TUTTI I NOSTRI DESIDERI



A volte la sinossi di un film nasconde perfidi inganni.
E’ il caso di questo ultimo film di Lioret che in teoria racconta di Claire giovane giudice che sul lavoro prende a cuore il caso di Celine una povera spiantata con figli a carico strangolata dai debiti contratte con le finanziarie ( un simbolo dell’apocalisse finanziaria privata che si sta vivendo in questi ultimi tempi) mentre sul versante personale si trova a fronteggiare un cancro al cervello che le lascia ben poco da vivere. E lei in sovrappiù rifiuta le cure che le propongono perchè non vuole vegetare soffrendo per qualche mese in più.
 Nel porsi come baluardo contro il vampirismo delle banche rischia l’azione disciplinare e quindi chiede aiuto a  un giudice più esperto di lei, il disilluso Stephane che curvato dalle sconfitte subite trova in Claire lo sprone per reagire a tutte le avversità che la vita gli ha proposto.
 Tutti i nostri desideri, tratto liberamente da un romanzo di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, ha due cardini su cui ruotare: il primo è la malattia di Claire che le crea l’ansia di dover fare tutto e subito perchè non ha il tempo dalla sua parte, la sua vita le sta scivolando tra le dita e non può fare nulla per non sentire  il tic tac di questo orologio biologico che sta scandendo le sue ultime ore. 
 Ha addirittura omesso di dire tutto all’amatissimo marito, un po’ bambino,  cercando di sistemare attorno a lui le cose in modo che non sentisse la sua mancanza( anche prendendo in casa con sè Celine e le sue figlie in un ideale prototipo di famiglia allargata pensando a quando lei non ci sarà più).
Il secondo cardine attorno al quale ruota il film è il rapporto che si viene a creare tra Claire e Stephane. Qualcosa più di una semplice empatia e qualcosa in meno di un amore. Addirittura i due continuano fino alla fine a darsi del lei proprio perchè ingabbiati nel formalismo che è richiesto dai rispettivi ruoli.
La mano di Lioret nel delineare questo rapporto è felicissima: è una questione di sguardi, di piccoli gesti ( tipo appena muovere le dita raccogliendo le ultime forze per stringere la mano di lui e fargli capire che lei è ancora lì), di condivisione di rcordi e di ideali, di complicità.
E se non ci fossero state le rispettive famiglie a inibire qualsiasi sviluppo del loro rapporto?
E’ bellissima la parte in cui i due fanno una gita al lago:  ancora acqua , l’elemento naturale bello e terribile allo stesso momento che era protagonista del bellissimo Welcome, il film di Lioret precedente a questo. Una bellissima giornata in cui gli spiriti si avvicinano e poi quando si sta quasi tramutando in tragedia si avvicinano anche i corpi    in un gesto intimo come è quello di affidarsi totalmente alle forti braccia di lui e alla sua vigoria per farsi portare fuori dall’acqua.
Difficile da descrivere una sequenza fatta di sensazioni e di gesti suggestivi come questa. Bisogna vederla per capire.
 Oppure la sortita per vedere la partita di rugby: se al lago lui aveva condiviso il mondo tratteggiato dai ricordi di lei, ora è Claire che entra in punta di piedi nel mondo di Stephane, fatto di rugby e d’onore, di forza fisica e di gioia di vivere. Quella che lei non ha più e che lui cerca di ridarle giorno per giorno.
Dicevamo condivisione di qualcosa di intimo come la malattia. Claire sceglie di condividere il suo calvario interiore solo con Stephane , facendo sapere tutto al marito quando ormai le sue condizioni cliniche non permettono di nascondere più nulla. 
E Stephane rispetta tutto quello che lei gli chiede.
Tutti i nostri desideri poteva diventare uno dei tanti melodrammi piagnucolosi che invadono i nostri schermi. Invece nelle mani sapienti di Lioret non cede mai alla soluzione più semplice e all’estetica della lacrima a comando, diventa un film importante per come descrive apocalissi pubbliche e private, improntato alla forza di proseguire nonostante tutto , un qualcosa che ti lascia dentro tracce di sè ben oltre i titoli di coda.
E questo è legato anche alle prove straordinarie  di Marie Gillain ( bellissima e bravissima) e di Vincent Lindon che non si cura di mettere  in mostra davanti alla macchina da presa la sua  normalità fatta di rughe in bella vista e di un fisico non propriamente statuario come era un tempo.
Tutti i nostri desideri è film assolutamente da vedere, una prova ulteriore della grandissima salute di cui gode il cinema francese in questi ultimi anni.
Da cinerepublic.film.tv.it

I desideri. Quelli del cuore e dell’anima, quelli causati dai bisogni materiali. Cinema umanista, quello di Philippe Lioret, fatto di emozioni e sguardi, sensazioni ed empatia, fatto di volti che si scoprono e si riconoscono, di movimenti interiori, di una continua dialettica tra il personale e il pubblico, il privato e il sociale. E infatti si intrecciano storie diverse, di personaggi che arrivati ad un punto della loro vita si trovano ad affrontare svolte impreviste, con la capacità di rimettere in discussione quanto vissuto fino a quel momento, la vita che si trasforma e scopre e continua a stupire, a discapito del dolore e delle ingiustizie.
Una donna e un uomo si incontrano e lentamente si avvicinano, si toccano dentro, si sfiorano fuori, il contatto delle dita, la purezza dei sentimenti. Una figlia e un padre, nel gioco delle parti, sempre la stessa donna e lo stesso uomo, un altro modo per sentirsi più intimi. Claire è una giovane giudice che scopre di avere un tumore e rifiutando la lotta contro la malattia ne sceglie una ancora più importante, quella contro le ingiustizie di una società che si è venduta al mercato e agli istituti di credito, che alimenta i sogni di consumo delle persone per poi soffocarli nella morsa dei debiti. Claire ha una famiglia, un marito e due figli e mentre la morte le va incontro scopre il modo per non perdere le persone che ama, fa entrare nella sua vita e in quella del marito e dei figli una donna aiutata in tribunale e insieme a lei e ai suoi bambini questa famiglia si allarga e diventa qualcosa di nuovo. E speciale.
Stéphane è un giudice e nel tempo libero allena una squadra di rugby. Stéphane è molto più grande di Claire. Gli ideali di una volta ci sono ancora, ma nascosti, impolverati. E gli basta un incontro con lei, in un bar, per farlo fermare un attimo a guardarsi dentro e riscoprire quegli ideali e pensare che forse possono ancora vivere. E splendere.
E allora la malattia, la battaglia legale contro gli istituti di credito e le loro false promesse, l’esperienza di una famiglia allargata, l’amore come scoperta dell’altro sono tutti elementi che si fondono e si alimentano in un percorso umano di crescita e consapevolezza, nella speranza che un domani ci possano essere alternative a quello che oggi continua ad esserci negato.
Che i nostri veri desideri, quelli che ci portiamo dentro, un giorno diventino reali.
Da cinerepublic.film.tv.it

