LA FRODE



Al compimento del suo sessantesimo anno di età, il magnate Robert Miller sembra il ritratto dell’uomo compiuto, economicamente gratificato dal suo impero economico e sostenuto da una bella e affiatata famiglia (la moglie Ellen – Susan Sarandon, la figlia – nonché socia in affari – Brooke, e il figlio Peter). E nel ritratto dell’uomo di successo senza confini non potrebbe mancare anche la ringiovanente e clandestina relazione con la bella Julie (Laetitia Casta). Un castello di successi cheMiller è riuscito a mettere in piedi fiutando sempre il vento dell’occasione migliore e non rinunciando mai a giocare al meglio le sue carte. Ma la bolla di instabilità che ha investito il mondo della finanza non ha risparmiato nemmeno lui, soggiogato da un investimento risultato infine fallimentare per porre rimedio al quale Miller è stato ‘costretto’ a manipolare i suoi tabulati finanziari. Una mossa all’apparenza di routine trasformatasi invece in un vero e proprio tsunami dopo il mancato compimento di un paio di accordi destinati a risanare la questione. Ma non è tutto, perché la posizione di Robert Miller sarà ulteriormente stravolta da una vicenda personale che s’incastrerà a doppio filo con i suoi guai finanziari, precipitando l’uomo (per la prima volta nella sua vita) in uno stato d’impotenza e frustrazione dal quale non sarà affatto facile riemergere.
Dopo l’interessante Margin Call di J.C. Chandor dell’anno scorso, il cinema americano torna a fare i conti con quella che sembra la grande piovra tentacolare della nostra epoca, ovvero quel mondo finanziario fatto di numeri e illusioni che prima o poi torna a chiedere un conto che pare non tornare mai. Qui alla sua opera prima Nicholas Jarecki sposta il punto di vista prettamente finanziario facendo coincidere lo slittamento della stabilità economica di Miller con il parallelo sprofondare di una coesione famigliare che costerà molto cara al suo equilibrio di uomo. Perché se l’attività di arbitraggio (in economia e in finanza, un arbitraggio è un’operazione che consiste nell’acquistare un bene o un’attività finanziaria su un mercato rivendendolo su un altro mercato, sfruttando le differenze di prezzo al fine di ottenere un profitto) nel campo del business pone rischi di ordine puramente economico, è invece nel campo degli affetti e delle relazioni costruite nel tempo e sul sacrificio che il bluff e la ‘frode’ provocano quasi sempre fallimenti irrimediabili e non-risarcibili. Stretto tra la morsa di una società sull’orlo del baratro e il cerchio di menzogne rifiliate nel tempo alla sua famiglia e che ora sembrano non voler più stare in piedi, Miller sarà infine ostretto a giocare il tutto per tutto ripercorrendo da cima a fondo la scala dei propri principi e dei propri valori. Una rimessa in gioco totale che Jarecki porta avanti in equilibrio tra esteriorità ed interiorità, soffermandosi tanto sulle conseguenze materiali quanto (e soprattutto) su quelle interiori e morali di un crollo umano di ingente portata. Richard Gere dal canto suo, svincolato per una volta dai classici ruoli di commedia rosa cui è stato sempre – troppo – legato, dimostra qui di essere attore di primo livello, riuscendo a catturare molto bene il dualismo percettivo e la dimensione umana di un uomo che non sa più da che parte andare. Narrativamente asciutto e molto ben dialogato, La frode si distingue poi per essere un concentrato di generi (thriller finanziario, dramma esistenziale, noir sentimentale) tra di loro ben dosati, sostenuto da una scrittura che centra quasi sempre il cuore della scena, e da un cast molto ben oliato che tratteggia una rosa di personaggi tutti ugualmente attanagliati da un proprio dilemma esistenziale (il dramma di Brooke nell’incrinarsi del rapporto col padre, quello dell’ispettore Michael Bryer – un ottimo Tim Roth – mosso da un moto di rivalsa professionale e quello del giovane Jimmy Grant schiacciato da una ‘inferiorità’ che sembra non lasciare chance).
Al suo debutto alla regia Nicholas Jarecki costruisce un film che gioca bene le sue carte, tratteggiando i lati oscuri del mondo dell’alta finanza attraverso il tunnel di incertezze che sarà costretto ad attraversare il protagonista Robert Miller. Un film fluido e lineare che fila via senza indugi portandosi appresso lo spinoso dilemma di un mondo in cui tutto sembra ‘sacrificabile’ in virtù del folle oracolo del successo.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Robert Miller ha tutto ciò che un uomo possa desiderare: è un magnate della finanza stimato da tutti, ha una splendida famiglia che lo adora, e pure un’amante con la metà dei suoi anni. La crisi economica, però, si è fatta sentire anche per lui, e per evitare di finire in bancarotta, ha contraffatto i bilanci della sua società. Prima che le frodi vengano smascherate, deve riuscire a vendere l’azienda ad una grossa banca: quando l’accordo sembra vicino ad una conclusione, però, commette un errore fatale che rischia di mettere in serio pericolo la sua vita professionale e privata.
All’esordio dietro la macchina da presa, Nicholas Jarecki costruisce un thriller intenso, che per ambientazione (il mondo dell’alta finanza) e caratteristiche del protagonista ricorda Wall Street di Oliver Stone: Miller (Richard Gere) è una nuova incarnazione di Gordon Gekko, un antieroe abilissimo nel manipolare le persone che lo circondano, e che ha il denaro come unica bussola. Le sue scelte, nonostante siano moralmente discutibili, lo rendono umano agli occhi dello spettatore, che non riesce mai a disprezzarlo del tutto. La sua ambivalenza traspare fin dall’inizio, quando prima festeggia con moglie e figli il suo sessantesimo compleanno (con tanto di discorso di ringraziamento), e poi corre dalla giovane amante Julie, un’artista francese a cui presta volto e corpo Laetitia Casta. Ma è nella parte centrale del film che assistiamo alla vera dimostrazione di tutta la sua ambiguità e mancanza di scrupoli: per uscire dalla situazione critica in cui si trova, Miller disegna un intricato labirinto di menzogne e sotterfugi, in cui non ha nessun problema a trascinare con sé amici e parenti. Benché la sua posizione sembri irrimediabilmente compromessa, non dà mai la sensazione di crollare, come se avesse sempre un asso nella manica da giocare.
Trovargli un avversario degno non era cosa da poco, ma Jarecki – anche sceneggiatore della pellicola – è riuscito nell’impresa, creando il detective Michael Bryer (Tim Roth), un poliziotto strafottente e sbrigativo determinato ad incastrare il protagonista. Perfetta la contrapposizione tra i due personaggi: da una parte la sicurezza imperturbabile di Miller, dall’altra gli atteggiamenti spesso rabbiosi dell’ispettore. Nasce così un duello avvincente, fatto di giochi d’astuzia e colpi bassi, che tiene ritmo e tensione sempre alti.
Ma se per la giustizia Miller è praticamente un intoccabile, non lo è all’occhio della sua famiglia, forse l’unico tassello della sua vita che l’uomo non è in grado di controllare del tutto. Peccato che Jarecki si concentri soprattutto sui problemi giudiziari del protagonista, tralasciando dinamiche della sua vita famigliare che sarebbero potute essere approfondite. Tra questi c’è senza dubbio il rapporto con la figlia erede Brooke (Brit Marling), che si trova invischiata suo malgrado nelle grane del padre e avrebbe meritato maggior spazio. Stesso discorso per la moglie Ellen (Susan Sarandon), che addirittura scompare dalla scena per due terzi della pellicola, salvo poi ritagliarsi un ruolo determinante nel finale.
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I personaggi non banali, il livello di tensione che non cala mai e il duello tra Miller e l’ispettore Bryer
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Il poco spazio riservato alle dinamiche famigliari della vita del protagonista
Consigliato a chi
È in cerca di un thriller raffinato, con un cast di prim’ordine
Di Andrea Facchin , da bestmovie.it

ROMA – Uomini d’affari, finanza, lusso e doppiezza morale. Lo script di La frode sarebbe potuto tranquillamente uscire dalla penna di Bret Easton Ellis, il cantore dei marci anni ’80. E invece è il frutto di un attento studio di tanta letteratura sull’ultima crisi finanziaria statunitense vagliata dallo sguardo di Nicholas Jarecki, scrittore cinefilo, sceneggiatore tv ma anche ex imprenditore, al suo esordio nel lungometraggio.
