IL SOSPETTO



Lucas ha un divorzio alle spalle e una nuova vita davanti che vorrebbe condividere con il figlio Marcus, il cane Funny e una nuova compagna. Mite e riservato, Lucas lavora in un asilo, dove è stimato dai colleghi e adorato dai bambini, soprattutto da Klara, figlia del suo migliore amico. Klara, bimba dalla fervida immaginazione, è affascinata da Lucas a cui regala un bacio e un cuore di chiodini. Rifiutato con dolcezza e determinazione, Lucas invita la bambina a farne dono a un compagno. Klara non gradisce e racconta alla preside di aver subito le attenzioni sessuali dell’insegnante. La bugia di Klara scatenerà la ‘caccia’ al mostro, investendo rovinosamente la vita e gli affetti di Lucas. Disperato ma deciso a reagire, Lucas affronterà a testa alta la comunità nell’attesa di provare la sua innocenza.
La legge è chiara, un uomo non può essere considerato colpevole fino a quando sussiste solo l’ipotesi di reato. Diversamente, ai tribunali del popolo piace condannare, processare e cuocere sulla griglia mediatica il presunto colpevole. È quello che accade a Lucas, padre e insegnante, accusato da un’intera comunità di aver abusato dei propri bambini. Tema chiave della filmografia hitchcockiana, l’innocenza è al centro dell’ultimo film di Thomas Vinterberg, attore, regista e autore del primo film dogmatico. E proprio a Festen, Il sospetto sembra guardare, procedendo in direzione ostinata ma contraria. L’ostinazione è la riunione di famiglia, se pure allargata alla comunità, un padre screditato, la critica antiborghese, lo sgretolarsi delle loro certezze e della propria credibilità; lo scarto è il punto di vista che si sposta dalle vittime incriminanti ai colpevoli incriminati. Partendo dal presupposto che i bambini dicano sempre la verità e che gli adulti gli credano sempre, Lucas diventa il capro espiatorio, il cervo sacrificabile in una battuta di caccia tante volte condivisa con gli amici, quelli che adesso lo prendono a pugni e a male parole, quelli che lo vogliono fuori dal supermercato e gli ammazzano il cane, quelli che tirano pietre e parole pesanti come macigni. 
Il Lucas ponderato e provato di Mads Mikkelsen è il ‘capro’ ideale delle cerimonie ebraiche, allontanato nel bosco e obbligato a portare su di sé i peccati del mondo, le ombre di una comunità, i comportamenti che i suoi componenti non accettano di sé e da cui si sentono minacciati. Con camera, mano e sguardo più fermi, il regista danese produce un transfert collettivo e irrazionale che procede verso l’eliminazione affettiva e minaccia quella effettiva con un colpo messo a segno mancando il segno. Per avvertire, per ridurre il senso di ansia causato dal perseguimento della sopravvivenza di un’umanità carnale, aggressiva e precipitata nel panico. 
Ma c’è di più. Vinterberg, in una sequenza ‘corale’ sorprendente, contempla dopo l’accanimento il senso di colpa che colpisce chi ha ‘divorato’ Lucas e adesso lo ristora dentro una notte di Natale. Mikkelsen, il villain che lacrimava sangue al tavolo da gioco di Casino Royale, investe magnificamente la carica espiatoria, spostando con il suo autore il cinema un po’ più in là.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies.it

“La gente parte dal presupposto che i bambini abbiano sempre ragione…cosa che d’altronde molto spesso è vera…”, dice un personaggio del film; partendo da questo stesso principio, mettendolo però in discussione, Lillian Hellman negli anni Trenta scrisse un testo celeberrimo, “La calunnia”, che il grande William Wyler portò sugli schermi ben due volte. A uno spunto simile si rifà Thomas Vinterberg, ex-enfant prodige del cinema danese, con “Il sospetto”, forte dramma civile presentato con successo all’ultimo festival di Cannes che, insieme al contendente agli Oscar “A Royal Affair” di Nikolaj Arcel (film col quale peraltro ha in comune il bravissimo protagonista, Mads Mikkelsen), si segnala come uno dei titoli più significativi “made in Denmark”.
Sicuramente una bella soddisfazione per Vinterberg che sempre a Cannes, nel 1998, grazie a “Festen”, si mise in mostra come uno degli esponenti più interessanti del Dogma ’95, la corrente di autori nata intorno a Lars Von Trier(la sua Zentropa figura anche qui come produttrice).
