COME UN TUONO



Luke è un pilota di motociclette, impiegato in uno spettacolo ambulante. Dovrebbe partire al seguito del carrozzone per una nuova meta, ma scopre di avere un figlio, Jason, nato da una breve relazione con Romina, una ragazza del posto. Resta, dunque, nella provincia dello stato di New York, per provvedere alla sua nuova famiglia e impedire che suo figlio cresca senza un padre, come è accaduto a lui. Le rapine in banche e le fughe in moto sono il metodo più veloce per procurarsi tanti soldi e in fretta, ma “chi corre come un fulmine, si schianta come un tuono”, ed è così che la folle corsa di Luke si arresta davanti alla recluta di polizia Avery Cross, anch’egli padre da poco. Quindici anni dopo, Jason e il figlio di Avery stringono amicizia al liceo, ma il passato che li lega riaffiora e la vecchia violenza chiama nuova violenza. 
Il talento di Derek Cianfrance, alla boa del terzo film, è un talento evidente, tanto nell’uso della macchina da presa quanto, e soprattutto, nell’abilità narrativa. Mentre noi scopriamo lui, anche lui sembra scoprire se stesso, misurandosi in toni e registri diversi. Con Blue Valentine aveva raccontato meglio di chiunque altro, recentemente, la straordinaria forza sentimentale del quotidiano, la potenza di tuono di ciò che torna, mediato e deformato dal filtro del ricordo, dell’amore quando l’amore non vince più sul resto. Con Come un tuono allarga il campo e opta per una narrazione forte, che abbraccia più personaggi e più generazioni. Quasi il primo fosse un racconto, perfetto e insuperato, e il secondo un romanzo, la cui mole e la cui impalcatura narrativa, rigida e calcolata, finiscono per schiacciare a tratti emozione e freschezza. 
C’è infatti un determinismo buono – drammaturgicamente parlando -, che è quello che pone i personaggi di fronte a delle scelte che hanno sempre a che vedere con la replica o il rifiuto dell’eredità paterna, e porta il film in territori molto interessanti; ma c’è anche un determinismo più rigido, secondo cui le ferite non possono rimarginarsi ma solo tornare a sanguinare, che concorre efficacemente alla dimensione del pathos ma ruba al film apertura e verità. Sono scelte narrative fatte con la scure, non con mano leggera, nelle quali si può includere anche l’idea rigorosamente speculare che un uomo corrotto generi un figlio dal cuore puro e un uomo che ha fatto della propria vita una lotta alla corruzione, un figlio solo e oscuramente arrabbiato con se stesso e col mondo. 
Si soffre dunque la mancanza della potente delicatezza di Blue Valentine, ma si resta ammirati dalla circolarità e dalla coerenza con la quale Cianfrance e i suoi cosceneggiatori hanno inscenato questa persecuzione del destino ai danni di quattro esseri umani, tanto che la miglior metafora del film è nel suo inizio: in quel “globo della morte” dentro il quale nessuno è agile e sicuro quanto Luke, ma che è pur sempre una gabbia, come quella dell’estrazione sociale, come e soprattutto quella del carattere.
Di Marianna Cappi , da mymovies.it

Il titolo originale di “Come un tuono” è meno immediato, ma sicuramente più indicato: “The place beyond the pines”, luogo in cui si consuma l’ultima scena di questo film lungo, che si dilata nel tempo e che ci permette di conoscere ben quattro personaggi senza che nessuno sia il protagonista assoluto.
Questa bellissima storia inizia con “Handsome” Luke (Ryan Gosling), uno stuntman che si esibisce in tutto il mondo e che un giorno, dopo aver scoperto di avere un figlio di appena un anno, decide di rimanere nella cittadina di Schenectady, dove la sua ex ragazza Romina (Eva Mendes) vive con il nuovo compagno. Luke però non ha una personalità facile: è instabile, anche se animato da buone intenzioni. Un suo conoscente lo convince a fare delle rapine in banca; soldi facili con cui poter contribuire alla crescita di suo figlio. Il sistema sembra funzionare, ma ben presto Luke viene raggiunto dalla polizia: l’ambizioso agente Avery Cross (Bradley Cooper) si troverà faccia a faccia con lui.
Dopo una prima sequenza di enorme impatto visivo, iniziamo a conoscere un personaggio affascinante, la cui caratterizzazione è memorabile, non solo grazie al volto di Gosling. Il bel motociclista lascia poi spazio ad un poliziotto enigmatico e un po’ freddo, totalmente diverso da lui.
