GLI AMANTI PASSEGGERI



Tra rullaggio e decollo, si rimane un po’ sgomenti.
Gli amanti passeggeri sembra una (brutta) versione spagnola della sit-com aeronautica Piloti, quella fatta di episodi brevissimi, di soli 5 minuti, con Max Tortora ed Enrico Bertolino che fanno (appunto) i piloti e Gisella Burinato e Jessica Polsky che fanno le hostess.
Certo è tutto molto più queer, molto più irriverente, molto più curato. Molto più divertente. Ma l’impressione rimane, persiste.
I tanti singoli sketch che compongono il nuovo film di Almodovar sono in generale divertenti, spesso molto divertenti. E più si tratta di cose frocie, più lo sono.
Però colpisce come sembri mancare l’amalgama, un quadro generale forte, una qualche struttura verticale che, oltre alla questione di un atterraggio di emergenza a lungo negato, tenga insieme e giustifichi, orienti la struttura frammentaria del film.
Poi, tra tequila e cocktail alla mescalina, e questioni di cazzi e pompini, amori persi ed altri nascenti, il fantasma della morte e la ultrasessuata esorcizzazione, ti metti a unire i puntini. E capisci dove Almodovarvoglia atterrare.
Capisci perché il volo che è teatro delle vicende de Gli amanti passeggeri abbia come unica possibilità di salvezza la pista di un aeroporto fantasma, (in)utile cattedrale nel deserto nata dalla speculazione opportunista proprio di uno dei passeggeri.
Certo, c’entra la crisi, è ovvio. Una crisi che travalica il dato economico, che ha frantumato la realtà e le nostre certezze e non le ha ancora dato modo di costruirne di nuove.
Gli amanti passeggeri quindi, frantumato come il mondo in cui viviamo, racconta l’impasse, la difficoltà di trovare una direzione, indica ovviamente, e invita a una sacrosanta reazione dionisiaca ed edonica; ma, in secondo piano, indica anche un’altra strada.  Un’altra pista d’atterraggio che rappresenti la salvezza dall’emergenza, che ci riporti a terra per cominciare un nuovo volo, più stabile e sicuro.
E si tratta della pista nata dall’errore, di cui ci si deve riappropriare, assieme alla forza e alla voglia d’amare.
Con Gli amanti passeggeri, Almodovar ci richiama ad una leggerezza che non è noncuranza o egoismo, ma voglia e capacità di riappropriarsi, amorevolmente, di ciò che è nostro e ci è stato sottratto, di trasformare la minaccia di morte in possibilità di rinascita amorosa (e non), il torto in un vantaggio, di condividere con serenità ciò che di bello abbiamo.
Non è tanto, forse. Ma, guardando fuori dalla finestra, al panorama che ci circonda oggi, non appare nemmeno poco. E se lo si fa con il sorriso e regalando sorrisi, e con tanta irregolare sfrontatezza, il tutto è ancora più apprezzabile.
Perché se la commedia almodovariana degli anni Ottanta sentiva ancora alle spalle il fiato rancido del franchismo, oggi tutto quel che si può fare è sorridere, ignorare la paura e atterrare con gaia incoscienza verso il futuro. 
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Il volo 2549 della compagnia Península, diretto a Città del Messico, registra un danno tecnico al carrello. Azzoppato come il suo bizzarro equipaggio, l’aereo gira in tondo sul cielo di Toledo in attesa che un aeroporto venga attrezzato per gestire atterraggio e emergenza. ‘Narcotizzati’ i passeggeri e le hostess della classe turistica, a vegliare i pochi clienti della business ci sono due assistenti di volo e il responsabile di cabina, col vizio della tequila e del sesso ad alta quota. Invaghito del capitano, bisessuale, non disdegna una fellatio al co-pilota, ancora indeciso sulla sua natura e in attesa di istruzioni dalla torre di controllo. Composti ai loro posti conversano intanto di vita e di morte una coppia di sposi novelli e drogati, un finanziere ricercato, un killer professionista, un playboy irriducibile, una consumata protagonista della cronaca rosa e una rabdomante di trapassi vergine. Intrattenuti con siparietti e agua de Valencia corretta alla mescalina, sognano il Messico e dimenticano la paura, ‘precipitando’ nel sesso e nel piacere.
