MIELE



Irene ha trent’anni, ha studiato medicina per un paio d’anni ma poi ha mollato, forse per il dolore di una grande perdita o perché non le sembrava più la strada giusta da percorrere. Non ha un fidanzato fisso e preferisce relazioni ‘disimpegnate’ dalle quali restare accuratamente estranea. Irene ha deciso di aiutare gli altri in un modo un po’ particolare in quella che è diventata l’attività centrale della sua vita. Da un po’ di tempo, infatti, è entrata a far parte di un ‘giro’ che si occupa di suicidio assistito. Il compito della ragazza è quello di procurarsi il Lamputal (un medicinale veterinario letale che se usato in grandi quantità ha lo stesso effetto anche sull’uomo) in Messico per poi dirigersi di casa in casa e svolgere secondo le regole prestabilite il suo ‘lavoro’. I suoi ‘clienti’ sono persone affette da gravi malattie e che non avendo più molto da vivere decidono di accorciare il loro calvario, abbreviare la loro agonia. Con lo pseudonimo di Miele, Irene attraversa così (silente come un’ombra) le esistenze di queste persone determinate a lasciare il mondo dei vivi anche se non completamente pronte a farlo. Tra quei volti spenti e quegli occhi smarriti Irene deve svolgere il suo lavoro scandito da tempistiche ben precise e da regole molto ferree; una dinamica ben oliata che verrà messa in discussione quando la ragazza scoprirà di aver consegnato il Lamputal a un anziano ingegnere non affetto da una grave malattia ma semplicemente stufo di vivere. ‘L’incidente’ risveglierà a gran voce la coscienza etica della ragazza, fino a quel momento convinta del suo operato. Nel tentativo di recuperare il farmaco di morte dalle mani dell’ingegner Grimaldi, Ireneincontrerà e si scontrerà con la figura di un uomo colto e ‘ispido’, abituato a stare solo e refrattario al contatto umano. Un incontro decisivo nella vita di entrambi e che lascerà senza dubbio il suo segno.
Per molti aspetti sorprendente l’esordio alla regia di Valeria Golino che affronta una tematica assai complessa come quella dell’eutanasia, o meglio del suicidio assistito senza crogiolarsi nei soliti cliché o trincerarsi dietro una precisa posizione. Come un vero e proprio angelo della morte, la sua protagonista Miele vaga infatti tra le vite di gente stufa di (non) vivere per aiutarla a metter fine al supplizio. Un tema scomodo e assai controverso che la Golino sa riportare però a un livello prettamente umano, utilizzando un punto di vista decisamente ‘neutrale’. Ed è infatti proprio attraverso gli occhi di Miele (ovvero Irene) che apprendiamo la determinazione ma anche la paura e la tristezza di queste persone che si sono auto condannate a morte, con la complicità dei loro cari e l’aiuto della ragazza. È un giro di vite marcato molto stretto e finemente raccordato al vorticare frenetico della stessa vita di Irene, sempre in corsa tra bici, sesso mordi e fuggi, viaggi in Messico. Una vita (anche per lei) non-vissuta ad alta velocità nel tentativo di non riflettere, non farsi soggiogare dal pensiero. Con grande sobrietà ma anche lucidità registica la Golino segue dunque il percorso di ricognizione fatto da Irene, caduta in disperazione e costretta a fermarsi quando si accorgerà di essersi trasformata in una sorta di sicario alla dipendenze dei soliti interessi economici. Dignitoso nel suo saper raccontare la morte senza mostrarla, Miele ha il grande pregio di aggirare il dibattito sociale sul tema, lasciando che il dibattito si agiti solo internamente alla protagonista. Una regia capace di sottolineare alcuni momenti fondanti di questa parabola umana con grande ma sobria delicatezza, tenendosi lontana dalle facili e stereotipate evoluzioni drammatiche. Il dramma c’è ma quasi non si vede perché è filtrato attraverso gli occhi e le percezioni di Irene, nell’onesta e funzionale interpretazione diJasmine Trinca.
Il primo lungometraggio dell’attrice (ora anche regista) Valeria Golino è una storia intensa e sentita che descrive il dolore del non poter (o non saper) più vivere. Attraverso il coraggio ma anche la paura di chi vuol metter fine alla propria esistenza, riusciamo così a sondare il labile confine tra la vita e la morte, e il labilissimo confine tra il diritto alla vita e quello alla morte. Un tema assai spinoso che la Golino ha la capacità di umanizzare, attraverso il racconto di una ragazza come tante determinata ad alleviare la sofferenza del mondo ma forse ancora non abbastanza matura da capire come farlo.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Un esordio alla regia davvero buono quello di Valeria Golino.