Il regista Derek Cianfrance scrive una sceneggiatura (insieme a Ben Coccio e Darius Marder) in cui è forte l’idea di “successione” e “ripetizione”: il film copre un arco temporale non breve all’interno del quale trovano spazio anche due liceali, sui quali pesa un’enorme eredità di violenza che sembra essere insita anche nei loro geni, teoricamente innocenti. “Come un tuono” è una storia decisamente al maschile, ma solo per il genere dei personaggi che la vivono: i sentimenti raccontati sono universali e raggiungono anche il cuore delle spettatrici. Si tratta di un lavoro molto intenso; i 140 minuti di durata potrebbero intimorire, ma la vicenda è talmente bella e ricca di particolari, che il tempo passa con leggerezza.
Ma l’opera di Cianfrance non è solo ben scritta, è stata anche realizzata con grande maestria e professionalità. La regia è piuttosto insolita per un film americano: piano-sequenza lunghissimi e complessi dimostrano una grande padronanza del mezzo da parte del regista; le soggettive frenetiche movimentano la visione e contribuiscono anche a farci sentire meno la lunga durata del film.
Con particolare accortezza, l’autore adatta il suo stile al personaggio che in quel momento del racconto è il protagonista: Luke e Avery sono diversi, il primo è incontenibile, l’altro è posato; in base a questi caratteri, la macchina da presa si calma o si agita, sempre con un sottofondo musicale di grande atmosfera. La colonna sonora, composta di poche canzoni e molti pezzi strumentali, veicola un senso di tensione che non abbandona mai i protagonisti e gli spettatori. Ultimo tocco di classe è la fotografia di Sean Bobbitt, per niente artificiosa ma curatissima.
È raro che un film sia così completo, che forma e contenuto siano così validi: si tratta di un film che può raggiungere una grande fetta di pubblico, anche piuttosto varia. Le sensazioni che viviamo vedendo “Come un tuono” sono forti, in qualche modo anche familiari, sicuramente difficili da dimenticare.
La frase:
“Se corri come un fulmine, ti schianti come un tuono”.
Di Fabiola Fortuna, da filmup.leonardo.it

“Come un tuono” racconta la storia di quattro uomini – e di due generazioni – che lottano per lasciarsi alla spalle un passato sanguinoso. Un misterioso pilota di motociclette, Luke (Ryan Gosling) lascia il mondo delle esibizioni ambulanti quando scopre che la sua ex ragazza Romina (Eva Mendes) ha da poco partorito di nascosto suo figlio. Nel tentativo di provvedere alla sua nuova famiglia, Luke commette una serie di rapine ma la situazione si complica quando dovrà affrontare l’ambizioso ufficiale di polizia Avery Cross (Bradley Cooper).
Dopo il successo di “Blue Valentine” il regista Derek Cianfrance torna a collaborare con Ryan Gosling, attore dotato come sempre di grande presenza scenica, talento che conferma sin dalla prima lunga scena in cui lo vediamo entrare prepotentemente sullo schermo in un piano sequenza che segue il protagonista dalla sua roulotte al globo per l’esibizione in moto.
Il personaggio di Gosling si pone fin da subito come stereotipato sul modello diJames Dean, atteggiamento misterioso di chi ne ha passate tante e una buona dose di fascino e sprezzo del pericolo.
La pellicola, lunga ben 140 minuti, copre inaspettatamente un arco temporale molto lungo, ben quindici anni, rispetto alle premesse che risultano dalle prime immagini e dalla discutibile e meno poetica scelta del titolo italiano (tratto da una battuta alla “Gioventù bruciata” – “chi corre come un fulmine si schianta come un tuono”). Il film affronta anche, durante le tre sezioni in cui è facilmente divisibile, una serie di generi. Nel bel mezzo della storia, infatti, ci si scopre a domandarsi: è un film sul bruciarsi subito invece di spegnersi lentamente o è un film denuncia? E’ una storia di vendetta o è dramma sentimentale? Interrogativi che accompagnano lo spettatore fino alla fine, in cui giunge all’amara verità. In realtà come spesso accade in questi casi, ovvero quando la sceneggiatura è un po’ approssimativa e si cerca di riempirla fino al limite, “Come un tuono” è un po’ tutto e un po’ nessuna delle cose. La pellicola infatti sembra sorvolare un po’ troppo da lontano ogni esperienza cambiando direzione nel momento in cui lo spettatore inizia a affezionarsi alla vicenda. Non aiuta purtroppo neanche il fatto che le varie direzioni finiscano sempre per cadere nella deludente prevedibilità.
Se l’intento del regista, come lui stesso ha dichiarato, è quello di non trasmettere alcun messaggio in particolare è sicuramente riuscito poiché quello che sembra trasparire dal finale (l’eterno ripetersi di un ineluttabile destino?) pare piuttosto smielato e incapace di colpire, diversamente dal precedente e profondo “Blue Valentine”.
Superata la poco incisiva e altalenante sceneggiatura, Cianfrance mette comunque insieme un cast di grandi nomi che non delude (due su tutti Gosling e Cooper) e mostra la sua abilità nelle frequenti lunghe inquadrature senza stacco, con una fotografia molto naturale, che rendono comunque sopportabile l’eccessiva durata del lungometraggio, accompagnato anche da buoni pezzi musicali.
Di Miriam Reale, da ecodelcinema.com

Ci sono molte cose che vengono in mente guardando il nuovo film di Derek Cianfrance. La prima deriva dal godimento di riuscire a vederlo “in diretta”, evitando di costringersi al brodino viastreaming, ed a seguire la constatazione che tutto questo dipende dalla maturazione di coloro che si sono spesi per la sua realizzazione, da Derek Cianfrance, regista del bellissimo “Blue Valentine”(2010), a Ryan Gosling e Bradley Cooper, attori in ascesa per fascino e bravura. Poi subentrano le suggestioni di un cinema totale, fatto di suoni e di immagini che avvolgono e conquistano per quell’impasto spazio temporale che costituisce la materia del loro fluire. D’altronde Cianfrance si trova bene con forme di tempo indefinite, in cui passato presente e futuro sono odori di vite intercambiabili, calcolate con lo scatto di un colpo di pistola. Frammenti di esistenza in frantumi che si ficcano nel cuore di chi guarda. Istantanee destinate a replicarsi in un orgia vitalistica che da padre in figlio perpetua un peccato originale che trova origine nella mancanza di una figura paterna, della cui assenza le storie di Cianfrance sono piene. Un bisogno d’amore insoddisfattodestinato a riciclarsi in violenza cieca ed autodistruttiva. In questo modo i personaggi di Cianfrance sono anime perse, ostinatamente alla ricerca di ciò che non potranno mai avere. “Come un tuono” c’è lo dimostra in ogni rivolo della sua dipanata vicenda, a cominciare dai suoi protagonisti, con Luke il bello, a cui non basta l’avvenenza di Ryan Gosling per evitare il tracollo esistenziale scaturito dalla consapevolezza di non riuscire ad impedire al figlio di diventare come lui, orfano di un genitore che non ha mai conosciuto, continuando, e poi nella sua nemesi rappresentata da Avery Cross, che arriva allo stesso scarto esistenziale del primo partendo da posizioni invertite. Lui una famiglia c’è l’ha ma no riesce a mantenerla, logorato da un senso di colpa che si trasforma in un’avidità, capace di separarlo dall’amore per se e per gli altri. Infine la scena finale, con il figlio do Luke che si allontana in sella ad una motocicletta per inseguire un destino incerto. Anche lui come il Dean Pereira di “Blue Valentine” è condannato ad un esilio momentaneo in attesa del prossimo dolore.
FIlm di destini inelutttabili “Come un tuono” potrebbe essere la versione umana e terrena di “Cloud Atlas” (2013) di cui sembra ripetere il frangiflutti di azioni che si ripetono nel corso del tempo, con corpi a costituire le infinite varianti della medesima fiamma. Un meccanismo perfetto se nel cinema contassero solo le immagini e le parole potessero trasformarsi in un soffio di vento. Ed invece quelle pronunciate dai personaggisono spesso forzate nel disegnare un arazzo che talvolta si oppone al flusso visivo, consegnandolo quà e la ad un’artificialità troppo evidente. La sensazione è una continuità che si spezza e si riannoda, che fatica a mantenersi unita. Alla fine si resta un pò delusi ma si continua a pensare, tessendo i fili di una storia che è diventata parte di noi.
