NOI SIAMO INFINITO


Charlie Kelmeckis è un nerd che legge tanto e parla poco. Sguardo triste, due dolori, due perdite scavano dietro quel sorriso dolce di chi forse non sa aprirsi alla vita, ma ci prova con tutte le sue forze. Charlie è intelligente, ma la sua testa, a volte, vaga. Forse per non tornare dov’è stata. Charlie è soprattutto un adolescente, uno che sta vivendo un’età in cui tutto è drammatico ed entusiasmante. Soprattutto se davvero hai una tragedia che ti cova dentro mentre stai vivendo qualcosa di meraviglioso.
Della prima, non vi diremo. Potreste saperla solo se aveste letto “The Perks of Being a Wallflower”, romanzo cult oltreoceano uscito nel 1999 a firma di Stephen Chbosky. Struggente racconto epistolare di un anno vissuto pericolosamente che diventa tredici anni dopo un film. E a dirigerlo è quello scrittore che sapeva far vibrare ogni corda, dell’animo e musicale, dei suoi lettori. Risultato: un gioiello, un film che aderisce a tutti e cinque i sensi, perché ti porta, se sei stato Charlie, al profumo della tappezzeria delle feste come a quello del tuo primo amore, alla vista terribile e straordinaria di quella scuola che è tutta contro di te, al gusto che hanno le prime esperienze, anche e soprattutto quelle proibite. All’ascolto della tua musica (da Bowie agli Smiths), quella che tu, ragazzo nato negli anni ’70 hai riunito o regalato nelle compilation su audiocassetta, perché eri costretto a scegliere, selezionare, amare non avendo la playlist infinita e troppo facile di un iPod. E aderisce al tatto: perché un tappeto può essere troppo soffice in certe serate. E se sei fortunato, in un tunnel, tutto questo si riassume in pochi, indimenticabili secondi di una canzone che dovrete indovinare senza Shazam. E che è la hit della colonna sonora della vita di questo ragazzo, uno che lega la sua vita precedente e quella attuale con un vinile dei Beatles. Uno giusto, insomma.
Charlie vive i suoi 16 anni alla grande e lo deve a Patrick e Sam. Loro sono all’ultimo anno: lui è gay, lei quand’era matricola ha provato ogni esperienza, stupefacente e non. Insieme sono una squadra meravigliosa. In tutti i sensi: perché vuoi loro bene da subito, così fragili e coraggiosi, divertenti e improvvisamente sensibili. Perché i tre attori che li interpretano sono il meglio della loro generazione: l’anticarisma di Logan Lerman (lo sapevamo che Chris Columbus non poteva essersi sbagliato a sceglierlo per Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo) è frutto di un talento che passa per i suoi occhi e la sua postura, che magari sbocciano in una festa in cui decide di ballare, eroe di tutti gli sfigati del mondo perché vince la paura, e lo fa perché con lei ci convive ogni giorno. E con lui c’è Ezra Miller, uno che ha tenuto testa a Tilda Swinton in E ora parliamo di Kevin, che si è fatto notare in Afterschool e che qui è straordinario persino quando è la diva del Rocky Horror Picture Show. E che dire di Emma Watson? Già nella saga di Harry Potter era l’unica attrice vera tra gli interpreti minorenni, qui si consacra: con quella bellezza inusuale che ti mette spalle al muro, con l’inquietudine di chi ha deciso di reagire e farcela, quando tutti la schiacciavano sotto il peso dei suoi errori. Con quella dolcezza che non è mai mielosa, ma necessaria, naturale, irresistibile.
Noi siamo infinito è un film d’amore, nel senso più nobile del termine. Di quanto possa far male se dato nel modo sbagliato, di come possa unire anime gemelle e affinità elettive altrimenti destinate a rimanere divise, di quante forme abbia e soprattutto, come dice il prof di Charlie, un Paul Rudd come sempre perfetto anche in un piccolo ruolo, sul fatto che “accettiamo l’amore che pensiamo e crediamo di meritare”. E se sei come Charlie, è sempre troppo poco. Se sei come lui, vivi pensando che lo meritino solo quelli che ami. Ma non il tuo. E quando cerchi di prendertelo o di dare quel sentimento puro (e duro) a qualcuno, lo fai ferendo qualcuno. Perché non sei abituato, perché non sai come essere felice.
C’è Alta fedeltà e c’è John Hughes dentro le parole e le immagini di Chbosky, ma c’è anche l’urlo allegro e malinconico di una generazione speciale, che ha vissuto il progresso, la musica a portata di mano, senza perdere quel gusto che la faceva rimanere un privilegio e non qualcosa che potevi avere solo con un clic del dito su una tastiera. Ed è la metafora di quel mondo, di questo cinema, di una storia che racconta che, come tutte le rivoluzioni, ogni adolescenza è diversa e originale, ma allo stesso tempo rimane una malattia endemica ed epidemica. Da cui peraltro, lo dimostrano le lacrime e i sorrisi che dedicherete a questa pellicola, nessuno vuole davvero staccarsi. Pur senza volerci tornare mai.
