LA REGOLA DEL SILENZIO


Chi pensava che fossimo solo noi italiani, o al massimo qualche francese, a far cinema che parla degli anni della contestazione, della “meglio gioventù”, dei sogni infranti, dei compagni che sbagliavano, si dovrà ricredere.
Perché La regola del silenzio – The Company You Keep, il film di Robert Redford tratto da un omonimo romanzo dei Neil Gordon, parla proprio di quello.
Però, a differenza di quanto usa dalle nostre parti, il come eravamo del regista e attore americano è tutto calato all’interno di una struttura industriale che mette le esigenze del cinema e del genere prima di tutto il resto. Soprattutto, prima delle più o meno legittime e apprezzabili rievocazioni nostalgiche.
Allora, quello che Redford ha diretto e interpretato (nel ruolo di un ex membro di un’organizzazione terrorista che, dopo 30 anni vissuti sotto copertura, viene scoperto e braccato dall’FBI che lo ritiene responsabile di un omicidio) è prima di tutto un convenzionale thriller.
Per quanto di stampo liberal e d’altri tempi, che assomma tutta una serie di convenzioni narrative (il giovane giornalista ambizioso, il ruolo della stampa, i federali un po’ ottusi, i legami sentimentali, il colpo di scena), pur sempre un thriller.
Su questo scheletro, negli spazi lasciati vuoti dalla struttura, nelle pieghe del racconto, Redford lavora ovviamente con uno spirito molto personale e che, come testimoniato anche dalle sue ultime regie, lavora sul passato con forte spirito critico riguardo al presente.
Assemblando un cast di grandi nomi, tutti amici di cinema e d’idee, l’americano sembra quasi ammettere implicitamente che lo scettro di grande icona liberal del cinema americano sia passato a George Clooney, e attraverso le peripezie del suo personaggio si ritaglia il ruolo di eminenza grigia, di ideologo, di archivista di una stagione invecchiata e segnata, ma ancora carica di senso e fascino, come il volto suo e di Julie Christie.
Da un lato i duetti tra loro, così come quelli che coinvolgono gente come Nick Nolte, Susan Sarandon, Richard Jenkins, Sam Elliott; dall’altro quelli tra la vecchia guardia e il giovane reporter ambizioso e ficcanaso di Shia LaBeouf, incarnazione di una generazione che ha ricevuto in eredità un mondo che l’ha fatta cinica e ignorante.
Non a caso solo tramite il sentimento, l’amore, e non la politica, si ricomporranno le fratture del passato e la nuova generazione imparerà e comprenderà.
Nonostante le lungaggini, le rigidità e il suo essere un po’ bolso, La regola del silenzio – The Company You Keep è allora un film che si lascia guardare e apprezzare proprio per la sua natura intimamente museale.
Il sospetto che un’operazione analoga, fatta in Italia, avrebbe infastidito è forte. Ma altrettanto forte è la certezza che certe solidità non le avrebbe mai avute.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Jim Grant è un avvocato vedovo che vive ad Albany (New York) con la figlia. In seguito all’arresto di una componente di un gruppo pacifista radicale attivo negli anni della guerra nel Vietnam rimasta in clandestinità per decenni, un giovane giornalista, Ben Shephard, avvia una serie di indagini. La prima ed eclatante scoperta è legata proprio a Grant. L’avvocato ha un falso nome e ha fatto parte del gruppo. Su di lui pende un’accusa di omicidio nel corso di una rapina in banca. Grant è costretto ad affidare la figlia al fratello e a fuggire. L’FBI e Shepard, separatamente e con motivazioni diverse, si mettono sulle sue tracce.
“I segreti sono una cosa pericolosa, Ben. Pensiamo tutti di volerli conoscere. Ma se ne hai mai avuto uno, allora saprai che significa non solo conoscere qualcosa su un’altra persona, ma anche scoprire qualcosa su noi stessi”. Così dice Jim Grant/Robert Redford al giovane giornalista che insegue lo scoop ma crede anche (e ancora) all’onestà altrui. Sono passati 32 anni dall’esordio alla regia di Redford con Gente comune ma la ricerca della verità (che aveva contraddistinto i personaggi portati sullo schermo come attore) ha preso il via allora e non si è ancora fermata.
