UNA SEPARAZIONE


Nader e sua moglie Simin stanno per divorziare. Hanno ottenuto il permesso di espatrio per loro e la loro figlia undicenne ma Nader non vuole partire. Suo padre è affetto dal morbo di Alzheimer e lui ritiene di dover restare ad aiutarlo. La moglie, se vuole, può andarsene. Simin lascia la casa e va a vivere con i suoi genitori mentre la figlia resta col padre. È necessario assumere qualcuno che si occupi dell’uomo mentre Nader è al lavoro e l’incarico viene dato a una donna che ha una figlia di cinque anni e ed è incinta. La donna lavora all’insaputa del marito ma un giorno in cui si è assentata senza permesso lasciando l’anziano legato al letto, un alterco con Nader la fa cadere per le scale e perde il bambino.
Asghar Faradhi conferma con questo film le doti di narratore già manifestate con About Elly. Non è facile fare cinema oggi in Iran soprattutto se ci si è espressi in favore di Yafar Panahi condannato per attività contrarie al regime. Ma Faradhi sa, come i veri autori, aggirare lo sguardo rapace della censura proponendoci una storia che innesca una serie di domande sotto l’apparente facciata di un conflitto familiare. Il regista non ci offre facili risposte (finale compreso) ma i problemi che pone sono di non poco conto per la società iraniana ma non solo. Certo c’è il quesito iniziale non di poco conto: per un minore è meglio cogliere l’opportunità dell’espatrio oppure restare in patria, soprattutto se femmina? Perchè le protagoniste positive finiscono con l’essere le due donne. Entrambe con i loro conflitti interiori, con il peso di una condizione femminile in una società maschilista e teocratica ma anche con il loro continuo far ricorso alla razionalità per far fronte alle difficoltà di ogni giorno. Agghiacciante nella sua apparente comicità agli occhi di un occidentale è la telefonata che la badante fa all’ufficio preposto ai comportamenti conformi alla religione per sapere se possa o meno cambiare i pantaloni del pigiama al vecchio ottantenne che si è orinato addosso. Sul fronte opposto della barricata finiscono per trovarsi gli uomini che, o sono obnubilati dalla malattia oppure finiscono con l’aggrapparsi a preconcetti che impediscono loro di percepire la realtà in modo lucido. Ciò che va oltre alla realtà iraniana è l’eterno conflitto sulla responsabilità individuale nei confronti di chi ci circonda. Ognuno dei personaggi vi viene messo di fronte e deve scegliere. Sotto lo sguardo protetto dalle lenti di una ragazzina.
Una nota a margine: il cinema iraniano è veicolo stabile di una falsificazione narrativa che sta a priori di qualsiasi sceneggiatura. Sussistendo il divieto per le donne di mostrarsi a capo scoperto in pubblico i registi sono obbligati a farle recitare con chador o foulard vari anche quando le scene si svolgono all’interno delle mura domestiche narrativamente in assenza di sguardi estranei stravolgendo quindi la rappresentazione della realtà.
Di Giancarlo Zappoli , da mymovies.it

Orso d’Argento al Festival di Berlino 2009 conAbout Elly, Asghar Farhadi – coaudiuvato dallo stesso cast del film precedente (”squadra che vince, non si cambia” n.d.r.) – mette a nudo il suo Iran e lo racconta con sincera semplicità, trionfando alla Berlinale 2011 con Una Separazione (Orso d’Oro per il Miglior Film, Orso d’Argento per la Migliore Interpretazione Femminile, Orso d’Argento per la Migliore Interpretazione Maschile, Ecumenical Jury Prize; Peace Award College). Una separazione è stato scelto come rappresentante iraniano nella corsa all’Oscar.
Nader e Simin hanno finalmenre ottenuto il visto per lasciare l’Iran e trasferirsi all’estero, ma Nader si rifiuta di partire ed abbandonare il padre affetto da Alzheimer. Simin intende chiedere il divorzio per partire lo stesso, lasciare Teheran ed assicurare alla figlia Termeh un futuro migliore in un Paese più libero. Nel frattempo, torna a vivere da sua madre. Nader si vede quindi costretto ad assumere una giovane donna, Razieh, che si prenda cura dell’anziano genitore mentre lui lavora; ma non sa che la donna, molto religiosa, non solo è incinta ma sta anche lavorando senza il permesso del marito ultra-religioso, disoccupato e pieno di debiti.
Ben presto Nader si troverà coinvolto in una rete di bugie, dubbi, manipolazioni e confronti che lo porteranno ad un passo dall’essere addirittura condannato per omicidio, mentre la sua separazione va avanti e sua figlia deve scegliere da che parte stare e quale futuro avere…
Una Separazione è apparentemente una storia di gente comune, due famiglie alle prese con problemi quotidiani più o meno universali (la fine di un matrimonio, un padre anziano malato di Alzheimer e bisognoso di cure continue, la disoccupazione, una figlia alle soglie dell’adolescenza per la quale si vorrebbe solo il meglio…) sullo sfondo dei contrasti e delle contraddizioni, delle rigide convenzioni sociali, della differenza fra classi e degli antiquati dogmi religiosi che minano la società mediorientale di oggi.
E’ un film di sguardi, di primi piani strettissimi, di silenzi fragorosi e di dialoghi serrati. E’ un film politico pur senza parlare apertamente di politica; è un dramma psicologico profondo e complesso nonostante la trama appaia semplice e lineare. Asghar Farhadi sceglie una chiave quasi documentaristica per seguire le vicende dei personaggi, tutti molto ben caratterizzati, attraverso l’occhio attento della telecamera a mano che li segue a distanza ravvicinata. Non ci sono buoni o cattivi fra i protagonisti – tutti splendidamente interpretati, particolarmente incisive le performance di Sareh Bayat e della giovanissima Sarina Farhadi – ma solo persone con personalità e back-grounds molto differenti, ciascuno aggrappato alle proprie ragioni ed alla propria verità.
Da cineblog.it