Di Boris Sollazzo, da mymovies.it

Il significato profondo di Noi siamo infinito, piccolo film che nell’abbuffata bulimica di tutto il cinema possibile ci ha graffiato l’anima, è racchiuso in una battuta pronunciata da un personaggio a metà della storia:”Accettiamo l’amore che crediamo di meritare”.
Riferita all’età adulta, questa frase può sembrare lo slogan di un corso di autostima o il refrain di una seduta di alcolisti anonimi, ma contestualizzata all’interno del tumultuoso percorso di crescita di un gruppo di teen-ager inquieti acquista un’altra valenza.E un’altra verità.
Senza togliere nulla a Juno di Jason Reitman e a Un amore di gioventù di Mia Hansen-Love, negli ultimi dieci anni nessun regista è riuscito a penetrare il cuore nero degli adolescenti come lo scrittore Stephen Chbosky, che dirigendo l’adattamento del suo celebre romanzo “Ragazzo da parete”, ha indagato gli abissi dell’età forse più difficile della vita.
I suoi personaggi, a cominciare dal protagonista Charlie e dagli studenti dell’ultimo anno con cui stringe amicizia, sono bambole rotte, young adults che hanno conosciuto violenza e omofobia e che lottano silenziosamente contro i demoni interiori, primo fra tutti l’impossibilità di accettare la propria imperfezione.
Chbosky guarda al loro tempestoso viaggio verso la gioia e l’accettazione di sè senza distacco nè paternalismi.
C’è la sua storia infatti dietro ai guai di Charlie, Patrick e Sam, una storia che comincia sulle note di “Asleep” degli Smiths, la canzone dell’invito all’oblio, e termina con “Heroes” di David Bowie, brano della fiducia in un futuro da re, un futuro, appunto, “pieno di infinito”.
E’ un’opera molto curata Io sono infinito, che nonostante la perfetta ricostruzione d’epoca non gioca all’operazione nostalgia.
E’ un inno alla vita che non resta ingabbiato nella struttura epistolare del libro di partenza e che ha permesso aEmma Watson di uccidere finalmente Hermione Granger, mettendo al suo posto una ragazza quasi interrotta che in fatto di coolness non ha nulla da invidiare alla protagonista di Buffy l’Ammazzavampiri, la serie che insieme a Dawson’s Creek ci ha regalato i teen-ager più verosimili della tv americana.
Ringraziamo Stephen Chbosky per aver creato un personaggio così bello, e anche per averci fatto riascoltare iCocteau Twins e i Dexys Midnight Runners, e per averci mostrato che solo da un dolore vissuto con dignità a volte può nascere il vero talento artistico.
Di Carola Proto , da comingsoon.it

Delicato adattamento cinematografico di Ragazzo da parete, il romanzo epistolare di Stephen Chbosky che firma anche la regia e la sceneggiatura. La vicenda di Noi siamo infinito, in questi giorni in sala, è quella tipica da romanzo di formazione: Charlie (il Logan Lerman di Percy Jackson, bravissimo) deve iniziare il liceo. Sono tante le paure per questo ragazzo dallo sguardo malinconico con una bella famiglia alle spalle e un dolore grande difficile da superare. Timido, introverso, psicologicamente instabile, troverà a scuola, in mezzo a tante ostilità e incomprensioni, due amici e un insegnante di lettere umanamente interessante.
ADOLESCENZA. Bella storia, raccontata con realismo da Chbosky che però eccede un po’ nell’uso ripetuto della voce fuori campo, frutto del taglio epistolare del romanzo di partenza. A colpire è innanzitutto l’interpretazione struggente di questi tre ragazzi a loro modo perduti e o sul punto di smarrirsi: Lerman è un fenomeno ed è credibile in un ruolo difficile, ma sono ottime spalle anche la Watson che si conferma, dopo le buone prove in Harry Potter, attrice bella e di talento e Ezra Miller (già visto nell’inquietante …e ora parliamo di Kevin), alle prese pure lui con un personaggio complicato e sofferente. All’interpretazione notevole dei tre protagonisti va sommato un altro pregio e cioè un’introspezione forte e verosimile nei personaggi. L’adolescenza è il momento più difficile della vita di ognuno: Chbosky la racconta in molte sfaccettature. Nel desiderio – struggente – che ognuno ha ed esprime secondo sensibilità e caratteri differenti di essere compresi e amati: le compilation di musicassette che questi ragazzi d’altri tempi (il film è ambientato all’inizio degli anni 90) si scambiano non sono tanto un espressione sentimentale ma sono un dono di sé all’altra nella speranza, attraverso la musica, di trovare le parole giuste per comunicare quello che si prova. Ma l’adolescenza è anche la consapevolezza dell’essere sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato e la stagione delle difficoltà di rapportarsi con gli adulti: insegnanti e genitori, per quanto bravi e attenti possano essere, fanno parte di un altro mondo lontano e sfuggente, il mondo dei grandi. E l’adolescenza è anche l’età della scoperta dell’amore: e anche in questo lo sguardo di Chbosky non è banale anche quando va a raccontare i diversi orientamenti sessuali dei ragazzi.
