EFFETTI COLLATERALI



L’illusione di una vita perfetta, l’evento imprevisto che arriva a spazzare via tutto, le strategie di riscossa che si mettono in atto per riconquistare ciò che (a torto o a ragione) si ritiene esser proprio di diritto.
È intorno a questo che gira quello che potrebbe essere l’ultimo film da regista cinematografico di Steven Soderbergh, un giallo tutto sommato molto tradizionale, nel quale l’americano continua il suo sottile percorso autoriale all’interno della grande industria hollywoodiana. Un film che conferma l’attenzione maniacale e un po’ fighetta del regista per ogni dettaglio formale e narrativo, e che proprio nei dettagli e nelle aree apparentemente periferiche della narrazione trova un senso che sia più di quel che il la trama in senso lineare gli regala.
Sceneggiato da Scott Z. Burns, che Soderbergh fece esordire nella regia nel 2006 con un film dal titolo PU – 239 e che già per lui aveva scritto The Informant e Contagion, Side Effects racconta una storia e dei personaggi di chiara derivazione hitchockiana.
Elegante nella confezione, seppur prevedibile nel contenuto, Soderbergh veste di nuovo il thriller del passato, ed è come sempre astuto architetto di ogni fase della produzione, compreso il casting: Rooney Mara e Jude Law – la prima algida e indecifrabile, eppure sensuale e magnetica, il secondo ricercato ma mai lezioso e determinato senza grossolanità – sono i perfetti corrispettivi odierni delle Ingrid Bergman, delle Kim Novak, dei Gregory Peck e dei Cary Grant cui il maestro del brivido affidava ruoli che qui ritroviamo riveduti e corretti.
Ma Side Effects non è chiuso nell’omaggio al passato, e lavora sul genere (e suoi generi, persino l’horror e un certo tipo di fantascienza esistenziale) con una meticolosità non banale e con una volontà quasi pacatamente riformista. A dispetto della narratività tradizionale, che pure viene rispettata con attenzione, è un film che non vive e non si sviluppa solo in senso unidirezionale, ma è leggibile seguendo più direttrici, e che si lascia vedere al suo meglio se si accettano alcuni gorghi che sembrano paralizzarne l’andamento per poi trovare nuovi sbocchi.
E se alla fine i torti vengono raddrizzati, la morale rispettata e gli equilibri ristabiliti, l’operazione soderberghiana lascia che il velo di inquietudine che già è nello sguardo finale di Rooney Mara ricopra questa hollywoodiana pacificazione e la meccanicità didascalica della risoluzione.
Perché le poche note volutamente stridule che il regista ha inserito nel racconto, sui rapporti sociali e personali, riecheggiano, in background, durante e immediatamente dopo la visione.
E l’interrogativo vero, alla fine, è in cosa e dove risieda la follia che pare essere diventata pervasiva nelle strutture sentimentali, economiche e comunitarie della vita contemporanea.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Che sia stato durante la realizzazione di Contagion che Steven Soderbergh ha avuto l’idea di sviluppare un altro aspetto di una ipocondria su scala mondiale alla quale è difficile restare indifferenti? E’ vero che il regista di Atlanta è da sempre un tipo prolifico, ma – nonostante la media di oltre un film all’anno e il prossimo Behind the Candelabra, sulla vita del controverso Liberace, prodotto dalla HBO e selezionato al Festival di Cannes – è davvero difficile non collegare alla pandemia raccontata nel 2011 questo thriller medico nel quale si mescolano ataviche paure e moderna sfiducia nell’istituzione medica.
Il regista di Erin Brokovich continua, quindi, a scavare nella nostra paranoia per trovare un terreno fertile e bendisporci alla sua nuova creazione, in precario equilibrio tra una costruzione troppo articolata per risultare solida, e che si basa sull’accettazione delle eccezioni del caso, e un intreccio comunque fantasioso dal ritmo crescente.
Lo stile è il suo, riconoscibile, nell’alternanza di riprese lente e inquadrature dal fuoco diseguale, ma la prova è una delle più riuscite, grazie a una scrittura ‘concentrica’ in movimento da uno a l’altro dei suoi protagonisti, uniti l’uno all’altro da una trama quasi ‘spy’ costruita su temi molto vicini a un pubblico moderno.
La crisi, e l’accettazione per necessità di uno status di ‘cavia’, ma anche lelobby, gli interessi delle industrie – qui farmaceutiche – tutto dà corpo all’intreccio ordito da un Jude Law sempre più in forma nelle sue ultime prove; qui sostenuto da una Rooney Mara che si conferma perfetta per certo tipo di personaggi (ma che aspettiamo si confermi in ruoli più distanti da sé).