Da cinerepublic.filmtv.it

La storia di un uomo, a volte, non si conclude con la sua morte. E servono altre vite per portarla a termine. Altre volte la storia di un uomo si intreccia con altre storie, influenzandole in maniera significativa. Come un tuono è un film che percorre le storie e le vite di diversi personaggi, attraverso una narrazione dal respiro ampio e allo stesso tempo spezzato, ansioso. Il regista sceglie una temporalità lunga, capace di mostrare gli eventi e le loro conseguenze a distanza di parecchi anni, inserendo i personaggi in una ciclicità umana, riconoscibile. Un intreccio complesso come il destino di una persona. La nascita di un figlio, l’adolescenza, la difficoltà di essere genitori, soprattutto di essere padri. E questa scelta narrativa si appoggia poi su una tensione costante creata nelle scene delle rapine, degli inseguimenti (girate in digitale), una tensione che dall’azione filmica si insinua all’interno dello spettatore, portandolo in una dimensione angosciosa e adrenalinica, dove vede realizzarsi in maniera inevitabile quello che potrebbe essere il ripetersi di una tragedia già accaduta. E’ il passare del tempo (un vuoto di quindici anni) a rendere ancora più significante il ritorno di situazioni e comportamenti, come se una antica maledizione si fosse abbattuta sul giovane motociclista (Ryan Gosling), corpo tatuato e abbigliamento punk, che vediamo nella prima parte del film, dopo un pianosequenza di apertura, che ce lo fa seguire all’interno di un parco dei divertimenti, fino ad una grande sfera di ferro in cui si esibirà con la sua moto. Una maledizione che colpirà chiunque gli sia vicino. Trasformando la sua vita in qualcosa di drammatico. E doloroso.
Come accade all’altro protagonista della pellicola, un agente di polizia (Bradley Cooper) che si troverà a inseguire il giovane motociclista, dopo una rapina. Uno di quegli incontri decisivi, che lasceranno segni indelebili. E che, nella seconda parte del film, diverranno visibili anche in due giovani ragazzi, che si scontreranno a causa di quella antica maledizione.
E intorno alla cittadina di provincia americana in cui si svolge la storia ci sono enormi boschi fitti di pini. E tra quei pini si svolgeranno altri eventi carichi di importanza (una gara di moto che segnerà l’inizio di una amicizia, la possibilità di un’azione violenta, un’ultima e inaspettata redenzione), la natura come un luogo sacro al di là della corruzione umana (The place beyond the pines, il titolo originale). Perché ogni personaggio racchiude in sé stesso l’ambiguità, la sua debolezza davanti alle scelte etiche, la morale si manifesta attraverso gli errori, il destino compie il suo percorso lasciando ferite, si chiudono cerchi solo perché se ne aprano altri.
Da cinerepublic.filmtv.it

L’avevamo lasciato lì Dereck Cianfrance, tra i fuochi d’artificio ed il tenero pianto di un’innocente creatura. Quel Blue Valentineda noi approdato con cospicuo ritardo, ma che anche a distanza di tre anni non ha smesso di avere qualcosa da dirci. Ci sembra un ottimo punto di partenza, laddove l’ultimo film del regista statunitense torna a speculare sulla portata del dramma familiare contemporaneo.
Come un tuono (d’ora in avanti The Place Beyond the Pines, titolo originale del film), vuole in qualche modo confermare certe tematiche, aggrappandosi ancora una volta ad un’atmosfera intrisa di realismo e pressoché mai banale. Attraverso i suoi personaggi e le loro situazioni, Cianfrance prova disperatamente a scoperchiare il guscio di quella verità che si cela dietro al malessere di uno o più nuclei familiari. Procedendo a ritroso, nel tentativo di cogliere le cause di certe distorsioni, senza mai puntare il dito su qualcuno in particolare.
Una premessa necessaria, la nostra. Una chiave di lettura che s’impone da sé, costringendoci a vedere in Blue Valentine e The Place Beyond the Pines una sorta di dittico piuttosto codificato quanto all’ambito attorno al quale ruotano ambedue le storie. Ambientazione privilegiata, ancora una volta, quella New York e zone limitrofe che in fondo sono già espressione di disfacimento, di mancata coesione, di un latente ma profondo vuoto. Sobborghi sconnessi, apparentemente abbandonati a sé stessi, dove più che vivere si sopravvive. È questo lo scenario dipintoci da Cianfrance, che ancora una volta si affida ad una storia decisamente basilare, seppur spalmata in un arco di tempo piuttosto ampio. Escamotage, questo, imprescindibile ai fini dell’approfondimento del fenomeno in esame, più che dei vari protagonisti.
