I FIGLI DELLA MEZZANOTTE



Bombay, 1947. Allo scoccare della mezzanotte, nell’anno in cui veniva dichiarata l’indipendenza dell’India dall’Inghilterra, nasce Shiva, figlio di una coppia benestante. Ma in ospedale un’infermiera decide di scambiare il bambino con un altro neonato, Saleem, anch’egli nato esattamente a mezzanotte, ma figlio di un mendicante della casta più umile. L’infermiera è convinta di compiere così un atto di giustizia sociale, in realtà darà solo luogo ad una catena infinita di equivoci e tragedie. E il destino dei “figli della mezzanotte” si dipanerà attraverso i decenni in parallelo con quello dell’India, diventandone metafora.
Il figli della mezzanotte è tratto dall’omonimo best seller di Salman Rushdie e l’immagine simbolo del film, più volte reiterata, è quella del fuoco d’artificio, poiché storia e Storia prendono la forma di una continua esplosione, a volte gioiosa, più spesso drammatica. Deepa Mehta, che aveva piacevolmente sorpreso pubblico e critica con la trilogia Fire, Earth e Water, si conferma impavida nel portare sul grande schermo le problematiche legate alla sua terra d’origine, da lei lasciata per trasferirsi in Canada, ma mai del tutto abbandonata. 
La potenza e la sensualità di certe immagini – un seno nudo visto attraverso l’oblò ritagliato in un lenzuolo, un neonato intoccabile abbandonato su un telo sporco, un primo piano mefistofelico di Indira Ghandi – confermano il talento registico di un’autrice che non ha paura di piazzare la cinepresa in medias res, privando se stessa, e gli spettatori, di filtri emotivi di fronte alla vitalità di un paese fatto di contrasti e contraddizioni, oltre che di grande bellezza. I frequenti excursus nel realismo magico, legati alle apparizioni dei figli della mezzanotte che turbano i sogni ad occhi aperti di Saleem, spingono la narrazione ancora più sopra le righe, restituendo un quadro di forte impatto.
C’è molto amore e molta rabbia da parte della regista verso la propria terra, cui risparmia (cinematograficamente parlando) gli eccessi di folklore e di retorica di altre conterranee espatriate in Occidente. La sensazione per lo spettatore è quella di trovarsi in mezzo ad un fiume in piena al quale è più facile abbandonarsi che opporre resistenza. Un maggiore lavoro di selezione però avrebbe dovuto essere operato sulla sceneggiatura, che tenta di far coesistere tutte le suggestioni e le svolte del romanzo di Rushdie in un film di quasi due ore e mezza. Il risultato è talvolta schiacciante e di difficile decodificazione, soprattutto per chi non ha familiarità con la storia originale.
Di Paola Casella, da mymovies.it

Bombay, 1947. Mentre scocca la mezzanotte del 15 agosto, il sogno di più di una generazione di indiani si avvera: l’indipendenza dalla Gran Bretagna è divenuta infine realtà, e per le strade invase dai festeggiamenti si respira un inebriante profumo di libertà. Proprio in quella data, e in quell’ora, due bambini vengono dati alla luce: si tratta di Saleem e Shiva, rispettivamente figlio di un cantastorie di strada e di una donna povera, che muore durante il parto, e rampollo di una famiglia dell’alta borghesia indiana. Ma l’infermiera che si occupa dei due bambini, e degli altri “figli della mezzanotte” venuti alla luce in quella clinica di Bombay, decide proprio in quell’occasione di fare un gesto rivoluzionario: imbevuta degli ideali egualitari predicati dal suo amante, che vive in clandestinità, la donna scambia i due bambini nelle rispettive culle, decretando che l’uno vivrà la vita dell’altro. Saleem crescerà così nella famiglia benestante dei Sinai, e dovrà confrontarsi con le grandi aspettative del suo presunto padre, mentre Shiva vivrà di stenti, partecipando alle performance dell’artista di strada Wee Willie e sviluppando in cuor suo un odio per i ricchi. Ma le complesse vicende della nazione indiana (e del vicino Pakistan) all’indomani dell’indipendenza, finiranno presto per mescolare le carte in tavola e modificare il destino dei due ragazzi. L’incontro di un autore come Salman Rushdie, forse il più importante scrittore indiano contemporaneo (di certo il più noto), con una cineasta già da tempo sotto gli occhi di critica e pubblico come Deepa Mehta, non poteva che destare un certo grado di aspettative. Si aggiunga il fatto che un romanzo come I figli della mezzanotte, lungi dall’aver suscitato le stesse discussioni e divisioni del più noto I versetti satanici, resta comunque un caposaldo della carriera del suo autore e della letteratura indiana: opera iconica e complessa, che attraversa un sessantennio di storia dell’India (e non solo) intrecciandola con le vicende di un gran numero di personaggi, la cui vita si lega a doppio filo ad alcuni degli eventi storici più importanti dell’ultimo secolo. Romanzo storico, quindi, ma anche opera legata a quel realismo magico di cui Gabriel Garcia Marquez, col suo Cent’anni di solitudine, fu il più importante rappresentante. In effetti, è facile ritrovare, nell’opera di Rushdie, più di un punto in comune con quella di Marquez: nell’ampio respiro temporale, nel clima epico della narrazione, nella grande quantità di personaggi e di eventi, che richiedono al lettore un certo grado di impegno e dedizione per essere districati e assimilati. Soprattutto, i due romanzi (come i due autori) sono accomunati dalla perfetta integrazione di quell’elemento fantastico, qui rappresentato dai poteri telepatici con cui Saleem chiama a sé le presenze incorporee degli altri “figli della mezzanotte”, con un tessuto narrativo altamente realistico, spesso spietatamente crudo nella descrizione degli eventi storici attraverso i quali si snoda. Posto che la trasposizione cinematografica di un’opera del genere era tutt’altro che compito semplice, e premessa l’indiscutibile abilità della regista nella messa in scena (nonché il suo notevole gusto figurativo) va detto che I figli della mezzanotte resta in gran parte vittima delle sue stesse ambizioni. Non è un caso, probabilmente, che lo stesso Rushdie fosse inizialmente contrario ad occuparsi personalmente della sceneggiatura, e abbia ceduto solo dopo le insistenze della regista e del produttore David Hamilton: è vero, con ogni probabilità, ciò che è stato affermato dalla stessa Deepa Mehta in conferenza stampa, ovvero che l’autore anglo-indiano è ormai persona molto diversa da quella che un trentennio fa concepì questa storia; ma non è detto che questa “distanza” (temporale e personale) dell’autore dal narrato, abbia necessariamente ricadute positive sul risultato. Ciò che emerge dalla visione del film, dalla durata comunque ragguardevole (quasi due ore e mezza) è una struttura evidentemente disunita, sfilacciata, incapace di fondere armoniosamente le tante sottotrame che la storia offre. Si resta a tratti affascinati dalle alterne vicende di Saleem, della sua nemesi Shiva, della strega Parvati, nonché dal complesso contesto sociale in cui questi si muovono: gioie e miserie, separazioni e riconciliazioni, disillusione e slanci ideali. Il tutto, però, procede a singhiozzi, così come a singhiozzi (o a intermittenza) finiscono per far capolino le emozioni nella mente dello spettatore; incapace di empatizzare davvero con personaggi le cui vicende risultano a tratti confuse, poco leggibili e quindi più difficili da far proprie a livello emotivo.
Il quadro d’insieme, pur sfilacciato, poco coerente, sofferente di lungaggini e di altrettanti passaggi oscuri, resta comunque non privo di fascino: si coglie lo stesso, da quelle immagini potenti, che restituiscono le storie personali dei membri di una nazione in mutamento, quell’afflato epico e intimo insieme, caratterizzato dall’ottimismo della ragione, che aveva informato di sé le pagine di Rushdie. Questi, così abile nel fondere suggestioni, eventi ed emozioni in una prosa letteraria altamente ammaliante, si rivela in difficoltà con un mezzo (a volte è bene ribadirlo) radicalmente diverso dalla scrittura. L’importanza dell’opera originale, e l’ambizione stessa del progetto, fanno comunque de I figli della mezzanotte una pellicola da vedere e ragionare, anche nella semplice ottica di avvicinarsi al suo prototipo letterario.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Quando diventa impossibile riassumere la sinossi di un film in poche righe significa che la pellicola in questione poggia su basi ambiziose che difficilmente riuscirà a sviluppare in modo esaustivo.