“Miele” è un film dal tema difficile che è stato trattato con delicatezza, intelligenza e attenzione. “Miele” è il nome in codice di Irene (Jasmine Trinca) che aiuta i malati terminali a porre fine alle proprie sofferenze. Dal Messico si procura un medicinale veterinario (proibito in Italia) che uccide in modo indolore gli animali… e anche gli uomini. Con molto tatto Miele accompagna alla morte i malati, stando accanto alle loro famiglie, tutto in modo clandestino e facendosi pagare molti soldi. Un giorno Miele riceve l’incarico di consegnare il medicinale mortale ad un anziano ingegnere (Carlo Cecchi), che però vuole essere solo nel momento del trapasso. Dopo qualche giorno Miele scopre che l’anziano ingegnere non è affatto malato ma “solo” depresso, che non volendo causare spiacevoli pettegolezzi buttandosi giù dal quinto piano, ha scelto la “morte dolce”, indolore e “incolore”.
Sconvolta da questa notizia, Irene cerca in tutti i modi di recuperare il medicinale dall’anziano, instaurando con lui uno strano e pericoloso legame.
Il film sta tutto in questo rapporto singolare che si viene a creare, un crescendo di complicità e forse affetto. Irene, si sente finalmente libera di poter esternare con l’ingegnere le proprie titubanze, le convinzioni e i segreti che comporta la sua missione, a sua volta l’ingegnere continua a vivere, toccato dal coinvolgimento emotivo che Irene ci mette nel proprio lavoro.
Irene mente con tutti, con il padre e gli amici che sono convinti che lei studi medicina a Padova; non ha un legame amoroso con nessuno ma un rapporto da amante con un uomo sposato con il quale condivide i segreti di un amore clandestino ma non del suo lavoro clandestino. Miele indossa abiti molto maschili quando è nel suo ruolo di “angelo della morte” ma sa essere una donna affascinante e molto seducente quando ritorna ad essere Irene, solo con l’anziano ingegnere fonde entrambe, riuscendo a tirare fuori quella che è la sua vera personalità: molto insicura e fragile, piena di un dolore mai placato per la morte della madre avvenuta 10 anni prima.
Il film può suscitare molte polemiche: è giusto scegliere di morire quando si è senza speranze di guarigione? Gli esempi portati dalla storia sono decisamente a favore di una risposta al positivo, nessuno vorrebbe vivere in quelle situazioni, e anche chi sta vicino a persone tanto sofferenti vede in una morte veloce e indolore la soluzione migliore, un sollievo che ridà dignità al proprio caro, queste sono considerazioni alle quali il film può portare, ma che non sono quelle alle quali la regista mira. Infatti ho avuto la sensazione che Valeria Golino (che è anche una delle tre sceneggiatrici del film) non sia “cascata” nel facile trabocchetto di costruire una storia sul tema “eutanasia sì, eutanasia no”, ma piuttosto che abbia voluto porre il quesito: “quando si desidera veramente di morire?”. 
C’è un passaggio molto bello nel film (ce ne sono molti, a dire il vero), dove Miele inizia a sentirsi stanca, ad avere sempre più spesso attacchi di ansia, dove non si sente più così sicura nel compiere le proprie azioni durante la procedura con i malati, ha il bisogno di sapere se l’ingegnere è sempre vivo, se non si è ancora ucciso, in un momento di intimità quasi familiare gli confida che “nessuno vuole morire in verità, tutti sono attaccati alla vita, ma quella non è più vita”. 
Irene e l’ingegnere arrivano entrambi ad una consapevolezza di quello che vogliono, ci arrivano grazie anche al loro incontro, e un passaggio importante di questo film è anche questo: l’importanza di incontrare qualcuno che scombussoli ogni certezza acquisita fino a quel momento, fino ad arrivare a mettere in discussione anche le cose fondamentali sulle quali non si avevano dubbi.
Gli incroci nella vita sono fatti soprattutto di incontri occasionali, e quelli che ci fanno “cadere” sono quelli che inesorabilmente ci fanno “rialzare”.