Dopo quel film, premiato sulla Croisette e vincitore in seguito di un Golden Globe (ma non considerato dall’Academy, in una di quelle esclusioni a sorpresa che sono fra i loro pezzi forti!), Vinterberg aveva visto scemare a poco a poco il suo credito con le opere successive. Quest’ultimo lavoro, insieme al precedente “Submarino”, forse contribuirà a rilanciarlo.
Come “Festen”, anche “Il sospetto” ha a che fare con gli abusi sui minori, solo che in questo caso il regista (che firma anche la sceneggiatura, insieme a Tobias Lindholm) rovescia la situazione: nel primo un uomo denuncia le violenze subite da bambino senza essere creduto dai propri familiari, nel secondo invece il protagonista dichiara la propria innocenza di fronte all’accusa di avere compiuto molestie sessuali su minori ma tutta la comunità (salvo poche eccezioni) lo crede colpevole.
Infatti, a differenza di quanto accade nel libro di Antonio Scutari “Il bambino che sognava la fine del mondo”, dove l’opinione pubblica si divide fra innocentisti e colpevolisti (in fondo come succede di fronte a quei tanti fatti di cronaca che diventano l’ovvia fonte di ispirazione per opere come queste), stavolta nessuno sembra avere dubbi sulla colpevolezza di Lucas, un maestro di asilo divorziato, accusato di avere abusato di una bambina sul luogo di lavoro. Mikkelsen lo interpreta con sobrietà e intensità, facendo ben sentire la tragedia di quest’uomo toccato dal più infamante dei sospetti, in maniera talmente efficace da essersi meritato il premio di migliore attore a Cannes, battendo una schiera di avversari davvero temibili.
In verità Lucas è una persona tranquilla e gentile, perfettamente inserita nella sua comunità; ha amici con cui bisboccia e va a caccia (non a caso il più interessante titolo originale, “Jagten”, si può tradurre come “cacciato”), ha una storia con la collaboratrice straniera dell’asilo (interpretata da Alexandra Rapaport) e un figlio adolescente, Marcus (Lasse Fogelstrom), che fa di tutto per andare a stare da lui invece di vivere con la madre (della quale ascoltiamo solo la voce, spesso ostile, al telefono). Questo idilliaco (ma neanche troppo…) quadretto di vita provinciale viene spazzato via quando la piccola Klara, figlia di un amico fraterno di Lucas, confida alla direttrice della scuola materna, Grethe (Susse Wold), che il maestro si è preso con lei delle libertà. 
Lo spettatore conosce da subito come stanno le cose, perché Vinterberg sfrutta sapientemente il meccanismo del “sappiamo qualcosa in più dei personaggi”, rendendo così lo svolgimento della vicenda ancora più angosciante. Soprattutto sconcerta la rapidità con cui la versione della bambina viene presa per buona, al punto da innescare una vera e propria paranoia collettiva nei genitori di altri bambini della scuola, che denunciano improvvisamente nuovi maltrattamenti; il protagonista resta incredulo di fronte al terribile mobbing di cui diventa vittima, che dall’iniziale (e prevedibile) allontanamento dal lavoro sfocia ben presto in minacce e violenze, senza risparmiare né il giovane Marcus né la povera cagnoletta Fanny. 
Nonostante non sia difficile scagionare Lucas dalle accuse (le versioni offerte dai piccoli non quadrano più di tanto…), sono davvero pochi a restare dalla sua parte (uno di questi è il padrino del figlio, che ha il volto di Lars Ranth). I comportamenti dei membri della comunità, pur apparendo spesso paradossali, contribuiscono a rendere la vicenda ancora più agghiacciante, quasi un incubo kafkiano. Essendo il film ambientato fra novembre e dicembre, una scena madre coi fiocchi si consuma durante la messa di Natale, dove rancori e rivendicazioni esplodono nel tipico stile scandinavo. In questi frangenti, Vinterberg si affida molto alla resa degli interpreti (non si può dimenticare Thomas Bo Larsen che interpreta il padre della bambina) il risultato è considerevole, anche se probabilmente il film è più interessante nei passaggi in cui è meno esplicito (come quando suggerisce il vuoto affettivo della piccola Klara o i sensi di colpa dei suoi familiari). Vinterberg dà una conclusione alla storia, ma ci fa anche capire che certi dubbi, certi sospetti, certe onte non si cancellano mai del tutto.
