Vado a scuola

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In tempi di scarsità di idee rivoluzionarie e sceneggiature così così – salvo le dovute eccezioni, si intende – i due grandi competitor del film di finzione sono la televisione con le sue serie targate J.J. Abrams, Shonda Rhimes eccetera, e il documentario.
Sempre meno didascalico, in virtù della diminuzione degli sguardi e in macchina e della voce-off, quest’ultimo ha sviluppato ormai la capacità di trasformare il reale in poetico, prendendo in prestito dalle storie inventate avventura, azione, phatos e perfino sospensione dell’incredulità.
Prendiamo il caso di Vado a scuola di Pascal Plisson, documentarista francese che con il rispetto, l’immediatezza e il meravigliato stupore di chi filma gli animali della savana, ha osservato e narrato il lungo e periglioso cammino verso l’istruzione di quattro bambini provenienti da diversi angoli del mondo.
Soffermandosi sulle dinamiche del viaggio più che sull’arrivo, il regista ha servito nobilmente il suo scopo di trasformare l’ordinario in straordinario: con pochi tocchi ha saputo rendere il keniota Jackson, la marocchina Zahira, l’argentino Carlito e l’indiano Samuel veri e propri eroi, impavidi condottieri che, come moderni Ulisse, perseguono la conoscenza animati non da una forma di ybris, ma dalla consapevolezza che l’unico modo per migliorarsi e sopravvivere alla povertà è saper leggere e scrivere.
Plisson questi bambini ha imparato a conoscerli, prima di cominciare a girare, e a guadagnare la loro fiducia, con il risultato che tutti quanti hanno facilmente dimenticato la macchina da presa per diventare ora i cowboy a cavallo di un western di John Ford, ora i personaggi di un road-movie, ora le protagoniste di un film sull’emancipazione femminile.
A ognuno una sua avventura, insomma, e una sua lotta contro una natura matrigna pronta a ostacolarli con terreni accidentati, elefanti rabbiosi, caldo, acque limacciose.
Suscettibili di identificazione anche se fossero nati dalla penna di uno scrittore, in quanto realmente esistenti questi personaggi risvegliano in chi li osserva un’accorata partecipazione, complice un montaggio che non si risolve mai nella matematica alternanza delle varie vicende e uno stile che nella sua oggettività non carica il film di pomposi insegnamenti.
Solo alla fine Pascal Plisson cede al vezzo di intervistare i suoi protagonisti, togliendo a Vado a scuola un po’ di spontaneità.
E allora le dichiarazioni di Jackson che vuole diventare un pilota o di Samuel che ha perso l’uso della gambe e dice: “Veniamo in questo mondo con niente e lo lasciamo con niente” diventano innecessarie, visto che la determinazione, la maturità e la solidità di questi non attori alti un metro e mezzo sono già tutte presenti.
Ma forse è giusto lasciare che i sogni prendano voce, così come è importante sottolineare che esistono posti in cui le vecchie generazioni si privano di affetti e forza lavoro spingendo le nuove ad andare lontano per investire su un futuro più dignitoso.
Che bell’esempio per noi figli del benessere che falsificavamo la firma dei nostri genitori sul libretto delle giustificazioni…
Carola Proto, da “comingsoon.it”

Dalla savana del Kenia ai sentieri che solcano la catena dell’Atlante in Marocco; dall’altopiano della Patagonia al calore dell’India meridionale seguiamo Jackson, Zahira, Carlito e Samuel , quattro bambini con il desiderio di imparare. Per soddisfare questo desiderio (e come milioni di loro coetanei nel mondo) affrontano, nella maggioranza dei casi quotidianamente, percorsi lunghissimi e spesso pericolosi. Ognuno di loro ha un sogno di emancipazione che nessun ostacolo può frenare Jackson 10 anni, percorre, mattina e sera con la sorellina, quindici chilometri in mezzo alla savana e agli animali selvaggi; Zahira 11 anni, che percorre una giornata di faticoso cammino per raggiungere la scuola in cui resterà per la settimana, con le sue due amiche. Samuel, 11 anni, ogni giorno viaggia in India per otto chilometri, anche se non ha l’uso delle gambe, spinto nella sua carrozzina dai due fratelli minori e Carlito, 11 anni, attraversa le pianure della Patagonia per oltre venticinque chilometri, portando con se la sua sorellina.
Potrebbero essere sufficienti le informazioni di cui sopra per fare emergere l’interesse che un documentario come questo dovrebbe suscitare in chi ha a cuore la crescita dei nostri giovani. Perché non c’è nulla di meglio che vedere le difficoltà che questi bambini e bambine debbono superare per andare a ricevere un’istruzione per far comprendere quanto sia sbagliato l’atteggiamento non tanto di rifiuto nei confronti di questo o quell’elemento della scuola (tutti abbiamo trovato l’insegnante o la materia che non amavamo) quanto piuttosto quello dell’annoiata indifferenza. Uno spettacolo di Dario Fo del 1969 si intitolava “L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000: per questo è lui il padrone”. I protagonisti di questo film, girato da Pascal Plisson dopo una lunga permanenza nelle quattro zone, hanno la determinazione giusta, dettata da una povertà che potremmo definire anche con il termine di miseria nella quale però non intendono restare passivamente a pietire. Gli spazi che debbono attraversare possono anche apparire affascinanti a chi vive comodamente e trova che dover andare a scuola senza un mezzo motorizzato sia una inutile fatica.
Plisson marca i percorsi con cifre precise e anche quando si ha l’impressione (che è qualcosa di più di un’impressione) che si siano ‘costruite’ le inquadrature un po’ come si fa in certi documentari naturalistici è bene pensare che proprio la conoscenza approfondita delle vite di questi bambini e bambine ha permesso di riprendere, anche con qualche accorgimento visivo, quella che per loro è e resta una quotidiana, dura realtà. Che ha però davanti a sé una meta da raggiungere per l’immediato presente ma, anche e soprattutto, per il futuro.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

