LINCOLN



Sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America, Abramo Lincoln ne è a tutt’oggi uno dei più amati e ricordati, per via della sua indubbia rilevanza storica. 
Se gli è stato dedicato il celebre Memorial a Washington, se il suo volto è scolpito sul Monte Rushmore e stampato sulle banconote da 5 dollari e sulle monete da 1 centesimo, è perché con atti come il discorso di Gettysburg e il Tredicesimo emendamento alla Costituzione Abramo Lincoln ha segnato la storia degli Stati Uniti e di tutto il mondo, abolendo la barbarie della schiavitù e rafforzando la centralità del governo federale statunitense. 
Di fronte ad una figura storica di questa caratura, e tanto amata in patria anche dal punto di vista emotivo, il rischio che un film biografico a lui dedicato potesse diventare fastidiosamente agiografico era alto. Ma Steven Spielberg non è un regista qualunque: anche quando veste i panni del rètore, lo fa nel senso nobile del termine e, soprattutto, non è mai un agiografo. 
Che allora il suo film parta con una (unica) scena di guerra non è semplicemente autocitazione che guarda aSalvate il soldato Ryan: perché nella fatica e nel dolore di quei corpi aggrovigliati nel fango c’è già la rappresentazione metaforica di un film che racconta di una battaglia, non fisica ma politica, nel quale chi la combatte deve necessariamente sporcarsi le mani, a costo di profondi sacrifici e sofferenze. 
Lincoln, lo si guardi con attenzione, non è allora un film biografico sul personaggio che gli dà il titolo, ma sulla politica, di ieri e di oggi. Un film che della politica riafferma ruolo e centralità anche e forse soprattutto attraverso i compromessi che richiede, che ridimensiona alcune ingenuità legate alla democrazia rappresentativa (i discorsi del radicale Thaddeus Stevens di Tommy Lee Jones lo esplicitano chiaramente) e che, in un’era in cui il termine “politico” sembra essere diventato un insulto, restituisce ruolo e dignità a quella che può e forse deve essere una professione. 
Film tutto di parola e ragionamento, motori unici di ogni possibile azione, intellettuale e fisica, Lincoln sembra una versione di “The West Wing” ambientata del 1865, un racconto intimo e retroscenistico sui meccanismi del potere, sui suoi machiavellismi, perfino sulla sua declinazione attraverso l’attività oratoria, pubblica o parlamentare che sia. Sulle attività retoriche della politica. 
Ecco che allora si comprendono e si giustificano anche le retoriche di Spielberg, che piega il suo stile al contenuto, e che rilancia la democrazia e le sue straordinarie potenzialità proprio nel mostrarle indissolubilmente legate al primato dell’attività politica. Un’attività politica che è, anche, rinuncia, compromesso e perfino sotterfugio. 
Spielberg racconta ed endorsa quella che allora e ieri era una realpolitik, capace di toccare tanto il pubblico quanto il privato, e che (la condanna è implicita) in un passato più recente è degenerata spesso in un’attività priva di etica e morale: cinica, opportunista e corrotta.
Che poi la storia di Lincoln e dei suoi risultati venga raccontata negli anni e nei mesi in cui è proprio un Presidente afroamericano ad occupare la Casa Bianca e in cui i dissidi tra Presidenza e Congresso sono all’ordine del giorno, è forse un caso o forse ennesima dimostrazione della capacità del cinema di cogliere lozeitgeist in cui è nato. 
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

“Lincoln ha guidato il nostro paese attraverso i momenti più difficili e ha fatto sopravvivere gli ideali della democrazia americana, ponendo termine allo schiavismo. Ma nel mio film volevo mostrare qualcosa in più. Lincoln era uno statista e un leader militare, ma anche un padre, un marito e un uomo fortemente incline all’introspezione. Volevo raccontare una storia su Lincoln evitando d’incappare nel cinismo e nell’esaltazione eroica”. Parole di Steven Spielberg, che torna al cinema dopo il minore War Horse con un progetto ambizioso ed epico sulla storia di come il sedicesimo presidente americano Abraham Lincoln abbia fatto approvare il Tredicesimo Emendamento della Costituzione, abolendo la schiavitù.
La missione di Lincoln è riuscita in parte, perché se, da un lato, è vero che Spielberg riesce a rendere alla perfezione il lato più umano ed intimo di una figura storica così iconica – quella barba e soprattutto quel cilindro che fa la sua comparsa nel film – dall’altro il racconto della sfida politica per convincere quanti più democratici possibili e parte dello stesso Partito Repubblicano a votare a favore dell’emendamento è raccontata in maniera piuttosto standard, con pochi guizzi di regia e sceneggiatura e un’aderenza quasi ostentata alla struttura drammatica classica di Hollywood. Lo stesso vale per la persona pubblica di Lincoln, che ogni volta che si ritrova a fare dei discorsi di portata storica, viene inquadrato frontalmente con in sottofondo il tema di John Williams. Una scelta retorica che purtroppo Spielberg opera sempre più spesso nel suo cinema recente.
Lincoln funziona maggiormente come documento su un passaggio storico dell’America, da paese diviso tra servi e padroni a vera democrazia dove tutti gli uomini hanno gli stessi diritti, indipendentemente dalla razza. Certo, non mancano le semplificazioni e quel sottile revisionismo storico che dipinge i Nordisti come il bene assoluto e i Sudisti come il male, ma la maestria della narrazione spielberghiana, che, sia chiaro, non è mai messa in dubbio, riesce a far digerire anche i punti più dubbiosi. Chapeau all’interpretazione di un sempre eccellente Daniel Day-Lewis, che evoca tutta la dolcezza d’animo di Lincoln, mostrandone però anche il lato più cinicamente politico. Ottimi anche gli interpreti di contorno, Sally Field, Tommy Lee Jones, James Spader, David Strathairn eJoseph Gordon-Levitt. Da confrontare con Django Unchained di Quentin Tarantino, che dipinge un feroce affresco dell’America che Lincoln contribuì a cancellare per sempre.
