ULIDI PICCOLA MIA


Paola sta per compiere 18 anni e negli ultimi quattro è stata ospite in una comunità lontana dalla famiglia. Fa ritorno a casa solo per brevi periodi. Figlia di un contadino emiliano e di una donna marocchina è cresciuta tra due culture. Ora deve cominciare a guardare al suo futuro che vorrebbe felice.
“Giuro che io salverò la delicatezza mia / la delicatezza del poco e del niente / del poco poco, salverò il poco e il niente / il colore sfumato, l’ombra piccola / l’impercettibile che viene alla luce / il seme dentro il seme, il niente dentro/ quel seme. Perché da quel niente/ nasce ogni frutto. Da quel niente/ tutto viene”. Con questi versi di Mariangela Gualtieri (da ‘Giuro per i miei denti da latte’ nel libro “Senza polvere, senza peso” edito da Einaudi) trasformati in canto si apre un film che prende spunto da uno spettacolo teatrale per affondare lo sguardo in una realtà che va sfiorata con la leggerezza di un battito di ciglia. 
Mateo Zoni sa come posizionare una telecamera che sia capace di svelare non dimenticando mai il rispetto per i soggetti ripresi. Perché Paola, la giovane protagonista, sta compiendo un percorso di recupero da una profonda depressione. Ogni minimo ostacolo rischia di farla arretrare in maniera pericolosa. Zoni ce la rivela sapendo attendere. Lo spettatore non ha alcuna informazione preliminare su di lei e sulle sue compagne di comunità. Non ci sono cartelli esplicativi né voci off a descriverci dove la ragazza si trovi o perché sia lì. 
Sarà lei, con il suo volto capace di illuminarsi e di rabbuiarsi nell’arco di tempo di pochi secondi, ad aprirci (con la delicatezza di cui sopra ma anche con scatti di ribellione adolescenziale) le porte della sua storia e a farci comprendere cosa stava alla base del suo autolesionismo (che talvolta tuttora riemerge). È un’ulidi (che in Marocco significa ‘piccola mia’) che necessita di cure come una pianta fragile ma che non ha rinunciato a cercare di affondare le radici in un terreno più solido di quello che le è toccato in sorte. 
In un’epoca di pessimismo cosmico opere come questa ci ricordano che una luce in fondo ai tunnel individuali può esserci e può essere raggiunta. Senza happy end posticci ma anche senza arrendersi a priori a una comoda (per chi non vive i problemi) ineluttabilità.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

Un ‘documentario’, un giovane regista esordiente, un film realizzato a basso costo che segue la giovane protagonista all’interno di una comunità per adolescenti. Pochi indizi fuorvianti che basterebbero a tener lontani i più daUlidi piccola mia, opera prima di Mateo Zoni che invece lascerà piacevolmente sorpresi quanti vorranno fuggire questi orientativi preconcetti. 
Sullo schermo messinscena e documentario si ibridano lasciando da parte delimitazioni e chiarimenti. Dopotutto tra finzione e realtà c’è poco scarto e i germogli dell’immaginazione nascono sempre sul terreno del ‘reale’. E così, Ulidi piccola mia cavalca il documentario con margini di ricostruzione per renderci testimoni di un passaggio: la crescita di una giovane ragazza, quasi diciottenne, che (ri)percorre alcuni momenti dei suoi quattro anni passati in una comunità per adolescenti. Una formazione documentata da un obiettivo (per se stesso mai imparziale), qui governato utilizzando la sensibilità come staffe, le emozioni come redini e un fantino che cerca di aggirare gli ostacoli del sentimentalismo. Rossellini, De Seta, Grifi eSarchielli potrebbero essere scomodati, pur non avendo Ulidi piccola mia velleità citazioniste. Sottraendoci al gioco delle affinità e differenze scomoderemmo invece un certo tipo di cinema, quello “della realtà” solo perché evidentemente nelle corde del giovane regista Zoni.