Una regia un po’ retorica e prevedibile non toglie pregio al film, evidentementecostruito per il grande pubblico, al quale probabilmente lo ‘spiegone’ finale potrebbe apparire superfluo, tanto ogni cosa è talmente chiara da rendere l’epilogo poco realistico.
Di  Mattia Pasquini , da film.it

Steven Soderbergh torna nelle sale con questa nuova pellicola, torna nelle sale dopo quel Magic Mike che tanto scalpore ha destato, tanto alle donne è piaciuto e tanto, per gliuomini “costretti” a vederlo, è stato oggetto di disgusto (ok non proprio di “disgusto“…era comunque un film ben fatto, ma dovevo fare la rima, non è colpa mia..esigenze da scrittore…eh si mi sono montato la testa ormai…no, semplicemente volevo provare a fare una rima…forse è la prima volta che riesco a farlo qui su BreakingScreen…forse potrei trasformare questi righi precedenti in poesia che ne dici?).
Steven Soderbergh torna nelle sale e lo fa con una pellicola che si presenta molto diversa dalla precedente, incentrata sugli spogliarellisti, torna con Effetti Collaterali.
Sembra che qui li vicende si sono fatte più “drammatiche” e, al tempo stesso, più “canoniche” sia rispetto ai canoni del regista che del cinema in generale ma….
Ma devo rallentare, come al solito, stavo già per dare avvio a qualcosa di più, ad un commento più intricato, devo rimanere consapevole che potresti gradire un accenno alla trama di questa ultima pellicola del regista dalle origini svedesi, ed eccotela servita su un “piatto d’argento” (non letteralmente, chi ce l’ha più ormai un piatto d’argento? C’è crisi):
Per affrontare il rientro del marito dopo un periodo di detenzione,Emily Taylor decide di combattere la sua depressione affidandosi alle cure di uno specialista. Prova quindi una serie di farmaci, dei quale l’ultimo, l’Ablixa è determinante: infatti, una sera, non appena Martin torna a casa, lei, immersa in un apparente stato disonnambulismo, lo accoltella e ne provoca la morte. Le prove sono chiare, e dichiarano che sia stata certamente Emilyl’assassino; tuttavia non viene incriminata, poiché non ricorda nulla ed era quindi incosciente delle sue azioni.
Così, passa in un istituto di salute mentale, in misura preventiva.
Il dt. Banks, che l’aveva in cura al momento del delitto, deve combattere col senso di colpa di aver provocato la morte di Martin, prescrivendo a Emily l’Ablixa.
Fin da principio, il dottore non è certo dell’innocenza di Emily e, dopo aver scoperto alcune verità sul suo conto, comincia a indagare, per giungere a scoprire la vera natura e i motivi dell’omicidio.
Il “ritorno in sala” di Soderbergh è un ritorno in “grande stile” ed il cast che partecipa al film è un cast bello “importante“.
Jude Law, le bellissime Rooney Mara e Catherine Zeta-Jones, Channing Tatumche, giunge, ormai, alla seconda collaborazione con il regista e ciò mi lascia supporre che forse il regista veda nell’attore qualcosa in più di quanto ci veda io da spettatore (ben poco).
Voglio partire, nel mio commento a questa pellicola, proprio dallo splendido lavoro fatto dai membri del cast, in particolare dal lavoro fatto da: Jude Law e Rooney Mara.
C’è ben poco da dire, e ben poco da contestare, i protagonisti“incontrastati” della pellicola sono loro, Jude Law con la sua splendida interpretazione dello psichiatra, Jonathan Banks,  riesce a guadagnarsi minuto dopo minuto, frame dopo frame, spazio e l’attenzione degli spettatori.
Rooney Mara, invece, risulta (ai miei occhi) la vera “rivelazione” della pellicola.
Interpreta Emily Taylor, malata di depressione, vittima degli eventi, simile ad un “uccellino ferito” (così viene definita durante il film), e proprio per questo attraente come non mai, ma al tempo stesso geniale, “cattiva“, fredda e calcolatrice si dimostra capace di far cadere tutti glispettatori nella trappola che lei, e la sua “amica” Catherine Zeta-Jones, hanno creato per far cadere il dottor Banks.
Il suo personaggio è un personaggio difficile, non uno positivo (ma chi lo è in una storia del genere?) ma riesce a dimostrarsi tale per la maggior parte della pellicola, riesce a ingannare tutti, compreso lo spettatore che, inevitabilmente, rimane colpito da qualcosa nella sua “figura” nel suo personaggio, qualcosa di anche più “forte” della, per alcuni, molto più attraente Zeta-Jones, qualcosa capace di irretiretutti (eh si, me compreso).
Tatum e la Zeta-Jones si rivelano dei semplici “comprimari“, si rivelano degli “aiutanti” di Soderbergh per dare alle vicende la giusta direzione.