Di Marco Triolo, da cinema.it.msn.com

L’America, in quest’annata cinematografica, sta riflettendo su sé stessa. Sulla sua storia (passata e presente), sulle sue radici, sulle contraddizioni che la caratterizzano. Non è un caso che, dei film che animeranno l’attesa Notte delle Stelle hollywoodiana, i più importanti riguardino proprio passato e presente della nazione americana: il presente di Operazione Zero Dark Thirty e della lotta al terrorismo islamico, il passato recente di uno smacco subito, quello della crisi degli ostaggi in Iran raccontata in Argo, il passato più antico (e fondante) della Guerra Civile e dellaschiavitù, declinata in modi diversi, in due pellicole esteticamente agli antipodi quanto accomunate dallo stesso vigore politico: Django Unchained di Quentin Tarantino da una parte, e Lincoln di Steven Spielberg dall’altra. Genere contro autorialità (con tutte le contraddizioni che questi termini, nel 2013, portano con sé), cinefilia onnivora contro rigore narrativo, iperrealismo contro fedeltà cronachistica nella ricostruzione: ma, alla base, la stessa urgenza narrativa (e intimamente politica) di raccontare un passato che si ripercuote in molti modi sulle contraddizioni del presente. Che sia attraverso le gesta di un pistolero di colore ribelle, o attraverso il racconto dell’attività del presidente che pose fine alla schiavitù, l’America obamiana (e non solo) più che mai vuole raccontare, e raccontarsi, quegli anni. L’America, in quest’annata cinematografica, sta riflettendo su sé stessa. Sulla sua storia (passata e presente), sulle sue radici, sulle contraddizioni che la caratterizzano. Non è un caso che, dei film che animeranno l’attesa Notte delle Stelle hollywoodiana, i più importanti riguardino proprio passato e presente della nazione americana: il presente di Operazione Zero Dark Thirty e della lotta al terrorismo islamico, il passato recente di uno smacco subito, quello della crisi degli ostaggi in Iran raccontata in Argo, il passato più antico (e fondante) della Guerra Civile e dellaschiavitù, declinata in modi diversi, in due pellicole esteticamente agli antipodi quanto accomunate dallo stesso vigore politico: Django Unchained di Quentin Tarantino da una parte, e Lincoln di Steven Spielberg dall’altra. Genere contro autorialità (con tutte le contraddizioni che questi termini, nel 2013, portano con sé), cinefilia onnivora contro rigore narrativo, iperrealismo contro fedeltà cronachistica nella ricostruzione: ma, alla base, la stessa urgenza narrativa (e intimamente politica) di raccontare un passato che si ripercuote in molti modi sulle contraddizioni del presente. Che sia attraverso le gesta di un pistolero di colore ribelle, o attraverso il racconto dell’attività del presidente che pose fine alla schiavitù, l’America obamiana (e non solo) più che mai vuole raccontare, e raccontarsi, quegli anni. Questo lungo preambolo, e questo parallelo, li abbiamo fatti semplicemente per specificare che Lincoln non è solo, né principalmente, un biopic sulla figura del sedicesimo presidente degli Stati Uniti. Il film di Spielberg, attraverso il racconto degli ultimi giorni della Guerra Civile, e del travagliato percorso parlamentare che portò all’approvazione del XIII Emendamento, è innanzitutto un’opera sulla centralità della politica: sulla necessità, la profonda dignità, ma anche le contraddizioni e i compromessi, che segnano questa fondamentale area dell’attività umana. In un momento storico in cui, negli USA come in Europa, la parola “politico” ha assunto una diffusa (ma pericolosissima) connotazione negativa, Spielberg dice col suo film una parola chiara: la gestione della polis, con tutti i suoi lati oscuri e moralmente contraddittori, è attività irrinunciabile per la vita associata; non solo fondante e innervante ogni aspetto del nostro quotidiano, ma espressione di un’idealità che, nonostante i compromessi e il prezzo (spesso altissimo) che la sua messa in pratica richiede, vale la pena vivere, respirare e difendere. Proprio l’aspetto dell’idealità, centrale dato l’argomento trattato, è quello che nel film viene fuori in modo più sfaccettato, con tutta la sua problematicità: rifuggendo intelligentemente da qualsiasi tentazione agiografica, il regista mostra un presidente tanto deciso a ottenere il suo obiettivo quanto spregiudicato nei metodi per arrivarci. “By any means necessary”, frase pronunciata in un altro contesto, e da un leader con ben altri obiettivi, è un’espressione che potrebbe adattarsi benissimo alla visione che il film dà del personaggio, e della sua battaglia.
Lincoln ci porta, attraverso lo sguardo, segnato ma sempre più deciso, di un grande Daniel Day-Lewis, nei corridoi del potere, nel cuore pulsante della sua gestione: di esso vediamo meschinità e macchinazioni, calcoli e inevitabili compromessi. L’aspetto problematico dell’attività politica, la necessità di scendere per essa a patti dolorosi, spesso intimamente laceranti per chi fa della fedeltà agli ideali il suo faro, sono descritti con dovizia di particolari; soprattutto nella ricostruzione del complesso, certosino e vischioso lavoro di mediazione, persuasione e blandimento che il presidente e il suo staff compiono per assicurarsi la sospirata maggioranza, necessaria per far passare al Senato l’Emendamento che porrà fine alla schiavitù. Un’attività che non disdegna le promesse, le minacce, persino la corruzione: lupo tra i lupi, ma mai vacillante nella convinzione della giustezza della sua azione, il protagonista ribadisce con essa la necessità di “sporcarsi le mani”, di mettere a tacere a volte, per raggiungere un obiettivo giusto, anche la voce (comunque sempre presente in sottofondo) della propria coscienza. Uno iato, e una lacerazione, che diventano ancora più evidenti nella figura del senatore radicale Thaddeus Stevens, a cui dà il volto un eccezionale Tommy Lee Jones: il dolore, la sofferenza nel tradire una coerenza che, finora, aveva sempre considerato condicio sine qua non del suo agire, diventano nel suo personaggio del tutto espliciti e scoperti. 
Nonostante il rigore del suo svolgimento, assicurato dalla perfetta sceneggiatura di Tony Kushner, Lincolnè un film in cui non mancano affatto spunti umoristici; profusi anzi, questi ultimi, con generosità nel corso della narrazione, sempre funzionali a una rappresentazione del potere che a volte, da dramma, si trasforma in amara tragicommedia. L’aspetto più crepuscolare, e malinconico prevale invece nelle sequenze che vedono la presenza di Sally Field e Joseph Gordon-Levitt, rispettivamente moglie e figlio del protagonista, espressioni di un privato che è compresso e (inevitabilmente) schiacciato da una parte, dolorosamente incapace di esprimersi e di comunicare dall’altra. La regia di Spielberg gestisce con sapienza, e vigore, una narrazione che si snoda in 150 minuti, prevalentemente tra gli interni illuminati dalla fotografia, come sempre magistrale, del fidato Janusz Kaminski; concedendosi anche perle di tecnica (ed emozione) assolutamente mirabili, quali i due momenti-chiave della storia del personaggio: il sospirato coronamento della sua battaglia da un lato, e la sua tragica fine dall’altro. Ed è proprio l’emozione a non mancare, alla conclusione di un pezzo di storia vivo e pulsante come non mai: racconto di un popolo e di un suo simbolo, ma anche (e soprattutto) della nostra necessità di rapportarci alle idee, di confrontarci con esse, e di agire per la loro realizzazione.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Attesa a mai finire per quello che, a conti fatti, è il super favorito di fine mese prossimo, quando si terrà il patinato appuntamento con gli Oscar di quest’anno. Sono 12 le nomination per l’ultimo film di Steven Spielberg, che getta nella mischia un’opera che dovrebbe far discutere per via di alcune capitali questioni, ancora “irrisolte” anche a distanza di un secolo e mezzo dagli eventi in esso narrati.
L’iter, abbastanza schematizzato, che condusse all’approvazione di un emendamento storico, che di fatto mutò radicalmente se non la storia sociale, senz’altro l’approccio alla storia politica degli Stati Uniti d’America. Un risultato impensabile per l’epoca, specie alla luce di dodici emendamenti precedenti che avevano costantemente tutelato la schiavitù dei neri.
Operazione, questa di Spielberg, che mette in risalto una delle pagine più controverse della storia americana, dispiegando come al solito un’ingente forza di mezzi al fine di trasportarci là dove tutto avvenne e si consumò. Una sfida non da poco, nonostante tutto condotta con un certo equilibrio, a dispetto di un argomento piuttosto sensibile come la Guerra di Secessione, sfondo ineludibile dell’intera vicenda. Ma anche (e forse soprattutto) alla luce di lui, una delle figure più influenti della storia, ossia Abramo Lincoln.
Non si facciano ingannare coloro che, presa visione del trailer, si aspettano un film dal ritmo serrato. Niente di più sbagliato. Perché la dolorosa disputa tra Nord e Sud, come tante, troppe volte è accaduto e continua ad accadere nell’ambito di questioni che ci sovrastano, non si è decisa tra gli innumerevoli campi di battaglia. Non i cruenti massacri tra le due fazioni hanno reso possibile un cambio di paradigma così radicale per il tempo, bensì la politica. Quella sporca, cerebrale, a tratti ingiusta. Al riparo da baionette e colpi da fuoco assordanti, in stanze sfarzose e ben riscaldate: è in tale cornice che è stata condotta l’unica campagna che contava. Qui si è cimentato il vero protagonista di questa infausta circostanza: l’homo politicus.
L’essenza di Lincoln, inteso come film, filtra mediante la descrizione dei profili di una serie di uomini che, volenti o nolenti, hanno dovuto trasformarsi per darsi alla politica. Da qui le ambivalenze, le idiosincrasie, tratti somatici imprescindibili di chi si getta a capofitto in siffatto agone, cercando disperatamente di restare in piedi fino all’ultimo.
