LA BICICLETTA VERDE



«Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba» dice un proverbio saudita. Il fatto, però, è che a Wadjda quel velo e quella tomba non bastano. Questa 12enne – figlia di una donna sola, abbandonata dal marito per una nuova, fertile moglie – vuole possedere (sì, possedere) qualcos’altro: la bicicletta verde del titolo italiano. Primo film girato integralmente in Arabia Saudita (con l’ausilio di capitali tedeschi) e, inoltre, primo a essere diretto da una donna (con walkie talkie dal retro di un camioncino, quando necessario per sfuggire alle denunce), La bicicletta verde è una piccola grande opera di dolce e penetrante realismo, ispirato dalle forme che da De Sica portano a Kiarostami, forme che qui, in questa terra dove i cinema non esistono, non divengono più aspre, ma sorprendentemente si ammorbidiscono.
Un film in cui la tesi non soverchia la narrazione, ma ne è diretta conseguenza: i dettami della dottrina wahabita, l’ottusità delle discriminazioni sessuali, i cul de sac logici e le ipocrisie del dogma fondamentalista si scontrano non tanto con una concezione idealistica del mondo, ma con i sogni e i bisogni pratici di un’adolescente spensierata ben prima che rivoltosa, razionale ben prima che scientemente eretica, un tenero soggetto teso tra una concezione del mondo capitalistica (il desiderio è in primis una variante economica), l’ammicco alla cultura Occidentale e il diktat musulmano radicale. Musica hard, Converse ai piedi, aria da maschiaccio, Wadjda pare rivendicare pragmaticamente il diritto di essere protagonista di un qualsiasi teen movie. Il resto viene da sé. E se l’oggetto del desiderio, il frutto assurdamente proibito, è semplicemente per giocare, per divertirsi prima che per opporsi, il modo con cui vuole conquistarlo, l’affronto, è la dedizione utilitaristica alla regola, lo studio competitivo del Corano a fini di lucro. Così, a scuola, Wadjda piega l’apparato ideologico di Stato al suo fine: vincere la gara di recitazione del testo sacro per soddisfare la propria volontà. Amen: la sua innocenza maliziosa denuda con noncurante leggiadria ogni Re di questo film fieramente al femminile, importante restituzione di un punto di vista negato.
Di Giulio Sangiorgio, da filmtv.it

LA BICICLETTA VERDE è il primo lungometraggio girato in Arabia Saudita, nella capitale Riyad, dalla prima regista saudita, Haifaa Al-Mansour, ed ha riscosso notevole successo all’ultimo Festival di Venezia. Gli interpreti sono più che altro donne e agli uomini sono riservati piccoli ruoli di sfondo. La protagonista Wadjda è interpretata da una dodicenne dai lunghi capelli corvini, con un piglio insolitamente deciso (Waad Mohammed) e un comportamento ostinato e ribelle rispetto a quello delle compagne di scuola, alle quali vende di nascosto braccialetti da lei confezionati con i colori nazionali e cassette di canzoni d’amore, per lo più estere. Wadjda ha un amichetto, Abdullah, che la vuole sposare da grande e intanto le fa alcuni dispetti, come strapparle il velo nero per poi fuggire via con la bicicletta. Un negozio di giocattoli e articoli di ogni genere tiene in esposizione una bicicletta verde, che diventa il sogno della fanciulla per battere in corsa l’amico e per ribellarsi alla regola islamica che ne proibisce l’uso, quale segno di immodestia, e col sellino istigatore all’autoerotismo e potenziale defloratore in caso di cadute. Il costo della bicicletta è alto e a nulla valgono i tentativi di farsi un gruzzolo con i suoi svariati piccoli guadagni: Wadjda decide, allora, di partecipare alla gara di canto dei versetti del Corano, indetta dalla direttrice della scuola che è attentissima al comportamento e alla morale delle ragazze. Wadjda con tenacia studia i versetti, la dizione e il canto e riesce a vincere, con meraviglia e momentanea soddisfazione dell’insegnante, che non la vede di buon occhio e le nega il premio in danaro quando, per l’entusiasmo innocente della fanciulla viene a sapere che