RICERCA. I suoi personaggi cercano un punto fermo in un contesto in cui sembra dominare la precarietà: su tutto il film aleggia una sensazione di fragilità: per Sam e Patrick, infatti, questo è il loro ultimo anno prima del diploma e le loro strade sono prossime a separarsi. E lo stesso Charlie deve fare i conti con amici che non vedrà più per un lungo lasso di tempo. Eppure – al di là di qualche banalità come la messa in scena, sin troppo programmatica del The Rocky Horror Picture Show e di qualche debolezza nella narrazione, intervallata da tanti flash back un po’ deboli visivamente – si avverte la sensazione di questa ricerca continua di un punto fermo, di un rapporto che non muoia mai in mezzo a tanto dolore e tanta, tanta paura di sbagliare o di far soffrire. Da questo punto di vista il personaggio di Charlie è il più centrato sia nel rapporto tra alti e bassi con la sua famiglia sia nella sua “casuale” relazione con una ragazza poco più grande di lui che non ama con sincerità e che vorrebbe mollarla ma senza farle male o addolorarla. Come dice bene la splendida Sam, verso il finale: “Non voglio essere la ‘cotta’ di nessuno, io voglio essere amata”. Appunto, un amore totalizzante che abbracci tutto quel complesso di attese e desideri e speranze e paure che è tipico proprio degli adolescenti. Perché – è vero – i ragazzi sono infinito e Charlie, Patrick e Sam lo sanno bene: desiderano tutto, un amore vero e che non muoia, un lavoro bello e utile, un’amicizia calda e sincera. E ricordano a chi è più vecchio di loro quell’età bella e complicata in cui più che a sogni sfuggenti si credeva alla grandezza del proprio cuore.
Di Simone Fortunato, da tempi.it

C’era qualcosa nel trailer che mi aveva fatto pensare che non fosse il solito film per adolescenti in crescita pieni di problemi e pulsioni. Vedendo quel trailer non sapevo nemmeno che la vicenda fosse ambientata nei tardi anni 70 (e non ai nostri giorni), come a dire “siamo ancora più distanti dai teen movie di adesso”. Non sbagliavo, questa pellicola ha qualcosa di speciale.
Solo apparentemente romanzo di formazione, Noi siamo infinito è più che altro un film sul desiderio di guarigione, sul superamento di un trauma, sul disperato tentativo di riuscire finalmente a provare a star bene con sè stesso stando bene con gli altri. E questi altri non per forza devono essere diversi e migliori di te, possono essere anch’essi “ragazzi da parete” (come il titolo originale richiama) perchè a volte l’importante non è l’aspirazione a, ma la magia e la comprensione del riconoscersi uguali.
C’è qualcosa di speciale perchè il film riesce a raccontare una bellissima storia di amore ed amicizia, difficoltà e gioie, complessi e vanità senza mai eccedere, mantenendo una pacatezza, una dolcezza e un basso profilo da premiare senza se e senza ma. Arrivando poi a quel bellissimo monologo finale sull’importanza della felicità anche se soltanto passeggera, sull’importanza di ogni nostro momento passato di vita anche se tale momento con il tempo rischia di diventare storia o venir dimenticato. Ogni nostra felicità in vita deve invece esser ricordata per l’importanza che aveva al momento, per l’emozione vissuta, inutile o decisiva per la nostra vita futura che sia. Tutto questo monologo in voice off mentre Charlie si alza in piedi nel tunnel sulle note di Heroes (siamo nel 77, sarà anche per questo che sono ancora più legato al film…). Sequenza magnifica, forse un pò telefonata visto il testo del brano ma chissenefrega. Charlie in quel momento era forse per la prima volta (o seconda…) pienamente felice, senza pensieri e restrizioni, infinito.
Il capolavoro del film sta nell’aver fatto affiorare poco a poco il demone di Charlie. Non solo, per tre quarti di pellicola le sequenze della zia nel passato ci avevano fatto credere in un rapporto magnifico, sostitutivo a quello dei genitori. Sembrava che il trauma di Charlie fosse la perdita della zia e non quello che la zia facesse o il senso di colpa per l’incidente. Il montaggio parallelo (e rivelatore) tra la casta mano di Sam che tocca la gamba di Charlie e quei flash back regalano 3 minuti straordinari, tutti i nodi vengono al pettine, Charlie finalmente esce dal suo guscio e si manifesta a tutti gridandoci a bocca chiusa il suo dolore.
Tutti i personaggi principali sono raccontati con una dolcezza e tenerezza uniche, il film riesce davvero a raccontare e guardare nelle palle degli occhi quella cosa così magnifica che è l’amicizia. Nessun sensazionalismo, nessuna vicenda troppo retorica, nessuna voglia di colpire lo spettatore o divertirlo volgarmente, il tatto alla regia è ammirevole. Credo che sia uno dei rarissimi casi in cui scrittore originario, sceneggiatore e regista siano la stessa persona, non un caso perchè un film a tematiche così delicate come l’emarginazione, il lutto, la malattia e le prime pulsioni sessuali non poteva e doveva finire in mani grossolane.