Nella ragguardevole lista di opere cinematografiche italiane prodotte e mai distribuite, l’esordio di Mateo Zoni, dopo la sua partecipazione nell’ultima edizione del Torino Film Festival, arriva oggi nei cinema attraverso una distribuzione mirata e non convenzionale che lo porterà in diverse città e centri urbani della penisola. Un tour, accompagnato dal regista, che toccherà diverse sale che hanno scelto di scommettere sulla ‘delicatezza’ e il registro del documentario in tempi cinematografici difficili, dove persino i supereroi d’oltreoceano faticano a trovare un loro pubblico. E la scommessa sta proprio in questo: nel proporre un genere solitamente ritenuto lontano ai più, per scoprire invece approcci inconsueti e appassionanti, generi ibridi che si distaccano dalle convenzioni cinematografiche, non per superbia né per snobismo, ma per indagare con occhio partecipe, leggero e controllato, un cammino. Perché la protagonista Paola, assieme alle sua compagne d’avventura, le adolescenze difficili, la famiglia e i mentori della sua terapia, diventano tutti testimoni e specchio di una crescita che ci riguarda, restituendoci comunque la vita, o bagliori di essa.
Di Giustino Finizio, da mymovies.it

Il giovane regista Mateo Zoni dopo aver prodotto e realizzato alcuni documentari e piccoli cortometraggi, approda al lungometraggio con Ulidi – piccola mia. Un film particolare che usa un’estetica tipica del documentario ma che in realtà è un film di finzione. Film che prende spunto da uno spettacolo teatrale che a sua volta prendeva spunto dal libro di Maria Zirilli, Fuga dalla follia – Viaggio attraverso la Legge Basaglia. La macchina da presa è digitale. Un digitale volutamente presente ed enfatizzato. Ciò per permettere allo spettatore di sentirsi più vicino a quei personaggi così umani e con dei volti così realistici e ben dipinti. La dolcezza delle loro azioni e dei loro sguardi è quasi fisica, tangibile e arriva dritta a scaldare il cuore di chi osserva. Ulidi, parola marocchina che significa piccola mia, ha un suono armonioso e rassicurante e ben si adatta a personaggi affetti dal male di vivere in cerca di conforto, carezze e di dare un senso a questa vita che troppo spesso li accompagna verso pensieri terribili, verso la depressione; sul baratro del suicidio. La giovane protagonista di questa storia si trova in una comunità, lontano dalla famiglia, per cercare di allontanare da se quel “magone” (come lei stessa chiama) che la spinge all’autolesionismo e verso un desiderio di morte. Zoni procede documentando tutto con discrezione e sensibilità. I racconti della ragazza non sono mai rivolti verso la macchina da presa la quale cerca sempre angolazioni e punti di vista delicati e rispettosi dell’intimità di chi racconta. Vediamo inquadrate finestre, piccoli spiragli di luce che si fanno largo attraverso la fessura di una porta, ombre che si muovono quasi a formare una danza sul suolo di un giardino o un pavimento di una casa, racchiusi all’interno di una inquadratura. Il tutto lasciando alla soavità con le quali vengono pronunciate le parole dei protagonisti, la scena principale. Poco importa se spesso l’audio arriva a stridere nelle orecchie dello spettatore e ancor meno importa se a volte il missaggio non è dei migliori; Mateo Zoni porta in scena stati d’animo e spesso essi sono senza filtro (né audio né video) ma schietti e diretti. 
Un esordio importante che insieme a quello di altri giovani registi del panorama nostrano in questo 2011, porta un nuovo modo di fare e intendere il cinema nel nostro Paese. Uno stile già consolidato e maturo quello di Zoni, al quale non sfuggono mai le redini della storia e la direzione verso la quale ci vuole condurre.