il premio sarebbe servito ad acquistare una bicicletta. La madre, tipico esemplare di bella donna opulenta araba, sempre sui palpiti per paura che il marito la lasci e sposi un’altra donna in grado di dargli figli maschi ( lei non può più averne), è molto legata a questa figliola così intraprendente e diversa da lei che le fa trovare la famosa bicicletta verde, divenuta in tal caso un simbolo di tramandata ribellione e speranza di un futuro più libero che rispetti le singole personalità.L’attrice che interpreta la mamma è la più famosa dell’Arabia Saudita, finora solo diva televisiva e approdata al grande schermo con un’ottima interpretazione. Wadjda fa la sua gara con la bici, seminando l’amico e volgendo verso un litorale marino che simboleggia il suo futuro. La storia è semplice ma efficace nel farci entrare in questo mondo così rigido nelle regole di vita e religiose per le donne, senza alzare i toni o creare drammi clamorosi. Gli arredi degli interni e altri dettagli ambientali danno un’idea di buon tenore di vita. La regista mostra una certa destrezza in alcuni piani sequenza a lungo e medio campo e in alcuni primissimi piani e dettagli. Ottima la fotografia sia nel giorno abbagliante, che nelle scene notturne.
Da filmtv.it

Haifaa Al Mansour è la prima regista donna dell’Arabia Saudita, ritenuta una delle più significative figure cinematografiche del Regno. Grazie ai suoi film e ai lavori per la televisione, Al Mansour è famosa per la sua capacità di penetrare quel muro di silenzi che circonda le vite delle donne Saudite, e fornire un palco per le loro voci spesso inascoltate. Per il suo primo lungometraggio, realizzato solo dopo tre cortometraggi e un acclamato documentario dedicato anche esso al mondo femminile, la regista ha scelto una storia semplice e innocente come la protagonista di nome Wadjda.
Wadjda è una bambina piuttosto anticonformista rispetto ai coetanei: indossa contro voglia il velo, sfoggia le converse, gioca con i maschi, ascolta musica rock, recita male il Corano e vorrebbe essere inserita nell’albero genealogico della famiglia dove però sono inclusi solo i nomi degli esemplari maschi della sua stirpe. Un giorno di ritorno da scuola, Wadjda si innamora di una bella bicicletta di colore verde in vendita in un negozio vicino casa e, da quel momento, cercherà di far di tutto per ottenerla. Decisa e sempre più convinta di voler guidare e sfrecciare per il quartiere con la bicicletta, libera da qualsiasi restrizione mentale, lontana dal tradizionalismo ottuso del luogo in cui vive, si impegnerà in una competizione religiosa che offre al vincitore un premio in denaro, solo per realizzare il suo piccolo sogno.
Accanto al personaggio così puro e per certi versi trasgressivo rappresentato dalla bambina, si pone la figura della preside, donna tradizionalista, che rispetta le regole in pubblico per mantenere intatta la sua apparenza esteriore.
Il film manifesta toni caldi e accesi descrivendo i tragitti che la bambina effettua per andare a svolgere il suo “dovere”, percorsi che ne rappresentano anche i suoi momenti di evasione. La telecamera accompagna quasi sempre la ragazza lungo le sue passeggiate da casa a scuola, momenti in cui sogna il suo futuro, un futuro libero e svincolato da qualsiasi giudizio. Una libertà che per la sua età e la sua condizione si materializza in una bicicletta verde.
Al Mansour, ricorda per certi versi lo stile e l’intento dell’ illustratrice Marjane Satrapi, autrice del celebre “Persepolis”, come lei, sogna un cambiamento della condizione femminile nei paesi islamici. “La bicicletta verde” mette in luce in maniera vagamente ironica quella cultura ancora così conservatrice, non riuscendo però mai davvero ad appassionare e toccare intellettualmente. La regista avrebbe potuto calcare un po’ più la mano e, con il suo lavoro, contribuire a denunciare il comportamento di quella parte di mondo dove è di norma, ancor ai nostri tempi, calpestare e ignorare la libertà della donna.
