QUALCOSA NELL’ARIA



Parigi, primi anni Settanta. Gilles è un liceale che, come molti suoi coetanei, sperimenta la contraddizione tra l’impegno politico nei collettivi e la volontà di trovare un percorso individuale nella vita e nell’arte. Quando la ragazza che ama, Laure, lo lascia per seguire una strada più estrema e confusa, Gilles va in Italia con alcuni amici e un nuovo amore, Christine, per sfuggire alle indagini sul ferimento grave di un vigilante. Iscritto all’accademia di Belle Arti, in lui si fa sempre più strada l’idea di voler fare cinema. 
La sua potrebbe non essere la via del cinema politico in senso stretto, che porta la documentazione dei movimenti di liberazione del Laos in giro per dibattiti ottusi e senza fine, né quella del cinema filoamericano che estremizza invece la fiction e non appartiene al tempo che vive e spesso nemmeno al pianeta Terra, ma una terza via: quella intrapresa dallo stesso Assayas. 
Nonostante il ricordo vada in primo luogo all’Eau Froide, come termine di paragone più prossimo, dal punto di vista narrativo è però evidente che è l’esperienza recente di Carlos, vale a dire di una materia storica e biografica, ad aver influenzato il modo di procedere del regista anche qui, dove non ha paura di mettere in sequenza una grande quantità di materiale e di evocare una mitologia famigliare autobiografica.
La malinconia che si respira nel film è legata alla vivacità culturale del periodo, non alla tristezza politica che lo permeava, e non è una nostalgia eccessiva. Capace come nessun altro di ricostruire un quotidiano passato come fosse qui ed ora, il cinema di Assayas è il cinema del “sempre per la prima volta” e parla chiaramente allo spettatore di oggi, non dal palchetto di legno di un comizio, bensì con il pudore con cui si passa ad un amico un libro o un film che si è amato e che si vuol condividere (in questo senso lo scambio con Un amore di gioventù di Mia Hansen-Love è innegabile e ricercato, al di là della presenza comune di Lola Creton). 
“Non badate alla forma, so che è d’altri tempi: mi direte voi cosa evoca in termini di attualità”, è più o meno la prima frase del film, affidata al professore di liceo, e non potrebbe esserci esergo più esplicito per un film che parla di “giovani preoccupati per il loro futuro” e di una base sociale che non può più pensare di “andare avanti così”. Tuttavia Something in the Air non è una bandiera, Assayas non chiama all’appello. Racconta di qualcosa che è dietro le spalle, le cui contraddizioni, però, sono quelle che lo hanno fatto, come uomo e come cineasta. Quale miglior strumento del cinema, dunque, per questa “riflessione”?
Di Marianna Cappi , da mymovies.it

Nel prefinale di The Dreamers. I sognatori, il ‘68 irrompe da una finestra spaccata, a svegliare gli amanti assopiti per richiamarli alla vita. Sembra ripartire da lì Olivier Assayas, che con movimento opposto e dolente filma il ‘68 darsi la morte lanciandosi da un’altra finestra. Il Maggio Francese è finito, siamo dopo maggio (Après Mai, recita il titolo originale), nel 1971: il furore militante divampa ma gli ideali sono sulla via dell’autunno, quel fine agosto, inizio settembre che dava il titolo a un altro film del regista. Il gioco dei rimandi potrebbe continuare all’infinito, perché Assayas in quest’opera ha messo tutto se stesso e tutto il suo cinema: apertamente autobiografico, il protagonista Gilles è alter ego dell’autore. Come lui, nei primi Anni 70 è un liceale legato ai movimenti di Sinistra; come lui, ha un padre che firma fiction televisive, oggetti tremendamente borghesi nell’ottica dei duri e puri adolescenti. Che organizzano proteste, girano furiosamente il ciclostile, scappano dai celerini motorizzati, viaggiano per l’Europa e poi cercano se stessi in India. Si amano, distrattamente, si dividono e si guardano con sospetto mettendo in graduatoria il livello di adesione alla Causa. La sceneggiatura, premiata a Venezia 2012, è calibrata alla perfezione: l’amarezza s’instilla implacabile mentre la Rivoluzione cede il passo al tempo, econtro il destino non va più nessuno. In comune con il ‘68 di Bertolucci, quello di Assayas ha il sentore di sogno, di ricordo addolcito dal tempo: così i protagonisti sono graziosi ed evanescenti (gli eroi, si sa, son tutti giovani e belli), la fotografia è limpida e luminosa e ogni elemento della messa in scena suggerisce la leggerezza di quel qualcosa nell’aria che da rivoluzione si è fatto illusione e poi ricordo nostalgico. L’ironia lancinante del finale, in cui l’ambizione artistica di Gilles soccombe a un’industria cinematografica senz’anima, è meno crudele se si pensa al sequel immaginario cui allude: quello in cui Gilles/Olivier con il cinema commerciale si fa le ossa (Assayas ha cominciato lavorando alSuperman di Donner), e anni dopo fa deflagrare la Rivoluzione perfino nei piccoli e borghesi schermi della Tv (vedi alla voce Carlos).
Di Ilaria Feole , da filmtv.it

Il nuovo film di Olivier Assayas si riallaccia ai momenti migliori della filmografia del regista francese. In particolare si riappropria della materia di L’eau froide – la sua opera più bella, e forse anche la più appassionata – ramificata, prolungata e messa in ordine. Qualcosa nell’aria segue il vagabondare di un gruppo di giovani francesi all’indomani del maggio 1968, tra esitazioni, sogni radicali, tentazioni d’esilio, la scoperta della controcultura e le prime trepidazioni amorose.
Nella silhouette del ragazzo che emerge dal gruppo riconosciamo l’ombra del regista: l’aspirazione a fare dei film, i dischi che ascolta (Syd Barrett, MC5, Kevin Ayers), i libri che legge (Simon Leys, Ashbury, Debord), l’amore per la pittura, le convinzioni e anche il taglio di capelli. Forse per questo, nel voler tenere tutta la sua formazione in due ore di film, la febbre autobiografica si scioglie nell’euforia del regista che ricostruisce un’epoca con il feticismo da innamorato di chi è sopravvissuto alla sua giovinezza.
Del resto la parte migliore del film, più languido e tenero che sfrenato, arriva proprio quando si sofferma sul suo versante più intimo. La traiettoria iniziatica del protagonista sul cammino obliquo dell’arte e dell’amore, costellato qua e là da motivi ricorrenti del cinema di Assayas. Comunque, malgrado qualche languore, dominano il vigore e la finezza della ricostruzione, la fluidità del movimento corale e la sensibilità del tratto, sostenuti da un cast di eccellenti giovani attori.
