’ovulo materno, il ritrarsi e il disperdersi al primo colpo di pistola, il colpo di scena, l’ultimo spermatozoo, in ritardo, che lento va in meta quando ormai tace il trambusto: è Arturo.
Siamo alla prima sequenza, ma quanto a sfrontatezza ne sappiamo già abbastanza. Colpisce in Pif la disinvoltura nel combinare materiali visivi e registri diversi. Prevale la delicatezza, l’accordo in bemolle tra un ironico racconto di maturazione, il peregrino apprendistato amoroso e il deja-vù dei nostri anni più bui, illuminati dalla consapevolezza del presente. Banalmente verità e finzione, ma quanta maestria nel tenerle insieme, quanta leggerezza nella gravità, quanta passione tra il set e la vita.
Da Pif (anche autore della sceneggiatura con Michele Astori e Marco Martani) il miglior esordio possibile, bravo nel rimescolare le carte, nel reinventare – al pari, sia pure al di sotto, del Benigni de La vita è bella – un cinema d’impegno da mettere sotto l’albero, il film di Natale che non sai se ridere o se piangere, il divertissement con il groppone in gola.
Alleluja? Non proprio. La favola si frange di continuo nella cronaca, l’infanzia è una categoria antropologia, l’ingenuità di tutti, per troppo tempo complice. Tra un valzer e una lullaby, le musiche di Santi Pulvirenti (da applausi) regalano al film un cuore allucinato e un profilo sinistro. E se l’empatia è solo un’ipotesi (specie tra i due interpreti adulti: Pif e Cristiana Capotondi, rivedibili), la rievocazione appare credibile (non solo d’archivio: preziosi i costumi di Cristiana Ricceri e il Beta d’antan di Roberto Forza), l’umanità sincera, mentre stacca mostri e santini dal muro.
Arturo è tra noi, ha capito, passato da ignorante a innocente. Ma l’Isola, l’isola di Arturo, è sempre lì. E ci vuole coraggio a chiamarla ancora Sicilia.
di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Secondo molti attori non c’è arte più complessa del far sorridere il pubblico. Ma ancora più difficile è riuscire a utilizzare un tono ironico e leggero pur trattando un tema ampiamente diffuso e sofferto come la mafia. Come è possibile, dunque, aver successo nell’impresa senza offendere la sensibilità dell’opinione pubblica rimanendo fedeli allo stile scelto? Bene, per prima cosa si dovrebbe conoscere approfonditamente il soggetto trattato. Altrettanto necessario, poi, è poter contare su una sensibilità particolare grazie alla quale modulare toni e atmosfere, cogliendo la poesia e l’umorismo anche dove, a prima vista, proprio non sembrerebbe esserci. Infine, è d’obbligo avere delle doti narrative, rimanendo fedeli al proprio stile senza timore di essere diversi ma aggrappandosi alle proprie caratteristiche per dare vita ad un percorso molto personale. Così, seguendo queste “regole” senza omettere nulla, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, firma il suo primo lungometraggio La mafia uccide solo d’estate. Abituato ormai da alcuni anni ad essere Il testimone di curiosità e indagini svolte con la naturalezza e l’ingenuità dell’uomo comune, per l’occasione il neo regista e, per l’occasione attore, fa valere le sue origini palermitane creando uno degli esordi più interessanti degli ultimi tempi. Perché quando un racconto ha l’intelligenza di attrarti con il fascino del sorriso per poi portarti con naturalezza all’interno di un’emozione e di una riflessione inaspettata, non può che rappresentare un successo capace di unire la qualità artistica ad un probabile favore al botteghino. E, contrariamente a quanto si possa credere, non è detto che i due elementi vadano di pari passo.
La mafia uccide solo d’estate: Rosario Lisma con Alex Bisconti in una scena del film Certo, il fatto che Pif sia un personaggio di MTV e, quindi, riconoscibile dal pubblico più giovane, ha il suo valore, ma rappresenta solo un punto di partenza. A fare il resto è senza dubbio un film capace di unire racconto personale, evoluzione storica di un paese e pene “d’amor perduto” di un ragazzino utilizzando toni diversi che, con naturalezza, si fondono uno nell’altro riuscendo a riprodurre la varietà della vita. E tutto questo per raccontare vent’anni di volontaria e involontaria concussione con la mafia da parte di un paese intero. Guida d’eccezione all’interno di questo viaggio nel tempo è il piccolo Arturo che, fin dal suo concepimento, ha avuto, suo malgrado, a che fare con i movimenti poco leciti dei boss e dei loro affiliati. Figlio di una famiglia piccolo borghese che non sembra farsi troppe domande su chi governa veramente Palermo, vive un’infanzia all’insegna del suo amore impossibile per la bionda Flora e di una inaspettata venerazione per Giulio Andreotti. Ma anche i miti più solidi sono destinati a cadere o, quanto meno, ad essere sostituiti. Così, dopo aver vinto il primo premio ad una festa scolastica per essersi mascherato da Presidente del Consiglio comprende, grazie al suo incontro con il Generale Dalla Chiesa, che Andreotti non rappresenta una “fonte” poi tanto attendibile. A quel punto è solo questione di tempo prima che l’impacciato Arturo cresca, riuscendo a conquistare finalmente i favori della sua Flora e, come una città intera, non accetti più di credere che la mafia colpisca solo d’estate. In questo modo, con tocchi delicati Pif presenta un viaggio evolutivo in cui la perdita dell’innocenza dei singoli, come di una società intera, non ha necessariamente il sapore amaro della sconfitta nemmeno difronte agli attentati di Falcone e Borsellino.
La mafia uccide solo d’estate: Pif e Cristiana Capotondi in una scena Per quell’occasione, come nell’offrire la sua personale immagine di Dalla Chiesa, l’ex Iena utilizza immagini di repertorio lasciandogli esprimere la loro forza emotiva. In questo modo, senza troppe manomissioni artistiche, la mafia e le sue vittime contribuiscono a scrivere una sceneggiatura multiforme in cui il sorriso si fonde alla commozione con una velocità che, fortunatamente, non lascia il tempo di riflettere ne di razionalizzare. In questo modo Pif dimostra di essere molto più di un testimone mettendo in gioco se stesso e le lezioni imparate amando e crescendo in una città come Palermo. Perché più che proteggersi attraverso una silenziosa accettazione della malvagità, qui è molto più importante imparare a riconoscere il male e a chiamarlo con il suo nome.
Tiziana Morganti, da “movieplayer.it”

E’ fisiologico: anche nelle città in guerra e sotto assedio, attaccate dal terrorismo o dalla criminalità, si continua a vivere, a innamorarsi, ad andare a scuola. In qualsiasi, drammatica situazione, l’istinto di sopravvivenza induce gli uomini a distogliere lo sguardo, camuffare la realtà sotto le spoglie di una normalità fortemente voluta. Palermo negli anni Settanta e Ottanta era una città dove, nonostante il bollettino quotidiano delle vittime, la gente continuava a vivere una sua quotidianità
E’ da questa realtà che prende il titolo il film d’esordio di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, La mafia uccide solo d’estate. Nel film è il padre a dire questa frase al figlio per tranquillizzarlo, ma è anche l’illusoria certezza in cui molti si sono cullati per troppo tempo: quella che la mafia fosse una specie di fenomeno atmosferico, per difendersi dal quale bastava ignorarlo. Pif apre con una dedica ai caduti giusti di questa guerra, e nella storia del piccolo Arturo ripercorre questi tragici eventi filtrandoli attraverso l’occhio ingenuo di un bambino e quello spesso volutamente tale degli adulti: dalla strage di Viale Lazio del 1969, data in cui viene concepito, alle bombe di Capaci e via D’Amelio nel 1992, passando per l’omicidio del generale Dalla Chiesa e quelli di Boris Giuliano, Pio La Torre e Rocco Chinnici, Pif fa nomi e cognomi dei mandanti e degli esecutori, scrive una storia che non si studia sui libri e che in troppi tendono a dimenticare. Lo fa col candore e con l’umorismo propri di un’intelligenza atipica come la sua, che sa di poter accostare toni e argomenti in apparenza agli antipodi, senza mancare di rispetto a nessuno.
E’ così che il suo film diventa il mezzo perfetto per raccontare alle giovani e spesso ignare generazioni la storia di un paese in cui un politico come il Divo, l'”Amico degli amici”, poteva diventare l’idolo di un bambino, per dir loro che la mafia in realtà non ha mai guardato in faccia a nessuno, nemici o ex amici, e che per essere eroe “basta” essere determinati a fare bene il proprio lavoro. Un paese e una città in cui la pigrizia e l’ignavia hanno pian piano ceduto il passo all’impegno e alla consapevolezza civile ma dove c’è ancora moltissimo da fare. E’ bello che a ricordarci chi erano queste persone sia una commedia, che a pronunciarne i nomi non sia per una volta la piazza ma un mezzo trasversale capace di parlare anche a quelli che non leggono e non si interessano al mondo in cui vivono.
Per questo ci è piaciuta la presentazione nei loro piccoli e umani rituali di personaggi come Boris Giuliano e il giudice Chinnici, ma anche la voglia di scherzare sui Padrini, che non per questo cessano di essere feroci e spietati. Da un punto di vista cinematografico ci ha convinto maggiormente la prima parte, quando Arturo e Flora, l’amore della sua vita, sono ancora bambini. Il passaggio un po’ brusco all’età adulta spoglia la vicenda di quella patina favolistica che è l’aspetto migliore della messinscena, fino al finale commosso ma un po’ pleonastico, che ne fa l’ideale apertura di un dibattito nelle scuole,
Ma c’è molto colore (e calore) in questo mondo, in cui Pif si aggira con la grazia stralunata di un Pinocchio che scopre la brutta realtà del Paese dei Balocchi, e molto affetto per un periodo in cui si è stati comunque felici. Niente male davvero per un esordio originale, che invece della solita rassicurante commedia sentimentale ha scelto di raccontare una generazione capace di impegnarsi nelle battaglie giuste, ma sempre col sorriso sulle labbra.
Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

Arturo ha pochi anni e un segreto romantico che condivide con Rocco Chinnici, giudice e vicino di Flora, la bambina che gli ha incendiato il cuore. Nato a Palermo, Arturo è stato concepito il giorno in cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri due uomini della famiglia Badalamenti, uccisero Michele Cavataio vestiti da militari della Guardia di Finanza. Da quel momento e da che si ricordi la sua vita, spesa a Palermo, è stata allacciata alla Mafia e segnata dai suoi efferati delitti. Cresciuto in una famiglia passiva, in una città ‘muta’ e tra cittadini incuranti dei crimini che abbattono i suoi eroi in guerra contro la Mafia, Arturo prova da solo a produrre un profilo e un senso a quegli uomini contro e gentili che gli offrono un iris alla ricotta (il commissario Boris Giuliano) o gli concedono un’intervista (il Generale Dalla Chiesa). L’unico che proprio non riesce a incontrare, ma di cui ritaglia e colleziona foto dai giornali, è il premier Giulio Andreotti, che da una trasmissione televisiva gli impartisce un’ideale lezione sentimentale da applicare al cuore della piccola Flora. Gli anni passano, la Mafia cresce in arroganza e crudeltà e i paladini della giustizia vengono falciati, sparati, esplosi. Soltanto Arturo rimane uguale a se stesso, ossequiante e ‘svenduto’ in una televisione locale e nella campagna elettorale di Salvo Lima. Ma la morte di Giovanni Falcone e quella di Paolo Borsellino lo risveglieranno da un sonno atavico e dentro una città finalmente cosciente.
Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, debutta al cinema con una storia di rimozione, una storia scomoda perché chiama in causa responsabilità collettive che costringono a interrogarsi sull’identità culturale del Paese, sul suo passato e sul suo futuro. Aiuto regista di Marco Tullio Giordana nel 2000, lo ha accompagnato nei cento passi che separavano l’abitazione di Peppino Impastato da quella del boss Tano Badalamenti. E di quel film l’opera prima di Pif ha l’urgenza e la necessità di raccontare una pagina drammatica che non deve essere dimenticata perché rompe col silenzio e con l’omertà, un contratto sociale basato sulla connivenza.
Costruito come un romanzo di formazione, La mafia uccide solo d’estate trova la sua rilevanza in quello che racconta e la sua forza in come lo racconta e come rappresenta la mafia senza indulgenze celebrative. Infilato il terreno minato dell’universo criminale, Pif contempla il fascino sinistro dell’eroe del male, incarnato nel film da Giulio Andreotti e allargato a una lunga serie di ‘persone perbene’e istituzionali fino alla bassa macelleria criminale, scartando i sentimenti retorici e i cliché che veicolano l’idea dell’immutabilità della Mafia. Nato in una regione incline al fatalismo come la Sicilia, Pif fa qualcosa di più che dimostrare la parabola discendente di Cosa Nostra, scegliendo come protagonista un ragazzino che coltiva sogni, speranze e illusioni e che imparerà a sottrarsi alle regole del gioco sentendosi e volendosi ‘diverso’ rispetto alla cultura diffusa di cui la criminalità organizzata è espressione. I padrini forti e arcaici visti sempre nella loro sacralità di potenti e cattivi vengono ‘rovesciati’ in una storia drammaturgicamente valida e capace di scendere dentro le cose.
Cinema impegnato in prima linea, che arriva col sorriso fino in fondo, fino a sentire e a far sentire un dolore lancinante, La Mafia uccide solo d’estate capovolge il comico in tragico ricordandoci che ribellarsi è possibile. Il film porta a coscienza del protagonista e della sua città i mostri che stanno anche dentro chi li vorrebbe cacciare e che decide per questo di dichiarare guerra a una parte di sé. Lo sguardo attonito e incredulo di Arturo bambino sulle omertà e le brutalità del mondo degli adulti, che lo hanno sedotto (Giulio Andreotti), innescato (il giornalista esiliato di Claudio Gioè) e (ri)educato (i ‘retroscena’ del potere mafioso), si posa adesso consapevole sul figlio e sulle targhe di marmo.
Targhe che ‘medicano’ le ferite di Palermo, targhe fissate sui suoi muri e nella sua memoria, targhe su cui Arturo legge i nomi dei caduti per la Mafia. Legge il loro impegno, le loro imprese, rompendo l’ordine delle cose (nostre) e avviando il processo di eredità di chi ha saputo far esistere la cultura come possibilità della comunità.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

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