LA “PARTE” DEGLI ANGELI



La parte degli dèi era quella che, nei sacrifici, i Greci riservavano agli Olimpi. Era cioè la carne trattenuta dai sacerdoti, detti per questo parassiti (alla lettera, che mangiano presso altri). La parte cui invece rimanda già nel titolo la fiaba sottoproletaria di Ken Loach e dello sceneggiatore Paul Laverty è quel due per cento che il whisky perde per ogni anno di stagionatura, e che – come si dice nelle Highlands – si bevono gli angeli. Né creature celesti né infernali, ma solo poveri diavoli sono i protagonisti di “La parte degli angeli” (“The Angels’Share”, Gran Bretagna, Francia, Italia e Belgio, 2012, 101’). In compagnia di altri ladruncoli e “parassiti” sociali, il giovane Robbie (Paul Brannigan) sta pagando il proprio debito verso la legge con qualche centinaio di ore di lavoro socialmente utile. Sa però che mai troverà un impiego, e che mai potrà mantenere il figlio appena avuto da Leonie (Siobhan Reilly). Per lui, nella Glasgow operaia del dopoThatcher e del dopo-Blair nel futuro non c’è che la galera. Solo Harry (John Henshaw), il responsabile del gruppo di lavoro, è disposto a dargli un’altra e forse ultima possibilità. Come un padre, lo aiuta nel suo sforzo di diventare egli stesso un buon padre, e nei ritagli di tempo lo introduce ai piacevoli misteri del whisky. E Robbie ha un tal buon naso e buon palato da distinguere presto quello gramo da quello ottimo e da quello eccezionale. Se il film di Loach fosse (solo) realistico, la sua conclusione sarebbe tragica. Troppo povero e troppo segnato da risse e violenze, Robbie non può entrare nel mondo che la legge considera pulito. Troppo debole e troppo legato a Leonie e al figlio, non può nemmeno farsi largo nel mondo che prospera ai bordi della legalità, o fuori. Per l’uno e per l’altro non è che una bestia da sacrificio, e da macello. Perché allora non provare a capovolgere il fato? Allo scopo, basterebbe saper annusare bene un whisky da collezionisti miliardari, e venderne in giro qualche bottiglia, magari con l’aiuto di altri come lui, esclusi da ogni futuro. È qui che il realismo si trasfigura in fiaba, in una fiaba con il gusto pieno e profumato di un malt mill delle Highlands. Per una volta, e alla faccia dei disastri sociali di quel liberismo che da sempre Loach racconta, i poveri diavoli si riprendono la parte che loro spetta. Difficilmente gli angeli ne saranno dispiaciuti.
Di Roberto Escobar, da trovacinema.repubblica.it

È una storia di riscatto, quella del nuovo film di Ken Loach. Quella di Robbie, un giovane (ex) teppista che, diventato padre, decide di mettere la testa a posto e di rigare dritto. Ma per via dei suoi precedenti non trova opportunità di lavoro e ha sul collo il fiato di conti del suo passato ancora aperti.
Materiale tipicamente loachiano, questo, ma che non è lo spunto per un dramma ruvido e doloroso: al contrario, The Angels’ Share (pur non rinnegando affatto il suo impegno sociale, anzi, esaltandolo nel mimetizzarlo) è una commedia ottimista, positiva e esilarante.
Esilarante lo è fin dalla sua scena d’apertura, che racconta il personaggio incaricato di incarnare l’alleggerimento comico del film, quello di una sorta di scemo del villaggio che farà compagnia al protagonista assieme ad altri ragazzi che, come loro, sono stati condannati a svolgere lavori socialmente utili.
Loach però dimostra da subito di non voler tradire sé stesso e i suoi ideali cinematografici e politici, non negando né negandosi scene nelle quali le difficoltà sociali e personali di Robbie emergono drammaticamente.
Certo, si tratta di parentesi che col procedere della narrazione si fanno via via meno frequenti, ma che rappresentano delle fondamenta solide. Quelle fondamenta sulle quali il regista costruisce una storia carica di speranza, una speranza affidata alla presenza di personaggi altruisti che aiutano Robbie a tirarsi in piedi e alla caparbietà e alle capacità individuali dello stesso protagonista, che una volta in piedi deve però iniziare a camminare da solo.
La peculiarità di questa parabola narrativa, però, in The Angels’ Share sta tutta nella sua traiettoria. Con uno sberleffo fieramemente e puramente anarchico, Ken Loach non racconta di puro e semplice rimettersi in riga, di un ritorno alla legalità with a little help from my friends. Al contrario, di fronte a situazioni oggettivamente senza vita d’uscita, trasforma Robbie in un sorta di Robin Hood fai-da-te, che come ultimo atto illegale decide di rubare ai ricchi per dare a sé stesso e chi gli è vicino e lo merita. In più, sempre a proposito di sberleffi anarchici, tutto questo gira attorno al whisky. Edotto all’”acqua della vita” dal suo generoso assistente sociale, Robbie scopre presto di avere palato e olfatto finissimi, e saranno proprio queste sue capacità a mettergli a portata di mano il colpo che gli potrà finalmente regalare un nuovo inizio.
