VENUTO AL MONDO



E’ un’opera fatta con il cuore il quarto film di Sergio Castellitto, il cuore di un attore e regista che in poco più di due ore è riuscito a tradurre in immagini potenti, epiche, evocative, un romanzo nato dall’urgenza di raccontare i grandi archetipi della vita. 
Secondo adattamento di un libro di Margaret Mazzantini, dopo Non ti muovere, del 2004, Venuto al mondopunta dritto alla parte emozionale e quindi più recondita e pericolosa dello spettatore, narrando una struggente storia d’amore sullo sfondo di una guerra inumana e logorante. 
Lo hanno fatto in molti al cinema, da Victor Fleming ad Anthony Minghella, passando per David Lean e Jean-Pierre Jeunet. Castellitto, però, è voluto andare oltre, lasciando il conflitto sullo sfondo ed eliminando le scene di raccordo che stemperano la tensione a favore delle cosiddette scene madri, quelle in cui si soffre, ci si innamora, si perde un figlio o si è colpiti a morte da un cecchino. E’ un gioco, spiazzante, un po’ perverso, che colpisce nella pancia e che, se ci si crede, non lascia alcuna tregua. Il regista lo gioca con disinvoltura, forte della presenza di un’attrice, Penelope Cruz, che viene dalla scuola dei tourbillon emotivi almodovariani, e di un attore, Emile Hirsch, capace di variare all’infinito nella partitura dei sentimenti. E’ proprio il personaggio di quest’ultimo, solido nell’assolutezza del suo amore ma fragile di fronte al male del mondo, a incarnare l’obiettivo e insieme la caratteristica principale del film: l’assenza di sovrastrutture. 
Stranamente, a una simile sincerità di intenti fa da contrappunto una messa in scena evidente, quasi teatrale, che trova la sua ragion d’essere nella piena aderenza ai canoni del melò. 
Di questo genere che aiuta a spurgare le ferite, Venuto al mondo abbraccia tutti i cliché ad eccezione della degenerazione in retorica. Sergio Castellitto, insomma, punta solo alla verità dei personaggi, ai quali resta fedele perfino quando affronta lo scomodo tema della impossibilità di mettere al mondo un figlio. A differenza del libro, il film non indugia nella descrizione della frustrazione legata all’infertilità, ma la illumina con pochi lampi di luce, rendendola funzionale alla storia. E allora Gemma che non riesce ad avere un figlio si fa metafora di un mondo che alla vita spesso ha opposto la distruzione, l’annullamento, la privazione. A contrastarla restano, con decisione, i ricordi e i figli nostri e degli altri, depositari di un ipotetico futuro migliore. 
Di Carola Proto, da comingsoon.it

A otto anni dall’uscita di “Non ti muovere”, Sergio Castellitto torna dietro la macchina da presa per dirigere “Venuto al mondo”: di nuovo un film tratto da un romanzo di Margaret Mazzantini (sua consorte), di nuovo Penelope Cruz come protagonista. Il risultato dell’equazione risulta anche questa volta ottimo: Penelope convince e commuove con una naturalezza sconcertante. Ad affiancarla un Emile Hirsch debordante, la cui interpretazione, spesso sopra le righe, non risulta però fuori luogo per un personaggio così carico di vita come Diego, a cui “fa schifo la tristezza”. Oltre all’ottima interpretazione dei protagonisti, la riuscita di questo film si deve certamente al plot: una storia emozionante, quella scritta dalla Mazzantini, in continuo divenire, che non lascia minimamente presagire un ipotetico finale. Un amore, quello di Diego e Gemma incontrollato e incontrollabile, che scorre come un fiume in piena; una guerra, quella del Kosovo, che non può non sconvolgere gli equilibri e rubare le carte al destino per mischiarle a suo piacimento. La trasposizione su pellicola certamente avrà fatto storcere il naso ai tanti lettori che immaginavano i loro beniamini e le vicende descritte nel romanzo della Mazzantini in maniera differente. Di nuovo ci troviamo di fronte al confronto romanzo/ trasposizione filmica, un dilemma come quello dell’uovo e la gallina, da cui non esiste via d’uscita. Ciò che è certo è che il film non toglie nulla all’intensità della storia, anzi. Se qualcosa si vuole rimproverare alla“premiata ditta” Castellitto- Mazzantini” è l’avere trasformato un ottimo romanzo in “un affare di famiglia”. La decisione di fare interpretare il ruolo di Pietro a loro figlio, tutt’altro che un promettente attore, risulta una scelta forzata e stridente, specie in un film come questo in cui la paternità ha un aspetto di notevole importanza. Il fatto che poi il padre putativo di Pietro venga interpretato da Castellitto Senior, segna ancor più un conflitto d’interesse e costituisce un grosso limite per il film stesso. “Venuto al mondo” resta comunque un’ottima prova artistica in grado di coinvolgere e emozionare lo spettatore. Un film denso, suggestivo e intenso.