Claire è un giovane magistrato di Lione. Felicemente sposata e madre di due figli, la giovane donna si dedica con grande passione alla sua professione, in modo particolare quando le permettere di soccorrere le vittime spesso inconsapevoli di una società troppo consumistica. E’ per questo motivo e per ragioni personali che accetta di interessarsi con particolare attenzione al caso di una donna in difficoltà economica. Per Claire non si tratta di un’estranea, ma della madre di una compagna di classe di sua figlia trascinata in tribunale da una società di credito. Decisa a fare chiarezza, chiede l’intervento di Stephane, un giudice più esperto ma ormai disincantato e inaridito dalla durezza del mestiere. Sarà questo incontro a cambiare completamente il percorso della sua esistenza, dandole non solamente l’energia per portare avanti la sua battaglia professionale, ma anche la lucidità per affrontare la minaccia di un male incurabile e del poco tempo lasciato a disposizione. Amore, amicizia, comprensione e fratellanza: i due non riescono a identificare la natura dei loro sentimenti ma, attraverso un rapporto che si sviluppa con naturalezza, costruiscono un’unione basata sull’appartenenza e la comprensione. 
Che cosa siamo disposti a fare e fino a dove siamo pronti ad arrivare quando si presenta una situazione estrema e imprevista? Questa è la domanda cuiPhilippe Lioret sembra voler rispondere ardentemente in ogni suo film. Dall’esordio con Tombes du cielall’acclamato Welcome, il regista francese ha sempre messo i suoi personaggi in una condizione di emergenza, osservando tra il divertito e l’incuriosito gli effetti di una momentanea segregazione all’interno di una dogana aeroportuale, i tentativi di un clochard di riconquistare i favori di una ex moglie ormai sposata ad un ricco americano (Tenue correcte exigée), la breve passione di una signora per bene per un attore dalle dubbie qualità (Mademoiselle) e lo scontro di due duri marinai temprati dalla solitudine di un faro per aggiudicarsi l’amore di una donna (L’équipier). Messa sotto pressione dagli eventi e spesso sconvolta da incontri imprevisti, fino ad ora questa varia umanità non ha mai tradito le sue aspettative e sembra averlo accontentato anche nel suo ultimo Tutti i nostri desideri. Presentato alla 68° edizione della Mostra di Venezia nella sezione Giornate degli autori e ispirato al romanzo di Emmanuel Carrère Vite che non sono la mia, il film segna la seconda collaborazione consecutiva con Vincent Lindon portando sullo schermo una vicenda allo stesso tempo dolorosa e rassicurante.
Con il tocco leggero e quasi invisibile che contraddistingue la sua regia, Lioret si serve di elementi narrativi classici e prevedibili per costruire una storia normale ma dai particolari eccezionali. Abituato a gestire situazioni realistiche senza calcare mai la mano sull’enfasi e la drammaticità, in questo caso utilizza l”inconveniente” della malattia e l’avvicinarsi della morte come un colpo di scena che, invece di distruggere armonia e speranza, crea nuovi scopi e nuova vita da onorare con maggior passione. Una trasformazione ottenuta quasi esclusivamente cambiando il punto di vista di osservazione e mettendo la protagonista nella condizione di concentrarsi esclusivamente sulla realtà esterna che la circonda. Per questo motivo Claire, rappresentata dal volto timido e ricco di charme dell’ex ragazzina prodigio del cinema francese Marie Gillain, non si sofferma a compiangere la sua sorte ma, nelle urgenze della famiglia come nel confronto costante con Stephane, lotta accanitamente per non lasciare nulla in sospeso. Così, attraverso dei dialoghi quasi impercettibili e una messa inscena invisibile, prende forma la storia di una donna qualsiasi e delle sue scelte obbligate. Allo stesso modo si assiste alla nascita di un’unione che, fuggendo a ogni possibile classificazione, ha lo scopo di mantenere viva l’energia andando oltre la morte e sconfiggendo la crudeltà della malattia. Un regalo, questo, che il regista concede, probabilmente, alla più fragile e vitale delle sue eroine.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

Il film di Philippe Lioret con Marie Gillain, Vincent Lindon, Amandine Dewasmes, Yannick Renier e Pascale Arbillot è passato piuttosto in sordina nella sezione delle Giornate degli autori.
Ispirata al romanzo di Emmanuel Carrère Vite che non sono la mia, la pellicola è una delicata storia di impegno civile e insieme di affetti privati. 
Ecco la sinossi ufficiale prima di un breve commento – la distanza temporale si fa sentire, in effetti:
Tutti i nostri desideri racconta la storia di Claire (Marie Gillain), giovane magistrato del tribunale di Lione: un giorno davanti a lei, in aula, compare la madre di una compagna di classe di sua figlia, “strozzata” dal sovra-indebitamento. Decide allora di coinvolgere Stéphane (Vincent Lindon), giudice esperto e disincantato ma sensibile al problema, nella sua battaglia contro le derive del credito al consumo. Tra lei e Stéphane nasce qualcosa: il desiderio di cambiare le cose e un legame profondo, ma soprattutto l’urgenza di vivere questi sentimenti, dato che alla donna è stato diagnosticato un tumore cerebrale che non le lascia molto tempo. Divisa tra il dovere e gli affetti, deciderà di combattere fino alla fine.
Non posso offrire una vera e propria recensione perché la visione del film non è per nulla fresca, ma ricordo una pellicola piacevole, interessante, piuttosto equilibrata sia dal punto di vista della sceneggiatura, che salda bene materiali molto diversi (la malattia, la lotta contro gli istituti di credito, le battaglie in aula, la vita famigliare della protagonista) aprendosi con eleganza a divagazioni mai superflue.
Merito soprattutto delle buone prestazioni degli attori, ben diretti dal regista che con un direzione discreta ma puntuale ricreano quel “tocco alla francese” che distanzia ormai da tempo il cinema italiano da quello d’oltralpe: il dramma non diventa mai melodramma, persino su argomenti di un certo peso, e il rispetto per la fattualità e la verità dell’esistenza quotidiana viene sempre mantenuto.
Un piccolo film dalla bella confezione, sicuramente non un capolavoro e forse non troppo memorabile, ma potrebbe lasciare qualcosa in chi è disposto a investire un po’ di se stesso
Di  Alessio Cappuccio , da spettacoli.blogosfere.it