Alcool e furtii e altruismo: c’è qualcosa di positivamente sovversivo nel racconto di The Angels’ Share, che anche quando il film pare farsi commedia pura non permette mai di dimenticare in quale contesto questa si svolga, perché e soprattutto chi ne sia l’autore. Come sempre supportato dalla scrittura di Paul Laverty e dagli attori incredibili che è capace di scovare, Loach racconta una delicata favola morale contemporanea, ribadendo con forza, ma con leggerezza inedita, le sue convinzioni. Ci regala la sua personale “quota degli angeli”, quella parte di alcool che evapora dal whisky nel corso del suo invecchiamento. Quel qualcosa che Loach identifica nella generosità e nel donare qualcosa di sé agli altri.
Quel tributo simbolico che, di fronte ad un film intelligente, misurato e brillante come il suo, dovremmo noi fare a lui.
Di Federico Gironi , da comingsoon.it

Siamo a Glasgow. Robbie, un ex criminale, si impegna a regalare una vita migliore al suo nuovo figlio, diversa da quella tragica che lui ha avuto. Durante una giornata del programma di lavoro socialmente utile spesa in una distilleria di whisky, Robbie e i suoi compagni Rhino, Albert e Mo, decidono di sfruttare le conoscenze di Robbie sui whisky, acquisite grazie a Harry, coordinatore dei servizi sociali e ormai loro “amico”, e si ingegnano qualcosa…
Come in Neds di Peter Mullan, ambientato nella Glasgow degli anni 70, in The Angels’ Share non c’è molta speranza per i giovani. Delinquenza e violenza sono agli ordini del giorno, e scarseggiano educazione e lavoro. Un circolo vizioso. Robbie, uscito dieci mesi fa di prigione, potrebbe tornarci dopo aver avuto una rissa con alcuni coetanei. Ma visto che sta per diventare padre, l’avvocato riesce a fargli dare dal giudice “solo” 300 ore di servizi sociali obbligatori.
Il problema è che la famiglia di Leonie, la sua compagna, non lo vuole vedere, e quando Robbie va in ospedale per vederla viene picchiato: ma non può permettersi di reagire, visto che ogni sua mossa violenta potrebbe costargli cara a livello di prigione. Non può neanche permettersi di reagire troppo con le persone con cui ha fatto a botte, e che continuano a cercarlo dopo la “lieve” sentenza. Così, si trova a fuggire dai suoi perseguitori da una parte, mentre potrebbe prendere in considerazione l’idea di andarsene a Londra, come gli “suggerisce” il padre di Leonie, che sarebbe pure disposto a dargli dei soldi perché se ne vada…
Grandi occhi azzurri, viso innocente, ma una cicatrice che gli segna il viso e che non si può non notare. “Non mi fanno neanche entrare”, dice ad Harry parlando di un negozio in cui vorrebbe entrare. Robbie la violenza ce l’ha segnata per sempre sul corpo, nell’albero genealogico (il padre si picchiava con quello della compagna), ma se la porterà dietro anche nell’anima, visto i crimini commessi in passato. Ma una seconda possibilità non si nega a nessuno, neanche se si cresce a Glasgow completamente allo sbando.
E nonostante le difficoltà è proprio questo che Robbie tenterà di ottenere a tutti i costi: una seconda possibilità. Ne va della vita del figlio, che lui chiama Luke, ma che la famiglia di Leonie si è impuntata di chiamare Vincent senza la sua approvazione. La seconda possibilità potrebbe arrivare dal mondo del whisky, dopo che Harry gli ha fatto assaggiare una bottiglia vecchia di 32 anni, e dopo una visita in una distilleria (in una scena molto interessante ed educativa!).
“The Angels’ Share”: ovvero, il 2% all’anno di alcool perso e vaporizzato nell’aria dal whisky nella botte. Da questo dato Ken Loach ha tirato fuori una divertentissima commedia sociale che è sia un film suo in tutto e per tutto, ma anche un po’ più crowd pleaser del solito. Siamo dalle parti di Il mio amico Eric, e la sceneggiatura del solito Paul Laverty amministra il materiale comico con ritmi da orologio svizzero, battute da piegarsi sulla sedia e vitali botte di “volgarità”.
