UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARA’ UTILE


James Sveck ha diciassette anni e nessuna voglia di essere raggiunto. Dal cellulare, che butta in un bidone artistico, e dagli adulti che lo vorrebbero consumatore di oggetti e affetti. Figlio di genitori separati e fratello minore di una sorella maggiore invaghitasi di un professore di teoria del linguaggio, James rifugge il mondo e comunica soltanto con Nanette, nonna di buon senso e di buon cuore, e Miró, un cagnetto nero che si crede umano. Deciso a non frequentare l’università e ad acquistare una vecchia casa nel Midwest in cui leggere libri e lavorare il legno per il resto della vita, il ragazzo è incalzato da mamma e papà che lo vogliono cool e realizzato. Gallerista con tre matrimoni falliti alle spalle, la madre, Peter Pan incallito col vizio della chirurgia estetica, il padre, i genitori di James corrono ai ripari e lo invitano a incontrare una life coach che gli indichi la via per il successo (sociale). Sensibile e umana la sua terapista ne accerterà la grande sensibilità, esortandolo a vivere secondo le regole del suo cuore.
Come il celebre Holden di Salinger, James ha pochi anni e poca stima per quel mondo adulto che vede approssimarsi con la sua arrogante apparenza. Come Holden, ancora, è sospeso tra ‘un’infanzia schifa’ e le ‘cose da matti’ dei grandi, tra le panchine di Washington Square e i laghetti di Central Park, da dove partono ma non si sa mai “dove vanno a finire le papere”. Dietro James però c’è una New York meno accessibile alla narrazione che prova a ricostruire la sicurezza in se stessa ricominciando a raccontare e a raccontarsi. Trasposizione del romanzo omonimo di Peter Cameron Un giorno questo dolore ti sarà utile è il secondo film americano di Roberto Faenza, che guarda agli adolescenti della solidissima tradizione letteraria statunitense e realizza il ritratto di un ragazzo complesso, profondo e curioso che ha il volto e la sensibilità di Toby Regbo. Dalla New York indagata dal tenente di Harvey Keitel (Copkiller – L’assassino dei poliziotti), il regista torinese procede a indagare un adolescente che in quella stessa città avvia una ribellione silenziosa provocata dalla sua inquieta e dolorosa esplorazione. James ha la saggezza e la pulizia che manca agli adulti in scena e intorno a lui, mai giudicati dal regista ma accolti con le loro ossessioni, quella di adescare mariti o quella di collezionare sottane. A equilibrare una genitorialità eccentrica e la sua grottesca simulazione di giovinezza, ci pensa la nonna di Ellen Burstyn, che esclude il modello del ‘si fa così’ incoraggiando nel nipote la capacità di produrre la sua differenza e di spiazzare quello che la società si aspetta da lui. 
Asciutto e lineare, il film di Faenza aderisce al romanzo di formazione di Cameron cogliendone l’anima, le percezioni sociali, le relazioni interpersonali, le visioni sulla realtà, l’aria del tempo, la ‘normalità’ intesa come rinnovamento morale e non come routine sclerotizzata. Nell’attesa di non andare al college e dentro una galleria in cui nessuno compra mai niente, il giovane James capirà che non ci si può sottrarre alla vita anche se ancora non si sa che cosa si vuole da quella vita. Ma per viverla un giorno il dolore accumulato gli sarà utile insieme a quelle cose che la nonna gli ha lasciato. Un tesoro custodito nel cuore e in un deposito climatizzato di Long Island City.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies.it

La storia – James Sveck è un diciassettenne in piena crisi esistenziale: ragazzo dotato e amante della letteratura, James non ha la minima intenzione di iscriversi all’Università e trascorre le sue giornate nella galleria della madre alla ricerca di case da acquistare nel Midwest e tentando goffamente di sedurre John Webster, il collega di colore per cui prova una singolare simpatia. Saranno i consigli della nonna Nanette e gli incontri con una psicoterapeuta ad aiutare James ad affrontare una volta per tutte le proprie ansie ed il fatidico passaggio all’età adulta…
Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Cameron, il secondo (dopo Copkiller, datato 1983) film “americano” di Roberto Faenza è una fedele trasposizione di un racconto di formazione di chiara ispirazione salingeriana; non è un caso che Faenza abbia provato per anni a portare sul grande schermo le vicende de Il giovane Holden, senza mai riuscirci a causa del divieto impostogli dallo stesso Salinger, secondo il quale la voce narrante in prima persona era anticinematografica per definizione.
Il romanzo di Cameron colpisce invece per le qualità “visive” della sua scrittura, a partire dai dialoghi ed in particolare quelli che hanno come protagonista il giovane James; Faenza ha saputo restituire lo spirito del libro, aiutato da un casting ben assortito e dall’ottima fotografia di Maurizio Calvesi, finendo col lasciare lo spettatore con un dubbio: il dolore provato dal giovane protagonista sarà veramente utile a qualcuno, o il suo è solo l’ennesimo atto di ribellione destinato ad essere cassato dal conformismo della società degli “adulti”?
Di Matteo Fabbroni, da duellanti.com

James (Toby Regbo) ha 17anni, ha appena finito il college e non ha nessuna intenzione di andare all’Università. Ragazzo molto intelligente, pieno di humour, appassionato e malinconico, James fatica a trovare un senso all’esistenza in generale. In particolare, grazie alla sua famiglia, ricchissima e altamente squinternata e disfunzionale. La madre Marjorie (Gay Harden) ha una galleria d’arte dove espone bidoni della spazzatura di un artista giapponese e colleziona mariti. Il padre Paul (Peter Gallagher) esce solo con donne che potrebbero essergli figlie. Al contrario, la sorella Gillian (Deborah Ann Woll) ha una relazione con il suo professore di semiotica e non riesce ad innamorarsi di uomini che non abbiano almeno il doppio della sua età. Solo Nanette (Burstyn), la nonna enigmatica e anticonformista, riesce a comprendere lo spaesamento di un diciassettenne inquieto alla ricerca dell’identità, sullo sfondo di una New York piena di personaggi sconcertanti. La difficoltà di James nell’uniformarsi ad una presunta “normalità”, lo porta a commettere alcuni errori che, senza essere sua intenzione, feriscono persone a lui vicino. Per questo motivo viene mandato in terapia da una life coach di origini cinesi (Lucy Liu), che pratica metodi decisamente non convenzionali. Dopo un’iniziale diffidenza, finalmente James comincia a rovistare nel suo io per allontanare il pericolo di sprecare inutilmente la propria intelligenza. E finisce per porsi una domanda alla quale urge dare una risposta: “Se io sono un disadattato, allora gli altri cosa sono?”
 Secondo film americano per Roberto Faenza, dopo Copkiller del 1983, che non si è sicuramente risparmiato in fatiche e risorse nell’apparire il più newyorkese possibile. L’omonimo romanzo da cui è tratto del romanziere americano, classe 1959, Peter Cameron ci regala un personaggio indimenticabile, un ‘Giovane Holden’ di oggi, inquieto la cui esistenza è radicalmente legata alla Grande Mela odierna, ovvero la metropoli più emblematica dell’Occidente. E per questo assurge a simbolo stesso di un universo adolescenziale nel quale tutti quanti ci possiamo ritrovare.  Da tenere assolutamente d’occhio il protagonista, il 20enne inglese Toby Regbo (che abbiamo visto in un cameo in One Day), notevole promessa che non mancherà tra le star di domani. Regbo è perfetto come James Sveck, ha una delicatezza che si sposa magnificamente con la sua furiosa ribellione interiore. “Ho 17 anni e non amo molto parlare. Sono un anarchico, odio la guerra, la politica e la religione organizzata. I miei dicono che sono un asociale perché non voglio andare all’università. Non ci voglio andare perché non voglio essere indottrinato. Mi bastano le idee che ho. Amo leggere e passare le giornate in campagna da mia nonna. Per questo sarei un disadattato?”
Nonostante l’autore del romanzo Cameron abbia sempre preso le distanze da il libro di Salinger, diventato un classico della contestazione giovanile, il malessere di James non può non far pensare a quello del giovane Holden. Sia Holden che James hanno diciassette anni, quasi diciotto, provengono da famiglie benestanti e disfunzionali newyorkesi, hanno enormi difficoltà a relazionarsi con i loro coetanei e con i loro famigliari, sono estremamente intelligenti, sensibili, e con una urgente necessità di non conformarsi con la società nella quale vivono. Essendo quello di Salinger ambientato negli anni ’50 e quello di Cameron negli anni 2000 sono salienti anche le differenze, ma l’inquietudine è la stessa: sia Holden che Sveck sono giovani arrabbiati, antisistema, pervasi da umori anti-istituzionali. Odiano il denaro, la borghesia, il conformismo di quelli che hanno la loro età.
Da primissima.it

Sorprendersi ed emozionarsi.
Quante volte si è rapiti dalle pagine di un libro? Quante volte si piange o si gioisce con i protagonisti di un romanzo?
Seppur sia tratto dalle pagine ben scritte di Peter Cameron, “Un giorno questo dolore ti sarà utile” non ha nulla da invidiare ad opere cinematografiche originali. 
Sperando che non provochi – come spesso accade – dispiacere o delusione nell’animo dei lettori più accaniti della versione cartacea, il film di Roberto Faenza va dritto verso la meta, verso il cuore della storia.
Delicato, curato, introspettivo e mai noioso. Il regista italiano sorprende.