Redford non si limita a mettere in scena delle persone ma vuole anche ‘conoscerle’ nel senso più pieno del termine. Adattando un romanzo di Neil e decidendo di interpretare il ruolo principale fa anche di più. Omaggia anche il cinema dell’amico regista Sidney Pollack scomparso nel 2008 e, insieme a lui, il Pakula di Tutti gli uomini del Presidente. Perché in La regola del silenzio – The Company You Keep si ritrovano temi e tensioni di quello che fu il cinema democratico americano di cui Pollack fu uno degli autori di punta e Redford il suo interprete ideale.
La figura del giornalista vede in gioco lo sguardo pulito di Shia Labeouf contrapposto a quello routiniere e disilluso del suo capo Stanley Tucci e attraverso lui Redford ci fa sapere di non aver smesso di credere in un’informazione ‘pulita’. Il suo è un Come eravamo visto a distanza e sotto una diversa angolazione. Grant, nel suo confronto con il passato e con le persone che ne avevano fatto parte, ha modo di leggere dentro se stesso scoprendo che rimanere ancorati a ciò che è stato significa rifiutarsi di crescere. Questo però non vuol dire abbandonare degli ideali ma ammettere gli errori commessi collocandoli nella giusta prospettiva.
Redford continua a fare un cinema dal solido impianto narrativo, capace di far coesistere giovani attori con autentici giganti del cinema come Julie Christie o Susan Sarandon. Con la giusta attenzione all’entertainment ma senza mai dimenticare la Storia delle persone e di un’intera nazione.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

Ottima prova di Robert Redford, tornato nel doppio ruolo di attore e regista, in quello che è uno dei suoi film più convincenti da un bel po’ di tempo a questa parte. Dopo aver ricostruito rapidamente la storia dei Weather Underground, un gruppo di pacifisti radicali che all’inizio degli anni settanta aveva pianificato una serie di attentati in diverse città degli Stati Uniti, il film torna nel presente e ci mostra l’arresto di una donna, sospettata di aver preso parte a una rapina effettuata dal gruppo. Ben, un ambizioso giovane cronista (Shia LaBeouf), segue il caso fino ad arrivare a Jim Grant (Robert Redford), avvocato per i diritti civili. Jim in realtà è un altro componente del gruppo, che si professa innocente e decide di provare a scagionarsi dalla rapina.
Il film di Redford è sostenuto da una messa in scena robusta, da una trama ricca di spunti e da un cast notevole che mescola emergenti e veterani, tra cui Susan Sarandon, Julie Christie, Nick Nolte, Richard Jenkins e Brendan Gleeson. È incredibile il loro contributo alla ricostruzione di una generazione che aveva il fuoco addosso e che ha dovuto scendere a compromessi e adattarsi a un mondo diverso da come lo aveva immaginato.
Da internazionale.it

«Trent’anni fa un ragazzo sveglio come te sarebbe stato sensibile alla nostra causa». E’ tutto in una frase il senso di uno sguardo: quello che vede il nostro presente attraverso il filtro di un’altra epoca, fatta di ideali che oggi sembrano fanatismi, di giovani che lottavano contro il sistema mentre oggi combattono gli altri per entrarci, di attenzione per le verità nascoste contro un giornalismo tutto scoop e cinismo.
La compagnia che ti scegli, il titolo originale, rendeva meglio l’idea. Perché per Robert Redford, ogni film è una dichiarazione di campo, sempre la stessa che noi ritroviamo con somma delizia, come la sua zazzera color grano, sopra il viso sempre più stropicciato.
Redford ha 76 anni ma è sempre buono, bravo, bello, giusto. Un regista che crede nell’impegno civile, nel cinema di Sidney Pollack, negli ideali degli anni Settanta. Qui, in più, si serve dello schema del thriller, per intrappolarci con lui in una lunga fuga e ricerca di quegli ideali, una lotta per la vita, non solo quella fisica, ma fatta di tutte le sue scelte e conseguenze. Ecco allora un passato che ritorna, un futuro da difendere con il cuore di un papà affettuoso, la passione di un vero democratico e la scaltrezza di chi ha già vissuto tre giorni da condor. Robert Redford è di nuovo un uomo braccato da un sistema che tenta inutilmente di scalfire la sua integrità (che poi ricalca il credo del regista in fatto di politica, di rapporto con gli altri esseri umani, e qui, anche di cinema).
