LE 5 LEGGENDE


Babbo Natale, la Fatina dei denti, il Coniglio di Pasqua e Sandman proteggono i bambini di tutto il mondo, offrendo loro non solo i doni materiali ma anche la capacità di meravigliarsi, di fantasticare, di sperare, di sognare. Li ha scelti tanto tempo fa l’Uomo nella Luna, il saggio osservatore delle vicende terrestri. Accade, però, che ora l’Uomo Nero (Pitch, da “pitch black”, buio pesto) sia deciso a scalzarli, seminando la paura nelle menti dei bambini e trasformando i loro sogni d’oro in incubi neri come la pece. Per tentare di fermarlo, l’Uomo nella Luna ha indicato alle quattro leggende l’aiuto di un quinto “guardiano”: lo scanzonato e dispettoso Jack Frost. Tuttavia Jack non si crede all’altezza del compito: i bambini nemmeno lo vedono, non hanno mai creduto in lui. Per capire davvero chi può diventare, allora, Jack deve prima capire chi è stato e risalire ai suoi ricordi d’infanzia, quando era ancora un bambino normale.
Il film DreamWorks di Natale quest’anno punta in alto e centra il bersaglio, mettendosi per la prima volta alla pari con l’ultimo Pixar, “Ribelle”, se proprio si vuol restare in tema di competizioni e di frecce all’arco. Ma il confronto più utile da fare è un altro e si gioca a livello di fabula. È alle recenti revisioni dei film di supereroi che guarda questo “Rise of the guardians” (fin dal titolo), ovvero alla riscrittura della mitologia dalle origini. Che il progetto sia ambizioso e destinato a porre i semi di una gittata di lungo corso, lo dimostra l’impegno in fase di scrittura, con William Joyce arruolato per lavorare contemporaneamente alla saga letteraria e al film (sceneggiato da D. Lindsay-Abaire), ma evitando la sovrapposizione immediata. Se la Aardman si era spinta a dare un’aggiustatina alla composizione famigliare di Babbo Natale, indovinando un terreno sempreverde con enormi spiragli d’inserimento, nonostante la longevità della tradizione, qui l’operazione è palesemente più massiccia e simile ad una ricolonizzazione in tutta regola. Sunny, Tooth, Sandy, Boogey e Manny appartengono alla cultura anglosassone, in alcuni casi, o a più antiche culture nordiche, e vanno importati in Europa e nel resto del mondo con la giusta strategia di comunicazione. Un po’ come la festa di Halloween, che non ha caso ha trovato proprio nel cinema l’autostrada della sua diffusione. Scegliendo di privilegiare la storia di Jack Frost, perché è quella che meglio si presta alla messa in discussione che fa gioco al film, Le 5 leggende di fatto riscrive anche gli altri personaggi e si prepara la pista per futuri sbarchi.
Al di là dell’operazione commercial-ideologica, il film di Peter Ramsey riesce, fortunatamente, anche sotto parecchi altri aspetti: ha ritmo, è inventivo, contiene il pericolo di straripamento retorico (per quanto possibile sotto Natale) e coniuga sapientemente mezzo e messaggio, ruotando, in fin dei conti, attorno ad una necessaria sospensione dell’incredulità.
Di Marianna Cappi, da mymovies.it

Ciò che fino a pochi anni fa sembrava impensabile, per non dire blasfemo, è diventato realtà in questo 2012. Perché la Dreamworks Animation ha clamorosamente annullato il gap qualitativo dalla rivale Pixar, sempre schiacciata dal punto di vista degli incassi, ma mai da quello critico. Fino ad oggi. Tutto è cambiato con Dragon Trainer, vero e proprio gioiello che ha in qualche modo segnato la strada della ‘nuova’ Dreamworks, con Le 5 Leggende diventata realtà. Perché Rise of the Guardians, film che nasce dalla serie di romanzi per bambini “The Guardians of Childhood” di William Joyce, ha sbalordito la mattinata cinematografica al Festival Internazionale del Film di Roma.
Presentato in anteprima mondiale, e accompagnato nella Capitale dal regista Peter Ramsey, dal produttore esecutivo Guillermo Del Toro e dal CEO Dreamworks Jeffrey Katzenberg, il film splende dal punto di vista animato. Il lavoro fatto da Ramsey e dai suoi animatori è stupefacente. Adolescenziale nel DNA e con coraggio privo di quei riferimenti pop che hanno sempre contraddistinto (e contribuito ad arricchire) i cartoon Dreamworks, Le 5 Leggende affascina, ipnotizza, grazie ad una storia che che trasuda epicità, e ad una regia che è un tripudio di fantasia, azione ed originalità. Signore e signori, abbiamo l’Oscar animato del 2012, senza se e senza ma.