Di Giulia Surace, da ecodelcinema.com

La bicicletta verde, il primo lungometraggio di fiction di Haifaa al Mansour, è stato un successo prima ancora di essere mostrato in anteprima all’ultima mostra del cinema di Venezia. Sì, perché si tratta del primo film realizzato interamente in Arabia Saudita, per di più girato da una donna. È una storia semplice di una bambina di dieci anni che decide di comprare una bicicletta per dare una lezione a un bambino invidioso del vicinato.
Ma in un paese in cui la bicicletta è considerata un attentato alla virtù delle donne, a un pubblico particolarmente conservatore questa trama potrebbe sembrare una provocazione. Le intenzioni di Haifaa al Mansour sono altre. Spera di contribuire ad alimentare un dibattito tra modernità e tradizioni che è molto ricco, ma difficilmente riesce a trovare sbocco. Anche fare cinema, in un paese dove non ci sono sale e dove (almeno in teoria) le donne non dovrebbero mai comparire davanti a una cinepresa, è una sfida che Haifaa al Mansour sta vincendo.
Di Kaleem Aftab, The National, da internazionale.it

Wadjda ha 10 anni, un carattere curioso e intraprendente, e molti sogni. Troppi, probabilmente, per una ragazzina nata e cresciuta in un sobborgo di Riyad, capitale dell’Arabia Saudita. Insofferente al velo e a tutte le limitazioni a cui le donne saudite sono costantemente sottoposte, Wadjda si mette spesso nei guai a scuola, è mal vista dalla sua insegnante, ed è fonte di costante preoccupazione per sua madre, già presa dal tentativo di dissuadere suo marito dall’intento di prendere una seconda moglie. Un giorno, una discussione con l’amico del cuore Abdullah provoca nella ragazzina un desiderio improvviso e impellente: Wadjda vuole procurarsi unabicicletta, per poter sfidare e battere l’amico, che ne possiede una. Ma il costo di una bici è assolutamente proibitivo per lei, e inoltre l’idea stessa di una ragazzina su un mezzo del genere rappresenta una sfida totale per le convenzioni. Ma non sono questi gli impedimenti che potranno bloccare l’intraprendenza e la tenacia di Wadjda, più che mai decisa a urlare il suo diritto a una vita piena e alla realizzazione dei suoi sogni.
Presentato nella sezione Orizzonti della 69esima edizione del Festival di Venezia, La bicicletta verderappresenta un’opera importante in molti sensi. Intanto, quella di Haifaa Al-Mansour è la prima pellicola girata interamente nel regno saudita, malgrado il film si avvalga anche dell’apporto di capitali e maestranze tedesche; inoltre, si tratta dell’esordio nel lungometraggio di fiction da parte della regista, già nota per alcuni corti e per un documentario discusso nel suo paese, ma apprezzatissimo a livello internazionale, come Women Without Shadows. Quello che salta subito all’occhio del film di Al Mansour, tuttavia, è il suo tono originale e abbastanza insolito per una produzione araba appartenente (genericamente) al filone ‘di denuncia’: la storia di Wadjda, infatti, pur nel suo realismo, resta il ritratto di una ragazzina che sogna e cerca, grazie a un’inesausta fiducia nei suoi mezzi, di trovare il suo posto in una società che le va stretta. La carta vincente del film è di fatto l’equilibrio tra una narrazione che non fa sconti a un sistema che resta profondamente misogino e patriarcale, e una leggerezza nel tono che riesce a cogliere nell’umanità dei personaggi una speranza di evoluzione e cambiamento.
La bellissima interpretazione dell’esordiente Waad Mohammed, sguardo vispo ed ironico, occhi aperti e sempre curiosi sul mondo, dona al film un importante valore aggiunto; la giovane protagonista incarna al meglio questo personaggio nei cui occhi, e nella cui testardaggine, la sceneggiatura sembra individuare una reale, e non utopica, speranza di cambiamento per un’intera società. Speranza che si scontra con una struttura sociale in bilico tra un’interpretazione formalmente ‘moderata’ dei precetti islamici e una sostanziale chiusura al cambiamento, risultato di secolari e stratificate usanze, che si sono radicate ben al di là degli insegnamenti di una religione. Una chiusura incarnata dal personaggio, duro e meschino, dell’insegnante, che esprime comunque un “non detto” di frustrazione e privazioni che non può non suscitare pena; e che fa sentire la sua influenza anche sulla madre di Wadjda, donna che comunque, nel corso del film, subirà un’evoluzione che la porterà a riacquistare una dignità e una capacità di autodeterminazione.
In tutto questo, l’oggetto bicicletta rappresenta un emblema, il doppio simbolo di un’infanzia che Wadjda è ben decisa a non farsi negare, e più in generale di una speranza di trasformazione, sfida scandalosa a una società che vuole negare alla donna persino il più basilare diritto alla visibilità. Un oggetto-simbolo che si contrappone a quello desiderato dalla madre, il vestito con la quale quest’ultima spera di riconquistare un uomo nei confronti del quale mantiene una subalternità, che il semplice possesso dell’oggetto non farebbe che ribadire. Attraverso la bici, inoltre, Wadjda punta a raggiungere quella “parità”, quella a cui lei realmente aspira, nei confronti del suo amico Abdullah; parità da quest’ultimo non certo avversata, ma al contrario incoraggiata e stimolata. Dal nucleo rappresentato dai due ragazzini, sembra dirci la regista, può passare l’inizio di un cambiamento: o forse, semplicemente, una semplice ma concreta speranza in questo senso. Senza illusioni o facili ottimismi, ma con la concreta consapevolezza di un percorso da fare, e della necessità di iniziarlo.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

La mia storia con “La bicicletta verde” (che ancora si chiamava semplicemente “Wadjda”), comincia lo scorso Festival di Venezia (era in concorso nella sezione Orizzonti), quando per poco ho mancato la proiezione. Treno, vaporetto, imprevisti e arriviamo in ritardo. Nessuna replica in programma per il giorno seguente.
Più di tre mesi dopo ci riprovo. Il film, molto applaudito a Venezia, esce in poche sale italiane e una sola toscana: il Portico, che è un vecchio cinema di Firenze. Treno, molti imprevisti, quindi autobus e infine taxi, ma stavolta ce la facciamo.
Non avevo alcuna aspettativa sul pubblico, ma ugualmente mi sorprende. La sala verde – in tono, bisogna dirlo – è gremita, come non mi capitava di vedere da tempo (venerdì sera per “Moonrise Kingdom” eravamo in otto), ma la media è abbondantemente oltre i sessant’anni. Un’anziana signora accanto a noi si rammarica di aver scordato il plaid, poi il film comincia e ogni volta che compaiono i sottotitoli li legge con amore al marito.
“Wadjda” è il primo lungometraggio di Haifaa Al Mansour, e il primo film in assoluto realizzato da una regista saudita. Che ha avuto il coraggio non solo di parlare dei quotidiani soprusi subiti dalle donne arabe, ma di girare il suo film proprio nella capitale Riyadh. Anche l’intero cast è saudita e le riprese del film sono il frutto di una collaborazione tra una troupe araba e una tedesca.
“Wadjda” (Waad Mohammed, al suo primo set) è una ragazzina di dodici anni, che sogna e non rinuncia a sognare, malgrado i limiti che le sono imposti dalla società. Gli uomini fin da bambini vestiti di bianco, le donne fin da bambine ricoperte di nero, coperte del tutto eccetto gli occhi, fin da quando diventano biologicamente donne. Durante il ciclo non possono toccare il Corano, se non con un fazzoletto, devono sempre tener la voce bassa, che non oltrepassi la porta, “possono” andare in spose anche a dodici anni, a un uomo che nemmeno conoscono.
Wadjda non ci sta. Indossa scarpe da ginnastica sotto il vestito, le tinge di nero quando la preside (Ahd Kame) le ordina di mettersi scarpe adeguate. Vuole comparire nell’albero genealogico della famiglia, riservato neanche a dirlo soltanto agli uomini. Mentre cammina continuamente si “sistema” il velo coprendosi e scoprendosi il capo, in un’insofferenza senza requie che la rende comica ma che al tempo stesso rende comico e assurdo quest’orpello con cui è costretta a convivere. Le sue non sono semplici provocazioni, Wadjda è centrata su se stessa e ha ben chiaro l’obiettivo da raggiungere: una bicicletta verde, nuova di zecca, per sfidare Abdullah e batterlo in velocità.
Nell’età in cui si comincia a perdere l’innocenza, Wadjda tira fuori il coraggio e non intende rinunciare, neppure quando è la madre a volerla dissuadere. Una ragazza che guida una bicicletta non può sposarsi, è una cosa che non ha senso, comunque la si voglia mettere. Semmai una bicicletta non può sposarsi.
L’unico problema per Wadjda restano i soldi e l’occasione di procurarseli è il premio messo in palio dalla scuola per la studentessa che meglio avrà imparato a recitare il Corano. Madjda si dispone a far ciò che non aveva mai fatto prima: studia con impegno e sfrutta tutte le sue capacità per prepararsi alla sfida, scende a compromessi con se stessa, ma non con il suo obiettivo.
Accanto alla figura centrale e positiva della protagonista, spiccano la figura della madre (Reem Abdullah), che alla fine decide di andare oltre i suoi retaggi e incoraggiare la figlia e quella del piccolo Abdullah (Abdullrahman Al Gohanim, primo set anche per lui) “innamorato” di Wadjda e della sua intraprendenza e sempre schierato dalla sua parte. Un ruolo secondario ma ugualmente importante – per il semplice fatto che si tratta di un uomo – nella realizzazione del sogno della piccola, è il negoziante che per tutto il tempo le tiene in serbo la bicicletta.
Il film di Haifaa Al Mansour non grida alla vergogna, o a qualche forma di vendetta. Né rivendica giustizia. Non è un film femminista, quanto piuttosto un film femminile, un atto d’amore verso il suo popolo. Sceglie l’ironia e la poesia per raccontare come possa essere difficile e umiliante la vita quotidiana di una donna o di una bambina in Arabia Saudita. Considera l’integralismo parte di un sistema che non è tutto da buttare, si fa portavoce della modalità più intelligente per realizzare i propri sogni, ovvero crederci e servirsi di ogni mezzo, compresi quelli che il tiranno mette a disposizione, senza mai cercare lo scontro.
La giovanissima Waad Mohammed interpreta il suo ruolo con spensieratezza, a tratti pienamente concentrata sulle battute, altre volte palesando l’agitazione del debutto. Ma questo anziché andare a discapito dell’efficacia scenica, si rivela un valore aggiunto, perché è come se mostrasse lo stato d’animo di ogni bambina, o donna, costantemente osservata e ripresa al primo passo falso.
L’Arabia Saudita è un mondo molto lontano dal nostro dove si ritrovano le stesse contraddizioni “globali” e consumistiche, ma a cui se ne aggiungono altre, antiche, avallate da un’interpretazione letterale o arbitraria dei testi sacri. La lettura e il canto dei versetti coranici intonato dalle ragazze della scuola risuona di una musicalità e di un’intima bellezza (per fortuna sono sottratti al tremendo doppiaggio italiano) che contrasta col monito di non lasciare il Corano aperto, che potrebbe sputarci il diavolo. Come a ribadire che non alla bellezza, o allo spirito si deve rinunciare, ma alla cieca stupidità umana.
Nella polverosa periferia di Ryad, fra edifici in rovina e in costruzione, il verde della bicicletta risalta come una possibilità di rinascita. Una speranza che Madjda, e Haifaa Al Mansour, e chissà quante altre portano dentro.
Mi chiedo perché non ci fossero adolescenti in sala, maschi o femmine, almeno un giovane. Io ormai non conto. Se prima mi ha sorpreso, poi mi ha fatto un certo dispiacere. Avrebbero potuto portarsi un nipote, queste signore e signori in sala, anche costringerlo poteva andar bene. Avrei potuto portarmi mia cugina.
Che invece va al cinema soltanto per la saga di Twilight e adesso che è finita chissà per cosa.
Senza nulla togliere ai vampiri o agli effetti speciali, credo che a volte siano le piccole cose, quelle semplici, sentite, ben fatte, a fare la differenza e contribuire al cambiamento.
Come ha detto appena uscita una che anche la voce poteva essere mia nonna: “Voleva solo una bicicletta in fondo, ma che male faceva?”
Di Lorenzo Taddei, da ondacinema.it

La parità sessuale, e più in generale i diritti di un intero popolo controllato da una “polizia religiosa”, sintetizzati nella conquista di un semplice, piccolo strumento di gioco. Alle spalle un master in regia e studi cinematografici all’Università di Sidney, tre cortometraggi e il documentario “Donne senz’ombra” (che ha suscitato un ampio dibattito pubblico ed è stato anche di stimolo per altri giovani aspiranti autori), Haifaa Al Mansour è la prima regista donna dell’Arabia Saudita, paese in cui la Settima Arte è vietata, e di conseguenza non esistono sale cinematografiche. Da lei sceneggiato con richiami autobiografici e diretto, girato in patria tra ben immaginabili difficoltà con troupe tecnica tedesca e cast artistico locale, “la Bicicletta verde” – in originale “Wadjda”, il nome della protagonista – rappresenta il suo debutto nel lungometraggio di finzione. Forte di grandi volontà e determinazione, il personaggio che anima la storia è un’amabile, ribelle ragazzina polemica, ironica, ingegnosa e scaltra, che calza scarpe da ginnastica, ascolta musica rock, a scuola si distrae durante i canti di gruppo dei versi sacri e fischia. Esattamente come un maschio, agli occhi del chiuso mondo – sebbene pieno di diversi riferimenti materiali all’occidente capitalista – che la circonda. E a parlare di molteplici divieti e obblighi per l’universo femminile è proprio questo contesto ristretto, all’interno del quale scoppiano continui scandali sui rapporti clandestini tra uomini e donne (i cui rispettivi ambiti sono tenuti rigorosamente separati) che coinvolgono anche le personalità più autorevoli, a dimostrare l’ipocrisia generale che mantiene in vigore lo stato delle cose e le relative scappatoie per i più furbi e potenti. L’abilità della regista sta nel non farne una questione di genere in quanto – pur centrando il film su tre figure femminili – mostra quanto una cultura, e la paura e la rassegnazione che la alimentano, siano introiettate da tutto il corpo sociale, ed esempi virtuosi o negativi si trovino in entrambi i campi.
La frase:
“quando avrò la bicicletta e ti batterò, allora saremo pari”.
Di Federico Raponi, da filmup.leonardo.it

Gli orizzonti poco esplorati del territorio dell’Arabia Saudita. O meglio, poco toccati con occhio cinematografico, e al femminile. Classe 1974, Haifaa Al Mansour è infatti la prima regista saudita nella storia del suo paese, che compie anche un’altra impresa: girare interamente un lungometraggio nel proprio territorio, e addirittura nella capitale, Riyad.
E lo fa con La bicicletta verde, in orignale Wadjda, dal nome della giovane protagonista del film. Dodici anni, lunghi capelli corvini sull’abito nero, cammina lungo le polverose strade della città zaino in spalla, dentro e fuori casa e scuola, dove dominano, con atteggiamenti molto diversi, due donne: la madre, dolce e premurosa, che la vuole futura donna consapevole, ma che deve tenersi anche stretto, lontano da secondi matrimoni nell’aria, il marito, nell’interpretazione piena della bella Reem Abdullah, l’attrice più famosa in patria, finora solo per la televisione, qui al primo lungometraggio; la direttrice, corvo nero che vigila sull’educazione, soprattutto religiosa, e da qui anche sentimentale e dell’essere persona, delle sue giovani allieve. Wadjda ha le sue All Star ai piedi (le stesse che Waad Mohammed, che la interpreta, aveva nel giorno del provino che l’ha proiettata per la prima volta sul set), sempre: addirittura quando le impongono di indossare scarpe più “consone”, decide di colorare le parti bianche di nero per renderle “giuste”. Ascolta musica “estera” a casa, e fa cassette con canzoni d’amore, e braccialetti con i colori nazionali, che vende di nascosto a scuola.