Film amaro, non originalissimo nell’assunto ma decisamente coinvolgente, “Il sospetto” si avvale anche della efficace fotografia di Charlotte Bruus Christensen (premiata anche lei sulla Croisette) e c’è da credere che nei mesi a venire il suo successo continuerà.
Di Mirko Salvini, da ondacinema.it

La pellicola è stata presentata durante lo scorso Festival del cinema di Cannes, dove è stata premiata con la Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile, assegnata al colossale Mads Mikkelsen (già visto in Valhalla Rising, Pusher I e II, Quantum of Solace e prossimamente nuovo Hannibal Lecter nel serial tv dedicato alle gesta del serial killer cannibale).
Il film, ambientato in un piccolo paesino danese, racconta di come Lucas, integerrimo cittadino, membro rispettato della comunità, un divorzio difficile alle spalle, venga accusato diabusi sessuali all’interno dell’asilo in cui lavora.
Fin dall’inizio il regista si premura di sviare qualunque dubbio riguardo all’innocenza dell’uomo e questo la dice lunga su quanto siano preganti i titoli attribuiti dalla distribuzione italiana (non parliamo poi dell’opportunità di riprendere un titolo già dato a molte altre opere, incrementando la confusione a riguardo).
È invece molto più efficace l’originale The Hunt – la caccia – poiché descrive bene quello che è il nucleo tematico del film, ovvero il processo di graduale isolamento, prima, e di progressiva intimidazione, psicologica e fisica, nei confronti di qualcuno la cui colpevolezza non è mai stata provata.
Ancora una volta Vinterberg, che in questo film non sbrodola registicamente ma si mantiene molto puntuale e classicamente preciso, ha deciso parlare della comunità e del modo in cui, velatamente, la violenza strisciante regoli i rapporti interpersonali.
Basta la piccola bugia innocente di una bambina con troppa immaginazione per scatenare una vera e propria caccia all’uomo, tratteggiata in maniera efficacia dalla grande interpretazione di Mikkelsen, vulnerabile, disperato, ma fermo, e ritmata efficacemente da un montaggio che sa quando alimentare la tensione e quando invece concedersi alle pause di narrazione,
Poco rassicurante e per nulla accomodante, Il sospetto suggerisce neanche troppo velatamente che non solo i bambini a volte mentono (dietro le affermazioni della piccola accusatrice c’è un’infantile ripicca di cui si pente immediatamente), ma che le energie liberate dalle varie campagne contro il “mostro”, e addirittura la difesa a prescindere degli innocenti, non sono altro che il risultato delle ferree regole non scritte della vita all’interno di una piccola comunità, in cui per assicurare la sussistenza del gruppo è necessario eliminare o scacciare eventuali elementi di disturbo, anche se questi sono gli amici più amati o i colleghi più stimati.
Il finale del film, illusoriamente calmo e pacifico, mostra che per i boschi incantati e incontaminati della Danimarca, splendidamente catturati dalla brillante fotografia, e tra i falsi sorrisi e i segni di affetto di chi ci sta attorno, si annida davvero qualcosa di marcio: è il cuore dell’uomo.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

Pochi autori resistono ai propri movimenti. Cioè, pochi autori riescono a restare entro i parametri fissi dei movimenti da loro stessi fondati. Non fa eccezione Thomas Vinterberg, cantore del probabilmente sopravvalutato Dogma 95 (le cui basi non stiamo ora a ricordare, si pensi ai film di Lars von Trier della fine degli anni novanta e amen), che si era un po’ perso per strada dopo l’affermazione di Festen. ll suo ultimo film, Il sospetto (in originale La caccia: dopotutto di sospettine avevamo pochissimi, da Hitchcock a Maselli), è infatti abbastanza classico, lontano dal mitologico voto di castità del Dogma, quasi convenzionale pur nella sua mirabile efficacia. È la storia di ordinaria tristezza di un maestro d’asilo, Lucas, accusato di pedofilia ingiustamente dalla figlia del migliore amico, presumibilmente suggestionata dalla visione di un porno che il fratello aveva visionato sull’iPad, dalla necessità di attenzioni da parte dei litigiosi genitori e dalla sbagliata percezione del ruolo del maestro. Il piccolo paese della tranquilla Danimarca si schiera unanime e spietata contro il mostro nonostante manchino prove quantomeno inconfutabili. Lieto fine di inquietante e sinistra ambiguità. Vinterberg lavora bene su tutti i fronti: da una parte sa dove mettere la macchina da presa sia quando deve scavare nei volti dei protagonisti (il protagonista passa da un irrefrenabile malinconia derivata dalla solitudine all’angosciante smarrimento di chi non riesce a comprendere l’assurdità di una colpa mai commessa) sia quando vuole rappresentare una tipica e placida comunità locale toccata nel profondo delle sue vulnerabilità (le sequenze al supermercato o quelle in chiesa); dall’altra rapisce lo spettatore mettendolo a contatto col turbamento di un uomo rimasto solo contro le vessazioni del gruppo. Impossibile non irritarsi lungo il corso della vicenda, non indignarsi di fronte alla violenza fisica che subisce Lucas (con uno sconfortante ed ottusamente vendicativo apice che coinvolge l’adorata cagna Fanny), così come non si resta indifferenti riguardo tutto ciò che gira attorno al controverso problema che sta alla base del film, perché è vero (ma molto impopolare) che i bambini non sempre dicono la verità, ma è vero pure che il germe del dubbio viene seminato dagli autori con particolare effetto anche nello spettatore più garantista (raffigurato dall’innamorata ma perplessa compagna di Lucas). Più che una caccia, il film è un drammatico gioco al massacro ad alta tensione, intrigante perché ambientato in una terra (la Danimarca, un Nord Europa civile e solidale) che immaginiamo lontana dal giustizialismo spiccio ed assolutamente umana. Non è tanto una questione di funzionamento della giustizia (che qui, anzi, se la sbriga in due mesi), quanto di scarsa intelligenza di uomini segnati e feriti. La riabilitazione, infatti, arriva quando il babbo della bambina si rende conto della fragilità dell’accusa, non quando la giustizia afferma l’innocenza dell’accusato. Film come minimo interessante, pieno di sfumature cupe e di sensibilità manifeste, doloroso più che tormentato, non di rado emozionante, dominato da un dolentissimo Mads Mikkelsen premiato a Cannes come miglior attore.
Da cinerepublic.filmtv.it

Lavorare con i bambini oggigiorno è un problema. I tanti casi di pedofilia di cui finalmente si viene a sapere grazie ad una sensibilità generale più attenta ai rischi derivanti da alcune perversioni dell’uomo ha creato come controindicazione una fobia generale che spesso fa passare per inappropriati atteggiamenti assolutamente normali. Basta che si tenga una mano o si dia un abbraccio ad un bambino ed ecco che l’idea che qualcuno possa equivocare il tutto come un qualcosa che nasconde dell’altro è dietro l’angolo. Il caso di Rignano Flaminio, a cui “Il sospetto” non è ufficialmente ispirato, ma che sembra la fonte principale questo film, ne è un caso più che mai emblematico.
“Il sospetto” del resto è un film costruito proprio su questo tipo di equivoci. Un maestro d’asilo si trova accusato di pedofilia per errore. La cittadina è piccola e la comunità reagisce al presunto “cattivo” come peggio può, rovinandogli la vita in ogni maniera possibile, lasciando che il semplice sospetto del titolo basti ed avanzi per condannare definitivamente e senza appello l‘imputato.
Il regista danese Thomas Vinterberg, uno dei fondatori del Dogma 95, realizza un film a prima vista ricattatorio verso lo spettatore, ma allo stesso tempo quasi perfetto nel riuscire a trasmettere il senso generale di isteria sui rapporti tra adulti e bambini che permea la nostra epoca. E’ facile immedesimarsi subito con il protagonista, persona esemplare che ne subisce di tutti i colori. Dopo pochi minuti di pellicola inizia idealmente il conto alla rovescia: quando verrà ristabilita la verità? Il tipo di costruzione narrativa scelto è piuttosto convenzionale, così facendo ci si mette poco a conquistare il pubblico, eppure Vinterberg riesce a nobilitare il tutto riuscendo a creare quel pizzico di ambiguità (è davvero innocente?) che solo un grande regista riuscirebbe a trasmettere senza falsificare scene o dialoghi. Sappiamo che il protagonista non ha commesso nulla, eppure il sospetto degli altri è così insistito che viene il dubbio anche a noi che qualcosa sia successo davvero. La vera ciliegina sulla torta però è la scena finale, quella battuta di caccia che dà un senso ancora più ampio e profondo al significato del film. Per questa pellicola Mads Mikkelsen ha vinto il premio per la migliore interpretazione a Cannes 2012. Un riconoscimento meritatissimo.
La frase:
“Qui sta succedendo qualcosa di strano”.