Di Rita Graziani, da abruzzo24ore.tv

Carica di ricordi degli anni di guerra, Gemma si reca a Sarajevo con suo figlio Pietro per assistere a una mostra in memoria delle vittime dell’assedio, che include le fotografie del padre del ragazzo. Diciannove anni prima, Gemma lasciò la città in pieno conflitto con Pietro appena nato, lasciandosi alle spalle suo marito Diego, che non avrebbe mai più rivisto, e l’improvvisata famiglia sopravvissuta all’assedio: Gojko, l’irriverente poeta bosniaco, Aska, la ribelle ragazza musulmana e la piccola Sebina. Impossibilitata a concepire figli, Gemma durante l’assedio di Sarajevo aveva spinto Diego tra le braccia di Aska, per poi essere sopraffatta dal senso di colpa e dalla gelosia. Ora una verità attende Gemma nella capitale bosniaca, che la costringe ad affrontare la profondità della sua perdita, il vero orrore della guerra e il potere di redenzione dell’amore.
“Questa è una storia inventata, creata dall’immaginazione di uno scrittore, elaborata successivamente come sceneggiatura per il film. I personaggi, i confitti tra di loro, le pulsioni, le frustrazioni, i desideri, sono inventati. Eppure questa è una storia vera. Perché dannatamente vera è stata la guerra nella ex-Jugoslavia, vero l’assedio di Sarajevo, veri gli stupri, vera la memoria che ancora oggi si legge negli occhi di molti che hanno vissuto quegli anni. Il viaggio della protagonista Gemma nell’inferno della sua maternità mancata e poi dentro il ventre scuro della guerra e dell’assedio di Sarajevo, diventa il viaggio alla ricerca della risposta che più conta: perché tutta questa violenza? Venuto al mondo è un lungo viaggio verso la maternità e la paternità, un tema universale. Abbiamo ricostruito tre periodi storici: gli anni 80 delle olimpiadi invernali di Sarajevo, gli anni 90 della guerra e dell’assedio, e l’oggi, periodo in cui Gemma compie il viaggio. Abbiamo girato nei luoghi “veri” della guerra, a Sarajevo, a Korcula, in Croazia. Le lingue del film, l’inglese, il bosniaco, l’italiano, s’intrecciano, si mischiano, per diventare il cemento di quella verità che andavo cercando”. Sergio Castellitto
Da primissima.it

Com’è difficile restare indifferenti alla prosa di Margaret Mazzantini – che ci si lasci trasportare e anche travolgere dal suo gusto forte o che, come fanno quelli che hanno l’aria di saperla lunga, si ostentino alzate di sopracciglio – così sarà difficile restare indifferenti, sottrarsi all’emozione vedendone la traduzione cinematografica firmata dal marito Sergio Castellitto. Che piaccia o meno il risultato. Tutta la trama non si può raccontare perché è complicata e per non privare chi non abbia letto il romanzo di una forte componente di sorpresa. La storia viaggia su tre tempi. Il primo, siamo nel 1984 delle Olimpiadi invernali, è quello in cui la ragazza Gemma mette piede per la prima volta a Sarajevo per la sua tesi di laurea su un poeta bosniaco: conosce l’esuberante Gojko che le fa da guida e la sua banda di amici artisti, tra i quali il fotografo americano Diego, contagiosamente infantile, ed è amore a prima vista. Il secondo tempo è il 1992, quando la coppia interrompe la felice bohème romana per accorrere in aiuto degli amici sotto le bombe del feroce assedio. Il terzo è poco meno di vent’anni dopo. Quando Gemma, ingrigita ma più che mai “bella donna italiana” come l’ha ribattezzata Gojko, viene inaspettatamente chiamata proprio da Gojko che la invita per l’allestimento di una mostra delle fotografie di Diego. Questa volta Gemma parte con suo figlio Pietro e lascia a casa il marito, che è un ufficiale dei carabinieri. In mezzo è successo di tutto, e proprio intorno a quel figlio. Che non sappiamo esattamente di chi sia, sappiamo che Gemma è sterile, ma prima della rivelazione finale della verità le piste ci hanno condotti – nell’inferno di Sarajevo durante la maledetta primavera del ’92 – in diverse direzioni. I piani temporali si intersecano. L’impianto è evidentemente e scopertamente melodrammatico. Come Il dottor Zivago. Piena legittimità e dignità, non dovrebbe neanche esserci bisogno di puntualizzarlo e c’è poco da fare gli schizzinosi. L’impressione che passa, per chi conosca il libro (caso in cui è autorizzato il confronto), è che qualcosa del suo vigore vada se non perso un po’ disperso. Può darsi che un po’ per esempio dipenda dall’enfasi che il calore ridondante del personaggio di Gojko assume nell’incarnarsi in un attore, Adnan Haskovic, peraltro efficace. Può darsi che un altro po’, e anzi è proprio su questo fronte che va più puntato il dito, dipenda da Diego (Emile Hirsch), la cui caratterizzazione all’insegna dell’esaltazione sfiora parecchio il rischio dell’americanata molto esteriore. E il dubbio viene accentuato dalla competizione con Penelope Cruz, che è Gemma come già era stata Italia in Non ti muovere. Cruz, cui la maturazione (ma ha solo 38 anni) più il trucco del terzo piano temporale del racconto donano fascino da vendere, è interprete di statura, sensibilissima e mutevole, se stessa e per niente trasformata dal divismo hollywoodiano. Non era facile trovarle qualcuno accanto alla stessa altezza. Se la cava con onore il ragazzo Pietro Castellitto, figlio di Margaret e Sergio, nei panni di Pietro trascinato con sé dalla madre a Sarajevo, rimpiangendo da ragazzetto tirato su nella bambagia la vacanza con gli amici in Sardegna. Mentre Sergio riserva a sé la particina del carabiniere solido rifugio per una donna e un bambino piovuti dalla tragedia. Cospicuo impegno produttivo. Commovente malgrado qualche nota troppo strillata. Ma viva la faccia di un po’ di esagerazione.