Il film è davvero bello, mai patetico, mentre una “facile” regia anche un po’ più ruffiana sarebbe potuta cascare in questo tranello (ed era la mia paura), utilizza molto le scene “di sensazione”, molta importanza è data alla musica e alla descrizione dei personaggi, che risulta quasi letteraria.
Ottimi i due principali interpreti: Jasmine Trinca e Carlo Cecchi.
La Trinca che già mi aveva convinto in un ruolo impegnativo con “Un giorno devi andare”, qui riesce a costruire una donna piena di interrogativi, che si scopre man mano che il film prende corpo, il doppio ruolo Miele-Irene “l’angelo della morte” e la “studentessa di medicina”, sono una prova importante, un ruolo femminile che nel cinema italiano non sempre viene creato.
Carlo Cecchi è il mostro sacro che è, proprio come nel suo personaggio del film, non deve più dimostrare niente, solo con la sua presenza riempie la scena, dà personalità a tutto ciò che lo circonda, duro e dolce, è una calamita per Irene, che riversa in lui tutti i suoi dubbi e le sue paure che non si era mai confessata. 
Il finale e qualche passaggio del film possono risultare scontati, ovvero ci si arriva facilmente alla conclusione della storia, ma questo non rovina la visione, non lascia delusi, perché (mi ripeto) il senso del film, secondo me, sta proprio nella crescita di un legame affettivo tra due persone, molto differenti tra loro per età ed esperienze, che per motivi altrettanto differenti si incontrano, e per motivi differenti troveranno le risposte che cercavano e le soluzioni, che non saranno quelle di cui erano convinti prima della reciproca conoscenza.
 Davvero toccante.
Da cinerepublic.filmtv.it

Miele è un film che ti mette con le spalle al muro. Che ti spiazza. Che ti costringe a scrollarti di dosso ruotine e certezze per fermarti a pensare a quello che stai facendo. Un film che, parlandoti di morte, ti sprona a vivere. A riprenderti in mano la tua esistenza “trascinata”, provando a darle un senso.
Proprio in questo, Miele è un film imperniato del suicidio di Mario Monicelli. Sia chiaro, non c’è alcuno riferimento esplicito (anche se i rimandi sottesi sono diversi) a quel 29 novembre 2010 quando uno dei registi più caustici e geniali del cinema italiano, a 95 anni, si buttò dal 5° piano dell’ospedale dove era ricoverato. Eppure, quel gesto di morte così incasellabile, urticante e rivoluzionario ci costrinse, un po’ come ha fatto ora l’attrice Valeria Golino con questa sua prima pellicola da regista, a non dare per scontato il significato della parola vita. Soprattutto in relazione a questa nostra società superficiale, vuota e volgare perché, come semplicemente e giustamente scrive il cantante indie-popDimartino in una delle sue canzoni: “mentre guardavamo il divo sul manifesto del detersivo, pensavamo a Monicelli che vola dal balcone, alla faccia della moda che ci vuole tutti giovani e belli. Alla faccia dell’Italia che ci vuole vivi e basta”.
Libera traduzione per il cinema del romanzo A nome tuo di Mauro Covacich, Miele racconta di una ragazza sui 30 anni il cui passato è segnato dalla profonda cicatrice di una madre scomparsa troppo presto, a quanto pare, dopo un’atroce e lunga malattia. Irene, questo il suo nome, nasconde un segreto: di tanto in tanto, vola in Messico per comprare dei potenti barbiturici per cani salvo poi somministrarli ad esseri umani (malati termali o persone fortemente invalidate) per aiutarli a morire e porre fine alle loro sofferenze. Per lei, questa è una missione, un atto di pietà. Ma quando a chiedere il suo “servizio” sarà un settantenne in perfetta salute che è semplicemente stufo di vivere, le precarie certezze di Irene vanno in frantumi.
Per il suo debutto da regista, la Golino ha scelto un tema scivoloso e controverso come quello del suicidio assistito ed è riuscita a costruire un film coraggioso, assolutamente non scontato e non riconciliante. Appoggiandosi su una sceneggiatura ben scritta che lavora per sottrazioni, taglia dialoghi-spiegazioni inutili e non indugia sul commuovente, la pellicola colpisce soprattutto per lo stile. Uno stile dal forte gusto autoriale che punta sulla forza e la bellezza d’immagini invase di luce, con personaggi spinti ai bordi dell’inquadratura, corpi che fluttuano sott’acqua, riprese asimmetriche, plongée o contre-plongée, una fotografia livida così estranea all’immaginario della solita Roma, raccordi di montaggio volutamente sbagliati. Pur richiamando da lontano autori come Jacques Audiard, ma anche certe ricercatezze estetiche di Matteo Garrone,Paolo Sorrentino e Marina Spada, Valeria Golino ha costruito uno stile originale, libero dalle convenzioni, che non solo è estraneo a molto del cinema italiano, ma dà davvero la sensazione di vedere qualcosa di nuovo nel panorama europeo.
Oltre che ben scritti in tutte le loro ambiguità di fascinazione e repulsione, i due protagonisti traggono la propria forza grazie alle forti interpretazioni di Jasmine Trinca e Carlo Cecchi. Nel vestire i panni di questa ragazza controversa che non ha ancora trovato il suo posto del mondo e vorrebbe vivere sempre in apnea per non sentire cosa il mondo ha da dirle (da qui la sua esigenza di stare spesso sotto le acque del mare e di tenersi l’ipod sempre acceso nelle orecchie), la Trinca ha dato vita al suo ruolo più riuscito. Grazie a un aspetto più androgino, mascolino, con capelli corti e giacca di pelle, movimenti più nervosi, una gestualità più marcata, un look vagamente alla Lisbeth Salander (anche se a me ha ricordato Clotilde Hesme in Angèle et Tony) l’attrice è riuscita finalmente a scrollarsi di dosso l’aurea da “suorina” o quantomeno da “brava ragazza”. Quello di Irene (o Miele, che è il nome in codice che usa quando è in servizio) è un personaggio invece sfaccettato, duro e fragile insieme. Per quel che riguarda Carlo Cecchi, be’, lui è immenso. Perfetto nel dosare sarcasmo e intelligenza, tagliente nei suoi giudizi (le sue battute su quelle “stronzate” dei piercing e sui programmi trash in tv sono da manuale: sprezzanti e ironiche come non mai), sagace nella sua visione del mondo, ma anche aperto e solidiale verso gli altri, l’ingegner Grimaldi (questo personaggio davvero di monicelliana memoria) non poteva che non essere lui.
In sala dal 1° maggio grazie a Bim distribuzione, Miele sarà presentato al prossimo Festival di Cannes, nella sezione Un certain regard. E in quanto italiani non possiamo che essere orgogliosi di questo nostro film che non sarà forse perfetto ma è libero e coraggioso.
Di Valentina Torlaschi , da blog.screenweek.it

A onor della sincerità in molti hanno storto il naso alla notizia che l’attrice Valeria Golino avrebbe intrapreso la strada della regia, prodotta dal suo compagno Riccardo Scamarcio, anche se non è la prima volta che si cimenta dietro la macchina da presa. Già nel 2010 la Golino infatti ha diretto il lungometraggio Armandino e il madre.
Irene (nome non casuale che in greco significa pace), Jasmine Trinca, è una trentenne che ha deciso di dedicarsi a porre fine alla vita di persone gravemente malate che non vogliono più sopportare il dolore che la loro condizione comporta. Così la ragazza, con l’ausilio di un suo ex amore medico (Libero De Rienzo ) che gli segnala quali sono i pazienti stanchi di una vita che non è più tale, in tutta segretezza e usando il nome in codice che da il titolo al film, Miele, dato che la pratica del suicidio assistito in Italia è fuori legge, aiuta chi ne ha bisogno a porre fine al proprio strazio.
Valeria Golino nel suo ufficiale esordio alla regia sceglie un tema non semplice da affrontare, soprattutto considerando che è prodotto in un paese, il nostro, dove l’eutanasia per molte correnti politiche ed etiche è quasi un argomento tabù.
La grande forza del film è data innanzitutto da una regia asciutta e priva di inutili abbellimenti estetici che segue la parabola interiore della protagonista in maniera distaccata, ma anche da una visione totalmente oggettiva di ciò che accade e priva di giudizio o di prese di posizione.
Per il tema toccato, e soprattutto in quanto all’interno di esso viene posto anche il problema del suicidio, il film tratto dal romanzo A nome tuo di Mauro Covacich, ricorda per le sensazioni che suscita l’ultimo lungometraggio di Marco Bellocchio Bella addormentata.