Già paragonato a Full Monty, o addirittura a Sideways, The Angels’ Share è invece un film unico, perché riesce ad unire la leggerezza della commedia più brillante (e lo heist movie!) a tematiche tutt’altro che leggere. Non stavano bene neanche i protagonisti di Full Monty, certo, ma Ken il rosso conosce a fondo la realtà che sta raccontando, e non la mette mai in secondo piano. Per Loach dev’essere chiaro allo spettatore che il film è un “gioco” fino ad un certo punto: ci si diverte tanto, si ride parecchio, ma la violenza e la tragedia di una Glasgow senza speranza sono ben presenti.
A molti sembrerà un film troppo facile, a volte anche semplice nella costruzione. Qualche passaggio è frettoloso: va bene che Robbie ha una dote naturale nel riconoscere i whisky, ma che velocità nell’imparare nomi e tutto quel che riguarda questo mondo… Ma stiamo parlando di una commedia che indaga una realtà con ironia, recitata al solito meravigliosamente come tutti i film di Loach, e addirittura tenera. Come non sciogliersi quando Robbie fa una scelta molto importante, regalando una particolare bottiglia di whisky ad una persona per lui molto speciale?
Di Gabriele Capolino , da cineblog.it

Glasgow. Il giovane Robbie, già recidivo, evita il carcere perché il giudice decide di puntare sulla sua capacità di recupero visto che la sua altrettanto giovane compagna sta aspettando un figlio. Viene così affidato a Rhino che è il responsabile di un gruppo di persone sfuggite al carcere e condannate a compiere lavori socialmente utili. Dopo aver assistito a un pestaggio, di cui Robbie diviene vittima nel momento in cui decide di andare in ospedale per vedere il bambino, Rhino decide di aiutarlo. Scoperta la sua particolare sensibilità gustativa per quanto riguarda i vari tipi di whisky decide di introdurlo nell’ambiente. È così che a Robbie e ad alcuni suoi compagni di rieducazione viene l’idea di un ‘colpo’ del tutto anomalo che però potrebbe offrire loro un futuro sereno.
Ken Loach torna a riflettere sulla commedia umana, arte nella quale è indiscutibilmente maestro. Sceglie lo scenario della Glasgow che ama e ci offre il ritratto di uomini segnati dalla vita privilegiando tra tutti quello del giovane Robbie. È a quelli che questo nostro mondo libero etichetta come irrecuperabili che, ancora una volta rivolge la sua attenzione. Perché Loach è convinto che la possibilità di un riscatto sociale vada più che mai offerta in questi nostri tempi in cui il Dio Mercato reclama ingenti e quotidiani sacrifici umani. 
Con il fido sceneggiatore Paul Laverty utilizza come leva narrativa il momento che, per ogni essere umano degno di questo nome, è costituito dalla nascita di un figlio. Decidere di averlo nonostante tutto significa, oggi, sperare apparentemente contro ogni speranza. È quello che fanno Robbie e la sua compagna Leonie contro il padre e i familiari di lei. In una società che conta più sulla ricaduta del delinquente (per poterlo allontanare a lungo dalla comunità) che sul suo redimersi la giovane coppia trova però ancora delle significative solidarietà. Perché il socialismo di Loach è di stampo umanitario e crede che sia ancora possibile quella pietas che i latini sapevano definire sgombrandola da ogni retorica commiserevole. Ecco allora che il ‘dannoso’ alcol, nelle specie di pregiatissimo whisky, finisce con il divenire strumento di riscatto in una storia che unisce con grande equilibrio dramma e sorriso e che (a differenza del prezioso liquido) va gustata appieno, senza moderazione.
Di Giancarlo Zappoli  , da mymovies.it

Per chi è familiare con l’irriverente serie britannica Misfits, non suonerà nuovo 
l’incipit dell’ultima fatica di Ken Loach: il giovane Robbie, scampato alla galera solo in virtù del fatto che sta per diventare papà, si ritrova condannato a espiare il suo crimine espletando il community service, ossia lavori socialmente utili, insieme a un gruppetto di gioventù variamente bruciata. Siamo a Glasgow, l’accento è dei più ruvidi e la vita pure. Con il fidato Paul Laverty, in pochi minuti Loach costruisce il ritratto nudo e crudo di un’esistenza acerba, ma già priva di sbocchi che non passino dalla criminalità e dalla sconfitta. Robbie è la feccia della società, come non esita a ricordargli il suocero a suon di botte da orbi: non ha alcuna speranza di trovarsi un lavoro rispettabile e mettere su famiglia con la sua ragazza e il bimbo appena nato. Sembrerebbe il terreno di partenza per il consueto spaccato di degrado sociale “alla Loach”, quando, repentino, il whisky inizia a scorrere e infradicia il dramma di humour, trasformandolo in quella che è probabilmente la miglior commedia dell’anno. Educato da un paterno tutore alle gioie della degustazione, anziché attaccarsi alla bottiglia Robbie sorseggia dal bicchiere, dimostrando fiuto e contagiando la sua banda di misfits (sboccati e ignoranti ma genuini al 100% come i loro interpreti, tutti o quasi non professionisti) con la passione per il malto ben lavorato. E tra i fumi del dorato nettare ecco materializzarsi una possibilità inedita per i perdenti cronici: un whisky rarissimo, purissimo, da élite d’intenditori, sta per essere bandito all’asta. Come Robin Hood improvvisati e un po’ deficienti, i ragazzi s’imbarcano nell’impresa di rubare ai ricchi (o forse, agli angeli: la “parte” del titolo è quella piccolissima percentuale di spirito che evapora dalle botti durante la stagionatura) per dare a se stessi la chance di una vita migliore. Heist movie esilarante, aperto ai pazzeschi paesaggi delle Highlands e a fiumi di vigorose parolacce altrettanto scozzesi, la fiaba etilica di Loach traccia il suo percorso per la redenzione passando per il crimine (dis)organizzato. Racconta degli ultimi che non si arrendono, e anziché abbassare la testa, alzano il kilt.
