BUON ANNO SARAJEVO


Rahima vive a Sarajevo con il fratello minore Nedim. Sono entrambi orfani e sotto osservazione da parte dei servizi sociali. Rahima lavora, senza una paga regolare, come cuoca in un ristorante. Il fratello è vittima del bullismo di un gruppo di studenti che ruota intorno al figlio di un ministro. La sorella, di recente convertitasi all’islamismo osservante, teme per la sua sorte soprattutto dopo la scoperta del coinvolgimento di Nedim nel contrabbando di armi.
Si apre con un video amatoriale di una festa natalizia di un tempo apparentemente lontano, ma di fatto costantemente presente, questo secondo lungometraggio di Aida Begic presentato a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”. Ed è sull’incancellabilità dei traumi causati da uno dei più atroci conflitti che l’umanità abbia conosciuto in tempi recenti che ruota la sua narrazione. La guerra nell’ex Jugoslavia è ormai un ricordo, di fatto rimosso dalla memoria dell’occidente, ma morde ancora nella carne di chi l’ha vissuta. Begic ce ne offre una lettura al femminile grazie a una macchina da presa che mutua in parte lo stile di ripresa dai fratelli Dardenne diRosetta. Rahima viene pedinata dalla camera in intensi piani sequenza e seguita mentre segue di nascosto le mosse del fratello che rischia (al di là di ciò che appare alla funzionaria del servizio sociale) un’esistenza border line. Ma border line è la vita di tutti gli abitanti di una città che è stata martoriata dal conflitto nella sua intima essenza. Le giornate si susseguono una dopo l’altra in una società che non solo non ha rimarginato le proprie ferite ma che è ora vittima di quella epidemia globale che prende il nome di liberismo sfrenato e che lascia sul terreno morti e feriti nell’intimo, nella dignità. Rahima ha cercato in una fede (che non si esteriorizza se non nel velo che indossa) un appoggio per difendersi e difendere ciò che ha di più caro: Nedim. I botti del Capodanno, in un film che presta una grande attenzione ai suoni e ai rumori al punto di fornire loro un simbolismo acustico di rilevante qualità, sono segno di festa ma ricordano tanto, troppo da vicino ben altre esplosioni. La speranza nell’anno che verrà non può essere sepolta assieme alle scene di morte che ancora ritornano a tormentare chi le ha vissute ma, sembra dirci Aida Begic, non può neppure contare sul contesto socio-economico. Può solo fare affidamento sulle singole persone capaci di non piegarsi. Come Rahima.
Di Giancarlo Zappoli , da mymovies.it

Nella Sarajevo del dopoguerra, Rahima (Marija Pikić) e Nedim (Ismir Gagula), due fratelli orfani di entrambi i genitori scomparsi durante il conflitto che alla fine del secolo scorso colpì la Bosnia-Erzegovina, vivono entrambi con il solo stipendio di lei. La protagonista è cresciuta durante la guerra e si è presa cura di entrambi i fratelli (il maggiore dei tre non vive con loro) ma non sa che il minore le nasconde molte cose: a scuola spesso si assenta e i suoi comportamenti non sono sempre esemplari; un giorno Rahima viene chiamata dalla preside perché Nedim ha picchiato un coetaneo figlio di un ministro. Da questo piccolo episodio parte una serie di situazioni sfavorevoli che non faciliteranno certo la vita dei due, già piuttosto dura.
La caratterizzazione del personaggio di Rahima è visivamente molto forte: senza un filo di trucco, con il velo sempre ben stretto in testa per coprire accuratamente i capelli e vestita con abiti anonimi per niente femminili e dai colori spenti. La donna sembra portare sempre con sé non solo il lutto della perdita dei genitori, ma dell’intera esperienza della guerra, in tutte le sue sfaccettature.
La protagonista di “Buon anno Sarajevo” è ancora vittima di quei ricordi e forse lo sarà per sempre. Parla poco e sorride ancora meno, ma quando viene attaccata tira fuori una forza infinita che le permette di ammutolire il suo interlocutore con poche durissime parole.
Le vicende dei due fratelli sono solo una piccola parte del contenuto del film: la sceneggiatura, scritta dalla stessa regista (che poi è anche produttrice) Aida Begić, è ricchissima di sfumature che abbracciano guerra e crisi economica, rapporti umani e religione.
Apparentemente, il conflitto terminato nemmeno venti anni prima non si percepisce; a ricordarcelo sono dei filmati amatoriali che punteggiano il film, realizzati durante le giornate del conflitto. Si tratta di immagini molto forti perché “reali”, stampate nella mente di Rahima.
L’intero lavoro della Begić è molto coraggioso sia sotto il punto vista della forma che del contenuto; “Buon anno Sarajevo” è composto quasi interamente da inquadrature lunghissime (anche di alcuni minuti) che, da una parte dimostrano la padronanza tecnica della regista e l’abilità degli attori, ma dall’altra rischiano di abbassare il livello dell’attenzione di chi guarda. In effetti, in alcuni punti succede, soprattutto a causa della “semplicità” degli avvenimenti. Il coraggio e l’azzardo del contenuto sono tutti da ricondurre alla rappresentazione della classe politica data dall’autrice: decisamente poco corretta e facilmente corruttibile.
Si tratta di un film duro, primordiale, persino grezzo. Ma di incredibile impatto.
La frase:
“Maledetto capodanno, lo odio!”.
Di Fabiola Fortuna , da filmup.leonardo.it

Due fratelli, Rahima e Nedim, orfani di guerra, vivono in complicate ristrettezze economiche nella Sarajevo contemporanea. Cercano di cavarsela come meglio possono: l’una, da brava sorella maggiore, costringendosi a una vita di onestà e di abnegazione totale verso il lavoro e rifugiandosi, almeno apparentemente, nella religione (quella musulmana, di cui ha abbracciato la fede da poco, con tanto di adozione del velo); l’altro, fratello adolescente e diabetico, ostentando un atteggiamento ribelle verso la società e anche verso la sorella, e allo stesso tempo, votandosi a una situazione di sopravvivenza ai limiti della legalità.
Entrambe le esistenze agiscono in una dimensione ai margini dell’accettazione sociale, e i loro tentativi sono destinati a una continua frustrazione, soprattutto quando pervengono a un confronto- che ha, anche troppo esplicitamente, del polemico- con le attuali classi dirigenti bosniache.
Il punto di vista privilegiato di questa condizione in cui indugia lo sguardo del film è quello di Rahima, forse per la sua posizione di giovane donna che risente pesantemente del recente passato e che non nutre troppe aspettative verso il futuro. La macchina da presa la segue indefessa in ogni momento della sua quotidianità, inoltrandosi anche nei recessi della società bosniaca, senza risparmiare nulla in disagio e squallore. Non a caso la scrittura filmica elegge come cifra stilistica il long take, in una pretesa adesione al punto di vista della protagonista. Le uniche trasgressioni a un regime di focalizzazione altrimenti assolutamente ancorato alla sola Rahima, sono le intrusioni di materiale audiovisivo amatoriale autentico, atto a documentare e dare conto della vita quotidiana durante la guerra, e un inaspettato esercizio della rappresentazione onirica, ma in un sogno sempre della protagonista.