Thriller classico, ben impostato sulle prove di attori come Susan Sarandon, Shia LaBeouf, Julie Christie, Nick Nolte, il film è tratto da un romanzo di Neil Gordon che offre a Redford regista molti spunti che gli sono congeniali. Il suo personaggio, Jim Grant, è un avvocato vedovo con una bambina che viene smascherato da un cronista locale (LaBeouf): nel suo passato c’è l’appartenenza al gruppo di sinistra radicale dei Weather Underground, impegnati nei primi anni Settanta nelle proteste anti-Vietnam, e forse coinvolti in un omicidio. Anticipando l’Fbi, Grant organizza un ingegnoso piano di fuga grazie alle sue capacità logiche e alle esperienze del passato. L’unico che sembra intuirne le intenzioni è il giovane cronista. Appoggiandosi alla rete silente degli ex militanti del movimento (un’occasione per far luce sulle loro vite e sui loro ideali quarant’anni dopo), Grant persegue un obiettivo, il vero motivo per cui l’uomo non cerca semplicemente di fuggire. Sta in quel motivo il colpo di scena del film e l’insegnamento che farà crescere umanamente il cronista aspirante cinico LaBoeuf.
C’è una parte giusta da cui stare, afferma senza incertezze il film, la parte della pace, della giustizia, degli affetti (l’«american dream» politicamente corretto che Redford ha messo a disposizione anche di Obama). In una parola, della verità. Niente di nuovo, forse, ma non lo puoi chiedere a un’icona.
Di Lara Ampollini, da gazzettadiparma.it

I Weather Underground o Weatherman, nome preso da una canzone di Bob Dylan, sono stati uno dei gruppi politici più diffamati della storia del Novecento. Grazie alla propaganda, ancora oggi molti li identificano come un nucleo di terroristi, una specie di Br americane. Non lo erano affatto, come non lo erano il gruppo fratello, le Pantere Nere, la cui principale attività consisteva nel volontariato nei ghetti, per esempio preparare le colazioni ai bambini di Harlem. Almeno fino a quando la polizia non uccise a freddo alcuni leader disarmati. L’attività più violenta dei weatherman lungo gli anni di piombo ‘70 è stata piazzare nottetempo bombe in deserti uffici governativi. Questo terrore, in un paese dove ogni settimana un killer di buona famiglia fa strage di intere scolaresche e colpi di mitra e bazooka, ha assicurato al gruppo una caccia all’uomo trentennale da parte dell’Fbi. Alla fine tutti sono stati messi in galera e tutti ne sono usciti per l’assoluta inconsistenza delle prove, molte raccolte in maniera illegale. Tranne un paio di ex membri diventati dei veri rapinatori, ma solo anni dopo lo scioglimento del gruppo. Da questa pagina nera della storia americana, il vecchio liberal Robert Redford ha tratto un film, The company you keep, esteticamente poco rilevante – Redford è un regista discreto e assai convenzionale ma notevole per struttura e scrittura. A distanza di una vita dai fatti, l’Fbi è ancora alla ricerca dei weathermen. Una vendetta mascherata da giustizia piomba in vite completamente cambiate nel corso del tempo, le stravolge, pretende di inchiodarle a un lontano passato. Ma pur separati dagli anni e dai percorsi, i vecchi compagni riescono a ritrovare la solidarietà d’un tempo. Una trama coraggiosa e intelligente, per di più con un cast stellare, dallo stesso Redford a Susan Sarandon, da Nick Nolte a Stanley Tucci a Julie Christie, capace di mettersi al servizio della storia. Non un film indimenticabile, ma di sicuro da vedere e da discutere.