Dall’orso d’argento del 2009 per About Elly, all’Orso d’Oro del 2011 per Nader and Simin, A separation (da noi Una separazione), Asghar Farhadi pare dare una voce sempre più forte alla sua idea di Iran (oggi), veicolata a sua volta dalla sua idea di cinema, un percorso di ricercato realismo che rifugge astratti cerebralismi o arabeschi narrativi. Nonostante sia al suo quinto lungometraggio, Farhadi lo abbiamo conosciuto e apprezzato solo nel 2009, sulle sponde di quel Mar Caspio in cui galleggiavano tensioni e paure di un Grande Freddo tutto iraniano. Oggi, a due anni di distanza lo rincontriamo sulle sponde di un altro mare, anch’esso fortemente turbolento, ovvero quello delle incomprensioni e delle tensioni famigliari, acuite dalle differenze sociali, dalle condizioni economiche, dai credo religiosi e dall’istinto di preservare sé stessi e la propria prole. Ed è proprio in quel mare di insicurezze, sembra dirci Farhadi, che oggi si annaspa sempre più penosamente, nel tentativo di non farsi sopraffare da quel mare che onda dopo onda quasi sempre sospinge alla deriva.
Nader e Simin sono una bella coppia di giovani genitori con una figlia adolescente. Eppure, tra di loro, qualcosa non va. Lei,Simin, vorrebbe approfittare del visto che hanno da poco ottenuto per lasciare l’opprimente Iran e trasferirsi in un altro Paese, che possa garantire migliori aspettative di vita per sé e per sua figlia Termeh. Ma Nader non ne vuole sapere. Sente di dover restare per prendersi cura del padre, anziano e logorato da una malattia degenerativa come l’Alzheimer. Così l’unione d’intenti crolla e ognuno è determinato a seguire la propria strada. Simin si trasferisce temporaneamente a casa dei suoi mentre Nader e Termeh (che non se la sente di abbandonare padre e nonno) rimangono nella casa coniugale. Nel frattempo, però, Nader assume una donna (Razieh) che possa prendersi cura del padre e sbrigare qualche faccenda domestica mentre lui è al lavoro . Ma la donna, una devota religiosa, è incinta e, inoltre, lavora a insaputa del marito, un disoccupato pieno di debiti che perde la testa ogni volta che qualcosa va contro le sue aspettative. Un giorno, in seguito a una incuria di Razieh nel suo compito di badante del ‘nonno’ nascerà un alterco con Nader che porterà, nell’immediato, a gravi conseguenze. Da questa vicenda scaturiranno molte incomprensioni tra le due coppie e nell’ambito delle due coppie stesse, e ognuno dei protagonisti rimarrà aggrappato al proprio punto di vista accrescendo a dismisura le ‘separazioni’ già esistenti.
Molti e tutti scottanti i temi che Farhadiaffronta con questa separazione fisica e spirituale con cui tutti i suoi protagonisti dovranno fare i conti. Abbandonare o meno la nave che affonda (in questo caso l’Iran oppresso dal regime teocratico, ma anche la famiglia con i suoi problemi, l’imbrigliamento nei diktat religiosi), prendersi cura di un genitore sempre meno indipendente e più ingombrante da gestire, educare i propri figli nel nome dell’onestà morale e intellettuale rimanendo dunque portatori sani di quella verità tanto caldeggiata ai figli. Farhadi insinua l’occhio della sua macchina da presa tra le fessure di una lotta sociale che è lotta stessa per la vita, soffermandosi sui volti turbati e sofferenti di famiglie che si sgretolano sotto il peso di responsabilità difficili o impossibili da gestire. Tutto scorre in un parossismo emotivo che sconfina nella disperazione più cupa, quella di una innocenza ri-asserita senza tregua (come le frasi “signor giudice la prego e io non sono una ladra” ripetute ossessivamente) al fine di preservare quello scampolo di libertà di per sé (soprattutto in Iran) già fortemente limitata e limitante. E se gli uomini sono impulsivi e spesso irrazionali, sono poi le donne a dover raccattare i tasselli della storia, a caricarsi dell’onere delle responsabilità, a dimostrarsi concilianti laddove la non conciliazione è sinonimo di deflagrazione. Investite di un ruolo moderatore sempre più alto e complicato, sono le donne a risolvere; tant’è che anche le donne in divenire (poco più che bambine) sono mature e giudiziose più degli adulti e assorbono come spugne quelle regole indispensabili per destreggiarsi nella squilibrata realtà in cui vivono. Un’opera ben gestita soprattutto in un crescendo da thriller che rimane latore di vibrante umanità, in cui alle separazioni fisiologiche dell’uomo e della nostra società si contrappone la forza degli ‘attaccamenti’, metaforicamente simboleggiati dalla implosa devastazione con cui Termeh troverà nella complicità con suo padre la prima grande deriva ai suoi principi, e alla sua idea di mondo buono e giusto sempre rispettoso delle regole. Ottimi gli attori adulti, ma ancor di più le due attrici bambine, così vere nel filtrare tutta la delicatezza e la sofferenza dei genitori attraverso i loro giovani occhi, già testimoni del conflittuale mondo adulto e dunque privi di quella spensieratezza che dovrebbe di fatto appartenere alla loro età.
Dopo il successo di About Elly, Asghar Farhadi firma un’altra pellicola di grande valore umano e sociale per ritrarre la moderna società iraniana (e non solo) attraversata dalle incomprensioni di una esistenza in cui è sempre più difficile conciliare i credo religiosi, le famiglie in continua trasformazione, le differenze sociali e culturali in un sistema che scorra regolare e senza intoppi. Il crescendo emotivo celato dietro ai volti tesi degli adulti, e agli sguardi sofferenti di bambine combattute tra l’amore genitoriale e il senso di verità, cinge, scena dopo scena, lo spettatore in un doloroso viaggio nelle difficoltà umane, egregiamente simboleggiate dall’immagine di due individui un tempo uniti nell’amore e ora mestamente separati da un vetro di incomprensione.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Pubblico e privato. L’arte ha per secoli usato piccole vicende private e la metafora per raccontare il pubblico di una realtà malata e non libera, aggirando censure. Viene spontaneo immaginare che Asghar Farhadi nel suo bel film Una separazioneabbia voluto rappresentare oltre ad una storia famigliare il suo Paese malato, più che incapace di comunicare come i suoi protagonisti vittima dell’impossibilità di farlo in libertà. Un Paese separato al suo interno fra la classe dirigente e burocratica vicina al regime e la classe media, specie giovane, che guarda alle rivoluzioni della primavera araba.
Una coppia borghese nella Tehran contemporanea ha ottenuto il visto per partire all’estero. Ma lui si oppone perché vuole badare al padre malato di Alzheimer. Allora lei vuole il divorzio e nel frattempo se ne va di casa, lasciando scegliere alla giovanissima figlia se stare con il padre o con la madre.
Una storia universale, un ritratto sulla difficoltà di comunicazione fra persone che si amano, ma troppe volte non si ascoltano. Potrebbe essere lo spunto per una storia raccontata così spesso nel cinema di tutto il mondo. Ed infatti lo è: Farahadi non ha realizzato uno di quei film iraniani che spesso arrivano da noi, post post neo realisti, con storie di povertà assoluta o disperazione. Racconta una vicenda intima, personale, come quella vissuta da una coppia della borghesia agiata iraniana, di quella classe media che rappresenta la maggioranza del Paese. Tante parole, pochi silenzi, qualche urla. Quello che complicherà le vicende già confuse di questa famiglia sarà l’arrivo di una donna molto religiosa, assunta per fare lavori di casa e badare al padre malato, all’insaputa del marito. Qui due mondi collidono, due realtà dell’Iran, due classi sociali, quasi due lingue diverse e vicendevolmente incomprensibili.
Una separazione è scientifico e implacabile nel raccontare i protagonisti, li caratterizza con grande precisione, così come ne racconta i punti deboli. Ne mette in evidenza i limiti, come quelli dei due genitori, che perdono molta della loro autorevolezza e si svelano come figure umane e fallibili alla giovane figlia spaesata, costretta a crescere in fretta. Un film di spazi, quelli angusti di una Tehran verticale in cui i protagonisti cercano rifugio costantemente dentro un appartamento o in una macchina che si muove per la città. Un film di donne, sempre motore attivo e dinamico. Un film che parla del futuro: di chi vuole darlo ad un figlio in arrivo, di chi pensa che per averne uno soddisfacente bisogna espatriare. Una storia semplice, ma non banale, che ha il pregio vero di nascondere una grande complessità, come la vita.
Di Mauro Donzelli , da comingsoon.it

Non aspettatevi il solito film iraniano lento e maestoso alla Kiarostami. Non aspettatevi nemmeno un film etnico sul chador, gli imam ecc. ecc. Una Separazione ha sì le sue radici a Teheran, ma è una storia universale. I casi della vita fanno interagire una coppia dei quartieri borghesi con una coppia dei quartieri bassi. Accadono piccole cose senza (apparente) importanza, che però innescheranno un effetto a catena letale. Alla fine nessuno e niente sarà più come prima. Un film (di dialoghi perfetti e ferreo mestiere teatrale) in cui tutti mentono, dissimulano, ingannano, hanno un obiettivo segreto, una strategia. Orso d’oro, strameritato, al Festival di Berlino.
Dopo aver vinto l’Orso d’oro all’ultima Berlinale, Una separazione non si è più fermato. Acquistato in mezzo mondo, uscito in Fancia con un successo di pubblico che non si aspettava nessuno (più di un milione di spettatori), votato dai critici a Toronto come uno dei migliori film del festival (vedi classifica del sito IndieWire), adesso è benissimo piazzato anche nella corsa ai prossimi grandi premi americani, Golden Globe e Oscar. Tutte le predictions agli Oscar per il migliore film in lingua straniera (Una separazione è in farsi, il persiano) lo danno sicuro nella cinquina finale. I giudizi positivi e perfino entusiasti non si contano più, il sito Rotten Tomatoes, che fa la media delle valutazioni dei critici nordamericani, gli assegna un indice di gradimento del 100%. Vuol dire che è piaciuto a tutti e 26 i critici interpellati. Se non è record poco ci manca.
Dunque va preso molto sul serio, questo film made in Iran. Un film che poi alla visione mantiene tutte le promesse e anche qualcosa di più. Uno dei migliori di questo 2011, che pure di cose belle ce ne ha fatte vedere al cinema, da Drive a The Tree of Life a Shame. Non aspettatevi il solito film iraniano pensoso e lento alla Kiarostami o di abbagliante estetismo e intriso di oscuri simbolismi alla Mohsen Makhmalbaf, tanto per citare due maestri riconosciuti di quel cinema. Qui si abbandona ogni poeticismo, ogni spossante ricerca stilistica e si va dritti al cuore delle cose da dire e da mostrare. Il trentanovenne regista Asghar Farhadi, che già con About Elly si era fatto conoscere in mezzo mondo, appartiene molto di più alla scuola del realismo quotidiano che a quella del cinema altissimo e rarefatto (e a volte irrespirabile). Venendo dal teatro, costruisce un film che è innanzitutto un film parlato, di dialoghi perfetti, con personaggi delineati come Dio comanda, e attraverso la scrittura, l’uso delle parole, costruisce un intreccio a molte voci, con molti personaggi che si intersecano, senza però mai perdere il filo e delineando una storia compatta e conchiusa. Questo è teatro filmato, nel senso migliore. Di Una separazione si potrebbe estrarre il testo e rappresentarlo su un qualsiasi palcoscenico di qualsiasi parte del mondo, anzi sembra già predisposto allo scopo. Ma è anche cinema, attenzione. Cinema che si mette al servizio dei suoi personaggi, delle loro parole, della storia, cinema che non prevarica mai la materia raccontata, che non cerca l’esibizione narcisistica dello stile, ma solo la funzionalità e la massima efficacia. Macchina da presa mobile, leggera, come ormai si usa (e anche abusa) a tutte le latitudini, mdp sempre usata da Farhadi con sapienza per seguire i personaggi, inquadrare ambienti, restituire la realtà. Non si avverte la presenza né dello scenografo né tantomeno del costumista, il che vuol dire (se ci sono) che sono così bravi e convincenti nel riprodurre la vita da sparire e non farsi notare, il che è il massimo. Abituati come siamo a una estenuata ricerca formale anche in film medi o mediocri dove la mano dello scenografo e pure dell’art buyer l’avverti eccome, all’inizio di Una separazione si rimane abbastanza sconcertata e spiazzati dalla (apparente) povertà della messinscena, facce qualunque, vestiti qualunque, case e altri luoghi molto qualunque, trascurati e dimessi com’è trascurata la vita, e in certi casi ti sembra di sentire la polvere depositata sui mobili o l’odore di cibo che viene dalla cucina. Poi, a uno sguardo più ravvicinato, ti rendi conto che il regista conosce bene grammatica e sintassi del cinema, che il suo linguaggio semplice e il suo realismo dimesso non sono sciatteria ma ne stanno anzi agli antipodi. La prima scena, ad esempio. I due coniugi Nader e Simin se ne stanno seduti davanti al giudice (che non vediamo ma di cui sentiamo la voce), ripresi frontalmente dalla cinepresa, e l’effetto è di moltiplicare il senso di verità di quanto dicono e il suo impatto su di noi (la ripresa frontale è una scelta linguistica e tecnica che abbiamo visto massicciamente applicata quest’anno anche in un film rumeno presentato a Locarno, Con le migliori intenzioni, vincitore di ben due premi ufficiali).
Quello di Farhadi non è nemmeno cinema del dissenso come quello del suo connazionale Jafar Panahi, condannato per il suo lavoro e l’adesione alla Rivoluzione verde a sei anni di carcere (appena confermati) con il divieto di girare altri film. In un paese in cui molti cineasti sono stati costretti all’esilio oppure vengono osteggiati e perseguitati (non solo Panahi, ma anche il suo collaboratore Mojtaba Mirtahmasb), un paese in cui un’attrice è appena stata condannata a novanta frustate e a un anno di carcere (Marzieh Vafahnmer), il regista diUna separazione si astiene da un cinema esplicitamente anti-regime e di denuncia, anche se i sotterranei conflitti sociali e privati che ci fa vedere non fanno certo di lui un cantore dell’Iran degli imam e di Ahmadinejad. Per una dichiarazione rilasciata a sostegno di alcuni suoi colleghi caduti in disgrazia a Farhadi è stato proibito per un po’ di girare film, ma il divieto è poi caduto quando ha presentato le sue scuse. Come chiamarlo il suo, cinema della zona grigia? Non sempre è una colpa un cinema che non si espone nella denuncia, e non tutti si è eroi, e poi forse le cose si possono anche cambiare un po’ anche standoci dentro e non fuori. Anche seUna separazione è stato ufficialmente designato dall’Iran come suo rappresentante per il prossimo Oscar al migliore film straniero, non si può proprio dire che sia un’opera di propaganda, e Farhadi un autore di regime. Pur non facendo la voce grossa, il regista, presentando realisticamente un quadro di vite complicate, ci fa vedere e ci fa capire come le tensioni allignino anche da quelle parti, e che non basta un sistema politico islamicamente corretto (o soi disant tale) a garantire la felicità di chi ci vive.
La storia raccontata da Farhadi è molto iraniana e legata al suo mondo, ma nello stesso tempo universale. Accade a Teheran, ma potrebbe accadere – basterebbe variare qualche dettaglio – in ogni altra parte. Nader e Simin sono sposati da quattordici anni, hanno una figlia, Termeh, di undici anni, sveglia, intelligente, sensibile, molto studiosa e legata alla famiglia. Ma nonostante continuino a rispettarsi e forse anche ad amarsi, Nader e Simin si presentano in aula a chiedere il divorzio. Meglio, è lei, Simin, a volerlo. Spiega al giudice perplesso (e agli spettatori altrettanto perplessi) che avendo finalmente ottenuto il permesso di lasciare l’Iran, vorrebbe andarsene con la figlia. Solo che il marito Nader non ha nessuna intenzione di espatriare (per questo lei vuole la separazione, per potersene andare anche senza di lui) e si rifiuta di seguirla, avendo un padre anziano che soffre di demenza senile e bisognoso della sua presenza. “Ma che differenza fa per lui se stai o te ne vai? Tanto non ti riconosce neanche più”, gli dice Simin. “Ma io riconosco lui, io lo so che lui è mio padre”, è la risposta impeccabile di Nader. Già da questo scambio di battute capiamo che il film non farà sconti a nessuno, che ogni personaggio ci verrà presentato per quello che è, nella sua verità, per quanto sgradevole possa essere. Capiamo anche che Farhadi non è indulgente, che il suo non è cinema di facili consolazioni e sentimenti. Quello che segue mantiene in pieno la durezza del prologo. Una separazione mette in scena una guerra di attrito tra i suoi personaggi, nella quale tutti hanno un obiettivo da raggiungere, tutti ricorrono a mezzi non sempre leciti per spuntarla, tutti nascondono qualcosa e, se non mentono, dicono solo mezze verità. Anche in famiglia, nella stessa famiglia, anche nella coppia, si gioca una partita individuale che non sempre tiene conto degli interessi dell’altro, degli altri, anzi. L’affresco di Farhadi, perché tale è Una separazione, ci consegna un’umanità che mente, manipola, inganna, mossa di volta in volta dalle migliori o peggiori intenzioni.
Il giudice (giustamente) stabilisce che le ragioni addotte da Simin non sono sufficienti e non concede al momento la separazione. Ma non è armistizio in famiglia. Simin fa le valigie e torna dai suoi, lasciando il marito Nader con la figlia Termeh e il padre anziano malato di Alzheimer. È proprio per assisterlo quando lui è fuori per lavoro che Nader ingaggia come badante, su consiglio di Simin, una donna di un quartiere povero, Razieh, alla disperata ricerca di soldi e piena di problemi, a partire dal marito disoccupato e da una bambina da tirar su. Sembra la persona giusta, ma è da questa scelta (e dalla scelta della moglie di andarsene di casa) che si innesca una sequenza imprevedibile di eventi, prima minimi poi sempre più gravi, destinati a sconvolgere la vita di tutti. Alla fine, niente sarà più come prima.
Quello che lascia a bocca aperta è l’abilità con cui Farhadi costruisce la sua vicenda, aumentando man mano la tensione e il senso di minaccia, accumulando dettagli apparentemente insignificanti che però scopriremo poi si salderanno in una gabbia da cui i protagonisti non potranno scappare. Sembra l’applicazione drammaturgica della teoria delle catastrofi (e del caos), secondo cui anche un microevento può per un effetto a catena produrre mutamenti radicali. Tutto incomincia a complicarsi maledettamente quando il povero Nader, tornando in anticipo dal lavoro, trova il padre legato e agonizzante. Si rende conto che la badante Razieh l’ha abbandonato e che è uscita di casa per un qualche motivo, e quando lei ritorna la affronta a muso duro per farsi dire cos’è successo. Esasperato dalla sua reticenza (Razieh nega ostinatamente anche l’evidenza dei fatti) Nader perde la testa, la licenzia, la spinge malamente fuori dalla porta. Disastro. Perché, si scoprirà, Razieh era incinta, anche se non l’aveva detto a Nader al momento di essere assunta, e per colpa di quella spinta sostiene di aver perso il bambino. Nader viene denunciato da lei e dal marito, finisce davanti al giudice e rischia una condanna a quattro anni di carcere. Tutto si accelera, si complica, si avvelena, si drammatizza. La coppia dei quartieri popolari si muove con spietata determinazione, con una rabbia che non ti aspetteresti, come se mettendosi contro Nader e la sua famiglia cercasse un riscatto sociale e un risarcimento non solo economico. Nader se la deve vedere con la moglie, sempre ostile, e con quei due che gli muovono guerra e che vogliono letteralmente distruggerlo (il marito di Razieh, disoccupato rancoroso e aggressivo, con la sua furia cieca in cerca di un bersaglio qualsiasi, di una qualsiasi vittima, è la figura più potente e allarmante del film, e non la si dimentica). Meglio non dire come finirà la guerra, diciamo solo che sarà la giovane figlia di Nader e Simin a doversi fare carico di una responsabilità per lei troppo grande e a prendere una decisione che altri non hanno voluto o potuto prendere.
Il film ci porta dentro l’Iran di oggi, anche se il suo scopo non è di fornire un quadro social-politico. Vediamo come si amministra la giustizia: in aule sovraffollate e precarie dove tutti urlano, con però giudici che sanno il fatto loro e discernere con grande sapienza ed equilibrio (sono le leggi a essere molto dure e restrittive, non chi le applica). Le classi sociali esistono, eccome, anche in una repubblica ismamica. La coppia Nader-Simin, lui fnzonario di banca lei insegnante di qualcosa che non sappiamo in una qualche scuola, appartengono a un ceto medio-alto urbano che vive in case decenti anche se non lussuose, ha l’accesso a consumi abbastanza sofisticati (compresi quelli culturali). Le donne di questo ceto medio-alto portano sì il velo, ma sono pashmine colorate e di un certo stile che lasciano intravedere i capelli, mentre le donne del popolo come Razieh sono più fortemente condizionate dalla religione e indossano il rigido chador marrone-nero che le copre completamente, a parte il viso. Quando l’anziano papà malato di Azheimer si urina addosso Razieh non può cambiarlo perché a lei, donna, è proibito toccare un corpo maschile che non sia quello del marito, sicchè la poveretta è costretta a telefonare a qualcuno che immaginiamo essere un esperto di norme islamiche (un imam? altri?) e gli chiede consigli sul che fare.
Stranamente in Una separazione c’è una qualche affinità con Carnage di Polanski (qualche, non molte). Anche qui c’è un confronto-scontro tra due coppie – quella boghese composta da Nader e Simin e quella proletaria di Razieh e marito – che innesca una deflagrazione destinata a cambiare la vita di tutti. Che poi, a pensarci bene, anche Yasmina Reza, l’autrice del testo teatrale da cui Carnage è stato tratto, nonché cosceneggiatrice del film, qualche connessione con l’Iran ce l’ha, essendo sì francese, ma di famiglia ebraico-persiana. Se però il massacro tra i quattro del film di Poanski resta in fondo, anche se spinto, un inoffensivo gioco borghese che non cambia radicalmente l’esistente, qui in Una separazione gli effetti sono letali, e le cose maledettamente molto più serie.
Di Luigi Locatelli, da luigilocatelli.wordpress.com

Trionfatore all’ultimo Festival di Berlino, dove si è aggiudicato l’Orso per il miglior film, “Una separazione” è senza alcun dubbio uno dei migliori film usciti negli ultimi anni, un’occasione imperdibile — per qualsiasi cinefilo — di riacquistare fiducia e ottimismo nella settima arte. Il cinema iraniano ci ha abituato bene ultimamente, ma questa perla del regista e sceneggiatore (nonché produttore) Asghar Farhadi è qualcosa di unico, per intensità della narrazione, uso discreto e magicamente essenziale della macchina da presa, montaggio assolutamente funzionale al dispiegamento della trama, interpretazione degli attori. Difficile trovare difetti a un’opera così vera e commovente che, seppure vada oltre le due ore di durata (e certo non intenda produrre entertainment…), non molla mai la presa sullo spettatore.
Grazie al cielo, un film che ci ricorda quanto, nel cinema, sia importante – anzi vitale – quella cosa chiamata “storia”. Con buona pace di ottimi registi dalle convinzioni un po’ “posate”, come Paolo Sorrentino che nel suo passaggio in tv alla corte di Fabio Fazio se n’è uscito con una battuta sulla “inutilità della trama”. La gente ha sete di storie, e non necessariamente storie sensazionali.
Questa di “Una separazione” è evidente da subito, non solo dal titolo, ma dalla prima scena, un prologo in cui una moglie e un marito, Simin e Nader (rispettivamente Laila Hatami e Peyman Moaadi) spiegano a un giudice la propria drammatica decisione: separarsi in quanto lei vuole andare a vivere all’estero mentre lui non se la sente di abbandonare l’anziano padre ammalato di Alzheimer. Tra di loro, contesa in una decisione dolorosa, una figlia adolescente (Sarina Farhadi, figlia del regista, anche lei sorprendentemente brava). Quale genitore seguirà? La ragazzina sembra orientata a restare col padre, il quale si trova improvvisamente spiazzato: sua moglie ha lasciato casa e dunque lui si trova costretto a cercare qualcuno che si occupi del padre durante il giorno. La soluzione sembra essere la giovane Razieh (Sareh Bayat), disposta a fare da badante perché bisognosa di denaro (suo marito, un uomo di convinzioni religiose islamiche ultraortodosse, è disoccupato con debiti). Un quadro assolutamente quotidiano, che però è solo un punto di partenza dal quale Farhadi fa scoccare una narrazione costellata di sfumature e particolari di tale verità da riuscire a completare, scena dopo scena, un affresco di un’intera società, quella iraniana, condizionata da costumi e leggi indifferenti, quando non implacabili, nei confronti della libertà individuale.
La grandezza del film è quella di evitare qualsiasi denuncia formale o didascalica, anzi si potrebbe dire che il metodo usato, per tecnica narrativa, sia lo stesso di Aleksandr Soljenitsin nel suo romanzo”Una giornata di Ivan Denisovic”: un racconto cronachistico, asciutto, di una realtà “mostruosa”. Per ricorrere a una metafora musicale, una sottile linea melodica che, poco a poco e solo dentro di noi, finisce per trasformarsi, misura dopo misura, in un travolgente muro sinfonico. Come un “Bolero” di Ravel. La separazione del titolo è, nella storia, multipla: prende il via da quella di Simin e Nader, ma è anche quella di una donna da un paese difficile, per non parlare di quella della giovane figlia da uno dei due genitori, o del figlio dal padre, che lentamente entra nella nebbia di una malattia che cancella la ragione. Un film da vedere.
Di Ferruccio Gattuso, da it.cinema.yahoo.com

Sistemato Panahi, il regime iraniano dovrà fare i conti adesso con Asghar Farhadi. Che è persino più pericoloso, vista la capacità di dialogare con il grande pubblico. Farhadi è abile nel camuffare il dovere di critica dietro il diritto (ancora tollerato, ma per quanto?) di narrare storie appassionanti e – in apparenza – neutrali rispetto alla questione politica. Qualità che era già emersa nel precedente About Elly, dove la vacanza al mare di un gruppo di amici finiva in tragedia. Quel film si concludeva con l’immagine di una macchina arenata sulla spiaggia, simbolo neanche troppo nascosto di un paese impantanato nelle sabbie mobili delle proprie interne lacerazioni.
Con Una separazione – Orso d’oro a Berlino, d’argento al cast maschile e femminile, candidato iraniano all’Oscar – fa un ulteriore passo avanti. A partire dal percorso tortuoso che porterà una coppia – Nader (Peyman Moaadi) e Simin (Leila Hatami) – a dividersi, Farhadi disegna una spirale la cui traiettoria si allarga progressivamente ai temi della malattia (il padre di Nader con l’alzheimer), delle classi (lo scarto, culturale ed economico, tra la famiglia sfasciata e quella della badante), della giustizia (solerte ma inadeguata), della religione (chiamata in ballo anche nelle controversie più elementari), della menzogna (praticata sistematicamente). La separazionefinisce per espandersi – come un cancro – a tutti i livelli della società iraniana, perciò abbondano nel film vetri rotti, pareti incrinate, muri divisori.
Fahradi sceglie di posizionare la mdp in mezzo, nel cuore della frattura. Cambia continuamente il punto di vista sulla verità. Aderisce alla prospettiva di ogni personaggio, mettendone a nudo umanità, fragilità, bassezze. Addensa il piano: di parole, gesti, sguardi terribili. Lascia lievitare il reale, esplodere le metafore. Il quotidiano viene smosso, i fatti intensificati, drammatizzati, infine rimossi.
Il film è un mulinello emozionale veloce, implacabile. La sua ruota dentata è l’Iran che gira, afferra, dilania. Freneticamente immobile. Dentro il vortice di un impasse.
Di Gianluca Arnone, da cinematografo.it

“Se voi foste il giudice” è una rubrica de “La settimana enigmistica” dove viene chiesto di decidere chi avrebbe ragione tra due punti di vista ugualmente giustificabili. Asghar Farhadi fa lo stesso: fin dall’incipit ci mette di fronte a Naader e Simin con una soggettiva del giudice che sta vagliando la loro istanza di divorzio. Lei che vuole espatriare con la figlia undicenne per garantirle un futuro migliore, lui che vuole rimanere e prendersi cura del padre malato di Alzheimer. Quando lei se ne va di casa, la loro vita si intreccia a quella di un’altra coppia: Razieh, assunta come badante, e suo marito Hodjat, in una questione dove ognuno ha le proprie ragioni e nessuno ha davvero torto.
La messa in scena mescola la verosimiglianza della storia, dei dialoghi, dei volti (quello commovente del padre di Naader) e delle persone a un’impostazione teatrale – ibseniana per il ruolo della donna, pinteriana per tensione – che è background di Farhadi. Come in “About Elly” veniva introdotto il mistero di una scomparsa, qui ce n’è un altro da districare: un incidente che si rivela enorme per i protagonisti. Qualunque punto di vista diventa credibile, ogni ragione inappellabile, ogni torto marcio. Il potere di giustizia della legge sterile e impotente.
Ritroviamo il muro di convenzioni della società iraniana, la religione, le tradizioni, i pregiudizi, le contraddizioni, il ruolo della donna, il senso della verità, ma soprattutto sono l’omissione e i segreti a dar seguito a strascichi imprevedibili.
Per quanto gli uomini si dimostrino ostinati, arroccati nelle loro posizioni e a loro modo fragili, sono le donne ad avere il coraggio di agire, anche se di nascosto. Le due protagoniste rappresentano quello che, secondo lo stesso regista, è il confronto tra due visioni del bene in conflitto: non ci sono buoni o cattivi tra cui scegliere. Farhadi però cerca di concentrarsi anche sulle donne che verranno: la piccola figlia di Razieh da una parte, e Termeh, la figlia adolescente di Naader e Simin, dall’altra, costretta a subire lo strazio della separazione, che viene formata dal padre anche con piccoli gesti, come chiedere il resto al benzinaio. È lo sguardo di solidarietà che le due si scambiano verso il finale a racchiudere un sentimento di reciproca incomprensione per quel mondo di adulti fatto di ostinazione, acredine, regole e leggi non scritte, di cui sono testimoni.
Dialoghi concitati, parole che si sovrappongono (ulteriore rammarico di vedere questi film doppiati), camera a mano, personaggi spesso di quinta, la pluralità di punti di vista come nella scena in cui Naader si trova con Razieh e Hodjat davanti al giudice con quella danza di concitati campi/controcampi a quattro, rendono la regia di Farhadi puntuale ed essenziale. L’impostazione teatrale viene rimarcata anche dai fatti riportati, o da quelli che si svolgono fuori campo, spesso dietro porte, pareti o vetrate: un corto-circuito di testimoni-giudici all’interno del film e al di fuori. L’occhio del cinema non arriva a mostrarci “la verità”, ma si limita a testimoniare a sua volta.
Di nuovo un grande lavoro di attori, come ad esempio Sareh Bayat, costretta da Farhadi, per il suo ruolo di donna tradizionalista e religiosa, a recitare cinque preghiere al giorno, frequentare le letture del Corano per le donne e a non parlare agli uomini della troupe.
Il mistero, più che tendere semplicemente alla risoluzione, continua ad accumulare domande, per lo più di tipo etico. Dice sempre Farhadi di non essere interessato tanto all’azione, quanto all’intenzione che porta ad agire, e, quando questa diventa impalpabile e difficile da capire, allora anche quello che chiamiamo morale diventa fragile. La forza del film, il merito della sceneggiatura, sta in una costruzione di equilibri tra i personaggi di fronte a cui è difficile prendere posizione.
Meno toccante di “About Elly” per impostazione, ma capace comunque di emozionare e far respirare i personaggi, “Una separazione” ci consegna un regista che, all’interno delle soffocanti maglie della dittatura e pur avendo subito limitazioni, ci fa tastare il polso del suo paese. Ci introduce in una vicenda di personaggi vivi con cura e sensibilità letterarie. Come spettatori occidentali viene da chiedersi quante sfumature non cogliamo, quanto influisca quel fascino da turisti un po’ sprovveduti, un po’ benpensanti, che proviamo per quell’Iran che ogni volta ci meraviglia con le sue contraddizioni, la sua forza e il suo cinema.
Di Davide De Lucca, da ondacinema.it

Due anni dopo essere stato scoperto dalla critica internazionale grazie al suggestivo “About Elly”, il regista e sceneggiatore iraniano Asghar Farhadi è tornato a raccogliere consensi unanimi con la sua nuova, apprezzatissima opera, “Una separazione”. Presentato al Festival di Berlino del 2011, “Una separazione” ha ottenuto l’Orso d’Oro come miglior film e si è aggiudicato anche i premi per la miglior interpretazione maschile e per la miglior interpretazione femminile, attribuiti ex-aequo ai componenti del formidabile cast, protagonisti di un racconto dal taglio intimista tutto incentrato su vicende private e tasselli di vita quotidiana, ma che ci restituisce al contempo un ritratto quanto mai emblematico dell’odierna società iraniana e delle sue tensioni culturali e sociali.
Il titolo della pellicola rimanda all’evento che mette in moto la storia, ovvero la separazione di Nader (Peyman Moaadi) e Simin (Leila Hatami), dopo quattordici anni di matrimonio: una separazione originata dal desiderio di Simin di lasciare il paese per permettere alla figlia Termeh (Sarina Farhadi, nella realtà figlia del regista) di costruirsi un futuro libero dalle costrizioni a cui sono sottoposte le donne in Iran. In seguito alla rottura dell’unità familiare, le esistenze di Nader, di Simin e della piccola Termeh si intrecciano con quelle di Razieh (Sareh Bayat), una giovane badante di umile condizione sociale, e di suo marito Houjat (Shahab Hosseini), disoccupato e oppresso dai debiti. L’incontro fra le due coppie finirà per degenerare in uno scontro animato dalle rispettive differenze di cultura e di classe; uno scontro descritto da Farhadi senza prese di posizione o schematismi manichei, ma lasciando spazio alle scelte e alle ragioni di ciascun personaggio, con un’apparente semplicità narrativa che ci offre di volta in volta nuove spiegazioni e nuovi elementi da ricomporre all’interno di un quadro ben più ampio.
In questo modo, Asghar Farhadi riesce a trasmettere con sapiente naturalezza la complessità delle relazioni umane, così come il carattere contraddittorio di comportamenti non sempre facili da giustificare e da comprendere, mettendo in scena un conflitto incrociato (non solo fra le due coppie, ma anche fra i rispettivi coniugi) che ha profonde ripercussioni morali: tutti i protagonisti, infatti, si troveranno a dover riconsiderare il proprio concetto di integrità e di onestà, mentre rimangono sempre più intrappolati nelle maglie di una “giustizia” amministrata con burocratica e talvolta spietata freddezza. Non stupisce, pertanto, che l’unica figura a conservare un imperturbabile senso dell’etica sia la giovanissima Termeh, non ancora contaminata dall’egoismo e dal malessere che sembrano contrassegnare l’età adulta. Tutto questo Farhadi ce lo mostra man mano, con sorprendente realismo, fino a far penetrare lo spettatore nel cuore e nell’animo dei suoi personaggi, membri (come tantissimi altri) di un’umanità sofferente e drammaticamente imperfetta.
Di Stefano Lo Verme, da filmedvd.dvd.it

La macchina da presa indugia su una coppia sposata che è intenta a separarsi legalmente davanti ad un giudice. Ottenuti i visti per poter uscire dal paese, Simin (la moglie) sostiene la sua tesi con forza, ponendo l’attenzione su l’impossibilità per la figlia di vivere in circostanze avverse alla sua crescita come donna. Nader (il marito) non molla, fa leva sull’attaccamento che lui ha con Termeh e spiega che non può lasciare il paese a causa della malattia degenerativa (Alzeheimer) che grava sul nonno. Inoltre sostiene che l’espatrio sia un capriccio. Il giudice (voce fuori campo), ritenendo che la discussione sia una perdita di tempo, li allontana entrambi.
La prima inquadratura, emblematica e di forte impatto emotivo (i due protagonisti si rivolgono direttamente al pubblico esternando le proprie perplessità), è il simbolo dell’inquietudine e del malessere che si respira nel paese di Ahmadinejad ed è la miccia che innesca gli avvenimenti successivi. Simin nonostante tutto si allontana da casa e Nader è costretto ad assumere una badante, Razieh, per accudire il padre malato, ma non sa che la donna non solo è incinta, ma sta anche lavorando all’insaputa del marito. Un giorno, allontanandosi da casa senza permesso, lascia l’anziano legato al letto e il conseguente alterco con Nader porta alla perdita del feto. Tutto questo determinerà una serie di bugie, confronti e manipolazioni, mentre la separazione tra i due coniugi continua.
Pellicola coinvolgente e appassionante, Una separazione, spostando l’obiettivo sulla caratterizzazione convincente deipersonaggi principali, mostra due mondi diametralmente contrapposti – classe media e povertà intrisa di estremismo religioso – e delinea soprattutto due figure femminili in conflitto, ma positive. Razieh è una donna molto religiosa con limitazioni rigide; Simin, invece, partecipa alle attività sociali – forse anche più del marito – e risulta un personaggio che si contrappone in modo deciso alla stereotipata visione europea della donna iraniana. Dall’altra parte della barricata troviamo gli uomini – dominatori e fulcro della società, seppur incapaci di esserlo fino in fondo – nascosti dietro preconcetti che non permettono di valutare la realtà in modo lucido. Nonostante la pellicola rappresenti un mondo lontano e teocratico, Farhadi pone al centro del film le incomprensioni di tutti i giorni, l’allontanamento e il conseguente riavvicinamento (determinante è l’apporto della moglie) di una qualunque coppia sposata che, oltretutto, deve mantenere un occhio vigile nei confronti della figlia adolescente, costantemente in stato confusionale e in cerca di affetto.
Le bugie e il perenne stato di omertà che aleggia nella pellicola sono la conseguenza di un distacco digerito malamente e dei sentimenti contrastanti che esso provoca. Il regista, in modo soffocante, si sofferma sui primi piani dei protagonisti e li pedina con la camera a mano nelle stanze della casa di Nader, riuscendo a trasmettere allo spettatore una forte empatia. La visione di Farhadi – distaccata e oggettiva – pone ogni singolo personaggio di fronte alla scelta di prendersi le proprie responsabilità o di glissare mentendo a se stesso. Sta allo spettatore patteggiare per l’una o l’altra parte. Una separazione mostra esemplarmente un paese che, nonostante numerosi pregiudizi, si è occidentalizzato in modo pressoché totale: contraddistinto da una fotografia moderna e da una costruzione narrativa perfetta, si presenta puntellata da un movimento di macchina fluido che predilige piani-sequenza e mezze-visioni, che permettono al fruitore di sbirciare dal buco della serratura oppure di spiare da una porta semi-aperta.
Pellicola che ha fatto incetta di premi all’ultimo Festival di Berlino (miglior film e Orso d’argento per la migliore interpretazione all’intero cast, maschile e femminile) Una separazione fa riflettere e fa emergere una sequela di quesiti sulla società iraniana, per i quali non esistono risposte semplici – e Farhadi non ce le fornisce chiaramente – e che sono abilmente celati nel sottotesto di un apparente ed effimero confronto familiare.
Di Andrea Ussia, da persinsala.it

Una separazione, una fra tante, e il film vincitore a Berlino ne racconta molte: quella tra due coniugi, tra figli e genitori, tra una donna e il suo Paese, tra un vecchio e la sua ragione. Asghar Farhadi si conferma, dopo l’ottimo About Elly, regista capace di costruire rapporti di tensione tra i personaggi e di inserire elementi mystery in vicende quasi ordinarie. La trama appare lineare ma si fa presto molto intricata: Simin e Nader si sono separati, perché lei vuole lasciare l’Iran con la figlia mentre lui intende rimanere. Nader, per accudire il padre, deve assumere una badante, Razieh, molto timorata di Dio (telefona persino a un Imam per chiedere come comportarsi con un vecchio che si è sporcato e non sembra in grado di lavarsi da solo) e del marito, cui nasconde questa attività. Quando Razieh fugge misteriosamente ai suoi doveri e litiga con Nader, le cose prendono una piega tragica, cui segue una causa legale in cui tutti mentono e nascondono qualcosa. A poco a poco, ma con tempi incalzanti, la matassa si dipana e, come in un giallo, arriveremo a scoprire chi aveva preso i soldi o perché Razieh si era allontanata. Diversamente però da un film di genere, non è questo il nocciolo della questione. Infatti le rivelazioni giungono prima del finale, a volte in dialoghi quasi di passaggio, sommersi da ben altre tensioni, bugie e segreti. La sceneggiatura vanta diabolica perfezione, dove fanno buon gioco l’indignazione dei personaggi femminili e l’irascibilità di quelli maschili per confondere ulteriormente le acque, annegando i fatti in un fluire quasi inesausto di parole. Un vero tour de force per gli interpreti ottimamente diretti. Se poi Una separazione è immerso in un contesto particolare come quello iraniano, con tutte le restrizioni cui sono sottoposte le donne, lo specifico dettagliatamente raccontato si fa universale attraverso il tema della verità. Una verità a sua volta scissa e dilaniata dal gioco delle parti, dagli interessi particolari di chi vuole tenersi a ogni costo la figlia o il marito e ha debiti da saldare o rancori che non riesce a sopire. Farhadi mostra le ragioni di tutti, non prende le parti di nessuno e tesse una ragnatela soffocante da cui non ci si districa facilmente.
Di Andrea Fornasiero, da film.tv.it