Dopo aver ‘cambiato pelle’ e abitato i tessuti delle emozioni, Pedro Almodóvar lascia il principio di realtà per quello del piacere. Decollato e invertita la rotta, vola verso il passato e una ritrovata esuberanza sessuale. A governare un aereo in avaria e in volo a ellissi su Toledo è la legge del desiderio e il registro dell’eccesso, congenitamente connaturato all'”almodramma”. Emancipata e ardente, Gli amanti passeggeriè una commedia alla mescalina e come l’alcaloide del peyote ha un’azione eccitante sullo spettatore e sui passeggeri, che affollano una fusoliera satura di colori, pop e omosessualità. Radicale e in barba alle mezze misure, Almodóvar gira un film che pratica l’amoralità propria dello humor camp, guardando alla Spagna e alla crisi che l’ha piegata.
In panne, come il suo aereo, la Península gira a vuoto dentro un cielito lindo, indecisa se precipitare o atterrare. Nell’attesa, mentre la classe operaia è sedata per evitare il panico e le ‘discese’ in piazza, la ‘prima classe’ si intrattiene come può dopo aver fallito a terra vita, matrimoni e banche. Se il Paese vive in equilibrio inerziale sotto un regime di dittatura finanziaria, nell’alta quota della finzione Almodóvar cerca e trova la sua catarsi, risvegliando i suoi personaggi agli anni della movida madrilena. 
La sregolatezza e la piena libertà che caratterizzarono lo spirito della capitale spagnola nell’era postfranchista risalgono come un rigurgito o uno schizzo organico a sfogare il dolore, la perdita e la sconfitta. La dismisura impatta il compromesso e drammatizza una realtà che in Spagna come in Italia ha preferito governare e controllare le pulsioni melodrammatiche dell’immaginario collettivo, declinandole in forme espressive addomesticate. In un tourbillon di lacrime, desideri, turgori, umori, eccessi, cadute, impennate, punti esclamativi ritmici e coreografici, Almodóvar cortocircuita personaggi, destini e dialoghi fino all’appagamento nell’amplesso. Perché il suo cinema non conosce scacco e trova sempre soddisfazione, rimandando la morte o raggiungendo il massimo piacere nel suo approssimarsi. 
Lasciata la casa e la città, collocazioni ideali della sua filmografia, l’autore spagnolo pratica l’autoerotismo a cinquemila metri di altezza, invitando i suoi attori a una sessualità gioiosa. Lo sanno bene Javier Cámara, Carlos Areces e Raúl Arévalo, steward ineguagliabili e gaissimi dentro un crescendo musicale. Sulla pista restano invece gli attori di ieri, amabili zavorre e indissolubili legami. Assegnati ai blocchi e al trasporto bagagli, Penélope Cruz e Antonio Banderas sono comparse ‘gravide’ di (altre) storie.
Di Marzia Gandolfi  , da mymovies.it

Nella Spagna di oggi può succedere di tutto, dalla polizia che spara addosso agli indignados ai passeggeri di un aereo in avaria che si innamorano tra di loro. Realtà ed immaginazione convivono nel nuovo film di Pedro Almodovar intitolato appunto  “Gli amanti passeggeri”, dal riferimento ai personaggi dell’areo diretto in messico spinti a conoscersi ed a mettersi in gioco dal pericolo di non riuscire a sopravvivere al drammatico evento. Tra di loro oltre alla ciurma, variopinta e caciarona quanto basta,  troviamo tra gli altri un attore dongiovanni in fuga dalle sue amanti, un finanziere travolto da uno scandalo finanziario e padre di una figlia che lo ha abbandonato per andare a lavorare in un bordello, una veggente ancora vergine e capace di sentire l’odore della morte ed infine una donna con dei segreti che potrebbero compromettere la rispettabilità di alcuni dei più importanti notabili del paese. Insomma il mondo intero racchiuso in una stanza che ovviamente trattandosi di un film di Almodovar da vità ad una giostra sospesa, è il caso di dirlo, tra frustrazioni represse — pensiamo alla veggente in cerca di colui che la renderà finalmente donna, ma anche ai membri dell’equipaggio eroticamente esuberanti ma costretti alla normalità da un lavoro che impone di mantenere il controllo della situazione — e desiderio di libertà che ad un certo punto, dopo l’assunzione di un cocktail corretto alla mescalina, si scantenerà per buona parte di loro in uno scambio di confidenze e prestazioni sessuali. Se l’incipit del film, con l’aereo in pericolo ed una