Di Julien Gester, Libération

“Ho paura che sfugga la mia giovinezza”
Parigi, 9 febbraio 1971. Il fervore rivoluzionario dei ragazzi del “Maggio francese” è ormai solo un ricordo che comincia a sbiadire nel tempo. Ragazzi che avevano creduto veramente alla possibilità di scardinare il sistema, cambiare i rapporti tra gli uomini, le classi e i sessi, instaurare l’uguaglianza, la solidarietà, la pace; che avevano creduto che il male della terra non sarebbe esistito per sempre ma che poteva essere eliminato; che la malvagità dipendeva da una società sbagliata e che anzi era giunto il momento di eliminare dal mondo la catena dell’egoismo.
Sopravvivono ancora gruppi di giovani nostalgici dei sogni e delle utopie del ’68, totalmente critici verso la società e il mondo, che sperano ancora di fare la rivoluzione, o almeno la sognano… e contestano. Contestano la ricchezza dei genitori, contestano l’autoritarismo degli insegnanti, contestano i modelli tradizionali di vita imposti dalla politica, dalla religione, dalla società, dalla cultura e dalla scuola. Perseguono valori egalitari, anti-borghesi, anti-autoritari, anti-militaristi. Rivendicano maggiore libertà, la piena uguaglianza tra i sessi, un radicale cambiamento delle abitudini sessuali… e la libertà di pensare.
E soprattutto cercano di colmare il vuoto lasciato dalla generazione precedente, che aveva fatto dissolvere la spinta propulsiva del maggio parigino. Una generazione, quindi, coinvolta nel movimento creativo che all’epoca interessò l’arte, la musica e il cinema.
Una generazione alla continua ricerca di coerenza e libertà, con tanti sogni e anche qualche illusione.
Sogni che oggi non siamo più in grado di fare, o forse non ne abbiamo le capacità.
Il 9 febbraio 1971, gruppi di giovani idealisti del “Soccorso Rosso”, che sognano di continuare quella rivoluzione culturale che all’epoca non avevano potuto fare per motivi anagrafici, in Place de Clinchy, inscenano una manifestazione di protesta a sostegno di due militanti carcerati della Sinistra Proletaria, che richiedono lo status di prigionieri politici.
Bloccata dalla polizia, che assume un atteggiamento drastico e violento, la manifestazione degenera rapidamente, con i poliziotti del “Corpo Speciale” che sparano lacrimogeni ad altezza d’uomo, uno dei quali ferisce gravemente un manifestante, che riporterà danni irreversibili.
Sono tempi di aspri scontri e di rigorosi confronti.
Poco lontano, in un liceo di periferia, un gruppo di giovani attivisti di sinistra vive l’onda lunga di un vitalismo irrefrenabile, in cui fibrillano tutte le possibilità e i sogni, in cui si è aperti a tutte le esperienze, in cui si è certi che la rivoluzione sia necessaria e che l’anarchia sia l’unica risposta capace di cambiare il mondo e le idee. Sono figli del ’68, ma anche figli della generazione successiva: ragazzi che la rivoluzione l’hanno solo sentita raccontare; quelli del “dopo maggio” – “Après mai” (come recita il titolo originale).
Ragazzi che tra esitazioni, radicalità, controcultura, musica underground e tentazioni d’esilio, sognano la rivoluzione e un “maggio ’68” riuscito. “Anche se sappiamo bene tutti che non è andata affatto in questo modo”, come dice l’autore.
Ragazzi che godono della rivoluzione sessuale (quella sì pienamente raggiunta), fumano spinelli, organizzano proteste, sognano l’Oriente e portano avanti la lotta della sinistra contro la borghesia e le sue imposizioni socioculturali.
Ragazzi che conosceranno il sesso, la droga, l’aborto clandestino e l’ambiguità di incontri fortuiti e indefinibili, totalmente critici verso la società e il mondo adulto, che agitano la scuola con assemblee, ingenui raid notturni per scrivere slogan e affiggere manifesti sui muri e che ciclostilano giornali rivoluzionari contro l’ordine precostituito e la repressione sessuale.
Tra loro si distingue un diciassettenne, Gilles (alter ego di Olivier Assays?), un liceale legato ai movimenti di sinistra che coltiva l’amore per una sua compagna di classe, Laure, con cui condivide la passione per l’arte ed è lei la sua più sincera critica dei suoi primi tentativi pittorici, e con un padre, sceneggiatore cinematografico, tremendamente borghese e arrivista, nell’ottica dei ‘duri e puri’ adolescenti.
Nel corso di un’azione dimostrativa di graffitaggio sulle pareti della scuola, feriscono gravemente un custode notturno dell’istituto, mettendo così in discussione la loro libertà.
E così, mentre un gruppo viene indagato, gli altri sono costretti a lasciare momentaneamente Parigi e portarsi in Toscana, presso i compagni italiani, con Gilles che nel frattempo ha una nuova ragazza, Christine (Gilles e Christine, gli stessi nomi dei due personaggi principali di “L’eau froide”)
Qui, cominciano a svilupparsi le prime frizioni ideologiche riguardo la dialettica interna al gruppo rivoluzionario, per via che Gilles non riesce a capire il senso dei film agitprop proiettati nelle piazze delle città toscane, a documentare le lotte operaie e contadine contro il capitalismo europeo.
Il ragazzo viene così accusato di essere lontano dal movimento politico, il che, mentre gli altri si portano fino in Calabria, lo spinge a far ritorno a Parigi per entrare nell’Accademia di Belle Arti, dove, pur non abiurando ai suoi ideali, accetta di lavorare nel cinema, a Londra, come oscuro apprendista per film non sperimentali, non militanti, non rivoluzionari, imparando a rivestire le proprie tensioni delle necessità di cui ha bisogno: l’arte, prima incarnata dalla pittura e poi risolta definitivamente nel cinema.
Con “Qualcosa nell’aria” (“Après mai”) il regista francese Olivier Assayas colloca il suo film nello stesso spazio temporale già visitato da Bernardo Bertolucci (“The Dreamers – I sognatori”) e Philippe Garrell (“Les amants reguliers”).
Però il suo non è l’ennesimo film sul ’68, anche se del ’68 e della sua iconografia non manca assolutamente nulla: le molotov, le bombolette spray, gli attacchinaggi notturni, le lezioni su Max Stirner, le borse a tracolla, gli spinelli, l’eroina, gli striscioni con la scritta “Ribellarsi è giusto”:
Non è l’ennesimo film sul ’68, non solo almeno, quanto piuttosto un ritratto autobiografico (anche se Assayas non crede molto nell’autobiografia nel cinema: “Tutto è autobiografico e niente lo è, per certi versi”, precisa il regista.) con cui Assayas rievoca la sua gioventù e le vicende di quegli anni, che fanno da sfondo storico ad una delle contestazioni giovanili che non ha più avuto eguali e che si è persa, forse, perché si è voluto ingabbiarla in dogmi e strutture che l’ hanno denaturalizzata; e poi perché parla non del ’68, ma di quello che è accaduto “après mai”, negli anni immediatamente successivi alla “rivoluzione culturale”, quando ancora parole come politica e militanza avevano un senso e costituivano i sogni, le speranze, le illusioni e anche i timori delle giovani generazioni degli anni ’70, impegnate nella ricerca della loro dimensione, e di conseguenza della loro identità.