Di Curzio Maltese, da trovacinema.repubblica.it

Robert Redford è Jim Grant, avvocato della periferia di New York con una figlia, vedovo da un anno, tranquillo vivere di tutti i giorni. La rivoluzione del quieto arriva dopo l’arresto di Susan Sarandon, una dei membri di un gruppo pacifista negli anni del Vietnam dove molti protestavano, molti altri menavano e in alcuni casi uccidevano. Il colpo di scena arriva grazie ad un giovane giornalista, Ben Shephard, che scopre la vera identità di Jim Grant e continua ad essere reporter nel corso della trama. Ad uno ad uno entrano in scena i componenti dei Weather Underground, ognuno con la propria storia passata ed il recente costruito rimpiangendo le scelte fatte o dimenticando totalmente e volutamente le radici rivoluzionarie.
L’impressione che si ottiene guardando questo film presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, è che Robert Redford abbia chiamato al telefono alcuni amici di Cinema e di idee per confezionare un prodotto che non fa una grinza ma che lascia poco spazio all’emozione. Il cast è di quelli eccellenti: la Sarandon, Julie Christie,Nick Nolte, Richard Jenkins, Sam Elliott, Shia LaBeouf e la bravura degli attori si vede chiaramente per tutti i 117 minuti.
I temi narrativi sono essenzialmente tre. La contestazione alla guerra del Vietnam vista trent’anni dopo, la vita post rivoluzionaria dei protagonisti di quei tempi ed il ruolo del giornalismo nei fatti. Redford insegna ai registi di casa nostra come si può pensare, produrre e girare un film che parla di terrorismo e politica senza concentrare la pellicola sugli aspetti polemici mai risolti che in Italia riempirebbero inutilmente i media. Prima di tutto Cinema con le sue impostazioni ed esigenze oltre che le sue regole, poi c’è anche il messaggio ma che non è così esplicito, sfacciato e fastidioso come avviene sempre dalle nostre parti in occasione di film che parlano del nostro passato macchiato di rosso. Al centro del palcoscenico di quest’opera ci sta il sentimento della rinuncia. La Sarandon si costituisce per liberare la famiglia dal peso insopportabile dei reati commessi, Redford e Julie Christie rinunciano all’amore e addirittura alla figlia, i componenti della frangia rivoluzionaria rinunciano al ricordo e qualcuno a vivere pienamente il contemporaneo. Soprattutto il giornalista capisce strada facendo che l’impeto della verità e dell’arte di scrivere ha le sue regole. La responsabilità può opporsi anche alla verità quando si mette in pericolo l’esistenza delle persone. E non è trincerandosi dietro il fatto che qualcun’altro scriverebbe al posto nostro le stesse cose che ci si può lavare la coscienza. Meditare gente di penna.
Da bergamonews.it

Per la sua prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia, Robert Redford non abbandona il cinema d’impegno civile e politico che l’ha accompagnato, prima da interprete e poi da regista, lungo l’arco di una lunghissima carriera. La regola del silenzio, pellicola all star presentata Fuori Concorso al Lido, è un intrigante thriller on the road che mette in tavola molteplici spunti di discussione rispecchiando una volta di più la visione del mondo redfordiana. A settantasei anni, con all’attivo una serie di capolavori che hanno fatto la storia del grande cinema classico americano e un Oscar conquistato per la regia dello struggente Gente comune, il divo biondo amante dei cavalli, dei cowboy e della natura, ha ancora voglia di tener d’occhio la situazione politica passata e presente. L’occasione per ribadire alcuni concetti liberal di cui da tempo si fa promotore è il romanzo di Ron Jacobs The Comany You Keep, liberamente adattato da Lem Dobbs. Redford e gli altri protagonisti della pellicola fanno parte di un gruppo terroristico radicale attivo negli anni ’70, i Weather Underground, impegnato a sostenere la protesta di studenti e hippie contro la guerra in Vietnam, il razzismo il non rispetto dei diritti umani e la presa di potere delle corporation. Dopo una rapina in cui ci è scappato il morto, gli Weathermen si sono dati alla macchia o si sono ricostruiti una vita sotto falsa identità, il tutto finché l’FBI non rintraccia e arresta uno dei membri, causando la riapertura dell’indagine.
