In Solitario

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Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma, dove ha ricevuto molti applausi, arriva nelle sale italiane En solitarie, esordio alla regia di Christophe Offenstein, con un eccezionale François Cluzet.
Yann Kermadec è partito per la sua prima regata in solitario, sostituendo il cognato infortunato. E’ deciso a vincere ma quando scopre di avere un giovane clandestino a bordo, la prospettiva del viaggio prende una piega diversa e lui stesso dovrà fare i conti con la presenza del ragazzo e con il rapporto che nel corso delle settimane si viene a creare con lui.
Girato in mare aperto, su una vera barca da regata, con una troupe di 18 uomini di cui, parola di testimone, non si avverte la benché minima presenza. Christophe Offenstein, lunga carriera come capooperatore, punta tutto sul realismo ed essendo lui stesso uno sportivo, punta anche a conquistare il pubblico con l’emozione legata alle competizioni.
Seguiamo l’avventura di François Cluzet che dal nord della Francia si spinge fino alle coste del Senegal, passa l’Equatore, costeggia il Brasile e Capo di Buona Speranza, naviga nell’Oceano Indiano ed evita gli iceberg dell’Antartide.
Un tragitto a dir poco suggestivo ed un panorama a perdita d’occhio, con tramonti mozzafiato che ogni sera il protagonista fotografa e manda alla figlia via mail. Del mare, elemento cinematografico per eccellenza, il regista coglie l’impetuosità, l’imperscrutabilità, la rabbia e la potenza. Onde altissime, vento sferzante, correnti da tenere a bada.
Ma En Solitarie non è solo una regata. E’ anche la storia di un uomo e di un ragazzo, di come l’adulto impara ad accettare il giovane, di come crescono entrambi interiormente. E’ la storia di una famiglia che si unisce sempre più nonostante la lontananza di Yann: il cognato (Guillaume Canet), lo guida dalla sua postazione, la compagna Marie cerca di farsi benvolere dalla piccola Lea. Davvero un bellissimo film: prevedibile forse il finale ma se serve a regalare il sorriso e la gioia allo spettatore, ben venga. En solitarie è infatti una pellicola avvincente e realizzata con passione, la stessa passione che coglie il pubblico fin dal primo fotogramma. Nelle sale italiane dal 21 Novembre. Da non perdere.
Daria Castelfranchi, da “cinemalia.it”

Il giro del mondo in solitaria in barca a vela è una di quelle esperienze travolgenti fisicamente e psicologicamente che non possono essere comprese da chi non le vive. Solcare il mare per tre mesi tagliando l’equatore e sfiorando i ghiacci dell’Antartide, domare le onde con un’imbarcazione sfruttando venti e correnti a proprio vantaggio non è un lavoro, è una vocazione. Partendo dalla consapevolezza di non poter restituire tutto questo al pubblico, il regista Christophe Offenstein realizza un film paradossalmente di grande asciuttezza nonostante l’oceano sia uno dei silenti protagonisti.
Anche il protagonista François Cluzet si risparmia a livello espressivo per concedere tutto se stesso fisicamente. Proprio come accade a chi partecipa a una regata, per di più circumnavigando il globo, il riposo è ridotto al minimo per una sfida che richiede ogni risorsa umanamente disponibile. Nonostante l’inizio lasci presagire questo, un uomo solo contro la natura, gli avversari e se stesso, il film vira verso un rapporto a due. Dopo pochi giorni di navigazione l’uomo scopre di avere un clandestino di sedici anni a bordo, intrufolatosi di nascosto durante una sosta vicino alla riva delle Canarie. Lo skipper deve trovare un modo per sbarcarlo, pena l’eliminazione dalla regata.
In solitario diventa una strana amicizia tra un uomo e un ragazzo che va consolidandosi insieme all’incredibile recupero di posizioni sulle barche avversarie. Con grande intelligenza Offenstein, e quasi controcorrente, lascia eretto il muro tra i personaggi e il pubblico, affidandosi a una storia compatta nella sua integralità. Il regista riporta dignità all’unica funzione dello spettatore, che è quella di assistere, e lo fa scorciando il film di qualunque altro fronzolo che l’avrebbe reso ordinario, come la ricerca di immagini artificialmente suggestive o di espedienti narrativi per suscitare emozioni. Eppure l’asciuttezza del racconto è capace di lasciare spazio a sentimenti e considerazioni personali che convergono in un appagamento finale con estrema naturalezza.
Antonio Bracco, da “comingsoon.it”

C’est mon course

Yann Kermadec, eterno secondo di bordo, a 57 anni si ritrova a guidare da solo la barca a vela del più giovane cognato, bloccato da un infortunio. La competizione è la Vandée Globe, una regata che circumnaviga il globo terrestre in solitaria e senza assistenza, dalla Vandea francese giù lungo l’Atlantico verso il Capo di Buona Speranza, poi verso est attraverso il Pacifico sfiorando l’Antartide per rientrare nell’Atlantico superando Capo Horn e risalire verso casa. Per Yann, ben interpretato da un irruvidito François Cluzet, è’ l’occasione della vita, mai avvenuta prima, che mai si verificherà di nuovo.