Di Paolo D’Agostini , da repubblica.it

“La maternità non è un dovere morale. Non è nemmeno un fatto biologico. È una scelta cosciente.” scriveva Oriana Fallaci nel suo capolavoro Lettera a un bambino mai nato. Ed è sicuramente molto più che cosciente la scelta di volere un figlio per Gemma (Penelope Cruz), protagonista della seconda pellicola girata da Sergio Castellitto,Venuto al mondo, ispirata a un omonimo romanzo della moglie, Margareth Mazzantini, sceneggiato, ancora una volta dopo Non ti Muovere, dalla coppia. Quello di Gemma è un desiderio forte che, come molti desideri, ha uno scopo ben preciso: tenere accanto a lei Diego, il suo amore.
Venuto al mondo è un film complesso, un lungo flashback che la protagonista, ormai 52enne rivive nel momento in cui porta suo figlio Pietro (Pietro Castellitto) a conoscere la sua città Natale, Sarajevo. Ed è tramite i ricordi di Gemma che il lettore, lentamente, viene a conoscenza del grande amore tra lei e Diego (Emile Hirsch) nato su un mondo tutto in bilico per l’inizio della Guerra del Golfo, del desiderio di maternità della donna negatole dalla sua sterilità e poi colmato grazie alla violenza subita da un’altra donna, Aska (Saadet Aksoy).
Per i primi 50 minuti la pellicola diretta da Castellitto viene quasi buttata via nella descrizione frettolosa di un amore eccessivo, che risulta irreale e quasi macchiettistico esattamente come irreale è, agli occhi dello spettatore, la scoperta della sterilità di Gemma e la sua reazione. Ma c’è un punto nel lungometraggio in cui qualcosa cambia e quello che sembrava essere un copione gettato al vento, nonostante la bellezza del libro da cui è nato, prende forma e diventa cinema: nel momento in cui i due protagonisti tornano a Sarajevo e fino alla fine Venuto al mondo tira fuori tutta la forza propria del romanzo da cui è tratto. Il dolore, il racconto lento ma prepotente  rende riconoscibile l’Emile Hirsch che Into the wild consacrò e che nella prima parte della pellicola neanche si intravede.
I protagonisti del film, alla fine, risultano bravi anche se Penelope Cruz nella sua ottima interpretazione è sbagliata come scelta per colpa del, sempre intrigante ma in questo caso fuori luogo, forte accento spagnolo e fa rimpiangere la perfezione del ruolo che interpretò in Non ti muovere. L’unico neo che rimane tale fino alla fine è il figlio del regista, Pietro, ancora inesperto come attore e poco credibile nelle scene di cui è protagonista.
Anche la regia segue l’andamento della pellicola: inizialmente non dissimile da quella di una banale fiction e poi intensa e poetica. Stupenda la scena di Gemma, inquadrata dall’alto, tiene Pietro, ancora neonato, sul suo ventre quasi a voler riscattare quei nove mesi in cui non gli è appartenuto, in cui la pancia che l’ha protetto è stata quella di un’altra donna.
Nonostante l’inizio mediocre Venuto al mondo risulta essere una buona prova della coppia Mazzantini/Castellitto che, come il libro, sottolinea la veridicità del verso di una canzone di De Andrè che recitava “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.
Di Sandra Martone, da filmforlife.org

La telefonata dell’amico di un tempo da Sarajevo scaraventa Penélope Cruz in un luogo che non è soltanto geografico, la Bosnia-Erzegovina del Dopoguerra o del Dopostoria, alla Pasolini. La citazione è un tantino sproporzionata, perché il film tratto dal bestseller omonimo di Margaret Mazzantini, edito da Mondadori nel 2008 e Premio Campiello 2009, si tiene lontano da qualunque lacerazione etica, scegliendo la strada del melodramma, che presuppone una minima sospensione di verosimiglianza perché ragioni e regioni del cuore sono sempre diverse da quelle della mente.
E così la messa in scena passa dal clamore delle grida, della violenza e dello stupro (reale e metaforico) alla ridondanza narrativa, non priva di scene poco felici, come quella della psicologa Jane Birkin commossa al racconto di Penélope e dell’amato fotografo americano di guerra Emile Hirsch (sempre più bravo e maturo), coppia che non riesce ad avere figli. La guerra nella ex Jugoslavia diventa uno sfondo e un pretesto anche perché la storia inventata dalla scrittrice Mazzantini (qui cosceneggiatrice con il marito Sergio) è abbastanza forte e “grande” da poter camminare con le proprie gambe. Come già in Non ti muovere (stessa operazione: altro bestseller di Margaret e altro film in complicità con il coniuge) regia e costruzione narrativa scivolano continuamente tra momenti alti e momenti che un buon produttore avrebbe consigliato di tagliare al montaggio. E come in Non ti muovere rimane e rimarrà l’interpretazione di un’attrice straordinaria, Penélope Cruz, capace di recitare in tre lingue (italiano, e quasi senza accento, croato e inglese: si consiglia la visione rigorosamente in originale), regalando a ciascuna un’intensità difficilmente rintracciabile altrove. La Cruz è davvero una donna e un’artista fortunata: fino a oggi ha incontrato due registi, Castellitto e Almodóvar, con cui instaurare un rapporto professionale come poche volte capita al cinema o a teatro; quando è diretta da loro, la passione e la sublime finzione (ovvero: la verità) si leggono – tramortendoti – solo nei suoi occhi.