“Un bambino, un insegnante, un libro, una penna possono cambiare il mondo” parola di Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana 12enne, che da anni si batte per il diritto allo studio delle donne, vietato dai talebani nel suo paese ed è proprio questo diritto ad essere preso in causa nel documentario Vado a scuola, dando la parola direttamente ai bambini.
A cavallo fra Africa, Asia ed America del Sud, quattro sono le vicende raccontate: quella del keniota Jackson, 10 anni, che per andare a scuola deve fare circa 15 km e ci impiega 2 ore, quella di Samuel, indiano di 11 anni che per recarsi a scuola deve fare 4 km e parte più di un’ora prima; Zahira, 12enne marocchina che per percorrere 22 km ed arrivare a scuola ci impiega 4 ore ed infine Carlos, 11enne argentino che parte un’ora e mezza prima a cavallo per poter raggiungere la scuola, posta a 18 km di distanza dall’altopiano dove abita con la famiglia.
Per questi ragazzini, la scuola rappresenta quell’unica probabilità di salvarsi ed avere una vita più dignitosa, ed è per questo che nel loro letterale peregrinare in direzione dell’istruzione, infondono nel tragitto speranza, buona volontà ed impegno. Spontanei davanti alla macchina da presa, gli adolescenti protagonisti hanno così raccontato e mostrato com’è la loro vita di tutti i giorni, le difficoltà che incontrano nel loro percorso ed in particolare quelle imposte dalla natura.
La Madre Terra è l’antagonista principale della pellicola. Zahira e le amiche con forza e determinazione affrontano gli altopiani sassosi del Marocco, il piccolo Samuel, costretto in sedia a rotelle viene aiutato dagli amici che dovranno occuparsi degli elefanti che intralciano il loro passaggio ed infine ad accumunare le storie, la debilitante minaccia del caldo.
Questo road movie si rivela quindi essere un’odissea, con una meta appena accennata. La scuola infatti, considerata quasi come fosse un miraggio, è la gratificazione finale, ma nel film sembra assumere dei contorni quasi irreali, o meglio, ponendo in macchina i volti dei ragazzini, il documentario perde un po’ di quella realtà e spontaneità da loro dimostrata, aumentando troppo l’elemento positivismo del film e facendolo per questo, sembrare una favola, con il classico lieto fine e la morale.
Nonostante ciò il film risulta audace, tenace e coraggioso, proprio come i suoi protagonisti. Vado a scuola è un documentario certo, ma il regista Pascal Plisson è riuscito a crearne una pellicola sempre più assomigliante ad un film, che regala emozioni rispetto alla freddezza degli sguardi in macchina (presenti, ma pochi) e della voce fuori campo a cui si associa solitamente questo genere cinematografico, dando vita così ad un racconto poetico, che grazie al miscuglio di realtà e finzione mantiene in perfetto equilibrio l’attenzione dello spettatore, coinvolgendolo in prima persona nelle storie raccontate, fra azione, avventura e dramma.
Alice Bianco, da “voto10.it”

Quattro bambini ai quattro angoli del mondo affrontano mille sacrifici per potere recarsi a scuola. E per sacrifici, s’intende svegliarsi all’alba ed incamminarsi per chilometri e chilometri. Jakcson, Zahira, Carlito e Samuel, hanno un sogno comune, quello di studiare. Che si tratti della Patagonia, dei massicci marocchini, della savana o dell’India.
I bambini, la scuola, i chilometri. Suggestioni, privazioni, rinunce, forse luoghi comuni. Ma il vero fil rouge è il futuro, perché solo attraverso il sapere si può sperare di superare l’indigenza e riconquistare il domani. Si, è vero, il docufilm di Pascal Plisson si macchia di una forza retorica esasperata. Ma è anche vero che raccontare una favola terzomondista sulla voglia di conoscenza e, attraverso quest’ultima, di riscatto è da considerarsi pur sempre una storia che merita di essere conosciuta. Quattro storie a voler essere precisi, sparse per le latitudini più sperdute, e inevitabilmente povere, del planisfero. Così, fra levatacce, distanze notevoli, strade impraticabili e belve fameliche ad ogni piè sospinto, ecco il paradigma degli scolari perfetti che affrontano di tutto pur di accomodarsi sui banchi di scuola. Roba insomma da far visionare agli svogliati studenti degli istituti italiani. D’altronde, se persino il premio Nobel Michail Gorbaciov, padre della Perestroika e del disgelo fra le superpotenze Usa-Urss del secolo trascorso, raccontava di aver avuto un’infanzia scandita dai chilometri che lo separavano dalle lezioni in una Unione Sovietica lontana e gelida, vuol dire che una chance con la cultura la meritano proprio tutti. Un voto in più, allora, per l’idea e le intenzioni, meritevoli, della pellicola e del regista.
Edoardo Trimboli, da “film-review.it”

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