Durante una sosta vicino alle coste delle Canarie, un clandestino sale a bordo, un ragazzo in fuga dalla Mauritania che agogna di sbarcare in Francia, la cui bandiera ha visto sventolare sulla barca, ignaro che la rotta è verso tutt’altra direzione. Solo dopo molte ore, ormai al largo, Yann si accorge dell’intruso ed è troppo tardi per liberarsene. La sua presenza a bordo gli costerebbe l’espulsione. L’uomo è inferocito da quella che considera una beffa del destino, anche perché sta scalando una dopo l’altre le posizioni degli avversari e, dopo aver superato ostacoli di ogni genere, si avvia a coronare con una vittoria il suo sogno. Ma la presenza del ragazzo mette tutto in forse. In solitario è diretto da Christophe Offenstein, alla sua prima regia dopo anni come direttore della fotografia e aiuto regista di Guillaume Canet, che nel film interpreta il cognato di Yann. Offenstein racconta una storia semplice e lineare, senza sentimentalismi, il percorso di una presa di coscienza, un allargamento dei propri orizzonti che non sono solo quelli dove il mare incontra il cielo. E’ il ravvedimento di un soggetto afflitto da una passione ossessiva, capace per quella di sacrificare gli affetti più cari destinati a finire sempre in secondo piano. Un evento casuale, nel tempo di un giro della terra, apre una breccia, lascia passare uno spiraglio di luce che illumina altri mondi, altre ossessioni, altre passioni. Un percorso necessario, pur comprendendo che nel bene e nel male bisogna essere personaggi profondamente “diversi” dalla media, per affrontare tali prolungate solitudini, tanti sacrifici e sforzi fisici, oltre al terrificante respiro delle onde oceaniche, alte come palazzi di dodici piani, e i Cinquanta Urlanti e i Quaranta Ruggenti, un nome che offre una chiara idea del tipo di venti al Capo di Buona Speranza e Capo Horn. Splendide le riprese che fanno sentire il respiro del mare, gli spruzzi delle onde, la velocità della barca che sfreccia sul pelo dell’acqua, struggenti certi tramonti e realistiche le meraviglie tecnologiche per governare l’imbarcazione e non perdere mai il contatto con la terraferma, in un connubio strettissimo fra uomo, tecnologia e natura. Senza suggerire allo spettatore le emozioni che dovrebbe provare, evitando di descrivere le vite dei protagonisti di cui ci vengono dati solo sobri accenni indiretti da interpretare, la storia porta i suoi protagonisti a bussare alla porta del Paradiso, come dice la canzone nel finale, la dylaniana Knockin’ on Heaven’s Door, e a bussare non è solo il disgraziato immigrato alla ricerca di un mondo migliore ma anche il velista fanatico, che all’ultimo ritira il pugno accettando di essere un semplice uomo e non un vincente perché “ci sono molti modi per vincere”: entrambi alla ricerca di un modo diverso per vivere.
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