Doverosa premessa, quella di cui ci siamo appena liberati, poiché meglio ci agevola al fine di quanto ci accingiamo ad evidenziare. Detto senza ulteriori indugi, l’ultima opera di Spielberg non è affatto un film di guerra; tale tematica è tenuta lì, sullo sfondo, a debita distanza da ciò su cui realmente rivolgere l’attenzione. E se questo di per sé potrebbe non meravigliare, quello che tocca necessariamente constatare è che ci troviamo dinanzi ad un thriller politico in costume. Questa ci pare la descrizione più calzante.
Ogni singolo momento che conta nell’economia della narrazione, passa attraverso dialoghi anziché azioni vere e proprie. Ed è in fondo su tale terreno che Spielberg si gioca tutto, potenziando al massimo l’incisività delle tante conversazioni e dei pochi monologhi, su cui ricade il peso di imbastire pressoché l’intero discorso. Un’intelaiatura che fa a meno di cannonate ed exploit di questo tipo, tessuta attorno performance di attori le cui interpretazioni rappresentano il reale valore aggiunto (tutti ineccepibili).
Non per questo Spielberg è meno bravo, sia chiaro. In apertura abbiamo menzionato l’equilibrio con cui i pezzi sono stati tenuti insieme, espressione di un’abilità che di certo non sveliamo noi oggi. La pellicola si dimostra piuttosto bilanciata, senza indulgere nell’operazione di smitizzazione di Licoln, in questa sede messo in discussione in maniera tutto sommato onesta, anzitutto sul versante politico. Resta l’eroe che tutti conoscono, ci mancherebbe, ma non l’unto dal Signore che a tanti piace credere – nonostante la definizione di “più puro” che gli viene appioppata in chiusura. Eppure la vibrante prova di Daniel Day-Lewis evidenzia a più riprese alcuni dei tratti che ci piace immaginare caratteristici di questa figura, e quindi del leader ideale: colui che sceglie, colui che prende decisioni – e che, come spesso accade, è sorretto da una donna (ottima Sally Field nei panni della moglie).
Al di là della solita magniloquenza con cui ci si pone dinanzi a concetti come Uguaglianza e Democrazia (quelle con la prima lettera maiuscola), il suo Lincoln ben manifesta gli atroci dubbi con cui un uomo chiamato a svolgere il suo stesso compito deve confrontarsi. L’oneroso fardello della scelta, che in politica non è mai, in nessun caso, facile: si tratta sempre di stabilire quale sia la meno peggio per amore di ottenere lo scopo prefissato. Climax che tocca la propria vetta allorquando il Presidente, stanco dei soliti paletti e delle vuote recriminazioni dei propri collaboratori, sale in cattedra e proclama la sua verità: “sono stato investito di un potere inimmaginabile. Sono io il Presidente degli Stati Uniti d’America!“.
Inevitabile il ricorso a termini forti, quale dittatore, ad esempio. Ma, in questo caso, alla retorica buonista, legalista e giustizialista non resta che fare un passo indietro. Quel popolo, in quel preciso momento, aveva bisogno di un uomo in grado di prendere una decisione ed una soltanto; rileva poco che non fosse la più corretta e che il suo autore non fosse scrupoloso alla lettera dinanzi alla Legge. Contro tutto e contro tutti (compreso sé stesso), la pellicola ci mostra un capo, nell’accezione più nobile del termine, caricare su di sé il destino di un’intera nazione non ancora divenuta tale. Come emerge da uno scambio di battute tra Lincoln ed un telegrafista in uno dei passaggi chiave, la statura di uomo di misura in base alla sua adeguatezza al periodo in cui vive. Non all’adeguarsi, attenzione alla notevole differenza. E dopo circa due ore di incalzanti botta e risposta, battute al vetriolo e maneggi assortiti, il noto epilogo, senza indugiare più di tanto sulla prevedibile morale.
Ma se sotto l’aspetto contenutistico Lincoln si offre a più letture, non necessariamente inconciliabili, sotto quello tecnico c’è poco da discutere. Fotografia impeccabile, costumi e trucco oltremodo calzanti, musica saggiamente centellinata nonché appropriata. A questo si aggiunge una regia mai invasiva, che lascia scorrere gli eventi e ciò che li compone agevolmente ed in modo alquanto gradevole, tra frasi ad effetto, frenetici battibecchi ed uscite deliziose. La stessa regia che, in chiusura, si concede pure un tocco di classe, per via del ricorso a una metafora che, piaccia o meno, chiosa in maniera cinematograficamente di livello lo stato d’animo del suo indiscusso protagonista (ci riferiamo a due paia di guanti… capirete). Un film, insomma, che piacerà tanto agli americani, specialmente all’Academy.
Prima dell’assassinio che lo consegnò alla storia, però, c’è anche modo di farsi sfuggire un’ultima, risoluta sentenza circa la tematica di fondo, ossia la tanto agognata uguaglianza. Ciò avviene quando il Presidente, a Guerra oramai conclusa, decide di recarsi di persona, per la prima volta, nel luogo dove si è appena consumata una sanguinosa battaglia. Lo vediamo lì, avanzare a passo d’uomo in sella al proprio cavallo, mentre contempla gli esiti di una carneficina. Ecco, vi mettiamo a parte di un pensiero che ci ha sfiorato immediatamente, in cui Lincoln, osservando le carcasse inermi di tanti soldati, non importa di quale fazione, rimugina tra sé e sé quanto segue: “Ecco a voi l’uguaglianza. L’unica che ci è davvero concessa“.
Di  Antonio Maria Abate , da cineblog.it

La storia di “Lincoln” concepita da Spielberg è quella del tredicesimo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti, quello che decretò l’abolizione della schiavitù. La storia del lungo e controverso iter per la sua approvazione tanto da far dichiarare al suo protagonista “il provvedimento più liberale del 18° secolo è stato ottenuto mediante corruzione e sotterfugi e con la complicità del suo Presidente”.
Film squisitamente politico, questo di Steven Spielberg, che mette da parte una facile agiografia per affondare invece l’obiettivo nei meandri del conflitto politico, dove impegno civile ed ambizione personale spesso si confondono e dove su tutte emerge la figura di Abraham Lincoln, magniloquente esempio di tenacia e perseveranza, di profonda fede nelle proprie convinzioni, di estrema conoscenza dell’animo umano e delle sue debolezze.
Il film inizia nel pieno della guerra civile americana, l’urgenza di Lincoln è quella di far approvare l’emendamento prima della fine del conflitto al fine di non renderlo merce di scambio di una vittoria ormai probabile del Nord, donandogli in tal modo un autonomo prestigio ed autorevolezza l’emendamento è avversato da gran parte delle compagine democratica in Parlamento, i quali, pur costituendo una minoranza, sono decisivi per la maggioranza qualificata (i 2/3) che l’approvazione dell’emendamento necessita. La battaglia è quindi quella di convincere, anche con mezzi poco etici, un certo numero di democratici per poter raggiungere la maggioranza richiesta. Una corsa contro il tempo che Spielberg ci racconta adoperando tutte le armi di grande regista quale è. Dopo un inizio un po’ lento è che è di difficile digestione, soprattutto per chi non è addentro sulle “cose” della politica americana, l’opera decolla nel mettere a confronto le diverse anime del sistema politico americano, rappresentando le grandi passioni che muovono parti avverse tra di loro, ma anche stigmatizzando le loro piccolezze e meschinerie. Lo stesso Lincoln, magnificamente interpretato da Daniel Day Lewis, non ne è indenne.
Grande statista con una chiara visione prospettica, cede a momenti di ira, non rinuncia alla sue doti di affabulatore da piazza, ha un complicato rapporto con la famiglia, a cominciare dalla moglie, interpretata da una rediviva Sally Field, per finire con i figli, dei quali non nasconde la spudorata preferenza per il più piccolo.