Il mondo che descrive l’ha attraversato ed è quello della New York più glamour che vive nello sfarzo delle ville di migliaia di metri quadri. Il dominus è il magnate Robert Miller che fa di tutto per sbarazzarsi del suo impero finanziario eretto su operazioni azzardate e investimenti falliti. Se fosse scoperto finirebbe direttamente in cella per frode e per questo motivo, nascondendo tutto a sua figlia nonché sua erede Brooke, cerca di vendere frettolosamente i suoi asset a una banca. Contemporaneamente dovrà gestire anche la sua movimentata vita sentimentale, complice una capricciosa mercante d’arte francese. Dopo un incidente in auto nel quale la ragazza perderà la vita, un detective si metterà alle calcagna di Miller.
Doveva essere sviluppato come un progetto a basso budget, invece il film è il risultato di una sontuosa produzione che ha messo insieme un cast tecnico e artistico di buon livello, grazie allo sforzo di un drappello di rampanti produttori esecutivi.  La Frode si presenta come un thriller patinato, realisticamente fotografato e interpretato da attori di rango. Richard Gere è molto credibile nella parte del miliardario fascinoso e malandrino, che arriva a trattare sua figlia come una semplice sottoposta; Susan Sarandon interpreta sua moglie, ambigua e ipocrita forse più del marito: gli sguardi, le intese e i silenzi tra i due sono molto eloquenti sul loro vero rapporto; infine l’antagonista è Tim Roth, sbirro di strada che farà di tutto per incolpare Miller.
Di Vito Miraglia, da dazebaonews.it

Nichos Jarecki  debutta dietro alla macchina da presa scegliendo un film  di grande difficoltà narrativa. Il noir della “crisi”, dove per crisi s’intende quella economica o più in generale la riflessione sui mali del Capitalismo, il risvolto tematico già preso da Oliver Stone in due momenti storici completamente diversi. Parliamo di Wall Street e seguito, e proprio come da quel film Miller prende le sembianze di Gordon Gekko. Come fu con Michael Douglas in Wall Strett anche La Frode ha un protagonista di forza: Richard Gere è di un magnetismo incommensurabile, proprio come la robustezza attrattiva del denaro e potere che avvinghiano e permettono qualsiasi prevaricazioni.
Il noir di Jarecki assume tantissime tinte torbide anche se gran parte del film si svolge alla luce del sole, almeno nei suoi dialoghi clou. All’opacità richiesta dal genere si aggiunge una complessità forse eccessiva sul tema. La frode risulta addirittura troppo tecnico in certi passaggi sulle vicende economiche, un dettaglio che richiederà uno sforzo di comprensione sensibile allo spettatore. L’eccessiva complessità scalfisce la riuscita del film unita a una lentezza di ritmo più volte riscontrabile. Resta però il merito di aver dribblato il rischio della banalità, e ritratto un personaggio antieroe sfumatissimo e interessante, un uomo vettore della brama di potere in smoking. Con il savoir faire cerca di ammutolire le sue gravissime colpe umane e familiari, compresa la pressione che fa sulla figlia, interpretata da una sorprendente Brit Marling, e sulla moglie, il ruolo di Susan Sarandon. Tutto confluisce in un’ambigua sequenza finale portatrice di un senso di smarrimento amaro, quello della “mostruosità” del potere.
Di Luca Marra  , da it.ibtimes.com

Soldi. Il principale obiettivo nella vita. Fare soldi e tanti. Magari conditi con una bella vita e una famiglia che ti ama e ti rispetta. Potere. Dominare le persone, padroneggiare la finanza, aggirando le regole della morale comune. Sesso. Belle donne. Amanti delle quali occuparsi nei ritagli di tempo.
In questo scenario si muove anzi si destreggia abilmente il magnate Robert Miller (Richard Gere). Ma il suo mondo e la sua architettura che sembrava perfetta stanno per implodere. Miller deve assolutamente vendere a una grande banca il suo impero finanziario prima che le frodi da lui commesse vengano a galla. Il tempo a sua disposizione si assottiglia all’improvviso: un incidente sanguinoso attrae l’attenzione del detective Michael Bryer (Tim Roth) del dipartimento di polizia di New York. Parte la corsa contro il tempo. Miller dovrà escogitare un modo per non perdere di colpo tutto quello che ha creato.
Al suo debutto alla regia nel lungometraggio lo scrittore Nicholas jarecki ci offre un thriller finanziario che procede di buon passo tra tensione e suspense.
L’avvincente sceneggiatura, sempre di Jarecki, ci introduce nelle spettacolari ville di New York e ci parla delle persone che vi abitano, dei loro interessi, dei loro pensieri e dei loro sentimenti.