Di Aldo Fittante, da filmtv.it

Dopo il grande successo di “Non ti muovere”, dove una splendida Penélope Cruz aveva dato vita ad una delle sue migliori interpretazioni, Sergio Castellito ritorna sulle scene proponendo una nuova storia tratta dal romanzo omonino della moglie Margaret Mazzantini, “Venuto al mondo”. Affezionato alla meravigliosa attrice spagnola, il regista italiano la ripropone più bella che mai nei panni di una donna italiana forte e coraggiosa nonostante l’impossibilità molto sofferta di non potere avere figli. La maternità negata e l’assedio di Sarajevo, avvenuto tra il 1992 e il 1996, sono i due argomenti caldi che la macchina da presa cattura negli sguardi di tante piccole storie, belle come gli scatti fotografici che Diego ama sottrarre alla realtà nel tentativo silenzioso di riscattare le sue sofferenze.
“Venuto al mondo” è un film che si sforza con efficace caparbietà di ricordare quanto sia magnifica la forza dell’amore rispetto a qualsiasi vergogna il genere umano sia in grado di partorire. Il moralismo inutile e poco proficuo viene abbandonato a favore di una panoramica lucida e coscienziosa di difetti e dolore: abbiamo le lacrime di Gemma per il desiderio morboso e il diritto primordiale ad essere madre e abbiamo, attraverso l’eccezionale recitazione shakespeariana di Emile Hirsch, gli occhi lucidi di Diego che lottano contro un passato in continuo conflitto con la sua anima. Gojko, poeta casareccio dell’orientaleggiante Sarajevo, guida questo amore attraverso gli anni, dall’incontro tra Gemma e il fotografo di pozzanghere in un freschissimo clima di risate e di promesse, fino al ritorno della donna italiana in quella città che, nonostante gli anni passati, trattiene ancora tra le sue mura e i suoi giardini il ricordo di una guerra che non è finita, ma si è solo presa una pausa.
Così, con una magistrale capacità di districare i fili di una vicenda fin troppo corposa per il grande schermo, Castellitto e la Mazzantini saltano tra presente e passato con lo scopo di parlarci con profondità d’amore e di ricordo. E riesce, una delle coppie più complete del nostro scenario artistico, a farci affamare di speranza e di bellezza attraverso la storia di un bimbo che nasce tra le macerie, figlio di una donna dagli occhi di ghiaccio e di una guerra disumana a pochi passi da noi. “Venuto al mondo” è un film che rischia e si mette in gioco, un film che va oltre i confini nazionali e che prova a parlare a molti senza vergogna o distinzioni. La madre e la sorella di Gojko muoiono nel momento stesso in cui stanno per raggiungersi, Diego si suicida come un eroe romantico incapace di sostenere il peso della vita. Tante storie, tanti affetti e tanta forza in omaggio ad un popolo ricco di poesia e di umorismo, un popolo che ritrova la sua dignità nel sorriso ed è pronto a raccontarci una storia che non va dimenticata.
Di  Luisa Colombo, da filmedvd.dvd.it

La vita, la morte, il ricordo e la paura si fondono insieme in “Venuto al mondo”, quarto film da regista di Sergio Castellitto, tratto da uno dei libri più belli della moglie-scrittrice Margaret Mazzantini. Un film duro, crudele, ma allo stesso tempo tenero e dolce. Ambientato a Sarajevo, racconta la storia di Gemma (Penelope Cruz), una donna che ha vissuto gli orrori della guerra in Jugoslavia e oggi, a distanza di 19 anni, torna a far visita a quei luoghi, accompagnata dal figlio Pietro e guidata dall’amico di vecchia data Gojko.
Continui flash back permettono alla storia di procedere su due binari temporali distinti. Più va avanti il viaggio di Gemma e più lo spettatore entra a conoscenza dei suoi trascorsi da ragazza in quel teatro del terrore. Tanta paura, ma anche tanto amore. Come quello che la unisce a Diego (Emile Hirsch), un fotografo che s’innamora follemente di lei ma al quale Gemma non riesce a dare un figlio.
Ecco allora che la guerra delle bombe e dei mitra diventa solo la cornice dei conflitti interni che bruciano dentro i personaggi. Il tema della maternità è toccato con sensibilità ma al contempo con lucido cinismo. Dallo schermo passa forte e chiara l’ossessione della protagonista, disposta a spingere il fidanzato nelle braccia della musicista Aska pur di permettergli di diventare padre, salvo poi far retromarcia e ardere di gelosia. Un crescendo di emozioni fino all’atroce scoperta finale, che mette Gemma di fronte alla più crudele verità e la costringe ad affrontare la profondità della sua perdita e – più in generale – delle sue esperienze.
Piace a: gli amanti del genere drammatico e introspettivo, in cerca di emozioni
Da evitare se: state cercando qualcosa di leggero e frivolo
Per restare in tema: “Non ti muovere” per ritrovare il trio Castellitto-Mazzantini-Cruz. Altrimenti “Benvenuti a Sarajevo”, film del ’97 che tratta la guerra in Bosnia.
Il sound del film: il bombardamento di Sarajevo sulle note di “Something in The Way” dei Nirvana.