Luke Glanton (Ryan Gosling) è un giovane stuntman che gira per il Paese seguendo una lunga scaletta di spettacoli. Un giorno, in modo del tutto fortuito, mentre si esibisce a Schenectady, scopre che Romina (Eva Mendes), una ragazza con cui aveva avuto una fugace liaison l’anno prima, ha dato alla luce un bambino. Da semplice tappa, dunque, Schenectady si trasforma in una sorta di dimora provvisoria: Luke intende a tutti i costi occuparsi del bambino, ed anche della madre. Sa bene quanto sia doloroso crescere senza un padre, ecco perché non intende privare della propria presenza il piccolo Jason (Dane DeHaan).
Anche in questo caso sono i particolari a fare la differenza. Cianfrance riesce ad essere romantico ma mai smielato, aspetto che si evince da più passaggi, come quando il tenero ritratto di un padre improvvisato passa attraverso il desiderio di condividere col proprio figlioqualcosa, non importa cosa, purché sia la prima volta: «come? non ha mai assaggiato un gelato?!». Tutte misure che vanno viste alla luce della duplice natura dei suoi personaggi, ed in particolare dei due padri in questa vicenda. Sì perché anche stavolta il regista originario del Colorado scava nell’ambiguità di certe figure paterne; padri imperfetti, ma, malgrado tutto, padri.
Lucas, con quell’aria stralunata, totalmente in balia della sua ambizione di essere padre pur non riuscendo a badare nemmeno a sé stesso, si ritrova a sbattere duramente il muso con una realtà che lo scoraggia, lo ostacola, lo rifiuta; finché questa non ha il sopravvento. Cosicché il novello genitore sceglie la via più estrema, ovvero rapinare banche, annullandosi per amore di offrire al proprio figlio ciò che lui non ha avuto. Nessuna presa di posizione, nessun giudizio eminentemente morale; solo la cruda quotidianità di un uomo che ci prova, contro tutto e contro tutti. Senza star lì a sentenziare sugli atti, a prima vista deprecabili, né tantomeno sui propositi.
A Lucas viene opposto in maniera quasi perfettamente speculare il personaggio di Avery (Bradley Cooper), il cui incontro con il motociclista pazzo e dotato gli cambierà per sempre la vita. Dopo un’ora esatta, The Place Beyond the Pines cambia drasticamente prospettiva. A riprova del fatto che i suoi personaggi altro non sono che un mezzo anziché il fine, Cianfrance opta per alcune scelte rischiose ma a conti fatti necessarie. Se in Blue Valentine aveva però brillato il suo estro quanto al come aveva portato avanti un certo discorso, stavolta la narrazione si dipana senza particolari digressioni: nessuna sovrapposizione di piani temporali, tutt’al più qualche salto. Il ritmo diegetico non viene mai intaccato, procedendo come una linea retta, senza interruzioni o licenze.
Mossa senz’altro ponderata, ma che, a dispetto della sua funzionalità, finisce forse col limitare una seconda e passa parte lievemente sottotono rispetto alla prima. La sincera drammaticità della prima ora, cede il passo ad un “secondo tempo” più rigido, in cui si ha l’impressione che Cianfrance si leghi le mani da solo. Vero è che, con discreto anticipo rispetto alla chiusura del cerchio, si riesce a risollevare la baracca da quell’accennato ma sensibile torpore in cui The Place Beyond the Pines cade a un certo punto.
Succede allora che il secondo atto del film sembra ripiegare timidamente sui toni di un Prince of the City di lumetiana memoria; che sarebbe pure una notevole ispirazione, se non fosse che, chiaramente, non è lì che s’intende andare a parare. Ecco, Come un tuono è un dramma in tre atti, ognuno con a capo un soggetto fisico. Volendo è questa la soluzione definitiva adottata dall’autore, così come l’alternanza dei due filoni temporali lo è in Blue Valentine: il primo incentrato su Lucas, il secondo su Avery ed il terzo… beh, vi basti sapere che c’è anche un terzo atto.