Di Luca Lardieri, da close-up.it

«Giuro che io salverò la delicatezza mia» intona Paola, all’inizio del piccolo grande film di Mateo Zoni. È il verso di una poesia di Mariangela Gualtieri, ma è anche la promessa (anche questa, al tempo stesso, piccola ma grandissima) che la neo 18enne pronuncia ad alta voce solo in quel momento, ma esprime in ogni scena con i sorrisi e con i gesti del suo corpo insicuro. Zoni, al primo lungometraggio, s’ispira liberamente a Fuga dalla follia. Viaggio attraverso la Legge Basaglia di Maria Zirilli e sceglie la via non facile ma efficace della docufiction, dove Paola, il padre Giancarlo, la madre marocchina Mina “interpretano” se stessi: solo qualche giornata nelle loro vite, fra la comunità in provincia di Parma dove la ragazza lotta per recuperare una serenità perduta e la casa dove la sua famiglia vive con il suo vuoto e le sue visite domenicali. Intorno a Paola, i bisticci tra compagne, le esercitazioni alla scuola da estetista, i colloqui con la psichiatra, i conflitti accesi con il padre: cose normali, cose da adolescenti, che sulla sua pelle fanno più male, perché?deve inciderseli a forza nelle braccia. Lo sguardo del regista è deciso ma non invasivo, si spalanca sulla fragilità delle ragazze e si accosta senza falsi pudori ai racconti sulle origini del loro male, della depressione e degli attacchi di rabbia cattiva. La promessa di Paola diventa poetica d’autore: la delicatezza, in tutto il suo valore, è salva.
Di Ilaria Feole, da film.tv.it

Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente 
ma lo zingaro è un trucco.
Francesco De Gregori, Rimmel
Paola sta per compiere diciotto anni, di cui gli ultimi quattro trascorsi lontano dalla famiglia, in comunità. Non può e non vuole tornare a casa. Figlia di una donna musulmana e di un contadino, si trova divisa tra due culture molto diverse tra loro. Ora sarà inoltre costretta ad affrontare, dopo un lungo periodo di sofferenza, tutte le difficoltà legate alla fine dell’adolescenza e all’ingresso nell’età adulta. [sinossi – Torino Film Festival]
 Nei giorni precedenti all’apertura della ventinovesima edizione del Festival di Torino si era alzato un certo clamore, sulla stampa italiana, nei confronti di Ulidi piccola mia, opera d’esordio di Mateo Zoni accolta nel concorso ufficiale. Una curiosità dettata dal nome di Zoni, sconosciuto anche agli addetti ai lavori, dalla provenienza del regista (la provincia di Parma, lontano dai clamori metropolitani di cui è intriso solitamente il cinema italiano), e dalla tematica trattata in questo suo primo, breve lungometraggio – poco più di un’ora di durata. Ulidi piccola mia racconta la storia di Paola, una giovane ragazza che vive da alcuni anni in una comunità a causa delle crisi depressive che la portano all’autolesionismo e in passato l’hanno addirittura trascinata a pochi passi dal suicidio: il suo mondo è fatto di vita comune insieme ad altri ragazzi in terapia (in particolare Giada, affetta da un leggero ritardo mentale, e Marcella), del praticantato in un corso di estetica e di cura del corpo e delle settimanali visite alla cascina di famiglia, dove ritrova i genitori, il fratello minore e tutti gli altri parenti. Semplificando al massimo il discorso, si potrebbe tranquillamente affermare che il film di Zoni sia tutto qui: un pedinamento incessante, di natura squisitamente zavattiniana, che rincorre un’anima irrequieta, alla ricerca ostinata della propria tenerezza perduta, all’interno di una realtà sociale composita e con la quale non è facile interagire. 