Non vuole stare alle regole. E anche per questo, dopo un piccolo sgarro – l’amico Abdullah le sottrae il velo, fuggendo via velocemente inforcata la bici -, lo vuole battere in una corsa su due ruote. Anche se le donne in Arabia Saudita non possono andarci, e neppure guidare: è sconveniente. Decide, per avere i soldi e comprarsene una, di fare una gara indetta dalla direttrice: di Corano, imparandone i versetti, e sapendoli dire e cantare… Non ci sono sale da cinema in territorio saudita, sono vietate, e non si sa se passerà mai in televisione Wadjda, ma ne avrebbe molti diritti, mostrando una cultura senza macchiare, se non lasciando che il nero si spanda naturalmente dove il colore è già offuscato, in un paese dove si può entrare solo se musulmani, per motivi religiosi – la Mecca – e di lavoro. Girato con un’apparente semplicità, molto attenta, è un film inevitabilmente tutto al femminile, dove piccole parti sono dedicate all’uomo, che non ne esce né bene né male, ma solo come parte di un sistema di regole.
Come quello che porta una bambina della scuola, a dodici anni, a sposare un ragazzo di venti…e una donna a non cantare il proprio canto troppo forte, perché dall’altra parte del muro potrebbe esserci qualcuno, non il marito, ad ascoltare, e desiderare… Wadjda imparerà a dare voce al suo canto, quello che non era stata capace di fare in precedenza, mettendo altri passi in più, All Star ai piedi e ai pedali, sulla strada della dignità della persona, nella speranza, che dovrebbe appartenere a tutti, di far convivere il più possibile individuo e propria cultura.
Di Giacomo d’Alelio, da cinematografo.it

“Wadjda”, intitolato in italiano “La bicicletta verde”, esordio alla regia in un lungometraggio di Haifaa Al Mansour (regista di vari cortometraggi e documentari di successo), è stato presentato nella sezione Orizzonti della 69° edizione del Festival di Venezia, ed è la prima pellicola interamente girata in Arabia Saudita da una regista donna. Il film tratta essenzialmente dell’emancipazione della figura femminile in una società estremamente misogina e patriarcale. Lo si può inserire nel filone dei film di denuncia in cui la figura della donna ci viene mostrata come un oggetto, carne viva utilizzata per procreare ed estendere il ramo familiare del sesso maschile. Estremamente d’impatto è la scena in cui Wadjda vede l’albero genealogico della famiglia del padre, con accanto la madre che gli rivela che le donne non possono far parte di un albero genealogico; la piccola Wadjda, abbastanza contrariata da quanto appreso, scriverà su un pezzo di carta il proprio nome e lo inserirà accanto a quello del padre, che lo strapperà con un atteggiamento stizzito e contrariato.
Il motore portante del film è il desiderio di Wadjda di acquistare una bicicletta, la quale rappresenta il simbolo di un’infanzia che la nostra piccola protagonista è decisa a far sua e che non vuole vedersi negare da una società che gli impone usi e costumi assolutamente contrari alla propria visione della vita. Il simbolo della bicicletta lo si può accostare al vestito rosso che la madre desidera invece acquistare per riuscire a riconquistare le attenzioni del marito, ormai in dirittura di arrivo a nuove nozze al fine di allargare la propria geneaologia. Bicicletta verde e vestito rosso sono quindi entrambi simboli della trasformazione, della visione che la donna ha di se stessa e del mondo di cui fa parte; simboli di una sfida che le donne vogliono affrontare nei confronti di una società che nega loro il diritto alla visibilità, il diritto d’appartenere con eguali diritti ed eguali doveri alla vita di tutti i giorni, non rimanendo più recluse tra le mura domestiche.