Nell’anno in cui la Disney straccia la Pixar dal punto di vista qualitativo, grazie al non esaltante Brave e al delizioso Ralph Spaccatutto, ecco irrompere sul ring animato la terza incomoda. E che incomoda. La Dreamworks Animation. Sono passati 10 anni dal trionfo di Shrek. Era il 2002, e l’Academy premiò con il primo storico Oscar al miglior film d’animazione proprio il rivoluzionario cartoon Dreamworks, battendo in volata Monsters & Co. dei rivali Pixar.
In questo decennio non sono mai arrivate altre soddisfazioni in termini di statuetta per lo studio fondato da Spielberg, Katzenberg e Geffen. Persino due anni fa, con il delizioso Dragon Trainer, non ci fu trippa per gatti, per colpa dell’inarrivabile Toy Story 3. Ed è proprio quel 2011 che ha rivoluzionato l’animazione hollywoodiana su grande scala. Perché se Lassater & Co. si sono palesemente seduti sugli allori, in casa Katzenberg hanno capito che era possibile coniugare incassi stellari ad eccelsa qualità. Le 5 Leggende, in uscita il 29 novembre nei cinema d’Italia, ne è l’esempio lampante.
Grazie ad una storia che è un trionfo di originalità, Peter Ramsey è riuscito a partorire il film natalizio perfetto. Perché intriso di magia e fantasia, con continui colpi di scena e una serie di personaggi che qualsiasi bambino, almeno una volta nella vita, ha amato, credendo nella propria esistenza. Jack Frost, l’Uomo dei sogni d’oro, Babbo Natale, il Coniglio(ne) pasquale e la Fatina dei Denti, si ritrovano a dover combattere l’uno al fianco dell’altro contro un’oscura e terribile creatura. L’uomo Nero.
Dopo anni di silente esistenza, the Boogeyman è tornato, per avvelenare i sogni dei bimbi del Pianeta, annientando automaticamente i 5 qui sopra citati. Guardiani scelti dalla Luna, potenti ma ‘in vita’ solo e soltanto perché ‘creduti’. Per sconfiggere il male, ovviamente, bisognerà non avere paura, unendo le 5 forze…
Cinque protagonisti dalla caratterizzazione precisa (un coniglio ‘ninja’, un Babbo Natale armato e tatuato, un omino dei sogni buffo e silenzioso, una fatina dolce e sinuosa, un Jack Frost spavaldo e solitario), con pregi ed eccessi; un villain che strizza l’occhio a Lord Voldemort; un giovane eroe dal passato sconosciuto e dal presente incerto, in cerca del proprio io e del perché faccia parte di questo mondo; una serie di piccoli e deliziosi co-protagonisti semplicemente adorabili (dagli elfi agli Yeti, dalle fatine dei denti agli ovetti di Pasqua); ed un incrocio di Universi fantasy che esplodono di originalità in faccia all’incredulo spettatore, grazie anche ad una terza dimensione finalmente sensata e affascinante.
C’è davvero tutto nel nuovo film Dreamworks, volutamente meno ‘furbo’ dei precedenti, tanto da tralasciare citazioni cinematografiche, canzoni radiofoniche e gag dal taglio sfacciatamente adulto. Il tocco produttivo di Del Toro, fortunatamente, c’è, si vede e si sente (anche se avrebbe meritato ancor più spazio). Di creature fantasiose ne vediamo a bizzeffe. Il cupo e terrificante mondo dell’Uomo Nero nasce dai ’suoi’ mondi, grazie ad enormi cavalli neri che solcano il cielo seminando paura, così come conquistano le altre facce della medaglia, ovvero la dimora di Babbo Natale e i ‘Paesi’ colorati de la Fatina dei Denti e del Coniglio Pasquale. I sogni dorati di Sandman, invece, fanno meraviglie, grazie ad un 3D che rende ancor più magico l’intero impianto scenico costruito da Ramsey.
Fantasia e sentimenti. Gli ingredienti che hanno reso unica la Pixar, vengono qui presi in prestito ed esaltati dalla Dreamworks che non ti aspetti. I movimenti della macchina da presa lasciano senza fiato, per quanto complessi ed articolati, così come l’avvincente sceneggiatura, scritta dal premio Pulitzer David Lindasay-Abaire, e il livello animato, sempre più al limite della perfezione stilistica. Tanto da far gridare al capolavoro. Almeno per questo 2012.
Da cineblog.it

Babbo Natale, il Coniglio Pasquale, la Fatina dei Denti: esiste davvero nel mondo qualcuno che non abbia mai sentito parlare di questi personaggi? Davvero improbabile. Anche se non fanno di certo parte della mitologia di tutti i paesi, sono delle figure tradizionali talmente radicate nella cultura popolare che indiscutibilmente si accetta la loro esistenza. Credere in loro è, ovviamente, un’altra storia, molto più facile da gestire se si è dei bambini. Ma chissà perché a nessuno è mai venuto in mente di chiedersi se tutti questi personaggi, così diversi tra loro e pure accomunati da una stessa linea d’esistenza, si conoscessero tra loro. Tutto ciò fino a un giorno di quattordici anni fa, quando la figlia di sei anni di William Joyce ha chiesto a suo padre se Babbo Natale e il Coniglietto di Pasqua fossero amici. Una domanda semplicissima per una bambina, dalla quale è scaturito un universo più grande di tutti noi. Dopo averci pensato su, il padre rispose con un sonoro “Si!” e cominciò a inventare coloratissime favole per lei e il suo fratellino, i quali ascoltavano le avventure non solo di Babbo Natale e del Coniglietto di Pasqua, ma anche di Jack Frost, della Fata del Dentino, di Sandman, dell’Uomo nella Luna e dell’Uomo Nero. Man mano che le storie si facevano più elaborate, Joyce iniziò a vederne tutto il potenziale: nasce così una collezione di 13 storie, chiamata Guardians of Childhood, che raffigurano il folklore più profondo di ognuno di questi personaggi. “Superman e Batman hanno delle loro mitologie, ma non quel gruppo di personaggi cui chiediamo ai nostri figli di credere. Mi sono guardato attorno e ho detto: ‘Ma sono l’unico a essermene accorto?'”. E dare torto a Joyce, in questo caso, è davvero difficile. Anche Hollywood ha dovuto cedere all’originalità di questa domanda e fin da subito -i libri non erano ancora stati terminati- si è dimostrata molto interessata alla saga. Dopo mille proposte e idee, lo scrittore ha deciso di dare la propria creatura alla DreamWorks. “La DreamWorks mi disse: ‘Siamo d’accordo. Lavora sul film. Lavora sui libri. Lascia che si nutrano a vicenda’. Per me è stata la più eccitante e interessante esperienza. Avevo già lavorato a dei film in precedenza, ma mai avevo lavorato a un film e a dei libri allo stesso tempo e dovevo comunque affrontare gli stessi temi, seppur rendendoli diversi”. Così nasce il meraviglioso mondo animato de Le 5 Leggende, epico progetto DreamWorks diretto da Peter Ramsey e con la partecipazione, nelle vesti di produttore esecutivo, di Guillermo Del Toro.
DIVENTARE UN GUARDIANONorth (Alec Baldwin), Calmoniglio (Hugh Jackman), Dentolina (Isla Fisher), Sandman: e se non fossero solo dei personaggi di fantasia in cui credere fino a quando non si diventa adulti? Indiscutibili leggende dell’infanzia, loro quattro sono stati scelti dall’Uomo nella Luna per vegliare sui bambini e proteggere la loro innocenza e fantasia, usando tutti i loro poteri. Dopo anni di apparente pace e serenità, il loro più grande nemico, Pitch (Jude Law), ha finalmente trovato il modo per conquistarsi il suo posto nel mondo dei bambini e diffondere la paura, distruggendo tutti i loro sogni e le loro speranze. Per sconfiggerlo le Leggende avranno bisogno dell’aiuto di Jack Frost (Chris Pine), una nuova recluta indisciplinata e molto riluttante, che preferisce godersi un giorno di neve piuttosto che impegnarsi per salvare il mondo. Non c’è niente che a Jack interessi più del divertirsi… tranne forse scoprire qualcosa del suo assolutamente dimenticato passato. Ma forse qualcuna delle Leggende ha il potere giusto per aiutare anche questo bambino di ormai 300 anni. TALMENTE PERFETTO DA ESSERE IMPERFETTOLe 5 Leggende è perfetto. Sul serio, non è un’esagerazione: è davvero difficile trovare un difetto oggettivo a questo film. La sceneggiatura, semplice e lineare, nasconde tra i suoi strati narrativi appassionanti spunti di riflessione: il che rende la storia affascinante per ogni tipo di target, dal più basso, per il quale è espressamente realizzata, a quello più maturo e abituato a prodotti cinematografici più complessi. E non si possono nemmeno fare i soliti paragoni, positivi e negativi, su quanto la storia sia fedele all’originale letterario. Per volontà di Joyce il tutto avviene circa 300 anni dopo le vicende raccontate nei libri!