Sceneggiato da Tony Kusher e Doris Kearns Goodwin (il primo aveva già lavorato con Spielberg per “Munich”), il film è quindi un crescendo verso il risultato delle votazioni che per alcuni rappresenterà l’obiettivo di una vita (come per il senatore Stevens interpretato da un bravissimo e commovente Tommy Lee Jones), per altri costituirà un solido punto di partenza per il futuro.
Il controfinale, purtroppo è noto, il Presidente verrà assassinato qualche mese dopo l’approvazione dell’emendamento. Un evento tragico ma che non arrestò il processo di uguaglianza ormai avviato.
La frase:
“Ecco a voi l’uguaglianza. L’unica che ci è davvero concessa”.
Di Daniele Sesti, da filmup.leonardo.it

Steven Spielberg continua il suo viaggio nella storia e, dopo War Horse ambientato negli anni della grande guerra, torna a fotografare la storia conLincoln; condensando gli ultimi quattro mesi di vita del 16° presidente USA in due ore e mezza di visione, la pellicola affronta in maniera toccante e sentita una delle tappe più importanti dell’intera nazione a stelle e strisce. Con ben dodici nomination agli Oscar, sette ai Golden Globes e dieci ai BAFTA, volendo nominare solo i riconoscimenti più importanti, l’ultima fatica del regista di Cincinnati ha lasciato a bocca aperta la critica internazionale e, senza dubbio, sarà in grado di fare altrettanto con il pubblico italiano.
Per calarsi perfettamente negli illustri panni dello storico presidente, Spielberg ha optato perDaniel Day-Lewis; una scelta particolarmente azzeccata, vista la candidatura all’Oscar come Migliore interpretazione maschile e la vittoria ai Golden Globe 2013 nella stessa categoria. Al suo fianco, nel ruolo della moglie Mary Todd Lincoln c’è invece Sally Field, nominata come migliore attrice non protagonista sia ai Globes che agli Academy Awards insieme a Tommy Lee Jones, candidato nella categoria maschile. Nell’enorme cast compaiono poi i nomi di David Strathairn, Joseph Gordon-Levitt, James Spader e Hal Holbrook, solo per citarne alcuni.
La Guerra di secessione americana è ormai agli sgoccioli; il presidente degli Stati Uniti d’America Abramo Lincoln (Day-Lewis) vuole stringere i tempi per far approvare dal Gabinetto il 13° emendamento, quello sull’abolizione della schiavitù. Tra vita politica e l’amore per la sua famiglia, Lincoln si batte in favore di una delle leggi più importanti della storia.Lungi dalle idee di Spielberg l’ipotesi di portare sul grande schermo un tripudio di sangue ebaionette: in Lincoln, così come accaduto negli eventi che hanno portato seppur in maniera piuttosto controversa all’approvazione del 13° emendamento, la partita si gioca quasi esclusivamente sul campo della politica. Se i combattimenti e le battaglie della Guerra di secessione si limitano a fare da sfondo, sono gli intrighi del potere a ritagliarsi un corposo primo piano; tra dialoghi efficaci e scene incisive interpretate in maniera magistrale dal cast in toto, il film si dipana in un lungo ma ritmato viaggio che solo l’esperienza di un regista del genere poteva riuscire a ricreare.
Non è di certo l’agiografia di Lincoln, però: è un uomo investito sì di un grande potere, ma al contempo è una persona costretta a ricorrere a mezzi di fortuna, a prendere decisioni difficili e ad affrontare una vita in famiglia accanto alla donna capace sia sul versate umano che su quello politico – nel senso più ampio del termine – con cui ha condiviso la gioia dei figli e al contempo la perdita del primogenito, dolore dal quale la moglie interpretata da una bravissima Field non si separerà mai.
Come è facile pensare, vista la lunga lista di riconoscimenti a cui è candidata, la pellicola non è da meno neanche dal punto di vista tecnico: a partire dai costumi fino alle scenografie, passando per la fotografia di Janusz Kaminski capace di ricreare in maniera vivida le atmosfere dell’epoca, Lincoln riesce a non cadere mai nel too much, grazie soprattutto al cast tecnico che ha operato in maniera ambiziosa e al limite impeccabile in ogni fase della lavorazione. Ultima ma non meno importante la colonna sonora del maestro John Williams, perfetta cornice che accompagna il Presidente al suo ultimo appuntamento col pubblico, la rappresentazione Our American Cousin al Ford’s Theatre di Washington, dove farà l’incontro con il suo assassino John Wilkes Booth che lo consegnerà alla morte ma, allo stesso tempo, alla memoria dei secoli.
Di Chiara Console, da diredonna.it

Abramo Lincoln è seduto e ascolta due soldati, gli parla con interesse e scopre che conoscono a memoria i suoi discorsi. Una pioggia fitta batte su di loro, una pioggia fisica e metaforica: un temporale della Storia che uno dei presidenti più amati dovrà fronteggiare. Comincia così Lincoln, il film biografico di Steven Spielberg che racconta gli ultimi quattro mesi di vita dell’uomo di Stato e dell’uomo soltanto, la sua battaglia per abolire la schiavitù e mettere fine alla Guerra Civile. 12 nomination ai prossimi Oscar e già un Golden globe vinto da Daniel Day Lewis interprete ottimo di Lincoln.
La figura di Lincoln, scolpita dagli USA anche sul monte Rushmore, è, come spesso accade nelle personalità storiche, molto complessa: esaltata e criticata, le biografie fioccano e tanti sono i “revisionismi” sul suo essere e operare. Complessa la figura, complesso il film, difficile anche da giudicare. Certo il regista non è il primo arrivato, Spielberg è uno dei grandi nomi della settima arte, il binomio cinema/Storia è una delle sue frecce migliori nel suo grande arco visivo: Il colore viola, Schindler’s List, Salvate il soldato Ryan, Munich, Amistad, ecc. tutti esempi validissimi. Stavolta, nel film sceneggiato dal premio Pulitzer Kushner autore già di Munich, però non vediamo il solito Spielberg o almeno non subito, non è un racconto dalle immagini sempre fulminanti e dall’emozione cavalcante. Talvolta romanzo, talvolta documentario Lincoln è un film di parola e parole, di dialoghi, che richiede un’elevata attenzione allo spettatore sia per durata, 150′, sia per contenuto. Spielberg fa sedere anche noi nella Casa Bianca, affianco al presidente e ai suoi sodali e nemici: ascoltiamo il suo repertorio di aneddotica e i suoi ragionamenti, splendido quello su Euclide e l’uguaglianza, e soprattutto afferriamo (e non significa condividere per forza) dalle sue parole la lungimiranza di un uomo che, machiavellicamente, ricorre al compromesso anche spregiudicato per arrivare al bene cosiddetto “superiore”: fine della Guerra e abolizione della schiavitù. È un film che progredisce lentamente Lincoln, come i discorsi politici, e cerca e trova un finale d’impatto dove il cinema riaffiora nei bellissimi giochi di luci di Kaminsky, il fotografo del film, e nei montaggi alternati: sovrapposizioni visive tra gli alti momenti politici e del Lincoln amorevole che gioca col suo piccolo, un’immagina diverse volte tramandata dalla comunicazione presidenziale, da Kennedy a Obama.
La complessità dunque di Lincoln sembra necessaria per una sua biografia in pellicola per restituire i conflitti pubblici e quelli privati con la moglie, una brava Sally Field, e il figlio, Joseph Gordon Lewitt, senza dimenticare un coro di attori uno più bravo dell’altro da Tommy Lee Jones a David Strathairn. Nella difficoltà del film si aggiungono anche ostacoli cinematografici: il doppiaggio italiano di Day Lewis non è brillante e soprattutto si fa difficoltà a guardare Lincoln come uomo soltanto, come una biografia dovrebbe anche fare: nel rappresentare i suoi gesti, la sua retorica, sembra che sia già mito, già al di sopra di tutto e tutti, poi, qualche buonismo di troppo nei comprimari di certo non aiuta. Al di là di questi appunti comunque, a fine film si sente negli occhi la grandezza cinematografica, il piglio autorevole di una pellicola che fa un giro a tutto tondo della politica, della sua necessità e della sua forza, un giro nella storia necessario soprattutto oggi dove a “politica” si aggiunge un prefisso frequente “anti-“. In tempi di antipolitica, lo spessore di Lincoln può essere utile.
Di Luca Marra , da it.ibtimes.com

Molto meglio di quanto mi aspettassi. Ci sono andato non particolarmente entusiasta per via delle quasi tre ore annunciate, pensando fosse uno di quei film celebrativi e pompier, insostenibilmente agiografici, che si dedicano ai padri della patria. Mi aspettavo insomma uno di quei medaglioni genere fiction Lux-Bernabei, anche se in versione lusssuosamente american-hollywoodiana, anche se con Steven Spielberg alla produzione e alla macchina da presa. Però, insomma, ci siam capiti: quella roba lì, la vita dei santi. Anche perché negli ultimi anni Spielberg non ci aveva dato molto di buono (Tintin è la felice eccezione), pigiando spesso su sentimentalismi e trombonaggini varie. Invece no, Lincoln è una gran sorpresa, un film pieno di sottigliezze, ambiguità, ombre e penombre. Sì, rispettoso verso il presidente eroe della lotta allo schiavismo e poi martire, non certo demolitivo della sua storia e della sua leggenda, però non reverente, mai in ginocchio, capace di mostrarci di Abraham Lincolne il volto di politico anche disincantato, anche cinico. Mi chiedo quanto questo sia un film di Spielberg e quanto invece dello sceneggiatore Tony Kushner, il drammaturgo per capirci di Angels in America, che aveva già collaborato con Spielberg per un film bello, duro e non conciliante come Munich. Ecco, propendo per la seconda, penso che il vero autore sia più Kushner di Spielberg, che peraltro fa benissimo il suo mestiere di metteur en scène, con quel senso mostruoso dello spettacolo, con quel fiuto animalesco per ciò che può piacere o dispiacere alle platee che è suo tratto distintivo da sempre. Così abile e furbo e mestierante, Spielberg, da tenere sempre la macchina da presa in movimento, da non far cadere mai la tensione in questo che è sì meraviglioso ma anche statico cinema da camera, anzi teatro da camera, un film di conversazione, dialoghi sottili e acuminati, scontri verbali tortuosi e cavillosi. Lo script di Kushner domina e dà il tono al film, racconta Lincoln mantendosi distante dagli opposti scogli dell’agiografia e del revisionismo distruttivo, è una magnifica narrazione della storia nel suo farsi, nel suo manifestarsi e nel suo dietro le quinte, e Spielberg non fa altro che mettersi, giudiziosamente, al suo servizio. Siamo nel 1965, anno quarto della guerra civile che oppone il Nord al Sud schiavista e secessionista. Son già seicentomila morti, in un conflitto che già prefigura i massacri su scala gigante dell’imminente Novecento. L’apertura di Lincoln è, prevedibilmente, una scena di guerra, anzi di dopo battaglia. Corpi martoriati nel fango, in una lunga carrellata attraverso l’orrore che ricorda lo sbarco e la carneficina di Salvate il soldato Ryan. Sicchè subito dopo ci aspettiamo bandiere, discorsi, proclami, folle arringate e ancora guerra. Invece Kushner/Spielberg ci smentiscono quasi subito. Intelligentemente, e con un certo coraggio bisogna dire, il film si concentra sulla battaglia politica del presidente per far passare alla Camera dei rappresentanti il Tredicesimo emendamento che, se votato con la maggioranza dei due terzi, decreterebbe l’abolizione della schiavitù. Lincoln è un film bellissimo sulla politica, o se volete sulla realpolitik, sulla politica come arte della mediazione, del compromesso, come suprema abilità nel tessere relazioni, come tecnica della conquista e della seduzione e anche della minaccia onde raggiungere il proprio obiettivo. Lincoln è puro Machiavelli al lavoro. 
A tenerci avvinti, a incantarci, è l’intelligenza, la pazienza, la freddezza, l’acume con cui Abraham Lincoln man mano tesse la sua trama. Per conseguire l’approvazione di quell’emendamento che cambierebbe il paese e, forse, la storia è disposto a molto, a tutto. Prolunga la guerra civile in corso anche se il Sud, stremato, è ormai pronto a trattare la resa perché sa che la pace bloccherebbe la marcia dell’emendamento. Non esita a comprare i voti degli avversari promettendo loro cariche e prebende. Lo accusano di tirannia, di golpe strisciante, di voler influenzare , lui capo dell’esecutivo, il potere legislativo. Non è un Lincoln angelicato quello che vediamo. Certo, agisce a fin di bene, ma non esita a contaminarsi e sporcarsi quando è necessario, e fors’anche quando non lo è. Il vero spettacolo di Lincoln sta nell’assistere alla strategia messa in atto dal suo protagonista, nel vedere se funzionerà e se la battaglia del voto sull’emendamento verrà vinta. E anche se già sappiamo come è andata restiamo incatenati alle volute e ai tornanti narrativi di questo che nella sua essenza è un gran bel thriller. La politica come spettacolo all’ultimo sangue, arena di scontri gladiatoriin cui tutto è permesso. Alla Camera dei rappresentanti a Washington berciano, urlano, si insultano, si aggrediscono, si menano, ricorrono a ogni possibile colpo basso: questa è la democrazia signori, e delle volte non dà un bello spettacolo di sè, e dunque non stupiamoci troppo di quel che accade adesso dalle nostre parti, nel nostro Parlamento intendo. Gli schieramenti in Lincolnson però ribaltati rispetto all’oggi, tant’è che molti in sala son rimasti spiazzati. Sono i repubblicani i progressisti che vogliono l’abolizione della schiavitù (e Lincoln è repubblicano), i democratici son reazionariu e codini, e sono i nemici da battere in sede di votazione del fatale emendamento. E poi, fratture all’interno dello stesso campo repubblicano tra moderati e radicali, e tra chi vorrebbe subito la pace con il Sud, costi quel costi (anche il fermo della battaglia abolizionista), e chi vuol continuare la lotta e la guerra. Per oltre due ore si resta affascinati, e a conquistarci è, semplicemente, la politica. Non so quanto piacerà da noi un film così complesso e antidemagogico, lo si liquiderà temo come una storia troppo americana non in grado di interessarci e coinvolgerci davvero. Invece ci riguarda, eccome. Ci mette di fronte alla politica e alle sue ombre, ce ne fa capire la necessità, la centralità, l’ineludibilità, perfino la bellezza ipnotica, il fascino. In questo paese oggi percorso dai venti dell’antipolìtica, sedotto da demagoghi e populisti di ogni colore e risma, azzardo che Lincoln non susciterà entusiasmi, anche se vorrei sbagliarmi. Si giudicheranno noiosi e pesanti (una della parole più liquidatorie e totalitarie in circolazione) i meravigliosi dialoghi scritti da Kushner, si sbadiglierà. Peccato. Questo è un film da vedere e magari rivedere, che molto ci dice non solo della politica, ma anche della democrazia e dei suoi meccanismi di funzionamento, e che apre pure qualche inquietante dilemma: ma davvero, come ci induce a credere Lincoln, il fine giustifica i mezzi? davvero è lecito ricorrere alla corruzione e alla compravendita di voti quando l’obiettivo è la vittoria del bene sul male? politica ed etica devono stare disgiunte o no? scusate, se l’obiettivo dei maneggi di Lincoln e dei suoi fosse stato non l’abolizone della schiavitù ma il suo opposto noi spettatori (e noi cittadini) come avremmo reagito? Che film complicato, e che bei dubbi ci fa venire. Ma c’è dell’altro, in questa opera di Spielberg/Kushner. C’è un’incursione per niente convenzionale nella vita familiare del presidente, la moglie depressa e a forte rischio di malattia mentale che come una belva difende i figli e fa di tutto per impedire che il maggiore finisca in guerra. Lei della politica e della vittoria se ne frega, ed è indimenticabile la scena della lite con il marito prsidente, a dialoghi sovrapposti e urlati. Kushner fornisce a tutti i personaggi, maggiori e minori, protagonisti e collaterali, una lingua ricca, robusta, più teatrale che cinematografica, con cui gli attori sono costretti a misurarsi e ingaggiare un corpo a corpo. Ma il risultato, soprattutto quando gli attori in ballo sono notevoli, è a tratti eccezionale. Daniel Day-Lewis è così bravo che qualcuno in America ha scritto (scusate, non ricordo chi) che non interpreta Lincoln, è Lincoln. Una di quelle strepitose performance mimetiche che lascian senza fiato e fan piovere un premio dopo l’altro (e il Golden Globe è già in cassa), anche se non è proprio l’approccio interpretativo che io amo. Evita comunque, DDL, l’effetto santino, anche perché Kushner ha l’abilità di farci vedere Lincoln anche in certi suoi suoi vizi e difetti: logorroico, noioso, cavilloso, letale raccontatore di pessime storielle e barzellette. Sally Field (il fatto che abbia qualche anno più di Daniel Day-Lewis si vede, nonostante lui si imbianchi barba e capelli e si incurvi per apparire il più decrepito possibile) rende la sua signora Lincoln una presenza centrale, ineludibile, ed è formidabile quando al ricevimento strapazza il deputato radicale Stevens (Tommy Lee Jones) che le ha fatto le pulci più volte per le spese alla Casa Bianca, scena che da sola vale il film. Resta da chiedersi se Lincoln vale tutte le dodici nomination all’Oscar che si è preso. Non è il miglior film americano dell’anno, The Master di Paul Thomas Anderson e Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow gli sono superiori, ma di sicuro agli Oscar si sopn viste cose ben più scandalose (e penso al trionfo l’anno scorso del sopravvalutato The Artist). Quello che impedisce a Lincoln di essere un film grandissimo è l’ultima mezz’ora, superflua e ridondante e, ebbene sì, celebrativa, con la sua insopportabile retorica dell’antiretorica: si poteva e doveva chiudere il film con l’approvazione del Tredicesimo emendamento. Anche perché questo, come dicevo, è un thriller, e il film cui più somiglia nello schema narrativo è forse, al di là delle apparenti abissali differenze, il classico courtroom movie La parola ai giurati di Sidney Lumet, in cui il buon giurato Hnery Fonda si conquista a poco a poco i ‘voti’ degli altri facendo assolvere il ragazzo imputato di omicidio. La strageia di persuasione è molto simile a quella adottata da Lincoln, la scansione del racconto pure, e dunque, una volta conseguita la vittoria, la tensione si sgonfia. Quanto alla mise en scène dello spettacolo della politica, e dei suoi retroscena, Lincoln mi ha riportato alla mente un meraviglioso sceneggiato-teleromanzo della remota Rai in bianco e nero, I Giacobini, scritto da Federico Zardi e diretto da Edmo Fenoglio. Era il 1962, e l’Italia seguì (anche perché c’era un solo canale televisivo) per settimane le trame dei vari Robespierre, Marat, Barrès, Saint Just. Stiamo a vedere se oggi si guarderà con altrettanta voluttà questo Lincoln e i suoi arabeschi politici. Qualche dubbio però permettetelo (e ha dell’incredibile che in America un film così abbia incassatoa oggi 22 gennaio 161 milioni di dollari, e non è finita).
Di Luigi Lcatelli, da nuovocinemalocatelli.com

“Ho sempre creduto che analizzare il passato aiuti a definire il presente e a capire verso dove vogliamo andare”. Così Steven Spielberg riassume i motivi per cui ha scelto di girare Lincoln, l’epico e coinvolgente biopic che racconta gli ultimi quattro mesi di vita del leggendario Presidente. A ricoprire il difficile e delicato ruolo è Daniel Day Lewis, straordinario nei panni del leader che avrebbe posto fine alla schiavitù dei neri e alla sanguinosa Guerra civile americana.
LA SFIDA DEL PRESIDENTE – Siamo nel 1865: Lincoln, eletto per la seconda volta alla guida del Paese, è impegnato a far approvare il 13° Emendamento che abolisce la schiavitù. Per conquistare tutti i voti necessari, il Presidente ricorre anche a mezzi poco ortodossi, con il supporto del Segretario di Stato William Henry Seward (David Strathairn) e del pittoresco trio di “persuasori” Robert W. Latham (John Hawkes), W.N. Bilbo (James Spader) e Richard Schell (Tim Blake Nelson). Ma non riuscirà ad assaporare fino in fondo il risultato duramente ottenuto al Congresso: in aprile un colpo di pistola lo ferisce a morte mentre assiste a uno spettacolo teatrale in compagnia della moglie Mary (Sally Field).
SPIELBERG & CO – Per portare sul grande schermo uno dei capitoli più importanti della Storia americana, Spielberg ha riunito un team d’eccezione. Dallo sceneggiatore Tony Kushner (Munich), che ha costruito lo script ispirandosi al libro Political Genius of Lincoln di Doris Kearns Goodwin, al compositore John Williams, cinque Oscar all’attivo e innumerevoli candidature collezionate negli anni. Daniel Day-Lewis, il cui lungo curriculum parla da sè, si cala anima e corpo nei panni del Presidente. Trucco e costumi a parte, l’attore angloirlandese penetra oltre la corazza del Politico per rivelare tutte le sfumature dell’Uomo, dalla sottile ironia al profondo attaccamento a moglie e figli. Una prova magistrale, che lo catapulta tra i favoriti per l’Academy e lo conferma come uno dei migliori interpreti in circolazione. 
Di Erica Premoli , da milanodabere.it

Avviso agli spettatori: Lincoln di Spielberg non è esattamente o solamente un film su Abraham Lincoln, primo Presidente degli Stati Uniti. È piuttosto un film sul difficile percorso della democrazia, sulla complessa macchina suscettibile di ogni sabotaggio e manomissione, che alla fine del suo funzionamento può portare al conseguimento degli scopi voluti dai governanti. Governanti che però non rappresentano mai la totalità della popolazione, che pertanto non sarà mai per intero soddisfatta del risultato. Ce ne lamentiamo oggi, era così anche nel 1865 (ed è sempre stato così e, pare, sempre sarà). Lincoln è un film sulle strettoie e sui compromessi, sul consueto groviglio di corruzione, ambizione, buona e mala fede della politica, nel cui svolgimento prende rilievo poco alla volta la figura del Presidente, figura civile e discreta che, nonostante un’apparente accondiscendenza pubblica e privata, a un certo punto si erge in tutta la sua statura di uomo e statista, convinto del fine per cui sta lottando.