Il sostrato ideologico de La regola del silenzio ruota attorno a una questione essenziale. Che ne è stato dei grandi ideali che hanno animato la gioventù sessantottina? E’ possibile proseguire la lotta nella società odierna? Apparentemente no. Nel film diretto da Redford la nuova generazione è rappresentata da individui arrivisti o confusi. Shia LaBeouf interpreta un brillante reporter pronto a tutto per ottenere uno scoop mentre la biondissima Brit Marling, che appare solo nella seconda parte del thriller, ma subito acquista un peso fondamentale nella vicenda, racconta di essere passata da una facoltà all’altra senza aver ben chiaro il suo futuro. Quanto ai vecchi leoni, hanno tutti gettato la spugna per motivi personali. Jim Grant/ Nick Sloane (Reford) è un vedovo con una figlia da crescere, Susan Sarandon (la prima dei membri dei Weather ad essere arrestata) di figli da proteggere ne ha ben due e gli altri (Nick Nolte, Richard Jenkins) hanno delle attività commerciali da portare avanti. L’unica combattente indomita, incapace di arrendersi al sistema, è la volitiva Mimi, interpretata dalla grande Julie Christie. La catena di segreti e misteriose relazioni che lega i vari personaggi tiene viva la suspence catturando lo spettatore con svolte inaspettate, fughe nei boschi e colpi di scena, ma non sembra essere questo l’aspetto su cui il regista punta maggiormente.
Il ritmo narrativo è tutto sommato lento. Le poche scene di azione vera e propria presenti nel film mostrano tutti i limiti fisici del personaggio interpretato da Redford, un avvocato che, dopo trent’anni di vita borghese, è costretto a improvvisarsi latitante in fuga. Non è lì che sta il cuore del film, ma nei colloqui densi di senso che mettono a confronto la generazione passata e la presente. In tal senso il personaggio di La Beouf diventa fondamentale perché si trasforma in veicolo (involontario) del vero senso del film. E’ a lui che a inizio pellicola il personaggio di Redford si rivolge commentando che “in altri tempi quelli svegli come te avrebbero aderito al movimento dei Weather Underground” ed è ancora lui, nella parte finale, a imparare a proprie spese che, una volta venuto a conoscenza di certi segreti, dovrà decidere come usarli comprendendo per la prima volta il significato del concetto di responsabilità. La questione morale legata alla rinuncia alla lotta e all’opposizione al sistema diventa una questione privata, legata alle coscienze della vecchia guardia e ai giovani su cui le loro decisioni ricadranno. Nel bel colloquio tra Susan Sarandon e Shia LaBeouf, posto all’inizio del film, trapelano già le ragioni private che hanno spinto il gruppo all’abbandono dell’attivismo politico. La dimensione familiare ha la meglio sulle ideologie politiche. A guidare le scelte degli uomini è, in primis, l’amore. Possibile dunque che l’idealista Redford, arrivato nell’età della saggezza, abbia rinunciato a cambiare il mondo? L’apparenza non inganni. Come scriveva Che Guevara “il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore”. Per Robert Redford la lotta, seppur in forma diversa dal passato, prosegue.
Di Valentina D’Amico, da moviepleyer.it

“Siamo tutti morti. Ma qualcuno è resuscitato”. La voce cavernosa, strascicata di Nick Nolte, ai limiti ormai del comprensibile, non lascia dubbi. The Company You Keep è un film di sopravvissuti, di reduci, che provano ancora a dare un senso alle loro azioni dopo la fine del mondo. Una galleria d’icone andate, la Sarandon, Nick Nolte, Julie Christie. Lo stesso Redford, ovviamente. E il modo in cui entra, o meglio rientra, in scena la dice lunga. Prima il dettaglio di alcune foto “d’amore”. Eppoi un dialogo normalissimo, tenerissimo, con la figlia poco più che bambina. L’immagine di un tempo e la realtà del quotidiano. Un breakfast in America, che mostra in un istante l’umanità, la malinconia e la dolcezza di questa gente comune vestita a lutto, inchiodata agli spettri del passato, ma ancora ostinatamente capace di credere in una persistenza, di immaginare un futuro oltre la perdita. In questa dimensione dannatamente umana le azioni contano, è vero, gli eventi hanno un senso nel determinare il corso della Storia, delle storie. Ma sono ancor più i rapporti, i cuori, le anime a disegnare la trama fondamentale delle cose. C’è chi crede nel fato, chi nei rapporti di produzione. Ma è la gente, siamo noi a fare la storia, altrettanto, se non di più, come dice il professore Jed Lewis (Richard Jenkins) ai suoi allievi. E perciò è sul come eravamo e su ciò che siamo che il cinema ha il compito di posare il suo sguardo rispettoso, mai abbastanza trasparente.