Grande prestazione di Richard Gere che interpreta un miliardario affascinante e sofisticato. I corrotti rivoli dell’alta finanza sono il suo habitat naturale, ma non si riesce a provare un naturale disprezzo per il suo personaggio. La sua doppiezza e la sua ipocrisia non ci fanno percepire Miller come un individuo dannato o senza scrupoli. Ama comunque la famiglia e i suoi difetti un po’ li sentiamo nostri. E’ un uomo complicato, è un uomo di potere, ma nel suo mondo le imperfezioni esplodono vigorosamente con un’eco che si propaga quasi senza ostacoli.
Alle sue calcagna c’è un grande Tim Roth detective “alla tenente Colombo”, sempre stravaccato e dai modi bruschi e poco leciti.
La pellicola non ci molla mai. Non si avvertono vuoti d’aria dovuti a cali di tensione. Potremmo assistere per ore e ore allo sciorinare delle molteplici e affascinanti sfaccettature della personalità di Miller.
Di Riccardo Muzi, da ecodelcinema.com

«Sei disposto a rinunciare al potere pur di conservare un ultimo brandello d’umanità»
Robert Miller è a capo di un impero finanziario. Alla vigilia dei sessant’anni, appare un uomo di successo con tutti i crismi, affascinante, ricco, filantropo, con una bella famiglia e un’affascinante amante d’ordinanza, un’artista francese. Ma in realtà sta cercando disperatamente di vendere la sua società a una grande banca, prima che vengano a galla le sue malversazioni, delle quali nel frattempo si è accorta la figlia, che riveste un ruolo dirigenziale nel gruppo. Mentre viaggia di notte sulla macchina dell’amante, in sua compagnia, ha un grave incidente. La donna muore e lui fugge senza denunciare l’episodio alla polizia e anzi cancellando ogni sua traccia per evitare scandali. Il detective Michael Bryer si occupa del caso e arriva ben presto sulle sue tracce…
C’è del marcio nell’alta finanza
Un thriller legale con tutti i crismi, un noir giudiziario ben congegnato e ben confezionato, che non può non fare presa. Ma anche un film che fotografa una realtà cinica e spietata, quella dell’alta finanza, dove il denaro che gira convince i suoi protagonisti di essere al di sopra di ogni regola e legge.
Vedendo La frode semplicemente come un film di genere, che è comunque la sua connotazione principale, esso funziona secondo la classica ricetta hitchcockiana che consiste nel far vedere il tutto dalla parte del colpevole, costringendo lo spettatore a immedesimarsi e a parteggiare per lui. E il cattivo finisce per essere l’investigatore, comunque antipatico. Un meccanismo di suspense che però è anche un teorema morale. La colpevolezza non è semplicemente un fatto di malvagità, dipende dalle circostanze, dalle debolezze e dalla corruzione ambientale del mondo in cui si vive. Entrare nella mente di un reo permette di comprenderlo, quando non di giustificarlo. L’incidente di macchina, improvviso, è qualcosa di assolutamente casuale, ma può apparire come un aiuto del destino che permette a Robert di sbarazzarsi di una persona che ormai stava diventando ingombrante senza, più o meno, lasciare tracce, visto che l’auto esplode. Nulla di calcolato, e il protagonista ora si trova a un bivio: sfruttare la situazione sperando che le cose vadano per il meglio, o costituirsi alla polizia mandando tutto a rotoli, sia la grande operazione finanziaria che la famiglia, e andando incontro a guai giudiziari.
L’aspetto di critica sociale, pur secondario nel film, appare tutt’altro che banale ed è frutto di un lavoro di documentazione su casi di speculazione finanziaria. E in effetti i fatti raccontati ricordano tanti episodi di cronaca, falsi in bilancio, conti truccati che rappresentano la norma per le grandi società. Si possono vedere tanti echi, da Madoff fino all’incidente di Chappaquiddick che coinvolse Ted Kennedy. E naturalmente le similitudini con tante vicende italiane si sprecano. Anzi, con i nostri parametri, la realtà raccontata nel film appare persino edulcorata. E non si salvano, dalla critica generale, le forze dell’ordine e la magistratura. Il detective convince il procuratore a procedere quasi per rivalsa contro quei ricchi che possono pagarsi l’impunità e mettere a tacere tutto ciò che gli è scomodo. Ma nella sua furia di giustizia sociale cerca di incastrare il magnate forzando le regole di garanzia e falsificando le prove, e questo non può sfuggire ai principi del foro lautamente pagati, all’interno di un sistema giudiziario dove i ricchi sono comunque avvantaggiati. Così come le ragioni di convenienza politica, che spingono il procuratore a non imbattersi in un’avventura contro un potente.
Un mondo intrinsecamente corrotto, quello raccontato dall’esordiente regista Nicholas Jarecki, di cui comunque ci viene mostrato il lato umano. Appare ancora più spiazzante, in quest’ottica, il ribaltamento morale, alla fine, che coinvolge la persona più insospettabile.
Di Giampiero Raganelli , da spaziofilm.it

Un film di Nicolas Jarecky che, attraverso un thriller molto ben costruito, vuole ricordare al pubblico delle grandi sale che non sono i soldi a comprare la felicità. E, per far ciò, si serve di un cast eccellente. Richard Gere, impeccabile protagonista supportato dalle puntuali Brit Marling e Susan Sarandon e in stretto contatto con una formidabile Laetitia Casta, vede in uno spettacolare e curioso Tim Roth il suo antagonista. Il film, prodotto negli Usa, costituisce, a detta di molti, il film più rappresentativo del 2013 fino ad ora.
Robert Miller, brillante magnate miliardario, è riuscito a conciliare nella sua vita le tre cose che la società in cui viviamo ci insegna ad amare di più: soldi, potere e famiglia. Egli riesce a dedicare del tempo ad ogni aspetto della sua vita; al lavoro, alla moglie, alla figlia, alla quasi dovuta amante (ogni uomo di potere che si rispetti non può non avere un’amante) e alla frode.
Purtroppo, questo suo piccolo paradiso terrestre all’insegna dell’illegalità e dell’adulterio non è destinato a durare. Per sua sfortuna, tutte le truffe (o quasi) che ha commesso rischiano di venire a galla. In breve, egli Miller si vede costretto a vendere l’intero suo impero ad una banca prima che si scoprano tutti gli illeciti sui quali esso è stato edificato. Oltre all’accusa di frode, se ne aggiunge anche una seconda di omicidio a causa di un brutale incidente e, come se non bastasse, tale episodio incuriosisce il detective del dipartimento di polizia di New York Michael Bryer, il quale gli terrà costantemente il fiato sul collo.
Al di la del magistrale binomio Richard Gere/Tim Roth, il cast non rappresenta l’unica eccellenza di quest’opera. Jareky, col suo “cinema della morale”, presenta una regia volta alla perfezione, che fa da contorno ad una trama molto ben strutturata.
Di  Vincenzo Favet , da news.cloudhak.it

Un tycoon amato, carismatico e stimato (Richard Gere) è sul suo aereo privato con i suoi fedelissimi. Una firma che non arriva lo preoccupa, ma fa in tempo a festeggiare i suoi 60 anni con una famiglia perfetta, dalla moglie Susan Sarandon alla figlia Brit Marling, per poi fuggire dall’amante, una Laetitia Casta di bellezza abbagliante e inquietudine capricciosa. Il più classico dei potenti, insomma, ma con più stile e fascino. Nicholas Jarecki, fratello d’arte (di Andrew ed Edward, capaci mestieranti della macchina da presa), su questa straordinaria normalità inserisce un possibile scandalo finanziario e un intrigo privato. E questo Miller, filantropo e geniale, diventa in pochi minuti e in scene ben girate un uomo solo, in difficoltà, che vede crollare tutto attorno a sé e la terra mancare sotto i suoi piedi. In poche ore deve evitare ben due incriminazioni: una per frode – il suo concetto di finanza creativa è simile a quello di Madoff, con tanto di bilanci sbianchettati -, l’altra per omicidio. Dalla prima può salvarlo una vendita a una banca forse più spregiudicata di lui, dalla seconda un miracolo. O anche solo il sistema giudiziario americano, da sempre favorevole al miglior offerente, a chi può pagare i migliori avvocati. E non solo loro.
Thriller finanziario e noir classico, ma anche dramma sentimentale e familiare, La frode, film indipendente girato in 31 giorni, ha il pregio di ricordarci qualcosa di profondamente ovvio, nel mondo attuale, ma doloroso e raramente esplicitato: tutti hanno un prezzo. Tutti. E spostando lo sguardo sui comprimari, seguendo un Richard Gere in buona forma e a suo agio nei panni del cattivo ben vestito, troviamo uomini e donne pronti a tutto per sopraffare il prossimo. Dal poliziotto (Tim Roth) alla moglie devota. E chi crede negli ideali di lealtà, d’amore, di spontaneità, alla fine soccombe.
Jarecki ha l’efficacia di chi non si perde in rivoli narrativi inutili e la sensibilità per raccontare la ferocia gentile di un’aristocrazia economica che non ha regole. Lo afferma proprio Miller-Gere nel dialogo cruciale con la figlia, sua dipendente (è il direttore finanziario della sua società). Lui è “il patriarca, è dio. E tu lavori per me, tutti lavorano per me”. Il denaro e il potere sono le colonne d’Ercole oltre cui il mondo non può andare, se non fa parte di un club esclusivo e plaudente che può considerare un assegno di due milioni di dollari come una manciata di spiccioli. Nulla conta più del cerchio magico di questa comunità di eletti: persino quando si fa largo la questione razziale, in verità, tutto si fonda solo su un rapporto di sudditanza che con il colore della pelle non c’entra nulla. E il taglio sulla scena finale, che arriva con qualche secondo di troppo, non lascia consolazioni ma solo riflessioni. 
Un buon film La frode, che, come da un po’ accade al cinema (questo nuovo trend, forse, è iniziato conMargin Call) svela le ombre del capitalismo e dei valori di questi anni: ottimo il cast, solida la sceneggiatura, intelligente e umile la regia. Non un capolavoro, ma un film di genere che si guarda con interesse. E di cui inevitabilmente si discute fuori dalla sala. Un tycoon amato, carismatico e stimato (Richard Gere) è sul suo aereo privato con i suoi fedelissimi. Una firma che non arriva lo preoccupa, ma fa in tempo a festeggiare i suoi 60 anni con una famiglia perfetta, dalla moglie Susan Sarandon alla figlia Brit Marling, per poi fuggire dall’amante, una Laetitia Casta di bellezza abbagliante e inquietudine capricciosa. Il più classico dei potenti, insomma, ma con più stile e fascino. Nicholas Jarecki, fratello d’arte (di Andrew ed Edward, capaci mestieranti della macchina da presa), su questa straordinaria normalità inserisce un possibile scandalo finanziario e un intrigo privato. E questo Miller, filantropo e geniale, diventa in pochi minuti e in scene ben girate un uomo solo, in difficoltà, che vede crollare tutto attorno a sé e la terra mancare sotto i suoi piedi. In poche ore deve evitare ben due incriminazioni: una per frode – il suo concetto di finanza creativa è simile a quello di Madoff, con tanto di bilanci sbianchettati -, l’altra per omicidio. Dalla prima può salvarlo una vendita a una banca forse più spregiudicata di lui, dalla seconda un miracolo. O anche solo il sistema giudiziario americano, da sempre favorevole al miglior offerente, a chi può pagare i migliori avvocati. E non solo loro.
Thriller finanziario e noir classico, ma anche dramma sentimentale e familiare, La frode, film indipendente girato in 31 giorni, ha il pregio di ricordarci qualcosa di profondamente ovvio, nel mondo attuale, ma doloroso e raramente esplicitato: tutti hanno un prezzo. Tutti. E spostando lo sguardo sui comprimari, seguendo un Richard Gere in buona forma e a suo agio nei panni del cattivo ben vestito, troviamo uomini e donne pronti a tutto per sopraffare il prossimo. Dal poliziotto (Tim Roth) alla moglie devota. E chi crede negli ideali di lealtà, d’amore, di spontaneità, alla fine soccombe.
Jarecki ha l’efficacia di chi non si perde in rivoli narrativi inutili e la sensibilità per raccontare la ferocia gentile di un’aristocrazia economica che non ha regole. Lo afferma proprio Miller-Gere nel dialogo cruciale con la figlia, sua dipendente (è il direttore finanziario della sua società). Lui è “il patriarca, è dio. E tu lavori per me, tutti lavorano per me”. Il denaro e il potere sono le colonne d’Ercole oltre cui il mondo non può andare, se non fa parte di un club esclusivo e plaudente che può considerare un assegno di due milioni di dollari come una manciata di spiccioli. Nulla conta più del cerchio magico di questa comunità di eletti: persino quando si fa largo la questione razziale, in verità, tutto si fonda solo su un rapporto di sudditanza che con il colore della pelle non c’entra nulla. E il taglio sulla scena finale, che arriva con qualche secondo di troppo, non lascia consolazioni ma solo riflessioni. 
Un buon film La frode, che, come da un po’ accade al cinema (questo nuovo trend, forse, è iniziato conMargin Call) svela le ombre del capitalismo e dei valori di questi anni: ottimo il cast, solida la sceneggiatura, intelligente e umile la regia. Non un capolavoro, ma un film di genere che si guarda con interesse. E di cui inevitabilmente si discute fuori dalla sala.
Di Boris Sollazzo, da mymovies.it

Quando si afferma che quello dell’attore sia il mestiere più bello del mondo non si va molto distanti dal vero, specialmente se ci si riferisce a Richard Gere, il quale, nonostante i 64 anni e i capelli grigi, mantiene intatto l’appeal dei suoi tempi migliori. Saranno l’alimentazione vegetariana, le filosofie orientali o la causa tibetana, fatto sta che il protagonista di Ufficiale e gentiluomo e Pretty Woman non pare proprio l’immagine dello stress. Eppure, la pressione incredibile cui è sottoposto il personaggio che interpreta in Arbitrage (La frode in italiano), potrebbe indurci a seri dubbi…
Difatti, Robert Miller (Gere) è un prestigioso magnate di New York costretto a dismettere il suo impero commerciale per sopperire alle frodi perpetrate per anni. La Old Hill, il settore critico della compagnia, accusa una falla di 400 milioni di dollari, ma lo spregiudicato affarista ha coperto il disavanzo attraverso una serie di operazioni ai limiti della legalità. Sua figlia Brooke (Brit Marling), direttore finanziario ed erede designata della società, sta per scoprire il modus operandi del padre, prima che questi riesca a fronteggiare il crack con la vendita a un’importante banca.
L’impeccabile finanziere ha compiuto i sessant’anni, e dopo la rituale riunione di famiglia, le solite scuse di prammatica sciorinate a Ellen (Susan Sarandon, nuovamente nei panni della sua consorte dopo Shall we dance?), fugge dall’incantevole Julie (Laetitia Casta), un’artista francese, lunatica e imprevedibile, che gli ha preparato per l’occasione un’altra dolce sorpresa. Il fascinoso Miller pare barcamenarsi piuttosto egregiamente nella concitazione di un’esistenza condotta all’insegna del potere, del sesso e del denaro, almeno fino a quando un colpo di sonno gli causerà l’incidente d’auto che provocherà la morte dell’amante.
Non ci voleva proprio. Soprattutto non adesso. Miller riporta alcuni danni fisici, seppur piuttosto limitati. Solo il giovane di colore, Jimmy Grant (Nate Parker), figlio del suo vecchio autista personale, può aiutarlo a risolvere quest’altro grosso guaio. Ma potrebbe non bastare, visto che un coriaceo ispettore di polizia, Michael Bryer (Tim Roth) è disposto a tutto, pur di incastrare il sempre meno disinvolto affarista. Come se non bastasse, la pressione degli investitori e quella dei familiari si sta facendo insostenibile. Ce la farà Robert Miller a uscirne fuori? È quanto scopriranno gli spettatori che a partire dal 14 marzo potranno ammirare al cinema questo serrato thriller finanziario che presenta una galleria di personaggi cinici e spietati, i quali hanno anteposto il culto del denaro a ogni sentimento e principio morale.
Regista e sceneggiatore de La frode, Nicholas Jarecki è assai abile nel mostrarci il ritratto della società alto borghese, opulenta e ipocrita, magari anche liberal, ma che continua a infischiarsene delle regole, a nutrirsi del falso in bilancio e della corruzione, della bolla speculativa e immobiliare, operando grandi spostamenti di capitali verso i paradisi fiscali e attraverso trame borsistiche spregiudicate, nonostante gli effetti nefasti della crisi mondiale. Molti potenti finanzieri sono finiti davanti ai riflettori, alcuni nelle prigioni federali; altri hanno però continuato a sbranarsi, come gli squali che attaccano i propri simili più deboli.
In questa dorata Babele del terzo millennio, in cui i cattivi appaiono belli e carismatici, raffinati ed eleganti, non ci si stupisce affatto di un sistema giudiziario troppo favorevole ai ricchi nel quale perfino la polizia fa il gioco sporco “taroccando” gli indizi. Neanche la famiglia, disegnata come un vuoto e inutile contenitore, potrà più fornire la tradizionale scialuppa di salvataggio. Il film, che ben si orienta nell’esplorazione del cancro del capitalismo, riesce tuttavia a raccontare efficacemente anche il dramma di un individuo, al quale la solitudine pare la sola via di fuga, l’unica vera alternativa all’ingannevolezza del successo. La frode si chiude, dunque, in maniera esemplare, con una sequenza di grande forza allegorica che risuona come una profezia: un applauso fragoroso seppellirà per sempre quest’ambigua, feroce e decadente aristocrazia del denaro.
Di Claudio Lugi , da assodigitale.it

La frode si addentra negli ambienti della finanza americana, un mondo in cui sesso, potere e denaro sono le nuove divinità a cui piegare il proprio destino, a cui tendere in maniera smodata, in virtù delle quali tutto è lecito e concesso. Così ha condotto la sua vita Robert Miller, il magnate protagonista, impersonato da un attempato ma comunque energico Richard Gere, il quale è riuscito a coniugare alla brillante carriera anche il successo familiare. La sua vita sembra perfetta, entusiasmante e appagante sotto ogni profilo, Robert Miller pare proprio uno di quegli uomini che ce l’ha fatta, ha realizzato tutte le sue ambizioni e raggiunto i suoi traguardi. Le crepe, però, emergono rapidamente nel corso della vicenda e ci si rende presto conto che tutto questo successo è merito di compromessi e decisioni in cui non c’è spazio per l’etica o la morale. E’ un animo corrotto quello di Miller, disposto davvero a tutto pur di proteggere ciò che si è guadagnato nel tempo, la sua società, i suoi soldi, la sua immagine di uomo vincente, il rispetto e la stima degli altri. Persino davanti alla morte riesce a mantenere un atteggiamento lucido, freddo, affetto da deliri di onnipotenza, E’ colmo di tracotanza, ritiene di essere intoccabile, di potersela cavare sempre con i mezzi a sua disposizione e compie ogni macchinazione da lui orchestrabile affinchè la sua vita e i suoi affetti siano al riparo da qualsiasi destabilizzazione. Ma Miller non è l’unico ad esserne colpito, anzi, il sistema ne pare totalmente contagiato, tanto che quando appare la Legge, incarnata dal detective Michael Bryer, anche qui ci troviamo di fronte a stratagemmi e falsità, messi in campo per ottenere sì giustizia, ma nel modo sbagliato. Ogni personaggio della pellicola agisce per ragioni giuste, ma compie azioni moralmente ed eticamente scorrette per arrivare al proprio scopo, diventa quindi impossibile, e probabilmente anche inutile, distinguere il buono e il cattivo; non esiste nel film una visione manichea del bene e del male, tutti coloro che prendono parte alla vicenda tendono a difendere se stessi, quindi agiscono nel loro più stretto interesse, cercando di mettere con le spalle al muro chi li ostacola. In questo scenario di corruzione e immoralità dilagante emerge un quadro cupo e degradante dell’essere umano, il compromesso si insinua in tutte le sfere della vita, da quella professionale a quella intima della famiglia e degli affetti, niente viene risparmiato, la sete di bramosia pare travolgere tutto, anche contro la volontà dei soggetti implicati, come se la degenerazione fosse inarrestabile. Coinvolgente e appassionante l’opera del regista e sceneggiatore Nicholas Jarecki, che si avvale per il suo debutto di un cast di alto livello: oltre al già citato Richard Gere(“Pretty Woman”, “Ufficiale e gentiluomo”, “American Gigolo”, “Affari sporchi”, “Se scappi ti sposo”) impeccabile negli abiti del businessman, troviamo Susan Sarandon (“Thelma & Louise”, “L’olio di Lorenzo”, “Il cliente”, “Dead Man Walking”) nei panni di Ellen, moglie affettuosa e forte, compagna fedele di Miller fino a quando non vedrà minacciata la stabilità e il benessere della sua famiglia, Tim Roth (“Le Iene”, “Pulp Fiction”, “L’incredibile Hulk”) interpreta in maniera esuberante e decisa l’ispettore Michael Bryer il quale tenterà in ogni modo di incastrare Robert Miller. Il film vede anche la partecipazione di Laetitia Casta (“Asterix & Obelix contro Cesare”) nel ruolo di Julie Cote, la bella amante di Miller. La storia mette in scena in maniera piuttosto realistica, viste le ultime vicende contemporanee, i giochi di potere e le trame che regnano nell’ambiente della finanza, un mondo in cui niente e nessuno risulta pulito, la corruzione è strisciante e i valori e i legami affettivi appaiono distorti, considerati come un’estensione del proprio potere, pronti ad essere sacrificati in favore del denaro.
Di Nicole Musto, da storiadeifilm.it

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