TO ROME WITH LOVE


Quattro storie differenti seguono il loro comico ed esilarante corso attraverso i vicoli di Roma. Amore, sì, ma sopratutto nei confronti della città eterna, la quale grazie al suo spirito unico e decisamente magico non può fare a meno di influenzare coloro che la vivono e che la respirano, che sia da qualche giorno o da una vita intera.
Interamente girato nella nostra capitale, amata da Allen per il suo irripetibile mix di metropolitano e mediterraneo allo stesso tempo, To Rome with Loveè una pellicola che brilla di luci differenti e sempre brillanti. Cerchiamo di farci strada attraverso i diversi intrecci di questa divertente, ritmatissima e complessa pellicola alleniana, ricca di situazioni e personaggi. Da una parte abbiamo Leopoldo/Benigni (un’ottima recitazione la sua, capace di trasmettere la disperazione di questa figura tragicomica) che di punto in bianco sperimenta i privilegi della celebrità senza alcun merito: lui è “famoso per essere famoso”, come gli verrà spiegato in una sosta della sua interminabile fuga dai paparazzi.
Forte è la critica nei confronti della futilità delle domande che è solita fare buona parte dei giornalisti. Contrapposto all’insensato successo di Leopoldo c’è invece Armiliato/Giancarlo con la sua magnifica voce, il quale però riesce a cantare da dio solamente in un momento piuttosto “privato” (questione che darà adito ad alcuni tra i momenti più esilaranti e comici del film). Il talento dunque c’è, ma spesso è invisibile e lontanissimo da una meritata celebrità: chi si accorge di questo talento, ovvero Jerry/Allen impresario d’opera neo-pensionato, rischia addirittura di passare per pazzo o fissato…
Per quanto riguarda gli italiani, la coppietta Mastronardi/Milly eTiberi/Antonio si troverà spiazzata (e spezzata) dal loro arrivo nella grande città fino a disperdersi e a vivere una serie di nuove esperienze che forse daranno loro una maggiore consapevolezza e sicurezza in loro stessi e nella loro storia. Forse questa potrà sembrare la storia più critica nei confronti della tipica ipocrisia italiana del moralistico “casa e chiesa” di facciata e nel privato fior fior di escort (qui con la sensualità della prostituta di alto bordo Penelope Cruz/Anna), ma bisogna ammettere che nemmeno gli americani rappresentati da Allen sono perfetti. Eisenberg/Jack infatti va in crisi a causa dell’affascinante nevrotica Monica/Page, una giovane attrice dalla personalità esibizionista e un po’ ninfomane: il tutto condito dalle sagaci battute di Baldwin/John che ci tiene ad esternare la sua esperienza (o forse il suo stesso ricordo romano?).
Gli attori internazionali si dimostrano, come era prevedibile, eccellenti: l’incredibile invece è quanto gli attori italiani, persino quelli che in altri contesti risultano meno capaci, in questo film siano ottimamente diretti: dai protagonisti ai cameo dei più o meno famosi fanno tutti la loro figura. Per quanto riguarda lo stile, la regia di Allen è come al solito di grande eleganza e priva di piani stretti superflui: anche delle tanto criticate “cartoline turistiche” c’è davvero poco o nulla e quel poco che c’è, quando c’è, è giustificato dalla narrazione (es. la Mastronardi che si perde; Eisenberg che fa da Cicerone alla Page appena arrivata).
Anche le musiche non risultano né smaccatamente tipiche né clichetiche: predomina, ad esempio, per le situazioni più comiche il buffo tema di “Amada mia, amore mio”. La fotografia di Khondji è poi perfetta e capace di alternare i magnifici toni ambrati delle storie “americane” a quelli più freddi della storia con Benigni. I dialoghi sono frizzanti, la scrittura è densissima di idee e di spunti originali. Felliniane apertura e chiusura del film. L’unica vera pecca della brillante commedia è che tutta la scoppiettante galleria di situazioni e personaggi ogni tanto sembra quasi starci stretta in quei novanta minuti: vorresti che il film continuasse ancora!
Di Emerald_Forest , da storiadeifilm.it

Fresco di Oscar per il suo penultimo e romanticoMidnight in Paris, Woody Allen torna a distanza di pochi mesi nelle nostre sale con un film che, tra l’altro, ci riguarda un po’ più da vicino. Sì perché nel suo lungo peregrinare attraverso il Vecchio Continente, l’autore newyorkese non poteva certo farsi sfuggire un luogo come la Città Eterna. Quella Roma che non ha certo bisogno di film per manifestare la propria magnificenza, ma che comunque si è sempre trovata più che suo agio tra le mura cinematografiche.