Redford sembra girare un altro thriller liberal, un magnifico film anni ’70 alla Pollack o alla Pakula. La storia è quella di Jim Grant, un tranquillo avvocato di Albany, New York. Ha da poco perso la moglie in un incidente d’auto ed è costretto a prendersi cura da solo della figlia undicenne, Isabel. In realtà Grant nasconde un passato turbolento. Da trent’anni vive sotto falso nome. In gioventù era stato un attivista anti Vietnam, appartenente al gruppo radicale Weather Underground, protagonista negli anni ’70 di una serie di azioni terroristiche. In una di queste, una rapina in banca, era rimasto ucciso un agente. A far venir fuori la vera identità di Grant è un giovane ambizioso reporter dell’Albany Times, Ben Schulberg, incaricato di indagare sul Weather Underground dopo l’arresto di un’altra attivista, Sharon Solarz. D’un colpo Grant si ritrova braccato dall’FBI e dai media. L’unica speranza è convincere un’altra compagna dei tempi andati, Mimi Lurie, il suo grande amore, a scagionarlo da ogni accusa. Il genere e la Storia, l’entertainment e l’impegno.
Mainstream purissimo, cristallino. Eppure è proprio sotto il punto di vista del genere che The Company You Keep si ostina a non funzionare mai, si arena nelle secche di un dialogo predominante, di un’aritmia cardiaca letale. La tensione si risolve in un paio di scene d’azione e in un inseguimento ‘indeciso’ nei boschi del Michigan, dove Redford mostra ancora una forma smagliante, ma a un certo punto rinuncia a correre. In un istante, il plot è azzerato, annullato dalla definitiva affermazione di una scelta etica e di un atto d’amore. Il cinema dei vecchi arnesi scricchiola. Ma per mostrare agli altri, alle nuove icone, la propria necessaria densità. Perché quello che importa è, come sempre, la definizione di una traiettoria dei rapporti che abbracci a un tempo il privato e il politico, l’intimo e il sociale, la densità dei sentimenti e un’interpretazione dell’orizzonte lungo il quale si muovono le azioni e le scelte degli individui.
In fondo, il cinema di Redford non è mai cambiato. Quella capacità costante di porsi in ascolto della polifonia complessa di un’America fibrillante, quelle famiglie alla ricerca di un’unità perduta, le crisi e le risalite dei personaggi, il cinema come supremo tribunale di un popolo. Dai tempi di Ordinary People, o meglio, ancor prima, dai tempi in cui come attore ridefiniva l’immaginario e le tendenze del cinema liberal, è sempre la stessa storia. Ed è proprio con quei tempi, con la sua icona fin troppo definita che Redford si ritrova a fare i conti. Cosa rimane di quell’esperienza, di quel cinema? Cosa vuol dire, oggi, portare ancora il peso della propria visione come fosse una croce? Avere un’idea, una prospettiva, eppur non rifuggire la realtà di un tempo inesorabilmente passato? Cosa vuol dire essere fedeli a se stessi, a un’idea suprema di libertà, in un mondo il potere, l’economia e lo spettacolo coincidono in un sistema distorto? Un mondo in cui i media non sono lo strumento della verità, dove le carte in tavola sono cambiate, le regole sono saltate? Come si può continuare la lotta, quando bisogna dar conta agli altri, ad affetti irrinunciabili? Una causa può valere il prezzo di un amore? In poco più di due ore Redford condensa, con la semplicità apparente di un classico, un intero universo etico, gli interrogativi morali del nostro (stare al) mondo. E la sceneggiatura, i dialoghi magnifici di Lee Dobbs (da un romanzo di Neil Gordon) sono solo la pelle, la superficie sotto cui si muove il suo sguardo disincantato, ma attento, che mostra ovunque i segni di una saggezza ferita, offesa, schiaffeggiata, ma anche la caparbia affermazione della possibilità di una resurrezione dopo la morte, dopo una, cento, mille, un milione di morti quotidiane. Questo Redford potrà sembrare ad alcuni didascalico, paternalistico. Ma si pone in rapporto ai punti di vista, alle domande, al mondo con una problematicità che la stragrande maggioranza del cinema contemporaneo non ha neppure il coraggio di immaginare. Come Clint Eastwood, pur da direzioni opposte, si muove sulla terra, nel cinema, nello spazio di un’inquadratura con tutto il peso della propria immagine, ma anche con la capacità magnifica di fermarsi, annullarsi, eclissarsi, sacrificarsi, per un’idea, un’intuizione, un sentimento, un amore. È un padre, è vero. Ma non ha da insegnare alcuna verità, perché la verità è lì, riposa nei fatti e nel cuore delle persone. Semmai un metodo. Ed è questo il senso del rapporto di Grant, di Redford con il giornalista d’assalto, con Shia LaBeouf, una sorta di specchio di sé trent’anni dopo. Avete ancora delle regole? chiede Redford. Ecco, il punto. La regola, la fedeltà. Al proprio passato e soprattutto al proprio presente, alle idee e agli affetti. La possibilità di poter guardare gli altri negli occhi e rivendicare la legittimità delle scelte. E la sensibilità di prendere per mano i propri figli, per dar conto, una volta per tutte, delle proprie ragioni e dei propri errori.