Avventurandosi in una nuovo viaggio, quello della produzione statunitense (seppur di co-produzione italiana si parli), Faenza non si concede distrazioni e non calca troppo la mano.
Il suo giovanissimo protagonista, un convincente e ‘sensibile’ Tobey Regbo, cattura su di sé tutte le attenzioni: i movimenti, l’abbigliamento, il mondo con il quale sillaba le parole, tutto confluisce verso una costruzione perfetta. Difficile non affezionarsi e non innamorarsi del giovane James Sveck.
La pellicola porta in scena la storia di questo diciassettenne newyorkese, in piena maturazione: il passaggio dalla vita adolescenziale a quella adulta gli porterà non pochi dolori e crisi di identità.
Chi è realmente James Sveck?
Faenza lo sa benissimo, ripercorrendo con la macchina da presa lo stesso percorso di crescita compiuto da Cameron con carta e penna, restituisce sul grande schermo un personaggio profondo, sfaccettato, in carne ed ossa, vivo. La sceneggiatura, non troppo lontana dal costrutto narrativo del libro, è ricercata e snella.
Le parole non dette, i silenzi e le frasi lasciate spesso a metà – o non capite – fanno il resto.
Ma Faenza non è solo. Sullo sfondo di una New York affollatissima e bizzarra, si muovo dei personaggi con corpo e anima, ognuno con un proprio profilo ben definito, ognuno con la sua storia da raccontare e tormenti interiori.
Chi può dirsi veramente normale? Cos’è la normalità?
A prestargli il volto un cast composto, oltre al già citato Regbo (questa pellicola potrebbe essere il suo trampolino di lancio per una carriera rosea), da un’agguerrita e passionale Marcia Gay Harden, un simpatico e ‘leggero’ Peter Gallagher e una affascinante e sensuale Deborah Ann Woll.
Il microcosmo della famiglia Sveck, a momenti freddo e distaccato, ha radici profonde che affiorano pian piano in superficie.
Lode a Roberto Faenza e al cinema italiano, sdoganato e lontano da quel ‘modo di fare cinema’, troppe volte ‘scopiazzato’ e ‘riproposto’.
Sorprendersi ed emozionarsi? La più magica delle esperienze.
Di Silvia Marinucci, da film.35mm.it

Un grande cast accanto al giovane Toby Regbo, Deborah Ann Woll, Stephen Lang, Lucy Liu, Aubrery Plaza, Siobhan Fallon, Peter Gallagher e i due premi Oscar Ellen Burstyn e Marcia Gay Harden
Dal 24 febbraio è nelle sale il nuovo film del registaRoberto Faenza, “Un giorno questo dolore ti saràutile” presentato a Roma, alla Sala del Cinema alla presenza di Peter Cameron, autore dell’omonimo romanzo.
Nella sua apparente semplicità e leggerezza, con l’affascinante bellezza di immagini fotografiche calde e avvolgenti, il film accompagna lo spettatore nel mondo del pensiero più profondo. Una dimensione che inizialmente riguarda il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dove nulla è disincantato, soprattutto per James, il protagonista con una forte e spiccata sensibilità.
Il film racconta lo spaesamento di James Sveck, un diciassettenne inquieto e anticonformista, figlio di genitori separati e insoddisfatti che si rifiuta di andare al college per non essere indottrinato, odia l’omologazione ed è alla ricerca della sua identità sullo sfondo di una New York brulicante e alienante. James è visto da tutti come un disadattato, come un “diverso” che va guarito, in realtà è semplicemente un ragazzo con simmetrie-altre, rispetto a chi gli sta intorno. In questo film c’è tutto, dagli elementi di pedagogia, all’analisi sociologica che riflette sui valori di una società ripiegata su se stessa, dove gli adulti si percepiscono come “persi” nei loro fallimenti e per questo costringono i loro figli a ripercorre schemi che non trovano vie d’uscita destinandoli alla loro stessa fine. E’ l’analisi di una società che sembra alla deriva, ma che al tempo stesso pone spunti di riflessione sulla costruzione di un futuro possibile, è qui che la trasposizione cinematografica, pur senza forzature, si discosta in maniera decisa perfino dal romanzo cui si ispira.
Il film, come sostiene Cameron, “non è il clone del romanzo, semplicemente limita la storia all’interno della famiglia di un adolescente che non è “atipico”, ma semplicemente un personaggio interessante”. Con il filmanche il romanzo diviene un manifesto dei giorni nostri e vanno in scena quei giovani che rifiutano gli stereotipi e i conseguenti atteggiamenti di omologazione sociale, ingredienti per essere accettati nella società attuale. Nel film la gita a Washington tocca anche la riflessione politica con la critica all’irrazionalità del nazionalismo incalzante ed esasperato. 
Resta l’incapacità di comunicare come caratterizzazione epocale del mondo globale che riesce persino a trasformare i luoghi antropologici in quei “luoghi non luoghi” teorizzati da Marc Augé. E il fallimento più grande diviene quella “necessità” di “pagare”chi ti ascolti, che reciti il ruolo di un amico per condividere pensieri, intenti e tempo libero. La riflessione che Faenza rilancia, non è solo la crisi di una società complessa, ma l’invito a dar fiducia a quei giovani che somigliano tanto a James, a coloro che si indignano davanti all’inaccettabile e alle deviazione dell’innaturale, fino a considerare normale l’assurdo. Circa il ritorno alla vita semplice, film e romanzo riflettono entrambi sul tema di rousseauniana memoria, spingendosi a dubitare dell’illusione di un ritorno al passato, tentazione vista come via di fuga, che nasce naturalmente quando le strettoie della vita diventano difficili da attraversare.
Di Concetta Di Lunardo Elena Galifi, da agoravox.it

Per lungo tempo Roberto Faenza, campione d’adattamenti cinematografici, ha sognato di trasporre su pellicola Il giovane Holden, senza riuscire ad accaparrarsene i diritti. Un giorno questo dolore ti sarà utile rappresenta, almeno simbolicamente, un risarcimento. Se, infatti, il desiderato “incontro” con Jerome David Salinger è sfumato nell’uggia del rimpianto, Peter Cameron è giunto a rivestire, con onore, il ruolo del supplente: è stato infatti il suo romanzo del 2007, Someday this pain will be useful to you, salutato dalla critica come ilCatcher in the rye del nostro evo, a offrire al regista torinese la carta d’imbarco per la sua seconda “divagazione” d’oltreoceano, dopo l’ormai ventinovenne Copkiller. Ancora una volta, a New York.
È nella Grande Mela, infatti, che si consumano i turbamenti del giovane Sveck. James ha diciassette anni e una famiglia che più svitata non si può. La madre Marjorie ha troncato dopo quarantotto ore  il suo matrimonio (il terzo) con un giocatore d’azzardo che, durante la luna di miele a Las Vegas, le ha prosciugato le carte di credito al casinò. Il padre Paul, avvocato rampante, colleziona come francobolli relazioni con donne molto più giovani e, forse per questo, si sottopone a un patetico intervento di lisciaggio del contorno occhi. La sorella Gillian, al contrario, ha intrecciato una liaison con il suo attempato docente di linguistica, naturalmente sposato (con un’accademica dedita a racconti pulp). Nanette, la nonna dalle ambizioni artistiche irrealizzate, abita in campagna ed è l’unica del clan con cui James riesca a intrattenere un rapporto sincero e affettuoso, fondato su affinità elettive e reciproche premure. A mezzo servizio, durante l’estate, presso la galleria d’arte contemporanea della madre, a guardia di bidoni d’autore (in senso letterale) il cui realizzatore esige l’anonimato in virtù di singolari teorie anticapitalistiche, il ragazzo rumina mestamente il suo proposito di non andare all’università, di acquistare una casa fuori mano e imparare un mestiere artigiano, mentre, chattando su un sito di incontri per omosessuali, gioca uno scherzo crudele al tenero John, il direttore della galleria.
James avverte la sua discontinuità dal mondo che lo circonda e che lo considera anormale. Tuttavia, la prospettiva di omologarsi alle nevrosi dei suoi e al conformismo sociale dei patriottici ragazzi americani che intonano l’inno nazionale in autobus durante la gita a Washington, non appare un’alternativa migliore. Sarà un’atipica e sensibile life coach, tra corse nel parco e passeggiate in riva al mare, ad aiutarlo a esplorare se stesso senza la paura di ciò che può trovare all’interno, dove un giovane cuore pulsa e l’anima piange antichi dolori.
Una cricca di produttori indipendenti, tra cui la costumista Milena Canonero, ha investito meritoriamente in un progetto che, visti i risultati, può dirsi riuscito.  Presentato fuori concorso (perché non dentro?) all’ultimo Festival di Roma, il film sa tributare il giusto omaggio alla squisita bellezza del romanzo, non soltanto percorrendo la strada diegetica di una sostanziale fedeltà ai fatti narrati, ma intercettando, sapientemente, l’atmosfera di squinternato tramestio del libro, lo stesso senso di tremebonda precarietà. Autore anche della sceneggiatura, Faenza, appoggiatosi, durante la revisione dei dialoghi alla co-produttrice esecutiva Dahlia Heyman, s’intrufola nell’interiorità dei personaggi e di James soprattutto, per registrarne i frequenti sbalzi d’umore, i conflitti, le contraddizioni, la fondamentale solitudine, pigiando un po’ più di Cameron, ma senza debordare mai nel melenso, il pedale della commozione. I momenti più delicati, come le scene catartiche (?), prima fra tutte la riappacificazione di James e John, vengono affrontati con pudore e anche gli snodi narrativi più problematici sono amministrati con professionalità. Non sempre, al cinema, i flash back si amalgamano così bene al resto; in questo caso, l’eccellente montaggio del fido Massimo Fiocchi è, con ogni evidenza,  l’epifenomeno di una gestione dei piani cronologici già vincente sulla carta. Il carisma dello script viene quindi esaltato da una cura formale (notevole anche la fotografia a misura di volto di Maurizio Calvesi) che allaccia il film alla tradizione estetica del miglior Faenza, traditosi, purtroppo, nella goffaggine espressiva del precedente Silvio forever, co-diretto da Filippo Macelloni.