Buon anno Sarajevo (Djeca) è sicuramente appartenente a quel filone di narrazione cinematografica che si è palesemente affrancato, poiché le ignora totalmente, dalle tradizionali istanze drammatiche di articolazione in momenti tensivi e distensivi, una tecnica tutta subordinata all’esigenza di una continua sollecitudine o frustrazione delle attese del pubblico. Si preferiscono, invece, un procedere narrativo che è essenziale, e un intreccio ridotto all’osso, che sostanzialmente mira a registrare uno spaccato di vita. Muovendosi con disinvoltura entro i rischiosi territori del naturalismo cinematografico, la Begić perviene con successo a un’autenticità che però non denuncia affatto inconsapevolezza, disamore o incuria verso le potenzialità dello strumento cinematografico. La sua strategia formale restituisce efficacemente una situazione di impasse, che, secondo la stessa ammissione della regista, mira a riprodurre la stasi angosciosa in cui si districano le vite della Sarajevo post-bellica. La giovane regista ottiene ciò che si era proposta: replicare la condizione della generazione di Rahima, negandole la sicurezza di una prospettiva, o di una via di uscita, in un orizzonte in cui impotenza e sensazione di inadeguatezza fanno da padrone. Qualora si voglia individuare un limite di questo film, lo si potrebbe fare proprio appellandosi a questa esibita dichiarazione di appartenenza a un’unica funzione, che potrebbe precludere alla pellicola una condizione di plurivocità e polisemia quale la si riconosce solitamente alle opere d’arte. D’altra parte, però, il rigorismo delle immagini e la configurazione senza blandizie della realtà bosniaca sono responsabili di un effetto altamente perturbante, tale da essere rilevato solo in occasione della fruizione di grandi film: eccedendo, in questa direzione, le sue intenzioni apparenti, Buon anno Sarajevo può assurgere ad assolvere una funzione astratta e universale nel comunicare una situazione di indefinitezza e di sospensione. A questo contribuisce anche il delicato abbraccio della musica classica (la Sinfonia n.6 di Beethoven), che in apertura e in chiusura, unico commento sonoro extradiegetico del film, circoscrive non una vicenda indefinita, ma un prelievo dalla realtà storica, concedendogli, in extremis, persino un barlume di speranza.
Di Chiara Borrelli, da doppioschermo.it

a maggiora parte delle persone nel mondo sanno cos è la guerra: la televisione, i giornali ne hanno creato una rappresentazione comune. Ma la guerra è qualcosa di diverso per chi l’ha vissuta realmente Aida Begic, la regista, ci mostra uno squarcio di vissuto di due fratelli rimasti orfani che tentano di mantenere in quegli anni uno stile di vita normale, nonostante le atrocità contro cui hanno dovuto combattere.
I due fratelli Rahima e Nedim, dalla grande differenza di età, si trovano soli nel sostenersi a vicenda. Rahima è la sorella maggiore ed è costretta a lavorare sottopagata in un ristorante gestito da un personaggio losco, mentre l’irrequieto Nedim è ancora un adolescente e va a scuola. Un giorno il ragazzo, durante una rissa con un compagno, distrugge il cellulare del figlio di un uomo potente del luogo, da quel momento si innescherà una catena di eventi che le faranno scoprire che il fratello conduce una doppia vita.
La storia sullo sfondo è quella di una ragazza ribelle che in passato, nel corso degli anni del liceo, ha causato molti problemi all’istituzione sociale dove è cresciuta insieme al fratello, nel film ci sono alcuni incontri tra Rahima e un ragazzo drogato senza che lo spettatore sia informato con riferimenti specifici relativi al loro passato, ma la cui collocazione allude agli anni di formazione della ragazza, e alle strade opposte che i due ragazzi hanno deciso di intraprendere. Rahima sceglie la via religiosa islamica in modo da poter dimostrare sia al fratello sia all’assistente sociale un cambiamento importante nella sua vita. La Begic insiste molto sul velo come simbolo forte di un rifiuto, quello del peccato e di una realtà “mondana” foriera di morte, per Rahima questa scelta è un esempio per gli altri.
“Buon anno Sarajevo” dunque racconta la vita e lo fa attraverso le giornate dei suoi protagonisti, già perchè Aida Begic attualizza lo stile del neorealismo e la poetica del pedinamento attraverso lunghissimi piani sequenza in cui la macchina a mano incontra le difficoltà della giovane protagonista. Le inquadrature appaiono frenetiche, nervose e sembravano descrivere un percorso circolare, ozioso, che non la porta mai da nessuna parte. La condivisione dello spettatore è totale.
La sicurezza che la regista mostra nel mettere in scena la sua storia, oltre ad essere un dato importante per un’autrice giunta solo al suo secondo lungometraggio, rappresenta la conferma di una sensibilità registica di assoluto livello. Anche i due giovani protagonisti offrono una grande prova di interpretazione (Marija Pikic e Ismir Gagula), entrambi gettano un po’ di luce e speranza su un quadro che resta cupo e incerto come è il finale.