Di Andrea D’Addio, da filmup.leonardo.it

Quattordici anni dopo Festen, ecco il capolavoro di Thomas Vinterberg. Il suo Jagten (The Hunt, da noi Il sospetto, non ci aveva già pensato Hitchcock?…) indaga gli spaventosi territori nei quali può ritrovarsi un uomo, prima stimato e benvoluto, poi osteggiato e trattato alla stregua di un perfido criminale.
Divorziato, 40 anni, Lucas (Mikkelsen, premiato come miglior attore a Cannes) ha da poco un nuovo lavoro nell’asilo nido locale. Inizia anche a frequentare una collega e sta ricostruendo il rapporto con il figlio adolescente. Si avvicina il Natale, e con le prime nevi anche una piccola bugia può diffondersi come un virus. La piccola Klara, figlia dei suoi più cari amici, accenna alla maestra di qualcosa che la vedrebbe coinvolta con Lucas. Qualcosa di osceno, irrimediabile. Basta il sospetto, l’uomo è tagliato fuori da tutto: l’intera comunità si ritrova unita, tutti (o quasi) sono contro di lui. Lacaccia ha inizio.
Scritto e diretto con precisione chirurgica, il film è astuto, ma non furbo: l’assunto è quello che da sempre accompagna le convinzioni degli adulti (“i bambini non mentono mai”), lo sviluppo quello di un racconto d’assedio. La grandezza è proprio quella di non ricorrere al trucco, al colpo basso di far credere qualcosa che non è: Lucas è innocente, lo sa lui, lo capiamo noi. E l’empatia nei confronti del personaggio è totale: in questo, Vinterberg compie un miracolo cinematografico, invocando aiuto per il suo protagonista, ingiustamente accusato e fatto fuori da qualsiasi attività sociale, sempre più solo con il suo dolore. Lucas perde il lavoro, la sua situazione si aggrava dopo che altri bambini, gli stessi che prima del racconto di Klara lo adoravano aspettandolo nel cortile del kindergarten, iniziano a convergere verso la stessa versione dei fatti, al supermercato viene malmenato e buttato fuori: la calunnia si è fatta cancro, Lucas è un mostro. Un pedofilo.
Anche qui, il regista danese è bravo a far emergere gli aspetti contraddittori di una situazione inaspettata, impensabile e dalla gestione difficilissima: nei fatti è un tutti contro uno, ma c’è ancora qualcuno disposto a non trasformare l’uomo in una facile preda, in primis il figlio Marcus. E non sbaglia a condurre il racconto verso un finale (magnifico) che solamente in apparenza sembra riportare le convinzioni della comunità sui binari del vero. Il senso profondo del film è tutto lì: confermato colpevole o rilasciato dalle autorità competenti, “perdonato” o meno dal padre di Klara, tenuto ai margini o reintegrato nel gruppo, Lucas sarà considerato – per sempre – un mostro.
Qualcuno che, in un momento o nell’altro, proprio come i cervi che ama cacciare con gli amici, potrebbe fare la fine che “si merita”. Strepitoso.
Di Valerio Sammarco,da cinematografo.it

Lucas è un maestro d’asilo quarantenne, sguardo limpido, profondo con la sofferenza di chi ha appena divorziato e deve ricominciare. Fa il suo lavoro con passione, è simpatico a tutti i suoi piccoli alunni, agli amici e alle donne. Un giorno Klara, sua allieva e figlia del suo migliore amico, delusa da alcuni  corretti rimproveri fatti a lei da Lucas decide di vendicarsi di lui inventandosi una pericolosissima bugia che gli rovinerà la sua vita sincera.
Thomas Vinterberg racconta che ha deciso di girare Il sospetto quando gli sono ritornate in mente le parole di un noto psicologo infantile: «il pensiero è un virus» disse il dottore a Vinterberg.  Dunque, Il sospetto, passato all’ultimo festival di Cannes, è il racconto di un virus che si diffonde in una comunità: non è un’epidemia di febbre o zombie come in un classico di fantascienza, ma è la storia di come una bugia può scatenare un’ infondata psicosi collettiva, una febbre del pensiero, un black out della ragione che infiamma le persone.
Il creatore del magnifico Festen, parla ancora di una volta di un evento che sconvolge una comunità e ora mette sotto il microscopio del cinema una verità accettata e precostituita  con una macchina da presa che filma con grandissima solidità. Nell’indagine di Vinterberg, viene scardinata la verità assoluta che i bambini dicano sempre la verità e quindi è d’obbligo crederli, e pure se la legge ancora non ha deciso la gente già l’ha fatto. In questo racconto tra i cieli e boschi scandinavi, basta invece la bugia di una bimba per rovinare un uomo e Mads Mikkelsen, migliore attore a Cannes per questa pellicola, riesce a dipingere la disperazione con una bravura titanica, coadiuvato da un cast di ottimo livello. Nessuno escluso. 