Molto, Un giorno questo dolore ti sarà utile, lo deve anche ai suoi attori. Toby Regbo, un londinese a New York, dà corpo a un James al quale è impossile non affezionarsi, qualificandosi come una delle più promettenti scoperte del cinema anglosassone, a parimerito, mutatis mutandis, con il Henry Hopper del vansantiano Restless. Marcia Gay Harden, Peter Gallagher e Deborah Ann Woll (altro nome su cui il grande schermo farà bene a puntare) incarnano, tra esplosioni isteriche e implosioni narcisitiche, l’incubo di una famiglia che nessuno si augura, con un’appendice di tutto rispetto nel marito-giocatore smunto e abbacchiato di Stephen Lang. Spira il vento del mito, invece, quando Ellen Burstyn, elegiaca, deliziosa Nanette, mostra a Regbo una foto di lei giovane, della luminosità assorbita, oggi, dal volto segnato ed esperto di un’interprete maestosa: tanto umanamente Nanette testimonia la fugacità di quel teatro improvvisato che chiamiamo vita, dove l’ultimo spettacolo arriva senza che uno se lo aspetti, quanto Burstyn popola e domina il pàntheon ispirativo di Faenza.
Profuma infatti di New American Cinema, il film. Nella spregiudicatezza compositiva, nell’impiego della musica, nella simbiosi vitale e alienante fra i personaggi e la città. E, ancora e soprattutto, nella parola chiave che, in sintesi, lo descrive, coincidente con uno dei temi più cari al regista: ribellione. Il tutto, però, aggiornato ai nostri tempi. Più esistenziale che politica, più cerebrale che manesca, la rabbia giovane di James, adolescente gentile che ama leggere e rispetta gli animali e la natura, suona soprattutto come un lamento della difficoltà di essere se stessi in una società che sacrifica l’individuo al gregge, la verità all’apparenza, e un appello a non demordere. James siamo noi.
Di Dario Gigante, da fucinemute.it

Dopo l’autobiografia berlusconiana non autorizzata “Silvio forever” (2011), co-diretta insieme a Filippo Macelloni, il torinese Roberto Faenza torna al cinema di finzione partendo dalle pagine di “Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron, curiosamente pubblicato prima in Italia che in America e considerato un nuovo “Giovane Holden”.
Infatti, con le fattezze del Toby Regbo visto in “One day” (2011), ne è protagonista l’adolescente James, attraverso i cui occhi vediamo sia la New York d’inizio XXI secolo che la sua squinternata famiglia: il padre Paul alias Peter Gallagher, che esce esclusivamente con donne che potrebbero essergli figlie, la sorella Gillian, interpretata dalla Deborah Ann Woll del serial televisivo “True blood”, che, al contrario, frequenta solo uomini che abbiano almeno il doppio della sua età e ha una relazione con il professore di semiotica, e la madre Marjorie, cui concede anima e corpo il premio Oscar Marcia Gay Harden, la quale ha una galleria d’arte dove espone bidoni di spazzatura e ha appena abbandonato il terzo marito durante la luna di miele a Las Vegas.
Mr. Rogers, quest’ultimo, un giocatore compulsivo nei cui panni troviamo lo Stephen Lang di “Avatar” (2009), che va a completare il quadro di presunta “normalità” con il quale il ragazzo, diciassettenne spaesato e inquieto alla ricerca dell’identità, incontra difficoltà ad uniformarsi; tanto da trovare comprensione solo nell’anticonformista ed enigmatica nonna Nanette, con il volto della veterana Ellen Burstyn.
Tutti attori decisamente in parte e alle prese con dialoghi per nulla disprezzabili, ai quali si aggiunge anche la Lucy Liu di “Kill Bill volume 1” (2003) nel ruolo di una life coach presso cui l’irriverente e politicamente scorretto anti-eroe viene mandato in terapia dopo aver commesso gravi errori; come ritrovarsi incastrato in una tragicomica gita scolastica per cervelli superdotati.