Ma ancora una volta, sarebbe fuorviante focalizzarsi solo ed esclusivamente sui contenuti espliciti. Sì perché Cianfrance lavora, e tanto, col non detto, con ciò che si desume ma che viene rappresentato con discreta efficacia. Il ricorso a certi canti gregoriani, di cui è costellata l’intera pellicola, aggiungono quel tocco vagamente metafisico il cui culmine è raggiunto da un sensato ed opportuno Miserere di Allegri. Oppure le prove dei singoli, su tutti Ryan Gosling, che in versione “padre amorevole” è davvero un’altra cosa: le urla strozzate durante le rapine, quella costante aria di rassegnazione. Peccato ancora una volta per un Ray Liotta ad un quarto di servizio; decisamente meglio Ben Mendelsohn. Per il resto, certe inquadrature, certi passaggi…
Solo così la parabola dei Glanton può avere un senso; e solo così si riesce ad apprezzare la profondità di una sequenza “sdoppiata”, in cui a bordo di una moto, sfrecciando per una strada asfaltata senza fine, il vero elemento di raccordo è/sono il/i conducente/i del mezzo a due ruote. Un percorso dalla nostalgia ineffabile, insomma, che va condotto insieme ma separatamente.
Di Antonio Maria Abate , da cineblog.it

Luke, sopranominato Luke il Bello, è un motociclista acrobatico ed errante, senza passato, ma incredibilmente affascinante. Con la carovana del suo spettacolo ambulante gira gli Stati Uniti e non ha radici in nessun luogo. Finché non ritorna, un anno dopo, a far tappa a Schenectady, dove ritrova Romina, interpretata da Eva Mendes. E dove scopre di avere avuto un figlio da lei. Un bambino biondo e paffuto di nome Jason che cambierà per sempre la vita di Luke. Nel tentativo di entrare a far parte della vita di quel bambino, quasi inconsapevole delle leggi della società, diventerà un rapinatore di banche.
E’ questo l’inizio di Come un tuono, la nuova pellicola di Derek Cianfrance, alle prese con una storia di famiglie, tema che sembra stargli sicuramente a cuore: stavolta, a differenza di Blue Valentine, lo sguardo è ampliato e l’obiettivo è focalizzato sull’eredità, su ciò che trasmettiamo a chi viene dopo di noi.
Questo passaggio di testimone non viene solo raccontato ma anche rappresentato attraverso la costruzione narrativa: sono tre le storie che si susseguono in un arco temporale di quindici anni. Perché Luke, disadattato e marginale attore della società interpetato da Ryan Gosling, nel tentativo di diventare il padre che nemmeno lui ha mai avuto innescherà un destino inesorabile che lo porterà ad incrociare la vita di un altro giovane uomo e padre: Avery Cross, ambizioso e istruito agente di polizia interpretato da un intenso Bradley Cooper.
Avery Cross sa ciò che è giusto, è nato e cresciuto in una famiglia importante di quella cittadina di provincia ma vuole farsi da solo: è rispettato e ancora di più ammirato quando incrocia fatalmente la vita di Luke il Bello. E, per la prima volta in vita sua , commette uno sbaglio. Uno sbaglio che attiverà una reazione a catena inesorabile di ingiustizia e che provocherà in lui un conflitto interiore che allontanerà da lui la moglie e il figlio AJ. Nonostante ciò, la vita pubblica di Avery Cross sarà costellata di continui successi professionali che lasciano increduli nella sospensione di giustizia.
Ma la vita arriva sempre a chiederti il conto. Quindici anni dopo quel fatale incontro, Cianfrance catapulta lo spettatore nelle vite di Jason e AJ, i figli di Luke e Avery per mostrargli cosa è ricaduto sulla generazione succesiva.
Se il personaggio di Ryan Gosling combacia per molti aspetti a quello di The Driver in Drive, regalando quasi una sorta di prequel, il personaggio di Bradley Cooper offre la possibilità di riflettere su due parole che nel mondo di oggi sono messe a dura prova e insidiate nel loro significato: giustizia ed eroe.
Cianfrance sa essere molto intenso e, grazie ad uno stile quasi documentaristico, abbatte molta della distanza tra lo schermo e la storia ma soffre di qualche lungaggine, di un montaggio praticamente inesistente e di un’ineluttabilità del destino degna di Iñárritu.
Poteva fare qualcosa di più invece Mike Patton, ex frontman dei Faith No More, curatore della colonna sonora del film che azzecca alla perfezione solo due brani: “Dancing in the Dark” di Bruce Springsteen e la chiusura del film con le note di “The Wolves (Act I and II)” di Bon Iver.