microcomunità concentrata in un unico spazio sono una metafora sin troppo ovvia di una società — spagnola ma potremmo dire anche mondiale — sull’orlo del baratro, “Gli amanti passeggeri”segna anche il ritorno alle atmosfere delle prime opere, in cui la voglia di sorridere e di lasciarsi andare prevaleva sul lato oscuro della quotidianità. Per raggiungere lo scopo Almodovar si serve di una struttura ad episodi, in cui i personaggi a turno si raccontano mentre una parte dell’equipaggio che funziona come raccordo tra le singole storie organizza un “intrattenimento” a base di sesso, droga e molta musica. Se la miscela è esplosiva e come al solito necessaria alla poetica dei sensi tanto cara al regista, questa volta il relativismo sessuale e le crisi d’identità pur avendo in dote dei numeri paradossali e stravaganti come quello che ad un certo punto vede i tre stuard scatenati ed in playback sulle note di un classico della disco come “I’m so excited”, oppure “all’inversione di tendenza” che si verifica all’interno della cabina di comando dove la virilità dei piloti si aprirà a nuove ed inaspettate possibilità, la senzazione generale è quella di una chiaroveggenza che ha il fiato corto, e di un’anarchia di facciata, priva d’urgenza. Rappresentata più che vissuta. Ed anche la chiave melò alternata a quella boccaccesca, supportata da una musica che fa il verso a Bernard Hermann nell’in­serto che ci porta fuori dall’areo raccontando le sventure di un’amante sfortunata e folle (interpretata da un irriconoscibile Paz Vega) ed in parte quelle della sua rivale in amore, risulta incerta ed isolata rispetto alla dimensione claustrofobica del film. Ed allora “Gli amanti passeggeri”, burlesque divertente ed esplicito, pur rimanendo nella scia delle opere di un autore inconfondibile ed unico, non occupa le posizioni più nobili di un’ideale della sua cinematografia.   Recitato da alcuni dei miglior attori spagnoli del momento ed aperto dal cameo di Penelope Cruz ed Antonio Banderas, omaggio all’uomo che li ha resi grandi ed artefici del misfatto che da il via alla sarabanda “Gli amanti passeggeri” è un film comunque da vedere.
Da cinerepublic.filmtv.it

Dopo vent’anni di drammi, melodrammi e noir, il vulcanico regista spagnolo Pedro Almodóvar torna al genere con il quale aveva mosso i suoi primi passi nel cinema, vale a dire la commedia brillante con inserti grotteschi (il suo ultimo film di questo filone, il deludente “Kika – Un corpo in prestito”, risaliva al lontano 1993), con “Gli amanti passeggeri”, pellicola corale in cui lo spazio narrativo è circoscritto quasi interamente all’interno di un aereo. A bordo di questo veivolo, che decolla dall’aeroporto di Barajas, a Madrid, diretto a Città del Messico, Pedro Almodóvar fa incrociare i destini di un variopinto gruppo di personaggi, suddivisi fra gli stravaganti passeggeri della business-class (quelli della classe economica, infatti, sono stati addormentati a suon di rilassanti muscolari) e gli ancor più stravaganti membri dell’equipaggio, tutti rigorosamente maschi (anche le hostess giacciono nel sonno) e con tendenze omosessuali più o meno evidenti.
Se lo spazio filmico, come abbiamo detto, è circoscritto all’aereo di un’improbabile compagnia denominata Península, ad essere circoscritto a sua volta è perfino lo spazio del volo: l’aereo, infatti, è bloccato nel cosiddetto “ippodromo”, ovvero ruota su se stesso in un’ellisse a cinque kilometri di altezza sulla città di Toledo, in attesa che una torre di controllo decida le sorti dei passeggeri e dell’equipaggio, terrorizzati da un’avaria che genera un clima di eccitazione e di adrenalina. Un cocktail perfetto per far deflagrare le emozioni dei vari personaggi, assieme alle loro pulsioni più elementari, liberate nel momento in cui anche gli ultimi freni inibitori vengono meno: non a caso “Gli amanti passeggeri” è un film in cui l’alcool scorre a fiumi, condito spesso e volentieri con farmaci e droghe di ogni tipo (l’Acqua di Valenza, a base di champagne, vodka e succo d’arancia con l’aggiunta di mescaline, ci ricorda immancabilmente il gazpacho con sonnifero di “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”), e in cui il sesso funziona come salutare valvola di sfogo per ansie e inibizioni.