Complice una Jasmine Trinca in ottima forma e pienamente inserita nel personaggio, la Golino ha dato vita a un film privo di smanie autoriali che arriva dritto al punto. Un lungometraggio coraggioso e profondo, diretto da  una neo-cineasta precisa e competente. Una regista di cui il panorama cinematografico italiano aveva bisogno.
Di Sandra Martone, da filmforlife.org

Con il nome fittizio di Miele, Irene si occupa di suicidi assistiti all’oscuro dei pochi che frequenta e di una società per cui la sua attività è un reato. Chiamata al capezzale di persone a un passo dalla morte, in cambio di denaro, somministra Lamputal, un farmaco letale a uso veterinario che in dosi massicce assicura l’effetto anche sull’uomo. Un giorno, a chiedere l’intervento di Irene è l’ingegner Grimaldi, un intellettuale sulla settantina al quale consegna il barbiturico dando per scontata la criticità della sua situazione. Quando scoprirà che è in piena salute, si affretterà a tornare sui propri passi.
Liberamente tratto da “A nome tuo” di Mauro Covacich, l’esordio nel lungometraggio di Valeria Golino appartiene a quella categoria di rare pellicole che sanno andare a fondo in problematiche sociali volutamente rimosse attraverso il particolare di una storia privata. Opera severa, sofferta e spesso respingente, soprattutto nella prima parte, fornisce il ritratto di una trentenne che trova sacrosanto aiutare i malati terminali ad abbreviare un’agonia ormai opposta al concetto stesso di vita: che sia per motivi personali (la morte della madre malata) o per un’indipendente convinzione intima, entra per poco nella loro esistenza, li aiuta a morire per poi tornare a una routine di fugaci rapporti sessuali e allenamenti fisici. Contrapposta all’inerzia dei corpi dei malati è l’iperattività di una donna che vuole a tutti i costi sentire se stessa; attraverso pratiche sportive condotte fino allo sfinimento e musica sparata nelle orecchie, Irene cerca di togliersi la morte di dosso, assaporando per poco una vitalità che forse crede di non meritare. È l’incontro con Grimaldi, in questo senso, a mettere in crisi il suo fragile sistema interiore, perché in grado di spostare su un piano completamente diverso quella “responsabilità” che ha sempre sentito di avere nei confronti degli altri. Mediante scontri, avvicinamenti, differenze inconciliabili e inseguimenti emotivi, affiora tra la giovane donna e l’anziano ingegnere un rapporto di credibile e soffocata intesa che non rappresenta uno specchiarsi a vicenda quanto l’inizio di un nuovo cammino solo per lei. Servito da immagini secche eppure personali, Miele non fa mai vedere la morte – benché ne sia concettualmente intriso – mostrando un ammirevole pudore verso una tematica-tabù qual è quella dell’eutanasia. Sempre trattenuto, se si eccettua un finale forse troppo poetico, questo film duro e necessario può inoltre contare sull’ottima interpretazione di Jasmine Trinca, capace di darsi senza pudori all’innamorata macchina da presa di una regista che non ha dimenticato di essere anche un’attrice.
Di Marco Chiani , da mymovies.it

Irene, ragazza riservata e spensierata, di lavoro si occupa di suicidio assistitoverso quelle persone che, a causa della malattia terminale che stanno poco a poco distruggendo anima e corpo, decidono di porre fine alla loro vita. Questa procedura è illegale in Italia, ed è per questa ragione che ci sono regole ben precise da tener in considerazione: innanzitutto il farmaco da somministrare, il Lamputal, è stato bloccato a causa dei suoi effetti letali se presi in dosi massicce, ed è per questo che Irene ripetutamente si dirige in Messico, dove è possibile comprarlo solo per uso veterinario; il suo nome non viene rivelato (per i pazienti viene chiamata Miele), in modo da tener oscura la sua vera identità. Durante la procedura, Miele instaura un rapporto con il malato, anche se distaccato: lei chiede costantemente se vuole interrompere la seduta, dando al paziente la sicurezza e il coraggio nel prendere una decisione così importante.  Il suo lavoro prosegue senza alcun problema, finché un giorno a chiederla è l’Ingegner Grimaldi, un uomo sulla mezza età. La ragazza, senza fare domande, gli da il farmaco, ma nel momento in cui scopre che in realtà non è un malato terminale, cercherà in tutti i modi di riprendersi il barbiturico. Da lì s’instaurerà un rapporto ambiguo tra i due, di conflitto generazionale e ideologico, ma soprattutto di affetto reciproco, un rapporto autentico che raramente ha avuto in questi anni, visto il distacco con la famiglia e dopo la morte di sua madre.