Nel cammino cinematografico attraverso la disperazione di un uomo, il film cresce con tensione spaventosa, lambisce l’horror e non fa complimenti a nessuno, disarmante nel costruire sequenze da brivido psicologico. Nei 115 minuti de Il sospetto  si arriva a un climax di brillante fattura: nella chiesa durante la notte di Natale con tutti i personaggi coinvolti, un momento di cinema simile a un’onda d’urto alle sensazioni e poi c’è la caccia conclusiva, rito simbolico per la comunità e metafora del film insieme al fucile, un’arma che può uccidere sia che usi le pallottole o che sia sublimato da bocche che calunniano e giudicano. Un fucile, anche se manca il bersaglio, ha comunque “sputato” paura e distruzione. Il sospetto: lezioni di cinema europeo.
Di Luca Marra, da it.ibtimes.com

Lucas (Mads Mikkelsen), un uomo di quarant’anni, ex insegnante che ha trovato un nuovo lavoro come maestro d’asilo, conduce una vita tranquilla in un piccolo paesino della Danimarca. Con un brutto divorzio alle spalle, e un difficile rapporto col figlio adolescente che è lontano, Lucas trova conforto e la forza di andare avanti grazie all’aiuto e al sostegno degli amici con cui è cresciuto, e grazie soprattutto al rapporto col suo più caro amico Theo (Thomas Bo Larsen).
Lucas è rispettato dai suoi compaesani, è stimato dai colleghi e i bambini dell’asilo non vedono l’ora ogni giorno di giocare con lui.
Riesce a ottenere finalmente che il figlio si trasferisca a casa sua, e si apre la possibilità di costruire un nuovo rapporto con Nadia, una sua collega che si innamora di lui.
La vita sembra prendere una piega inaspettatamente piacevole, ma un ingranaggio si inceppa, quando una bambina, Klara (Annika Wedderkopp), racconta alla direttrice della scuola che Lucas l’ha molestata.
“I bambini non dicono mai bugie”, è quello che continua a ripetere e a ripetersi la donna, che licenzia Lucas senza nemmeno ascoltarlo e poi convoca una riunione con tutti i genitori per informarli, provocando un panico dilagante.
La menzogna si propaga velocemente, e l’uomo si ritrova nell’occhio di un ciclone, senza avere la possibilità di difendersi, al centro di minacce, persino da parte dei suoi amici, e di pesanti violenze fisiche.
Il dubbio, la menzogna si insinuano nella mente delle persone e cambiano totalmente il modo di essere e di agire, fino a trasformare quelle stesse persone in esseri spietati, che pur di non avere un reale confronto, decidono di credere al peggio e di erigersi a maestri della moralità con la sola lezione degli insulti e delle mani.
La confessione di una bambina, un sospetto che diventa subito prova certa e macchia indelebile, è questo il nodo cruciale dell’ultimo lavoro del regista, co-fondatore del movimento Dogma, Thomas Vinterberg.
Nel film è tutto davanti agli occhi dello spettatore: ogni dettaglio è crudo e pungente, come appunto la chiusura delle persone intorno a Lucas, o la completa inettitudine del suo migliore amico, o l’ingenuità di Klara, che s’intuisce nell’evidente incomprensione di quello che ha scatenato.
Come anche i sentimenti di Lucas, che montano durante tutto il film, dall’incredulità dell’inizio, alla perdita della speranza, e alla completa solitudine poi.
Questa chiarezza è data anche dalla recitazione, che è asciutta, precisa, necessaria, come lo sono i dialoghi, in cui è pesata ogni parola.
Persino la luce di quel bosco che circonda il paese, così limpida e fredda, restituisce grande verità.
Un film che arriva senza complimenti e che resta dentro; Vinterberg riesce a parlare di come la vita un uomo possa venir distrutta da poche, semplici, parole non cadendo mai in nessun patetismo. Tocca tutte le corde senza mai spezzarle, e mostra quanto sia facile, a volte, restare sulla superfice, perchè quello che c’è in fondo richiederebbe uno sforzo troppo grande.
Di Paola Rulli, da ecodelcinema.com

Un titolo hitchockiano per una pellicola di rara potenza: probabilmente è dai tempi di “Festen” (1998) che Thomas Vinterberg non dirigeva un film così bello e importante, una moderna caccia alle streghe immersa in un’idilliaca vita di paese (almeno all’apparenza). Non è mai facile tenere a bada una comunità in rivolta, a meno di non trovarsi in un film di Peckinpah: qui, nella tranquilla campagna danese, il pettegolezzo e le maldicenze si insinuano tra gli abitanti come un virus, fino a degenerare. Un meraviglioso e mai domo protagonista (Mads Mikkelsen, miglior attore a Cannes 2012), la sensazione kafkiana di un’accusa assurda piombata a ciel sereno, una sceneggiatura perfetta in ogni dettaglio: “Il sospetto” va inserito immediatamente tra i film migliori dell’anno.
Lucas è da poco uscito da un divorzio difficile, ha perso il lavoro e per il momento deve accontentarsi di un impiego come assistente in un asilo. Le cose si mettono meglio quando incontra una nuova compagna e ricuce il rapporto con il figlio adolescente. Improvvisamente però una delle bambine dell’asilo inventa una storia qualsiasi per vendicarsi di un piccolo rimprovero subìto da parte del suo maestro: il sussurro diventa voce, la voce diventa storia, la storia si trasforma in un virus che divampa da un orecchio all’altro, fino a creare un’ondata di isteria collettiva che prende possesso della comunità campagnola dove vive Lucas. Il protagonista viene così licenziato, etichettato come perverso, pedofilo, psicopatico. Lucas sarà costretto a cominciare una battaglia personale per difendere il suo nome, la sua dignità, la sua vita.
Un film che fa male, come l’ingiustizia che ci coglie all’improvviso, e ci fa sentire vittime. Il tema del “pensiero come virus” è affascinante e spaventoso al tempo stesso: una voce, se prende corpo, può diventare incontrollabile, fino a trasformare l’identità di una persona in quella stessa storia. Come in Pirandello, basta un’idea per trasformare il giudizio a proposito di qualcuno, e qui Lucas perde i suoi uno e centomila fino ad essere trasformato in un signor nessuno odiato dalla comunità, oltre che aggredito, minacciato ed umiliato. Un odio che lascia segni, sul protagonista come sullo spettatore. Meraviglioso.
Da unavitadacinefilo.wordpress.com

Thomas Vinterberg torna in concorso a Cannes a quattordici anni dal bellissimo e sconvolgente Festen – festa in famiglia, e lo fa curiosamente con un titolo che ne rappresenta l’esatto opposto: laddove il primo film del movimento Dogma 95 raccontava dell’accusa da parte di un figlio al padre sessantenne di molestie sessuali verso lui e la sorella gemella e dell’incapacità e del rifiuto della famiglia nel credere a queste gravissime accuse, con Il sospetto rovescia la prospettiva e ci racconta di Lucas, un insegnante di un asilo che viene ingiustamente accusato di aver molestato una bambina e si ritrova così in un brevissimo tempo l’intera comunità contro.
Come racconta lo stesso regista, l’idea di questo rovesciamento di prospettiva gli fu suggerita subito dopo il successo di Festen da uno piscologo infantile, ma la proposta non fu mai presa sul serio da Vinterberg e il suo co-sceneggiatore Tobias Lindhom se non molti anni dopo. Si tratta probabilmente di un bene, perché allontanatosi dalle regole autoinflitte del movimento Dogma 95 (di cui Vinterberg stesso fu insieme a Lars Von Trier ideatore e fondatore) il regista ha la possibilità di raccontare questa storia nel migliore dei modi: non più legato ai movimenti nervosi della camera a mano e alle luci naturali che avevano caratterizzato il suo film più famoso, Vinterberg può raccontarci al meglio, grazie alla calda fotografia di Charlotte Bruus Christensen, la vita di un tranquillo villaggio in cui tutti sono amici da sempre, in cui persino i bambini possono camminare tranquillamente anche da soli.
Questa fiducia reciproca crolla istantaneamente nel primo momento in cui la bambina, un po’ per gioco e un po’ per un infantile dispetto, pronuncia una frase di troppo, per lei apparentemente innocua, ma di inimmaginabile gravità. Perché una bambina che ha sempre detto la verità avrebbe dovuto mentire proprio questa volta? E’ una domanda che si fanno in tanti, ma a cui nessuno sa rispondere ed è così che il tarlo del sospetto parte dalla dirigente dell’asilo e in breve tempo si diffonde in tutta la comunità con una velocità tale da non non lasciare adito a nessun dubbio.