È questo il caso di I figli della mezzanotte, adattamento del celebre romanzo di Salman Rushdie (vincitore del Booker Prize) ad opera dello stesso scrittore – che ne ha curato la sceneggiatura e in originale presta la voce al narratore della vicenda – e della regista indo-canadese Deepa Mehta, nota al pubblico per la trilogia elementale Fire, Earth, Water (quest’ultimo è stato candidato all’Oscar come Miglior film straniero nel 2007).
La storia segue da vicino la vita di due bambini – nati entrambi la mezzanotte del 15 agosto 1947, mentre l’India proclamava la sua indipendenza dalla Gran Bretagna –, la cui esistenza viene segnata da un’infermiera che, inseguendo il mito dell’uguaglianza e convinta di compiere un atto di giustizia sociale, decide di scambiarli nella culla. Destinando Saleem, figlio illegittimo di una donna povera, a una vita agiata e Shiva, erede di una coppia benestante, alla ricerca costante del riscatto sociale. I loro destini, che continuamente si intrecciano, ribaltando ruoli e prospettive, diventano metafora di quello della loro Terra d’origine.
La vicenda dei figli della mezzanotte è, infatti, solo il pretesto narrativo per raccontare 50 anni di storia e l’avvicendarsi di almeno quattro generazioni, testimoni dell’evoluzione di una terra soggiogata dalla dominazione straniera, finalmente libera, poi nuovamente in guerra con il Pakistan, lacerata dal conflitto civile e costretta a riconoscere l’autonomia del Bangladesh, e infine “tradita” dal Primo Ministro Indira Gandhi che tra il 1975 e il 1977 dichiara lo Stato di emergenza, sospendendo le libertà civili e autorizzando arresti di massa.
Piccolo excursus storico necessario a contestualizzare un film che richiede una conoscenza pregressa dell’India e della sua storia, perché il rischio è quello di venire travolti da una serie di eventi che proiettano protagonisti e spettatori in molte epoche e situazioni diverse, correlate esclusivamente dalla voce narrante (quella di Saleem) e da brevi didascalie che chiariscono luogo e tempo. Dopo un incipit che si prende il tempo di definire personaggi e mettere a fuoco le cultura indiana, tutto assume un ritmo troppo accelerato che non lascia il tempo di capire e assimilare, che mescola realtà e magia, che affascina per la bellezza dei colori e della fotografia ma mai riesce ad appassionare veramente, che restituisce la vitalità di una Terra unica ma ha comunque il sapore di un’occasione mancata.
Mi piace
La fotografia e la regia a servizio di un Paese di cui riescono a esaltare bellezza e contraddizioni.
Non mi piace
La pretesa di riuscire a trasferire tutte le suggestioni del romanzo: si accenna ad eventi e situazioni senza mai darsi il tempo di approfondirli, impedendo allo spettatore di assimilarli.
Consigliato a chi
A chi è affascinato dalla cultura indiana e già conosce la storia di questo Paese.
Di Silvia Urban , da bestmovie.it

Tratto dall’omonimo romanzo  bestseller di  Salman Rushdie,  il film della regista indo-canadese  Deepa Mehta uscirà nelle sale italiane domani 28 marzo, distribuito da Videa.  E’ il 15 agosto del 1947 quando l’India dichiara indipendenza dall’Inghilterra, in questa notte così importante nascono due bimbi uno Saleem povero e l’altro Shiva ricco, le loro vite verranno scambiate, dando vita ad un percorso ricco di colpi di scena. 
Nel cast Satya Bhabha, Shahana Goswami , Shriya Saran e Siddhart. 