Una generazione che ha pagato un tributo molto pesante in fatto di sentimenti, sessualità e idealità.
La vicenda raccontata da Assayas prende il tono e il linguaggio della recriminazione, tipici di chi racconta gli anni della giovinezza, un misto di nostalgia e di sensi di colpa per tutto ciò che è stato, che avrebbe potuto essere e che è stato impedito. Il regista francese, che già in passato aveva raccontato parte della sua adolescenza in “L’eau froide”, sull’onda dei ricordi si lascia trasportare dalla musica, dalle letture, dalle sensazioni, dalle illusioni di quegli anni. Il linguaggio è post-sessantottino, le discussioni ruotano attorno a temi fondamentali come il lavoro, la politica, la classe operaia; ma si discuteva anche di filosofia, di arte e di sociale, tutti insieme, senza limiti di età e di cultura. I viaggi, il bisogno di esplorare nuovi mondi, lo studio, le canzoni, il lavoro, l’impegno, la controcultura, la liberazione sessuale, la psichedelica si fondono e si confondono in una narrazione che non segue un percorso lineare, quanto piuttosto un fluire di vita, dove trovano posto indecisioni e suggestioni esotiche; pulsioni creative e perplessità ideologiche.
Emblematica è, a questo riguardo, la scena in cui, durante un cineforum estivo nella piazza di un paese toscano in cui si proietta un documentario sulla resistenza nel Laos, un militante contesta il linguaggio troppo classico in un film che vorrebbe essere rivoluzionario.
Altrettanto emblematica nella sua essenzialità la risposta dei compagni: “i film devono educare lo spettatore e un linguaggio troppo specialistico rischia di farlo assurgere a puro spettacolo di divertimento per un pubblico piccolo-borghese”.
Una frase tipica di quel tempo ma ancora di grande attualità.
Il film poi è anche la cronaca dell’educazione sentimentale di Gilles e dei suoi compagni, con amori che hanno preso una dimensione erotica, senza ombra alcuna di intimismo, mentre il sesso per loro è solo altra fonte di confusione.
Mentre i fratelli più grandi, quelli del ’68, fanno la morale a un gruppo di ragazzini le cui idee su trotzkismo e maoismo spesso sono solo superficialmente radicate; e la cui volontà di cambiare il mondo cammina di pari passo con l’illusione di non cambiare mai idea.
A questo si aggiunge il fatto che “Qualcosa nell’aria” è un piccolo compendio di citazioni culturali, che partono da Blaise Pascal e finiscono a Max Stirner, senza scordare il Simon Leys di “Gli abiti nuovi del Presidente Mao”, il libro che è un po’ il vangelo che instilla il primo dubbio nelle certezze di Gilles; che poi erano le certezze di Assayas, per cui, per usare le parole del regista: “avevano un valore simbolico solo il rifiuto del mondo, la marginalità, l’impegno totale, per una generazione, quella del post ’68, che ha cercato di restituire dignità al fuoco della contestazione”.
Da qui l’ossessiva presenza del fuoco, rappresentato anche figurativamente attraverso il fuoco delle molotov, dei falò, delle candele, delle sigarette.
Olivier Assayas parla allo spettatore come ad un amico con cui si vuol condividere qualcosa che si è amato. Ogni dettaglio di quel tempo irreplicabile è ricostruito con estrema cura, dalla free press alla letteratura underground, dal cinema sperimentale alla musica (la vera musica della sinistra estrema non era il rock ma il free jazz, ricorda Assayas), dai libri alle filosofie orientali.
“E intanto”, dice il regista, “ci sono troppi fraintendimenti su quel periodo, che spesso viene ricordato solo per la sua estetica, la moda poveristica (i pantaloni a zampa e le gonne a fiori), le canzoni (stupenda la colonna sonora, da veri cultori della materia, da Frank Zappa a Syd Barret, Soft Machine, Nick Drake, Incredible String Band, e altri), la droga.”
“Io vorrei”, continua l’autore, “che i giovani di oggi capissero la complessità, l’entusiasmo, i tanti vicolo ciechi che portarono poi al ritorno all’ordine o al terrorismo, e soprattutto come le nostre vite fossero impregnate di politica, di cultura, di libri, di arte; come per noi contassero le idee e il nostro linguaggio quotidiano comprendesse Marcuse o Deleuze, il marxismo e Mao; e le nostre giornate il dibattito, la riflessione, l’assemblea, lo scontro con la polizia, il volantinaggio, il ciclostile, la cancellazione degli adulti”.
In tutto ciò il ruolo delle donne, alla faccia della tanto sbandierata parità dei sessi, è marginale e secondario e anche subalterno a quello dei maschi, mentre questi, in piena autonomia, “decidono il futuro del mondo”, le donne rivoluzionarie per conquistarsi una posizione hanno bisogno di appoggiarsi ad un uomo, o peggio, ad un fidanzato; e poi c’è da girare il ciclostile, fare la spesa, preparare da mangiare, lavare i piatti.
Hai voglia ad essere progressista, ma quando si tratta di lavori domestici, tocca sempre a loro, alle donne.
Per questo poi nascono i collettivi femministi.
Poi a un tratto si cresce e si diventa adulti e chi non è passato in clandestinità capisce che è l’ora di rientrare nei ranghi e prendere vari percorsi di vita adulta. Chi diventerà regista, chi prenderà a viaggiare, chi propenderà per la formazione accademica, chi troverà conveniente rintanarsi in un rassicurante lavoro borghese. Gilles è Olivier Assayas.
È sua la natura ambivalente delle sue passioni che muovono la sua vita: l’arte e la politica. Le stesse due donne in cui si scindono le sue prime esperienze sessuali metaforicamente rappresentano l’una l’arte (Christine), la seconda la politica (Laure) e servono al regista da stimolo per ragionare sulla rilevanza che avevano a quel tempo, questi due elementi.
Il regista attraverso Gilles vuole ricostruire la sua adolescenza, ed è evidente che parlando di lui parli di se stesso e della sua gioventù. Così come Pascal parlava della sua vita: “tra noi e l’Inferno o tra noi e il cielo c’è solo la vita, che è la cosa più fragile del mondo.”