Di Giulia Surace, da ecodelcinema.com

Rahima e Nadim sono due fratelli di Sarajevo, rimasti orfani per colpa della guerra in Bosnia. Una vita sofferta, soprattutto nel riverbero delle tragiche immagini e memorie lascito di un conflitto crudele che Rahima (la maggiore) ha cercato di affrontare ‘grazie’ a un lavoro schiavizzante (malpagato e gestito da un losco individuo) con cui stenta a campare sé e suo fratello. Ma la sofferenza indimenticata e latente che vive nella mente di Rahima così come nel resto dei cittadini, è destinata a riaccendersi a ogni angolo dell’esistenza. E infatti, in seguito a una rissa sorta tra Nadim e uno suo ‘intoccabile’ compagno di classe (figlio di un potente ministro), Rahima si ritroverà sommersa dai ‘guai’ e confinata nel gorgo asfissiante di una società ostile che non fa che stritolarla ogni giorno di più. Tra la sua scelta di indossare il velo (più propriamente un Hiijab che le copre totalmente capo e capelli), un lavoro che non le lascia neanche il tempo di vivere (“lavorare libera dalla vita”) e le preoccupanti attività del fratello minore, sempre più intento in attività poco raccomandabili, Rahima dovrà (ancora una volta) aggrapparsi al suo stoico senso di responsabilità per tenere saldo quel piccolo nucleo che è ciò che rimane della loro famiglia, oramai sepolta sotto le ceneri della guerra.
Alla sua opera seconda (dopo Snow, vincitore della Settimana della critica al Festival di Cannes 2008) Aida Begic scava nell’immagine e nei ricordi di una delle tante generazioni post-guerra inesorabilmente segnate dalla violenza del conflitto. Attraverso gli occhi e il cuore della protagonista Rahima, la Begic torna infatti sul sentiero intimo di una storia personale che attraverso l’ostinazione della vita tenta di sopravvivere al giogo della morte. Asciutto e fondato su un silente realismo in cui sono i movimenti e gli sguardi a cogliere a pieno il senso di una difficoltà che cresce interiormente come un vortice, Buon Anno Sarajevo riesce (soprattutto grazie all’ottima prova della protagonista Marija Pikic) a ritrarre una società ferita, entro i confini della quale si muovono esistenze così in bilico da rischiare d’esser sopraffatte perfino dalla scelta di un velo.
La poca fluidità nella transizione tra presente e i filmati di repertorio che cercano di riprendere il filo di una memoria di guerra divenuta ossessiva, è in realtà l’unica pecca di un film che coglie con estrema sensibilità e sobrietà umane una catarsi che non si concretizza in un evento specifico, ma che rappresenta piuttosto la lenta metabolizzazione di un groviglio di eventi che hanno impregnato la vita di percezioni e valori negativi, e dai quali bisogna emanciparsi per tornare a vivere. Nel reiterarsi di una quotidianità (il ripetuto apririsi e chiudersi dell’armadietto del lavoro) sofferta ma vissuta con estrema onestà va così cercata la strada che possa insegnare a prendere la distanza dalla sofferenza per cercare, invece, di abbracciare la vita, così come viene. Un iter certo non facile per una generazione cui i botti del nuovo anno non possono che ricordare i botti di un violento passato che ha vanificato ogni speranza di una vita migliore. Eppure, nella stoica lotta di Rahima la disperazione assume presto il volto di un valore positivo, capace di trasformare il dolore in tenacia e il senso di perdita in affetto viscerale per ciò che resta della propria famiglia. Un ritratto di crisi all’ennesima potenza che mostra il coraggio e la determinazione femminili temprate e lentamente riemerse dal tunnel di odio della guerra. Un film carico di dolore umano ma anche d’umana ispirazione che cerca di lasciarsi alle spalle il dolore nella continua ricerca di un nuovo inizio.