Per una gradevole operazione che, non priva d’ironia, risulta gradevole e si lascia tranquillamente guardare, rischiando soltanto di sfiorare un certo taglio televisivo. Ma i tempi della precedente, pessima fatica faenziana “Il caso dell’infedele Klara” (2009), realizzata prima del succitato mega-Blob sul premier, sembrano fortunatamente appartenere al passato.
La frase:
“L’amore fa questo? Ti trasforma in una marionetta?”.
Di Francesco Lomuscio, da filmup.leonardo.it

Festival di Roma 2011, ovvero voglia d’America per Roberto Faenza, che si cimenta con Peter Cameron ed il suo Somedaythispainwillbeusefultoyou,reputato un novello Giovane Holden, facendo un film (quasi) tutto statunitense.
James (un brillante Tony Regbo) è un 17enne inquieto e solitario, in contrasto con un mondo adulto che lo vorrebbe costringere nei canoni di un’esistenza “normale”: il college, una vita relazionale soddisfacente. Nessuno dei membri della sua famiglia, però, sembra rientrare nei canoni dell’ortodossia borghese: la mamma (una splendida Marcia GayHarden), gallerista di alterne fortune, colleziona inquietanti bidoni della spazzatura pieni di fumi e suoni e non meno inquietanti mariti, pronti a sottrarre le sue carte di credito per giocare al casinò [anche se la cosa più inquietante di tutte erano gli stivaletti indossati alla 1a a Roma dall’attore Stephen Lang, NdA]; il padre frequenta solo donne giovanissime e chirurghi estetici e crede di potersi far spianare dai secondi le zampe di gallina, dalle prime la strada della felicità. La sorella Gillian (Deborah AnnWoll), anche lei in cerca della sua identità e di un’improbabile felicità con un compagno molto più grande di lei, sta per scrivere le sue memorie, all’età di 23 anni; in compenso il cagnetto Mirò ritiene di essere superiore agli umani che lo circondano e che giudica implacabilmente. Punto di riferimento (per la storia come per il ragazzo) è la nonna Nanette (magnifica Ellen Burstyn), che distilla saggezza e serenità al tormentato nipote. James ha un vero talento per cacciarsi nei guai, e più che gli insoliti colloqui con la life coachRowena (Lucy Liu), gli serviranno quelli con l’amata Nanette: alla sua scomparsa, il ragazzo troverà nei suoi oggetti, nelle sue ceneri e in una lettera – lettera che dà il titolo al film e al libro – un prezioso viatico…
Quanto al rapporto film / libro:il filmè così fedele allo spirito del romanzo da poterne essere considerata una compiuta “visualizzazione”, grazie all’efficace sceneggiatura. Memorabile l’esilarante, ma non banale, dialogo tra padre e figlio sul presunto orientamento sessuale del ragazzo: la sua levità e gradevolezza non impediscono di interrogarsi su cosa sia la normalità, e se abbia davvero senso parlarne. Faremmo poi torto al mestiere di Faenza e al cast tecnico se non riconoscessimo anche la bontà di alcune scelte stilistiche:il ritmo, dovuto ad un montaggio sapiente, è perfetto, e che dire dell’ottima musica?
…in un tweet:un Bildungsfilm, cioè una (felice) trasposizione di un Bildungsroman.
Di Maria Carla Zarro, da duellanti.com

Lo hanno definito il nuovo Giovane Holden e, nonostante il paragone ardito, il bestseller di Peter Cameron Un giorno questo dolore ti sarà utile è un bildungsroman ironico, delicato e specchio convincente di questi tempi inquieti e di approssimazione esistenziale. Il nostro Roberto Faenza ne ha fatto una trasposizione molto fedele, avvalendosi di un cast internazionale in cui spiccano il talento e l’efebica bellezza del giovanissimo semi-esordiente Toby Regbo.
Ma facciamo un passo indietro per tutti coloro che non hanno letto il romanzo. James Sveck ha 17 anni e divide il suo tempo tra letture colte e passeggiate con il cagnetto Mirò, che si crede umano ed è molto incline al giudizio; la madre (Marcia Gay Harden) è una gallerista che colleziona mariti sbagliati e bizzarre opere d’arte in egual misura; il padre (Peter Gallagher) è un Peter Pan che corre dietro alle trentenni e si stira le zampe di gallina; la sorella Gillian(Deborah Ann Woll), così egocentrica da aver preparato le proprie memorie a soli 23 anni, è incastrata in una relazione con un professore di semiotica col doppio dei suoi anni e per giunta sposato. Il solo punto di riferimento del ragazzo è Nanette (una sempre straordinaria Ellen Burstyn), nonna di buon senso e buon cuore, l’unica tra i grandi ad accettare il carattere solitario e intellettuale del ragazzo e le sue stranezze, quando gli altri lo vorrebbero più integrato e socievole. Specie dopo i misteriosi fatti avvenuti in una gita per supercervelloni a Washington, durante la qualeJames è sparito senza dare motivazioni.