Il tutto è raccontato poi con una metodologia da grande fantasy d’azione, che non permette di estraniarsi, annoiarsi, perdersi nella realtà al di fuori della narrazione. I personaggi sono tutti stereotipi, e per questo semplicissimi da comprendere nella loro psicologia, eppure non lo sono di per se stessi. Come è possibile una cosa del genere? Semplice. Prendete North: si, è Babbo Natale, ma è anche un ex guerriero cosacco che brandisce la sua spada, il più selvaggio giovane guerriero e ladro di tutta la Russia. Da qui derivano i tatuaggi sulle braccia, l’atteggiamento dittatoriale e il suo bizzarro accento: ma è comunque quell’icona di amore e gioia di vivere che Babbo Natale è sempre stato in tutte le tradizioni. E con lui tutte le altre leggende. Sono personaggi ben definiti, modellati attorno a un’idea ben costruita, di cui si comprende la storia personale anche senza raccontarla. E tra tutti loro spicca Pitch, un malvagio con delle metodologie talmente umane che si fa quasi fatica a non dargli ragione! Il regista Peter Ramsey spiega: “La questione centrale per l’Uomo Nero è quanto i bambini amino e credano realmente nelle Leggende. Essi sono coinvolti emotivamente e i genitori li incoraggiano a credere nella loro esistenza. Mentre per l’Uomo Nero è esattamente il contrario. I genitori dicono sempre: ‘Oh, non c’è niente nel buio!’, ‘Era solo un brutto sogno’, ‘Non esiste una cosa come l’Uomo Nero’. Tutta la storia prende piede perché Pitch è malato e stanco per queste dinamiche. Egli rappresenta la paura e il suo obiettivo finale è quello di essere creduto; e per realizzare tutto questo dovrà cancellare ogni speranza che i bambini ripongono nelle Leggende”. Pitch è l’esempio perfetto di come la produzione si è comportata con la costruzione dei personaggi di Joyce, creando per tutti loro un modus operandi estremamente reale, che li rendesse credibili nonostante frutto del connubio tra fantasia e animazione. “Abbiamo pensato molto al modo in cui la paura funziona nel mondo reale e la logica che sta dietro. Se pensi: ‘Voglio uscire, ma ci sono delle nuvole nel cielo, significa che potrebbe piovere. Se piove potrei prendere un raffreddore, se prendessi un raffreddore…’. Ben presto non usciresti più di casa e perderesti le cose migliori della vita. La paura spegne il mondo. Così sapevamo di voler un personaggio che sembrasse allettante e che riuscisse a far credere che la paura fosse l’unica cosa ad aver senso”. E tutto quello che l’Uomo Nero dice e fa per raggiungere il suo scopo ha perfettamente (soprattutto dal punto di vista dell’umano adulto) senso!
Le 5 Leggende gioca continuamente a spostare il piano narrativo dall’adulto al bambino, in modo così labile e squisitamente sottile da non apparire come un evidente cambio di registro. A questa puntigliosa costruzione logica dei personaggi principali, ad esempio, si contrappone quella di Jack Frost, l’ago che permette alla bilancia non solo di stare in equilibrio, ma proprio di reggersi in piedi. Jack Frost non sa niente di se stesso, se non il suo nome, e tanto meno riesce a immaginare il suo scopo nel mondo. A peggiorare le cose nessuno riesce a vederlo e nessuno crede nella sua esistenza. È lo specchio ghiacciato della mentalità dei bambini, la cosa più preziosa che esista per i Guardiani.
E se continuassimo a sviscerare le caratteristiche di questo film ci troveremmo solo eccellenza: il doppiaggio in giusta alchimia tra attori e personaggi; le scenografie studiate nei minimi particolari per riflettere le personalità dei loro abitanti; un’animazione fluida, attiva, in costante movimento; una fotografia magnetica che empatizza con il subconscio dello spettatore; un 3D capace di ricreare la dimensione del sogno. Ma… si, c’è un ma.
Quando le luci della sala si riaccendono e i titoli di coda riaccompagnano la mente al presente, Le 5 Leggende lascia allo stesso tempo estasiati e vuoti. Il mondo creato dalla pellicola è talmente perfetto che è impossibile non lasciarsi coinvolgere emotivamente, ma si sente la mancanza di quel qualcosa in più che trasforma un ottimo progetto in un capolavoro assoluto. In un film del genere si dovrebbe sentire quella spinta che, come nella migliore delle narrazioni della favola di Peter Pan, porti lo spettatore ad alzarsi in piedi e gridare (seppur solo nella sua mente): “Io ci credo!”. Queste leggende dell’infanzia avranno anche trovato il modo migliore per arrivare alla gente e diventare internazionalmente riconosciute come tali, ma non riescono a esprimere in pieno il loro potere: che la loro prossima missione sia la ricerca di quel fattore X che le renda davvero indimenticabili come i personaggi da cui prendono la mitologia?
Di Antonella Murolo, da everyeye.it

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