Di Ilaria Feole , da filmtv.it

C’è una bevanda che racchiude in sé storia e leggenda, per la quale si sono fatte guerre e scritti trattati, il cui mistero inizia fin dal nome (whisky o whiskey?) e una parte è destinata ad inebriare gli angeli.
È quella frazione di distillato che evapora dalle botti durante la decantazione e l’invecchiamento (circa il 2% annuo) e che molto poeticamente viene definita “la parte degli angeli” (the angel’s share). Gli scozzesi, fieri ammiratori di questa bevanda, vogliono credere che questa piccola, ma preziosa parte che svanisce nell’aria, arrivi fino in cielo e sia appannaggio delle creature celesti, che come ricompensa contribuiscono a creare un prodotto unico e inimitabile per qualità e prestigio. Solo che in questo caso gli angeli non hanno le ali ma una fedina penale piuttosto sporca e non si chiamano Gabriele o Raffaele, ma Robbie, Rhino, Albert e Mo.
Sono un quartetto (tre ragazzi e una ragazza) di giovani borderline del sottoproletariato di Glasgow, tutti con un passato di grandi e piccoli drammi e con precedenti penali sulle spalle. Incrociano le loro strade in un centro di recupero per crimini minori, dove li ha spediti la corte di giustizia come pena alternativa alla detenzione.
Robbie, in particolare, un ragazzo con un’infanzia traumatica alle spalle e una rabbia feroce difficile da gestire, ma tanto diverso dai soliti bulli di quartiere, vi è arrivato per aver pestato selvaggiamente, durante una rissa, un coetaneo che da tempo lo perseguitava. Quando si ritrova dinnanzi al giudice che lo deve giudicare, Robbie è convinto di essere in procinto di tornare in prigione, dalla quale è appena uscito. Ma la presenza della sua giovane compagna incinta di otto mesi e la speranza che l’imminente paternità lo convinca a cambiare strada, inducono il giudice ad essere clemente con il ragazzo e concedergli un’altra chance, evitandogli la prigione che gli impedirebbe di crescere suo figlio.
E così Robbie si ritrova ad espiare il suo crimine nella piccola comunità di recupero, mandato a svolgere 300 ore di “community service”, ossia ore di lavori socialmente utili al servizio della comunità. Il problema per Robbie, però, non è rappresentato dal lavoro coatto, ma dalla famiglia della sua ragazza, che non lo sopporta perché convinta che sia un fallito.
E così quando si reca in ospedale per vedere suo figlio appena nato, i fratelli di lei, approfittando del fatto che non può reagire se non vuole finire in galera, lo allontano bruscamente e non gli permettono di vedere il bambino. Non può permettersi neppure di reagire alla banda di teppisti, amici del ragazzo che ha selvaggiamente picchiato, che continuano a cercarlo per vendicare l’onore del loro compagno oltraggiato.
Non gli resta che prendere in considerazione l’idea di andare via da Glasgow, come gli suggerisce il padre della sua ragazza, disposto persino a dargli dei soldi purché non si faccia più vedere. Ma basta che prenda in braccio per la prima volta il suo piccolo Luke (così si ostina a chiamarlo, nonostante la famiglia della ragazza, a sua insaputa, lo abbia chiamato Vincent) per convincersi che è veramente giunta l’ora di cambiare vita e di giurare che suo figlio avrà una vita migliore della sua.