Di Aldo Spiniello, da sentieriselvaggi.it

Un avvocato affermato, vedovo, non giovanissimo con una dolce figlia preadolescente un giorno viene avvicinato da un ex cliente il quale gli chiede il favore di difendere un’amica, una donna che vediamo poco prima (col volto di Susan Sarandon) lasciarsi arrestare. Il motivo sarà presto chiaro a tutti: una coscienza che ha bisogno di sollievo dopo aver portato per troppe decadi un fardello divenuto insopportabile, una zavorra per la sua anima che segnerà la fine di un’epoca per molte persone. Così si apre il nuovo film di Robert Redford presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia.
Nella duplice veste di regista e protagonista, Redford ci offre un’avventura ad alta tensione, ci fa seguire la sofferenza di un padre, la tenacia di un uomo, la voglia di chi ha protetto tutti per molto tempo ed ora ha troppo da perdere. Così alcuni amici ricompariranno, altri spariranno e mentre quei compagni di gioventù fanno carte false per allontanare il passato, colui che conosciamo come l’avvocato Jim Grant diviene l’ambita preda della polizia e del reporter Ben Shepard, un giovane all’inseguimento di successo e fama.
Questo evento svelerà insospettabili intrecci di vite dando il via ad una vera e propria corsa contro il tempo. Due ore di adrenalina, una ricerca affannosa in cui stupisce la forma fisica dell’attore che, nonostante le primavere sulle spalle, non si da pace pur di riuscire a stanare colei da cui dipende la sua libertà. Cinque persone con un comune segreto, cinque cittadini modello che hanno commesso un solo fatale errore, le cui conseguenze nonostante il tempo trascorso ancora li perseguitano, e nonostante la gran voglia di andare avanti, ma nell’impossibilità di dimenticare, quando uno di loro cede tutto crolla.
Redford riesce ad unire il dramma con l’azione dandole pure una spruzzata di suspense, il tutto tenendo su di sé l’obiettivo per la maggior parte del tempo. In certi momenti la scena ha dell’incredibile (per non dire impossibile), ma la storia ha un tale solido intreccio da riuscire a tenere la platea vigile e curiosa sino all’ultimo istante facendole dimenticare alcune sequenze che implicherebbero, appunto, protagonisti dotati di super-poteri, delle battute finali che non rendono merito agli sforzi fatti e una passeggiata in chiusura troppo, davvero troppo lunga grondante buonismo.
Come vuole la moda del momento, anche questa pellicola è tratta da un libro, l’omonimo romanzo di Neil Gordon, che si apre con un fatto di cronaca per poi dare un volto ai colpevoli e farci simpatizzare per alcuni di loro. Il cast è da brivido, tutti volti pluripremiati e nominati alla più ambita delle statuette, molti gli amici di vecchia data del regista, altri invece sono talenti emergenti che sono riusciti ad affascinare Redford tra i quali spicca Shia La LaBeouf giunto in laguna in occasione della presentazione dell’opera in anteprima fuori concorso.
