OLTRE LE COLLINE


Voichita e Alina sono cresciute insieme in orfanotrofio fino alla maggiore età. Successivamente, la prima è stata accolta nel monastero locale mentre la seconda è stata affidata ad una famiglia adottiva, dalla quale è scappata per andare in Germania. Ora Alina torna per portare via con sé anche l’amica, l’unica persona che abbia mai amato e da cui sia mai stata amata. Ma Voichita non è certa di voler lasciare la comunità religiosa. Intanto l’irrequietezza di Alina porta il prete e le sorelle a credere che sia malata o indemoniata. 
Oltre le colline è prima di ogni altra cosa una storia d’amore, ed è da qui che il film trae la sua potenza. Un amore soffocato dalle regole imposte dal luogo che in una delle ragazze, l’ “estranea”, emerge drammaticamente e istericamente, come ogni sentimento forte rigidamente represso. 
Il regista è partito da un fatto avvenuto in un convento sperduto della Moldavia, nel quale una ragazza ha trovato la morte in seguito ad un esorcismo, e ha trasformato la cronaca dell’evento in evento cinematografico, (ri)aprendo grazie agli strumenti del cinema ciò che la Storia aveva chiuso. Lo fa mantenendo lo stile della cronaca, ma entrando in essa in profondità, fino a farne un racconto seguendo il quale sentiamo il passare dei giorni, delle ore, dei minuti.
Come, appunto, in Quattro mesi, tre settimane, due giorni, Mungiu si focalizza ancora su due protagoniste femminili, fra le quali s’inseriscono un uomo e la sua autorità, ma il confronto si ferma qui. Oltre le colline, per la scrittura del quale il regista si è rifatto alle ricerche romanzate di Tatiana Niculescu Bran, interroga principalmente le conseguenze di una scelta, senza mancare di illuminare quanto ristretto possa essere lo spazio del libero arbitrio quando il peso della storia culturale e famigliare di una persona è così grande. La critica all’ideologia religiosa nei suoi estremi di cecità e ignoranza è evidente, ma il regista, con intelligenza, lascia parlare i fatti ed evita di trasformare il racconto in una ricerca di colpe e colpevoli, così come evita, a livello filmico, i toni del sensazionale o del melodrammatico. 
Splendidamente fotografato, tanto negli esterni che negli interni da Oleg Mutu, il film sembra non parlare per forza o solamente della terra del regista, come è accaduto molto spesso fino ad ora nei titoli della nouvelle vague romena, ma fa questo e altro, parla del locale e dell’universale, scegliendo e orchestrando un dramma in cui si assommano pericolosamente l’incompetenza, il rifiuto della responsabilità e gli svantaggi biografici.
Di Marianna Cappi, da mymovies.it

Parlare di Oltre le colline, ultimo, intenso film di Cristian Mungiu, non è cosa semplice. In due ore e mezza, il regista parla di tante cose mescolando melodramma, neorealismo e persino alcuni archetipi horror rivisti e stravolti, per confezionare un’opera densa che non mancherà di dividere il pubblico. Da un lato, ci sarà chi ne loderà la messa in scena austera, dall’altro chi la giudicherà lenta e noiosa.
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: Oltre le colline è un lavoro ambizioso, fatto di immagini costruite con grande perizia. È la storia d’amore tormentata tra due donne, un amore proibito sullo sfondo di un monastero ortodosso guidato da un prete (Valeriu Andriuta) dalle forti convinzioni sulla società moderna e popolato da monache che rispettano le direttive della religione senza porsi mai domande. Ma è anche la storia di un esorcismo, raccontata in un modo totalmente inedito: al posto degli effettacci, ci sono le urla, le catene, la sofferenza. C’è soprattutto l’ambiguità: Alina (Cristina Flutur), giunta dalla Germania per convincere l’amata Voichita (Cosmina Stratan) a lasciare il monastero, viene corrosa nel profondo da una gelosia aggressiva che il prete interpreta come possessione demoniaca, ma che forse non lo è per nulla.
Mungiu non dà risposte. Si limita a riportare i fatti, coadiuvato da un cast all’altezza dell’estremo realismo imposto: le protagoniste, Flutur e Stratan, sono eccezionali e non a caso hanno vinto ex aequo all’ultimo Festival di Cannes. Ma un difetto c’è: Mungiu assottiglia talmente tanto il confine tra finzione e realtà da dimenticarsi che un film necessita di struttura. Risultato, la sceneggiatura (che pure ha vinto a Cannes) spesso gira a vuoto, c’è una continua ripetizione degli stessi meccanismi – Alina ha un attacco, le suore si spaventano, chiamano il prete e rimettono la ragazza sotto controllo. Però il bello è che il regista non giudica mai: non vuole puntare il dito sulle credenze arcaiche della chiesa, quanto esaminare una comunità chiusa e l’effetto che l’isolamento può avere sulla mente. In questo, Oltre le colline ha decisamente successo. 
Di Marco Triolo , da film.it

Alina e Voichita hanno due visi umili, puliti, anche se il segno della sofferenza s’intravede nella semplicità del loro volto. Si sono conosciute all’orfanotrofio, si sono amate, ma poi hanno preso strade diverse: Alina ha cercato invano lavoro in Germania e Voichita è diventata suora in un monastero fra le colline guidato da un padre, capo della comunità. In un giorno di vento e nubi, Alina va a trovare Voichita nella comunità con l’intenzione di andar via con lei per vivere insieme, ma la sua amica e amante è cambiata, la fede l’ha segnata profondamente. Il cambiamento radicale di Voichita genererà una reazione in Alina tra la gelosia e l’isteria che sconvolgerà la comunità la quale crederà Alina indemoniata.
Entrambi le attrici Cristina Flutur (Alina) e Cosmina Stratan (Voichita) hanno vinto exaequo il premio come miglior attrice all’ultimo festival di Cannes e Oltre le colline di Christian Mungiu si è aggiudicato anche il riconoscimento come miglior sceneggiatura. Diciamolo subito: il rumeno Mungiu dopo la Palma d’oro per Quattro mesi, tre settimane, due giorni nel 2007, si conferma come uno dei migliori sguardi europei del cinema. Di quella tradizione di regia, dura, radicale e non spettacolare che trova sede in Lars Von Trier, Tomas Vinterberg, Susanne Bier intersecando spesso dunque, senza sposarlo, il “movimento Dogma”. Oltre le colline, come nei film di questi autori, parla d’amore, comunità e religione sui binari di due contrasti: il rapporto tra una comunità frastornata dall’arrivo di un estraneo (come in Dogville e Manderlay di Von Trier), e il rapporto antagonista tra l’amore terreno delle due donne e quello spirituale che Voichita prova per Dio. Quanto questi due amori sono compatibili fra di loro? Quanto l’ortodossia lascia spazia al libero arbitrio? Un campionario di temi complessi che Mungiu indaga attentissimo a non schierarsi, a non dare risposte pure incorniciando con un taglio naturalistico, neorealista (spesso i personaggi sono pedinati dalla macchina da presa) immagini  e dialoghi molto estremi.
Se il premio alle interpreti è ampiamente giustificato perché le due attrici sono il film stesso assieme alla regia, il secondo trofeo, sulla scrittura, può far più discutere: la sceneggiatura fa trasparire la grande consapevolezza di Mungiu sul tema, la ricchezza di sfumature di tutti i personaggi ma spesso la storia, lungo i suoi 150 minuti, si arena un po’ ripetendo la dinamica: isteria di Alina/tentativo di repressione da parte del prete e della comunità. Al di la di questo difetto, la regia è monumentale: uso sapiente dei fuori fuochi nei dialoghi, scene complesse specialmente nella cucina dove il regista raggruppa tutte le suore consentendo all’occhio dello spettatore di scegliere quale dei personaggi seguire e, in generale, una scelta dei punti di vista molto originale e ragionata. Oltre le colline è un film molto difficile, austero sin dai colori della bella fotografia di Oleg Mutu, il regista non concede nulla allo spettacolo al sentimentalismo facile in questa pellicola scomoda da seguire, una sensazione rincorrente quando si è davanti a un cinema lontano dal puro intrattenimento che tenta di ragionare sul mondo, sulle sue domande e mai sulle risposte che spettano, casomai, solo a chi sceglie di vedere il film.
Di Luca Marra, da it.ibtimes.com

La fede è cieca, la fede acceca. Ricopre e soffoca ogni cosa come lo strato di neve che ammanta il convento ortodosso dove Voichita, volto di porcellana da madonna russa, ha trovato la pace della vita monacale. Isolate dal mondo, a distanza di sicurezza dalla città, le donne sono un ecosistema rigido e autosufficiente. Alina, che è arrivata dalla Germania per portarsi via l’amica Voichita, di pace non ne ha mai conosciuta e certamente non può trovarla in mezzo alle suore di nero vestite, che la vedono come un elemento di disturbo da sbolognare al più presto al mondo laico.
Due donne, di nuovo, sono al centro della narrazione di Mungiu dopo 4 mesi 3 settimane 2 giorni e, di nuovo, sarà la più forte a farsi carico dell’ingenuità dell’altra. Alina, nel disperato tentativo di recuperare l’intimità con l’amica (compagna, amata, sorella, unico essere umano di cui si fida), si scontra violentemente con la volontà di Voichita di adeguarsi al mondo asettico del monastero, che non ha intenzione di abbandonare. L’insofferenza monta come una fiamma fatale nel gelo oltre le colline: quella delle suore nei confronti dell’intrusa, quella di Alina nei confronti della cieca obbedienza delle monache, e soprattutto del rifiuto di Voichita a tornare fuori, nel mondo, con lei. La rabbia della ragazza non può che essere opera del demonio: l’esorcismo è l’unico modo per sanarla. Comincia un calvario di reiterati tentativi di espulsione del Maligno, che è il corrispettivo in versione cinema verità dei tanti horror demoniaci degli ultimi anni: anche su Oltre le colline, come su quelli, campeggia l’inquietante «tratto da una storia vera». Il fatto è accaduto nel 2005 ed è raccontato in un romanzo d’inchiesta cui Mungiu si è ispirato: come nella sua opera precedente, l’orrore non è fiction ma condizione dello spettatore. Vincitore a Cannes 2012 dei premi per la sceneggiatura e per le due interpreti, il film procede lungo una spirale di cerchi concentrici in cui ogni cosa pare accadere solo per essere annullata e ripetuta, costringe ai tempi dilatati e ritualizzati del convento fino a farlo diventare l’unica dimensione. Salvo poi scaraventarci, nel finale, fuori da quella realtà parallela, nel mondo, spalancando gli occhi sugli esiti della fede cieca.
Di Ilaria Feole , da filmtv.it

Se c’è un film che quest’anno può convincere anche il pubblico meno incline nei riguardi del cinema compassato e austero (quello più di nicchia o da festival) è Oltre le colline. Senza per nulla girare dalle parti del suo successo maggiore 4 Mesi, 3 Settimane, 2 giorni, Mungiu gira 152 minuti prendendo ispirazione da due storie di ortodossia cristiana e violenza fuse in una sola, organizzata come un ottovolante, non tanto per la rapidità ma per il meccanismo di lenta salita nella prima parte funzionale ad una rapidissima discesa terrificante nella seconda. Non a caso la sceneggiatura è stata premiata a Cannes, al pari delle due attrici protagoniste.
In una chiesa da poco formata un prete regola la vita di una congrega di monache timorose e facili allo spavento, nella cui comunità piomba un’altra donna, laica, ex amante (ma ancora innamoratissima) di una di loro, bisognosa di aiuto economico e, si scopre presto, non facile da trattare forse anche per questioni patologiche.
Come si conviene al cinema di Mungiu è sempre abbastanza difficile attribuire le colpe o anche solo emettere una sentenza secondo gli standard giurisprudenziali della società occidentale, le colpe sono chiare ma le motivazioni sono investigate ad un livello tale che è impossibile non comprendere che la catena che ha portato agli infausti eventi è stata forse più diabolica degli attori stessi. Eppure in Oltre le colline esiste un contrasto affascinante e commovente tra il candore infinito di un amore che spinge a combattere tutto e prendere le decisioni peggiori e la violenza con la quale è manifestato e represso.
I temi sociali più semplici sono evidenti e facilmente ravvisabili (la convinzione che esiste dietro una scelta religiosa, il limite tra convenzione e fede, la violenza della missione di salvazione del clero, l’ottusità dei dogmi e la paura che il sesso e il diverso suscitano) maMungiu sa lavorare negli anfratti, evitando di raccontare di monache lesbiche e concentrandosi invece sulle azioni imprevedibili di chi, in situazioni estreme, lascia prevalere la paura sulla comprensione. Allora quello che davvero unisce questo film a quello precedente e più noto è l’incredibile e inutile (ma realissimo) percorso di purificazione che è costretto a percorrere chi ama senza ragione, senza badare alla propria convenienza, percorso che il regista non ha paura di mostrare come cristologico.
La prigionia, così spesso rappresentata al cinema, quando è guardata dal punto di vista di Mungiu(questa volta inteso in maniera letterale, proprio dai punti in cui si piazza la macchina da presa) diventa altro, una squallida storia di disperazione e incapacità di decidere e una metafora pazzesca (mai mostrata in pieno) di una crocefissione raggiunta senza che nessuno lo volesse o intendesse, ma frutto di carità.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

Storia di un esorcismo andato a male, storia del bene che si fa male. Storia di amore e morte, storia di libero arbitrio e istituzione coatta. Dopo la Palma 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, il romeno Cristian Mungiu è ritornato al cinema – e in concorso a Cannes – per tallonare la relazione pericolosa di due amiche, due orfane alle prese col mondo: una monaca, l’altra perduta, si ritrovano, e si perdono ancora. Regia volutamente a scomparsa, Oltre le colline (Beyond the Hills) si apre il precipizio della carità: Mungiu ha idee forti, e capacità di trasformarle, ma pur premiate – dalla giuria di Nanni Moretti – rimangono dubbi sulla recitazione delle due protagoniste (Cosmina Stratan e Cristina Flutur), nonché sul coro greco, pardon, moldavo di monache scambiate per prefiche. Paratattico, pure troppo, all’orizzonte si scorge la noia e un nodo da slegare: soap d’autore? Chiedere al diavolo probabilmente. 
Ma torniamo seri. Dopo 4 mesi, qui si sente ancor più cristallizzarsi la dialettica tra (Baudrillard,L’America) “un miracolo italiano – quello della scena; un miracolo americano – quello dell’osceno” rispettivamente travasati in stile e contenuto: piano, crepuscolare, il primo; “scandaloso”, ovvero esemplare, il secondo. Un meno e un più, in altre parole, che rischiano di azzerare, quantomeno reificare, l’autorialità stessa di Mungiu, condannandola a vasi d’Archimede che comunicano sempre nello stesso modo: uno pieno (storia) e l’altro vuoto (racconto). Obiezione, già saltuariamente applicabile al Neorealismo, abbastanza indifferente al valore intrinseco dell’opera, ma oltre le colline sorge il dubbio della maniera, della costruzione di un’alchimia forma-contenuto difficilmente suscettibile di ribaltamenti e persino modificazioni. Non vale solo per Mungiu, a ben vedere, ma per l’intera nouvelle vague romena: siamo ancora al mero sospetto o giù di lì, ma occorre vigilare. Fatto sta, il meglio film romeno ultimo scorso è Autobiografia lui Nicolae Ceausescu di Andrei Ujica. Un documentario, soprattutto, un miracolo della regia sull’archivio.
Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

Ignoranza e fede cieca che uccidono. Liberamente tratto dai due romanzi “non-fiction” di Tatiana Nicolescu Bran basati su un episodio di cronaca nera, terzo film sceneggiato e diretto da Cristian Mungiu (viene dopo “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, Palma d’Oro a Cannes e opera che lo ha fatto conoscere in Italia), “Oltre le colline” mette inoltre in scena il contrasto tra due amori, uno relazionale e uno trascendente, con il lento, inarrestabile, tragico chiudersi del circolo vizioso originato dall’inutile inseguimento dell’uno verso l’altro e dalle reazioni alle rispettive frustrazioni. In apertura, il cartello all’ingresso del monastero ortodosso (“vietato l’ingresso ai fedeli di altre religioni”) e poi una delle massime del cosiddetto “papà” (“un uomo che parte non è più lo stesso”, in un’accezione negativa) sintetizzano una mentalità chiusa, tutta nel solco dell’osservanza di severe regole legate al culto (il divieto di entrare in chiesa quando si ha il ciclo, la lettura notturna delle sacre scritture in cappella, le penitenze dopo la confessione dei peccati, il digiuno, fino ad arrivare all’esorcismo). Un eremo con un pozzo per l’acqua, senza luce elettrica, riscaldato da una stufa a legna – e quindi fuori da coordinate spazio-temporali – assurge così a simbolo universale, mentre alcuni accenni danno un’idea di contesto sociale problematico a partire dai suoi alti gradi ai poli opposti; i riferimenti sono, infatti, alla religione, con il vescovo che si rifiuta di consacrare la nuova chiesa finché non sarà stata affrescata, e alla scienza, con la freddezza di una dottoressa d’ospedale che, appena constatato un decesso dalle probabili implicazioni omicide, al telefono parla di giocattoli per i propri bambini. Le suore in nero sulla neve che trasportano la barella dove è legata una ragazza, il vapore che le esce dal naso nella stanza in cui viene rinchiusa, quasi a suggerire una possessione, o l’avvicinarsi dei passi fuori dall’uscio con i cani che abbaiano: quando sembra virare verso una dimensione horrorifica, il racconto assume anche una decisa potenza iconografica.
La frase:
“Vietato l’ingresso ai fedeli di altre religioni”.
Di Federico Raponi , da filmup.leonardo.it

Alina (Cristina Flutur) e Voichita (Cosmina Stratan) sono cresciute assieme in un orfanotrofio. Divenute amiche intime, hanno preso strade diverse: Voichita si è fatta suora ed è entrata in un monastero poco fuori un paesino campagnolo in Romania, mentre Alina è andata a cercare lavoro in Germania, mai dimenticando l’amore provato nei confronti dell’altra. Tempo dopo, Alina va a trovare Voichita in monastero, determinata a portarla via da un luogo che, ne  è convinta, le ha fatto il lavaggio del cervello, facendole dimenticare il setimento che legava le due donne. Ma Voichita sembra ormai aver preso un’altra strada, avendo abbracciato la fede in Dio e facendo totale affidamento a Papà (il prete e capo della congrega, unico maschio della comunità) e Mamma (l’amorevole suora superiora). La situazione è inaccettabile per Alina, che accecata dal furore, comincia a dare segni di squilibrio metale; strani fatti portano Papà e le sorelle a ipotizzare che la ragazza sia posseduta dal maligno, così decidono di segregarla e tentare di esorcizzarla.
Ispirato ad un vero fatto di cronaca che colpì l’opinione pubblica rumena nel 2005, sulla base del quale la giornalista Tatiana Niculescu Bran si è basata per scrivere due libri, che hanno funto da base per la sceneggiatura del film. Difficile fare un film all’altezza delle aspettative dopo che si è vinta una Palma d’Oro (per 4 mesi, 3 settmane, 2 giorni). Mungiu ha scelto con oculatezza il tema da trattare, facendo leva sulla curiosità che un caso di cronaca può suscitare nelle menti del pubblico. Tuttavia il film è girato con i medesimi crismi del precedente, ovver in modo del tutto anti-spettacolare e lontano dalle logiche mainstream (niente musica, lunghi piani-sequenza, una sola videocamera, niente sensazionalismi). Il punto di forza diMungiu sta nella sceneggiatura, non per nulla premiata, sempre a Cannes: i dialoghi mimano la quotidianità del parlato, e sono enuciati dall’ottimo cast con la pacatezza che si confà alle persone normali. Ovviamente al procedere degli eventi la situazione tenderà ad assumere contorni inquietanti e si passerà a pianti ed urla, ma sempre con un certo contegno. Si tratta di un climax misurato, stemperato da una regia che mantiene sempre uguale il ritmo della narrazione, non velocizza mai il montaggio generando una tensione che è tutta mentale.
Col procedere del film vengono proposti vari spunti di riflessione, giocoforza interessanti per chiunque dato che riguardano i massimi sistemi (esistenza di Dio e del diavolo, confine tra sanità mentale e follia, problemi morali e giuridici…) e la naturalezza con cui il regista dipana le sue riflesioni fa sembrare gli slanci mistici di Malick delle elucubrazini esoteriche. Intendiamoci, non è che si lavori di sottrazione nei dialoghi (sempre molto fitti e realistici) o nello sviluppo della vicenda (logicamente ineccepibile), ma è anzi questa semplicità di esposizione (che però si ottiene in modo tutt’altro che facile, dato che richiede una padronanza non indifferente del mezzo) che aiuta lo spettatore a concentrarsi sui temi trattati dal film, pur senza perdersi il piacere della narrazione. Impossibile valutare il grado di fedeltà ai fatti reali, dato che il film non ci dà alcuna indicazione in merito, ma la questione non si pone nemmeno. Il conflitto fra amore terreno ed ultraterreno è il fulcro del film: si può amare Dio (un essere invisibile) senza perdere in un certo senso il contatto con la realtà? E viceversa: può l’amore per una persona trasformarsi in un’ossessione così profonda da farci perdere la ragione? La risposta è probabilmente affermativa in entrambi i casi, sicuramente è ciò che accade alle due protagoniste di questa storia (attrici formidabili premiate a Cannes con un premio collettivo).
Altra nota di merito va alla fotografia, sempre molto netta e definita anche se, volendo fare un appunto, posso dire che queste camere a mano iniziano ad essere un po’ indigeste: perchè non usare un qualche bel movimento sull’asse a camera fissa, ogni tanto? Opinione personale, comunque.
Oltre le colline è un ottimo film che peraltro ha il merito di affrontare una tematica fino ad oggi prerogativa dell’horror in modo realistico e quasi documentaristico. Se il discorso intavolato (e le domande poste) non sono cosa nuova, la regia impeccabile e il bel cast consentono alla pellicola di elevarsi una spanna sopra molti altri film usciti quest’anno nelle nostre sale. La lunga durata può mettere a dura prova la pazienza di qualcuno, ma accettata questa condizione una buona visione è assicurata, complice qualche sparuto momento di finissimo umorismo.
Da vedere.
Di Alessandro Giovannini , da storiadeifilm.it

Sono sicuro che questa affermazione provocherà risate spropositate e sorrisetti beffardi, ma mi pare giusto sostenere anche posizioni impopolari: il cinema romeno dei nostri giorni è un grande cinema che ingiustamente è poco conosciuto al di fuori di una ristretta cerchia cinefila.
Cristi Puiu, Corneliu Porumboiu e Cristian Mungiu, di cui vi presentiamo l’ultimo film Oltre le colline: sono solo alcuni nomi da tenere d’occhio per tutti coloro che preferiscono storie ben raccontate, autentiche, forse prive di grossi budget o con tematiche spesso prettamente locali ma lontane dalla banalità imperante.
Cristian Mungiu, in particolare, non avrebbe bisogno neanche di grandi presentazioni, dato che vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes del 2007 con lo straordinario film 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni.
Anche quest’ultima pellicola ha ricevuto dei prestigiosi riconoscimenti in quello che forse è il festival del cinema per eccellenza:i due premi dell’edizione 2012 sono state conferiti alla sceneggiatura e all’interpretazione femminile delle due protagoniste, Cosmina Stratan e Cristina Flutur.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

Alina e Voichita sono due amiche cresciute entrambe in un orfanotrofio, che però hanno in seguito preso strade molto diverse. La prima, dopo un breve soggiorno presso la famiglia che l’aveva adottata, è emigrata dalla Romania in Germania, nel tentativo (vano) di costruirsi là una nuova vita; la seconda ha trovato invece conforto presso un monastero ortodosso, retto da un carismatico sacerdote che le sorelle chiamano semplicemente “padre” o “papà”. Quando Alina, sola e senza un posto dove andare, torna dalla Germania con l’intenzione di riportare indietro con sé l’amica, il contrasto tra il rapporto d’amicizia tra le due ragazze (che si scopre presto essere sfociato anche in altro) e la fede in Dio di Voichita si farà sentire in modo dirompente: provocando risultati destabilizzanti sia per l’ambiente in cui la ragazza vive, sia per lo stesso rapporto con Alina.
Dopo aver vinto la Palma d’Oro nel 2007 con il suo 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, il rumeno Cristian Mungiu torna quest’anno a Cannes con questo Oltre le colline, opera che esplora, con uno stile duro e senza fronzoli, il tema della religione e dell’influenza di un certo modo di intendere la fede sulla vita delle persone. Quelli che Mungiu presenta sono in effetti contrasti insanabili, che vanno a prender corpo non in una qualche setta integralista, ma nel cuore stesso di un’istituzione religiosa, che finisce per diventare una vera e propria prigione, e una fonte di sofferenza, per due persone che provano un sentimento l’una per l’altra. Contrasto tra la visione totalizzante della fede e la necessità di un rapporto affettivo, quindi, ma anche contrasto tra la pretesa di una comunità di essere isolata dal mondo, e di ripudiare le sue simbologie più esteriori (prima tra tutte il denaro) e la sua necessità di vivere nella società moderna; al punto di accettare offerte anche da chi è palesemente sprovvisto di quella fede che sarebbe condizione necessaria per far parte della comunità (come Alina) o da sfruttare senza problemi il lavoro di una persona debole e indifesa come suo fratello.
La natura apparentemente placida e sospesa nel tempo di una realtà come il monastero si rivela progressivamente come qualcosa di ben peggiore di ciò che la sua facciata suggerisce, tale da operare un subdolo plagio nella mente delle ragazze residenti, senza che ciò comporti atti di violenza o di palese sottomissione psicologica. Nei 150 minuti di durata del film, la lenta discesa agli inferi dell’indifesa Alina viene resa con una forza espressiva notevole, contando solo sulla bontà della scrittura e su un’ottima recitazione, dal taglio naturalistico, alla quale il regista lascia intelligentemente tutto lo spazio necessario. Nell’estetica scarna ed essenziale del film, ad essere messe in risalto sono le linee di tensione tra i quattro personaggi principali: la giovane Alina, fragile ma con idee chiare sui suoi sentimenti per l’amica e sulla sua personale visione della fede; la stessa Voichita, in crisi ogni volta che qualcuno mette pur involontariamente in discussione la sua scelta; l’insensibile prete, disarmante nell’ignoranza (colpevole) delle conseguenze delle sue azioni; la combattuta madre superiora, che a differenza di quest’ultimo si rende conto che la condotta da loro seguita porterà presto ad una tragedia. Concede poco, Oltre le colline, non cerca l’emotività a tutti i costi e fa un uso essenziale degli espedienti cinematografici più classici (pochi i movimenti di macchina, assente la colonna sonora); ma colpisce duro con il crudo realismo dei fatti rappresentati, con l’assenza di filtri della sua messa in scena, con le violenze, accettate dagli altri personaggi come un dato di fatto, subite da Alina: violenze che fanno vibrare di indignazione e lanciano una riflessione (valida universalmente) sulla necessità di un rinnovamento profondo del modo stesso di concepire la fede e nella sua attuazione. La sequenza finale, con l’esplicito dialogo al centro di essa, sembra suggerire che è il mondo ad essere intriso di sporcizia, e che il fanatismo religioso non è che una delle sue tante manifestazioni: ma il contrasto (secolare) tra la predicazione dell’amore e una sua messa in atto che comporta violenze e prevaricazioni necessita tuttora di essere messo in luce. Una necessità che disgraziatamente sembra destinata a rimanere in vita tanto, troppo a lungo.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

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