La citazione: “Voglio un lucchetto di carne”, Gemma
Da blog.lospettacolo.it

Al giornale mi chiedono di intervistare Margaret Mazzantini per l’uscita del film tratto da Venuto al mondo (Mondadori 2009). Non ho letto quel libro, e i tre suoi che ho letto non mi hanno convinta. Mi ci butto per necessità. E finisco nella rete, impigliata nelle immagini continue, nella frase che interpreta vissuti di tutti, nella storia piena di dolore, nella descrizione della guerra. Convincente. Mi piace. Un libro di quelli che ti si appicciano addosso. Poi la chiamo. Margaret è cortese, parla un po’ come scrive. Ma gioca tutto in difesa.Vuole che si parli solo del film… è di quelle persone che i giornalisti detestano intervistare. Non ti sorprende, attacca un disco e dice a tutti le stesse cose. Una parte di me la capisce. Forse al suo posto mi difenderei nello stesso modo. Però i grandi, quelli veramente grandi, non hanno bisogno di schermarsi così. Possono essere come sono, uscire dalla traccia, guizzare senza paura. O no? Ecco l’intervista.
Occhi chiari, viso affilato, 51 anni, quattro figli, sette romanzi, 650 mila copie vendute solo con Venuto al mondo, il suo libro più intenso («Con questo romanzo ho incominciato a invecchiare»): Margaret Mazzantini è una delle nostre scrittrici più lette e amate. Ora il suo bestseller ambientato a Sarajevo è anche un film. Sceneggiato da lei e girato dal marito, Sergio Castellitto, con Pénélope Cruz nella parte di Gemma e Emile Hirsch (il ragazzo di Into the wild) in quella di Diego. Non è facile fare domande a Margaret, quando parla è una pioggia torrenziale, «sono carne in tempesta» dice di sé.
È stato difficile contenere in un film un romanzo così denso di storie?
«Per uno scrittore ridurre un libro in un film è uccidere i suoi amori. Le cose che ama di più, spesso non sono le più importanti: costruisci una cattedrale per raccontare una smagliatura. Ma il film non è il libro, ne è “figlio”. Abbiamo tenuto la storia, che si riassume in poche righe: una coppia non riesce ad avere figli e finisce per trovarne uno in Bosnia. Quando il ragazzo è cresciuto, la madre, Gemma, lo porta a Sarajevo, e lì scopre la vera storia della nascita di suo figlio. Sullo sfondo c’è la guerra, la prima che abbiamo visto in tv all’ora di cena. Quando è cominciata allattavo il mio primogenito, Pietro, avevo un’ossessione, ho raccolto quintali di ritagli di giornale, nel libro non c’è niente che non sia vero».
Il romanzo è toccante, si piange. E il film?
«Io, sul set, ho pianto infinite volte. Anche la troupe era commossa, giravamo in un silenzio sacrale. Mi sembra un buon film, di quelli che ti lasciano affamato d’amore. Torni a casa e hai voglia di abbracciare i tuoi cari».
Lavora molto con suo marito, siete considerati una coppia perfetta. Non si stanca mai di averlo attorno?
«Ma guardi che non stiamo così tanto insieme. Io sono un gatto solitario, appena posso mi ritiro nel mio angolo segreto, che è la scrittura. Sergio dice che gli sembra di non conoscermi mai del tutto. La gente pensa chissà che, ma noi siamo solo dei gran lavoratori. Ci sentiamo due barboni che ce l’hanno fatta. Nella divisione dei compiti siamo tradizionali, io mi ammazzo come tutte le donne, giro il sugo e intanto ascolto i ragazzi che ripetono la lezione. Ieri abbiamo avuto amici a pranzo, ho cucinato tutto io, Sergio mi ha dato una mano a rimettere a posto».
Nel film c’è anche vostro figlio Pietro… 
«Pietro ha ispirato il personaggio omonimo nel romanzo. Era giusto che lo interpretasse lui. È stato molto felice. Poi ovviamente si è lamentato. Sergio mostrava le scene a Pénélope, a Emile, tutte le urla e i pianti li recitava prima lui, per aiutare gli attori. Pietro sosteneva che con lui fosse meno attento: “Con me papà c’ha meno pazienza”».
Non ha pensato di interpretare lei Gemma?
«No, non recito da anni. Ho fatto una scena di una fioraia al markale, il mercato coperto di Sarajevo, ma l’abbiamo tagliata, erano quattro ore di film. Per Gemma serviva una più giovane di me».
Come avete scelto Pénélope Cruz?
«È stata lei a proporsi, anche se a me non sembrava giusta. Certo non pensi a una donna sterile, guardando Pénélope! E poi stava allattando, aveva un seno pieno, e io di Gemma avevo un’immagine più anoressica. Invece come sempre è stata bravissima».
La Cruz ha recitato anche in Non ti muovere. Che rapporto avete, di cosa parlate?
«Pénélope è una star, vive tra l’America e la Spagna, non ci vediamo molto. Ma quando viene a Roma le preparo la pasta alla puttanesca, la sua preferita. Parliamo di tutto. Lei vedeva Gemma in me, studiava di continuo i miei atteggiamenti, ogni tanto le dicevo “Oh, guarda un po’ da un’altra parte!”».
La Bosnia in Venuto al mondo e poi la Libia in Mare al mattino. Sono guerre vicine ma non nostre. Ci sono guerre italiane che le piacerebbe raccontare?
«La mia scrittura è sempre di guerra. Per il prossimo libro sto pensando a una storia d’amore: anche l’amore è una guerra, anche la vita quotidiana lo è, una guerra per la quale nessuno di noi è veramente adatto. L’essere umano è un campo di battaglia, vive di pulsioni sommerse in lotta fra loro. Pensi a Gemma. Pur di avere un figlio, arriva a spingere l’uomo che ama ad andare con un’altra donna: è una crudeltà contro se stessa».
Gemma vuole un figlio a ogni costo…
«Io non mi permetto di esprimere giudizi. La maternità è un discorso talmente privato. Chi non ci passa non può immaginare il calvario della sterilità, il dramma».
Come ha fatto a immedesimarsi in una donna sterile, lei che ha quattro figli?
«È proprio avendo dei figli che posso capire cosa significhi non riuscire ad averne».
Pensa che i gay abbiano il diritto di diventare genitori?
«A questa domanda preferirei non rispondere. Io vorrei solo che ci fossero leggi più giuste. Invece anche un dramma come la sterilità diventa una questione di soldi».
Lei è madre di due femmine ed è tra le prime firmatarie del manifesto “Se non ora quando?”: pensa che le italiane debbano riconquistare una dignità calpestata? 
«Penso che ci sia una misoginia latente. Però non mi piace fare discorsi sociologici. Perché c’è la donna che resta incinta nella piccola azienda e viene licenziata. Ma poi c’è anche la donna di potere che è stronzissima. Quello che è intollerabile è la violenza sulle donne. Cosa puoi dire a una figlia oggi? Devi studiare e saperti difendere. Quando esce un figlio maschio la sera è un conto, quando esce una femmina è diverso. Però ci sono anche uomini vessati da donne forti che hanno più capacità dialettiche. Vede quanto è complicato il discorso? Io ho tante visioni poco ortodosse e lei non mi può fare l’intervista su tutto… Dica che questo film racconta una bella storia d’amore».
Su questo non si può che essere d’accordo.
Di Francesca Magni, da lettofranoi.it

Sarajevo, ti amo
Il venuto al mondo del titolo (trasformato poi in inglese Twice Born per una commercializzazione prettamente internazionale) è Pietro (interpretato non a caso dal figlio del regista e della scrittrice del romanzo, Pietro Castellitto) che è da sempre vissuto a Roma. Un giorno, sua madre Gemma (Penelope Cruz) riceve una telefonata e decide di tornare a Sarajevo col figlio per una mostra fotografica in memoria delle vittime dell’assedio, che include fotografie del padre del ragazzo, Diego (Emile Hirsch). 
Diciannove anni pima, Gemma abbandonò la città in pieno conflitto con Pietro appena nato, lasciandosi alle spalle suo marito Diego, che non avrebbe più rivisto, e l’improvvisata famiglia sopravvissuta all’assedio: Gojko, l’irriverente poeta bosniaco, Aska, la ribelle ragazza musulmana e la piccola Sebina. L’intenso amore e la felicità tra Diego e Gemma non erano abbastanza per colmare l’impossibilità di Gemma a concepire figli. Nella Sarajevo distrutta dalla guerra, i due trovarono una possibile madre-surrogato, Aska. Gemma spinse Diego tra le sue braccia per poi essere sopraffatta dal senso di colpa e dalla gelosia. 
Amore e guerra
Sergio Castellitto, dopo la sua parentesi da commedia, torna al genere che gli è sicuramente ben più congeniale: il film drammatico. E per farlo e per ripetere il riuscitissimo successo di Non ti muovererichiama la squadra composta dalla moglie Margaret Mazzantini (autrice del libro da cui è tratto il film) e la sua compagna sullo schermo, Penelope Cruz. Come se non bastasse, ad interpretare il Twice Borndella situazione, ha deciso di chiamare il figlio, Pietro. 
Venuto al mondo non è semplicemente l’adattamento cinematografico di un libro; è anche e soprattutto un grande successo editoriale: di fatto, Castellitto ha scelto un’opera di grandissima intensità per il suo ritorno sullo schermo. Un’opera facilmente esportabile ma altamente complessa. 
Essenzialmente la storia parla d’amore; di quell’amore che può superare una guerra, che può superare confini sociali e culturali ma che, tuttavia, tende ad afflosciarsi laddove il desiderio non coincide con la realtà: Gemma e Diego superano tutta una serie di ostacoli, sembrano inseparabili, invincibili… ma la sterilità di Gemma costringe il rapporto a conoscere nuove e pericolosissime strade che condurranno i due ad allontanarsi, definitivamente. Venuto al mondo sfrutta l’amore come sua tematica principale ma sullo sfondo sceglie una storia, che è quella reale, della guerra dei Balcani, della tragedia della vita, del tormento, della morte, dei sacrifici cui è costretta una popolazione che, nonostante tutto, cerca di ritrovare la poesia e un sorriso.
Castellitto è sostenuto da una coppia di attori notevoli come Cruz e Hirsch (noto soprattutto per essere stato il protagonista di Into the wild), e da Adnan Haskovic e Saadet Aksoy, che interpretano rispettivamente Gojko e Aska, attori ben poco conosciuti da noi che, tuttavia, riescono a non passare inosservati. Ci troviamo di fronte a una storia densa di fatti e di emozioni e di sentimenti, talmente tanti che, inevitabilmente, il regista si lascia andare a qualche scivolone (in particolare nelle scene in cui è presente proprio suo figlio Pietro) ma, tutto sommato, il risultato complessivo non è niente male e la pellicola dimostra di essere un buon prodotto, d’ampio respiro internazionale.