Film di formazione, come rivela questa frase, “Qualcosa nell’aria” è un’opera squisitamente intellettuale, molto intima e molto sentita; girata prevalentemente in esterno, con una sovrabbondanza di colori pastello volutamente sbiaditi e un’oscurità che pervade gran parte delle scene, come a voler riprodurre le inquietudini e la malinconia, le delusioni e i ripensamenti dei protagonisti, anche se addolciti dal grande attaccamento per la vita. Attaccamento esplicitato allusivamente dalla luce intensa dell’ultima scena, quando Gilles si allontana prima dei titoli finali.
Clément Métayer, Lola Créton, Carole Combes, Felix Armand, Mathias Renou e India Manuez prestano i loro volti rispettivamente a Gilles, Christine, Laure, Alain, Vincent e Leslie.
Sono ragazzi di oggi che sullo schermo proiettano l’anelito che muoveva i loro coetanei che negli anni ’70 cercavano nuovi spazi espressivi e si sentivano in dovere di guardare il mondo con gli occhi della fantasia.
Ma erano giovani ed erano in buona fede, e ai giovani è permesso sognare.
Da filmscoop.it

Qualcosa nell’aria – Après Mai di Olivier Assayasnon è un film sul ’68, sull’evoluzione che il movimento ebbe nei primi anni 70, il moltiplicarsi delle fazioni, la recrudescenza della repressione con l’istituzione delle squadre speciali, i contrasti tra movimento studentesco ed operaio, la deriva terroristica. Lo scenario politico e sociale di quegli anni, già sfondo di L’eau froide, è per Assayas soltanto il livello più superficiale di uno spazio del ricordo autobiografico e collettivo che, nella sua complessità e ricchezza di stimoli, svela contrasti più radicali e universali di quelli suggeriti dalla semplice contingenza degli eventi.
Contrasti incarnati da un gruppo di liceali della periferia parigina, uniti in una lotta fattasi ancora più cruenta dopo la manifestazione filo-maoista del febbraio ’71 e il grave ferimento di uno dei partecipanti, un ragazzo di 24 anni colpito in pieno volto da una granata fumogena. Per evitare il coinvolgimento nelle accuse di aggressione a un celerino, il protagonista, Gilles, parte per l’Italia insieme a Christine e ad Alain e ad un collettivo di cineasti che realizza documentari agit-prop vicini agli ideali della Rivoluzione Culturale Cinese. Finiranno per prendere strade completamente diverse tra loro.
Questa la storia, tra partenze e ritorni, vecchi e nuovi amori, decisioni da prendere per il futuro. Ma sotto la linearità del tessuto narrativo si aprono voragini di pensiero: il rapporto tra vita e politica e tra politica e arte, il discorso metacinematografico sullo stile, lo scontro generazionale, la ricerca d’identità, le spinte anarco-individualiste contrapposte a quelle collettivistiche. E ad essere straordinaria è soprattutto la complessità e puntualità di riferimenti filosofici, letterari, artistici e musicali che accompagnano e arricchiscono la visione. Così l’indole libertaria di Gilles, la voglia di costruire un percorso di vita unico e originale, lontano dall’eredità dei padri quanto dal pensiero a senso unico dei compagni più ideologizzati, ci viene presentata sin dalle prime scene, con quella A incisa sul banco, il riferimento a Stirner, i dipinti astratti realizzati col sottofondo musicale del cappellaio matto Syd Barrett.
I due poli d’attrazione tra cui oscillare, idealmente e fisicamente, sono Laure e Christine, la prima ricca borghese colta e dolente dalle tendenze distruttive e nichiliste (e qui la colonna sonora trova un ideale contrappunto musicale nell’ipnotica Know di Nick Drake), la seconda giovane militante in cerca di una dimensione collettiva in cui riconoscersi e confondersi, un mimetismo rassicurante quanto frustrante, come dimostra la rottura finale col gruppo. Con Laure, Gilles legge le poesie di Gregory Corso, abbraccia l’idea di una gioventù che rompe col passato e rivendica la propria unicità creativa e rivoluzionaria: “I HATE OLD POETMAN/[…]who speak their youth in whispers saying – I did those than but that was then that was then..” Da Christine, pur vicina a lui nell’impegno politico, si allontana per seguire la propria idea di arte, inconciliabile con quella del collettivo.
E qui si inserisce il discorso metacinematografico sullo stile registico, su cosa sia genuinamente rivoluzionario e cosa ascrivibile all’estetismo fine a se stesso. Rispondendo con le parole dello stesso Assayas, “La funzione propagandistica dell’arte è un inganno“, e ancora “L’arte deve preservare le contraddizioni del mondo“. E la regia scarna ed essenziale di Après Mai lo dimostra, lasciando allo spettatore ogni responsabilità interpretativa su quanto mostrato. Allo stesso modo Gilles, in fuga da quel “cinema noioso” e da quella “politica rozza”, torna inFrancia per continuare il suo percorso con ancora maggiore decisione, libero da ogni vincolo: si iscrive all’Accademia, fa della sua arte uno strumento eclettico e non dogmatico, si confronta con l’amico Alain, vicino a lui per interessi e posizioni, legge Debord, rifiuta i lavori offertogli dal padre produttore, si mette alla prova sul set di improbabili film fantascientifici. Ma anche da quel set, alla fine, si allontana, ombra proiettata sul fondale. Come si allontana Alain, forse in viaggio per Kabul e la sua ragazza Leslie, decisa a tornate a New York e ad una vita più rassicurante e regolare. Si allontana anche Christine, libera dal legame col collettivo ma senza casa e senza Gilles ad attenderla. Tutti ostinatamente alla ricerca di una vita che è sempre e comunque altrove.
Da cinemaerrante.it

Olivier Assayas riprende il discorso autobiografico iniziato con il film “L’Eau froide” (1994) e in quest’ultimo lavoro “Après mai”, racconta l’impeto giovanile collettivo, la rabbia, le ansie, gli ardori e la forza prorompente che i giovani raccolgono da ideologie politiche. Assayas ripropone così sullo schermo l’importante movimento storico giovanile degli anni ’70 con “Qualcosa nell’aria” (titolo originale “Après mai”), un film che, a suo dire, è nato da solo, quasi si è imposto come un’ esigenza imperante di ripercorrere quegli anni di lotte e contraddizioni che hanno segnato anche la sua giovinezza. Parigi, 9 febbraio 1971. Il Secours Rouge, organizzazione nata dalla corrente maoista, indice una manifestazione di sostegno a favore di due dirigenti della Sinistra Proletaria in carcere. La manifestazione sfocia in guerriglia e scontri violenti tra le forze dell’ordine e i manifestanti. “Qualcosa nell’aria” inizia così, apre su questo conflitto violento durante il quale un ragazzo, Richard Deshayes, 24 anni, viene colpito in pieno viso da una granata fumogena e perderà un occhio. Un gruppo di liceali attivi politicamente si sentono coinvolti nella lotta aperta. Nel gruppo c’è Gilles (l’esordiente Clément Metayer), studente, con l’aspirazione della pittura e della regia cinematografica e la studentessa Christine (Lola Créton) con cui Gilles ha anche un’intesa sentimentale. Assayas snoda un racconto corale, che ha come filo conduttore l’esperienza collettiva giovanile in cui quasi si annulla l’individualità, in nome di un’ideologia sovrana, che pone al di sopra di tutto la lotta a tutte le forme d’imperialismo imperante, soprattutto al comunismo sovietico. “Après mai”, è il periodo che segue la lotta sessantottina, una lotta ormai consumata, che lascia in eredità frange politiche giovanili disorientate, che cercano una sintesi possibile tra politica, sentimento e realizzazioni artistiche. Senza cadere in un immobilismo pedagogico, Assayas conduce un messaggio mediatico universale sulla natura stessa della giovinezza, carica di sentimento prorompente che abbraccia più dinamiche, da quella politica a quella squisitamente sentimentale. E se quel tempo degli anni ’70 rappresentò una cultura giovanile esplosiva nella sua ideologia portante, la libertà di scegliere modelli di vita fu un tema culturale che segnò il modo di essere di quei giovani, capaci di sentirsi cittadini del mondo intero. Un affresco spontaneo, fluido nel racconto, “Après mai” è un percorso formativo culturale, in cui si coniugano voglia di affermazione, contraddizioni, valori, sogni, delusioni, che poi caratterizzarono tutto il possibile universo giovanile delle epoche successive. Il film riesce a caratterizzare un momento di cambiamento epocale, in cui il sentimento giovanile era pervaso da una sorta di “liquidità”, un confine sfumato tra politica, lavoro e amore, che si nutre di una sessualità senza impegno. Molti degli attori sono esordienti, con meritevoli capacità di essere in sintonia con la mano registica di Assayas che ha saputo ben caratterizzare i personaggi chiave del film. “Après mai”, premiato a Venezia 2012 per la migliore sceneggiatura, non è un film facilmente godibile. Riesce comunque ad essere un valido documento, capace di raccontare senza giudicare le profonde e malinconiche forme esistenziali giovanili di quegli anni ’70.
Di Rosalinda Gaudiano, da cinema4stelle.it

“Après Mai” porta Olivier Assayas in laguna dopo le numerose presenze collezionate al Festival di Cannes nel corso della sua carriera, e il primo screening per la stampa ci ha fatto capire, per quello che può valere, che è anche stato apprezzato come merita. 
Con “L’heure d’été” Assayas aveva inaugurato un nuovo percorso che, dopo la trilogia cosmopolita di “Demonlover”, “Clean”, “Boarding Gate”, ha segnato il ritorno a casa dell’autore. Dopo tanto vagabondare, il regista francese ha deciso di ricominciare da dove aveva lasciato e di affrontare nodi irrisolti della sua storia personale e del proprio paese: non vi è stata, infatti, solo la saga familiare della famiglia Berthier ma anche l’epopea del terrorista di Carlos, raccontata in una grande miniserie per la tv che è stata salutata come una delle migliori opere nel suo genere. 
Il dato autobiografico, comunque spesso presente nel suo cinema (in “Desordre” sfoga tutta la sua passione per la musica), in “Après Mai” diviene utile sia per poter comporre un romanzo di formazione come solo lui al giorno d’oggi sa fare, che per ragionare su un vissuto comune molto delicato, come il passaggio alla vita adulta, e ricordare la stagione della rivoluzione giovanile che nel ’71 cominciava la sua parabola discendente, che sarebbe sfociata nella clandestinità e nella lotta armata.
Il protagonista diciottenne alter-ego del regista è Gilles (l’esordiente Clement Metayer, che ha la faccia e la mimica giusta per bucare lo schermo), un ragazzo giunto all’ultimo anno di liceo, soglia verso scelte importanti e nuove responsabilità. Con Laure, la sua fidanzata, condivide la passione per l’arte ed è lei la critica più sincera dei suoi primi esperimenti pittorici, mentre con gli amici insegue la via della rivoluzione con un partito autonomista liceale. Spinti ad alcune azioni dimostrative, graffitano le pareti della scuola e incidentalmente mandano in coma uno dei custodi notturni e così, mentre uno del gruppo viene indagato, gli altri si danno alla macchia facendo un viaggio presso i collettivi dei compagni italiani in Toscana. Qui si sviluppa un’altra traccia sentimentale con una compagna e Assayas inizia a sottolineare le frizioni nella dialettica interna al movimento rivoluzionario: Gilles, che vorrebbe diventare un artista e a cui piacerebbe anche fare cinema, non capisce la bellezza dei film agitprop proiettati nelle piazzette dei paesi toscani da collettivi di cineasti che vanno in giro per il mondo a documentare le proteste operaie e contadine contro l’imperialismo dell’Occidente capitalista. Come gli dirà un suo amico, Gilles è lontano dal movimento politico, lo osserva interessato senza esserne realmente partecipe, bensì ama l’arte che è per gli individualisti che si isolano. Mentre il viaggio continua per la sua nuova ragazza, Christine (Lola Créton, già apprezzata quest’anno in “Un amore di gioventù”), che segue il gruppo di cineasti rivoluzionari in Calabria, dove avrebbero girato un film sulle occupazioni operaie, Gilles decide che quella vacanza-fuga non ha più senso e torna a Parigi per entrare all’Accademia di Belle Arti. Il tempo della disillusione giunge molto presto, molto prima del previsto, considerando che tra le sequenze iniziali ve n’è una che ricorda lo scontro studenti-celerini del garreliano e fluviale “Les Amants Réguliers”: la riflessione assayasiana procede per strappi che si accordano alle rimembranze. Non gli interessa soltanto la ricostruzione d’epoca o l’affresco generazionale ma puntare il dito su questioni dirimenti della sua vita come il rapporto tra vita, morte, politica e arte; temi universali che vanno al di là del dato anagrafico, e, difatti, l’ambientazione temporale serve più a dare il senso del contrasto tra la rilevanza che avevano la politica e l’arte (anche se questa era piegata all’obiettivo rivoluzionario) nella quotidianità del tempo, rispetto a quanto succede oggi, dove il disincanto generale ha costretto i giovani a un’apatia autistica e in certi casi irreversibile verso aspetti fondamentali dell’esistenza. In certi casi le due strade, così correlate per quella generazione, devono separarsi, mettendo da parte l’impegno politico quando si desidera fare arte. Non a caso, uno dei partecipanti agli improvvisati cineforum domanda perché le opere agitprop usassero una sintassi cinematografica così povera e convenzionale, quando rivoluzione si propone di stravolgere la tradizione: una questione, quella del rapporto tra linguaggio e realtà rappresentata, che si va ripresentando ad ogni storico giro di boa.  
Assayas gira col suo solito eclettismo dividendosi tra long take, splendidi dolly che dall’alto osservano gli imprevedibili spostamenti dei protagonisti, dialoghi tra primi e primissimi piani e una macchina a mano vogliosa come i desideri assoluti dei ragazzi. L’operatore alla macchina è il consueto Eric Gautier che coglie in controluce gli sguardi più caldi dell’estate toscana e i bagliori di un erotismo lieve e ingenuo, mai ostentato; sostiene i colori di una stagione piena di contraddizioni senza incorrere nell’anestetica patinatura. 
L’immensa cultura musicale del regista si rivela in una colonna sonora che inanella una chicca dopo l’altra (brani di Syd Barrett, Nick Drake, Soft Machine, Tangerine Dream), fornendo un contrappunto sonoro a sequenze molto significative; vale la pena ricordare quella della festa nel casa del nuovo fidanzato di Laure (Carole Combes, che non mostra doti recitative eccelse ma ha uno sguardo che uccide) con tanto di falò nel giardino, autocitazione diretta de “L’eau froide” tanto quanto la scelta dei nomi dei protagonisti (Gilles e Christine). 
Assayas sembra risolvere in “Après Mai” i suoi tormenti giovanili e la visione pessimistica dell’adolescenza propugnata col capolavoro del 1994. Stavolta non tocca quelle vette di sintesi tra intimismo romantico e tragico lirismo, e la sceneggiatura si concede una caratterizzazione abbastanza superficiale dei comprimari e alcuni passaggi convenzionali. Un’opera del genere è, però, da preservare gelosamente poiché si staglia come una confessione a cuore aperto. Nella sequenza finale la macchina da presa riprende Gilles prendere posto in una sala cinematografica poco prima che le luci si spengano: vediamo apparire l’immagine del primo amore del protagonista, bellissima, viva e felice. L’arte, ci dice Assyas, è il farmaco che ci riporta indietro dalla morte, regalandoci l’unica cosa che conta: più vita.
Di Giuseppe Gangi, da ondacinema.it

Il maggio del ’68 è uno di quei momenti della nostra contemporaneità che segna un punto di svolta nel fluire della nostra storia e della nostra cultura. Un tema più volte affrontato da prospettive diverse e che è rappresentato nella selezione ufficiale di Venezia 2012da Olivier Assayas nel suo Après Mai.
Come il titolo suggerisce, il periodo preso in esame è successivo a quel preciso momento storico, quando si è già gli inizi degli anni ’70: il film prende il via dalla manifestazione del 9 febbraio 1971, una protesta a sostengo di due dirigenti della Sinistra Proletaria che, incarcerati, richiedevano lo statuto di prigionieri politici; una manifestazione bloccata dalle forze di polizia, che assunse un atteggiamento drastico e violento nei confronti dei diversi gruppi che cercavano inutilmente di riunirsi, sparando i lacrimogeni ad altezza uomo e ferendo in modo grave un manifestante.
E’ questo l’incipit del film di Assayas, duro, frenetico, ben girato e potente. Una sequenza drammatica che ci introduce al contesto in cui la storia prende vita, nella quale giovani studenti protagonisti si muovono… E protestano. Una protesta che va a ricamarsi proprio sul dibattito che segue la manifestazione dell’incipit.
Le figure che animano Après Mai sono infatti tra gli appartenenti al movimento studentesco, ragazzi che con uno sguardo di simpatia all’oriente portano avanti la lotta della sinistra, contro la borghesia e le sue imposizioni socioculturali.
Ma non è un film politico, non solo almeno, perché le vicende di quegli anni e le lotte dei protagonisti sono solo uno sfondo su cui si mettono in evidenza i sogni, le passioni ed i timori dei ragazzi, facendo sì che il film di Assayas tenda al romanzo di formazione. L’autore è infatti più interessato a focalizzare l’attenzione sugli effetti che quel contesto, dalla cultura underground allefree press politiche, i dibattiti e le manifestazioni, hanno avuto su chi l’ha vissuto che sul tratteggiarne le sfumature in ogni suo aspetto.
L’operazione riesce in particolare con un paio dei ragazzi che animano la storia, la cui caratterizzazione è approfondita al punto da farci comprendere il loro percorso: è il caso di Gilles, il vero fulcro della narrazione, ragazzo ombroso dai capelli neri con una passione per la pittura, e della sua compagna di classe Christine, dei quali i giovani Clement Metayer e Lola Creton forniscono un buon ritratto. Non è così con tutte le figure che si gravitano intorno al movimento studentesco e troppo frammentaria appare la descrizione di altri di loro. Questo non compromette Après Mai, che resta un discreto affresco di un periodo di confusione, vissuto tra compromessi alla ricerca della propria identità, ma lo rende in parte incompiuto dal punto di vista narrativo. 
Il tutto è accompagnato da una messa in scena ugualmente discontinua, che alterna momenti di indubbia efficacia (la già citata sequenza iniziale, ma anche la ricostruzione di una festa, accompagnata da musica psichedelica del periodo), ad altri che evidenziano delle indecisioni.
Di Antonio Cuomo, da movieplayer.it

La corrente maoista, la sinistra proletaria, la manifestazione repressa dalla polizia nel febbraio del ’71 a Parigi: il 24enne Richard Deshayes, militante di VLR (Viva la Rivoluzione), perde un occhio dopo che un fumogeno lo colpisce in pieno volto, il liceale apolitico Gilles Guiot è arrestato dalla polizia mentre rientra a casa, poi condannato a sei mesi di prigione di cui tre con la condizionale per fantomatiche “violenze a un agente”. Sono questi due episodi a scuotere il dibattito e la mobilitazione giovanile: da una parte c’è chi – in nome di una politica garantista – vorrebbe rilanciare il movimento liceale e strutturarlo intorno ai gruppi trozkisti, dall’altra chi – rifuggendo qualsiasi logica di organizzazione – è sempre pronto allo scontro.
Questo è lo scenario in cui si apre Après Mai (Qualcosa nell’aria, da noi) di Olivier Assayas, film dichiaratamente autobiografico in cui il regista francese torna agli anni della sua adolescenza, “malinconica ma caratterizzata da un forte amore per la vita”. Per raccontarcela, affida all’alter ego Clément Métayer la parte di un liceale (Gilles) diviso tra l’impeto rivoluzionario e il percorso artistico/individuale: l’affresco di un tempo ormai irreplicabile e perduto viene (ri)costruito dal regista di Carlos in maniera consapevole e nostalgica. Dopo quel maggio del ’68, ci ricorda Assayas, in Francia la generazione dei giovanissimi è alle prese con un presente che, all’orizzonte, sembra offrire la rivoluzione mancata qualche anno prima: il contesto è quello, ma la spinta all’emancipazione che porti alla crescita individuale, marcata dalla forte ispirazione che il fuoco dell’arte può richiamare, è altrettanto presente. E condiziona il percorso di Gilles, delle persone a lui vicine – gli amori Carole Combes e Lola Créton, gli amici Félix Armand e Hugo Conzelmann -: la politica, la musica (Assayas ascoltava gente niente male e, vivaddio, ogni canzone nel film viene fatta “parlare” fino alla fine), il ragionamento sul dibattito tra cinema “agitprop” e cinema come forma espressiva, sulla ricerca di una “sintassi” che si elevasse rispetto alle forme “borghesi” predominanti, la controcultura e la controinformazione, Après Mai è lo sguardo di chi sa che il cinema può “resuscitare tutto ciò che si è perso, amato”. Assayas non si nasconde, “l’arte è solitudine” fa dire ad un personaggio del film, ma lotta per un’arte che si faccia portatrice di ricordi e idee. Che contempli l’amore e la natura, la morte e la tristezza, che parta da Terrapin di Syd Barrett (prima traccia del magnifico The Madcap Laughs) e arrivi alla dolente, fantastica Decadence di Kevin Ayers. In mezzo, le poesie di Gregory Corso (I Am 25), estratti di film (Joe Hill di Bo Widerberg, Laos, images sauvées di Madeleine Riffaud, Le courage du people di Jorge Sanjines) e poca innovazione in termini di “sintassi”: ma la rivoluzione, si sa, il più delle volte è un’utopia.
Di Valerio Sammarco, da cinematografo.it

La storia parte non lontano, dalla Parigi del 1971, dove un gruppo di giovani liceali partecipa ad una manifestazione bloccata dalle forze di polizia che assume un atteggiamento drastico e violento nei confronti dei diversi gruppi che cercano inutilmente di riunirsi, sparando i lacrimogeni ad altezza uomo e ferendo in modo grave un manifestante.
Questo il movimentato incipit di un film che evidenzia subito che quel periodo è stato vissuto pienamente da chi l’ha girato; ottima infatti la ricostruzione degli ambienti, delle infinite discussioni e dei sentimenti dell’epoca. Il protagonista, Gilles, è lo specchio di quella generazione post-sessantottina, stretto tra le proprie idee politiche e le proprie passioni, pittura in primo piano.
Sono proprio le sue passioni che porteranno il bravo protagonista in giro per il mondo, in una sorta di viaggio di ‘formazione’ che porterà ognuno per la sua strada, più o meno voluta.
L’intenzione di dare un affresco di quegli anni, senza nessuna intenzione di giudicare, risulta comunque un po’ ‘annacquata’ dal velo di tristezza e malinconia che si percepisce fin dall’inizio, tutto però attorniato da un’ottima scelta di brani musicali del tempo.
Unico neo risulta essere la lunghezza, bastavano dei piccoli tagli e il risultato sarebbe stato comunque raggiunto.
Di Salvatore Cusimano, da ecodelcinema.com

Perché non sorridono mai i ragazzi di Après Mai?
L’ultimo lavoro di Olivier Assayas si pone visceralmente con tutte le intenzioni di bruciare l’animo di chi osserva, di ricacciarlo nell’inferno dorato della propria adolescenza, attraverso un percorso doloroso e sincero, maniacale (nel perfezionismo della ricostruzione e della messa in scena) e consapevole. Soprattutto di volere ritornare sul “luogo del delitto”, ovvero del film più incantevole e duro, emotivamente straziante eppure gelido, L’eau froide.
Ma che succede ai nostri ricordi quando, quasi in un’operazione terapeutica, li ricacciamo fuori dopo tanti anni? “Spesso ci si definisce anche attraverso il nostro rapporto col passato e con la maniera che abbiamo di catalogarlo”, spiega Assayas, a proposito della memoria. E gli anni passano, ci cambiano, modificano i nostri corpi e i nostri pensieri, i nostri volti e il nostro immaginario: la nostra immaginazione, sì. Olivier, classe 1955, era ancora un trentenne, quando lavorava con i ragazzi di L’eau Froide. Virgine Ledoyen e Cyprien Fouquet all’epoca avevano 18 anni, una ventina di meno di Assayas, ragazzi nati negli anni settanta che hanno “vissuto” – indirettamente – quel periodo attraverso un’adolescenza nel decennio successivo, i cui erano ancora vivi e presenti alcuni dei sogni e delle problematiche di allora. Oggi la “distanza” con i ragazzi di Après Mai è abissale, poco meno di quarant’anni (in cui c’è stato di tutto, dalla fine della Guerra fredda all’11 settembre, alle rivoluzioni arabe e, soprattutto, a un modo di comunicare attraverso la rete che sta modificando il concetto stesso di comunicazione, figuriamoci dell’”esperienza della storia”!). E basta leggere le dichiarazioni dei giovani protagonisti del film (tutti nati negli anni novanta, in cui Olivier girava L’eau Froide) per farsene un’idea: “Per capire il linguaggio politico dell’epoca, ho guardato un sacco di interviste e di vecchi reportage, e, soprattutto, ho consultato il dizionario…” (Felix Armand, che interpreta Alain, l’amico del protagonista, gilles); “E’ molto difficile imparare a memoria dei dialoghi pieni di riferimenti politici, non ci capivo niente… Olivier però voleva che sapessimo di cosa parlavamo…”.(Clement Métayer (Gilles); “Ci siamo immersi negli anni 70, le scenografie, i vestiti, tutto l’insieme. Ma è stata soprattutto la musica, quella della scena della festa hippie, che ci ha dato una sensazione di immersione totale” (Carole Combes, nel film laure, la “musa” di Gilles).
Ma il cinema si nutre di memoria. Se non addirittura che il cinema è (diventato) la nostra memoria. Noi siamo quello che ricordiamo che abbiamo vissuto, quanto i film che abbiamo visto e amato, le musiche che abbiamo ascoltato, da soli chiusi in camera o con i nostri coetanei. Lo dice, chiaramente anche Assayas, spiegando perché il giovane protagonista del film, Gilles, sfrontatamente e coraggiosamente alter-ego biografico del regista, ha scelto il cinema: “Lo schermo è il luogo dove il ricordo può rivivere, dove ciò che è perso può essere ritrovato, dove il mondo può essere salvato”. E questi ragazzi del 1971/72, anni post sessantotto pieni di musica straordinaria, di rivoluzioni possibili e controrivoluzioni reali, dove i sogni del maggio si sono dispersi in mille rivoli, appartengono a quella generazione – parole di Assayas – “del dopo maggio 68, nata nel caos e che sì è evoluta nel caos”. Ragazzi che – come i loro fratelli minori italiani del 1977 – non sono diventati giornalisti, politici o pubblicitari come quelli del ‘68, ma si son gettati dentro le pratiche attive della creatività, delle arti diffuse, della mutazione dei linguaggi, degli stili, della comunicazione e della percezione di sé.
Après Mai, distributo in Italia col titoloQualcosa nel’aria, racconta di un gruppo di liceali nel loro passaggio dalla ribellione anarchica urbana, con tanto di scontri con polizia e milizie antagoniste, a quell’estremismo culturale fatto di viaggi in oriente, fughe nella Londra “avanzata” di quegli anni, feste con falò e amori che si dissipavano in un mondo senza sorrisi. E se 18 anni fa Assayas aveva da un lato la maggior vicinanza temporale, e dall’altro una maggiore astrazione creativa sulla narrazione meno strettamente autobiografica, qui decide di immergersi fino in fondo nella ricostruzione, a tratti maniacale, di tutti gli stilemi e le ossessioni, viene da dire quasi i “tic”, dell’epoca. Questo denudarsi nell’autobiografismo storico, politico, esistenziale, si manifesta soprattutto nella colonna sonora molto più privata e personale, che va da Syd Barret a Nick Drake, Soft Machine, Tangerine Dream, ecc….ma anche in questi corpi che sembrano vagare in continuazione verso orizzonti che non si intravedono, un’oriente immaginario, una città mitizzata, l’arte che appare come un luogo oscuro, ma inevitabile, di liberazione.
Il risultato è qualcosa di assolutamente impenetrabile, quasi un’opera d’arte situazionista, senza la poeticità espansa dell’Assayas migliore (L’Heure d’Eté, Irma vep, Fin Aout Debut Septembre,ecc..), quasi compressa in un tentativo impossibile ed utopistico, come il mai, di voler raccontare e raccogliere tutto, senza lasciarsi sfuggire nulla. Ed ecco che il suo stile si trasforma radicalmente: dai primi piani “affettuosi” teneramente avvolti sui personaggi e quei lunghi piani sequenza che li sembravano abbracciare e accarezzare, qui passiamo a uno sguardo più complessivo, dove gli ambienti, la città, la natura, insomma gli elementi dove vivono i personaggi, sono cuore integrante della visione. Non un visione fredda, certo, ma più distante, come gli anni che ci separano, sempre di più, dall’adolescenza.
E mentre l’esperienza raccontata dei ragazzi di L’eau froide era tutta “privata”, dove il conflitto con il mondo e la società di manifestava con evidenza nella vita familiare e nel rifiuto della famiglia stessa, in Après Mai Assayas sceglie di andare fino in fondo con i ricordi e la riflessione sull’essere giovani negli anni settanta. Cosa ci colpiva, quali desideri emanavamo, come si poteva così innocentemente mescolare la vita privata, i sentimenti, con la politica, le ideologie, ma anche l’espressione, il senso di libertà fatto di cose semplici e complesse, fosse anche quello di dare fuoco a qualcosa, magari solo per far uscire i fuochi che erano dentro di noi… Ma poi la disperazione per una rivoluzione che sembrava impossibile (e che invece passava davanti ai nostri occhi senza che la vedessimo…perché in quegli anni sono cambiati radicalmente modi di vivere, di pensare, di guardare e, soprattutto, di immaginare, in maniera così radicale che gran parte delle trasformazioni tecnologiche che viviamo oggi sembra essere generate da quell’universo desiderante), ed ecco arrivare le droghe, quelle pesanti come la morte, e una solitudine esistenziale che non sembra più finire, anche oggi dentro l’universo espanso della comunicazione social.
Assayas sembra raccontarci – come Bertolucci – il mondo prima della rivoluzione, non dopo. Quel trovare inaccettabili i “contenuti rivoluzionari” espressi in “contenitori reazionari”, quel voler osservare la realtà non con sguardo ideologico ma con la determinazione alla verità (la rivoluzione culturale cinese raccontata da Simon Leys), quel voler rompere senza distruggere, quel porsi sempre e comunque “le domande più delicate” (come dice Olivier), Ma soprattutto quella consapevolezza che “la cultura debba tenere nella seconda metà del XX secolo il ruolo motore nello sviluppo dell’economia, ruolo che fu dell’automobile nella prima metà del secolo e della ferrovie nella seconda metà del XIX secolo” (Guy Debord nel 1971, non Clay Shirky nel 2010…).
Aprés Mai sta però al cinema biografico come il dètournement dei situazionisti stava alla citazione. Contestualizza ma esplode al di fuori, si getta a capofitto nel dibattito di quegli anni, per uscirne fuori come un quadro strappato o bruciato per negarne ad altri, oltre al destinatario amoroso, la visione. Perché “l’arte e il cinema in particolare possono attuare una resurrezione dei sentimenti che si son persi”, come ha ricordato in conferenza stampa Assayas.
Ma la grandezza e il limite di questo film stanno proprio nell’eccesso di sincerità, di ricostruzione fedele, forse di verità. E il film ci appare come incapsulato in un ricordo vivido e profondo, meravigliosamente dentro “i nostri anni”, senza quei colori sbiaditi di una foto Polaroid degli anni Settanta, oggi così magicamente riproducibili con Instagram (che è la rappresentazione in termini di software di come oggi le giovani generazioni vivano quegli anni: un colore riflesso, attenuato, come se la vita, allora, fosse davvero cosi!). Assayas non gioca con i colori e la memoria simbolica di un possibile “Instagram movie”, ma restituisce cuore e colore vivo di una materia pulsante che così ci appare viva, vitale, immediata, dannatamente sincera.
Ma l’arte, spesso, ha anche bisogno di piccole/grandi menzogne, e l’eccesso di verità, a volta, ricaccia l’immaginazione dietro la porta.
Vivo nella mia immaginazione. 
Se la realtà bussa alla porta, non apro.
Gilles, il protagonista di Aprés mai
Perché non sorridono mai i ragazzi di Après Mai?
“Io della mia adolescenza ho in effetti un ricordo malinconico anche se innamorato della vita. Il film è impregnato di questo ricordo. È stata un’epoca seria, è vero, forse triste.” (Olivier Assayas)
Di Federico Chiacchiari, da sentieriselvaggi.it

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