Tra magia e storia, sogno e realtà, il protagonista Saleem Sinai, interpretato da Satya Bhabha ci racconta la sua bizzarra storia legata a quella dell’India. La notte della sua nascita e del suo gemello cattivo Shiva, interpretato da Siddhart, coincide con la nascita di altri figli della mezzanotte, che come loro sono dotati di poteri straordinari. La regista mostra il cambiamento dell’India e del contesto sociale attraverso le vite e le personalità dei due fratelli.  Lo spettatore è proiettato nell’universo affascinante di Saleem tra le sue visioni, il rapporto con la strega Parvati e l’India in  tutto il suo splendore, le sue tradizioni, ma anche i suoi lati più oscuri e crudeli. Un film da vedere, che emoziona, ma che tende ad essere un po’ confusionario nella narrazione,
Di Elisa Solofrano, da film.35mm.it

Allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947, mentre l’India dichiara l’indipendenza dal Regno Unito, due neonati vengono scambiati in una clinica di Bombay: Saleem Sinai, figlio illegittimo di una donna povera, e Shiva, erede di una coppia benestante, vivranno l’uno il destino dell’altro, intrecciando inesorabilmente le proprie vicende a quelle turbolente del Paese asiatico. 
Sono I figli della mezzanotte di Deepa Mehta, dal bestseller di Salman Rushdie, qui co-sceneggiatore. Dal 1917 al ’77, una lunga, variopinta carrellata di volti, emozioni, aneliti e dolori privati e pubblici insieme: off Bollywood, ma le spezie effetto madeleine sono le stesse (il chutney verde), l’esotismo per noi occidentali pressoché analogo, sebbene magia ed epos non conoscano frontiere. 
Meno radicale e antagonista di Water, a tratti farraginoso e incerto su modi e tempi del realismo magico (lo stile è uniforme), un affresco storico-sociale multiprospettico e plurifamiliare, cui manca nella piacevole colonna sonora il nuovo pezzo degli Strokes: Call It Karma Call It Fate. Titolo buono per la sinossi, soprattutto, titolo rivelatore per Deepa Mehta, indiana trapiantata in Canada, qui alle prese con l’affabulazione occidentale e la storia patria: un pareggio senza infamia, anzi, e con qualche sassolino coraggiosamente levato dalla scarpa (la repressiva Indira Gandhi non fa una bella figura). Stappiamo? 
Di Federico Pontiggia, da cinema.libero.it

I figli della mezzanotte
“Gran parte di ciò che conta nelle nostre vite avviene in nostra assenza”. Queste sono le prime parole dei Figli della mezzanotte, tratto dall’omonimo romanzo di Salman Rushdie. Ci troviamo in India, durante la dominazione dell’impero britannico. Il protagonista, Saleem, racconta di come i suoi nonni si sono conosciuti e innamorati, una storia essenziale a dare il tono a tutto quello che avviene di seguito e che ha come protagonista l’India stessa.
I figli della mezzanotte, in effetti, è un grande affresco che descrive, a metà tra fatti e allegoria, la storia dell’India del XX secolo, passando attraverso un punto cardine: la dichiarazione dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. Secondo la fantasia di Rushdie, i bambini nati entro la prima ora dallo scoccare della mezzanotte di quel giorno (15 agosto 1947), avrebbero acquisito poteri speciali, delle facoltà inconsuete che li rendono molto simili a maghi. Il più potente di tutti si rivela proprio Saleem, l’unico in grado di riunire nella propria mente tutti i “figli della mezzanotte” consentendo loro di parlarsi come se fossero fisicamente presenti.
Le vicende storiche di India, Pakistan e Bangladesh, anche se non sono molto chiare in occidente, qui sono rese in maniera molto vivida e ancorate a personaggi precisi, portatori di sogni, rabbie ancestrali e un desiderio spesso inconfessato di amare e di essere amati. Il punto di forza della storia di Salman Rushdie è proprio questa universalità alla base del modo di sentire di ognuno dei personaggi. Allo stesso tempo però è anche un grande atto d’amore nei confronti dell’India, che qui viene restituita sullo schermo con tutti i suoi colori, il suo splendore e la sua povertà, con un simbolismo costante e tutto sommato di facile lettura: alla fine la speranza prevale, se il cuore è puro e pronto ad abbracciare il cambiamento.
La frase:
“wuf wuf!”.
Di Mauro Corso, da filmup.leonardo.it

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