Opera magmatica e a tratti realmente difficile da classificare, Ulidi piccola mia è ispirata dal volume Fuga dalla follia – Viaggio attraverso la Legge Basaglia di Maria Zirilli, ma si basa su un collage incessante di ipotesi e aneddoti, in una mescolanza di realtà e finzione che finisce per stordire anche lo spettatore più smaliziato. Zoni è venuto a conoscenza della travagliata storia personale di Paola grazie a uno spettacolo teatrale in cui la ragazza si esibiva nella canzone che apre anche il film, e ha deciso di focalizzare su di lei l’attenzione. Da qui è partito un processo assai complesso, vista anche la delicatezza della tematica affrontata, portato avanti lavorando con i ragazzi, con i parenti, con i responsabili della comunità, con le autorità del luogo – il film, oltre a essere stato acquistato da Cinecittà Luce, vede tra i vari enti patrocinanti anche la provincia e il comune di Parma. L’unica definizione che potrebbe forse rendere chiara l’operazione ardita tentata dal giovane regista è quella di “documentario ricostruito”, visto che Zoni ha spesso rimesso in scena fatti avvenuti nei giorni e nelle ore precedenti: un approccio singolare, e che potrebbe anche far sorgere dubbi legittimi sulla verità di quanto viene narrato, ma che Zoni dimostra di saper padroneggiare con una certa maturità autoriale. Le scelte estetiche di Ulidi piccola mia sono chiare, e mescolano il già citato pedinamento a un andirivieni episodico che permette al film di vivere di sprazzi, squarci fulminei cui fanno seguito improvvise stasi, in una gestione del ritmo assolutamente personale e apprezzabile. Anche se indubbiamente la reale forza di Ulidi piccola mia sta tutta nello sguardo magnetico, scoraggiato e carico di una furia salvifica di Paola, adolescente irrequieta alla ricerca di una propria stabilità: le videocamere di Zoni si attaccano alla giovane, facendo in modo che la narrazione respiri all’unisono con lei. Mateo Zoni pone la firma in calce a una versione imberbe e meno stratificata – soprattutto per quel che concerne la riflessione sulla macchina/cinema e sul ruolo eversivo affidato all’elemento della scena – del capolavoro di Alberto Grifi Anna, regalando al pubblico almeno due momenti di altissimo cinema: il ritorno a casa per il fine settimana e il pasto serale al ristorante, con gli ospiti della comunità in libera uscita. 
Non è esente da difetti l’esordio di Zoni, ma pone senza dubbio le basi per un’esperienza autoriale del tutto estranea alla prassi dell’Italia contemporanea. Il rischio è che, come ogni opera che osa distaccarsi dalla norma, anche Ulidi piccola mia venga sottostimato, incompreso e deriso. Sarebbe un errore grave, perché sono piccoli film come questo a indicare una strada alternativa a quella che sta spingendo anno dopo anno il cinema italiano in fondo a una scarpata.
Di Raffaele Meale, da cineclandestino.it

Primo film italiano in concorso e primo lungometraggio per il giovane Mateo Zoni, che, giunto in sala a presentare il film, ringrazia e attribuisce la riuscita dell’opera alla spontaneita’ della protagonista (che timida, teneramente e pudicamente rimane in platea, e anche per questo merita un mio personale elogio) e dei comprimari, tutto fuorche’ attori professionisti, ma tutti capaci di una spontaneita’ disarmante che ne fa il maggior pregio dell’opera. La storia e’ quella di Paola che, alla soglia della maggiore eta’, si divide tra la comunita’ che da quattro anni la accoglie per curare problemi psichici legati alla crescita e la vecchia cascina di famiglia, dove viveva con gli anziani genitori (madre musulmana che la chiama affettuosamente “ulidi” ossia “piccola mia” come suggerisce un titolo rivelatore e il padre agricoltore con la passione per i libri, che custodisce curiosamente nei pressi della stalla). Nel centro viene curata dalle turbe che la spingono a procurarsi volontariamente tagli sul corpo e che sono causati da una fragilita’ di fronte ad una situazione familiare non facile, pur essendo amata sentitamente dagli anziani genitori. Quello che risalta di piu’ nella lieve ma drammaticamente vera pellicola e’ la dolcezza di Paola, che e’ se stessa e recita in quest’opera la parte piu’ importante, quella che la vita le ha assegnato e quella che lei, giovane e sensibile ragazza, vuole riacquistare per ritrovare la serenita’ a cui ognuno di noi — oneste piccole persone in un mondo di grandi e superbi venditori di fumo — avrebbe legittimamente diritto.
Di Alan Smithee, da cinerepublic.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog