UNA FAMIGLIA PERFETTA


Annunciato come remake o quanto meno ispirato ad un film dalle tinte noir di Fernando Leon de Aranoa ( Familia) ,”La famiglia perfetta”  di Paolo Genovese non esce del tutto dal formato commedia e per di più natalizia, anche se qui è d’obbligo perché il protagonista Leone ( Sergio Castellitto che mostra in questo ruolo le sue pregevoli, eleganti e convincenti capacità di attore senza eccessi) è un uomo misteriosamente solo, che per Natale ingaggia una troupe di attori a fargli da famiglia. In un casale, ricco, accuratamente arredato e vissuto nei dettagli, da sembrare presto finto nella sua qualsiasi realtà, il padrone, detto ripetutamente nei chiacchiericci dietro le sue spalle, “ stravagante” o “matto” tenta di colmare la sua solitudine con una famiglia finta, costituita da attori, comandati a seguire rigidamente un copione scritto da lui stesso e da lui stesso spesso diversificato. E’ dalle frasi soffocate degli attori e dalle imprevedibilità di Leone che comincia scricchiolare una normale credibilità a un soggetto un po’ diverso, ma non troppo, perchè si sollevano dubbi, si verificano depistamenti incrociati che creano un lieve e incostante senso di mistero. Le situazioni divertenti e talora comiche, che si creano numerose, grazie all’affiatamento tra tutti gli attori, sotto una attentissima regia che bada molto alla forma, all’aspetto scenografico e sonoro ( a volte inappropriato e  soverchiante ) si traducono in gioco di parti e sentimenti tanto variabili quanto convicenti. Poi, quando alla sera di Natale si arriva al culmine di questa comunque gradevole messinscena, si cominciano confondere le idee degli sceneggiatori, e quindi degli spettatori e sotto il pirandelliano “così è se vi pare” realtà e finzione si aggrovigliano e si dipanano in continue rivelazioni, magistrali colpi di scena dell’attrice più anziana e provetta ( Ilaria Occhini in grandissima forma) e di altri, che restano fine a se stessi. Si giunge alla fine del film accarezzati da una narrazione garbata  e divertente, con un fondo di malinconia, ma un po’ confusi nell’elemento comprensione della metafora, se la si vuole svelare e se c‘è, al di là di una storia così ben costruita come sembra dall’inizio, con bagliori di originalità intelligente.
Da cinerepublic.filmtv.it

Quando ho letto la trama della pellicola in questione, uscita questo giovedì in moltissime sale cinematografiche italiane, mi sono venuti in mente due film che già avevano usato la stessa trovata di partenza (l’esistenza di attori o persone che a pagamento e per varie ragioni interpretano il ruolo dei famigliari di chi compra i loro servizi): si tratta dello sterile esercizio intellettuale Alps del greco Yorgos Lanthimos e del sanguinoso Noriko’s Dinner Table, del folle giapponese Sion Sono.
Nulla di tutto ciò, perché Una famiglia perfetta, l’ultimo lavoro registico di Paolo Genovese (i due Immaturi, La banda dei Babbi Natale) è in realtà il remake di un’opera spagnola intitola Familia.
L’intreccio prevede che Leo, un uomo estremamente potente, ricco e influente, ma anche desolatamente solo, decida di voler sperimentare cosa sia un Natale passato in famiglia. Per questo motivo assolda una compagnia di attori che rivestano il ruolo dei suoi parenti: gli interpreti devono mantenere la loro parte senza sbagliare, altrimenti il perfido magnate non pagherà per la loro performance.
Ma anche all’interno di una compagnia ci sono odi, gelosie, invidie e rancori, proprio come tra i componenti di qualsiasi focolare domestico.
Nel cast della pellicola, oltre al protagonista Sergio Castellitto, troviamo Marco Giallini (molto carismatico in ACAB), Claudia Gerini (che attendiamo al varco con Tulpa del marito Zampaglione), Micaela Ramazzotti (che invece non era nell’ultimo film del marito Virzì, Tutti i santi giorni), Carolina Crescentini, Eugenia Costantini, Eugenio Franceschini, Ilaria Occhini, Maurizio Mattioli e Francesca Neri.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

È la Vigilia di Natale, e si sa, certe ricorrenze vanno celebrate rigorosamente in famiglia. Ma non tutte le famiglie sono uguali, checché ne dicano spot, film, libri ed un immaginario condiviso che ha fatto di questo appuntamento l’emblema di un consumismo sterile e falsamente gioviale. No, niente di tutto questo in Una famiglia perfetta.
Siamo a Natale, o forse no. Perché in fondo tutto è rarefatto, tutto sa di artatamente costruito: le dinamiche, i personaggi, lo scenario. Ogni cosa. Sono 420 le sale in cui verrà proiettata questa pellicola, decisamente calata già nell’atmosfera natalizia ma ben distante (non solo per collocazione nel palinsesto) rispetto alla canea di cinepanettoni e affini.
E se non il migliore, certamente il più interessante dei film diretti da Paolo Genovese, che qui riprende il soggetto di un film spagnolo uscito nel ‘96, diretto da Fernando León de Aranoa ed intitolato Familia. Tenore diverso, struttura diversa. Qui il regista romano, classe ‘66, opera diverse modifiche, tante che alla fine della fonte non ne resta che lo spunto per intavolare un differente discorso.
Leone (Sergio Castellitto), un eccentrico ma al tempo stesso misterioso ricco, decide di portare l’arte del Presepio ad uno step successivo, per certi aspetti avulso dal suo retaggio. Se in varie parti d’Italia ci si affanna tra presepi artigianali ed altri viventi, questo stravagante personaggio si costruisce da zero la propria famiglia. Moglie, figli, nonna, zii… tutti! La cornice è quella di un meraviglioso casale umbro, nei pressi di Todi.
Giusto per capire dove voglia arrivare Genovese, basta assistere al primo quarto d’ora. I primi minuti sono un vero e proprio smacco a tutti quegli spot che inondano i canali televisivi sotto le feste. Forte del suo passato nel settore, il regista di Immaturi sembra quasi promuovere uno di quei preparati per torte, pronte in forno in 10 minuti. Poi la tavolata, l’idillio, la perfezione (visto che che ci siamo).
Finché improvvisamente non crolla tutto: ognuno dei componenti di questa famiglia apparentemente impeccabile sta interpretando una parte. E lo spettacolo in questione è esattamente questo: una famiglia perfetta. Una rappresentazione dove non ci sono prove, dove non si ha tempo di costruire il proprio personaggio. Perché, come dirà Fortunato (Marco Giallini), «qui deve sempre essere buona la prima»!
D’altra parte è essenzialmente una componente a farla da padrone, ossia la recitazione. Per un film che strizza l’occhio al teatro in maniera tutt’altro che velata è il minimo, dato che, pure nella finzione, gli attori che recitano in questo contesto fanno parte di una compagnia teatrale. Una famiglia perfetta, a conti fatti, è un continuo susseguirsi di episodi divertenti e trappole disseminate da un eccezionale Castellitto, che pur non rubando la scena a nessuno contribuisce ad imprimere un’impronta notevole alla narrazione. Tranelli che si sostanziano in stravolgimenti del copione in corso d’opera, in cui realtà e finzione si mescolano e si sovrappongono, laddove il copione è l’unico appiglio di cui ognuno dispone. Ed allora è improvvisazione, con tutto ciò che ne consegue.
Un film che si rifà inevitabilmente alla grande stagione della commedia all’italiana, cui aspira sinceramente anche senza riuscire ad assimilarla del tutto. Ottimi i tempi comici, considerato che le risate non mancano. Meno incisivo il risvolto drammatico, quello che ci fa riflettere, se vogliamo. Certi shock hanno un loro perché, ma alla fine della fiera ad avere il sopravvento è sempre la verve comica, tra equivoci ed uscite volutamente imbarazzanti.
Abbiamo citato Castellitto, ma in realtà bravi tutti. La Gerini, che qui si distingue con maggiore forza rispetto all’ultimo film che l’ha vista in sala (Il comandante e la cicogna); Ilaria Occhini, un’elegante Nonna Rosa, senza sbavature e da attrice navigata qual è; Eugenia Costantini, la migliore tra i figli; la Crescentini, la Neri; ma soprattutto lui, Marco Giallini. Vero e proprio mattatore, è su di lui che grava la responsabilità della riuscita di questa farsa. Fortunato, il suo personaggio, è disposto a tutto pur di assecondare le paturnie di un indisponente e irritante riccone, unico spettatore del loro spettacolo ma che, come dice lui stesso, «paga per mille». Indubbiamente sboccato, ma pressoché mai volgare, Giallini detta i tempi, fa e disfa perché in fondo è questo il suo compito (esilarante la scena della tombola!).
Stona a tratti il reiterato ricorso a certi temi musicali prettamente natalizi, motivato sì dalla venatura sarcastica e dissacrante di cui è permeato l’intero film, ma non sempre opportuno. In fondo però Una famiglia perfetta è una pellicola che punta a lasciarsi seguire, prima ancora che farsi guardare. Quest’ultima è proprio l’ultima delle cose che interessano a Genovese, cui non manca l’abilità di ricreare l’atmosfera giusta a prescindere da inquadrature e virtuosismi di sorta.
E seppure lontani da quel periodo, oramai quasi mitico, dei Risi, dei Monicelli, dei Comencini, dei Germi e chi più ne ha più ne metta, Una famiglia perfetta tende ad alzare l’asticella di certe produzioni nostrane. Merito di un cast indiscutibilmente azzeccato, guidato da un Giallini, come già detto, in splendida forma e di un’idea alla base accattivante, sviluppata in maniera in fin dei conti riuscita. Una commedia allegra e scanzonata, che non si prende troppo sul serio ma che volendo offre pure qualche lieve ed opaco margine di riflessione. Ma che soprattutto diverte, senza necessariamente puntare verso il basso.
Di Antonio Maria Abate, da cineblog.it

La solitudine di Leone (Sergio Castellitto) è subito visibile nei suoi occhi: è un uomo di cinquant’anni e per non passare il giorno di Natale da solo s’inventa una famiglia ideale, affittando una compagnia di attori. Tutto deve funzionare alla perfezione, come ripete il capocomico Fortunato (Marco Giallini): “Dev’essere buona la prima, sempre!”
“Una famiglia perfetta” è una storia divertente, stravagante, in cui realtà e finzione si mescolano continuamente, e in cui i piani del racconto sono sempre molteplici.
Da una parte c’è una sorta di vera famiglia, quella della compagnia, che ha al suo interno altre sottodinamiche, come il matrimonio tra Fortunato e Carmen (Claudia Gerini), che nella messa in scena deve interpretare la moglie di Leone, o l’amore che Sole (Carolina Crescentini) nutre per Fortunato, che interpreta proprio suo marito, e dall’altra c’è quella finta che viene portata sotto gli occhi del cinico e strambo committente.
Nel corso del film questi piani si confondono, le dinamiche si sovrappongono, fino al punto in cui si farà fatica a distinguere le emozioni, le sensazioni realmente provate da quelle recitate, un effetto dato anche dall’estrema naturalezza della recitazione arrivando, in tanti momenti, ad avere effetti comici, esilaranti.
Ogni personaggio è ben delineato e con un carattere preciso e forte, il regista riesce a creare tra tutti un’alchimia potente che quasi buca lo schermo, ci si vuole sentire parte di quella sgangherata compagnia, che paradossalmente restituisce davvero un’idea di famiglia.
Ma la famiglia perfetta non esiste, è un’utopia, lo sanno tutti, e il regista attraverso il personaggio di Leone mette in luce proprio le difficoltà del crearla: metterà infatti in crisi ogni componente in gioco, cercando di evidenziare i difetti e le contraddizioni dell’istituzione in sé.
Il film ha il grande pregio di affrontare temi, non proprio leggeri, come la solitudine e le scelte ineluttabili della vita, giocando sempre sul filo dell’ironia, non restituendo mai una smorfia ma un sorriso, quando non è una fragorosa risata.
Il tutto nella cornice del bellissimo e incantevole borgo medievale di Todi.
Di Paola Rulli, da ecodelcinema.com

“L’idea di Una famiglia perfetta risale a una decina di anni fa, quando venne proposto a me ed a Luca Miniero – insieme al quale ho scritto e diretto a lungo per il cinema e la fiction – di dar vita ad un remake italiano di Familia, un bel film spagnolo di Fernando León de Aranoa che aveva, però, delle venature che non sentivamo nelle nostre corde. Abbiamo così deciso di partire da quel soggetto per raccontare una storia diversa, quella di un incontro e di un rimpianto allo stesso tempo. Per una serie di motivi, quel copione fu prima rinviato e poi accantonato, rimanendo a lungo in un cassetto, fino a quando, due anni fa, mi è venuta voglia di riprenderlo in mano. Mi sono sentito pronto ad affrontare un argomento che mi stava a cuore, cioè l’ineluttabilità delle scelte fatte nella vita. Ho riscritto la sceneggiatura adattandola ai nostri giorni e ne è venuta fuori questa versione che ho portato sullo schermo con il titolo Una famiglia perfetta”.
Reduce dal successo ottenuto tramite Immaturi (2011) e il suo sequel Immaturi-Il viaggio (2012), il romano Paolo Genovese spiega la genesi del lungometraggio che, a due anni da La banda dei babbi Natale (2010), lo riporta ad affrontare le tanto cinematograficamente gettonate festività di fine Dicembre.
Un lungometraggio di genere completamente diverso da quello che vide protagonisti Aldo, Giovanni e Giacomo e che, curiosamente, si costruisce su una particolare idea non troppo distante dalla trama che caratterizzò il Natale in affitto (2004) interpretato da Ben Affleck sotto la regia di Mike Mitchell.
Per intuirne le similitudini, è sufficiente ascoltare la trama raccontata dallo stesso regista: “Leone (Sergio Castellitto) è un uomo misterioso, ricco, affascinante, ma solitario, che decide di affittare una compagnia di attori perché diano vita alla propria famiglia ideale con cui trascorrere la notte di Natale. Gli interpreti scritturati per l’occasione – il capocomico Fortunato (Marco Giallini), sua moglie Carmen (Claudia Gerini), l’anziana ex diva Rosa (Ilaria Occhini) e i più giovani Sole (Carolina Crescentini), Luna (Eugenia Costantini) e Pietro (Eugenio Franceschini) – sono tutte persone che amano molto il proprio lavoro, ma non se la passano troppo bene. Per tirare avanti si ingegnano in vari modi, mettendo in scena, per esempio, un presepe vivente nei piccoli paesi o travestendosi da Babbo Natale. Quella che Leone offre loro rappresenta una grande occasione, un riscatto anche da un punto di vista umano. Inizialmente, l’unica motivazione è quella economica (il committente paga molto bene, nessuno deve sbagliare né allontanarsi dalla location scelta per la messinscena, altrimenti verranno mandati via tutti), ma, col tempo, subentra in ciascuno anche una voglia di farcela, sia da un punto di vista professionale che umano. Ogni persona in scena viene raccontata sotto un duplice aspetto: da un lato ci sono gli uomini e le donne con la loro vita vera e le loro debolezze, manie e frustrazioni, dall’altro ci sono i personaggi che ognuno di loro interpreta per il bizzarro committente. Da una parte c’è quella sorta di famiglia vera e propria che, in fondo, una compagnia teatrale è nella vita di ogni giorno e dall’altra c’è quella finta che viene portata in scena”.
E, con i piccoli Giacomo Nasta e Lorenzo Zurzolo impegnati a recitare la parte dei figli Daniele e Angelo, è proprio il gioco instaurato tra questi due binari inizialmente paralleli e destinati a sovrapporsi strada facendo a fornire le giuste dinamiche per regalare comicità.
Gioco ulteriormente complicato dall’improvviso arrivo di Alicia alias Francesca Neri, che, inconsapevole di cosa stia accadendo nell’abitazione, si trova a dover assistere, incredula, a situazioni decisamente assurde per una normale famiglia.
Mentre, come c’era da aspettarsi, al di là di una brevissima apparizione per Maurizio Mattioli, è soprattutto Giallini a strappare risate nel corso delle quasi due ore di visione; man mano che Leone provvede a mettere continuamente in crisi tutti i presenti (tra l’altro, s’impunta grottescamente sul fatto che la Tombola non deve essere chiamata Bingo), non permettendogli di procedere in armonia e in equilibrio, come dovrebbe capitare a un nucleo che si presume ideale.
Perché, da bravo burattinaio, il suo intento è quello di porre in evidenza i difetti e le contraddizioni dell’istituzione familiare in se, al fine di dimostrare che essa non funziona e non può funzionare. 
Del resto, in mezzo alle diverse occasioni di divertimento offerte, lo scopo principale della gradevole operazione consiste non solo nel ribadire che la famiglia perfetta del titolo non esiste, ma anche nel raccontare le difficoltà del metterne insieme una.
Con Paolo Calabresi coinvolto in un piccolo ruolo e una manciata di evergreen natalizi – da Santa Claus is comin’ to town a White Christmas – a fare da indispensabile accompagnamento sonoro per quella che, in fin dei conti, altro non sembra che una fiaba natalizia alla Charles Dickens, privata degli elementi soprannaturali e infarcita, però, con un pizzico di cinismo monicelliano. 
Regista del dittico Immaturi, Paolo Genovese torna dietro la macchina da presa per raccontare la vicenda di un ricco solitario che, la notte di Natale, prende in affitto una compagnia teatrale che reciti la parte della sua famiglia.
Con un ricchissimo cast al cui interno buona parte delle occasioni per ridere vengono fornite da Marco Giallini, una realistica fiaba che, pur senza apparire troppo originale nel soggetto di base, svolge in maniera discreta il suo compito d’intrattenere lo spettatore di fine Dicembre che sia sì in vena di risate, ma anche propenso ad accettare un pizzico di sentimentalismo.
Di Francesco Lomuscio, da everyeye.it

La felicità non si compra. Si affitta. Questo è ciò che fa il cinquantenne di bella presenza, molto abbiente ma anche molto solo (chissà perché, non è dato saperlo) Leone, interpretato da Sergio Castellitto in “Una famiglia perfetta” in arrivo il 29 novembre nelle sale. Diretta da Paolo Genovese, classe 1966, già regista e autore di “Immaturi” e “Immaturi – Il Viaggio”, questa caustica e anti-natalizia commedia affollata di volti e (presunti) colpi di scena racconta di come un riccastro un bel po’ arrogante abbia deciso di evitarsi un ennesimo Natale in solitudine: dunque, potendo permetterselo, l’uomo affitta un’intera compagnia di attori, affida a essa uno scrupoloso copione, dopodiché la ospita nella sua immensa villa con podere incastonata nella struggente bellezza della campagna umbra (vicino a Todi).
Ovviamente, in scena deve andare la “perfetta Notte di Natale in famiglia”, fatta di partite a tombola, pranzi e cenoni, sorrisi e scambio dei regali, Messa di mezzanotte e attesa dell’alba. A guidare la compagnia c’è Fortunato (Marco Giallini), destinato a recitare la parte del fratello di Leone. Ciò che creerà problemi sarà piuttosto il fatto che sua moglie Carmen (Claudia Gerini) deve interpretare la consorte di Leone, con evidenti ricadute di gelosia. Ma Leone è colui che alla fine firma l’assegno, e dunque… Senza contare che perfino i due “fratelli” (per copione) Pietro e Luna (Eugenio Franceschini e Eugenia Costantini) si stuzzicano perché si piacciono e, mentre sono al lavoro, dovrebbero perlomeno evitare ciò che, sul palcoscenico, apparirebbe come un incesto. Ci sono poi i bambini, la nonna (Ilaria Occhini), e una sensuale attrice di nome Sole (Carolina Crescentini), interessata a Fortunato. Attori protagonisti e comprimari, tutti al servizio del deus ex machina pretenzioso e dispettoso. Sì, perché Leone scatena diverse “variazioni sul tema”, coinvolgendo anche un’ignara, bellissima donna incontrata per strada (Francesca Neri), catapultata in una finzione che lei non sa essere tale.
Quella che deve essere “Una famiglia Perfetta” – come recita il titolo del film – finisce per essere una sorta di mostro collettivo, dove nevrosi e ripicche esplodono dalla vita reale direttamente nel cuore della messa in scena, in un continuo gioco – tra i protagonisti, e tra i protagonisti e lo spettatore – sul filo del vero e del falso. Un meccanismo intrigante, non c’è che dire. Che però funzionerebbe con ben altra caratura di sceneggiatura e di cast. Insomma, non siamo dalle parti di Billy Wilder, questo è sicuro. La sceneggiatura, molto meno piccante e imprevedibile di quanto potrebbe essere, penalizza nei dialoghi coloro i quali nel cast figurano alla voce “bravi attori”. Quanto agli attori di minor calibro, essi non vengono minimamente arginati da Genovese nel produrre a ogni piè sospinto sorrisi emimiche facciali seriose o perplesse da sceneggiato televisivo. Tanto che nei certo non pochi 116 minuti di durata per chi guarda il film risulta istintivo cercare nell’oscurità il telecomando. A prescindere da ciò – per il suo gioco teatrale intrigante e l’uso di una certa causticità “scorretta” – “Una Famiglia Perfetta” potrebbe essere un titolo a sorpresa in queste feste natalizie alle porte. Ben poco natalizia invece, ma da far mancare il fiato, l’apparizione in biancheria intima nera di Carolina Crescentini. Vale il prezzo del biglietto.
Di Ferruccio Gattuso, da cinema.yahoo.com

Siamo in un casolare di campagna, il giorno della vigilia di Natale. Nella famiglia di Leone, 50 anni, fervono i preparativi per l’imminente festa; nonna Rosa è già affaccendata in cucina e si prepara a sfornare le sue speciali pietanze, mentre il capofamiglia, insieme alla moglie Carmen, aspetta l’arrivo del fratello Fortunato, e della consorte di quest’ultimo, Sole. Anche i piccoli Daniele e Angelo non vedono l’ora che arrivi sera, perché la famiglia si riunisca per celebrare il caldo rito festivo; persino i figli più grandi, Pietro e Luna, sembrano più rilassati del solito, nonostante le inevitabili schermaglie. L’enorme tenuta è addobbata a festa, tutto sembra perfetto. Ma tutto questo, in realtà, non è che una recita, una simulazione: Leone, infatti, è in realtà un uomo solo, il casolare è stato preso in affitto per un giorno, e tutti coloro che stanno intorno all’uomo sono attori, pagati per recitare un copione e per vestire, per l’occasione, i panni dei suoi familiari.
Si avvicinano le festività natalizie, anche per gli spettatori italiani: accanto all’immancabile cinepanettone, alle commedie più leggere, ai blockbuster hollywoodiani e alle pellicole d’animazione, quest’anno si può trovare nelle sale anche qualche proposta più originale, nonché più difficilmente catalogabile. E’ il caso di questo Una famiglia perfetta, interessante nuova opera di quel Paolo Genovese che già aveva dato buoni risultati con la commedia di spessore, dal carattere corale, in pellicole come i due Immaturi. Qui, il regista riprende in mano un suo vecchio progetto, originato da un’idea di remake di un film spagnolo: una commedia datata 1996 dal titolo Familia, diretta da Fernando León de Aranoa. Il regista romano, tuttavia, trae solo l’idea iniziale dal film iberico (un uomo che prende “in affitto” una famiglia che non ha) per poi sviluppare la trama in modo del tutto originale: nuovo è infatti il setting natalizio, del tutto diversi i personaggi di contorno e le situazioni. Nel film di Genovese confluiscono semmai suggestioni da commedia all’italiana (e per una volta il paragone non è peregrino), il cinismo malinconico di Ettore Scola, i bozzetti familiari di un Pupi Avati rivisitato e deragliante.
La narrazione e l’impianto di base possono trovare antecedenti illustri nel teatro di Luigi Pirandello, altro riferimento ovvio se solo si pensa al tema del film: e, d’altronde, la riflessione sull’arte del recitare, che informa di sé tutta la pellicola, non può che rimandare a un immaginario (genuinamente) teatrale. Ma Una famiglia perfetta ha tempi e regia tipicamente cinematografici, e una gestione del ritmo che può esplicitarsi a pieno solo sul grande schermo: il regista chiede molto ai suoi attori, carica su di loro molta della responsabilità del registro meta-linguistico del film, dimostrando, come in passato, un’ottima capacità nella loro direzione; ma poi non si tira indietro quando si tratta di offrire soluzioni forti di messa in scena, fa della casa un ambiente accogliente e insieme claustrofobico, esalta visivamente i suoi colori natalizi, gioca intelligentemente con il montaggio e con il fuori campo. Il risultato è un balletto surreale, colorato, ritmato quanto intimamente cupo e malinconico, che vede al centro un personaggio che è insieme spettatore e primo attore: lasciato libero di far fuoriuscire tutta la sua vena istrionica, Sergio Castellitto è un protagonista perfetto, coi suoi rapidi, e a volte inquietanti, cambi di registro. Ma tutto il cast, a cominciare dai consorti Claudia Gerini e Marco Giallini, oltre alla sempre apprezzata presenza di Ilaria Occhini, gira invero al meglio: segno della già ricordata attenzione del regista per il lavoro con gli attori.
I due livelli di realtà si confondono gradualmente, con il progredire della narrazione, mentre il copione che il protagonista ha fornito ai suoi attori viene sempre più frequentemente disatteso. La realtà si insinua gradualmente nella finzione, e i sentimenti di ogni membro del gruppo verso l’altro (e verso l’enigmatico Leone) vengono rimessi continuamente in discussione. L’improvvisazione diventa la norma, e la recita si trasforma presto in qualcos’altro: un pezzo di vita, quella che il protagonista brama e insieme respinge. La tensione tra una solitudine autoimposta e il rituale (quasi misticheggiante) della comunità familiare che si riunisce, e si riconosce, trova nell’ambientazione natalizia il suo miglior veicolo di espressione. La rivelazione finale, che dà il senso ultimo alla vicenda (e che ovviamente non anticipiamo) lascia stupiti, ma in fondo non impreparati. L’happy ending è solo apparente, o forse potenziale: le rappresentazioni, in fondo, hanno un finale prestabilito, ma la vita non ce l’ha. Sui titoli di coda, fuori campo, c’è tutto un mondo: non ne saremo testimoni, ma certo non dubitiamo della sua esistenza.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Leone (Sergio Castellitto) è un uomo di mezza età, benestante, che vive in una bella e curata villa di campagna a Todi. Ciò di cui avverte la mancanza è però una famiglia con la quale passare il Natale; e allora perché non “affittarne” una?
Leone decide, quindi, di scritturare una compagnia di attori perché interpretino i suoi parenti durante le ore della vigilia. Se riusciranno a non commettere errori, rispettando il copione preparato appositamente dal loro committente, questi riceveranno un lauto compenso, altrimenti non verranno pagati. Dopo alcune piccole iniziali difficoltà, tutto sembra andare per il meglio, finché l’incontro della famiglia con personaggi esterni alla farsa natalizia non rischia di mandare tutto all’aria.
Commedia pirandelliana sulla rappresentazione/essenza del Natale (e dell’Io) , “Una famiglia perfetta” non può non richiamare alla mente i “Sei personaggi in cerca d’autore” del grande scrittore siciliano. In questo caso il ruolo del capocomico è affidato a Fortunato, fratello di Leone nel copione natalizio. Interpretato da uno spassoso Marco Giallini, l’attore farà di tutto per fare in modo che la recita vada a buon fine, assecondando anche le simpatie che Leone sembra mostrare nei confronti della sua compagna. Quest’ultima, interpretata da Claudia Gerini, è infatti la moglie di Leone nel suo copione: facile immaginare come tutto questo possa creare scompiglio. Tra malintesi e scambi di ruolo il film scorre veloce e leggero. A fare da bastian contrario, riportandoci alla realtà, c’è però Leone che, cinico e a tratti burbero, si diverte a mettere in difficoltà la compagnia con trabocchetti quantomeno scorretti, per dimostrare, a se stesso e agli altri, che la famiglia è solo una grande scocciatura. Quale occasione migliore del Natale, dunque, per mettere in azione il suo piano? Farsa delle farse, il Natale diventa spesso un dovere, una consuetudine obbligata di cui molti vorrebbero fare a meno, ma a cui, spesso, non hanno la forza di rinunciare. Tra riunioni di famiglia e regali obbligatori, questo resta però il momento più intimo dell’anno, nel quale si riflette sugli errori commessi e si cerca la vicinanza delle persone più care.
Il film di Genovese non poteva prescindere, quindi, da un finale consolatorio, che però non va a inficiare il giudizio globale sul film stesso: una commedia ben strutturata, divertente e che non scade nella volgarità gratuita, caso abbastanza raro nel cinema italiano contemporaneo.
di Maria Rita Graziani, da abruzzo24ore.tv

La novità più evidente di Una famiglia perfetta è come prenda le distanze dal cinema italiano tradizionale, cosa tanto più sorprendente quanto più si tiene conto che è un film pienamente natalizio. Riscritto sul modello di Familia, film spagnolo del 1996 di Fernando León de Aranoa, la nuova commedia di Paolo Genovese vola lontanissimo da Immaturi e adatta ben poco allo scenario italiano lo script originale, concentrandosi sui punti intorno ai quali un remake deve lavorare: ritmo, recitazione e casting. In questo il risultato è quasi perfetto.
La storia è quella di un uomo ricco e solo che per Natale (in originale era per il suo compleanno) riunisce una compagnia scalcinata di attori, gli unici disposti a lavorare la notte della vigilia, offrendogli moltissimi soldi per interpretare una sua ipotetica famiglia. Agli attori è assegnato un ruolo e un copione di massima, con le scene e la scansione dei diversi momenti delle 24 ore che passeranno insieme, che carattere hanno, che trascorsi e soprattutto che tipo è lui. La scena dev’essere tutta perfetta e il patriarca/mecenate gestisce tutto con pugno di ferro e la continua minaccia di non pagare se qualcosa va storto o se qualcuno esce fuori parte.
L’umorismo è molto molto forte, gestito con l’abilità magistrale che ormai non stupisce più di Marco Giallini, capocomico della compagnia e capocomico anche nel film (è lui che detta i tempi nelle scene determinanti, lui che fa la spalla quando serve o porta le battute determinanti), e più che i toni tipici dell’umorismo italiano (esaltazione del piccolo e povero di fronte al grosso e professionale) ha il cinismo gretto, materialista e nero di quello spagnolo, in cui i personaggi fanno qualsiasi cosa per denaro e sono pronti anche a negare comicamente se stessi.
Eppure la parte più interessante di questo film di Natale è come si proponga di mettere in scena lafamiglia perfetta e invece non riesca a non mostrare lo schifo di questa perfezione, i conflitti sotterranei che si creano tra attori (molti dei quali sono uniti nella vita) ricalcano quelli tra familiari e il contrasto tra finzione e realtà più volte crea cortocircuiti interessanti e divertenti.
La famiglia creata per essere come quella delle pubblicità (con alcuni stereotipi e luoghi comuni esilaranti) in sole 24 ore si sfalda per diventare infernale e colma di tradimenti come quelle vere. E così, nonostante l’inevitabile finale conciliante, non ci si sente per nulla conciliati.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

“La famiglia perfetta non esiste” e forse il Natale, ormai alle porte, è il momento in cui percepisce questa realtà, a prima vista triste, più probabilmente reale. La famiglia è un insieme di persone che non si sono scelte, unite da un legame di sangue che la cultura sopravvaluta e che le festività natalizie obbligano a palesare.
Leone (Sergio Castellitto) è un ricco cinquantenne che decide di investire dei soldi per affittare una compagnia teatrale che interpreti la famiglia che non ha mai avuto durante la notte di Natale: Fortunato, capocomico, fa la parte del fratello di Leone, Carmen (Claudia Gerini), moglie nella “realtà” di Fortunato, ha il ruolo della dolce metà del ricco solitario, Sole (Carolina Crescentini) è la compagna di Fortunato, l’anziana ex diva Rosa (Ilaria Occhini) è la madre, i giovani Luna (Eugenia Costantini) e Pietro (Eugenio Franceschini) sono i figli, insieme al piccolo Daniele (Giacomo Nasta), che però sulle prime Leone decide di rimpiazzare con un altro giovanissimo attore (Lorenzo Zurzolo). Per assicurarsi il compenso ogni attore deve recitare la parte scritta da Leone, ma spesso capita che lui cambi le carte in tavola.
Paolo Genovese porta sul grande schermo una commedia definita dallo Sergio Castellitto Italienne, ovvero una perfetta simbiosi tra la commedia all’italiana, quella legata molto alla terra di provenienza e all’accento, e quella francese che invece tende a soffermarsi sui chiaro scuri della borghesia. Il regista, dopo il successo di Immaturi, punta di nuovo su un film corale egregiamente interpretato da ogni componente del cast che è una lunga, forse troppo per colpa di scene non del tutto funzionali film, riflessione sulla solitudine e il rimpianto ma anche una dichiarazione d’amore al mestiere dell’attore.
Interessante vedere come la pellicola, entrando dentro sia al mondo della famiglia che a quello di una compagnia teatrale riesca a mettere in evidenza i nodi di rapporti tra persone che sono, in entrambi  casi, a volte forzatamente aggregate.
Nato, per stessa ammissione dell’autore dall’idea già sviluppata in Familia di Fernando Leon de Aranoa, Una famiglia perfetta è l’ideale film di Natale abbastanza lontano dai moralismi tipici del periodo eppur vicinissimo, soprattutto nel finale, all’essenza di questa festività.
“La felicità non si compra. Si affitta” è il claim di questa pellicola che al di sopra di ogni cosa sottolinea quanto, spesso, la famiglia che la vita ti fa scegliere è più reale di quella con la quale si ha in comune solo il sangue nelle vene.
Di Sandra Martone, da filmforlife.org

Il film inizia in una bellissima villa di campagna, il giorno di natale, dove un solitario e ricco cinquantenne decide di affittare una compagnia di attori perché interpretino la sua famiglia, esattamente come la desidera. Per un’intera giornata questa compagnia di attori avrà il compito di interpretare la sua famiglia ‘perfetta’ nonostante l’ansia di dover rappresentare un meticoloso copione, dove non sono possibili molte pause e dove è sempre buona la prima. Una compagnia che si trova a recitare per un solo spettatore che si mostra ossessivo, provocatore e maltrattante.
Lo spettatore e sceneggiatore è Leone, l’uomo ricco e solo, interpretato da Sergio Castellitto. Un uomo dal fine intelletto, un manipolatore che conosce (o pensa di conoscere) come si muove l’animo umano.
Gli attori pensano si tratti di un eccentrico che desidera trovare una sorta di conforto anche solo nella finzione di una famiglia. In realtà lo scopo è più alto, più esistenziale. Leone sta costruendo un grande esperimento il cui scopo è mostrare l’infondatezza della perfezione.Leone cerca la conferma pessimistica della sua visione dell’esistenza umana e delle relazioni affettive tanche che anche quando il copione della perfezione è già scritto e solo da interpretare, l’animo umano non può evitare per sua natura di distruggerlo. 
Insomma l’essere umano è misero, ferisce, distrugge, non è capace di resistere agli impulsi o di curarsi realmente degli altri.  Ogni sforzo, impegno o valore sono destinati a essere frustrati. Per questo è inutile, nella mente di Leone, impegnarsi in qualcosa e in questa deduzione sta l’errore di Leone. 
Lo spettatore può anche immaginarsi un Leoneadolescente perfezionista, rimuginatore e iperresponsabile (e qualche tratto lo si nota ancora), impegnato ad amare come pensa che sia l’amore ideale. E come a tutti succede anche il Leone adolescente deve aver battuto la testa contro la durezza della vita, le sue sofferenze e le sue frustrazioni. Però la sua via d’uscita negli anni è stato dedurne l’insensatezza dell’esistenza e degli affetti e costruirsi un piano opposto: mollare tutto.
Se niente di perfetto può essere allora nulla vale la pena di un investimento, rischio o sforzo. Perché costruire la famiglia se questa porta con sé solo nuove opportunità di dolore e frustrazione?
Leone sceglie la solitudine e il cinico del disinvestimento e del ritiro. Ora, a circa cinquant’anni, è come se volesse dare prova a sé (e non solo) che questa scelta era l’unica possibile, la prova tangibile di non aver commesso in fondo un errore. E il motore presumibilmente è proprio la solitudine che sente e il vedere che le altre persone, coloro che non si ritirano nonostante le imperfezioni, alla fine sopravvivono gratificandosi del valore che attribuiscono alle proprie scelte.
 E così procede l’esperimento della famiglia perfetta dove Leone riesce parzialmente. Perché sì, nulla purtroppo è perfetto. Tuttavia l’esperienza può offrire una forma nuova di conoscenza, più flessibile, che apre le porte a nuove possibilità. E in fondo ciascuno di noi è un Leone che cerca la sua strada tra due poli opposti, la strada capace di attribuire un valore anche e nonostante l’imperfezione.
L’esperimento della famiglia perfetta nasce per confermare le proprie ipotesi  ma si rivela più utile per verificare che nell’imperfezione si può reggere e trovare soddisfazione. E forse, ne vale anche la pena.
Di Gabriele Caselli, da stateofmind.it

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