E così decide di seguire il programma di recupero che lo Stato offre alle persone emarginati come lui. Nella comunità prescelta incontra Rhino (beccato mentre urinava sopra una statua che stava cavalcando), Albert (scoperto mentre ubriaco sfidava l’arrivo di un treno sui binari della stazione) e Mo (sorpresa a rubare un pappagallo), di cui diventa molto amico; e soprattutto Harry, un uomo bonario e generoso, che ha perso il lavoro e ora fa l’addetto alla sorveglianza dei ragazzi durante le ore di servizio civile: il miglior adulto che Robbie abbia mai avuto la fortuna di incontrare nella sua vita.
Un giorno Harry decide di portare la sua troupe di disadattati, in kilt e zaino in spalla, a lavorare in una distilleria nella brughiera delle Highlands, il “santuario” dove si produce il preziosissimo whisky per intenditori. Qui Robbie rimane folgorato dal mistero del “single malt” e scopre il mondo dei collezionisti e la realtà delle aste milionarie; ma soprattutto scopre di avere una naturale predisposizione per la degustazione del whisky.
Scoperta l’esistenza di una botte rarissima, e quindi preziosissima, i quattro escogitano un piano infallibile che farà loro guadagnare una fortuna e permetterà a Robbie di uscire dalla condizione di emarginazione, per iniziare una nuova vita insieme alla sua ragazza e al bimbo appena nato, lontano dalla banda di teppisti che lo perseguita e dalla famiglia di lei che non perde occasione per ricordargli che non è altro che la feccia della società.
Con questo film Ken Loach abbandona (momentaneamente?) il percorso di denuncia e di rabbia che ha contraddistinto gran parte delle sue pellicole, per raccontarci una storia di riscatto umano e sociale, inserita in una pellicola che sta tra il fantastico e il favolistico, in cui commedia e ottimismo si mescolano felicemente con situazioni drammatiche e di disagio giovanile.
E così Ken “il rosso” torna a riflettere (e far riflettere) sulle problematiche giovanili, oggi ancora di più incentrate sull’emarginazione e sulla mancanza di prospettive, conseguenti alla precarietà dovuta alla cronica mancanza di lavoro. In Inghilterra, infatti, come in Italia, la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli, forse, mai toccati prima e intere generazioni di ragazzi devono convivere con la sensazione che un lavoro sicuro, forse, non l’avranno mai.
La genialità del regista di “Riff Raff – Meglio perderli che trovarli” e “Piovono pietre” risiede nel fatto che riescono a trattare questi argomenti, piuttosto drammatici, con il sorriso sulle labbra e la leggerezza tipica della british comedy.
Come sfondo a questa commedia umana Loach sceglie la location della Glasgow che ama e che conosce molto bene. Città profondamente scottish, ricca di sfaccettature sociali che si evidenziano nei suoi sobborghi disagiati, nei muri scrostati delle sue case di periferia tutte uguali, dove si parla uno slang incomprensibile persino agli inglesi (in Inghilterra il film è uscito sottotitolato) e la sera si cammina zigzagando.
Ritroviamo così l’ambientazione proletaria di tanto cinema britannico, da “Full Monty” a “Sweet Sixteen”, passando per “Grazie signora Tatcher” e “Bill Elliot”. Un genere consolidato che di volta in volta sa offrire spunti di riflessione sul corso della vita, in cui si susseguono situazioni divertenti ad altri che divertenti non lo sono affatto. Ritroviamo l’idea che, nonostante la classe lavoratrice non sia più quella di una volta, ciò che continua a chiedere è la casa, il lavoro, la sanità, la scuola, la sicurezza sociale.
Con il trascorre del tempo Ken Loach, coadiuvato dal fidato sceneggiatore Paul Laverty, proprio come il divino nettare di cui tratta, sembra aver acquisito una fragranza completamente nuova, diversa dal consueto sapore dei suoi film di degrado sociale a cui ci aveva abituato da oltre 40 anni. E invece, puntuale come un giovanotto alle prime armi, ecco che con questo film, cambia la carte in tavola, tiene il dramma a distanza e si avvicina ad un genere inusuale come la commedia, a cui, in questo caso, aggiunge un tocco diheist movie sui generis.
Si sorride alle battute degli sprovveduti quattro ragazzotti, alla goffaggine delle loro azioni, alla scurrilità del loro linguaggio, al grottesco delle situazioni in cui si cacciano, al contrasto tra la loro rozza semplicità e la sacralità del rituale a cui attingono i turisti del whisky in visita alle cantine scozzesi. Chi si aspetta il classico racconto della working class “alla Loach”, probabilmente rimarrà deluso, anche se la violenza e la tragedia di una Glasgow senza speranza sono sempre ben presenti.
E allora perché se alcuni personaggi appaiono annacquati e l’ottimismo è un tantino forzato “The Angel Share” è probabilmente la miglior commedia dell’anno? Semplicemente perché si tratta di una storia che al tempo stesso è una delicata, contemporanea favola morale e perché con poco o niente il regista riesce a raccontare la vicenda di personaggi che resistono e non si arrendono, pur nella complessità della loro vita, senza cadere nell’errore di assolverli. Perché il socialismo di Ken Loach è di stampo umanitario e quindi crede che la redenzione passi anche attraverso la voglia e la capacità di rivalsa a cui molti giovani tendono con energia, ma anche attraverso la libertà di avere un’occasione per sfuggire lo svantaggio della situazione di partenza e dare a se stessi la chance di una vita migliore.
Ancora una volta il regista sceglie di prendere come protagonisti un cast di attori tutti, o quasi, non professionisti, a cominciare dal sorprendente Gary Maitland, un Albert incontenibile nella sua rozza sprovvedutezza in almeno due scene, subito divenute di culto; per finire con il convincente scozzese Paul Brannigan, esordiente dalla storia difficile come il suo Robbie; e come linguaggio lo slang incomprensibile parlato dai giovani di Glasgow. Giovani che portano sul viso i segni di una vita vissuta a fatica e negli occhi la voglia di farcela.
Ciò che emerge nel finale è la sensazione che anche quando il film sembra farsi commedia non permette mai di dimenticare chi ne è autore e in quale contesto esso si svolge. Dramma o sorriso che sia, il film va gustato tutto fino in fondo, senza moderazione, come appena un goccio di ottimo whisky scozzese.
E agli angeli, come recita il titolo, la loro parte
Da filmscoop.it

Presentato all’ultimo Festival di Cannes dove ha conquistato il Premio della Giuria (presieduta da sua onnipotenza Nanni Moretti), The Angels’ Share continua l’alternanza tra dramma e commedia che Ken Loach persegue da molti anni. Qui, siamo dalle parti di Looking for Eric, dove un personaggio alla continua ricerca di riscatto sociale e familiare trova in un piccolo espediente quella forza che fino ad allora non sapeva di possedere; che si tratti di un’allucinazione presa in prestito dal mondo del calcio o di un nuovo talento nell’assaporare pregiati whiskey poco importa, il regista britannico si fa promotore ed emblema ancora una volta della lotta della classe proletaria e con il suo indomabile ottimismo ci mostra come quel riscatto sia duro, difficoltoso se inquadrato in un mondo cinico e schiavo del denaro come quello attuale.
Ambientato nella familiare atmosfera di Glasgow, la storia segue le vicende di Robbie, un ragazzo problematico (irrecuperabile, direbbe la società) e parecchio incline alla violenza, fino a quando non diventa padre; a questo punto dovrà riconsiderare la sua non facile esistenza sotto un’altra ottica per assicurare una ricercata felicità (impedita anche da una gang rivale e da un suocero troppo ostruzionista) alla sua famiglia; un’improvvisa idea di un grosso colpo potrebbe stabilizzare una situazione perennemente precaria.
Loach costruisce i suo personaggi con assoluta sensibilità al loro carattere, tanto che si potrebbe affermare la realtà di queste persone quasi fossero i veri compagni di bevute del regista; l’attenzione ai particolari introspettivi di un ragazzo facilmente (e erroneamente) collocabile nel reparto bidimensionale come Robbie o le turbe familiari del suo mentore Harry (il tutore che dirige i servizi sociali), il tutto sapientemente calato in una struttura semplice come lo sguardo essenziale di chi apprezza il mondo delle piccole cose, un mondo ormai dannatamente lontano da quegli schemi quotidiani da cui certa gente non riesce a liberarsi.
Di Davide Cantire , da ilparere.net

Per fortuna che c’è (ancora) Ken Loach. Per fortuna esiste un regista, e un uomo prima di tutto, che crede ostinatamente nelle persone e ancora più ostinatamente nel potere che il cinema ha di raccontarle, le persone. E per fortuna c’è chi, come lui, tutto questo lo fa fregandosene dei moralisti, dei benpensanti e del politically correct, riuscendo nonostante tutto a essere profondamente onesto, rigoroso e morale. Del resto la sua onestà sta nell’incapacità atavica e assoluta di mentire, di parlare in modo oscuro o di astrarre eccessivamente dalla reale i suoi racconti (anche se il suo film più significativo degli ultimi anni, Il mio amico Eric, sapeva far leva sulle corde del fantastico in modo esemplare), ma anche nella forza con cui sa guardare in faccia la realtà, senza eccessi didascalici, impastoiamenti ideologici o indugi paternalistici. E se la coerenza qualche volta lo costringe a prese di posizione e intransigenze anche piuttosto radicali (si vedano a tal proposito le recenti polemiche fra il regista e il Torino Film Festival), la militanza per le cause sociali di cui è inesausto e convinto assertore è ancor prima che un riflesso ideologico declinato alla materia cinematografica, una profonda e convinta appartenenza, un’essenza, uno stile di vita. E anche quest’ultimo lavoro non fa eccezione nel suo essere intriso di disagio, solidarietà, politica e riscatto sociale, anche se il tutto è travestito, come non è capitato troppo spesso nella filmografia del regista, di una vena comica e di un’allegria per nulla banali o fuori posto. Del resto c’è un grande ottimismo in fondo a questa semplice storia di outsider dei nostri giorni. La storia di Robbie, teppistello della periferia di Glasgow che, costretto dal giudice a un periodo di servizio socialmente utile e convinto di voler cambiar vita dopo la nascita del figlio, con l’aiuto dell’assistente sociale Harry e degli altri giovani affidati alla riabilitazione e complice il suo innato e stupefacente naso per il whisky, riesce a trovare la propria vocazione e il proprio riscatto. Che poi questo riscatto si compia attraverso la messa in opera di un’enorme truffa ai danni di alcuni facoltosi, e stolidi, collezionisti di distillati, è un riflesso marginale, un problema secondario. Per Loach quello che conta è tutto quanto nel film diventa propedeutico a tratteggiare le psicologie e la maturazione dei personaggi. Robbie che trova un motivo vero per vivere e che riesce a rinunciare al suo mondo fatto di rabbia e delinquenza con gli unici mezzi che conosce, Harry che più che un padre per Robbie e gli altri diventa una sorta di angelo custode: bonario, altruista e paziente oltre ogni tipo di retorica o intento commiserevole. Ma anche tutti gli altri, da Mo a Rhino che aiutano il protagonista a mettere in piedi la truffa, sino ad Albert, personaggio dalla psicologia e dall’intelligenza quasi inesistenti e al limite della caricatura, cui vengono assegnate le battute e le gag più esilaranti (quella dell’apertura alla stazione dove lui, sbronzo e riverso sui binari, dialoga con l’altoparlante, vale il film). Perché la commedia, come si diceva, è il vero motore della pellicola. Loach scandisce i tempi del racconto con un ritmo perfetto e senza rinunciare al divertimento, a momenti di pura comicità e riuscendo perfino a tramutare l’alcol, elemento che nell’immaginario collettivo appartiene alla patria del vizio, dell’abuso e della perdizione, in qualcosa di salvifico e capace di dare sollievo. Un elemento talmente gradevole e benefico che se lo gustano persino gli angeli. La parte degli angeli che dà titolo del film è infatti quella piccola percentuale di whisky che ogni anno evapora dalle botti e sale fino in cielo per sollazzare gli abitatori celesti.
Di Lorenzo Rossi , da doppiozero.com

Una fiaba etilica. In cui il tribolato, ingegnoso raggiungimento di uno stato “etereo” eleva da una pesante realtà (“la Parte degli angeli”, in gergo tecnico, definisce quella piccola percentuale di whisky che evapora nei diversi spostamenti dalla distilleria al bicchiere), con un percorso dal dramma al sorriso. Il quale è aperto verso un futuro che, in un pulmino dal motore acceso pronto alla partenza, racchiude una compagna tenace, un figlio appena nato, la mèta di un’altra città e la promessa di un lavoro.
Ventotto lungometraggi di finzione (oltre ad un paio di episodi in film collettivi) di una coerenza politico-artistica lucida e rigorosa, su sceneggiatura del fido Paul Laverty il regista Ken Loach si muove nuovamente in una dimensione sottoproletaria da commedia – attraversata da un ruvido, rozzo, irresistibile umorismo britannico popolare – che caratterizza molte delle sue opere e lo ha fatto conoscere nel mondo (su tutti l’esempio “Riff raff”). Qui l’ambito metropolitano è caratterizzato da precarietà esistenziale, violenza clanistica ereditaria e disgregazione sociale. Come sempre, il cineasta (premio della giuria al festival di Cannes) sa combinare attori e interpreti non professionisti nel dar vita ad una rappresentazione che sembra mossa da un verace spontaneismo. E con coraggio fa leva su contraddizioni scomode e ribaltamenti dei canoni, a cominciare da un protagonista con trascorsi di cieco bullismo (la sequenza con il “flashback” di una tragica bravata e l’incontro tra lui e la vittima, accompagnati l’uno dalla fidanzata e l’altro dai genitori, scuote non poco), passando per l’alcol trasformato da strumento di dipendenza a mezzo di liberazione, per finire con un riscatto conquistato mediante un altro reato. Ed è su queste basi che Loach articola, con cosciente ottimismo, uno sviluppo di rapporti di solidarietà, spirito di gruppo e – soprattutto – generosità e riconoscenza.
La frase:
“Stavi più sicuro in galera”.
Di Federico Raponi , da filmup.leonardo.it

Robbie è cresciuto in mezzo alla feccia di Glasgow. Suo padre era feccia, lo è suo fratello, lo sono tutti i suoi amici, lo è lui che entra e esce dal carcere per crimini violenti e insensati. Ma adesso che sta per diventare padre e che per una volta riesce a rimanere fuori dal carcere capisce che deve dare una svolta netta. Con il gruppo di sbandati con cui svolge lavori socialmente utili elabora quindi un piano di fuga dalla vita come l’ha vissuta fino ad adesso.
Il protagonista (Paul Branningan, speriamo di rivederlo), smilzo e violento ma intelligente, con una lunga cicatrice sulla faccia (“E’ tutto quello che vedono di me, specialmente ai colloqui di lavoro”) è un personaggio dalla cui parte si sta volentieri, ma lo stesso è vero per tutta le deandreiana banda di cleptomani e alcolizzati a cui deve badare il simpatico assistente sociale Harry. E sarà Harry, con la sua passione per il whisky, a dare involontariamente a tutti una possibilità per provare a uscire dal destino a loro assegnato, o almeno per vivere bene per un pò. Scegliendo al solito volti sconosciuti (tranne uno) e uno stile di recitazione non marcato Loach da’ la sensazione che non si tratti di personaggi tridimensionali o sfaccettati, ma di personaggi reali.
Loach si dissocia nuovamente dal vizio del cinema d’autore di flagellare lo spettatore, con un riuscito equilibrio di dramma e commedia (del resto nel film precedente avevamo il fantasma di Cantona…). Così come per le fiabe, è importante che i film ci mostrino che i draghi si possono sconfiggere, che non si esca dal cinema chini e senza speranza (come può capitare nel magistrale ma soffocante “Amour”). Non ci riferiamo agli insopportabili lieto fine conciliatori alla “Forrest Gump”, ma agli squarci di possibilità, lo sguardo verso l’alto del protagonista de “La schivata”, gli inserti musicali di “Dancer in the Dark”, le visioni di Malik in “Il profeta”. L’anno scorso abbiamo avuto due splendidi esempi di film duri, volendo spietati, ma luminosi, in “Il ragazzo con la bicicletta” e “Miracolo a le Havre”, quest’anno il meraviglioso “La guerra è dichiarata”. Senza raggiungere tali vette, “La parte degli angeli” si colloca in questo filone.
Molto dell’equilibrio tra denuncia e leggerezza sta ovviamente nella sceneggiatura: c’è il carcere usato come strumento di controllo sociale, ma c’è anche qualche giudice umano, i pestaggi capitano ma con un pò di fortuna (e velocità e determinazione) si possono anche evitare. Soprattutto ci sono persone che decidono di dare a Robbie una chance. Anche in regia Loach innesta sulla usuale sobrietà del suo stile alcune soluzioni in grado di colpire con efficacia lo spettatore (anche se le colonne sonore continua a non gestirle bene). Fin dalla doppia sequenza iniziale abbiamo una vera e propria doccia scozzese passando dalle risate alla rabbia prima che finiscano i titoli di testa. Loach mette in chiaro che non siamo di fronte al dramma sociale nè alla commedia pura. Nel film (come nella vita) ci sono momenti veramente duri come l’incontro di Robbie con una sua ex vittima che è uno dei picchi del film, anche nella messa in scena del flashback. Come nella vita però, questi momenti si alternano al divertente e all’assurdo, condensati nel riuscito personaggio di Albert, un deficiente totale che però è parte integrante della banda come jolly, (anche se c’è chi non capisce perchè lo tengano con loro…). Il film comprende la violenza delle degradate periferie post-industriali e la Scozia dei paesaggi incantati, del whisky e dei kilt, vissuta dagli scozzesi stessi con estrema ironia, prendendo in giro tanto sè stessi quanto i turisti a caccia di emozioni alla Braveheart. In uno scambio di battute molto significativo, quando la banda dei servizi sociali deve presentarsi ad una occasione importante si dicono (cito a memoria): “Guardiamoci, siamo tutti vestiti sempre in tuta da ginnastica, è chiaro che siamo della feccia” “E se ci mettiamo eleganti sembra che stiamo andando in tribunale” “Beh allora mettiamoci il kilt, almeno sembreremo solo dei ridicoli montanari” “Ottima idea!”
E’ un film consigliato non solo ai fan di Loach, ma anche a chi lo ha apprezzato in passato ma l’ha perso ultimamente di vista, e soprattutto a chi crede che i film di questo tipo siano noiosi e pessimisti. Il premio della giuria a Cannes è stato un po’ eccessivo? Forse, ma non si vede perchè debbano sempre piovere pietre…
Di Alberto Mazzoni , da ondacinema.it

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