Claire è una giovane magistrato del Tribunale di Lione. Ha due figli piccoli e una vita familiare serena fino a quando l’individuazione di un tumore cerebrale la sconvolge. Decide però di tener nascosta al marito la malattia temendo che lui non riesca a sopportare lo choc. Claire si trova inoltre di fronte a un palese caso di circonvenzione da parte di un istituto di credito nei confronti di una giovane madre con cui è entrata in contatto dato che i figli frequentano la stessa scuola materna. Con la collaborazione di Stéphane, un collega determinato e più in là negli anni decide di procedere affinché la trasparenza nei contratti sia ineludibile. Il tempo però stringe.
Philippe Lioret, dopo quel film notevole che è Welcome torna ad affrontare un’importante tematica sociale passando attraverso delle storie individuali e non avendo timore di entrare nel territorio del mélo. Il tema è quello, sempre più socialmente devastante, dei prestiti concessi dagli istituti di credito. Accade che in Francia (e non solo) molti vengano attratti ingannevolmente ad accendere un prestito per poi ritrovarsi progressivamente indebitati in modo esponenziale. Anche se costoro rappresentano meno del3% del totale e che la compensazione grazie ai tassi proibitivi sia più che remunerativa per le società esse procedono comunque spietatamente nei confronti dei creditori per evitare l’emulazione. 
Cèline, la giovane madre che Claire si trova di fronte a scuola e in tribunale, è ormai sull’orlo della miseria. La giovane giudice la comprende come madre e come donna e trova al suo fianco un giudice capace di guardare nel profondo a quei desideri, a quei bisogni che sono primari. Lioret, grazie a due attori come Marie Gillain e Vincent Lindon, riesce a offrire umanità a due personaggi che avrebbero potuto facilmente trasformarsi in due paladini della giustizia tout court. Quella che Claire prova per Céline è pietas nel senso più nobile del termine: vuole aiutarla senza umiliarla. Perché la donna ha la dignità di tanti poveri che affrontano l’ingiustizia della società senza piegarsi al mendicare.
Lioret però non si accontenta di affrontare il tema sociale. La relazione tra Claire e Stéphane rimane nell’ambito professionale ma è proprio la condivisione di un obiettivo (e anche, da un certo punto in poi, la consapevolezza della gravità dello stato di salute di lei) che sviluppa tra di loro una dinamica che esclude, per sottaciuta comune scelta, la sessualità includendo però un’intimità ‘altra’ e ugualmente forte.
È da questa che scaturisce un rapporto che si fa esclusivo e commovente perché, sembra volerci continuare a ricordare Lioret, la società progredisce non grazie ai supereroi ma ad uomini e donne capaci di desiderare insieme.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

Che Philippe Loiret fosse un cineasta capace di cogliere, con sguardo lucido e critico, tutte le contraddizioni del modello di sviluppo occidentale ce ne eravamo accorti con il suo titolo precedente, il toccante e notevole “Welcom”, film di denuncia sul dramma dell’immigrazione clandestina; che fosse anche in grado di parlare al cuore invece che alla testa e capace di affrontare temi urgenti, drammatici e di declinarli nella sfera del personale, lo scopriamo con il suo nuovo film, il pregevole “Tutti i nostri desideri”.
Liberamente tratto dal bellissimo libro di Emmanuel Carrère, “Vite che non sono le mie”, il film, presentato con successo alle Giornate degli Autori Venice Days, affronta una storia figlia della nostra contemporaneità.
Una storia d’inquietante attualità, che affonda le sue radici nel sofferto dramma dei debiti che schiacciano le vite fino al disastro. Quasi una profezia di questi difficili giorni, un chiaro riferimento agli eventi recenti che testimoniano quanto sia difficile relazionarsi con le banche e con le società incaricate di riscuotere tributi e debiti.
Alla sorte di una vittima di questo sistema e della società capitalista, si interessa una giovane magistrato, Claire, che esercita la sua professione nel tribunale civile di Lione. La vittima è una giovane donna, Celine, finita tra le maglie di un raggiro bancario legalizzato la quale, a causa di una crisi debitoria, si ritrova inseguita da una società di recupero debiti (una sorta di Equitalia in versione francese).
Felicemente sposata e madre di due bambini, Claire è una donna piena di ideali, che crede nel suo lavoro nel quale infonde le sue energie e la sua passione. Venuta a sapere che una compagna di scuola di una delle sue bambine non può partecipare alla gita scolastica perché la mamma non ha i soldi necessari per pagare la quota di partecipazione, si offre di versare lei la piccola somma mancante (si tratta solo di 12&eur;) e consentire così alla bambina di non rinunciare al viaggio.
Ma Celine, la madre della bambina, pur ridotta sul lastrico non accetta l’offerta, che ritiene un’elemosina, e restituisce il denaro ricevuto.
Il piccolo incontro/scontro tra le due donne si conclude in tribunale, quando si ritrovano di fronte, l’una in qualità di giudice, l’altra di imputata, accusata di insolvenza dall’Istituto di credito al consumo, a cui si è rivolta per un prestito di sopravvivenza, attirata dalla sua pubblicità ingannevole con la quale spinge la gente ad indebitarsi fino al collo, per poi farla diventare vittima degli esosi tassi di interesse; quasi uno strozzinaggio in piena regola.
Profondamente turbata dal dramma che sta vivendo Celine (è precaria, madre di due bambine a carico ed è stata lasciata dal marito), che è un po’ anche il suo dramma (anche sua madre era stata abbandonata dal marito, ed anche lei si era indebitata fino al collo per correre dietro alle sirene del credito al consumo), Claire decide di rischiare il tutto per tutto pur di difendere la donna dall’implacabile raggiro bancario messo in atto da questi istituti di credito. Forte delle sue convinzioni, annulla così l’ordinanza di pagamento, provocando le ire dell’avvocato avversario e dell’Istituto finanziario.
Sospettata di imparzialità, per la sua conoscenza con l’imputata, le viene revocato l’incarico e la causa assegnata al più anziano collega Stephane, un giudice navigato e disilluso, che ha ormai messo da parte gli ideali giovanili e i sogni di gloria, il quale rinvia provvisoriamente l’udienza.
Quasi contemporaneamente Claire sta vivendo un pesante dramma personale: un medico le ha diagnosticato una grave e incurabile forma di tumore al cervello, per cui le restano solo pochi mesi di vita.
Decisa a non sottoporsi al calvario della chemioterapia, per non alterare lo stato del suo aspetto fisico e mentale, nasconde a tutti, e soprattutto al suo fragile marito, che non reputa capace di reggere la notizia, il suo tragico stato di salute, e si impegna con tutte le sue forze nella battaglia per difendere la mamma della compagna di scuola della figlia e sua migliore amica dalle condizioni di strozzinaggio cui gli istituti di credito sottopongono i clienti, abbagliati dalla pubblicità ingannevole dei loro depliant, con le norme capestro stampate nelle pagine interne e scritte con caratteri minuscoli, mentre sulla copertina campeggiano slogan allettanti del tipo: “cedete a tutti i vostri desideri”.
Contatta così il nuovo titolare del caso e si affida alla sua esperienza affinché la aiuti in quella che considera l’ultima missione della sua vita ormai agli sgoccioli, il quale metterà in discussione se stesso e il suo disincanto, per aiutarla nella difesa degli ideali in cui crede.
Durante le lunghe frequentazioni i due avranno modo di instaurare un rapporto di stima e di intimità che travalica il semplice rapporto di amicizia o di colleganza, ma che non arriverà mai a sfiorare le corde del sentimento amoroso.
Un rapporto dove i sensi si annullano in una comunanza di valori e di intenti, che li porta a vedere le cose nella stessa prospettiva e a portare avanti con fermezza il principio di giustizia giusta.
Toccherà a lui portare avanti la missione di Claire, che non riuscirà a vedere l’esito della sua battaglia, e arrivare ad inchiodare l’istituto finanziario alle sue responsabilità, stabilendo un principio giurisprudenziale che sarà da esempio per tutte le situazioni a venire.
Il film di Lioret si incentra sul duplice significato della parola “desiderio”. Quel desiderio che nasce nelle profondità del nostro intimo, in cui sappiamo benissimo di non dover guardare. Perché se è vero che, se è il desiderio a far girare il mondo, è anche vero che sono gli effetti delle nostre azioni che riescono, più o meno profondamente, a cambiare il corso delle cose.
È il desiderio che muove i personaggi ad agire come agiscono, una pulsione interiore che si fa urgenza e li spinge a naufragare mentalmente in ciò che è irreale.
È desiderio quello indotto dalla società dei consumi, che illude la gente a vivere ad di sopra delle loro possibilità.
È desiderio il legame che unisce Claire e Stephane, una sorta di alchimia tra sentimento affettivo e comunanza di ideali nella lotta ad ogni forma di sopruso.
Molte sono le tematiche affrontate da Lioret in questo film, che non riguardano solo i desideri che non si possono raggiungere. Possiamo leggere l’opera come un messaggio di denuncia sociale contro lo strozzinaggio operato dalle società finanziarie; ma anche come un affresco contemporaneo sulla forza di un incontro, che a volte, aiuta a superare se stessi e il proprio io.
Ha questa valenza l’incontro tra Claire e Stephane: complesso e variegato il coinvolgimento di Stephan, che ritrova nella giovinezza di Claire lo slancio idealistico di un tempo; sofferto e struggente quello di Claire che non ha più tempo per abbandonarsi al sentimentalismo e che vede e cerca in lui quel padre che non ha mai avuto, piuttosto che l’uomo con cui condividere ciò che resta della sua vita.
Parimenti ricco di significati simbolici è l’incontro di Claire con la malattia e con la morte, un problema eterno quanto il mondo con cui, prima o dopo tutti ci si deve confrontare.
Un problema che si può rifiutare e rinchiudersi nella torre d’avorio che la compassione degli altri ci costruisce attorno, o si può accettare, come fa Claire, e come fa la splendida protagonista del film di Isabel Coixet, che pianificare la vita anche senza di lei; o come fa il giovane Roman di François Ozon che per non far svanire il presente oltre al futuro, accetta la proposta di una sconosciuta che gli chiede di renderla madre.
E nonostante la pellicola di Lioret evidenzi, forse per esigenze strutturali, un certo sbilanciamento nella saldatura dei diversi materiali, privilegiando l’aspetto drammatico su gli altri, laddove nel romanzo di Emmanuel Carrere i diversi lati della storia trovano un giusto e compiuto equilibrio, “Tutti i nostri desideri” rimane un magnifico esempio di cinema di derivazione letteraria, capace di coniugare con sapienza l’aspetto più propriamente impegnato con l’aspetto ludico.
Il film, infine, risulta molto equilibrato dal punto di vista visivo, spaziando dalla lotta contro gli istituti di credito alle battaglie nelle aule giudiziarie, dalla malattia alla vita familiare, dall’amicizia al feeling sentimentale e pur essendo, come detto, un film dallo svolgimento drammatico, non scade mai nel melodramma o nel patetismo, nemmeno nei momenti più angosciosi.
Merito di una regia attenta che sa delineare molto bene le figure dei protagonisti e i loro percorsi esistenziali, e di un cast attoriale che risulta molto affiatato e in linea con quel “tocco alla francese” che ormai sempre più caratterizza il cinema d’oltralpe.
Magnifica Marie Gillain, un’attrice capace di trasmettere agli spettatori le giuste emozioni, evidenziando la forza d’animo e la determinazione del suo personaggio, a cui dona tutta se stessa senza calcare mai sui toni di tragica cupezza a cui poteva esporla il destino avverso che incombe sul giudice Claire.
Vincent Lindon, come sempre, si dimostra un attore di sicuro talento, e capace di darci in pasto un personaggio complesso e sensibile e di grande carisma. La sua interpretazione del giudice Stephane è commovente e ha l’aria acre dell’esperienza di un uomo e non quella della recitazione di un attore accademico.
Da ricordare anche i bravi Yannick Renier, nel ruolo del fragile marito di Claire e Amandin Dawasmes in quello della sfortunata Celine, comprimari ma funzionali allo svolgimento della storia.
Per concludere possiamo affermare che Lioret è riuscito a realizzare un film socialmente importante il quale, partendo dall’urgenza di raccontare la forza e la potenzialità dei nostri desideri, finisce per illustrarci un dettaglio delle tante ingiustizie che mortificano il sistema capitalistico occidentale.
Per questo motivo “Tutti i nostri desideri” non è un film ma un desiderio, Il desiderio di Lioret di cambiare le cose, per indicarci cosa conta veramente nella vita: tanto sono complessi i sentimenti e tanto sono complessi i desideri.
Nasce così un piccolo capolavoro che accompagna lo spettatore a percepire le emozioni e i sentimenti dei personaggi, a farli propri fino nel profondo dell’anima.
Da filmscoop.it

Una tragica vittoria, come può essere l’ottenere un successo giuridico destinato a far scuola e venir condannati da una malattia a pochi mesi di sopravvivenza. Liberamente ispirato al romanzo “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère, co-sceneggiato e diretto da Philippe Lioret (già apprezzato per “Welcome”), “Tutti i nostri desideri” ha il respiro di una prova d’attori impegnati in un rapporto anomalo e in due amari tipi di lotta. Marie Gillain dà al suo personaggio un volto tormentato che non riesce a rivelare la tragedia incombente al marito e ai due figli piccoli, benedice la futura coppia in una toccante scena d’ospedale e trova nell’alter ego interpretato da Vincent Lindon – il cui fruscìo della giacca di pelle diventa subito presenza familiare e rassicurante – quel padre che non ha avuto. La loro frequentazione nasce dalla stima e permette una confidenza esclusiva, nell’oscillazione tra un affetto quasi parentale e l’attrazione erotica. Nessuno dei due dichiara tale ambivalenza (si tengono stretti la mano e continuano a darsi del lei) ma, in un gioco di specchi, è il nervoso disagio dei rispettivi compagni a evidenziarla. 
La donna sostiene il peso di una doppia battaglia, una legale e una contro il cancro, affrontando senza ricatti emotivi la scelta tra un nuovo protocollo medico pur sempre invasivo – che inoltre ritarderebbe non di molto la morte – e il semplice ricorso alla morfina. E il film valorizza non solo la dignità del malato, ma anche del povero. Perchè, ben sapendo che nonostante le irregolarità dei contratti di prestito finanziario (i quali utilizzano pubblicità ingannevoli ai danni di gente in difficoltà) questi sono stati firmati, e i soggetti deboli – che non godono di una rappresentanza adeguata – sono destinati a soccombere, sposta la vertenza nei confronti degli abusi degli istituti di credito sul terreno della “concorrenza sleale” a livello comunitario, il solo discorso accettabile dal governo dei mercati. In quanto “il consumo è il sistema: non si tocca”.
La frase:
“Lasciatemi in pace, voglio solo degli antidolorifici”.
Di Federico Raponi , da filmup.leonardo.it

Il dolore e lo strazio di una malattia come puntello di confronto con la giustizia. Il profondo desiderio di cambiare la direzione distorta delle cose, attraverso la comprensione e l’umiltà di chi si approccia agli altri, agli sconosciuti, con una bontà d’animo e una perseveranza che quasi non si trovano più. C’è tutta l’urgenza di un cambiamento, una manovra urgente e percettibile, che come una linea attraversa il cinema del regista francese Philippe Lioret. Questo era evidente, e umanamente comprensibile, ancor di più nel riuscito “Welcome”. In “Tutti i nostri desideri” la regia invisibile (e a volte persino insipida e sin troppo marginale) si fa piatta melassa che si poggia sulla solita proverbiale bravura degli attori, su tutti Marie Gillain.
La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista in collaborazione con Emmanuel Courcol, ispirata al romanzo di Emmanuel Carrère “Vite che non sono la mia”, conserva solo lo spirito del libro, in quanto sono stati cambiati diversi personaggi e mutate alcune situazioni. “Tutti i nostri desideri” sono quelli che avremmo voluto realizzare ma che, per una serie di circostanze, non hanno visto la luce. Sono quei profondi desideri che ci spingono a trasmettere del bene. Il pregio maggiore della poetica di Lioret è proprio quello di riuscire a realizzare delle rappresentazioni intime e socialmente utili sui bisogni primari della persona. Nessuna traccia di fraintendimenti: solo una pura constatazione di realtà.
Il cinema di Lioret, e lo stesso vale per altri maestri più radicali in questo senso come Mike Leigh o i fratelli Dardenne (figli di un padre artistico come John Cassavetes), dà valore alla vita attraverso le sue relazioni umanamente possibili. Nemmeno la morte può sconfiggere del tutto la devozione verso la bontà. Forse ancora non tutto è andato perso: un briciolo di umanità sopravvive. Si spera non solo in Francia.
Di Federico Mattioni, da filmedvd.dvd.it

Quando ci chiediamo perchè i finanziamenti pubblici al cinema italiano sono pochi e vanno spesso nelle tasche sbagliate, dovremmo chiederci anche perchè quelli francesi sono così abbondanti, come se il governo d’oltralpe sperasse di aumentare progressivamente la qualità dei suoi prodotti. A volte ci riesce: Tutti i nostri desideri fa parte di quest’insieme, seppure abbia rischiato di scivolare fuori. La protagonista è Claire, un giovane magistrato alle prese con una causa apparentemente persa in partenza: un istituto di credito se la prende con Cèline, madre sola di due bambine e indebitata fino al collo anche a causa della pubblicità ingannevole che questi istituti fanno, apparendo giustamente come degli squali. Claire e Cèline, comunque, si conoscono anche al di fuori del tribunale: le loro figlie frequentano la stessa scuola, motivo per il quale Claire prende a cuore il caso della donna e ragion per cui conosce il suo collega Stéphane, in passato impegnato anche lui in processi del genere. Il dramma principe della storia, però, è un altro: a poco tempo dall’inizio del film Claire scopre di avere un tumore al cervello, per il quale esistono solo due rimedi: la chemioterapia, per allungarle la vita di qualche mese; la morte, per porre fine prematuramente ma più dignitosamente all’agonia. Claire preferisce la seconda e decide di nascondere tutto al marito, che non crede capace di reggere alla notizia, e imbarcarsi in un’odissea cui tiene testa per molto tempo. Un segreto del genere, però, bisogna pur condividerlo con qualcuno.Tutti i nostri desideri è ispirato al romanzo Vite che non sono la mia (Emmanuel Carrère) e racconta come desiderare fortemente di cambiare il mondo, nel proprio piccolo, possa spingere le persone a lottare al di sopra delle loro apparenti possibilità. Il confine tra umanità e realismo dei personaggi e melensaggine è sottile, difficile da individuare, ma in questo caso non viene attraversato. I dialoghi, infatti, non sono mai sopra le righe: semmai peccano talvolta di un’imitazione della routine che annoia, pur essendo una precisa scelta di stile. Claire e il suo prezioso compagno d’avventure Stéphane, poi, come gli altri personaggi, sono costruiti a tutto tondo e risentono in modo credibile delle svolte della storia, accompagnata da una regia funzionale e discreta. Il rapporto nato tra i due racchiude l’essenza del film: non tutti i nostri desideri possono avverarsi, ma ce ne sono alcuni su cui abbiamo un potere che neanche immaginiamo.
Di Paolo Ottomano, da cinema4stelle.it

«Philippe affronta delle tematiche sociali parlando al cuore invece che alla testa. E quando tocca il cuore, affonda». Non esistono parole migliori di quelle usate da Vincent Lindon per descrivere il cinema diPhilippe Lioret. Un cinema di denuncia, seppur velata, che non ha paura di parlare di immigrazione (Welcome) o degli escamotage illeciti usati dagli istituti di credito a danno dei propri clienti (Tutti i nostri desideri). Un cinema che trova la sua forza nella verità dei personaggi e nei legami che intessono, tanto inaspettati e travolgenti da aiutarli a superare loro stessi. Un cinema che con la sua delicatezza e la sua maniacale attenzione ai dettagli – specie a livello di sceneggiatura – coinvolge, commuove e appassiona.
Sembra quasi un ossimoro, ma Tutti i nostri desideri è un film che spezza il cuore e al contempo lo riempie. Ispirato al romanzo Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère (edito da Einaudi), racconta lo storia di Claire, giovane magistrato di Lione sposata e con due bambini, che un giorno si trova a risolvere il caso di Céline, la madre di una compagna di classe di sua figlia, “strozzata” dal sovraindebitamento. Per riuscire a salvarla, decide di chiedere consiglio e aiuto al collega Stéphane, con il quale inizia una vera e propria battaglia legale contro le derive del credito al consumo. Alla quale si aggiunge un altro tipo di lotta, quella al tumore che lascia a Claire pochi mesi di vita.
Così come per Welcome, Philippe Lioret torna ad affrontare un’importante tematica sociale attraverso il racconto di storie individuali. E, pur non perdendo mai di vista la vicenda giudiziaria, lascia che sia l’incontro tra Claire eStéphane e l’evoluzione del loro legame a guidare la storia. Ciò che colpisce di questo film è proprio l’umanità che viene conferita ai due protagonisti, apparentemente due paladini della giustizia combattivi e incrollabili, in realtà due persone fragili e bisognose l’una dell’altro. Ciò che li lega è un sentimento ineffabile, che non è né amicizia né amore. Mai incorre nel tradimento dei rispettivi partner, eppure raggiunge un’intimità profonda ed esclusiva.
Con lo stesso equilibrio e la stessa attenzione Lioret disegna anche i co-protagonisti: Céline, una donna disperata ma umile, che rifiuta qualsiasi tipo di elemosina ma accoglie la solidarietà e l’aiuto di Claire; eChristophe, il marito di Claire, la cui tolleranza e generosità potrebbero facilmente essere scambiate per debolezza. Ed è la verità dei personaggi e l’immedesimazione che ciascuno, a suo modo, provoca nello spettatore a coinvolgere e tenere col fiato sospeso fino alla fine.
Tutti i nostri desideri è un film calibratissimo e molto composto, che non esplode in scene forti e memorabili, ma dove l’amore che pervade l’intera pellicola passa attraverso gli sguardi e i piccoli gesti. Quasi a dire che la società progredisce non grazie persone straordinarie ma a uomini e donne capaci di volersi bene – in senso letterale – e desiderare insieme.
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Il rapporto esclusivo e ineffabile che lega Claire e Stéphane e il modo delicato con cui Lioret lo racconta, dando umanità a due personaggi che avrebbero potuto assomigliare a dei “supereroi”
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Chi non ha dimestichezza con il linguaggio economico-giuridico potrebbe perdersi tra istituti di credito, tassi d’interesse, insolvenze e sovraindebitamenti, non riuscendo a cogliere e seguire tutti i dettagli della vicenda legale
Consigliato a chi
Ha amato Welcome e non disprezza il cinema sociale, specie quello capace di appassionare e coinvolgere grazie alla forza dei personaggi e non solo per via delle tematiche affrontate
Di Silvia Urban, da bestmovie.it

Philippe Lioret non è il Ken Loach francese. Guardando la sua filmografia si intuisce che il regista di Je vais bien, ne t’en fais pas, L’Equipier o ancora Mademoiselle, oltre che realizzare opere di denuncia sociale segue un’idea fissa: l’affermazione di una personalità di fronte a una situazione di urgenza. Anche in Tutti i nostri desideri, ispirato al romanzo “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère, Lioret punta la sua macchina da presa su un incontro forte e sbalorditivo tra due persone: Claire, un giovane madre e giudice del tribunale di Lione che ha appena scoperto di avere un cancro al cervello e Stéphane, un magistrato veterano e disincantato. 
Come in Welcome, precedente film del regista francese di denuncia sui diritti dei clandestini, Tutti i nostri desideri nasce da una riflessione sociale (e rara al cinema) sul meccanismo del sovraindebitamento, l’ipocrisia delle società di credito e la complicità della giustizia. Partendo da questi temi, la penna sensibile di Lioretintesse (a quattro mani con Emmanul Courcol che nel film appare in un cameo nei panni del dottor Stroesser) la formidabile storia di amicizia tra Claire, interpretata da Marie Gillain, e Stéphane, l’intenso e carismaticoVincent Lindon (protagonista anche di Welcome). Quest’ultimo accompagna la donna nella sua ultima lotta giudiziaria contro l’irregolarità dei crediti al consumo che spingono migliaia di persone con redditi modesti nella trappola dei soldi facili. Trappola dove, spesso tentati dalla follia consumistica che stuzzica tutti noi e sedotti da queste offerte dubbie, i più vulnerabili si trovano presto schiacciati nell’ingranaggio dell’insolvenza e del sovraindebitamento. 
Ultima battaglia di Claire poiché la donna a causa della sua malattia che nasconde al fragile marito (Yannick Rénier), ha i giorni contati. E, come la protagonista dello struggente La mia vita senza me di Isabel Coixet, impara a vivere la vita attraverso la morte (senza però essere lugubre o preda della tentazione di “beatificarsi” come madre e martire destinata al sacrificio).
Philippe Lioret riesce a creare una situazione di urgenza e a farci empatizzare, grazie a un forte realismo e una messa in scena intimista e senza troppe fioriture (la fotografia e i movimenti di macchina sono funzionali alla storia), con questi due eroi del quotidiano.  
C’è da segnalare inoltre la naturalezza dei dialoghi, una buona caratterizzazione dei personaggi principali (a discapito purtroppo di quelli secondari) e una costruzione drammaturgia coinvolgente, anche se di qualche scena  (come l’uscita dall’ospedale di Claire per assistere, in fin di vita, a un match di rugby) avremo potuto fare a meno.
Tutti i nostri desideri è un film di qualità, pensato con intelligenza, interpretato da dei bravi attori con forza e convinzione e dove il discorso sul meccanismo perverso del credito meriterebbe un vero e proprio dibattito.
Di Barbara Destro, da comingsoon.it

Gli altri come li vediamo? E come percepiamo quelli che abbiamo accanto? E noi stessi, quanto sentiamo realmente quello che abbiamo dentro, quello che il nostro corpo davvero vorrebbe ma noi costantemente gli rifiutiamo, per mille inperscrutabili ragioni o razionalizzazioni? E come catturarequegli attimi per portarseli via per sempre? Cosa sono quelle cose sottili, quasi scie invisibili che improvvisamente ci legano a qualcuno, anche se prima era un perfetto sconosciuto? E quello che costruiamo giorno per giorno, a chi appartiene? Possiamo veramente imparare ad immaginare un “mondo senza di noi”?
 Queste e altre mille domande sfrecciano dal cuore palpitante di un film che lascia scorrere la vita, eppure non la lascia andare. Perché possiamo sempre decidere che cosa farne, anche di quei pochi attimi che ci separano dal non esserci (più).  Per questo Claire (Marie Gillain) non può accettare il terribile responso del male incurabile che l’ha colpita, o almeno non può accettare quelle che sono le procedure sociali della “morte dolce”, chiusa per settimane o mesi in un letto di ospedale a massacrarsi di raggi e chimica, solo per rallentare di poco un processo inevitabile. Ma lei non può, non vuole. Nel suo ruolo di magistrato, mamma, moglie e, anche, amica della madre della figlia caduta in disgrazia con i creditori, non può mollare. E tiene il male tutto per sé, continuando a combattere giornalmente per una giustizia meno asettica e impermeabile alla “condizione umana”.
 Gestisce la famiglia, il lavoro, e una battaglia “politica” nella quale trova però un valido alleato, Stephane (Vincent Lindon, fantastico attore feticcio di Lioret), anche lui magistrato con ideali giovanili messi ormai da parte, ma che nella rabbia e determinazione di Claire riconosce alcuni tratti del suo DNA ribelle di vent’anni prima, che ora decide di rimettere in gioco. Anche perché la collaborazione professionale con Claire funziona, e insieme riescono dove da soli non arriverebbero. E la battaglia legale per salvare l’amica Celine dagli Istituti di Credito diventa una vera a propria ragione di vita e di morte. Già perché nel frattempo il male di Claire peggiora, e fa sempre più fatica a nasconderlo, mascherarlo. E mentre cerca di organizzare “la vita senza di lei”, aiutando Celine e integrandola nella sua famiglia, con i figli delle due donne che diventano quasi dei fratelli, deve comunque sottostare alle visite settimanali in ospedale, almeno per farsi prescrivere antidolorifici efficaci. All’inizio è il caso (Stephane deve portare una scrivania al figlio che vive proprio vicino all’ospedale) poi diventa quasi un abitudine: Stephane accompagna Claire con la sua auto. E proprio in uno di questi viaggi che Claire chiede una deviazione improvvisa, sfiorando l’incidente, per portare Stephane nei luoghi dell’infanzia, in quel lago dove lei e la sorella ebbero entrambe l’esperienza del “primo bacio”. E tra un ricordo e l’altro il desiderio improvviso di un bagno nel lago. Lei si getta, è un impulso. Stephane prima rifiuta ma poi, pur riluttante, si tuffa anche lui. L’acqua è gelida ed è dura arrivare fino al pontile. Claire è stremata, dal freddo e dalla fatica e, per un attimo, è felice. Ma, nella nuotata per tornare a riva, il suo corpo cede. Fortunatamente Stephane è lì, a proteggerla e aiutarla. Ma non per sempre…
 Toutes nous envies è un film sulla natura dei nostri desideri, sui luoghi imprevisti e meravigliosi dove, a volte, essi si nascondono. E di come degli eventi straordinari, a volte, riescono a ricollocarli nella nostra vita, fuori dalle maledizioni e dall’autolesionismo in cui spesso, gli umani, si rinchiudono. Cosa conta di più nella vita, infine? I sogni? Lottare per qualcosa in cui si crede? O godersi lo spettacolo di una partita di rugby o magari un bel bagno nell’acqua ghiacciata di un piccolo lago? Tutto. E anche quel cane promesso ai tuoi figli, e quella mano pudica e complice che ti stringe un “quasi sconosciuto” con il quale ti dai ancore del “lei”, sul tuo letto d’ospedale. Siamo fatti di sguardi, di sogni, contatti, desideri. Nessuna di queste benedette cose implica il possederle. Le cose che più contano, alla fine, non si hanno, si vivono. Come le persone. E lo sguardo dolce e ambiguo di Loiret, ci regala l’ennesimo piccolo, piccolissimo capolavoro di un regista che, ormai ci è chiaro, riesce a illuminare col cuore ogni storia. E come sempre, solo nelle storie di morte possiamo vedere, davvero, l’amore…
Di Federico Chiacchiari, da sentieriselvaggi.it

Philippe Lioret narra con grande intensità una storia semplice ma di grande impatto, intrecciando alle vicende personali di Claire e Stéphane una tematica sociale di scottante attualità: il sovra indebitamento dell’uomo qualunque, che si carica di piccoli prestiti per sanarne altri già presi, facendo il gioco di istituti di credito senza scrupoli che, allettando il debitore con facili scappatoie, lo mettono poi al muro quando meno se lo aspetta, esigendo l’immediata restituzione del denaro.
Al regista va reso il merito di aver affrontato il problema con garbo ed equilibrio, mostrando anche la facilità con cui molte persone si indebitano coscientemente per soddisfare esigenze frivole, dettate dal desiderio di rispecchiarsi in uno status symbol consumistico, immagine di un benessere utopico che non tutti possono permettersi.
Claire è un giovane magistrato di Lione che scopre d’avere un male incurabile che le lascia poco tempo da vivere. Con grande coraggio e determinazione affronta questo doloroso evento da sola, temendo di far soffrire troppo i familiari che tanto ama, per i quali arriva addirittura a immaginare di prepararli ad una ‘non solitudine’ per il ‘dopo’.
Più che mai risoluta a risolvere una delle ultime cause cui ha presieduto, quella di un ente di credito che esige pagamenti impossibili da una giovane donna sovra indebitata suo malgrado, coinvolge nella battaglia Stéphane, un giudice esperto ma disincantato, che comprende l’impeto giovanile e idealista della donna, ma solo in seguito ne sposa la causa.
Tra i due nasce un’intesa che supera la collaborazione lavorativa, per sfociare in un sentimento limpido e profondo, che riempie d’affetto le giornate di Claire.
Le immagini scorrono sullo schermo a ritmo serrato, ed il realismo è tale da far dimenticare allo spettatore la finzione filmica per rimanere, più che coinvolto dalle vicende, quasi inserito in esse, come osservatore invisibile.
Uno strepitoso Vincent Lindon, incarna alla perfezione il personaggio di Stéphane, quasi cucitogli addosso da Lioret, alla seconda collaborazione con l’attore dopo il bellissimo “Welcome”.
La giovane Marie Gillan dà a Claire quella freschezza e quella dolcezza che non possono che renderla indimenticabile.
“Tutti i nostri desideri”, prende spunto dalla pubblicità ingannevole con la quale un’agenzia di credito istigava la clientela a richiedere dei piccoli prestiti, ma è anche metafora di tutti i sogni che Claire non riuscirà mai a realizzare.
Il film di Lioret va dritto al cuore, all’anima, alla mente, come solo la grande arte sa fare, creando emozioni che ci accompagnano e difficilmente riusciremo a dimenticare.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

“Il credito è il consumo, e il consumo è il sistema”. Con queste parole l’avvocato dell’accusa – rappresentante di una banca – si rivolge al giudice Stéphane, interpretato da VincentLindon, difensore di Cèline, una giovane donna madre di due figli che non è in grado di onorare il debito contratto con la banca. Stéphane fa notare al giudice che il contratto, recante la scritta ‘cedete a tutti i desideri’ è ingannevole poiché nasconde al cliente il reale ammontare degli interessi che, una volta sottoscritto il prestito, dovrà corrispondere.
Ecco l’imperativo consumistico che ha condotto l’economia globale alla crisi attuale: cedere a tutti i desideri, anche quando non ce lo potremmo permettere. Fa niente, si compra a rate, si fanno i debiti; del resto è sui debiti che si fonda la finanza mondiale, a cominciare dai debiti sovrani degli Stati. “Ha idea di quanto incide il credito al consumo in questo Paese? Centotrenta miliardi di euro – continua il giudice che difende la banca – O forse lei preferisce un mondo senza frigoriferi, lavatrici, televisori…” “No, solo un mondo dove non è tutto permesso”, risponde Stéphane.
In questa battuta c’è tutta la vicenda, liberamente ispirata al romanzo ‘Vite che non sono la mia’ di Emmanuelle Carrère, pubblicato in Italia da Einaudi e portata sul grande schermo daPhilippe Lioret, che si fece conoscere nel 2009 con l’intenso ‘Welcome’, altra storia in cui le tematiche sociali risultano prevalenti. I desideri che non è permesso raggiungere, non riguardano esclusivamente la dimensione materiale: ci sono le difficoltà economiche diCèline, ma c’è anche il sentimento di amore, corrisposto, del giudice Stéphane nei confronti del giudice Claire, e la voglia di vivere di Claire, malata di cancro al cervello. Ebbene, tuttiquesti desideri non sono permessi. Non si possono comprare. Perché Claire è felicemente sposata con il padre dei suoi bambini, e perché il tipo di cancro che l’ha colpita non lascia scampo.
Chissà, forse questa bramosia di possesso della società consumistica è proprio un modo per illudersi di potere avere tutto, a cominciare dalla casa – che risponde ad un bisogno atavico di sicurezza – fino agli oggetti di consumo senza i quali non ci si sente come gli altri. Ecco dunque che la madre di Claire sente il bisogno di comprare un televisore digitale ultrapiatto “perché ce l’hanno tutti”. Non cunsumare, non fare le cose che fanno gli altri, può significare anche sentirsi emarginati; per questo Claire offre dodici euro all’amica della suafiglioletta, così povera da non disporre di questa piccola cifra per la gita di classe. Claire non avrebbe potuto immaginare che, di lì a poco, si sarebbe ritrovata la madre di quella bambina dinanzi a sé in tribunale.
Il giudice Claire, difronte all’imputato Cèline, cerca di mantenere un contegno professionale, ma è l’ingenua Cèline a lasciar intendere alla corte di conoscere Claire. Perciò il caso, una volta tolto a Claire ritenuta potenzialmente imparziale, passa a Stéphane, un giudice navigato convinto che la povera Cèline sarà costretta a pagare il debito con la banca, nonostante il temporaneo rinvio dell’udienza. 
Ma la determinazione di Claire, per nulla fiaccata dalla malattia, risulta fondamentale nel convincere Stéphane a non arrendersi. Con l’intensificarsi dello scambio professionale, fraClaire e Stéphane cresce anche la stima, che si trasforma in affetto, quindi in amore. E il frutto di quell’amore è il ragionamento con il quale la banca viene inchiodata alle sue responsabilità, facendo del caso di Cèline un prezioso precedente giurisprudenziale in favore di tutte le persone nella sua situazione.
La crisi economica e il cancro rappresentano tematiche forti, probabilmente poco attraenti in un momento storico come quello che stiamo vivendo. Eppure ‘Tutti i nostri desideri’ è un film pieno di amore e di speranza. Un film emozionante, caldo, una vicenda in cui i rapporti di fiducia e di affetto sono trattati in maniera per nulla ammiccante o retorica. In Francia il film ha avuto la sfortuna di uscire nello stesso periodo del più conciliante ‘Quasi amici’, il caso dell’anno nei cinema di Oltralpe. Vediamo come sarà accolto in Italia il film di Loiret, dove il bisogno di leggerezza è sicuramente forte, insieme a quello di una prospettiva.
‘Tutti i nostri desideri’ – è bene ribadirlo –, parla proprio di questo: pur nelle enormi difficoltà che colpiscono le due donne protagoniste, l’una in ambito economico, l’altra sul piano della salute, alla fine si trova un compromesso; la vita riprende e si va avanti, anche se non tutti i loro desideri possono trovare realizzazione. Del resto, è sempre stato così, prima che il modello capitalistico, con la promessa dell’eterna crescita e dell’eterna produzione di beni di consumo, ci illudesse di poter soddisfare tutti i nostri desideri. 
Di Fabrizio Buratto, da lindro.it

Giovane magistrato del tribunale di Lione, Claire, si trova a dover giudicare Celine ‘braccata’ dai creditori. Il giudice conosce questa donna perché i loro figli frequentano la stessa scuola. Celine è rimasta intrappolata nelle grinfie di una finanziaria che grazie a clausole vessatorie miete vittime tra i consumatori. Mentre decide di intraprendere una crociata contro queste società di credito, Claire scopre di essere malata di tumore al cervello, ma non dice nulla al marito per non turbare la serenità familiare. In seguito, incontra il collega Stephane che della lotta contro i colossi della finanza che ‘strozzano’ i clienti ne ha fatto la ragione unica della sua professione. E insieme iniziano un percorso che fonde spirito di ribellione e voglia di rimanere attaccati alla vita.
Nel 2009, Welcome la storia del coraggioso giovanotto curdo che per amore voleva attraversare la Manica a nuoto, ci aveva sorpreso. Sì perché il regista e sceneggiatore francese Philippe Lioret ha il merito di riuscire a raccontare tante storie in una. E con una leggerezza narrativa che sa essere profonda solo quando occorre. Nella pellicola di tre anni fa, c’era dentro la questione dell’immigrazione clandestina e del trattamento che la società transalpina riserva agli extracomunitari, che incontrava e fondeva la sua essenza nei patemi di un marito separato ma segretamente ancora molto innamorato della moglie e desideroso di riconquistarla. In Tutti i nostri desideri c’è dentro il mondo. E brucia come il sale su una ferita fresca, la questione delle società di credito al consumo che giocano con i desideri inesauditi della povera gente. Celine è sovraindebitata senza saper neanche come. O meglio, lo sa bene come, ma quando se n’è accorta, di quella miserabile noticina in corpo minuscolo, lì sul retro del suo contratto, era troppo tardi. 
Eppoi c’è Claire, moglie, mamma e magistrato felice che vede materializzarsi al banco degli imputati quella mamma che ha sempre incontrato nella scuola dei suoi figli. Lei che ha appena avuto i risultati di quella risonanza magnetica: tumore al cervello. E che decide di nasconderli alla famiglia per non turbare l’ordine prestabilito della loro felicità. Nella vita sconvolta di Claire entra Stephane, il collega che lotta da sempre contro gli abusi del credito a consumo. Partono i due. Hanno un obiettivo comune, professionale e personale. Lui l’accompagnerà nella sua probabile ultima battaglia legale, ma anche della vita. Il melò entra prepotentemente nel rapporto di amore-amicizia che nasce tra i due, e in quell’affetto immenso che Claire nutre verso la famiglia, i suoi figli e il marito Cristophe che crede fragile e vuole tenere all’oscuro del cancro irreversibile che l’ha colpita. Sì, perché ha paura che l’uomo non possa reggere a un dramma così forte. A culminare una storia struggente a un tempo, ma anche vigorosa e deflagrante, c’è l’eccellente interpretazione diVincent Lindon (Stephane) e Marie Gillain (Claire). Tutti i nostri desideri è una pellicola intelligente che offre spunti di riflessione sociali ed emozionali, frutto di quel certo buon cinema francese che (quasi) mai manca di stupirci.
Di Maria Pia De Rango, da film-review.it

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