In “Una separazione” Nader( Peyman Moaadi), bancario a Teheran, scoppia in lacrime pulendo il vecchio padre malato d’Alzheimer ( Ali-Asghar Shahsbazi): in un impeto d’ira ha appena spinto giù per le scale la badante incinta Razieh ( Sare Bayat) colpevole di essere uscita di casa abbandonando il vecchio affidato alla sua custodia dopo averlo legato al letto. Lei lo denuncerà per averle causato l’aborto e lui a sua volta per aver provocato il peggioramento dell’infermo, ma in quel momento Nader piange perchè sua moglie lo ha appena lasciato con la figlia undicenne Tehrme ( Sarina Fahardi), perché si pente di aver appena usato la violenza nei confronti di una donna fragile. Soprattutto però piange perché intuisce come non la malvagità ma l’infelicità di qualcuno sia causa dell’infelicità di qualcun altro. La pellicola dell’iraniano Farhadi ( “About Elly”) di fatto è tanto più efficace nel mostrare i segni compulsivi del dolore quanto più considera inessenziali o inesistenti le responsabilità individuali: Simin ( Leila Hatami) vuole andare all’estero per offrire più opportunità alla figlia e per questo va via di casa, Nader dal canto suo non vuole andar via dall’Iran per il padre, il comportamento di Razieh, tormentata dagli scrupoli religiosi, è condizionato dai debiti del collerico marito, e infine vi sono le testimoni innocenti del dramma, le bambine delle coppia in lite, la figlia di Razieh che esprime il proprio disagio disegnando e l’adolescente Tehrme, costretta a scegliere fra due genitori entrambi disperatamente amati.
Il conflitto esplode quando le legittime ragioni degli uni e degli altri vengono alla luce in tutta la loro urgenza e inconciliabilità: aspirazione a una vita migliore in Simin, solidarietà con una senilità in balia di un morbo irreversibile in Nader, fedeltà a Dio e alla coscienza in Razieh, rabbia per le umiliazioni patite nel di lei marito, e in tutti paura per i propri affetti. Sono persone pure di cuore quelle che lo spettatore vede litigare furiosamente davanti a un giudice imparziale in “Una separazione”: nessuno agisce in malafede, nessuno lascia chiusi nell’armadio i propri scheletri, nessuno si lascia dominare fino in fondo dall’orgoglio eppure l’esito non è la riconciliazione bensì una separazione definitiva, come se la dignità di un individuo non potesse convivere con quella di chi gli sta accanto.
Il cinema alle nostre latitudini ci ha abituato a soluzione ben più edulcorate ma l’esperienza non dà torto al regista iraniano. Impossibile comunque non domandarsi se il fatto raccontato nel lungometraggio si svolgerebbe in modo analogo a Roma o a Londra. Ci sembra un dettaglio non irrilevante al proposito il ruolo svolto nell’intreccio dalla religiosità intima e sofferta di una delle protagoniste del film. A fare da sfondo alla storia infatti è una megalopoli grigia ed asettica fatta da automobili che si sfiorano, ospedali e tribunali, nei quali i giudici sono l’emanazione neutra di uno Stato ridotto ad apparato burocratico e assente nei dilemmi etici ed esistenziali dei cittadini. Un eclatante paradosso in un Paese dove si governa in nome di Dio!
Da cinerepublic.film.tv.it

Se “About Elly”, vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino, aveva permesso al mondo di conoscere il talento di Asghar Farhadi, “Una separazione” lo consacra definitivamente come uno dei registi asiatici più interessanti del momento. Orso d’Oro a Berlino come miglior film, Orso d’Argento al cast femminile e un altro Orso d’Argento al cast maschile: se è vero che tre indizi fanno una prova, questi tre premi ci danno la conferma del potenziale espresso dall’ultimo film di Farhadi. La bravura del regista è nell’evitare ogni discorso palesemente politico, al contrario di molti suoi connazionali, permettendo però allo spettatore di trovare tra le righe alcune sfumature di questa società: le sue sono storie di gente comune alle prese con problemi universali, in cui però si riesce ad intravedere una chiara occhiata alla società iraniana, con tutte le sue contraddizioni.
Nader e Simin, sposati da quattordici anni, hanno ottenuto un visto per lasciare l’Iran e permettere alla giovane figlia Termeh di crescere in un Paese diverso, ma il padre di Nader è malato di Alzheimer e l’uomo non vuole lasciarlo solo. Simin vuole partire ugualmente con la figlia, e per questo chiede il divorzio, tornando nel frattempo a vivere dai suoi genitori. Nader è così costretto ad assumere una badante per suo padre, ma non sa che la donna è incinta e che il marito di lei è all’oscuro a proposito di questo impiego. In seguito ad un comportamento sbagliato della giovane donna, Nader la caccia di casa: lei perde il bambino e suo marito trascina Nader in tribunale. L’uomo, tra problemi coniugali, il rapporto con la figlia Termeh, le attenzioni nei confronti del padre e questa accusa che rifiuta di accettare, si ritrova così al centro di un periodo fatto di complicazioni, bugie e pressioni.
Una storia sempre più coinvolgente man mano che il film procede, con il suo incedere cauto ma ansioso, lento ma potente. Lo spettatore è inerme di fronte agli eventi, che per forza di cose è costretto ad osservare attraverso lo sguardo di Termeh, la figlia, anche lei spettatrice impotente di fronte ai problemi che le scorrono davanti agli occhi. Almeno fino al finale, dove è lei a diventare protagonista, in cui le sue lacrime e la sua decisione lasciano inchiodati, mentre una porta nel mezzo di un corridoio separa ulteriormente Nader e Simin. Una bellissima storia di paura e accuse, in cui un cast di straordinari interpreti riesce a rendere quasi invisibile la mano del regista. Una prova d’autore che consacra definitivamente il nome di Farhadi nel panorama cinematografico internazionale.
Di Alessio Trerotoli, da livecity.it

Nader e sua moglie Simin hanno ottenuto il permesso di espatrio per loro e la loro figlia undicenne ma Nader non vuole partire. L’uomo sente il dovere di rimanere accanto a suo padre, nonostante la sua malattia, l’Alzheimer, gli impedisca di riconoscerlo. La moglie allora decide di andare via di casa, tornando dai genitori e Nader è costretto ad assumere una donna per badare al padre. La donna, che è incinta, lavora all’insaputa del marito. Un giorno litiga con Nader, perchè si è assentata dal lavoro senza permesso lasciando l’anziano legato al letto. A seguito di una discussione la donna cade dalle scale e perde il bambino.
Con una straordinaria semplicità Asghar Farhadi conferma le sue doti di narratore dopo About Elly, e con Una separazione descrive con discrezione e ritmo lento e cadenzato l’introdursi della confusione nelle vite più normali. La differenza di classe, la fede cieca nella religione, la convinzione dei legami e allo stesso tempo dei limiti che un posto ci impone, costriuscono un quadro perfetto, bilanciato da una macchina discreta ma investigativa e da un dialogo serrato, soprattutto nella seconda parte, che coinvolge lo spettatore tenendolo ancorato alla narrazione.
Il film, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino e dell’Orso d’Argento per la migliroe performance maschile e femminile, mostra con didascalica semplicità ma con estrema franchezza la differenza sociale, la percezione del mondo attraverso la fede e l’impossibilità completa di un occhio occidentale di comprendere le dinamiche intime che muovono i personaggi verso una direzione piuttosto che un’altra.
Un finale che sembra quas disturbare lo spettatore irrompe proprio quandoquest’ultimo avrebbe voluto sapere di più, capire come sarebbe finita e saziare quella fame che Farhadi con tanta sapienza è riuscito a stimolare.
Di Chiara Guida., da cinefilos.it

Iran. La storia inizia nella stanzetta di un tribunale. Samin e Nader, dopo un matrimonio lungo 14 anni, hanno deciso di separarsi. O meglio, a deciderlo è stata Samin. Finalmente ha ottenuto il visto per lasciare l’Iran e garantire a Termeh, la figlia undicenne, un futuro migliore, in un contesto in cui poter essere libera di diventare una donna e di esprimere il proprio pensiero e le proprie aspirazioni. Ma Nader non vuole accompagnarle. A casa lo aspetta un anziano padre affetto dal morbo di Alzheimer, che deve accudire e curare. È per questo che la moglie sta chiedendo il divorzio.
Il film di Jodaeye Nader az Simin si apre con una scena emblematica: l’occhio della macchina da presa è quello di un giudice senza volto e i protagonisti del contenzioso, Simin e Nader, parlano direttamente in camera. Una falsa soggettiva che permette allo spettatore di conoscere le ragioni e la storia dei protagonisti. Sappiamo che Simin è arrivata a chiedere il divorzio perché Nader non vuole partire con lei, conosciamo le condizioni del padre di Nader, sappiamo che la figlia Atafeh rimarrà col padre.
Orso d’Oro al Miglior Film al Bernilane 2011 e Orso d’Argento per le migliori interpretazioni maschile e femminile, “Una separazione” è una storia toccante. La separazione tra Samin e Nader scatena una serie di eventi imprevisti. Nader assumerà una donna, Razieh, per accudire il padre. Non sa che Razieh è incinta e che sta lavorando nella sua casa contro la sua religione e senza che il marito ne sia a conoscenza. Quando perde il bambino a seguito di un litigio con Nader, almeno così sembra all’inizio, inizierà un lungo processo fatto di menzogne e scontri. Samin cercherà di aiutare il marito, mettendo da parte per un attimo i loro problemi e sperando in una riappacificazione.
Mirabile l’interpretazione della bambina, la giovane Sarina Farhadi. È una bambina di undici anni ma riesce ad avere le espressioni, i pensieri e il modo di relazionarsi di un adulto. Sullo sfondo un paese ancora arretrato, vittima di leggi religiose superiori a quelle terrene, che ne limitano il progresso, che vietano a una donna sposata di essere autonoma, che inibiscono la libertà umana.
La scena finale non può che lasciare lo spettatore con l’amaro in bocca. Scelta registica azzeccata. “Una separazione” è un film assolutamente da vedere, apprezzabile, delicato, semplice ma profondo. Le protagoniste sono le donne, paradossalmente, sullo sfondo di un paese che in realtà le considera come esseri di secondo piano e le calpesta fisicamente e moralmente.
Il film è uscito lo scorso giugno in Francia e ha avuto un’accoglienza eccezionale. Un record senza precedenti per un titolo iraniano. Chissà se l’Italia gli darà ugualmente lo stesso riconoscimento.
Di Serena Calabrò, da ecodelcinema.com

Iran, giorni nostri. Nader e Shimin si separano, eppure si amano ancora: hanno ottenuto il visto per andare all’estero ma lui si rifiuta di partire perché non vuole abbandonare il padre malato di Alzheimer mentre lei non vuole rinunciare all’opportunità di dare alla figlia un futuro migliore. Chi ha ragione? Nessuno, o meglio entrambi. Perché come non smette di mostrarci il quinto film del trentanovenne Asghar Farhadi (Orso d’oro a Berlino, ottimi incassi in Francia e in Iran e una distribuzione anche negli Usa), una verità assoluta non esiste. Colpevoli e innocenti si scambiano continuamente i ruoli e il confine tra bene e male è fragile. Come solo il grande cinema sa fare, il regista rende tangibile questa realtà sfaccettata: il risultato è un avvincente dramma psicologico a porte chiuse (c’è una predominanza di scene in interni dove si disputano guerre a base di dialoghi) in cui non ci sono esplosivi colpi di scena ma dove le certezze vengono distrutte scena dopo scena in una sorta di effetto domino che abbatte a catena ogni credo e ogni morale. Dopo About Elly (sorta di rivisitazione de L’Avventura di Antonioni), Asghar Farhadi firma un altro film dalla sceneggiatura di ferro. Una scrittura eccellente soprattutto perché, pur non essendoci alcun accenno esplicito all’attualità iraniana e alla Rivoluzione Verde, il regista è riuscito a comporre un film politico in cui il potere e la giustizia vengono kafkianamente distrutti nella loro assurdità e burocrazia. Inoltre, sebbene il film sia profondamente legato alla società iraniano e questa venga descritta con estremo realismo e cura dei dettagli (vedi la telefonata che la badante fa alla Buoncostume per chiedere se le è permesso di cambiare un uomo malato), lo spettatore occidentale non rimane vittima di un facile esotismo ma viene coinvolto in una riflessione dal respiro più universale.
Ma Una separazione non è solo un film che pone questioni filosofiche, è anche un film riesce che riesce a emozionare. Dallo sguardo commosso di una ragazzina di 12 anni che non riesce a scegliere tra i due genitori, dall’amore ormai lacerato ma ancora pulsante tra un uomo protettivo ma disorientato e una donna moderna che cerca il suo posto in un mondo arcaico, fino al sincero affetto verso il nonno malato, Una separazione è un film di grande tenerezza e malinconia. Ma soprattutto un film che interpella e dà fiducia all’intelligenza dello spettatore. Come già in About Elly, il finale ci lascia assolutamente in impasse: il regista non ci dà una risoluzione degli eventi, ma ci lascia nel dubbio. Perché come dice lui stesso «il mondo oggi ha più bisogno di domande che di risposte».
Di Valentina Torlaschi, da bestmovie.it

Sin dalle prime inquadrature si percepisce che Una separazione è uno di quei rarissimi “miracoli” del cinema, capaci ancora di sconvolgere le nostre menti intorpidite e consegnarle ad un livello di raffinata semplicità, che nella claustrofobia delle mura domestiche è abile nell’aprirsi a temi politici, sociali e religiosi, senza mai correre il rischio di essere banale. Asghar Farhadi, già autore dello splendido About Elly, torna a parlare del suo Paese, l’Iran, nel quale convivono due realtà profondamente divise e contraddittorie. L’una è rappresentata da uomini e donne morbosamente legati a codici religiosi e che, inevitabilmente, finiscono col determinare i propri comportamenti e reazioni all’interno della società stessa; l’altra, composta da individui emancipati e coscienti del proprio potenziale, in grado di scegliere autonomamente e profondamente devoti al proprio stato di libertà. L’incipit del film è emblematico di questo secondo schieramento: Simin e Nader sono di fronte ad un giudice per discutere della richiesta di divorzio di lei, intenzionata a lasciare il Paese insieme alla figlia Termeh, ma non supportata dal proprio marito. Veniamo presto a sapere che la motivazione che impedisce a Nader di seguire sua moglie è legata all’Alzheimer del padre e dal fatto che non intenda abbandonarlo. Quando entriamo in casa di Nader, veniamo a contatto con l’altra faccia della stessa società, rappresentata da Razieh, una giovane donna profondamente religiosa, assunta, all’insaputa del marito, per occuparsi del padre di Nader. Un giorno però avviene un fatto inaspettato: al suo ritorno dal lavoro, Nader trova suo padre accasciato sul pavimento, privo di sensi e con un polso legato ad un mobile. Il film da dramma domestico assume improvvisamente i tratti di un thriller psicologico che trascina i protagonisti in una escalation di bugie, fraintendimenti ed omissioni, non salvando nessuno dalle proprie responsabilità. Il dramma si consuma lentamente e i suoi attori, benché in misura differente, risultano egualmente colpevoli e non vengono assolti in maniera totale. Il regista è chiaramente “indisposto” nel dare la definizione di buoni o cattivi: ognuno nel suo piccolo, contravvenendo ai dei dettami societari autoimposti, corre il rischio di rimanere impigliato nella trappola della menzogna, che genera e degenera in altre menzogne e dubbi. Dove sta la “reale” verità in fondo non ci è dato saperlo, tutti difendono la propria identità con caparbia risolutezza, e noi spettatori siamo come stretti in un angolo e incapaci di decidere da che parte stare. Vincitore dell’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino, Una separazionepotrebbe essere candidato all’Oscar per il miglior film straniero.
Di Serena Guidoni, da voto10.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog