PARIS-MANHATTAN



A volte gli eventi fondamentali della vita nascono da imprevisti o accadimenti fortuiti. Un esempio è il caso della regista esordiente Sophie Lellouche che, separata dal più noto regista Claude Lelouch da un paio di lettere di troppo, a queste e all’omonimia di suo padre con l’autore di Un uomo, una donna deve l’inizio di una carriera dietro la macchina da presa. In particolare, a determinare una vicenda incredibilmente simile a una sceneggiatura con tanto di colpo di scena finale, sono stati un curriculum da consegnare, un messaggio lasciato sulla segreteria sbagliata e una ragazza con un grande sogno da realizzare. E’ così che, con molta perseveranza e un pizzico di fortuna, Sophie è riuscita ad attrarre l’attenzione del regista e a entrare nel suo gruppo di allievi/collaboratori cercando di carpire non solo i segreti della realizzazione tecnica di un film, ma, soprattutto, il modo in cui trasmettere emozioni e narrazione attraverso uno stile personale. Grazie a questo percorso di sperimentazione e ricerca ha scoperto di possedere un tocco leggero e un gusto per l’ironia dissacrante indispensabile per costruire una commedia d’esordio come Paris Manhattan, tanto piccola quanto raffinata, capace di unire idealmente il cinema europeo niente meno che a quello newyorkese di Woody Allen. Il tramite è rappresentato dal personaggio di Alice che, dopo aver “incontrato” a soli quindici anni il regista americano nell’intimità di una sala cinematografica, l’ha innalzato al ruolo di consigliere cui chiedere spiegazioni delle infinite variabili della vita. 
Così, attraverso un poster gigantesco affisso al muro della camera della ragazza, Allen segue la trasformazione di un’adolescente amante del jazz e diCole Porter, in una farmacista capace di curare i bruciori di stomaco grazie alle commedie di Lubitsch e di sventare rapine a colpi di Pallottole su Broadway. Certo, una famiglia ebrea votata alla felicità e intenzionata ad accasarla con qualunque pretendente possibile non rende semplice il suo percorso romantico, ma ad aiutarla nei momenti di maggiore confusione corrono in suo aiuto film come Manhattan, Hannah e le sue sorelle, Match Point eMariti e mogli, pronti a ricordargli come sia possibile, ad esempio, innamorarsi anche di una pecora, nonostante le evidenti differenze, e quanto misteriose siano le dinamiche che regolano passione e sentimento. Dunque, se è vero che la cosa più importante nella vita è avere coraggio, Alice deve trovare la giusta dose d’incoscienza per amare l’imperfetto Victor, così come la sua creatrice ha trovato la formula migliore per riunire le suggestioni di autori come Capra, Wilder e, naturalmente, Allen attraverso il linguaggio e lo stile francese. Elementi fondamentali di questa formula vincente sono una sceneggiatura ricca di dialoghi costruiti con particolare attenzione al ritmo comico e la caratterizzazione di personaggi che, fin dalla prima apparizione in scena, lasciano un segno ben preciso della loro personalità. 
In questo modo all’interpretazione di Alice Taglioni, mix perfetto tra la dolcezza di Mia Farrow e la vivacità diDiane Keaton, e di Patrick Bruel, essenza del più giovane e scettico Allen, si unisce un parterre di coppie “perfette” formate da Michel Aumont, Marie-Christine Adam, Marine Delterme e Louis-Do de Lencquesaingper dimostrare quanto la vita possa essere anche meravigliosa purché si parta dal saggio presupposto che nessuno è perfetto. Ad armonizzare il tutto, poi, è l’atmosfera sognante che, celebrata proprio daMidnight in Paris, sembra ormai definire la mitologia romantica di un luogo come Parigi. Nel caso di Paris Manhattan, però, la città fa un passo indietro e, lasciando quasi svanire la sua architettura inconfondibile come i posti che più la raccontano, attribuisce alla varia umanità che la abita il privilegio di lasciarsi attraversare da una sorta d’inebriante magia. La stessa che, unita a un’innocenza infantile e a una gioiosa passione per il genere umano, ha contribuito, ad esempio, a costruire Il favoloso mondo di Amélie. Così, con lo sguardo attraversato da suggestioni romantiche modernizzate dalla realistica saggezza di Allen, come l’eroina di Jean-Pierre Jeunetanche Alice ha la capacità di aggiustare le vite degli altri. La prima si lascia guidare dalla sua sensibilità, la seconda prende in prestito il talento di chi, attraverso i toni della commedia, ha saputo raccontare la profondità dei rapporti umani. Entrambe, però, sembrano incapaci di far chiarezza nei propri sentimenti e di afferrare la felicità che meritano. Almeno fino a quando la vita non decide di prendere il sopravvento perché, come ricorda l’uomo di vetro, creature come loro nascono per scontrarsi con gli eventi senza lasciare scorrere il tempo e indebolire il proprio cuore.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

L’idea al centro del film dell’esordiente Sophie Lellouche (solo un corto girato nel 1999 al suo attivo) è un pastiche alleniano, dove l’universo del celebre autore americano è presente in buona parte delle sequenze e sulla cui raffinata scuola si snoda la sceneggiatura.
La storia si sviluppa intorno alla vita di Alice (Alice Taglioni), una borghese single un po’ svampita ossessionata da Woody Allen, di cui conserva un poster in camera in stile adolescenziale, con il quale dialoga e da cui si fa psicanalizzare. Attorno a lei – bellissima, sui trentacinque anni e proprietaria di una farmacia nel centro di Parigi – una famiglia seriamente preoccupata non riesca a trovare marito. Ma ecco, dopo diverse frequentazioni interrotte sul nascere e una specie di principe azzurro perso per strada senza una vera ragione, sbucare Victor (Patrick Bruel), un piccolo imprenditore sfuggente e pessimista al punto giusto per entrare in collisione con la sognatrice Alice.
Sembrerebbe una commedia romantica frivola come tante altre ma non lo è (del tutto). Lellouche intende rappresentare qualcosa di più profondo, legato ai rapporti umani e ai sentimenti più in generale. Tenta di ricostruire le ipocrisie e i malesseri di certi gruppi di individui, interrogarsi sulle convenzioni sociali e naturalmente affrontare il grande tema dell’amore. Ci riesce? Poco. I personaggi sono esasperati nei loro ruoli, ritratti in forma macchiettistica, incapaci di generare coinvolgimento e vere riflessioni “sulla vita”.
La regista appare troppo suggestionata da Allen e si rifugia timidamente in uno stile sfacciatamente da fan, senza riproporre la stessa acutezza ma stuccando lo spettatore – non necessariamente ossessionato – con i continui rimandi visivi e verbali al microcosmo del genio newyorkese.
Meglio quando la pellicola si sposta su un registro più ironico-sentimentale, territorio più consono all’architettura del progetto. È qui che il tono lieve dell’opera viene fuori in tutta la sua semplicità e grazie a uno stile – quasi sempre – sobrio distribuisce qualche sorriso, utile a trascinare in sala gli amanti del cinema spensierato (travestito da intellettuale, in questo caso) ma dove l’unica vera perla è l’ingresso in scena di Woody Allen per un cameo celebrativo.
Di Nicola Di Francesco, da filmup.leonardo.it

Quando si vede un film come Paris-Manhattan di Sophie Lellouche, opera prima nata sotto una buona stella e baciata dalla fortuna (vedendola capirete perché), sorge spontanea una considerazione: all’estero, almeno, ci provano. Per realizzare un film come questo, una rom-com della durata di 77, essenziali minuti, in fondo servono solo una buona idea, attori simpatici e bravi e una bella location. Non è necessario mettere in campo i massimi sistemi e avere la pretesa di spiegare la vita o le crisi generazionali per portare la gente al cinema.
Detto questo, nemmeno Sophie Lellouche è priva di ambizioni, e lo dimostra nella scelta dei suoi modelli: oltre a Woody Allen, deus ex machina e nume tutelare dell’operazione, la commedia sofisticata alla Lubitsch. Su questi illustri canovacci, la regista mette in scena una famiglia ebraica della buona borghesia parigina, a cui appartiene Alice, una ragazza che ha come idolo Woody Allen, al cui poster gigante rivolge domande che ottengono sempre risposta (a parlare è, chiaramente, il suo subconscio). L’Allen cui si fa riferimento è per lo più quello giovanile, l’autore delle commedie newyorkesi citate nel film e di altre più smaccatamente comiche come Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere). E’ infatti dall’episodio della passione tra il sessuologo Gene Wilder e la pecora merino, che Alice trae ispirazione e capisce la verità, dopo aver cercato invano l’anima gemella tra i perfetti – e noiosi – amanti di Cole Porter che fanno tutte le cose giuste.
Sophie Lellouche conosce tanto bene la sua materia da fare della sua opera prima una vera e propria commedia alla Woody Allen, riprendendone stile, struttura e personaggi, per trapiantarli in una Parigi che è un luogo del cuore, molto simile alla città idealizzata e trasfigurata che è la New York del regista. Non si limita, insomma, a citare situazioni ispirate a Misterioso omicidio a Manhattan, Hannah e le sue sorelle e altri film del suo mentore, ma costruisce una pellicola analoga alle sue, che diventa il vero tributo alla sua arte.
La protagonista Alice Taglioni ha dalla sua quella bellezza algida che aiuta a  trasmettere l’aura un po’ triste di chi cerca con ostinazione il sogno nella realtà, ma finisce poi per trovarlo nel quotidiano più banale, mentre il pur bravo Patrick Bruel, nel ruolo del “terreno” Victor, ci è sembrato troppo vecchio e appesantito come uomo ideale di una ragazza del genere. Come forse avrete già letto altrove, Paris-Manhattan è un film con sorpresa, che ovviamente non vi sveliamo. Basti dire che è da sola motivo sufficiente per vederlo, se quanto detto finora non vi bastasse. Ci piace molto l’idea di una farmacista che dispensa film curativi invece di intrugli medicinali ai suoi clienti. Quanto al messaggio per le single sensibili e intelligenti in cerca del loro mister Right, però, ci permettiamo di dissentire dall’autrice: provate pure con le pecore, se volete, ma – una volta svanita le passione – vi renderete conto che avere accanto un uomo che capisce e condivide quello che amate, è il presupposto migliore per essere felici.
Di Daniela Catelli, da comingsoon.it

Sophie Lellouche omaggia Woody Allen con un film assolutamente, totalmente e deliziosamente francese. Una vera e propria dichiarazione d’amore che prende il corpo di Alice, una farmacista ossessionata dai film del noto regista e che, per questo, si circonda di fotografie, cita continuamente le sue opere e arriva all’estremo di prescrivere ai propri clienti visioni di determinate pellicole per alleviare i propri malesseri. Disperati per questa fissazione, i parenti decidono di accasarla con un perfetto gentiluomo d’Oltralpe, che tuttavia non regge il paragone con il regista dei suoi sogni.
Sulle note dell’intramontabile jazz di Cole Porter, scelto per firmare una colonna sonora davvero godibilissima, la narrazione si svolge leggera e divertente, a tratti maliziosa, in una costante citazione che rivela la dedizione della regista stessa ad Allen. Certo, è chiaro il richiamo a “Provaci ancora, Sam”, che di Allen non è, ma resta pur sempre uno dei suoi film preferiti. In compenso, si inanellano una dietro l’altra le più famose frasi dei film del buon Woody.
I romantici possono tirare un sospiro di sollievo: ovviamente Alice trova l’amore, dopo numerose traversie della mente e del cuore, e scopre che talvolta l’uomo perfetto non è necessariamente identico al proprio sogno. Questo tra una scivolata e una ripresa di sceneggiatura, che talvolta manca di ritmo, ma in modo perdonabile.
Poteva mancare il divo? Ovviamente no, e Lellouche riesce nell’impresa di avere non solo le voci fuori campo ma anche un divertente cammeo di Allen: non male per un’opera prima che promette un grande futuro.
Di Claudia Resta, da ecodelcinema.com

{#Paris-Manhattan} è l’opera prima di Sophie Lellouche, giovane regista francese approdata al grande schermo dopo il cortometraggio Dieu, que la nature est bien faite!, datato 1999. Con questa allegra e spensierata commedia romantica, in pieno stile cinematografico francese, la Lellouche debutta dopo una fruttuosa collaborazione con il quasi omonimo Claude Lelouch; un’esperienza, la prima, da cui ha tratto gli insegnamenti fondamentali per intraprendere il percorso verso la carriera dietro la macchina da presa.
Per la sua prima fatica Paris-Manhattan, la Lellouche ha scelto come protagonista Alice Taglioni, Miss Corsica 1996 già vista sul grande schermo in molte produzioni tra cui Cash – Fate il vostro gioco al fianco del premio Oscar Jean Dujardin, Jean Reno e Valeria Golino. Al suo fianco c’è Patrick Bruel, attore e cantante diventato in patria un vero e proprio fenomeno di culto negli anni ’90 e reduce dal recente Cena tra amici.
Alice (Taglioni) è una farmacista single, circondata da una famiglia particolarmente apprensiva nei suoi confronti. Dopo la delusione con l’uomo della sua vita, ritrovatosi a sposare la sorella di lei per un repentino colpo di fulmine, la giovane donna si è rinchiusa nelle lunghe conversazioni con la foto del suo regista preferito: Woody Allen; con lui Alice si prodiga in lunghe conversazioni, indispensabili per sviscerare ogni piccolo avvenimento quotidiano, che si tratti del lavoro o di dubbi amorosi. È l’incontro con Vincent (Bruel) a farle riaprire le porte del cuore; perfettamente conforme a ogni sua esigenza, ha solo un grande difetto: non ha mai visto un film del regista statunitense.
Semplice e lineare, Paris-Manhattan attinge senza nasconderlo più di tanto dalla filmografia di {#Woody Allen}; infatti, se nella pellicolaProvaci ancora, Sam di Herbert Ross (tratto dall’omonima opera teatrale dello stesso Allen) del quale l’occhialuto regista è stato protagonista, impegnato a confidarsi con l’immaginaria figura di Humphrey Bogart, qui è Alice a fare lo stesso, aprendo anima e cuore alla sua immagine strategicamente appesa nell’intimità della di lei camera. Dettaglio fondamentale è la voce, prestata proprio da Woody in persona che ha regalato così alla Lellouche la sua amichevole partecipazione, apprezzabile anche nel breve cameo all’interno della pellicola.
Scorrono rapidamente gli appena 77 minuti di film, incorniciati da una Parigi colorata e vivace che funge da sfondo perfetto ai sentimenti che pervadono le immagini.Romanticismo sì, ma non manca neanche una piccola analisi del viaggio interiore di Alice che, senza la pretesa di voler insegnare nulla allo spettatore, mostra con sguardo delicato le vicissitudini e il viaggio verso l’età adulta di una donna rimasta intrappolata nelle strette quanto involontarie spire della sua onnipresente famiglia.
Perfetta per chi è alla ricerca di sentimenti senza troppi grilli per la testa, la commedia di Sophie Lellouche resta un esordio non particolarmente d’impatto ma al contempo piacevolmente leggero, perfetto per liberare la mente dai pensieri per poco più di un’ora. Un occhio di riguardo va alla colonna sonora: tanto jazz ad accompagnare in questa breve passeggiata tra le vie della Ville Lumière.
Di Chiara Console, da diredonna.it

Paris-Manhattan è l’esordio cinematografico della regista francese Sophie Lellouche, in uscita nelle sale italiane l’8 novembre. A  dispetto di un cognome ingannevole per assonanza, non ha alcun rapporto di parentela con il famoso cineasta Claude Lelouch, sebbene sia stato proprio lui ad averla indirizzata lungo un percorso di crescita artistica che, passando dalle esercitazioni a  base di corti e documentari, l’ha resa pronta a firmare il suo primo lungometraggio, anche come sceneggiatrice. Volendo rendere ancora più stimolante questa sfida con se stessa, Sophie Lellouche si è lanciata direttamente nel genere apparentemente più semplice, ma quantomai impervio, della commedia, in cui riuscire ad allietare lo spettatore, divertendo finemente e raccontando una storia gradevole, senza scadere nella banalità, è sempre più difficile.
Il titolo del film farebbe pensare ad un ponte di comunicazione che unisca idealmente la capitale francese alla frenetica isola della Grande Mela. Infatti, se si vuol parlare di un civile scambio diplomatico di idee, Alice, giovane farmacista parigina, bella e motivata nel suo lavoro, ciò nonostante irrimediabile sognatrice e per questo ancora single, ogni giorno dialoga con Woody Allen, rappresentante onorario della città di New York. Per meglio dire, la ragazza si rivolge al poster del regista americano, del quale ha visto tutti i film e che considera un mito vivente, appeso al muro del suo salotto, luogo di rifugio dove sfuggire a una realtà che vede la sua famiglia, affettuosa ma un po’ ingombrante e apprensiva, impegnata a cercarle un futuro marito.
Mentre Alice colleziona delusioni sentimentali, Allen è il solo a rassicurarla, quando lo interroga come un oracolo, lui non tarda a darle una risposta illuminante, attraverso le pillole umoristiche di una sua qualsiasi pellicola, rischiarandole i pensieri su un mondo circostante ambiguo, ipocrita e opportunista, a lei così estraneo.  Basti pensare che Alice cerca di curare il malessere esistenziale dei suoi clienti con la film-terapia, avendo allestito nella sua farmacia uno scaffale pieno di dvd, ciascuno adatto, a suo avviso, ad una specifica patologia, prima di pensare a fare i propri interessi economici vendendo un palliativo generico.
Durante una festa Alice incontra Victor, un uomo reso cinico dalla vita e fin troppo schietto, il quale si occupa di installare dispositivi di sicurezza da lui brevettati e che si mette sin dal inizio fuori gioco, ammettendo di non aver mai visto un film di Woody Allen, affinità imprescindibile per stimolare l’ interesse iniziale in Alice, o almeno questo è quello che lei crede. E invece, attraverso una conoscenza turbolenta, i due scopriranno di essere in sintonia su molti aspetti, nonostante le barriere che entrambi hanno innalzato come istinto difensivo,  e che la lacuna cinefila di Victor è proprio la chiave di lettura, il nuovo punto di partenza.
Paris-Manhattan non è solo un tributo dichiarato di Sophie Lellouche al genio istrionico di Allen,  facendo ricorso all’uso di un citazionismo ben dosato (sono presenti riferimenti tratti da Manhattan, Hannah e le sue sorelle, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere, etc.) ma una promettente opera prima con molti spunti originali, di stampo squisitamente francese, che fa ben sperare in un futuro ancor più roseo per la regista, sulle tracce del maestro a cui si è ispirata.
Maria Teresa Limosa, da filmforlife.org

Una Woodyterapia
Alice (Alice Taglioni) è giovane e bella ma ancora single, di professione è farmacista e alla cura tradizionale dei suoi clienti aggiunge la film terapia, migliore di qualsiasi medicina; il suo regista preferito è Woody Allen, per il quale ha una vera e propria ossessione, un maestro di vita con cui instaura un rapporto dialettico continuo, nel quale lui la consiglia sul da farsi e in particolare nel rapporto con l’altro sesso, dove sembra avere qualche piccola difficoltà. I familiari di Alice sono un po’ impiccioni e non fanno che cercare continuamente di accasarla, fino a quando non incontra Victor (Patrick Bruel), pronto a stravolgerle la vita.
Alice delle meraviglie
Alice è una giovane donna single, intelligente, colta, che però ha paura di crescere. Si rifugia in un mondo che non c’è, un po’ come la protagonista de La Rosa Purpurea del Cairo, e ricorda senza dubbio l’Allen attore di Provaci ancora Sam che si confidava con Bogart, fino a tramutarsi in un’Alice delle meraviglie immersa in un mondo ideale dove il poster in bianco e nero del suo mentore altro non è che una proiezione di se stessa. Staccare il manifesto dalla parete significa quindi crescere e assumersi la responsabilità delle proprie azioni, affacciandosi al mondo esterno da sola senza maschere, e sarà proprio Victor, con il suo senso pratico, a permetterle di calarsi nella realtà.
In questa pellicola surreale e onirica le risposte ai mali di vivere si trovano nei film: dalla crisi di coppia al mal di schiena, perfino un rapinatore può essere curato con l’idea di una realtà “altra”, fino ad arrivare al pentimento. La bella farmacista ha fatto dei temi cari al suo beniamino la propria filosofia di vita, rifugiandosi nella cinefilia e nel sogno, mentre Victor, l’uomo che le farà girare la testa, è la sua antitesi perfetta: cinico, realista ed estremamente pessimista. È proprio la profonda differenza dell’uomo e della donna a renderli una coppia reale, dato che nel mondo del regista preso a modello si può infatti essere attratti da una pecora, o da un uomo che potrebbe avere l’età di nostro nonno, proprio perché l’amore è un sentimento irrazionale e insomma Basta che funzioni.
Va poi preso in considerazione il rapporto con la famiglia impicciona, iper agitata ma molto unita (i genitori, infatti, per la felicità delle due figlie sono pronti a tutto, perfino al pedinamento), e il conflitto con la sorella, più femminile e apparentemente appagata dal lavoro e dall’amore, per cui prova invidia. Alla fine, come in tutte le famiglie, emergeranno scheletri nell’armadio e piccole verità scomode. In particolare spicca il rapporto con il padre (il più incallito nel tentativo di accasarla), e quello con la madre, alcolizzata e ossessionata dall’apparenza.
Parigi inoltre, città in cui si dipana la storia, è insieme a Venezia l’altra grande città in cui Woody Allen dichiara di sentirsi a casa e nella quale afferma di poter vivere, pertanto l’idea di ambientare il film proprio nella capitale francese è sicuramente un altro ossequio che la Lellouche non si risparmia. La regista di Paris- Manhattan, sua opera prima, afferma che l’unico punto in comune con la sua eroina (non vi è nulla di autobiografico, infatti) è il segno che ha lasciato in lei il suddetto regista. Molto carina poi è la sorpresa finale che porta al film ancora una nota di magia, un po’ come un illusionista che estrae un coniglio dal cilindro e che contribuisce a rendere il film ancora più favolistico, dimostrando che a volte i sogni, con un pizzico di fortuna e coraggio, si realizzano.
La pellicola è dunque una favola romantica, vero e proprio omaggio al grande Woody Allen, regista, sceneggiatore, attore, scrittore e compositore. Cita film come Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere (1972) Misterioso omicidio a Manhattan (1993) Match point(2005), Manhattan (1977) e molti altri, inoltre anche il nome stesso della protagonista è ripreso da Alice(1990). Presenta pure un colonna sonora jazz, basata sulle note di Ella Fitzgerald e Jean Michel Bernard, elemento a sua volta immancabile nei film di Woody Allen.
Nonostante le ricche e adeguate menzioni, qualche punto rimane in sospeso non risultando totalmente convincente, fatto marcato da una sceneggiatura a tratti forse troppo lenta ma comunque piacevole.
Di Roberta Giani, da spaziofilm.it

Giovane, bella e solare: è Alice, assoluta protagonista di Paris-Manhattan. Persa tra il suo lavoro di farmacista e l’assurda passione per il celebre regista newyorkese Woody Allen, Alice non ha neanche il tempo di trovare un uomo perché fin troppo assorta dalla sua passione per il regista, una di quelle passioni così tanto dirompenti da rendersi evidente in tutti gli aspetti della sua vita: da quelli banali a quelli più importanti.
Tale è l’ammirazione che Alice nutre nei confronti di Woody Allen, da spingerla a parlare con il poster gigantesco che ha appeso in camera. Onnipresente e fedele come uno di quegli amici che custodiscono i segreti più intimi della tua vita, Woody Allen è per Alice molto più che una semplice fotografia. È un vero confidente, qualcuno a cui poter rivelare ogni intimo segreto, a cui rivolgere lo sguardo nei momenti difficili o su cui riversare le proprie frustrazioni.
Woody Allen è il punto di riferimento di Alice che vive e razionalizza tutte le situazioni che la coinvolgono come fosse in un film e reinterpreta e sistema ogni cosa attraverso la filosofia de regista. Per Alice Woody Allen è la soluzione ai problemi della gente tanto da prescriverne la visione dei film al posto di vere e proprie medicine. C’è solo un problema nella vita della giovane protagonista ed è quello di non riuscire a trovare un uomo con cui cominciare una relazione vera.
Inutile dire che tutto cambierà quando si ritroverà, per uno strano scherzo del destino, a dover scegliere addirittura tra due uomini: quello perfetto che, come lei, conosce e ama Woody Allen o quello fuori dagli schemi che non sa nulla né del regista né dei suoi film. Così in uno schema perfetto in cui la realtà si interseca sia con il sogno che con l’umorismo, Alice si troverà di fronte ad una scelta vera e si renderà conto che la vita è ben altra cosa dall’immaginazione e che non sempre possiamo rifugiarci nei nostri sogni o coprirci dietro i nostri beniamini per sentirci sicuri e trovare la risposte giuste alle nostre domande.
Seppur con un chiaro richiamo a Ti presento Sam, in cui era Allen a confidare a Bogart tutte le sue più intime paranoie, e con un ricorso eccessivo a film, battute e ovvi riferimenti al cinema di Allen, il film risulta una commedia piacevole che nasconde persino più di una gradevole sorpresa nel finale. La prima è un cameo di Jacques Herlin, attore francese che in Uomini di Dio interpretata il vecchio frate Amédée. La seconda, invece, non la sveliamo per non rovinare il finale inaspettato di un film che seppur a tratti scontato riesce, nella sua semplicità e nella sua linearità, a regalare un sorriso allo spettatore.
Di Marianna Ninni, da vivacinema.it

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