Mentre tutti si affannano ad accertare la sua normalità, messo costantemente di fronte ai comportamenti immaturi di chi lo circonda, lui interroga sarcastico la life coach (Lucy Liu) impostagli dalla madre: «Se io sono un disadattato allora gli altri cosa sono?». Alla fine, mixando i consigli della terapeuta – che riconduce gli eccentrici conportamenti del ragazzo a un eccesso di sensibilità – ai consigli pieni di saggezza che Nanette gli lascia in una lettera, James troverà la chiave per seguire le ragioni del suo suo cuore senza adeguarsi a nessuna aspettativa o cliché e brindare finalmente alla vita.
Le good news sul film riguardano la qualità della regia e della sceneggiatura che, però, sono talmente fedeli al romanzo di partenza da sfiorare la rappresentazione pedissequa. Le bad news hanno invece a che fare con l’eccessiva “letterarietà” dei dialoghi che avrebbero dovuto essere adattati maggiormente al mezzo cinematografico per risultare meno sentenziosi. Ma bisogna riconoscere a Faenza di aver scampato il pericolo più insidioso, ovvero lo scivolone verso il prodotto televisivo, che era nascosto dietro a ogni angolo della New York in cui libro e film sono ambientati. E si farebbe un torto alla sua crew, italica, se non si riconoscessero i meriti di un montaggio ben ritmato, di una fotografia che non odora mai di provincia e di una colonna sonora molto cool (di Andrea Guerra, con voce di Elisa), che gareggiano tranquillamente con gli standard Usa.
Senza contare l’ottimo cast, in cui, oltre agli adulti, tra cui spicca anche il colonnello Quaritch di Avatar, Stephen Lang, il merito più grande va proprio al giovanissimo Regbo (sembra prelevato da un film di Gus Van Sant) e alla sua capacità di bucare lo schermo.
Il film raggiunge così un’ampia sufficienza, senza mai concedersi rischi e cadendo piuttosto in diverse scontatezze del genere “indiestream” (indie+mainstream) in cui è facile collocarlo. Il tema della famiglia disfunzionale non è certo una novità nel cinema americano, ma considerando che il film, a parte cast e Ron Steincome produttore (insieme a Milena Canonero ed Elda Ferri) è proudly italian, e che a casa nostra di pellicole così non se ne vedono mai, non resta che complimentarsi con la squadra e col suo capitano.
Mi piace: L’internazionalità del profilo per una produzione di casa nostra. Il montaggio ritmato, la colonna sonora ad hoc, la fotografia e la regia mai sciatte. La scoperta Toby Regbo e gli ottimi comprimari.
Non mi piace: La fedeltà eccessiva al romanzo, che non fa correre nessun rischio. Lucy Liu.
Consigliato  a chi: ai giovanissimi in crisi d’identità. Ai genitori con figli che soffrono di ipersensibilità. A chi ama i film indipendenti americani sulle famiglie disfunzionali. A chi cerca un Giovane Holden più contemporaneo.
Di Marita Toniolo, da bestmovie.it

“Un giorno questo dolore ti sarà utile”, il nuovo film diRoberto Faenza, arriva oggi nei cinema italiani dopo la presentazione fuori concorso all’ultimo Festival del Cinema di Roma. Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Cameron, la nuova fatica del regista torinese si veste del ruolo di film di formazione, raccontando la storia del diciassettenne di New York James Sveck e del suo rapporto conflituale con il mondo che lo considera un disadattato.
Nei panni del giovane protagonista c’è Toby Regbo, accompagnato da un cast d’eccellenza che vede i nomi di Marcia Gay Harden, premio Oscar come miglior attrice non protagonista nel 2001 per Pollock, Ellen Burstyn, miglior attrice protagonista nel 1974 per il drammatico “Alice non abita più qui” di Martin Scorsese, e Stephen Lang. Al loro fianco non mancano poi altri volti famosi del panorama cinematografico e televisivo come Peter Gallagher, Lucy Liu e l’interessante rivelazione del serial vampiresco “True Blood” Deborah Ann Woll.
James Sveck (Regbo), ragazzo newyorkese solitario e fuori dagli schemi ai quali è incapace ad adattarsi, trascorrere le giornate insieme alla nonna Nanette (Burstyn). Considerato da molti un giovane bizzarro e disadattato, sogna di trascorrere la vita nell’isolato Midwest piuttosto che frequentare l’università come i suoi coetanei. Come se non bastasse, a incrementare i suoi dubbi e le sue incertezze ci pensa la famiglia: una madre (Gay Harden) confusa, capace di abbandonare il terzo marito durante la luna di miele, un padre (Gallagher) alla ricerca della perfezione estetica per affascinare donne molto più giovani di lui e la sorella (Woll), una ventitreenne alle prese con la stesura delle proprie memorie. Incompreso dai suoi parenti, James passa le giornate tra il lavoro nella galleria d’arte della madre e le sedute con la psicoterapeuta (Liu), alla ricerca della sua strada per affrontare la vita.
La normalità non esiste, o meglio, non nella forma canonica del termine. “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, punto focale della ricerca del Giovane Holden interpretato da Tony Regbo, scava proprio nelle incertezze, nei dubbi e nei turbamenti adolescenziali di James alle prese con le difficoltà del vivere una vita fuori della consuetudine. A ben vedere, basta poco per comprendere che gli stessi che gli puntano il dito contro, a partire dalla sconclusionata famiglia, sono coloro che restano ben lontani da quell’ideale mitico del quale si vantano con il ragazzo.
Unica nota fuori tono è la nonna anticonformista Nanette, l’unica capace di comprendere e supportare il ragazzo, tanto lucida da mostrare con semplicità che lo scopo della vita, così oscuro e difficile da realizzare, è quello di viverla completamente abbandonandosi all’amore. Un vero concentrato d’empatia che però, purtroppo, poco emerge dalla pellicola di Faenza nonostante i buoni propositi.
Non manca di stile e di sfumature, “Questo dolore un giorno ti sarà utile” grazie anche a unafotografia particolarmente curata che immortala una New York che non rimane sullo sfondo ma diventa vera e propria protagonista della storia e una colonna sonora in cui compare a più riprese la voce di Elisa ad accompagnare molte delle scene più intense. Nonostante lo scemare del carico emotivo, punto focale del romanzo di Cameron, che spesso si fa sentire a discapito dell’intero intreccio narrativo, l’ultima fatica di Roberto Faenza riesce a regalare un’arguta riflessione sulle difficoltà del crescere in un mondo circostante sempre più confusionario e sopra le righe.
Di Chiara Console, da diredonna.it

Il regista toscano Roberto Faenza (“Jona che visse nella balena”) porta sul grande schermo “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, trasposizione del romanzo dello scrittore americano Peter Cameron. Per l’occasione, Faenza si trova a dirigere una co-produzione fra Italia e Stati Uniti girata a New York, e con un cast anglofono che comprende due attrici del calibro di Marcia Gay Harden ed Ellen Burstyn. Il film, un tipico racconto di formazione e di malessere giovanile, è interamente costruito attorno al protagonista James Sveck, un ragazzo di New York riservato e asociale; ad interpretare il ruolo di James è Toby Regbo, diciannovenne inglese che riesce a trasmettere con efficacia i tormenti del proprio personaggio, restituendone al tempo stesso la spontaneità e la simpatia.
“Un giorno questo dolore ti sarà utile” adotta il punto di vista di James per raccontare la fragilità, le paure e il senso di vuoto di un adolescente che si sta affacciando all’età adulta, ma sembra incapace di trovare un proprio equilibrio psicologico e affettivo (non a caso il romanzo di Cameron è stato spesso paragonato a “Il giovane Holden” di J.D. Salinger). Il motivo dei suoi problemi sembra risiedere essenzialmente in una famiglia disfunzionale, come spesso se ne vedono al cinema: la madre Marjorie (Marcia Gay Harden) è una gallerista d’arte al suo terzo fallimento matrimoniale, dipendente dalla psicoterapia e dalle sedute di yoga; il padre Paul (Peter Gallagher) è uno yuppie vanesio e donnaiolo, che combatte i segni della mezza età con la chirurgia estetica; mentre la sorella maggiore, Jillian (Deborah Ann Wall), è una ventenne sbandata che ha una relazione con un suo professore.
Nonostante una galleria di personaggi eccentrici e spesso sopra le righe, Faenza impedisce che il film scivoli nella farsa (evitando così l’errore commesso da un film dal tema analogo, “Correndo con le forbici in mano”), e alterna con abilità i registri della commedia e del dramma in modo da rendere la narrazione interessante e scorrevole. Va detto che non sempre le varie tematiche del film vengono approfondite in maniera esauriente – ad esempio la velata omosessualità del protagonista, o il suo rapporto con la terapista Hilda Temple (Lucy Liu) – e che gli inserti musicali (con le canzoni di Elisa) risultano superflui e ingombranti; tuttavia, “Un giorno questo dolore ti sarà utile” si rivela un adattamento più che riuscito del libro di Cameron, grazie anche all’apporto di un cast brillante in cui, accanto al bravissimo Toby Regbo e alla sempre ottima Marcia Gay Harden, spicca la veterana Ellen Burstyn nel ruolo della nonna saggia e anticonformista di James.
Di Stefano Lo verme, da filmedvd.dvd.it

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