Almodóvar, insomma, non si prende sul serio neppure per un minuto, ma ritrova l’effervescenza e la trasgressione che caratterizzavano i suoi primi film: una trasgressione, in questo caso, frivola e “innocua”, che non è tanto uno strumento di critica sociale, ma funziona piuttosto come puro veicolo di comicità (non sempre immune al cattivo gusto). E difatti “Gli amanti passeggeri” offre una sfilza di battute e di gag a ritmo serrato per 90 minuti, concedendosi soltanto un breve intermezzo sentimentale verso la metà del film (l’unico segmento ambientato sulla terraferma, a Madrid), per poi rituffarsi in una sfrontata e vivacissima esaltazione dell’erotismo – prevalentemente in chiave gay – e della “joie de vivre”. Il film di Almodóvar, in sostanza, resta un puro e semplice divertissement, godibile benché volutamente superficiale, e quasi del tutto privo di quella sottile malinconia di fondo che al contrario rendeva “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” un capolavoro insuperato nel suo genere.
Il grande punto di forza della pellicola risiede comunque nell’affiatatissimo gruppo di attori, davvero ben amalgamati, fra i quali è impossibile non citare quantomeno il capofila Javier Cámara nei panni di Joserra, lo steward nevrotico e del tutto incapace di mentire, la spigliata sensitiva Bruna impersonata da Lola Dueñas e la rediviva Cecilia Roth, ex-protagonista di “Tutto su mia madre”, nella parte della paranoica Norma Boss, regina del sadomaso; mentre le star almodóvariane Penélope Cruz, Antonio Banderas e Paz Vega partecipano affettuosamente al progetto ritagliandosi dei brevi camei (Cruz e Banderas sono i due impiegati dell’aeroporto della prima sequenza, la Vega è l’aspirante suicida Alba). La colorata scenografia è del fido Antxón Gómez, mentre la colonna sonora è curata da Alberto Iglesias. E l’irresistibile sequenza in cui i tre steward gay Joserra, Ulloa (Raúl Arévalo) e Fajardo (Carlos Areces) si esibiscono in una scatenata coreografia sulle note della canzone “I’m so excited” delle Pointer Sisters è destinata a diventare una delle scene cult del cinema di Almodóvar. 
Di  Stefano Lo Verme , da filmedvd.dvd.it

Gli Amanti Passeggeri, chi saranno mai questi sconosciuti? Curiosi almeno un pochino? Si, si, esatto, sto attirando la vostra attenzione proprio sui protagonisti del nuovo film partorito dalla stravagante mente di Pedro Almodovar. Il cineasta iberico ogni volta riesce a prenderci in contropiede e anche in questo 2013 non si smentisce: a sorpresa, ci porta all’interno di un aereo e per quasi due ore ci tiene in ostaggio del suo equipaggio e di un manipolo di passeggeri. 
Gli svitati che ci faranno compagnia sono i fortunati occupanti della business class di un volo diretto a Città del Messico che subito dopo il decollo subisce un’avaria (!) e, in attesa di una pista su cui atterrare, fa il girotondo nei cieli spagnoli. Per evitare il panico generale e incontrollabile il pilota ordina di mettere KO la classe turistica a botte di narcotici  e d’intrattenere con alcol e droghe i pochi occupanti della classe di lusso. Il caos è inevitabilmente dietro l’angolo…
Questi passeggeri dell’era moderna, una volta privati di tutte le techno-protuberanze che contraddistinguono il nuovo millennio, si dimostreranno dei veri disadattati, tutte le loro (e nostre) buffe debolezze emergeranno e Almodovar le porterà all’estremo riuscendo a farci esplodere in fragorose risate al posto di imporci una triste autoanalisi (uomo acuto…).
Pochi, infatti, i personaggi sullo schermo, ma tutti ben disegnati: sulle poltrone abbiamo una diva molto particolare, un uomo in completo scuro e occhiali con un segreto, un tycoon in fuga dal fisco, l’immancabile sensitiva, i neo-sposini e il dongiovanni stremato dalle amanti (?); mentre i pittoreschi membri dell’equipaggio sono un trio molto gay che si ripassa la cabina di pilotaggio al completo (ah!). L’interazione di queste persone, apparentemente tutte diverse, porterà alla luce un insospettabile fil rouge.