La regista bosniaca Aida Begic porta al cinema Buon anno Sarajevo (Djeca) ritratto di generazioni cresciute nel frastuono della guerra e nel riverbero delle immagini di morte. Un lungo peregrinare attraverso gli abissi di un dolore acuito da società spartane nell’anima, cui si oppone la determinazione umana nel voler cementare gli affetti, quelli sopravvissuti alla strage della guerra. Un film profondamente intimo e avvolto da un doloroso realismo che entra di peso nella sfera emotiva di ognuno di noi, ricalibrando il senso della parola sofferenza.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

E’ come ritornare a guardare i tg e gli speciali, quelli degli anni Novanta, con i brandelli carne e muri e i cani che si cibavano di quel che avanzava. E poi i tanti morti e le migliaia di sopravvissuti. La maggior parte in condizione di orfani. Come Rahima e suo fratello Nedim, i protagonisti del film della regista Aida Begic. Loro sono orfani a causa della guerra in Bosnia. Vivono a Sarajevo, una città che sembra essersi scordata la riconoscenza verso i figli di chi é morto per la patria. Dopo anni difficili, Rahima, ormai ventitreenne, ha trovato serenità, ma suo fratello non ha ancora trovato la strada giusta. Lei, nonostante abbia vissuto la grande sofferenza della guerra e la perdita di tutto, deve prendersi cura almeno del fratello rimasto con lei, in città, perché l’altro abita lontano di lì. Nedim vive il tormento in qualsiasi luogo vi si trova, dalla scuola alla strada.
 Si tratta di due personaggi dalla caratterizzazione molto forte: tutto appare come natura vuole, dal volto scavato, stanco e sopraffatto dal dolore di lei, con tanto di velo sempre ben stretto in testa e vestita sempre con abiti anonimi e dai colori spenti, a significazione di un lutto vitale, alla condizione di adolescente alla deriva di lui, sempre ingobbito, inquieto e desideroso di fare a botte col mondo.
Un film ch’è una pagina interessante di quello che rimane di tanto dolore. Di una delle più tristi pagine della storia dell’umanità, che dovremmo ricordare, in ogni occasione dove si fa memoria. A tal proposito, molto interessanti nel film sono dei filmati amatoriali, molto forti e reali. Tristissima la sequenza dei bambini che cantano un canto standosene in fila e con alle spalle tutti ‘gli avanzi’ di un conflitto ancora in atto.
 La sceneggiatura della stessa regista, anche produttrice del film, è di ampio spessore narrativo perché offre una panoramica molto vasta, sulla guerra in generale e ogni forma di crisi ch’essa porta, soprattutto quella legata alla scomposizione o vera e propria rottura dei rapporti umani. Si tratta, quindi, di un film molto coraggioso nei contenuti, e che, anche dal punto di vista della forma rimanda tanto a quello dei fratelli Dardenne, ma anche, in parte, il racconto di un certo cinema importante italiano, dai fratelli Frazzi e quello del primo Capuano.
Di questo film è molto interessante quel che rimane: soprattutto i botti, che non sono quelli solamente del Capodanno, ma piuttosto i rumori di una guerra che ha reso sordi, ciechi e senza parole ancora tanta umanità, con o senza alcun potere.
Di Giancarlo Visitilli, da cinerepublic.filmtv.it

Oltre a quella dei morti e dei danni, c’è una conta che nessuno fa mai dopo una guerra. Ed è la conta delle vittime. I cui corpi sopravvivranno, ma a quale prezzo? Ed è di loro che si (pre)occupa la brava Aida Begic, bosniaca, un lungometraggio appena alle spalle e già il piglio sicuro di chi sa maneggiare con scioltezza il mezzo cinematografico. Se infatti nel suo primo lavoro, Snijeg, raccontava la storia di un gruppo di donne che avevano perso i loro uomini durante i massacri nella Bosnia orientale, con Buon anno Sarajevo la Begic torna nella sua capitale a distanza di più di dieci anni dai fatti che l’hanno martoriata. Con lei, sul set, ci sono due fratelli orfani: Rahima, poco più che 20enne, un lavoro sottopagato come cuoca e la fede musulmana come rifugio; e Nedim, che di anni ne ha solo 14 ma di guai ne ha già combinati abbastanza. Per entrambi, però, il tempo sembra essersi fermato in un immutabile presente o piuttosto in un eterno passato dove le lancette dell’orologio restano inchiodate a quelle ferite infette e ora aggravate dalla crisi economica. Ma in esse lo spettatore non troverà nessun compiacimento del dolore, nessuna morbosità dello sguardo. Macchina da presa a spalla, ciò che la Begic mette in scena nei diluiti piani sequenza ricompensati con il Premio Lino Miccichè a Pesaro 2012 per il Miglior Film, è solo la ricerca di una traccia di umanità in mezzo a tanti contrasti. E ai botti assordanti, quasi delle bombe, per il nuovo anno.