Il film di Vinterberg è un profondo e tesissimo dramma, ma in più occasioni potrebbe quasi sfociare nell’horror tale è la violenza con cui quest’idea, e la conseguente crudeltà che ne scaturisce, avvolge e soffoca il protagonista (un bravissimo Mads Mikkelsen) come una nuvola tossica che lo lascia senza respiro, senza speranza, senza alcuna possibilità di guardare oltre l’odio. Quello che gli rimane è solo la sua dignità, la consapevolezza di essere innocente a dispetto di tutto e tutti.
Vinterberg non vuole un thriller, ma vuole che così come in quello del protagonista anche nell’animo spettatore non vi sia mai nemmeno dubbio sulla sua innocenza e sulla realtà dei fatti; è proprio per questo che la vicenda non può che gelare il sangue, non può che coinvolgere in maniera profonda perché ci spinge a soffire insieme a Lucas, ci costringe a giudicare persone che in fondo, per paura, non fanno altro che cercare di difendere i propri figli e la propria comunità; fanno quello che in fondo cercheremmo di fare tutti noi, abituati a vivere in una società che è pronta a giudicare in troppa fretta e che dà più peso al sentito dire piuttosto che a valori quali l’amicizia.
Di Luca Liguori, da movieplayer.it

Thomas Vinterberg è un regista che farà sempre fatica a scrollarsi di dosso i confronti con Festen, sua folgorante incursione nelle regole del Dogma 95. Con questo suo ultimo film, Il Sospetto, il regista fa però ben poco per ritrovare quella spinta che anni fa lo ha reso uno dei registi europei considerati più promettenti. Premiato per l’interpretazione maschile al Festival di Cannes, l’ultimo lavoro di Vinterberg da una parte ha il pregio di affrontare un tema delicato come quello della pedofilia, sebbene da un punto di vista insolito e perfino “collaterale” rispetto al disturbo in sé. Dall’altra, si tratta palesemente di un film a tesi, che mira a conquistare l’indignazione del pubblico sposando da subito il punto di vista del personaggio principale, maltrattato e quasi martirizzato dalla sua piccola comunità, caduta preda di un delirio di pettegolezzi e maldicenze.
Protagonista del film è il povero Lucas, insegnante della scuola materna che si trova a dover affrontare delle gravi accuse di molestie sessuali, che non hanno nessun fondamento ma si gonfiano sempre più in fretta, convincendo pian piano tutto il Paese a biasimarlo e ad allontanarlo. In un certo senso, si tratta di un’opera speculare a Festen, dove a diffondersi non è il contagio della verità ma quello della menzogna, e dove alla rimozione mentale dell’elemento disintegrante della comunità, si sostituisce la sua eliminazione fisica e materiale, con l’allontanamento forzato da ogni espressione di esistenza civile. Lucas, da parte sua, non si oppone al processo perché ricorda quei soggetti vocati al martirio e all’autodistruzione come tanti se ne sono già visti e apprezzati nel cinema danese e nordeuropeo. Ma a differenza di altri film, in questo il regista sceglie di non soffermarsi in maniera troppo approfondita sui temi implicati dalla storia: mette in bella mostra l’ottusità e la ferocia dei concittadini del protagonista, ma senza aggiungerci uno sguardo che sappia andare oltre una scontatissima condanna morale.
L’accanimento dei personaggi collaterali rappresenta palesemente una denuncia della forma brutale in cui si possono manifestare le norme sociali di piccole realtà chiuse, peccato che l’accusa si esplichi in una maniera molto didascalica, in cui non sembra trovare spazio una vera rielaborazione dello spunto iniziale nemmeno dal punto di vista estetico. Può sembrare interessante ad esempio il paragone suggerito dal film tra la situazione di Lucas e quella dei cervi uccisi nelle battute di caccia, quasi come se il protagonista fosse la preda di un pericoloso gioco rituale, ma anche questa metafora viene usata in modo tristemente “didattico”, senza nemmeno trasferire sul piano stilistico questa idea dell’essere braccato. Come molte opere nordeuropee, Il Sospetto vanta perciò una certa essenzialità ed eleganza di base, che gli permettono di affrontare temi forti evitando toni troppo patetici. Ma a parte questo rimane un film che paradossalmente non dà la caccia alla sua realtà, preferendo invece servirla ben adagiata su di un inappropriato piatto d’argento.
Da blog.screenweek.it

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