Qualche secolo fa qualcuno diceva: «Aver vinto su te stesso sappi, questa è letizia». Lungi dal farsi portavoce del messaggio francescano, il film di Christophe Offenstein ce ne propone, però, una declinazione contemporanea, raccontandoci la storia di Yann Kermadec (il François Cluzet di Quasi amici). Storico membro del team DCNS, ha l’occasione della vita quando sostituisce lo skipper Franck Drevil (Guillaume Canet) – infortunato – nella Vendée Globe, il giro del mondo in barca a vela in solitario. Animato da un forte spirito competitivo, Yann investe tutte le sue energie per vincere la regata, fino a quando scopre un clandestino a bordo. La presenza di Mano (Samy Seghir) – questo il nome del giovane mauritano – rimette in discussione ogni cosa e lo costringe a guardarsi dentro e a riconsiderare le priorità e l’idea stessa di vittoria.
Offenstein sceglie un film per nulla semplice, specie a livello tecnico, per il suo debutto alla regia. Sceglie di portare l’intera troupe in mare aperto per conferire alla pellicola un profondo senso di realismo, riuscendoci e dimostrando di saper posizionare la macchina da presa in modo consapevole e strategico. Le riprese in soggettiva e l’uso della camera a mano proiettano immediatamente lo spettatore sull’imbarcazione, imponendogli di osservare e “muoversi” all’interno di spazi angusti ed esponendolo a tempeste, mareggiate e schizzi d’acqua. Altro che 3D, viene da dire.
Sceglie soprattutto di affidarsi al talento di François Cluzet, capace di incarnare in modo più che credibile la fatica fisica e mentale del suo personaggio e il dissidio interiore di un uomo, “conteso” dalla passione professionale e quella sentimentale. Il suo Yann deve fare i conti con la lontananza da figlia e compagna e con uno spirito di carità non istintivo eppure innato. L’integrità e la forza dello skipper si infrangono davanti alle foto dei tramonti che invia alla piccola Lea e al bisogno d’amore che la distanza rende ancora più manifesto: «Non credevo potessi mancarmi così tanto» confessa a Marie (Virginie Efira). Così come la sua voglia di tagliare il traguardo per primo viene soffocata dalle attenzioni che Mano silenziosamente richiede e che lui – pur con fastidio – non gli nega, che si tratti di una mezza porzione di riso da mangiare o le medicine necessarie a compensare la forte anemia.
Siamo lontani dai duetti esilaranti di Quasi amici – sia per i toni, qui più drammatici, sia per il “peso” dato ai due protagonisti, sbilanciato in questo caso su Yann – ma sempre di fronte a un’improbabile amicizia che si forma e modella nel tempo. E si fa lezione di vita, per tutti.
E non si può nemmeno paragonare la pellicola all’altra recente avventura in mare aperto, il bellissimo Captain Phillips interpretato da Tom Hanks; due esperienze umane completamente diverse, sebbene in entrambi i casi l’obiettivo sia puntato su un uomo costretto a vincere le proprie paure, gli attacchi di nervosismo, il panico, il disorientamento: a vincere su se stesso.
In solitario si rivela allora un’avventura umana adatta a ogni tipo di pubblico, che piacerà soprattutto agli sportivi, i quali si ritroveranno nella ricerca dell’eccellenza e la voglia di mettere alla prova fino in fondo le proprie capacità incarnate da Yann. Gli strascichi di trionfalismo negli ultimissimi minuti stuccano un po’.
Mi piace
L’esplorazione del personaggio di Yann, merito di un ottimo lavoro di scrittura e dell’eccellente performance di Cluzet. Il realismo con cui il film è girato.
Non mi piace
Gli strascichi di trionfalismo negli ultimissimi minuti.
Consigliato a chi
Vuole godersi una bella avventura, sportiva e umana.
Voto 4/5
Silvia Urban, da “bestmovie.it”