Di Francesca Casella, da spaziofilm.it

Con gli occhi ancora impregnati di guerra e cadaveri, Gemma (Penelope Cruz) si reca a Sarajevo con suo figlio Pietro, per assistere a una mostra sui caduti dell’assedio. Ad attenderli Gojko, amore mancato, che diciannove anni prima le fece conoscere l’uomo della sua vita, Diego.
L’ultimo film di Sergio Castellitto, tratto dall’omonimo romanzo di Margaret Mazzantini e in sala dall’8 novembre, è un film di pancia, undramma intenso che emoziona fino alle lacrime, un percorso di vita che abbraccia circa un ventennio. Una pellicola che parla innanzitutto d’amore. Tarkowskij diceva che un film è come una dichiarazione d’amore. Venuto al mondo non si accontenta di raccontare questo amore, ma si spinge fino agli archetipi dell’essere umano: la vita, la morte, la maternità, la paternità, l’odio, l’amore stesso, il tradimento, la fraternità, la memoria e la rimozione.
Un film di respiro internazionale fatto da italiani, come afferma Castellitto in conferenza stampa. Secondo adattamento letterario dopo Non ti muovere (2004),Venuto al mondo è una pellicola ambiziosa che decide coscientemente di sporcarsi le mani con emozioni forti, estranee al cinema nostrano contemporaneo. Servendosi di interpretazioni straordinarie – Penelope Cruz ed Emile Hirsch sono assolutamente fantastici nei rispettivi ruoli, senza trascurare le prove di Saadet Aksoy, Adnan Askovic e, infine, Luca De Filippo e Jane Birkin  – il regista mette in scena i drammi di una guerra che provoca morti innocenti e di una donna che non può dare la vita, sullo sfondo di una Sarajevo distrutta dai bombardamenti.
Ottimo l’uso dei flashback, che non appesantisce affatto la narrazione, creando un climax emozionale che si risolve nell’inaspettato disvelamento della vera verità (non quella che avevamo creduto tale fino a quel momento). Il presente e il passato di intrecciano, l’elemento sonoro ci trasporta da una generazione all’altra. Netta l’aderenza ai canoni del melodramma, elevato però a un livello superiore. Non si finge mai, non si piange mai per finta. Le emozioni raccontate – e vissute da chi guarda – sono autentiche, reali, come un pugno allo stomaco che vi stringe nella notte.
La qualità del film è supportata poi da una sceneggiatura che si serve di una babele linguistica assolutamente funzionale alla narrazione. Si parla in italiano, bosniaco e inglese e il messaggio è di tipo universalizzante. Splendidi e pregnanti alcuni dei dialoghi e delle battute. Ve ne cito solo alcuni: «Come fai a essere sempre così felice? Facile. Non sopporto di essere triste»; «Kurt Kobain si drogava per affrontare Dio»; «Scrivi ancora poesie?» A rispondere, il silenzio; «Dio non ci perdonerà. E neanche i bambini»; «Voglio un lucchetto di carne che mi leghi a lui».
Non è mai facile tradire un romanzo in immagini, tantomeno un romanzo così corposo che si configura come contenitore di una miriade di temi di così grave importanza. Castellitto ci è riuscito, senza mai scadere nella retorica spiccia, confezionando un’opera epica, completa, profonda, basata su una vicenda inventata, che però rivela un altissimo grado di verità. Una perla rara per il cinema italiano. Assolutamente da non perdere.
DI Igor Riccelli, da cinemio.it

Tratto dal bestseller di Margaret Mazzantini, “Venuto al mondo”, diretto da Sergio Castellitto, uscirà nelle sale cinematografiche Italiane l’8 novembre. Un atteso ritorno per il pubblico soprattutto per tutti quelli che hanno apprezzato “Non ti muovere” sempre diretto da Castellitto con Penelope Crùz , tratto dal libro della Mazzantini.
1984, anno delle Olimpiadi invernali a Sarajevo. Gemma (Penelope Crùz) si trova a Sarajevo per compiere alcuni approfondimenti per la sua tesi. Determinata a creare un lavoro originale e concreto, chiede ad un ragazzo del posto di nome Gojko (Adnan  Haskovic) di mostrarle le bellezze e le particolarità della città. Il rapporto tra i due è inizialmente conflittuale: il “traghettatore”( come lo ha definito Margaret Mazzantini in conferenza stampa a Roma ) rude e estremamente volgare, tenta in tutti i modi di sedurre la giovane Italiana che non sembra essere attratta dal fascino animalesco bosniaco. Sarà proprio lui a farle incontrare Diego (Emile Hirsch), ragazzo tremendamente passionale e affascinante. Tra i due c’è  il colpo di fulmine, si crea una complicità trasgressiva e carnale ma allo stesso tempo dolce e  emozionante. Non riescono a vivere separati, sono due calamite che si attraggono. La storia d’amore procede come tutte le belle storie d’amore fino a quando Gemma scopre di essere sterile. Da qui in poi la vita dei due innamorati cambierà radicalmente. Escogiteranno numerosi piani per tentare di avere il così tanto desiderato figlio e, alla fine, Gemma riuscirà a raggiungere l’obiettivo con la nascita di Pietro (Pietro Castellitto). Nel corso del film il pubblico scoprirà che Pietro non è in realtà suo figlio, ma non voglio svelare il finale.