Di Elisa Volpi, da comingsoon.it

Per Derek Cianfrance “il cinema è un luogo dove i segreti vengono svelati. Uno spazio in cui possiamo penetrare in posti intimi, nelle case e nelle camere da letto, e dove è possibile assistere ad eventi privati che somigliano a quelli della nostra vita”. Non stupisce, dunque, che la sua giovane poetica sia incentrata quasi esclusivamente su racconti a stampo famigliare. Un percorso evidenziato senza ombra di dubbio dall’esordioBrother Tied, in cui si indaga nel rapporto tra fratelli, il tanto sofferto Blue Valentine, con cui si entra nelle dinamiche spesso controverse della coppia, per finire con l’ultimo e atteso Come un tuono, grazie al quale viene sviscerata la paternità e i suoi effetti collaterali. A dire il vero, però, in questo caso il regista, riesce a portare la tematica ad un livello di analisi più intenso rispetto ai suoi film precedenti, facendo riferimento a tutta la letteratura che, da Eschilo fino a Jack London, ha utilizzato e incrementato il concetto di ereditarietà delle colpe dei padri. Così, nuovamente sostenuto dalla collaborazione con Ryan Gosling, Cianfrance costruisce i personaggi di Handsome Luke, motociclista acrobatico e avventuriero dal passato discutibile, e di Avery, un ufficiale di polizia idealista pronto a scontrarsi con la corruzione del suo dipartimento. Le loro strade, però, sono destinate ad incrociarsi drammaticamente durante un intervento armato i cui effetti condizioneranno inevitabilmente il futuro dei rispettivi figli. 
Cosi, per dare voce ai suoi ant eroi e lasciare spazio alle loro evoluzioni, il regista affronta una costruzione narrativa azzardata, dividendo l’intera struttura del film in tre tempi diversi ma legati armoniosamente tra loro dal sovrapporsi in dissolvenza delle diverse generazioni e dei loro affanni. Anzi, evitando la frammentarietà temporale, Cianfrance utilizza in modo assolutamente equo il volto tormentato di Gosling e quello più “pulito” di Bradley Cooper per raccontare le motivazioni di una paternità negata per volontà propria o altrui. Lo stile è quello asciutto ed essenziale con il quale il regista ha fotografato la provincia americana fin dal primo lungometraggio. In questo caso, perè, lunghe carrellate si alternano a primi piani indagatori nel tentativo di narrare la natura e l’ambiente dei protagonisti. Un gioco di sguardi, questo, in cui l’attenzione si sposta senza ansie dal particolare all’universale. Movimenti di camera che mettono in evidenza la lacrima tatuata sulla guancia di Gosling come il perfetto taglio di capelli di Cooper trasformandoli in particolari significativi, il cui compito è quello di tratteggiare non solo il background ma anche il probabile futuro di due uomini provenienti da mondi socialmente diversi e comunque uniti dall’impossibilità di adempiere il proprio ruolo. 
In questo modo Cianfrance costruisce le basi per una moderna tragedia americana tutta al maschile in cui le figure femminili sono necessariamente e opportunamente tenute sullo fondo. Destinate ad osservare e a contenere gli errori dei loro uomini, le donne si trasformano in occultatrici della memoria o in sostenitrici ad oltranza di un rapporto sempre più sfuggente. Anzi, destinate ad una solitudine emotiva senza possibilità di rivalsa, non possono far altro che osservare le funamboliche imprese dei propri compagni, consapevoli del pericolo e degli effetti devastanti sull’esistenza di testimoni innocenti e inconsapevoli. Ed è in questo gruppo che il regista inserisce la figura fragile del figlio su cui si abbatte quasi inevitabilmente la colpa del genitore. Che sia rappresentata dal silenzio, dall’accusa, dall’assenza fisica o dalla simulazione di un affetto freddo e distante, il patrimonio paterno diventa un riflesso costante nel quale specchiarsi alla disperata ricerca di un’identità personale. Ma è possibile liberarsi dai condizionamenti di un passato che non ci appartiene fino in fondo nonostante se ne portino i segni nella propria genetica? Per Cianfrance la risposta è sicuramente positiva, purché si accetti di guardare dritto negli occhi la realtà senza trasformarla in un destino ineluttabile. Perché solo dopo aver attentamente ascoltato la propria storia e riconosciuto senza falsi pudori le radici da cui si proviene è possibile trasformarsi in individui liberi capaci, magari, di correre come fulmini senza cadere come tuoni.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

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