Quei pochi metri quadri limitati da oblò e orripilanti tendine rosse, sono in tutto e per tutto un palcoscenico su cui sfila un campionario di varia umanità con i suoi timori, difetti e buffi limiti, mentre il passaggio da un atto all’altro della nostra commedia viene scandito da (geniali) stacchetti che ridonano ritmo evitando il classico declino post-climax e tra essi una menzione speciale merita il passaggio sulle note di “I’m so excited” delle Pointer Sisters che è riuscito a scuotere dal torpore anche gli ultimi irriducibili.
Così, complice l’unico telefono di bordo il cui vivavoce è perennemente inserito, le persone sullo schermo superano l’imbarazzo e si denudano, liberandosi di sovrastrutture inutili e ritrovando un poco di contatto con se stesse e con gli altri, mentre in sala ridiamo delle nostre nevrosi e ci rendiamo conto che dovremmo impegnarci a gioire di più e provare a spegnere la tecnologia a favore dell’interazione umana che –forse- saremmo meno soli.
Almodovar questa primavera ci regala un film davvero inatteso e divertente ambientato in uno spazio ristretto in cui capiterà di tutto! “Gli Amanti Passeggeri” è una commedia assolutamente leggera, ma ricca di dettagli (neppure le tendine di separazione tra classi sono lasciate al caso) e rimandi (a miti e storia del cinema), e grazie ad un manipolo di attori scelti con dovizia è irriverente senza mai divenire irrispettosa.
Da masedomani.com

Dovendo dare un’etichetta a tutto, quest’ultimo film di Pedro Almodovar è diventato “il film diAlmodovar sulla crisi economica”, lo ha detto il regista (che è abile non poco a fare il marketing dei suoi film), lo hanno ribattuto i giornalisti e il pubblico sarà lieto di trovare questa chiave di lettura in un film altrimenti difficile da leggere, anche e soprattutto da chi conosce e ama il cinema diAlmodovar.
Perchè la storia di passeggeri, piloti e assistenti di volo fermi nel cielo mentre si svelano l’un l’altro le reciproche vite non attraversa i paesaggi urbani (se non per una piccola eccezione) come al solito, è anzi girata quasi tutta in un paio di ambienti, al chiuso. Mancano insomma le strade, le città, gli interni diversi i viaggi da un luogo all’altro e via dicendo, e di conseguenza sono assenti anche i piccoli e grandi drammi, i momenti di commozione, gli intrighi e la Spagna tradizionale, manca quel gusto del paesaggio esteriore che gioca ruoli determinanti nell’intreccio come anche il piacere delle storie nelle storie o quello della continua ripetizione.
Sebbene visivamente Gli amanti passeggeri non si allontani dallo stile del regista, lo stesso non si può dire per storia e personaggi cosa che, come spesso capita anche perWoody Allen, rischia di far apparire il film come un Almodovar non riuscito. La miopia che ci induce ad attenderci da un regista con la mano molto pesante la ripetizione di quei tratti che abbiamo amato nel suo cinema, pena giudicare il film come non riuscito, è la stessa che spesso impedisce di vedere dietro la costanza di stile (nel caso di Almodovar una certa fotografia usata in accordo con una certa scenografia e l’uso particolare di determinati attori) mutamenti decisivi.
Il regista spagnolo sostiene di essere tornato agli anni ’80 e per certi versi è vero, Gli amanti passeggeri è meno un film fluido, pastoso e denso di sentimenti ma più un oggetto camp e frivolo, un apparente divertimento che trova gusto nella provocazione e nell’esibizione di un punto di vista libertario attraverso il sesso. Tuttavia non sono gli anni ’80, non c’è il peso di un regime scomparso di colpo, non ci sono principi da affermare attraverso l’esibizione sfrontata, non c’è un culto del corpo diffuso da cavalcare e sovvertire attraverso presenze impreviste, inusuali, costantemente “diverse”. Anzi, i gay in Spagna oggi si sposano!
La trama che Almodovar usa come pretesto per esibire lo scollamento che esiste sempre nei suoi personaggi tra testa e corpo, tra ciò che si è dentro e come si appare fuori, è ancora una volta finalizzata ad una risoluzione verso il piacere (qualcuno perde la verginità, qualcun altro si scopre omosessuale), eppure nella serie di scenette comiche che compongono Gli amanti passeggeriesiste un senso di attesa quasi metafisico che è inedito.
L’impotenza che i personaggi sperimentano verso i propri destini (che cercano di mettere a posto con bellissime telefonate inevitabilmente ascoltate da tutti, in una specie di radiodramma dal vivo) racconta più che un paese fermo in attesa di un crollo (come sostiene il regista) lo stato d’animo di chi lo vive oggi. Privo della vitalità furiosa degli anni ’80, impotente di fronte ad una vita e una società che non gli piacciono, indeciso su cosa fare del suo cinema (tanto che da anni sostiene di ascoltare i suggerimenti del pubblico) e indeciso sul destino del proprio paese,Almodovar gira un film che vive di momento in momento, senza pensare al domani, gag per gag fino alla fine.
Rinuncia a tante soluzioni del suo cinema e agita i consueti personaggi in una maniera inedita, per la prima volta da tanto tempo con un’iniezione forte di novità (quella che di certo non c’era in Volver, inGli abbracci spezzati o nel pur determinante La pelle che abito).
Non piacerà ma invece c’è di che rallegrarsi.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

Che il regista spagnolo abbia volutamente puntato sui toni della surrealità si capisce già dalla scena iniziale, dalla prima inquadratura del velivolo, che sembra proprio uno di quei modellini con cui giocavamo da piccoli. Almodovar continua a giocare su questo elemento anche nel tratteggio dei suoi personaggi: emblematici per la loro dimensione fuori dal mondo sono Joserra, il capo cabina, Fajas, l’anima pia, e Ulloa, il ninfomane. Questi tre steward, interpretati da Javier Camara, Carlos Areces e Raul Arevalo, offrono i più grossi spunti per una risata, vuoi per un improvvisato numero di cabaret, con le musiche di “I’m so excited” delle Pointer Sister che, come dice Fajas “è stato ucciso dal musical”, vuoi per un cocktail “agua de Valencia” condito con qualche pillola di mescalina. Si, perchè su questo aereo succede di tutto: si fuma, ci si droga, si fa all’”Ammore”, ma si riflette anche.
La sospensione nel vuoto, il girare in tondo senza una meta precisa, e la situazione di possibile pericolo offrono infatti una potente metafora per la situazione politica che sta vivendo l’Europa in questo momento, paesi mediterranei in testa, da cui non si sa come e se ne riuscirà ad uscire. Questo elemento ‘politico’ della narrazione viene sottolineato dalla presenza a bordo di un banchiere truffatore in fuga, che a noi italiani porta alla memoria tutti gli scandali finanziari che hanno afflitto il nostro paese non da ultimo quello del Monte Paschi di Siena, e di una escort che dice di essere in possesso di video per poter ricattare le più alte cariche dello stato, figura che a noi sembra tanto tristemente familiare.
Il volo però ha funzione quasi catartica, tutti i personaggi sentendosi in pericolo di vita, calano le maschere e finalmente hanno il coraggio di essere solo loro stessi, senza curarsi delle convenienze o dei dogmi imposti dalla società, scoprendo così quali sono veramente le cose per cui vale davvero la pena vivere.
Grandi le interpretazioni dei già citati Javier Camara, Raul Arevalo e Carlo Areces che calzano a pennello la divisa dei tre steward che riescono ad incatenare il pubblico e a farlo ridere di gusto per buona parte dei 90 minuti di proiezione. Impeccabile come al solito Cecilia Roth che dopo il drammatico ruolo di Emanuela in “Tutto su mia madre” torna a recitare per Almodovar questa volta nei panni di un ex icona degli anni ’80, diventata poi esperta di bondage.
Diverte immensamente il cameo iniziale di Penelope Cruz, attrice feticcio del regista spagnolo, e di Antonio Banderas (che qui finalmente troviamo senza gallina), nei panni di due addetti alla pista molto pasticcioni.
Insomma se volete passare 90 minuti in piena allegria, ma senza per questo spegnere il cervello, la pellicola di Almodovar è assolutamente da vedere.
Di Mirta Barisi, da ecodelcinema.com

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