Da questo punto di vista la pellicola non ha assolutamente niente di nuovo, anzi ripropone ancora una volta i classici stilemi dei film di denuncia sulla condizione della donna nei paesi arabi; ma, è qui l’eccezione, ci mostra anche la figura di una piccola eroina che sin da subito è cosciente della propria condizione, una bambina che ragiona come una donna fatta e formata, una piccola Giovanna d’Arco del XXI secolo. La forza di Wadjda è il saper affrontare la società attraverso le regole che quest’ultima gli impone: ella infatti dapprima tenterà inutilmente, attraverso piccole forme di ribellione, di ottenere ciò che desidera, ma vedendo i propri insuccessi deciderà di adattarsi alle regole sociali. Il film inoltre ci mostra un universo femminile fatto di donne che cercano di emanciparsi ognuna in un modo diverso: la madre di Wadjda tenta di trasformare la propria figura attraverso la bellezza del vestito; la preside della scuola durante il giorno è il massimo esempio di conservatorismo culturale ma di notte intrattiene una relazione extra-coniugale; alcune compagne di classe di Wadjda decidono di colorarsi dei piccoli tatuaggi con dei pennarelli.
A fronte di ciò la figura maschile non è vista dalla regista come la figura di un despota familiare: l’uomo è rappresentato invece come un individuo obbligato a comportarsi in tale maniera a causa della società. Il padre di Wadjda è costretto a risposarsi perché deve assolutamente avere figli maschi (la moglie non riesce a darglieli), anche se ama effettivamente la sua prima moglie (come vedremo in una delle sequenze finali). “La bicicletta verde” è un film dal taglio classico girato in maniera impeccabile (sin dall’inizio percepiamo la delicatezza delle inquadrature e della sceneggiatura); un film al femminile fatto da donne e rivolto principalmente alle donne, assolutamente da vedere per cogliere uno spaccato di vita che in genere arriva al pubblico occidentale in maniera molto dispersiva attraverso le brevi notizie nei telegiornali.
Di Daniele Tullio, da filmedvd.dvd.it

Il primo film ad essere realizzato in Arabia Saudita con la regia di una donna racconta inevitabilmente di come il genere femminile (si tratti di una bambina, un’adolescente, un’insegnante o una madre) debba faticare per poter emergere e affermare la propria individualità in quella società. Per muovere queste donne Haifaa Al-Mansour sceglie di utilizzare una bicicletta come macguffin, strumento che in Arabia Saudita è bene non sia usato dalle donne (sebbene la cosa non sia formalmente vietata).
La lotta di Wadjda per ottenere la bicicletta che desidera è una lotta per l’emancipazione personale e umana il cui esito è molto meno importante del fatto di averla compiuta. L’idea di Haifaa Al-Mansour è che il processo di trovare il denaro da sola e affrancarsi dal giudizio altrui, pesi molto di più dell’effettiva conquista e soprattutto sia in grado di cambiare qualcosa.
La bicicletta verde però non sempre sa essere all’altezza dei suoi propositi (portare avanti la bandiera di un cinema diverso, internazionale e personale, indipendente ma dai temi interessanti per tutti), spesso si arena in grumi di sceneggiatura non ben sciolti nel flusso del racconto generale, nè è capace davvero di mettere a frutto ogni spunto (il rapporto di Wadjda con l’altro bambino, il ruolo ambiguo della maestra). I piccoli soprusi quotidiani non diventano mai insostenibile tarpatura, nè la lotta titanica e inconsapevole di Wadjda ha il sapore della fatica. Affannato tra diverse istanze non cura tutte come dovrebbe.
Tuttavia è anche indiscutibile che la posizione di una bambina contro l’opinione comune e il modo in cui questa si rispecchi in tante altre piccole lotte che Wadjda vede intorno a sè (le compagne più grandi, la madre) disegnino un mondo dalla complessità non frequente. Se andare appresso ad una bicicletta è un escamotage con cui il cinema è abituato a parlare di uno scenario piuttosto che di personaggi, Haifaa Al-Mansour dimostra di averne compreso l’essenza. Gli insulti dei passanti, nessuno che aiuti, l’uomo contro uomo, donna contro donna e la stessa protagonista che fa la delatrice sono i momenti migliori del film, quelli in cui l’idea di “lotta” emerge con tutto i suoi contrasti interni.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

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