Curioso come mi sia capitato di vedere 3 film di Ezra Miller e tutti sempre legati, bene o male, alll’ambiente scolastico. Per fortuna è uscito dai terribili panni di Kevin o del ragazzo di Afterschool per vestire quelli di un ragazzo dal cuore d’oro, puro e senza sovrastrutture come pochi, capace di amare e dare anche senza ricevere. Bravissimo anche il protagonista, leggermente sotto la Watson ma anche il suo personaggio è davvero scritto benissimo.
Non è un film sulla necessaria e improvvisa maturazione di un gruppo di adolescenti,come ad esempio in Stand by me o in Mean Creek, ma sulle infinite possibilità che l’amicizia a quell’età può regalarti.
Ti può far guarire, ti può rendere felice, ti può far innamorare, ti può non far sentire quello che ogni adolescente almeno una volta si è sentito in vita sua: solo, terribilmente solo.
E sbagliato, profondamente sbagliato.
Sono quelle amicizie che ancora non devono necessariamente fare a botte con la vita di ognuno, quelle amicizie che anche quando hanno a che fare con difficoltà terribili si basano su cose leggere come una piuma, quelle cose chiamate emozioni.
Poi nella vita arriveranno le cose dure e spigolose e l’amicizia diventerà un rapporto magari ancora più forte e saldo ma annacquato, a volte stanco, a volte dovuto, a volte soltanto un ipocrita simulacro di qualcosa che nemmeno esiste più.
Da ilbuioinsala.blogspot.it

Sarà il ritorno di moda degli anni ’80, fatto sta che gli ultimi anni sono riusciti a regalarci almeno una perla ogni 365 giorni appartenente al genere della commedia adolescenziale. Easy girl, Adventureland, Mean girls, Bandslam e via dicendo sono stati i migliori esempi ma l’elenco è folto. Ora Noi siamo infinito si connota come una variazione hipster sul tema, più piegato su un protagonista introverso e traumatizzato aiutato nella sua apertura al mondo da un gruppo di ragazzi più grandi e diversi dalla media.
Non siamo dalle parti dei film sull’amicizia nerd di scuola Juss Apatow, i protagonisti qui non sono sfigati ma semplicemente diversi, non omologati e per questo, inevitabilmente, hipster. Anche se il film è ambientato nella Pittsburgh di vent’anni fa.
Tutto parte da un libro pubblicato da MTV alla fine degli anni ’90 e mai provenienza fu più evidente. Noi siamo infinito traspira MTV culture anni ’90 da ogni poro. Il modo in cui i protagonisti vestono e interagiscono sembra uscito da un videoclip indie-rock-sentimentale ma è poi nell’uso spregiudicato della voce fuoricampo (il romanzo era paradossalmente epistolare) che si smuovono le acque con più efficacia a furia di omosessuali, ragazze con capelli corti e un’attrattiva sessuale che non passa per i consueti percorsi, arroganze e violenza scolastica ordinaria con musica di David Bowie anche se nessuno sa chi sia.
La sorpresa vera allora è che il merito di un film così delicato, ben scritto e inventivo sia tutto e soltanto di Stephen Chboski, autore del libro, autore della sceneggiatura e regista. Lungi dall’essere un film girato in difesa, senza osare o accontentandosi di rendere la storia fluida, Noi siamo infinitoosa, cerca soluzioni, azzarda idee e spesso centra il colpo. Si direbbe che dietro c’è un ragazzo di buona esperienza e un certo mestiere, invece è un esordiente. Non male.
Ovviamente il titolo italiano che fa molto film di Veronesi sui giovani non somiglia nemmeno all’originale che si potrebbe tradurre letteralmente come “I benefici di fare da tappezzeria”, o con più sbrigatività come è stato tradotto il titolo del romanzo: “Ragazzo da parete”.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

In arrivo nelle sale il giorno di San Valentino, la pellicola diretta e sceneggiata da Stephen Chbosky (pronunciato sha-bos-ky, già sceneggiatore della versione cinematografica di Rent) forse non diventerà “il vostro film preferito dell’anno”, come recita la frase di lancio sulla locandina, ma merita sicuramente la visione. Tratto dal romanzo d’esordio dello stesso Chbosky (edito in Italia con il titolo Noi siamo infinito: Ragazzo da parete) porta sullo schermo con delicatezza tematiche drammatiche forti e di grande attualità (bullismo, omosessualità e omofobia, droga, violenze domestiche…), stemperandole con i toni di una romantica commedia adolescenziale (che va oltre il genere coming of age e non è per nulla superficiale) sulla forza dell’amicizia.
Al centro della vicenda c’è Charlie, un ragazzo molto timido ed introverso, che osserva il mondo intorno a sé tenendosi in disparte; un’infanzia difficile ed un trauma irrisolto gli creano non pochi problemi a relazionarsi con i nuovi compagni di scuola. Due carismatici ragazzi dell’ultimo anno, la bella Sam e il suo impavido fratellastro Patrick, lo prendono sotto la loro ala protettrice accompagnandolo verso nuove amicizie, il primo amore, il primo bacio, le prime feste, le rappresentazioni del Rocky Horror Picture Show e la ricerca della colonna sonora perfetta della loro vita. Allo stesso tempo, il suo professore di inglese, il sig. Anderson lo introduce al mondo della letteratura, facendo nascere in lui il sogno di diventare scrittore. Tuttavia, nonostante la felicità raggiunta, il passato tormenta ancora Charlie. Quando i suoi amici più grandi si preparano a lasciare il liceo per il college, lTutti e tre i giovani protagonisti della pellicola – Logan Lerman, Emma Watson ed Ezra Miller – incarnano perfettamente i loro rospettivi personaggi offrendo delle ottime performance. La ex-Hermione Granger stupisce per maturità, ma sono i due ragazzi a dare il meglio. Lerman – non lo avremmo creduto possibile basandoci su Percy Jackson o su I Tre Moschettieri – riesce a rendere al meglio le tante sfaccettature di Charlie senza mai strafare. La sua è una prova attoriale fatta di piccoli gesti, sorrisi accennati e sguardi fugaci. Miller è perfetto e, pensando anche alla sua performance in …E ora parliamo di Kevin, possiamo tranquillamente metterlo in cima alla lista dei giovani protagonisti da tenere d’occhio.
Un altro punto di forza della pellicola è rappresentato senz’altro da una colonna sonora che non passa per nulla inosservata. Da David Bowie agli Smiths, passando per Don’t Dream It’s Over dei Crowded Hose e per un lungo omaggio al The Rocky Horror Picture Show che tanto è piaciuto a chi scrive. Certo l’autore – che di Rocky Horror se ne intende, poichè sua sorella Stacy ha fatto parte del tour teatrale europeo dello spettacolo fra il ‘96 ed il ‘97 – non poteva trovare espediente migliore per insegnare a Charlie a “partecipare”.
La regia è vivida, fluida, mai banale, molto partecipe. Sicuramente il fatto che dietro la macchina da presa ci sia l’autore del libro ha aiutato a rendere la trasposizione così reale (non c’è quella patina di glamour che di solito ricopre i film ambientati alle superiori) e così ‘affettuosa’, in modo quasi tangibile, nei confronti dei protagonisti. C’è molta vita in Noi Siamo Infinito, e ciascuno riuscirà facilmente ad immedesimarsi, perchè certe situazioni le abbiamo vissute tutti, così come tutti abbiamo provato certi sentimenti.
’equilibrio precario del ragazzo inizia a sgretolarsi, fino a palesare una dolorosa verità.
Da cineblog.it

La ripresa di una lunga galleria percorsa da un’auto in velocità apre il film. E’ come l’inizio di un lungo viaggio quello di Charlie, che sta per affrontare il suo primo giorno di liceo.
Una galleria che Charlie percorrerà due volte nel corso della pellicola, e nell’ultima si sentirà finalmente felice.
È il 1991 ma il primo giorno delle superiori potrebbe essere raccontato in qualunque anno della storia e non cambierebbe di molto, avrebbe sempre con sé quel senso di aspettativa misto a paura che qualunque adolescente ha provato, prova, e continuerà a provare nell’entrata in un mondo misterioso, intrigante e il più delle volte ostile.
Ed è così che ce lo presenta Stephen Chbosky, raccontando attraverso gli occhi di un ragazzo timido e più intelligente dei suoi compagni, una storia d’amore, d’amicizia, e di elettrizzante scoperta.
La bella Sam e il suo scanzonato fratellastro Patrick sono i due esuberanti angeli che salveranno dal baratro questo giovane insicuro, con una capacità fuori dal comune di osservare e comprendere le persone che ha intorno, accogliendolo con loro in quello che forse è il periodo più difficile della vita di tutti.
Ogni movimento di macchina, ogni piano sequenza non fanno altro che condurre lo spettatore passo passo con il protagonista attraverso tutte quelle tappe, che troppo spesso si sentono come obbligate quando si hanno quattordici anni, come la prime feste, le prime esperienze con la droga, il primo amore, il primo bacio, e nel caso di Charlie l’incontro con le prime persone a cui dare il nome di amici, quelle persone per cui si è disposti a tirare o a prendere un pugno da qualcuno pur di difenderle.
Vediamo il suo personaggio crescere in un modo tenero e bellissimo, dalle prime scene in cui non riesce a trovare nemmeno una persona da salutare in mensa e in classe non trova il coraggio di rispondere a una domanda del suo insegnante di letteratura, a quando prende coraggio e durante una partita di football riesce a parlare con Patrick, agli emozionanti momenti in cui partecipa alle rappresentazioni del “Rocky Horror Picture Show”, e a quelle dolcissime sequenze in cui dichiara il suo amore a Sam.
Tutti i personaggi del film sono analizzati nel profondo, nulla è lasciato alla superficie, grazie anche ad una toccante e vivida fotografia, tanto che lo spettatore è coinvolto, nelle risate quanto nelle lacrime che ognuno di essi suscita, a cercare di capire le loro vite, e i loro infinitamente tumultuosi pensieri. Delle persone quasi grandi ancora alla ricerca di tutto, ma soprattutto della colonna sonora perfetta della loro vita.
“Noi siamo infinito” racconta di un passaggio difficile e tormentato, quello alla vita adulta, e lo fa in un modo forte, irriverente e dolcemente scandaloso.
Di Paola Rulli, da ecodelcinema.com

Siamo nei primissimi anni ’90 e come molti ragazzi – quasi tutti, diciamolo – Charlie si prepara ad affrontare il primo giorno del liceo come un agnello che va all’ara sacrificale. Come molti ragazzi – quasi tutti – ha già alle spalle sofferenze e traumi, alcuni dei quali rimossi o sopiti, che lo rendono fragile, timido, dolorosamente inadeguato. Ad alleviare la sua ansia costante e la tortura delle beffe e degli insulti c’è il suo amore per la letteratura, e un insegnante che percepisce sia il suo talento che il suo disagio. Ma le cose prendono una piega diversa quando Charlie conosce Patrick, un ragazzo all’ultimo anno che reagisce con humour e gioia di vivere all’emarginazione cui lo costringe la sua omosessualità, e la sua bellissima sorellastra Sam, che invece deve l’appartenenza al novero dei “misfits” a una reputazione da ragazza facile. Entrambi aiuteranno Charlie a indagare sé stesso e a affrontare il suo passato per poter così celebrare con loro la magia ineffabile dell’adolescenza. A Stephen Chbosky, già autore del bestseller semiautobiografico The Perks of Being a Wallflowerda cui è tratto questo Noi siamo infinito, la Summit Entertainment affida sia lo script che la regia di un adattamento abbastanza atteso da propiziarsi un cast di alto profilo che include la diva ventenne Emma Watson, i giovani talenti Logan Lerman e Ezra Miller, le TV star Kate Walsh e Dylan McDermott e ilcomedian Paul Rudd in un ruolo per lui decisamente inedito. Certo, come Charlie, l’abilità registica di Chbosky è promettente, ma manca un po’ di esperienza; la volontà di includere quanto più possibile del romanzo nella pellicola si traduce in qualche passaggio un po’ precipitoso, e in qualche episodio un po’ stonato; ma nel complesso la scommessa è decisamente vinta, perché, pur soffrendo di qualche difetto di forma, il film è pervaso da un’irresistibile sincerità e da una nostalgia dolceamara che restituirà a molti – quasi tutti, diciamolo – i brividi, lo strazio, le scoperte, il fervore degli anni più intensi e terribili che a un essere umano tocchi affrontare, lasciarsi alle spalle e poi rimpiangere tutta la vita. Perché sui banchi di scuola, più che la grammatica, le lingue straniere, la matematica e la biologia, s’impara a vivere, e si affrontano esami che a volte, è triste cronaca quotidiana, i giovanissimi non sono in grado di superare. Parla anche di questo, Noi siamo infinito, di suicidio adolescenziale, come parla di droghe, di sesso, e di abusi sui bambini; ma parla soprattutto dell’intimità senza eguali che caratterizza l’amicizia a quell’età in cui non conta altro che la voglia di stare insieme, e lo fa con una credibilità che assai di rado caratterizza i teen movies che riempiono le sale. La devozione e l’impegno profusi da Chbosky nella sua opera si riflettono nelle performance, da quella della soave Miss Watson a quella del versatile Logan Lerman, e soprattutto in quella dell’accattivante e carismatico, attraente e fragile Ezra Miller. Con amici così, chi non vorrebbe tornare giovane?
Di Alessia Starace, da movieplayer.it

Andando a vedere “Noi Siamo Infinito” – film quasi completamente ignorato nel corso dall’award season – non pensavo che mi sarei trovato davanti ad una delle pellicole più belle dell’anno. Diretto dall’esordiente Stephen Chbosky che ha anche scritto il romanzo da cui è tratto e la sceneggiatura, l’opera è una piacevolissima sorpresa in grado di toccare, emozionare e stupire. Il film narra di quell’età complessa che è l’adolescenza. Charlie – liceale al primo anno – ha un trascorso difficile e fatica a farsi degli amici fino a quando non incontra la coppia di fratellastri Patrick e Sam che sono invece all’ultimo anno. Lui è eccentrico omosessuale dal cuore d’oro, lei è una ragazza in cerca di se stessa che sceglie sempre fidanzati sbagliati. Questo incontro e il forte legame d’amicizia che ne nasce, cambia il percorso di crescita di tutti e tre.
Il film inscena perfettamente quelle che sono le irrequietezze di quell’età che penso tutti abbiano provato nella vita consentendo allo spettatore di identificarsi non tanto nei personaggi ma nella storia stessa. Il timore del sentirsi fuori posto, le frasi che rimangono impresse e diventano citazioni frequenti, il legamo affettivo a determinati libri, lo scambio di musicassette registrate con canzoni in cui ci si rispecchia con la finalità di farsi conoscere e di comunicare se stessi gli altri, il bisogno di sperimentare in qualche modo la sensazione di “infinito”. Scritto magnificamente, senza sbavature ed evitando accuratamente tutti gli inciampi in cui sarebbe potuto cadere, il film è inoltre corredato da una colonna sonora di tutto rispetto. La musica qui ricopre infatti un ruolo di un certo spessore e ci sono – tra gli altri – pezzi di David Bowie, The Smiths, New Order e Dexys Midnight Runners. Tra gli attori spicca notevolmente Ezra Miller che nel ruolo di Patrick è lo scene stealer della situazione. A soli 20 anni, con questo personaggio e quello interpretato lo scorso anno nel bel “E Ora Parliamo Di Kevin” (era l’inquietante e disturbato figlio omicia di Tilda Swinton), si presenta come un attore di grande potenzialità da tenere d’occhio.
“Noi Siamo Infinito” è uno di quei film che ti entrano dentro, che ti fanno muovere le labbra per accennare ad un sorriso mentre gli occhi ti si riempiono di commozione (complici le scene “del tunnel” in cui prima Emma Watson e poi Logan Lerman sperimentano quel senso di libertà e che sono in grado di suscitare un’emozione indelebile, di farci sentire come loro si sentono). E’ una di quelle pellicole che quasi vorresti abbracciare e stringere. Una vera perla rara – ingiustamente troppo sottovalutata ed ignorata – da rivedere e da amare.
Da 30diary.wordpress.com

Tratto dal romanzo epistolare Ragazzo da parete (in originale The Perks of Being a Wallflower) di Stephen Chbosky, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, Noi siamo infinito è l’ultimo rappresentante di una tipologia filmica prossima all’estinzione, quella che racconta il cosiddetto coming-of-age, localmente conosciuta anche come romanzo di formazione.
La pellicola, che ovviamente riprende da vicino il testo letterario d’origine, racconta la storia di Charlie, un ragazzo che dopo alcune traumatiche esperienze (il suicidio del migliore amico e la morte dell’adorata zia) è piombato in uno stato di apatia che gli impedisce di relazionarsi col mondo esterno. “Durante l’estate ho parlato quasi solo con la mia famiglia”, esordisce mentre ci presenta i suoi preparativi per il primo giorno di scuola al liceo. È il classico periodo di transizione, insicurezze e fragilità: sentimenti e sensazioni che il giovane amplifica a dismisura, non certamente aiutato da un ambiente scolastico che sembra far di tutto per mostrarsi ostile e poco comprensivo.
Inizialmente incapace di confrontarsi con altri studenti, Charlie sembra fare amicizia solamente con il proprio insegnante di letteratura, il quale lo incoraggia, gli fa da confidente e lo spinge ad esercitarsi nell’arte della scrittura. Lentamente però la timidezza, la riservatezza e il disagio sociale della matricola vengono parzialmente scossi dalla conoscenza di Sam e Patrick, due fratellastri anch’essi tra gli esclusi della scuola a causa della loro forte personalità (lui omosessuale dichiarato in una città bigotta, lei peperina molto estroversa e dal difficile passato).
Finalmente Charlie, grazie ai nuovi amici, trova un posto che può dire di sentire proprio, al quale sente di appartenere, e in cui la sua eccentrica natura viene apprezzata. Tuttavia non potrà fare a meno di innamorarsi di Sam, con tutte le implicazioni drammatiche del caso, e anche i traumi del passato rischieranno di mettere a repentaglio la tranquillità tanto faticosamente conquistata.
Noi siamo infinito è un film che non si esiterebbe a definire, in mancanza di un’espressione migliore, paraculo al massimo grado. Questo perché è ci si trova davvero dinanzi a un compendio magistrale di tutti i cliché dei film adolescenziali-scolastici, quelli in cui un gruppo di perdenti, di eterni esclusi, di nerd crea una sorta di micro-società in cui vivere felici al sicuro dall’influenza degli adulti e dalle pretese dei coetanei più idioti. Non c’è forse un momento che non è già stato visitato dalla filmografia precedente, eppure la pellicola si candida a essere uno dei maggiori esempi nel genere, nonché un piccolo gioiellino di escapismo adolescenziale.
In particolar modo questo risultato viene raggiunto grazie a un cast di protagonisti straordinari (il sensibile e imbabolato Logan Lerman, l’incantevole Emma Watson, la carismatica scheggia impazzita di Ezra Miller), una serie di comprimari di alto livello (ci piace ricordare Johhny Simmons e Mae Whitman, entrambi provenienti dal gioiellino Scott Pilgrim vs The World), scene da culto immediato (la riproposizione live del Rocky Horror Picture Show, le fughe nel tunnel, tutta la storia d’amore tra Sam e Charlie) e una colonna sonora molto ricercata che sfocia nell’immane Heroes di David Bowie.