La sceneggiatura di Tony Kushner, ispirata tratta dal libro di Doris Kearns Goodwin, segue la lunga strada tortuosa che ha portato all’approvazione del XIII emendamento, che avrebbe abolito definitivamente la schiavitù, sul finire della sanguinosa Guerra di Secessione. La personalità di Lincoln si delinea lentamente, nella sua diversità di repubblicano illuminato, più di molti democratici, di cristiano senza ipocrisie, di marito e padre tormentato da una situazione familiare dolorosa, dimostrando tutta la sua eccezionalità, la sua visione. Ciò che invece è del tutto comune, in negativo, è il quadro dell’ambiente politico che lo circonda, a riprova che tutto il mondo è paese e certe regole valgono dalla notte dei tempi. Perché il Congresso è composto dai “soliti noti”, a parte quelli convinti ideologicamente del contrario di quanto auspicato da Lincoln. Il Presidente e il suo staff saranno dunque disposti anche ad alcuni spregiudicati escamotage per arrivare al loro scopo, perché la compravendita dei voti, la corruzione “morbida” degli avversari, le promesse e le blandizie fanno parte della natura umana. I “rappresentanti del popolo” sono in maggioranza la solita massa manovrabile, ricattabile, minacciabile, priva di senso dello stato, mirata solo alla cura del proprio orticello. Ma democraticamente è con loro che deve fare i conti un Presidente, perché questa è la democrazia. Il film mette in scena tutto l’estenuante intrecciarsi di dialoghi, conversazioni, interventi, discussioni, trame e manovre, per arrivare alla tesa votazione finale, mentre l’azione della guerra è sempre fuori campo, se non in qualche dettaglio per questo ancora più raccapricciante. Splendida la confezione, con la fotografia dell’ormai mitico Janusz Kaminski che spesso illumina il buio metaforico degli ambienti con fasci di luce che provengono dall’esterno, con pittorici controluce. Sobrie musiche di John Williams, accuratissima ricostruzione di ambienti e costumi. Ovviamente Lincoln è un film di attori (da ricercare per questo nella sua versione in originale). Daniel Day Lewis si cala nel ruolo con straordinaria, totale adesione, in una performance che nell’immaginario sovrapporrà per sempre la sua maschera al volto reale del Presidente. Sally Fied è la tormentata consorte, Joseph Gordon-Levitt il figlio ribelle. Ottimo come sempre David Strathairn nel ruolo del Segretario di Stato, James Spader è un lobbista corruttore e poi mille altre facce note di grandi caratteristi. Menzione per Tommy Lee Jones che si diverte nei panni di un eccentrico congressista, Thaddeus Stevens, rappresentante della Pennsylvania e ‘Repubblicano Radicale’, fieramente anti-schiavista. Lincoln dunque non racconta la storia passando per il soggiorno o la camera da letto del Presidente, come tanto usa oggidì, ma aggirandosi per il Congresso degli Stati Uniti e per gli uffici dei potenti: due ore e trequarti per un racconto che rifugge ogni spettacolarità, con il quale Spielberg prosegue nel suo discorso educativo, affidare al cinema la memoria di fatti che la scuola non approfondisce o che sono considerati così scontati da non doverne parlare più, come ha già fatto per l’Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale. Dopo Amistad e Il colore viola torna sul tema dello schiavismo con un film che rifugge ogni soluzione melodrammatica, mai condiscendente nei confronti del pubblico, un film quasi tecnico che lascerà deluso chi si aspettasse la consueta rispettosa biografia di un personaggio storico. Ma quale fascia di pubblico andrà a vedere un film come questo? Forse proprio solo coloro con i quali la scuola (o la famiglia) avrà saputo fare bene il proprio mestiere. Gli altri, chissà.
Di Giuliana Molteni, da moviesushi.it

teven Spielberg è un regista che a suo modo non si scompone e non tende ad “andare oltre”. I suoi film sono stati quasi sempre gli stessi: legami con alieni, storie di fantasy-avventura e storie magiche, dal tocco favolistico – seppur spesso drammatiche – all’interno di realtà storiche che non ti aspetteresti. Ogni film, tuttavia, è accomunato essenzialmente da un elemento: Spielberg ama i suoi personaggi, ama le sue storie. E si vede. Lincoln è un un film che nasce dalla voglia del regista di Cincinnati di parlare di uno dei personaggi preferiti, che è entrato nella sua vita a 5 anni, con la visione di un documentario, e che poco alla volta ha iniziato ad assumere una forma filmica all’interno del suo personale immaginario. Era chiaro, sin da subito, a Spielberg che realizzare semplicemente un biopic su uno dei più amati presidenti degli Stati Uniti sarebbe stato banale, seppur non inutile – agli americani, di certo, non manca quel patriottismo che noi italiani non abbiamo mai avuto modo di concretizzare. Aiutato dal premio Pulitzer, qui sceneggiatore, Tony Kushner, la storia perfetta è arrivata con la pubblicazione di un libro, qualche anno fa: Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln. Un libro che Spielberg amava già prima della sua stesura completa e che si è riuscito ad accaparrare per la trasposizione cinematografica molto prima che gli americani ne decretassero il successo editoriale. Il titolo del romanzo, d’altra parte, esprime perfettamente uno dei caratteri essenziali del film: infatti, noi spettatori non ci troviamo di fronte a un biopic che ci racconta vita e morte del sedicesimo presidente degli USA, ma – nonostante i 150 minuti – Spielberg si concentra sul momento essenziale della vita di Lincoln: i suoi ultimi quattro mesi di vita. Momento in cui, il presidente, profondamente amato dal suo popolo venne rieletto, ma da quattro anni infuriava ancora la Guerra di Seccessione tra Unione e Confederati. L’obiettivo che si era posto in quel periodo era la cessione della guerra e l’approvazione del XIII emendamento per l’abolizione della schiavitù – schiavitù che, come noi ben sappiamo, non finì lì.. ma Lincoln pose le basi per il raggiungimento della libertà. E’ interessante notare che il contenuto del film è riassunto perfettamente nel titolo del romanzo: Lincoln è un film solenne che, tuttavia, parla in maniera decisamente onesta, senza manierismi né sacralità di quest’uomo così appassionato dei suoi ideali, che ha pazienza, che sa scendere a compromessi, che ha un rispetto assoluto per i suoi rivali che spesso zittiva con lunghi aneddoti e storielle divertenti, apparentemente campate in aria. “Dobbiamo essere una baleniera”, dice a un tratto, tra lo sgomento dei suoi compagni, citando uno dei capisaldi letterari d’America: quel Moby Dick che insegna che, di fronte a tutte le avversità, bisogna combattere! E, d’altra parte, ciò che viene continuamente messo in risalto è l’aspetto intimo e celebrativo di quell’essere propriamente Lincoln: presidente che quando è lontano dalla politica ed è costretto ad ascoltare i sogni e gli incubi della moglie malata o a giocare col suo figlioletto prediletto, è esattamente uomo come tutti noi. Ora, a parte tutto questo, la regia di Spielberg è bilanciata e piatta, non si concede guizzi, scelte particolareggiate. Si concentra esclusivamente nel catturare le straordinarie interpretazioni di un cast scelto ad hoc. Lincoln annovera non solo la presenza del sucitato, Tony Kushner, ma anche del direttore della fotografia Janusz Kaminski che qui si concentra su toni molto realistici, giocati fortemente su luci e ombre. Non si può restare indifferenti all’interpretazione di un Daniel Day-Lewis in stato di grazia – il cui fascino, tuttavia, viene rotto dal nostrano doppiaggio che continua ad associargli la voce di Pierfrancesco Favino. Come dire: Spielberg chiama il meglio del meglio. Ma Lincoln sembra una recita scolastica: lo spettatore è lasciato interdetto di fronte a certezze ed è costretto a sorbirsi per oltre due ore e mezza continue discussioni sul sistema governativo americano che, forse, apprese da un libro sarebbero risultate molto più sensazionali.
Di Francesca Casella, da cinema4stelle.it

A distanza ravvicinata con Django Unchained di Tarantino ecco uscire un film, diametralmente opposto ma della stessa area storica: la schiavitù e la discriminazione razziale negli Stati Uniti della pre-secessione e guerra di secessione. Quanto più ironico, post-moderno e citazionista (ma con discrezione e eleganza) è il film di Tarantino, tanto più serio, adatto agli argomenti alti della storia nazionale e di un momento cruciale e delicato, celebrativo ma a luci ed ombre, è il film di Spielberg. Uno Steven Spielberg che, è bene ricordarlo, negli ultimi vent’anni sembra essere votato ampiamente al recupero di memorie della propria identità, intesa come nazionale (caso emblematico nel War Horse, sorta di horse road trip attraverso le tappe della Grande Guerra come messaggio onnicomprensivo di pace e uguaglianza, e Salvate il soldato Ryan che ha compiuto in modo molto più efficacia qualcosa di simile, ma molto più soldier e meno moralista, nella cornice della seconda guerra mondiale), personale (Le avventure di Tin Tin, quasi contemporaneo a War Horse e curiosamente contestualizzando in un segmento temporale ravvicinato) e vie di mezzo, come La guerra dei mondi, in cui è stato in grado di tracciare una perfetta circolarità intertestuale recuperando il romanzo di H. G. Welles e ispirandosi a Orson Welles, coniugando il tutto nella contemporaneità e sembrando spazzare via i confini terreni sotto l’incombente minaccia di pericoli più grandi. Per approdare poi a casi di memoria storica come Schindler’s List (ricorre quest’anno il ventennale) e Munich, pietre tombali oscure nel cuore marcio e nutrito di tenebre del secolo breve. In parole povere, uno Spielberg che si è fatto le ossa, che è maturata e il cui talento, già provato fin dai suoi primissimi film, è andato unendosi a tematiche sempre più delicate e concrete, con un apprezzabile sforzo temi e lezioni universali. In un altro momento decisivo e cruciale come quello che stiamo vivendo, e soprattutto che stanno vivendo gli USA, tra Occupy Wall Street e crisi economica, e quando le elezioni presidenziali erano ancora un’incognita all’orizzonte, stretta fraObamacare e Mitt Romney, Spielberg è ambiziosissimo e si dedica con tutte le sue energie a un impegnativo biopic su uno dei grandi presidenti statunitensi: Abraham Lincoln, passato alla storia, tra le altre cose, per l’abolizione della schiavitù e la guerra di secessione, assassinato lo stesso anno di approvazione del XIII° emendamento, nel 1865, e uno dei simboli americani per eccellenza. Nell’anno delle elezioni (il film in America è uscito a novembre 2012), Spielberg consacra a uno dei pilastri della democrazia statunitense il suo ambizioso Lincoln. Che ora è dato per favorito agli Oscar 2013.
A cavallo tra 1864 e 1865, la guerra di secessione sta per concludersi. Lo scottante teatro delle dispute politiche è più che mai cruciale per tentare con ogni mezzo di approvare il XIII° emendamento che prevede l’abolizione della schiavitù. Abraham Lincoln è stato rieletto per un secondo mandato e i suoi tassi di popolarità sono alle stelle, ma è stretto in un’intricata trama di giochi politici nel tentativo di abolire la schiavitù prima che la guerra civile arrivi alla pace: riconciliarsi con il Sud eminentemente schiavista prima dell’approvazione della legge, infatti, significherebbe mandare il progetto in fumo. Lincoln, il collaboratore Seward e il deputato Stevens battono tutte le strade per tentare di scavalcare le opacità e le arretratezze di pensiero e mettere la parola “fine” a un penoso capitolo di storia, ratificando a livello federale una legge entro la riunificazione. Si sceglie dunque una formula biografica insolita, ritraendo Lincoln nei suoi ultimi (e determinanti) mesi di vita, restando certo un biopic che nella sua raffinata sceneggiatura riesce abilmente a gettare luce sulla vita di questo politico carismatico, ma relegandosi di fatto agli ultimi mesi del ’64-’65, tanto da essere più un biopic di questa fondamentale svolta storica (abolizione della schiavitù) che del Presidente in senso stretto. Nel seguire questa formula, audace e apprezzabile (si opta per una rigida selettività, mentre non si contano i film biografici che spaziano da alfa a omega, ricoprendo l’intera esistenza e spesso sacrificando notevolmente l’efficacia drammaturgica globale, si veda recentemente J. Edgar di Clint Eastwood), ma anche toccante per il nodo storico che Spielberg (e soprattutto lo sceneggiatore Kushner e il romanzo di Goodwin) va a toccare, come ritorno alle origini, recupero di un Sogno Americano che deve essere rafforzato nel cuore e nelle menti in anni così cinici e disillusi come quelli a noi contemporanei.
Colpisce dunque la storyline, un vivace ma delicato valzer attorno a un Lincolnmagistralmente interpretato da Daniel Day-Lewis(anche se già onorato da due premi Oscar, questa è una delle interpretazioni migliori e potrebbe segnare una tripletta, temendo solo la valida concorrenza del Joaquin Phoenix di The Master), ritratto riflessivo ma carismatico, ricco di racconti carismatici che ipnotizzano gli spettatori (sia quelli presenti nel film sia noi) e riassumono il suo credo e la sua personalità, e che si completa in una triplice sinestesia con la Camera, teatrino politico dove si gioca il futuro della Costituzione a stelle e strisce, e il difficile momento storico con gli spargimenti di sangue in tutto il Paese. Proprio con la Guerra di Secessione, rappresentata cruenta e senza riserve, si apre il film. I suoi angoscianti lamenti ci feriscono già dai titoli di testa, per poi svelare le immagini di un atroce bagno di sangue con la battaglia che infuria in un lago di fango, sembrando quasi uno di quegli affreschi di atroci guerre medievali che tanto han fatto scuola nella storia dell’arte. S’innesca una storia a più livelli, singolarmente giocata da più personaggi (non di rado a portare avanti l’azione sono altri personaggi, meccanismo non consueto in un biopic), nella quale Lincoln è celebrato e a tratti vagamente mitizzato, ma è anche ritratto nelle sue debolezze: attaccato su ogni fronte, compresi i suoi collaboratori politici (preoccupati che perseverare sul fronte dell’abolizione della schiavitù lo renderà impopolare) e talvolta la sua famiglia, con le pressioni della guerra e di un doloroso passato (emerge il peso della storia familiare), il film è insieme celebrazione ed epitaffio. E se rincorre più volte una devozione classicamente hollywoodiana, anche nelle musiche (magistralmente composte dall’affezionato John Williams nel suo strenuo giocare coi topoi della tradizione), si salva dal rischio del cadere nella mitizzazione grazie alla splendida interpretazione del cast (e Day-Lewis in testa) e sequenze particolarmente ruvide e aggressive, soprattutto i dialettici e agguerriti scontri alla Casa Bianca, il gioco oltre-politico che non tenta di dipingersi come puro ma svela senza lusinghe il vero volto di un mondo di pianificazioni sotterranee (talvolta quasi al confine con l’illegalità e l’anticostituzionalità) e complicati ingranaggi, e lo sfondo lugubre e funereo della Guerra di Secessione, che sembra diventare triste metafora dell’attuale condizione occidentale, di una grande guerra civile che sta mietendo troppe vittime. Una piccola curiosità: Daniel Day-Lewis, che qua interpreta Lincoln, nel 2002 interpretava Bill Il Macellaio in Gangs of New York, ambientato nel medesimo momento storico, nel quale gridava più volte a gran voce insulti spregevoli sull’Unione, sull’abolizione della schiavitù e i neri, entrando in un bizzarro cortocircuito.
Sicuramente uno dei grandi film della stagione, un film biografico di portata storica e umana profonda, capace di commuovere e di far riflettere, di muovere il senso critico delle persone e di rispecchiarsi in discorsi di cronaca che, anche se pronunciati quasi centocinquant’anni fa, non sono invecchiati e restano attualissimi. Un film godibile, nonostante le due ore e mezza di durata, che amalgama i tratti stilistici tipici dell’entertainment hollywoodiano a un racconto disilluso dei giochi politici, tributando con una mano e condannando con l’altra. E’ dato per favorito agli Oscar 2013 ed è effettivamente un valido concorrente, uno di quei titoli generalmente molto apprezzati dall’Academy. Eppure la sua vittoria non è così scontata e anche il modello spielberghiano talvolta sente dei cali, con tratti monotoni e alcuni cliché tipici del genere, ma riuscendo in ultima analisi ad orchestrare molto bene il lavoro.
Di Luca Chiappini, everyeye.it

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