Partito al posto del cognato infortunato Franck Drevil (Guillame Canet) e a bordo della sua imbarcazione alla volta della celebre Vendée Globe (una regata per barche a vela che consiste in una circumnavigazione completa in solitaria, senza possibilità di attracco o di assistenza esterna – pena l’esclusione), Yann Kermadec (Francoise Cluzet) ha finalmente tra le mani la possibilità di dimostrare al mondo il suo talento vincendo la prestigiosa competizione. Avversari agguerriti, migliaia e migliaia di miglia marine e più di due mesi di mare lo separano dalle boe dell’arrivo e dalla possibilità di ricongiungersi ai suoi affetti più cari, la piccola figlia Lèa e la sua nuova compagna Marie Drevil. In patria il tifo per lui è compatto, ma in acqua, a sfidare gli alti e bassi degli oceani, ci sono solo lui e la sua determinazione, o almeno così sarà finché un imprevisto non arriverà a scombinare tutti i piani di quella che doveva essere una regata in solitaria.
Esistenze in mare aperto
In concorso nella sezione Alice nella città e da giovedì 21 Novembre anche nelle sale nostrane distribuito da Lucky Red, l’opera prima di Christophe Offenstein – In solitario – è un altro prodotto targato Francia che s’inserisce nel filone di quelle commedie con venature drammatico-esistenziali che ruotano attorno alle re(l)azioni; soprattutto quelle che giungono – inaspettate – a sorprendere (e a volte cambiare) le nostre vite. Un’opera sulla scia di Quasi amici, per intenderci. E in effetti il paragone con Quasi amici è in questo caso per nulla fuori luogo, non solo perché a farla da mattatore nel ruolo di protagonista ritroviamo il sempre più bravo e sfruttato Francoise Cluzet, ma anche e soprattutto perché al centro della vicenda ci sono ancora una volta due mondi distanti (anagraficamente e non solo) che si ritrovano – per caso e per destino – a entrare in contatto, e che dovranno superare le loro reticenze pur di portare a casa il premio (non tanto di una gara, quanto di una vita). Va detto subito che In solitario affronta il tema ‘accettazione dell’altro’ in maniera piuttosto semplicistica e che non siamo certo di fronte a un’opera che può in alcun modo sorprendere o ammaliare, ma c’è comunque una certa dose di coraggio e una morale edificante nella determinazione con cui l’opera di Offenstein affronta la scelta più ovvia verso il bene. Se il mare con le sue inaspettate e bellissime giornate di sole, i suoi tramonti speciali e le sue onde anomale rappresenta (a conti fatti) la variabilità della vita umana, l’istinto di sopravvivenza associato all’empatia e alla capacità di condivisione sono senz’altro ciò che può trarci in salvo all’approssimarsi della tempesta. E il giro attorno al mondo e soli con se stessi e le proprie paure è già di per sé un’allegoria riflessiva che il protagonista interpretato da Francoise Cluzet sfrutta bene grazie a quella sua espressione un po’ burbera ma capace (all’occorrenza) di illuminarsi in un aspettato sorriso. Indirizzata senza dubbio a un pubblico più giovane per l’estrema linearità della struttura narrativa, l’opera di Offenstein aggira per certi versi l’accusa di banalità con il suo essere ‘originalmente’ cristallina, e mescolando pochi elementi (il mare, il rapporto adulto/bambino, il valore positivo della competizione) lungo una ‘rotta’ formativo/costruttiva in fin dei conti apprezzabile.
Dalla Francia un ‘prodotto’ che mescola a tavolino le carte di una storia alla ‘Quasi Amici’, con il protagonista di Quasi Amici Francoise Cluzet e nella speranza di bissare il successo dell’apprezzata commedia del 2011. Più banale nella gestione della tematica ‘incontro’ e nello sviluppo della trama rispetto alla succitata opera di riferimento, In solitario riesce comunque a farsi apprezzare per la coerenza con cui veleggia (accompagnata da immagini e musiche ammiccanti) verso le scelte (banalmente) più giuste.
VOTOGLOBALE6.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Una regata, una barca e la voglia di vincere: ecco gli ingredienti principali da cui parte “Turning Tide”, storia di un uomo e un ragazzino che si ritrovano a fare insieme il giro del mondo.
Christophe Offenstein ci trascina in un percorso che non corrisponde solo al tragitto fisico della regata. La gara diventa il simbolo della solitudine, l’emblema della vita e delle decisioni che spesso dobbiamo prendere per definire ciò che siamo.
Il protagonista Yann Kermadec vuole partire, solo, per raggiungere il traguardo e la vittoria, ma i suoi piani sembrano andare in fumo quando scopre a bardo un ospite clandestino, il sedicenne Mano Ixa in fuga verso la Francia. È da questo incontro che il tragitto smette di essere la corsa ostinata di una persona sola e diventa un cammino alla scoperta dell’altro.
La barca a vela, ‘dimora’ di un marinaio solitario, si trasforma nel corso della pellicola in un’ancora di salvataggio per Mag, cappottatasi con la sua barca e poi per il giovane adolescente Mano. Yann mette da parte la voglia di liberarsi del ragazzo per vincere e si lascia andare, a poco a poco, a un rapporto che diventa quasi quello di un padre con un figlio.
La riscoperta dei legami umani, dell’affetto, della solidarietà balzano con forza sullo schermo. Quello che conta non è l’azione (del resto di cose ne succedono davvero poche), è l’uomo con le sue paure e le sue idee, è l’essere umano capace di andare oltre la superficie delle cose. Offenstein lascia spazio ai volti e ai personaggi ripresi da vicino a tal punto da far sentire lo spettatore un terzo passeggero della barca a vela. La macchina da presa ci trascina sullo stesso piano dei protagonisti, quasi a farci condividere, con loro, questo viaggio nei meandri della solitudine. Unico paesaggio a fare da sfondo è il mare che, a volte calmo a volte in tempesta, diviene l’emblema dell’esistenza.
E come il mare, la pellicola scorre veloce non sempre accompagnata da una colonna sonora calzante. Capita, in alcune scene, che la musica non renda giustizia alle immagini. Quello che ne viene fuori, comunque, è una film delicato e originale che ci invita a riflettere sulla solitudine e su quanto, in realtà, il successo più grande non sia quello di una vittoria estemporanea ma la possibilità di condividere il viaggio con gli altri.
Valeria Gaetano, da “ecodelcinema.com”

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