Valeria Golino esordisce alla regia con un film sulla carta ostico e pieno di ostacoli. Trattare di un tema così complesso come quello del suicidio assistito può indurre chiunque a prendere una posizione al riguardo, com’è successo con l’ultimo film di Marco Bellocchio. Invece qui il pubblico entra in contatto con il punto di vista di Irene (Jasmine Trinca), una ragazza che ha a cuore la sorte delle persone che devono scegliere una strada tutt’altro che semplice, vittime di una malattia che in un modo o nell’altro li porteranno alla morte, ma che per allontanarsi da tutto questo cerca di trovare quella leggerezza che Calvino illustra nelle Lezioni Americane: si cimenta in allenamenti in mare aperto, in avventure sessuali, e tutto ciò le dà la forza di andare avanti. La musica in questo contesto gioca un ruolo fondamentale: nel momento della somministrazione, la colonna sonora rende più dolce la scena, distaccando la protagonista e lo spettatore, il quale non vedrà mai l’immagine della morte, ma gli occhi della giovane Irene che, freddi, osservano la scena.  Ma quando incontra l’Ingegner Grimaldi (Carlo Cecchi), quel mondo, quella routine che lei stessa si era creata viene messa in dubbio, inizia a crollare, mostrandole tutta la complessità che la vita offre all’uomo. Le persone, che fino a quel momento Miele pensava fossero intenzionati a morire, in realtà volevano vivere, e che la loro scelta è in realtà dovuta dall’infinito dolore che provano in quegli istanti. Qui sta la bravura di un regista come Valeria: non si schiera, ma dà la libertà a ognuno di poter riflettere senza essere giudicati, attraverso immagini nette e con colori nitidi, a volte idilliaci. Si può dire che ha superato la prova a pieni voti.
Da quisiparladicinema.wordpress.com

Miele, un nome dolce, forse per questo Irene, la protagonista del film, lo ha scelto per presentarsi ai sui clienti quando questi le chiedono di aiutarli ad andarsene dolcemente, ad abbandonare un corpo malato che condanna la loro vita a stati prossimi allo zero. Irene si occupa di suicidio assistito, attività illegale che la costringe a viaggi periodici in Messico per procurarsi il barbiturico letale che le è necessario a soddisfare i suoi clienti, ai quali crede di fare del bene poiché essi sono tutti malati gravi che non vivono più una vita vera. Per questo Irene si sente Miele, in una personale battaglia contro il dolore che nega la vita, come quello della malattia che le ha portato via la madre.
Valeria Golino, nel suo esordio alla regia, è bravissima a cucire addosso a Jasmine Trinca questo personaggio ambiguo che consegna i suoi clienti al dolce abbraccio della morte in nome della vita. La neo-regista rende bene la portata antitetica di questa dialettica passando bruscamente dalle scene di morte e tristezza di Irene al lavoro alle scene di vita e di luce in cui la ragazza nuota, corre in bici e fa l’amore; Irene infatti ama la vita, ma quella vera, non quella mutilata dalla malattia.
Proprio per questo la giovane ragazza sarà messa in crisi quando a chiedere il suo aiuto non sarà un malato, bensì un settantenne in perfetta salute ma stufo di vivere. Dopo quest’incontro la riflessione sulla vita e la morte che attraversa tutto il film tocca le punte più sottili.
Fino a questo momento Irene ci era apparsa salda nella sua condotta etica, fermamente convinta che la morte per i suoi clienti fosse la scelta più dolce di fronte alla non-vita alla quale erano condannati; ora invece davanti a questo signore che vuole morire per un male dello spirito e non del corpo tutto cambia: Irene si affezionerà alla vita di quest’uomo convinta del fatto che egli non abbia il diritto di scegliere la morte; attraverso quest’esperienza rimetterà tutto in discussione riflettendo sul fatto che nessuno, tra i suoi clienti, voleva in realtà morire.
Nonostante le tematiche siano piuttosto pesanti, la regista, affrontandole attraverso questo personaggio sempre in bilico tra luce ed ombra, è riuscita a dare al film un andamento dinamico e coinvolgente.
Di Claudio Di Paola, da ecodelcinema.com

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