Di Erica Re, da filmtv.it

Rahima, 23 anni, e Nedim, 14, sono due fratelli rimasti orfani durante la guerra di Bosnia. I due ragazzi vivono in una Sarajevo che, a più di un decennio di distanza, non è ancora riuscita a lasciarsi alle spalle le ferite del conflitto, vivendo una perenne transizione che implica difficoltà economiche e disagio sociale; Rahima, che ha da poco iniziato a cercare conforto nella religione musulmana, lavora come cuoca in un ristorante gestito da un uomo violento e meschino, mentre Nedim si trova spesso coinvolto in risse con i suoi compagni di scuola, che lo discriminano perché orfano. Quando il ragazzo litiga con il figlio di un potente uomo politico locale, e la direzione della scuola minaccia di cacciarlo, Rahima vede il concreto rischio che suo fratello venga allontanato da lei e affidato ai servizi sociali; cerca così di parlare con lui, ma Nedim sembra essersi costruito attorno una corazza inespugnabile. Inoltre, la scoperta di alcune frequentazioni del ragazzo, e di certe sue attività di cui Rahima era all’oscuro, fanno capire alla giovane quanto poco, in realtà, lei sappia della vita di suo fratello…
Dopo il suo primo lungometraggio Snijeg, vincitore nel 2008 del premio della Semaine de la critique a Cannes, la regista bosniaca Aida Begic torna sulla Croisette (nella sezione Un certain regard) con questo Djeca. Un film che esplora una realtà dura, quasi rimossa dal cinema, come quella delle difficili condizioni di vita della popolazione di Sarajevo dopo il conflitto degli anni ’90; una città che in un quindicennio non è ancora riuscita a ritrovare se stessa, e in cui le persistenti ferite provocate dalla guerra (soprattutto quelle di coloro che in essa hanno perso i propri affetti) si sono andate a sommare alla crisi economica del 2008, che ha compromesso definitivamente un tessuto economico già fragile. Così, nel film della Begic troviamo due personaggi costretti a tirare avanti, contando solo sulle proprie forze, all’interno di una realtà sociale difficile, in cui il solo fatto di essere orfani sembra quasi rappresentare una colpa; un motivo di discriminazione e diffidenza presso una popolazione che cerca di lasciarsi alle spalle le tragedie del conflitto rimuovendone i segni esteriori. La macchina da presa della regista, portata spesso a spalla, segue la giovane Rahima in lunghi piani sequenza che la accompagnano nella sua lotta quotidiana per badare a sé e a suo fratello, dal luogo di lavoro ai duri confronti con Nedim, con la graduale scoperta di quei lati della vita del ragazzo che si accorge solo ora di non conoscere.
E’ diretto con sicurezza e misura, Djeca, con una fotografia di grande impatto che restituisce, dando il meglio nelle sequenze notturne, la realtà di una città alla deriva, tra disagio e nuovi potentati politici e criminali; alternando, inoltre, le scene di finzione con immagini di repertorio dei giorni del conflitto (e di quelli immediatamente successivi), con quelle sequenze sgranate tratte da vecchie videocassette che in pochi minuti dicono molto su ciò che la popolazione dovette subire in quei giorni, sulle sue sofferenze e sulle sue speranze (disattese) nel periodo successivo alla fine della guerra. Il film si giova di una scrittura di grande equilibrio e realismo, in cui il disagio, la rabbia ma anche le speranze dei due giovani protagonisti trovano il persistente contraltare di una realtà che, piuttosto che restituir loro un po’ di ciò che gli ha sottratto, sembra insofferente per la loro stessa esistenza. La sicurezza che la regista mostra nel mettere in scena la sua storia, oltre ad essere un dato importante per un’autrice giunta solo al suo secondo lungometraggio, rappresenta la conferma di una sensibilità registica di assoluto livello, la dimostrazione di una padronanza tecnica che viene messa, grazie a un’ottima sceneggiatura, tutta al servizio del racconto. Racconto che si giova anche di due ottime interpretazioni (gli intensi Marija Pikic e Ismir Gagula) e che riesce, nel finale, a gettare un po’ di luce e speranza su un quadro che resta cupo e incerto. Comunque quanto basta, per i due giovani protagonisti, per darsi una nuova ragione per affrontare il futuro, a testa alta.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Molto simile per tematiche e strutture a “Il segreto di Esma” anch’esso firmato da una regista donna, “Buon Anno Sarajevo”, seconda regia per Aida Begic, ruota intorno a due fratelli: Rahima e Nedim.
La ragazza, più che ventenne è di fede islamica e nasconde i suoi capelli con dei foulard, lavora in un ristorante ed è spesso sfruttata e discriminata dal suo capo, un uomo di assai dubbia moralità. Nedim, diabetico, ancora adolescente, è ribelle e frequenta brutti giri.
Camera a mano, la regista segue Rahima nella sua quotidianità, scandita da gesti comuni quali il togliere e indossare le scarpe, la preparazione dei pasti, il tragitto che la separa da casa al luogo di lavoro. Intorno a lei un panorama squallido con riprese quasi sempre in notturna o caratterizzate da tempo prevalentemente grigio e nebbioso di una Sarajevo ancora ferita da un conflitto pur conclusosi da più di sedici anni.
La scelta di ambientare la storia a fine anno con i botti che ricordano i bombardamenti e i problemi di una nazione in crisi lamentati dai notiziari televisivi, che fanno il paio con i pochi addobbi in giro per la città e l’albero di Natale che si tenta di montare in ristorante, al tempo stesso è una denuncia della smania del divertimento a tutti i costi e un augurio per un futuro migliore che la Bosnia attende da troppo tempo.
La relazione che intercorre tra Rahima e Nedim riporta al rapporto madre-figlio: Rahima tenta di essere autorevole, è adulta e “inserita” nella società, mentre suo fratello, come già avvenne ne “Il segreto di Esma” è l’adolescente in progress che non accetta l’autorità e cerca una sua strada attraverso la ribellione a tutti i costi. Colpisce di Rahima il suo atteggiamento apparentemente placido di fronte alle ingiustizie subite quotidianamente, come anche la dicotomia esistente tra la sua appartenenza all’Islam, evidenziata dal simbolo esteriore del capo velato, e certi atteggiamenti propri di una ragazza della sua età: il fumo, la musica, la sfida alla playstation con il fratello.
Finale aperto alla speranza, vicenda catartica con forte identificazione da parte dello spettatore nella poco fortunata protagonista.
Esempio di cinematografia di stampo quasi neorealista. Da vedere.
Da filmscoop.it

Buon Anno Sarajevo (Djeca) è il secondo film diretto da Aida Begić presentato in competizione nella sezione Un Certain Regard alla 65ª edizione del Festival di Cannes, dove si è guadagnato la menzione speciale della giuria; un ritorno per la regista bosniaca, dopo la presentazione del suo film di diploma First Death Experience nel 1991 e la vittoria del Gran Prix de la Semaine de la critique nel 2008 con il suo primo lungometraggio Snijeg (Neve). Selezionata per rappresentare la Bosnia all’85ª edizione dei premi Oscar come miglior film in lingua straniera, la pellicola non è rientrata per un soffio nella rosa finale dei titoli.
Per il cast di Buon Anno Sarajevo, la Begić ha scelto Marija Pikić, giovane interprete ventitreenne di Trebinje con all’attivo alcune partecipazioni a serie TV nazionali, e Ismir Gagula, al suo debutto davanti alla macchina da presa. Completano la rosa degli interpreti, i comprimari Nikola Đuričko, già visto nel primo lungometraggio di Angelina Jolie In The Land of Blood and Honey, Selma Staša Dukić e Melić Velibor Topić.
Rahima (Pikić) Nedim (Gagula) sono sorella e fratello, resi orfani dalla guerra civile che ha devastato la Bosnia. Dopo un’adolescenza punk e ora convertitasi alla religione islamica, fonte di conforto dopo i fatti che hanno sconvolto la sua esistenza, Rahima è costretta a lavorare in un ristorante gestito da un personaggio poco raccomandabile per mantenere l’irrequieto fratello minore Nedim, ancora studente. Sarà una rissa con i compagni di classe in cui Nedim rompe il telefonino di un potente locale a dare il via agli eventi che faranno scoprire alla ragazza la doppia vita condotta dal fratello.
Il cinema bosniaco, ancora poco conosciuto oltre confine, torna sul grande schermo con un’altra regista donna: infatti, dopo Il Sentiero di Jasmila Žbanić, è la volta dell’opera seconda della brava Aida Begić, capace di portare sotto i riflettori i figli della guerra, ovvero tutte quelle storie che si dipanano giorno dopo giorno trascinandosi dietro gli strascichi dell’orribile conflitto che tra il 1992 e il 1995 ha sconvolto un’intera nazione.
Tra flashback e filmati d’archivio che riportano a galla alcuni dei momenti più destabilizzanti del passato recente, la storia si dipana in maniera non sempre chiara ma, nonostante ciò, in grado di fotografare il conflitto interiore di Rahima, interpretata da una convincente Pikić. Una difficile convivenza tra la sua scelta di fede, quella della religione musulmana che la spinge a portare il velo nonostante questo gesto le crei una non indifferente difficoltà di rapporti con il resto della comunità, e un lavoro faticoso ma unica via di fuga da una vita cupa, in cui il suo unico scopo è quello di sostentare il fratello adolescente.
Nonostante un finale che non riesce a tenere testa all’intero svolgimento della vicenda, la pellicola di Aida Begić riesce a coinvolgere lo spettatore grazie alla sua capacità di catturare l’interesse con inquadrature che non lasciano mai sfuggire i protagonisti, i due fratelli così segnati dalla devastazione del passato e così lontani fra di loro seppur vicini. Un’incomunicabilità che culmina in un incontenibile grido di disperazione, quello immortalato in Buon Anno Sarajevo, che difficilmente rischia di scivolare via dalla memoria.
Di Chiara Console, da diredonna.it

La Bosnia oggi. Il conflitto è alle spalle, ma la “transizione” verso un domani migliore non si è ancora completata. Forse non è mai iniziata. E quello che resta è un infinito “stato delle cose”, un presente dove non esiste neanche più lo spazio per l’utopia di un futuro diverso. Rahima (Marija Pikić) ha 23 anni, lavora come tuttofare nella cucina di un locale gestito da un boss del quartierino. E fa da madre al fratello minore, Nedim (Ismir Gagula), quattordicenne invischiato in giri loschi. Sono i “figli di Sarajevo”, orfani di una guerra che ha lasciato solamente macerie. E alla quale non è seguita alcuna “ricostruzione”.
Djeca di Aida Begić (al Certain Regard di Cannes nel 2012, quattro anni dopo l’acclamata opera prima, Snow, che vinse il Grand Prix della Semaine de la critique) è il “pedinamento” asfissiante di questo stallo: la regista (classe ’76) non molla la presa su Rahima, seguita (quasi) sempre con pianisequenza durante il lavoro, i ritorni notturni verso casa. E utilizzata a sua volta per “pedinare” Nedim, reduce da un litigio a scuola con il figlio di un ministro e in bilico verso un futuro criminale. Ma Rahim non lo può permettere. 
E’ un film sullo strazio di un presente che non può lasciare da parte la memoria, Djeca, che sfrutta frammenti di immagini di repertorio per sottolineare i ricordi confusi dell’allora giovanissima protagonista (nel ’92 aveva sette anni) e che lavora sul sonoro per marcare la sensazione di assedio che ancora accompagna la quotidianità della ragazza: il passaggio giornaliero sotto ad un cavalcavia che amplifica il rombo dei motori, petardi in lontananza lanciati da qualche bullo. E il rumore dei fuochi d’artificio la notte di Capodanno, in quell’abbraccio con Nedim che per un attimo si trasforma in “riparo”. E che invece anticipa il cammino verso un altro, sperato futuro. Chiusura sbrigativa e forzata che lascia in sospeso almento due/tre situazioni aperte dal film, ma che non vanifica in maniera irrimediabile l’effetto del lavoro della Begić.
Di Valerio Sammarco, da cinematografo.it

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