L’unica pecca, forse, è il modo in cui Tatum è stato trattato, passa dalla figura del “probabile protagonista” delle vicende, come tutti gli spettatori avranno ipotizzato nelle prima scene alla figura di “carnefice” nei confronti della povera Emily per poi cambiare ancora e mostrarsi per quello che è: una semplice “pedina” del piano di Emily e della dottoressa Victoria Siebert.
Passiamo, poi, a lei, aCatherine Zeta-Jones che interpreta, appunto, la dottoressa Victoria Siebertanche il suo personaggio “muta” molte volte per tutta la durata della pellicola, e alla fine, si mostra per la fredda (e bellissima) calcolatrice,  innamorata di chi non poteva amare e la Zeta Jones riesce a rendere perfettamente tutti questi sentimenti.
Non posso non menzionare, poi, la regia di Soderbergh e il lavoro fatto allasceneggiatura.
Sono questi i veri protagonisti del film.
Se, nella prima parte, della pellicola, la regia è “asciutta“, con un ritmo a tratti “lento“, nella seconda parte tutto cambia, assistiamo ad una repentina accelerazione,tutto ciò che conoscevamo dei personaggi si dimostra sbagliato e tutte le ipotesidello spettatore vengono smentite, e poi di nuovo, e di nuovo ancora.
Se, alla fine della pellicola, ti senti “preso in giro” dal regista, dal cast (in maniera positiva, chiaramente) be…allora sappi che non sei solo e che, molto probabilmente, il film ha raggiunto proprio gli scopi che il regista si era prefissato.
Se, alla fine della pellicola, nonostante il “lieto fine” ti rimane un senso di “amaro” anche qui, mio caro amico (si, lo sai, ormai siamo diventati amici) non sei il solo e credo, che gli scopi del regista, proprio (e si, pure qui) in questo caso, siano stati raggiunti.
La storia “raccontata” da Soderbergh non è una fiaba, c’è il “lieto fine” (per quanto questo possa essere definito un “lieto fine“) ma la pellicola si dimostra, come è accaduto anche per Magic Mike, una “drammatica” riproduzione della realtà e, per raggiungere la maggior fedeltà possibile, non esita a usare scene “controverse” proprio nella stessa misura in cui venivano usate in Magic Mike (anzi forse anche più controverse ma, questa volta, più piacevoli per noi maschietti…si, hai capito a cosa mi riferisco) e non esita a fregarsene ampiamente della censura o di qualsiasi altro mezzo potesse “velare” la realtà che ha voluto raccontare.
Voto:
8/10 Il lavoro fatto da Soderbergh è straordinario, senza mai “precipitare” nell’ ovvietà riesce a proporci una pellicola capace di “riprodurre” in maniera fedele la realtà, fatta di sole sfumature, che ci è intorno.
Grazie ad un cast altrettanto eccezionale la pellicola riesce a lasciare lo spettatore a “bocca aperta” ogni volta che viene fatta una nuova rivelazione sui personaggi, sulle “pedine” messe nelle mani diSoderbergh.
Di  Daniele D’Amico , da breakingscreen.com

Steven  Soderbergh, sempre in bilico tra cinema commerciale e sperimentazione visiva, nel suo ultraventennale lavoro come regista e come produttore, non si è certo fatto mancare  il successo di pubblico e di critica, spesso dissociati, a seconda del bersaglio cui  l’opera era diretto. La perfetta fusione ci fu solo nel 1989 quando”Sesso bugie e videotape”, suo primo film, conquistò la Palma D’Oro a Cannes, ma nello stesso tempo risultò un successo commerciale mondiale. Poi è cominciata un’altalena con il crescere dell’abilità registica e le invenzioni di ripresa a fronte di un’altrettanto crescente lucidità nella scelta dei temi di interesse per il pubblico( per tutti da un lato” Traffic”, premio Oscar alla regia nel 2001, e dall’altro “Erin Brockovich” a grande impatto emozionale, che fece attribuire  l’Oscar a  Julia Roberts). “Contagion” (2011) allontanò il pubblico che si sentì non coinvolto e quasi preso in giro per la freddezza e l’apparente  inutilità  di trattare un tema come quello di una grave pandemia virale. Così arriviamo all’attuale EFFETTI COLLATERALI, dove il regista costruisce con perfetta artificiosità un racconto di alto interesse sociale e  morale come l’uso crescente degli psicofarmaci, libero o su prescrizione medica, i possibili effetti collaterali, talora anche molto gravi, e ciò che può far seguito a sperimentazioni sponsorizzate e talora un po’ forzate nell’indicazione.Fin qui tutto è lineare,  il cast è buono, con un perfetto Jude Law   nella parte del dott Bank, psichiatra ambizioso ma non senza scrupoli  e  Rooney  Mara nel ruolo di Emily, ragazza depressa che arriverà alle sue cure, dopo aver subito il crollo di una vita dorata e lussuosa, dovuto al matrimonio con un brocker che, coinvolto poi in un insider trading  era stato in prigione per 4 anni,  uscendone disonesto come prima e pronto a riprendere loschi affari per recuperare il tenore di vita perduto. La mogliettina, già depressa dopo i fatti iniziali, non regge alla ripresa della vita con il marito e tenta il suicidio andando dritto contro un muro con la macchina, ed è qui che viene affidata al dott Bank, il quale, oltre ad aver preso nota e contatti con una collega, la dottoressa Siebert (Catherine Zeta-Jones) che aveva aiutato all’inizio Emily, le prescrive un antidepressivo di ultimissima generazione, ancora sotto sperimentazione autorizzata, tra i cui effetti collaterali è descritto il sonnambulismo. Emily accoltella a morte il marito durante una di queste crisi e ovviamente non ricorda nulla, il caso di omicidio involontario  per effetto del farmaco viene a pesare sul medico e su Emily che viene internata in struttura psichiatrica, in attesa di perizie. Qui, l’ottimo medical thriller comincia a tingersi di noir, con dettagli seguiti dalla mente del disperato dott. Bank che ha perso tutto, dalla visibilità, alla possibilità di esercitare la professione, alla famiglia e va raccogliendo indizi, ricordi, registrazioni che ci ribaltano in una visione dei fatti totalmente diversa da quello che sembrava, con un ruolo fondamentale della enigmatica psichiatra Victoria Siebert.