“Venuto al mondo” è la “storia dei salvati, di chi ce l’ha fatta ed è sopravvissuto ma anche di chi non ce l’ha fatta ed è stato travolto dalla vita” afferma Castellitto in conferenza stampa a Roma. “Non dire la verità a Pietro, il non figlio di Gemma, significa salvarlo da una realtà che sarebbe altrimenti troppo dolorosa da sopportare.”
Una parola per descrivere il film? Emozionante. Il pubblico è coinvolto emotivamente dal primo all’ultimo minuto, senza una pausa, vivendo insieme ai personaggi le loro storie e condividendone le aspirazioni e passioni. Un esempio lampante è Gemma, interpretata brillantemente dalla bellissima Penelope Crùz: una donna determinata e innamorata del suo uomo, Diego, che farebbe di tutto per tenere legato a sé. Quando scopre di essere sterile tutte le certezze della giovane donna crollano, portandola a dubitare continuamente dell’amore senza confini e estremamente intenso del fotografo bosniaco. Sergio Castellitto, però, non vuole descrivere il tema della sterilità come un banale “capriccio” di Gemma che vuole per forza un bambino perché è nella normalità che le donne diventino mamma ad un certo punto della vita. Gemma vuole un bambino da Diego perché crede che sia l’unico modo per tenerlo a sé, l’unico “lucchetto di carne” che possa proteggere il loro amore dagli eventi imprevedibili che la vita crea. L’ossessione della donna, quindi, deve essere vista come una specie di “dono d’amore” che lei vuole fare al suo uomo per dimostrargli quanto forte e vero sia il loro legame. Penelope Crùz aggiunge che: “anche se non sei madre, si può capire facilmente il dolore che prova una donna quando scopre di essere sterile. Dopo aver letto il libro di Margaret e studiato il personaggio, ho deciso di intraprendere questa avventura umana che mi ha trasmesso tante emozioni”.
In contrasto con “Non ti muovere”, in questo film Penelope interpreta un tipo di donna diversa. È vero, la coppia Castellitto – Crùz è sempre la stessa, ma i personaggi cambiano. Italia e Timoteo sono personaggi algidi, distanti dalla loro quotidianità insignificante e ipocrita. Gemma e Diego sono ragazzi carnali, passionali, che fanno l’amore senza vergognarsi e che vivono intensamente ogni attimo della loro vita. La prima scena di sesso tra i due è chiara: Castellitto si sofferma con particolare attenzione sul corpo, i tratti del seno, la violenza con cui il fotografo si impossessa del corpo della ragazza sussurrando un “ and now you are mine”. È una storia d’amore trasgressiva e potente, che va oltre l’etereo rapporto dei personaggi di “Non ti muovere”. Lo sguardo per il regista è molto importante: dall’inizio del film, gli sguardi duri ma allo stesso tempo carichi di vita e di ricordi di Goyko ma anche di Diego da giovane, non possono che emozionare e commuovere il pubblico trascinandolo nella storia.
Insieme a Penelope Crùz bisogna ricordare Emile Hirsch che interpreta perfettamente i panni di un Diego solare e pieno di vita nonostante il background familiare non sia perfetto. È innamorato follemente di Gemma ma, a causa della guerra a Sarajevo, sarà costretto a cambiare le sue priorità mettendo al primo posto la patria. Bravissimi anche Saadet Askoy che interpreta Aska, musicista innamorata di Kurt Coubain che aiuterà Gemma a coronare il tanto agoniato sogno di maternità, e Adnan Haskovic nei panni di Goyko, il Virgilio della situazione che traghetta letteralmente Gemma verso colui che sarà l’unico vero amore della sua vita.
Qual è l’intento del film ? A questa domanda Sergio Castellitto afferma che: “ con “Venuto al Mondo” ho cercato di mettere in scena qualcosa che semplicemente mi emozionasse, perché è proprio l’emozione che va controllata essendo la parte più pericolosa della nostra interiorità. Il mio obiettivo è quello di arrivare al pubblico nel modo più forte; il cinema è lo strumento che ci aiuta a raccontare atti interiori che, almeno una volta nella vita, gli spettatori devono aver provato. Ogni scena è quindi depositaria di atti interiori come l’aborto, la vita, la morte, il colpo di fulmine, l’animalità. Sto cercando di parlare all’intelligenza emotiva del pubblico per fare in modo che, dopo aver guardato il film,  lo spettatore possa portare via con sé dalla sala qualcosa che riguarda la sua vita, la sua interiorità.” Margaret Mazzantini aggiunge, inoltre, che il film vuole essere “un atto di omaggio alle donne in generale ma, in particolare, alle donne di Sarajevo stuprate, abbandonate e seviziate durante la guerra”.
Il regista è riuscito a colpire il pubblico nel modo più forte ? Direi di sì. Lo spettatore esce dalla sala come se fosse stato lui il protagonista della storia, con amarezza e un forte senso di malinconia. Come se avesse appena incassato una serie di pugni nello stomaco difficili da dimenticare. Il film verrà trasmesso con le voci dei doppiatori quindi non si potrà sentire la voce originale degli attori. Devo dire che è un vero peccato; nonostante l’indiscussa bravura dei doppiatori Italiani, la versione originale è molto più vera e emozionante.
Di Jessica Di Paolo, da cinemio.it

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