Per quanto riguarda la messa in scena Stephen Chobsky è abilissimo nel mantenere saldamente le redini della regia, che cedono solo in occorrenza dei punti più critici della sceneggiatura, ovvero quelli in cui le motivazioni psicologiche dei personaggi divengono più forzate e perciò necessitano di una certa padronanza del linguaggio cinematografico per non scadere nel melodramma più vieto.
Disonesto (o forse solo sinceramente commosso e commovente) nel voler strappare a forza le lacrime e semplicistico nel suo ridurre ai minimi termini problemi e condizioni esistenziali quali la depressione e l’inadeguatezza sociale, Noi siamo infinito possiede però la forza primigenia della giovinezza, dell’esaltazione di quegli anni in cui tutto sembra ancora possibile, in cui ogni amicizia spalanca le porte di un nuovo mondo da scoprire e del tremendo melodramma scatenato da ogni dolore del cuore.
In questo senso si tratta di un film micidiale, perché nel caso in cui riesca a convincere lo spettatore gli entrerà senza ombra di dubbio sotto pelle; contemporaneamente è un’opera che, per arrivare a colpire duro, calca la mano quando invece per ottenere un risultato di più alto pregio avrebbe dovuto lavorare di fino.
Il dubbio è ragionevole, ma forse per raccontare l’adolescenza è davvero necessario adottare quel tipico atteggiamento assoluto del tutto o niente: Chobsky in ciò si dimostra maestro e fa sfoggio, al netto di alcune perplessità, di notevoli doti nel campo della direzione degli attori e della messa in scena, derivanti probabilmente da una sensibilità acuita dalla natura autobiografica del testo originario.
Il San Valentino cinematografico, quindi, quest’anno potrebbe essere all’insegna di quel primo amore dei tempi della scuola, destinato a perdersi nella malinconia delle brume del tempo. Io ve lo consiglio, (a patto che sentiate di volerci cascare)
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

«Welcome to the island of misfit toys»
È il primo anno di liceo per Charlie, un adolescente con un misterioso e travagliato passato. Il confronto con la nuova realtà sembra terribile, solo un professore sembra accorgersi di lui, almeno fino quando Sam e Patrick, due ragazzi dell’ultimo anno, decidono di prenderlo sotto la loro ala protettrice, diventando suoi amici e accompagnandolo durante un percorso iniziatico che lo porterà alla riscoperta di sé. Fra musica, primi amori e droga, inizia il cammino di Charlie e del suo magico e tragico primo anno.
I vantaggi dell’essere tappezzeria…
Noi siamo infinito, titolo italiano per The Perks of Being Wallflower, è la trasposizione cinematografica del libro dello scrittore e sceneggiatore Stephen Chbosky, che dopo anni di attesa è riuscito a trasformare il suo romanzo epistolare in un film completo e affascinante.
La pellicola, girata interamente a Pittsburgh, città natale dell’autore e luogo del racconto, è ambientata nel 1991 e, grazie a una fotografia impeccabile e una colonna sonora indimenticabile, riesce a rievocare il sapore e il colore di quegli anni di musicassette e compilation radiofoniche in cui il cellulare era ancora fantascienza. La città è teatro e compagna d’avventure di questo manipolo di ragazzi alle prese con l’irrefrenabile entusiasmo di una gioventù vissuta profondamente, e guadagnata con fatica.
Una serata passata in compagnia, e una corsa nella notte in un tunnel, diventano simbolo e bandiera del periodo più intenso della vita di questi ragazzi e dell’intero film.
I personaggi sono reali, i loro problemi palpabili, i profili psicologici sono approfonditi e credibili. Charlie, il protagonista, è interpretato da un misurato e attento Logan Lerman (Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo), Emma Watson, finalmente libera dai panni di maghetta, interpreta l’incantevole e carismatica Sam, mentre Ezra Miller (E ora parliamo di Kevin) è il fratellastro omosessuale dalla incontenibile teatralità.
L’adolescenza è presentata senza veli, senza inutili ipocrisie, il gap generazionale è appena accennato e il rapporto con i genitori diventa solamente lo sfondo opaco di una storia molto più densa e profonda, che tocca argomenti molto delicati con leggerezza e intelligenza.
La semplicità e la sincerità di questa pellicola la rendono una vera perla cinematografica adatta a un pubblico quanto mai variegato. L’immedesimazione è completa, la trama coinvolge e convince spingendo alla riflessione e alla discussione. L’intento dichiarato è quello di mostrare che anche il più particolare degli studenti può trovare la forza per cambiare la propria vita uscendo dalla solitudine. Un vero e proprio grido d’aiuto per chi si è perso nei meandri dell’adolescenza.
Ma c’è di più, c’è l’amore, la violenza, la paura di mostrare i propri veri sentimenti, la depressione, gli abusi. Un film ricco e completo che, nei suoi non detti e nei suoi accenni, lascia trasparire la sua matrice letteraria senza per questo perdere fascino o consistenza.
La paura di passare inosservato e iniziare una nuova vita in solitudine viene trasformata in un’avventura indimenticabile, romantica, drammatica e realistica al tempo stesso.
Di Virginia Lore, da spaziofilm.it

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