Sulla base dello script complesso, forse troppo, di Scott Z. Burns, Soderberg  con le immagini ( più luminose e colorate quelle del passato),  il tipo di narrazione (con frequenti  flashback sempre più chiarificatori, a partire dall’incipit con le tracce di sangue nella casa che si riferisce a tre mesi prima) e i cambiamenti di prospettiva  riesce a trasmettere  le storie personali, i ribaltamenti e i colpi di scena  usando freddezza, compostezza e sottrazione recitativa in cambio di un coinvolgimento dello spettatore reciprocamente distaccato ma efficace nel rappresentare un formidabile thrilller dove si combinano la denuncia di usi e costumi del mondo medico farmaceutico all’osservazione che la criminalità vera, e quindi responsabile, può  essere quasi indistinguibile da quella indotta  farmacologicamente e quindi,  per assenza di coscienza, meno responsabilizzante. Con un cinema migliore del precedente, anche questa volta si gettano ombre  e sospetti sul mondo medico, scientifico e commerciale, e inoltre si paventa il rischio di rimanere ingannati dalle apparenze nelle sovrapposizioni che riguardano il mondo della criminologia, innestando sul racconto asettico della denuncia tratti hitchcockiani e altre citazioni nella seconda parte, rivelatrice a sorpresa di altre verità e un po’ più confusamente carica.
Da cinerepublic.filmtv.it

Effetti collaterali è un thriller che funziona. Ecco, se mi comportassi verso questa recensione comeSteven Soderbergh si è comportato verso il suo film, potrei anche chiuderla qui, avrei già detto tutto il necessario. Ma io non sono Soderbergh, e quindi cercherò di specificare qualcosa di più.
Sto dicendo che Effetti collaterali è un congegno riuscito che genera un certo interesse e che sfrutta con indubbio mestiere alcune risorse fondamentali: un cast che lavora con dedizione, con menzione particolare per Jude Law e Rooney Mara, un’ottima fotografia che scalda il digitale rendendolo più fragrante e piacevole, una sceneggiatura che non perde tempo e che sa dove vuole arrivare. E poi non c’è altro, ma sarebbe meglio se ci fosse.
Perché questa estrema compostezza di Steven Soderbergh per certi versi lascia a desiderare che ogni tanto ai personaggi capiti qualcosa che non è strettamente necessario alla trama, che si lascino andare a qualche tic che li caratterizzi, a qualche afflato che ci dica qualcosa della loro vita al di fuori del mero meccanismo del thriller puro e semplice, a uno spintone, a un’accelerazione (a dire il vero una ce n’è, e infatti è un colpo da maestro) che crei un’improvvisa vertigine. Vederli fare una gag sul posto di lavoro (inserendo così un’altra grande assente, l’ironia), magari accennare una scena un minimo movimentata, non dico tanto, anche solo un breve inseguimento a passo svelto dal bagno all’ascensore; insomma qualsiasi cosa che scacci l’assillante sensazione diirrazionale paura nei confronti del cinema di genere che permea un po’ l’atmosfera, abbracciare il rischio che Effetti collaterali divenga memorabile. Ok Steven, sei essenziale, sei rigoroso. E’ questo che volevi sentirti dire?
In realtà il rigore a volte può nuocere all’avventura. Ecco, in Effetti collaterali manca l’”avventura”, non come genere ma come messa in scena, e il trionfo del minimalismo tipicamente soderberghiano si trasforma ben presto in una dittatura, che regala efficienza ma ruba la passione. Un po’ più di Contagion e un po’ meno Knockout, per favore. Va detto, però, che Soderbergh riesce meglio di tanti colleghi a fare quello che, sostanzialmente, è teatro davanti a una telecamera.
Qualcuno, scrivendo di Effetti collaterali, ha scomodato il termine “hitchcockiano”. Sì, ci sta assolutamente, ma a quell’aria un po’ viziata da teatro di posa di Il delitto perfetto io preferirò sempre lo charme a cielo aperto di Intrigo internazionale. In quale dei due filoni rientri Effetti collaterali è piuttosto chiaro, ora resta da vedere quale modello preferisce il pubblico.
Da facciadibronzo.net

Questo film non è un documentario, ma un lavoro speciale basato su materiale storico. Migliaia di bambini uccisi da un farmaco, il Thalidomide, in Germania: parole scritte in bianco su schermo nero; una voce fuori campo, severa, spiega ciò che il film vuole raccontare o, meglio, ricordare.
La sostanza farmaceutica Thalidomide è stata prodotta nel 1960 per chi soffriva di insonnia; pastiglie che “inducono calma e sonnolenza” e che possono essere tollerate anche dalle persone sensibili. L’avvocato Paul Wagener viene contattato da una madre che ha da poco partorito un figlio con gravi handicap fisici. Nel 1961 si viene a scoprire che il sonnifero passa attraverso la membrana della placenta delle donne in gravidanza e danneggia il feto; i responsabili della compagnia farmaceutica che immette sul mercato il Thalidomide – con ingenti guadagni – non si pongono il benché minimo problema di coscienza, mentre Wagener capisce che c’è un collegamento tra il farmaco e la donna che ha chiesto il suo aiuto. Di lì a poco l’avvocato si sposa e la giovane moglie Hanne rimane incinta; la donna fa fatica ad addormentarsi, assume il Thalidomide e partorisce un bimbo menomato in più parti del corpo; la cinepresa indugia a lungo sull’inquadratura del neonato, privo di un braccio non per provocare lo spettatore, ma per coinvolgerlo emotivamente. I medici dell’ospedale in cui Hanne ha partorito accusano la coppia di non aver fatto un controllo sanitario approfondito prima del matrimonio e sostengono che la malformazione possa essere stata causata da problemi genetici. A questo punto Paul Wagener non è più soltanto un difensore della legge e della giustizia per gli estranei, ma è coinvolto, psicologicamente ed eticamente, in prima persona. 
La narrazione è classica, la regia segue i personaggi – la macchina da presa sembra accarezzare i protagonisti – e il ritmo è abbastanza lento da aiutare lo spettatore nell’identificazione e nella partecipazione alla disgrazia. C’è la distinzione tra “buoni” e “cattivi”, tra vittime inconsapevoli e carnefici senza scrupoli, ma il testo filmico non risulta didascalico proprio perché non si tratta di un documentario, ma di un film di fiction che denuncia come nel ricco Occidente – al centro della civile Europa, cinquant’anni fa come oggi – l’avidità prenda il sopravvento sull’etica. 
Non c’è comunque solo questo: il film suggerisce anche domande sulla compassione (com’è possibile non riuscire più a condividere “il dolore degli altri”?) e sulle scelte morali che riguardano temi profondi quali l’aborto o l’eutanasia. Prendersi cura di un figlio è un impegno, ma come affrontare la situazione quando un bambino nasce con seri problemi fisici o mentali? La responsabilità riguarda principalmente i genitori – un padre e non solo una madre – ma in prospettiova per le generazioni future si tratta di una questione che dovrebbe coinvolgere tutti noi.
Di Alessandra Montesanto, da mymovies.it

Proprio quando suo marito, dopo quattro anni di pena per insider trading, viene scarcerato, la giovane Emily cade nuovamente preda di una brutta depressione. Dopo un maldestro tentativo di suicidio, finisce in cura da uno psichiatra, che per aiutarla le prescrive dei farmaci. Gli effetti collaterali, però, si fan sentire forti, ed Emily finirà per l’accoltellare il marito durante uno stato di sonnambulismo. Il suo medico si darà da fare per non farla condannare per omicidio, ma anche ottenuta l’infermità mentale le cose si andranno complicando sempre di più.
Stavolta Soderbergh si cimenta nel thriller psicologico. Nella prima parte del film si avverte forte la sensazione di assistere ad un’opera di denuncia nei confronti delle industrie farmaceutiche. Un grido d’allarme per richiamare l’attenzione sulla presenza sempre più invasiva dei farmaci. “La chimica aiuta a vivere” sentenzia il dottor Banks.
Sembrerebbe che il regista voglia tornare a calpestare sentieri già percorsi con “Erin Brockovich” e “Traffic” ma nella seconda parte la pellicola vira con decisione verso il thriller. Purtroppo l’approccio troppo canonico al genere e la somministrazione di cliché un po’ stantii rendono l’intreccio poco appassionante.
La maestria di Soderbergh si manifesta nelle impeccabili inquadrature e nella mirabile fotografia ma tanta bravura rischia di dare alla pellicola il connotato di puro esercizio di stile. Lo spettatore desideroso di suspense, colpi di scena e storie ad alta tensione rimane a bocca asciutta osservando una confezione quasi perfetta che restituisce poco o niente alle aspettative generate nel corso della storia.
Circondato da un cast che spesso include attori ormai affezionati e ricorrenti, il film brilla soprattutto per la performance di una Rooney Mara che finalmente riesco ad apprezzare e a conoscere senza i trucchi pesanti e fuorvianti (seppur mecessari) che me l’avevano resa irriconoscibile e non valutabile “singolarmente” nella trasposizione di Fincher del celebre primo romanzo della trilogia Millennium, oltre naturalmente ad un ritrovato Jude Law nuovamente in possesso dello charme da protagonista e di un ruolo sfaccettato e di rilievo che da un po’ gli mancava.
Un film strutturato in modo perfetto insomma, ma freddo e glaciale come l’avidità e il cinismo che porta avanti tutta la storia e il complicato ingegnoso intrigo che l’abile regista ci monta e smonta con l’abilità di un lucido spietato inflessibile killer professionista.
“Effetti collaterali” si presenta come un dramma tout court sulla piaga della depressione, un male di vivere che colpisce la protagonista Rooney Mara (impressionante la sua performance). Ma la malattia è solo parte della tragedia: al ritmo frenetico del mondo contemporaneo, una 28enne in affari può far fronte alle sue debolezze solo con uno scontato quanto dannoso ricorso agli psicofarmaci. I personaggi del film vanno alle feste, al lavoro, si incontrano per strada e si consigliano pasticche come se si trattasse di vestiti o souvenir. La panacea di tutti i mali starebbe dunque in una scatoletta di piccoli confetti colorati.
Ma quando la dipendenza dai medicinali porta Emily a compiere un gesto inconsulto, ecco che il film prende le forme di un medical thriller. Se un soggetto compie un delitto sotto l’effetto di psicofarmaci, chi è il responsabile? L’autore materiale della violenza? O il medico che, appunto, non ha saputo prevedere le azioni future sulla base di quelle passate?
Aiutato dalla colonna sonora glaciale ma in continuo crescendo di Thomas Newman, Soderbergh dismette i panni dell’osservatore sociale che immortala le nefaste conseguenze della depressione e si lancia improvvisamente in un nuovo film: sale in cattedra il personaggio di Jude Law, lo psichiatra, appunto, che, con una costante e pericolosa escalation di coinvolgimento personale nella vicenda di Emily pone su di sé i dubbi di una condotta professionale ed etica che forse ha oltrepassato il limite.
Side Effects è un film sulla malattia, sulla fobia dei singoli e della collettività, sul morbo psicologico e morale che dilaga a tutti i livelli, anche ai piani alti. È, in un certo senso, un Contagion meno eclatante, invisibile e più spaventoso: la famiglia, i colleghi di lavoro, le istituzioni, le grandi industrie, come i medici e i loro pazienti, covano paure, rabbia, stress e un’instabilità disarmante. Side Effects ci mette di fronte a un castello di carte pronto a crollare. E nessuna pillola ci potrà salvare.
Da cinemaedintorni.dw3b.com

Le azioni passate anticipano quelle future. È il mantra che ossessivamente i protagonisti psichiatri del film si ripetono, come una sorta di “chiave di tutto”: solo se si riesce nell’obiettivo di prevedere che cosa i pazienti affetti da depressione faranno, solo in questo caso, un medico della mente umana è bravo. Sembra quasi un motto che smentisce la carriera dell’autore di “Effetti collaterali”: Steven Soderbergh, infatti, è tutto fuorché un cineasta prevedibile osservando i suoi movimenti precedenti. Anzi, è proprio dell’impossibilità di tracciare lungo la sua filmografia una traiettoria lineare che il regista statunitense ha fatto un segno distintivo.
Dopo quasi un quarto di secolo di attività, e alla media di un film all’anno, Soderbergh fa del gioco con la macchina da presa, e con lo strumento-cinema stesso, il senso profondo del suo lavoro. Dissimulare, mascherare, svelare per poi rinnegare ciò che è stato appena mostrato: nella sua arte il divertimento nello sperimentare le infinite possibilità della Settima arte ha la stessa importanza della sceneggiatura più densa e pregnante che ci possa essere.
In questo suo ultimo lavoro, stranamente presentato in concorso a Berlino, aiutato dallo script di Scott Z. Burns, già sceneggiatore di “The Informant!” e “Contagion”, l’autore di Atlanta opta per un registro stilistico glaciale e compassato, con l’unico obiettivo di creare una sorta di distacco definitivo nel rapporto emotivo che solitamente si crea tra i personaggi di una pellicola e lo spettatore. E una volta raffreddato il coinvolgimento emozionale, può partire la sarabanda di film nei film, come una specie di gioco di scatole cinesi che si aprono all’improvviso per dare l’avvio a un nuovo spettacolo. “Effetti collaterali” si presenta come un dramma tout court sulla piaga della depressione, un male di vivere che colpisce la protagonista Rooney Mara (impressionante la sua performance). Ma la malattia è solo parte della tragedia: al ritmo frenetico del mondo contemporaneo, una 28enne in affari può far fronte alle sue debolezze solo con uno scontato quanto dannoso ricorso agli psicofarmaci. I personaggi del film vanno alle feste, al lavoro, si incontrano per strada e si consigliano pasticche come se si trattasse di vestiti o souvenir. La panacea di tutti i mali starebbe dunque in una scatoletta di piccoli confetti colorati.
Ma quando la dipendenza dai medicinali porta Emily a compiere un gesto inconsulto, ecco che il film prende le forme di un medical thriller. Se un soggetto compie un delitto sotto l’effetto di psicofarmaci, chi è il responsabile? L’autore materiale della violenza? O il medico che, appunto, non ha saputo prevedere le azioni future sulla base di quelle passate?
Aiutato dalla colonna sonora glaciale ma in continuo crescendo di Thomas Newman, Soderbergh dismette i panni dell’osservatore sociale che immortala le nefaste conseguenze della depressione e si lancia improvvisamente in un nuovo film: sale in cattedra il personaggio di Jude Law, lo psichiatra, appunto, che, con una costante e pericolosa escalation di coinvolgimento personale nella vicenda di Emily pone su di sé i dubbi di una condotta professionale ed etica che forse ha oltrepassato il limite.
Per completare l’elenco delle matrioske contenute in “Effetti collaterali” dovremmo proseguire con la virata verso un giallo, che già a Berlino era stato definito come hitchcockiano per la sua abilità di ribaltare le apparenze in un continuo meccanismo di ribaltamento dei fatti. Ma forse sarà bene che sia lo spettatore a godersi il capovolgimento finale. Sottolineiamo soltanto che, ancora una volta, resta l’amaro in bocca per un eccesso di ambizione che porta Soderbergh a perdere puntualmente il controllo della complessa materia che tratta. Intento com’è a concentrarsi sull’esperimento teorico, anche stavolta non riesce a manipolare la narrazione fino al termine. E seguire coerentemente i suoi inaspettati cambi di direzione diventa sempre più ostico con il passare dei minuti. Ma è vera un’altra cosa: quando un cineasta riesce a mimetizzare la sua impronta a ogni scorribanda dietro la cinepresa, quando è in grado con scioltezza di passare dal puro divertissement al cinema di impegno civile solido e sincero, si è portati a perdonargli qualsiasi difetto.
Di Giancarlo Usai, da ondacinema.it

ROMA – Una giovane coppia e l’illusione di una vita perfetta, un imprevisto che spazza via tutto e una catena di eventi in cui quasi niente è come sembra. Malattia, depressione, psicofarmaci e effetti collaterali, appunto, tessono la trama del nuovo film di Steven Soderbergh. Rooney Mara (già protagonista di “Uomini che odiano le donne”) viene separata dal marito Channing Tatum (lo spogliarellista di “Magic Mike” e idolo delle teenager usa), arrestato per insider trading, e cade in una profonda depressione.
Ma il vero protagonista del film è il bravissimo Jude Law, psichiatra di successo che prende a cuore il caso della ragazza e la sottopone a una cura di antidepressivi che causerà dei drammatici effetti collaterali.
Soderbergh continua il suo percorso autoriale all’interno della grande industria hollywoodiana. Grazie a una sceneggiatura intricata firmata ancora una volta da Scott Z. Burns, Effetti collaterali è un thriller avvincente in una confezione elegante, che ricorda Hitchcock per l’ambiguità dei suoi personaggi e per l’attenzione ai dettagli formali e narrativi. Forse non sorprende lo spettatore fino all’ultimo fotogramma, ma fa quello che le grandi produzioni hollywoodiane degli ultimi anni non sempre riescono a fare: essere all’altezza delle aspettative.
Di  Iva Palmieri, Da dazebaonews.it

Avvertenza. Effetti collaterali, thriller di Steven Soderbergh che affronta il tema della facilità con cui si ricorre agli psicofarmaci, può provocare euforia mista a un po’ di ansia, agitazione, stati confusionali e un basso grado di scetticismo. Il massiccio spaccio di sostanze psicoattive da parte dei colossi farmaceutici è solo il punto di partenza di una trama che si basa sul principio che nulla è come sembra. Ma si può anche dire che in realtà tutto è come sembra, in un film realizzato con grande mestiere e con le giuste componenti per arrivare al grande pubblico. All’inizio la pellicola si concentra sui gravi problemi psichici di Emily (Rooney Mara), una buffa osservazione sugli antidepressivi – nomi suadenti, spot rassicuranti, controindicazioni snocciolate rapidamente con tono faceto. La sequela di prescrizioni per Emily comprende grandi marchi del settore (dallo Xanax allo Zoloft). Finché non si arriva all’Ablixa, una novità che anche se fittizia non è meno efficace. Provate a cercarne il nome su Google per distrarvi un po’. Con l’aiuto del dottor Banks (Jude Law), il film vira sulle implicazioni criminali e giudiziarie legate all’uso di questi farmaci, in particolare su quelli che possono essere i loro effetti collaterali. L’interpretazione di Jude Law è ottima: un plausibile ritratto di un terapeuta afflitto da tanti problemi. Ma la mattatrice è Rooney Mara. Grazie anche al regista e a un personaggio sfaccettato, la giovane attrice impressiona per sicurezza e sottigliezza. Un’ultima parola per Steven Soderbergh. Questo regista esploso al suo esordio conSesso, bugie e videotape, in un quarto di secolo ci ha regalato uno straordinario assortimento di film. Oltre che eclettico, per lui si possono spendere serenamente aggettivi come elegante, ambiguo, puntiglioso, schivo, distante fino a riuscire a diventare invisibile, dando l’illusione della spontaneità dei suoi film. Se, come ha dichiarato, questo dovesse essere il suo ultimo film, il mondo del cinema sarà decisamente più povero.
Joe Morgenstern, The Wall Street Journal da internazionale.it

Emily Taylor è una giovane donna, esaurita dalla depressione. Ora che il marito Martin è finalmente fuori di prigione, dovrebbe lasciarsi il buio alle spalle ma il suo stato emotivo peggiora invece ulteriormente, fino a spingerla sull’orlo del suicidio. Inizia così il rapporto con il dottor Banks, psichiatra di successo, con le pillole e i loro effetti collaterali, blackout compresi. Un giorno, Martin viene trovato esanime in casa, pugnalato a morte. Le tracce conducono alla moglie ma lei non ricorda nulla. 
Più passa il tempo e s’impilano i suoi film, nella memoria e nella storia del cinema, più due aspetti s’impongono con evidenza riguardo a Steven Soderbergh: innanzitutto, la stretta continuità tematica, sotto la multiforme declinazione formale che le sue produzioni assumono di volta in volta, e, in secondo luogo, la riuscita del contorno più e meglio che del piatto principale. 
Side Effects non fa differenza: simile per molti aspetti al precedente Contagion, anche ma non solo per l’utilizzo di Jude Law nella posizione di chi è costretto ad inventarsi mezzi non sempre leciti per il bene della verità (e dunque eroe ma non senza ombre, personaggio sempre un po’ scomodo e ambiguo, specie in materia di insider trading), il film esordisce in maniera superbamente accattivante per poi non riuscire a mantenere lo stesso livello di interesse e adagiarsi su percorsi a dir poco scontati. Eppure non c’è dubbio che Soderbergh sappia dov’è la piaga e sappia come muovere il dito (ovvero la macchina da presa) al suo interno. Pochi come lui riescono ad avere una visione macro della società e micro del virus che circola in essa e sanno restituire entrambi i piani, magistralmente amalgamati, nel contesto di un film narrativo cosiddetto tradizionale. Pochi come lui, ancora, sanno assortire cast così oculati, anch’essi trasudanti uno spirito del tempo, in bilico tra aderenza allo show business e critica allo stesso.
Probabilmente, è proprio la formula narrativa obbligata a stare stretta al regista, sembra infatti che lui per primo perda interesse nella chiusura del film e si affidi per svolgere questo compito alla via più rodata, per quanto prevedibile. In fondo, ciò che gli premeva fare a quel punto l’ha già fatto, perché il suo è un cinema che pone le domande, che scandaglia le questioni, che -soprattutto- le approccia (spesso per primo) in termini squisitamente filmici. 
Side Effects , da questo punto di vista, parla chiaro: non è il cinema che si fa giornalismo d’inchiesta, denunciando i complotti e gli affari dietro le cure del bene più fragile e insondabile, e cioè l’anima, ma, all’esatto contrario, è la perversione della società e della cronaca che si offre al cinema come occasione perfetta, sfaccettata ed intrigante quanto basta per costituire una sfida allettante per un regista come Soderbergh.
Di Marianna Cappi, da mymovies.it

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