Voto 7. Racconto intrigante, cast da svenimento, un’avventurosa ricerca della verità che saprà incollare allo schermo gli spettatori. Consigliato a coloro che hanno voglia di condire con un po’ di pepe le proprie giornate di riposo natalizio.
Da masedomani.it

Sbrogliamo le formalità: La regola del silenzio è un bel film. Tecnicamente ineccepibile, girato bene ed in maniera assai più agile del recente The Conspirator (2010) che sembrava essere un po’ troppo soffocato dal suo classicismo narrativo.
Non che qui Redford stravolga le sue tecniche registiche, ma senz’altro riesce a muoversi più abilmente in mezzo ad una storia robusta e intricata, in cui sarebbe stato facile perdersi tra sbadigli e confusioni sui diversi personaggi. Il genere è un incrocio tra il thriller/avventura e lo storico/politico, alternando bene i due momenti con le indagini (in stile Zodiac) svolte dal giornalista Ben Shepard (un Shia Labeouf che regge bene la prova) nei confronti di Jim Grant (interpretato da un Robert Redford apparso un po’ sciupato, forse un po’ troppo vecchio per la parte). In mezzo un cast stellare che vede la partecipazione di Nick Nolte (notevole nel suo breve cameo), Brendan Gleeson, Julie Christie, Stanley Tucci (perfetto) e l’immancabile (visto il tema “democratico”) Susan Sarandon.
Il vero motivo di interesse sta nel soggetto: l’omonimo romanzo di Neil Gordon, sulla cui sceneggiatura ha lavorato efficacemente Lem Dobbs (non senza ulteriori integrazioni proposte dalle tante prime donne del cast).
Su questo campo occorre fare una riflessione: cosa vuole dirci Redford con La regola del silenzio? Voleva solo mettere in piedi una storia drammatica mettendo in rilievo la tragica vicenda umana di un padre diviso da sua figlia e legato ad un filo dalla scelta di vita dei suoi vecchi compagni politici? Può essere, ma quel che è interessante constatare è il giudizio implicito e sotterraneo che viene espresso in tutta l’opera sulla stagione degli anni ’70: un periodo romantico, genuino, con degli errori certo, ma passionale e speranzoso, anche se in fondo barbaramente violento e oggi anacronistico.
La regola del silenzio crea un profondo sconforto in chi arriva alla fine del film e rimane attaccato con la mente al significato di due scene: la prima, quella in cui Grant chiacchiera poco amabilmente con il professore universitario Jed Lewis (Richard Jenkins), il quale oltre a rimproverarlo del passato violento gli racconta di come catturi l’attenzione degli studenti raccontando con passione le lotte di quegli anni ’70, senza però riuscire a scuotere davvero quei ragazzi che un attimo dopo tornano “ad aggiornare il proprio stato su facebook” come se niente fosse.
La seconda scena è quella finale: da una parte Grant, imborghesito, arreso, stanco, che pensa solo a ricomporre la propria famiglia, avendo smesso di lottare contro il sistema. Dall’altra Mimi Lurie (la Christie), rimasta nonostante l’età “fedele alla linea”, riaffermando le ragioni della sua lotta, persistendo attorno a lei le stesse ingiustizie e le deleterie logiche di una volta.
Il confronto ha un esito scontato: il trionfo di Grant è il vero atto politico di un film che in questa maniera toglie ogni speranza, ogni valore combattivo e potenzialmente eversivo a chi guarda. Rimane solo il senso di una sconfitta storica, della necessità di scontare le colpe del passato attraverso un’introiezione del punto di vista dei vincitori, e la volontà di ripiegare sulla propria piccola individualità, abbandonando la necessaria lotta collettiva per una gratificante ma sostanzialmente inutile azione progressista individuale. Il passato lo si guarda con tenerezza ed è ancora in grado di mantenere vive alcune regole del silenzio e complicità mai morte, ma non è altro che un ricordo sbiadito.
La Regola del Silenzio è insomma un bel film, ma terribilmente moderato nel messaggio che lascia. Decisamente un peccato, anche se non ci si poteva aspettare certo da un Robert Redford una proposta ficcante nell’analisi di quella stagione…
Di Alessandro Pascale, da storiadeifilm.it

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