To Rome with Love parte da questa sognante visione, quella di una città che vive e si lascia vivere da una miriade di storie. Alcune tra le meno edificanti le conosciamo, è vero, ma Allen intende raccontare quelle di cui pochi sono al corrente, perché non fanno notizia – e, per una volta, neanche danno. Quattro episodi, totalmente slegati tra loro, che si svolgono in quelle strade senza tempo della Capitale.
Un avvicendarsi di eventi non di rado grotteschi, quasi sempre contorti, così come Allen ci ha abituato. E a questo punto sì, è bene dirlo, visto che ci siamo esposti così tanto. Meglio premetterlo, cosicché chi vorrà procedere non si sentirà in alcun modo tradito alla lunga. Quale che sia stata la grancassa suonata in questi giorni immediatamente successivi all’anteprima, To Rome with Love non è un film di Woody Allen solo per denominazione, ma per appartenenza. Leggete per credere!
Sulla falsa riga di questo nostro exploit di sincerità, dobbiamo anche ammettere di esserci estraniati dalle legittime e comprensibili chiacchiere scaturite a seguito della primissima visione del film. Una carriera così prolifica e quindi densa sia di alti che di bassi, presta il fianco a commenti dettati talvolta da una frettolosa ed aprioristica presa di posizione che noi facciamo fatica a condividere, e a 360 gradi. Come sempre alla vigilia di una pellicola di Allen, sappiamo già che ci saranno i delusi e ci saranno gli entusiasti. La differenza rispetto ad altri registi è che entrambe queste due emozioni tendono a prevalere sull’altra troppo marcatamente. Nessuna sfumatura, nessun compromesso.
E allora diciamolo pure che la visione di To Rome with Love si è rivelata senza dubbio alcuno gradevole. La poetica di Allen è lì, così come il suo humor ricercato e le sue fisime legate ai più svariati aspetti dell’esistenza umana. Certi episodi risultano talmente improponibili da essere quasi credibili, tra un’uscita sagace e l’altra. E’ un tenore diverso quello che si riscontra in questa pellicola rispetto a quella precedente del regista americano, quel Midnight in Paris che partiva di suo con un’idea indiscutibilmente più brillante e che faceva leva su certi temi cari al proprio autore in maniera effettivamente diversa.
Qui non c’è la magia di uno straniero che si perde per le strade della città finendo per sconfinare addirittura in un’altra epoca, né si avverte quella piacevole sensazione da “centro del mondo” per via di certi apparentemente fortuiti incontri. Qui la narrazione vola leggermente più basso, tanto da poggiare non su una bensì su quattro storie. Tra chi diventa celebre per quel che mangia a colazione e chi invece viene messo a dura prova nel proprio rapporto di coppia, l’impressione che si vuole dare è che davvero per quelle vie calpestate come poche al mondo possa succedere di tutto.
Tuttavia è una Roma spiccatamente artificiale quella ricostruita da Allen, non a livello visivo quanto a livello di dinamiche. La Roma che ci viene mostrata probabilmente non esiste e se è esistita appartiene ad un passato che non abbiamo modo di ricordare. La scelta dei costumi, in tal senso, si dimostra rivelatrice più di altri elementi. Tutti gli attori italiani che partecipano al cast in qualità di protagonisti sembrano usciti da uno di quei film neorealisti che davvero sembrano provenire da un altro pianeta al giorno d’oggi. La coppia di campagna (Alessandro Tiberi ed Alessandra Mastronardi) che evade da Pordenone in cerca di fortuna nella Capitale; la goffa e sin troppo tipica famiglia Pisanello (quella di Roberto Begnini) che ricorda, seppur vagamente, quella del ragionier Fantozzi, più per la sua caricaturale innocenza che altro; l’attore provolone (Antonio Albanese), volgare quanto esuberante con le donne, che si avvale del proprio blasone per far bassamente colpo sulla malcapitata di turno; ed infine, un modello su cui si è calcato meno la mano, ma che rientra tra quelli standard di certe nostre commedie (talvolta, per l’appunto, all’italiana), ossia il serio e posato attivista con tendenze sinistrorse (Flavio Parenti).
A noi, cui piace dirci di conoscerci, certi personaggi appaiono sin troppo stilizzati quasi per riflesso condizionato. Evidentemente Allen si è avvalso di quanto ha appreso da quelle vecchie pellicole che eppure hanno fatto la storia del nostro Cinema, rielaborandole alla bisogna al fine di calarle nel contesto da lui voluto. All’estero, forse, una simile mossa potrebbe avere più fortuna rispetto a quanto non avrà quasi sicuramente dalle nostre parti… ma mai dire mai.
Archiviato questo senso di déjà vu, un po’ stonato ad essere sinceri, pochi sono gli appunti che si possono rinfacciare. To Rome with Love gioca sull’equivoco e lo fa con uno stile che certamente verrà apprezzato dai fan di Allen, ma che stavolta potrebbe rientrare anche nelle corde dei meno appassionati della sua specifica prosa. E’ vero, talvolta mancano quei lunghi dialoghi incalzanti, dove non hai il tempo di riprenderti da una battuta che subito te ne viene sparata in faccia un’altra di portata più alta.
Peraltro, già sappiamo che si accenderà una diatriba tra quale episodio risulti il più riuscito, e pur senza voler entrare nel merito, decretiamo sin da ora che il nostro maggior gradimento è andato a quello in cui sono coinvolti Alec Baldwin, Jesse Eisenberg, Greta Gerwig ed Ellen Page. Oltre a rappresentare in maniera più fedele la tipica, torbida ma comunque leggera vicenda (leggasi liaison a tre) alleniana, è anche la più registicamente elegante, con il jolly Baldwin ad interpretare un ruolo in cui lo stesso Allen non avrebbe sfigurato affatto – anzi, quest’ultimo, letteralmente, parla per bocca di Baldwin più che per bocca di tutti gli altri.
Esilarante anche la traversia che coinvolge proprio lo stesso regista, padre di una figlia prossima alle nozze e pensionato frustrato da una carriera di meravigliosi insuccessi. Fino a quando non gli si presenta l’occasione di redimersi e… beh, lo scoprirete da voi: vi basti sapere che di mezzo ci sono delle casse da morto. E’ o non è più o meno in linea con quanto vi aspettereste da un suo film?
Ci spiace invece sottolineare come il meno incisivo ci sia sembrato colui che più di altri avrebbe dovuto portare in alto la “nostra bandiera”. Esatto, proprio Benigni. Manca quella sua verve esplosivamente farsesca, quasi la sua interpretazione fosse stata volutamente sedata da principio. Un Benigni a mezzo servizio, insomma, che poteva certamente essere “speso” meglio, perché non ci è parso affatto quello che abbiamo imparato a conoscere e, nel caso di alcuni o molti che siano, pure ad amare. Addolciamo però, se così si può dire, quanto appena evidenziato, rivolgendo un plauso virtuale a Leo Gullotta, per la prima volta in veste di doppiatore di Woody Allen. Più che buono il suo esordio, specie considerato l’ingrato compito che gli è toccato, ossia quello di sostituire il ben più familiare Oreste Lionello.
Insomma, tirando le somme non possiamo che dirci soddisfatti. Le riserve ci sono e ci pare di averle in qualche misura esposte. Mentiremmo se dicessimo di essere usciti dalla sala composti così come vi siamo entrati. Ciò per via di una lunga e sincera serie di risate che, in fin dei conti, dicono più di queste lunghe e meditate righe che ci avete onorato di leggere fino a questo punto.
Da cineblog.it

Per chiudere (almeno temporaneamente) il viaggio per l’Europa durato tre dei quattro film precedenti (lo spagnolo Vicky Cristina Barcelona, il londinese Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, il parigino Midnight in Paris), il genio di Woody Allen approda nella città eterna con To Rome With Love, un intreccio di storie e di sensazioni/emozioni che rileggono la grande capitale attraverso la sua anacronistica bellezza e la sua immaginaria perfezione. Un po’ in linea con quel fenomeno molto particolare secondo cui gli italo-americani emigrati in America nel secondo dopo guerra sono rimasti aggrappati a un dialetto oramai incomprensibile non comprendendo invece l’italiano corrente, così anche la cartolina romana di Woody Allen soffre e brilla della stessa contaminazione di un tempo andato (o forse mai esistito) che si è nutrito delle sensazioni apocrife che solo la nostalgia, la malia della cinematografia degli anni d’oro (Fellini, De Sica) e la proiezione straniera di una dolce vita italiana ha saputo generare. Ed è per questo motivo che pur nel suo crogiolarsi nei cliché e negli stereotipi di una Roma-Italia godereccia e volatile, To Rome With Love suscita nello spettatore una sorta di coinvolgimento al luogo comune che non accorderemmo a nessun altro regista. Un Decameron (e infatti il film avrebbe dovuto chiamarsi Bop Decameron) di ‘novelle’ che s’intessono sullo sfondo di una Roma color ocra in cui vive lo scontro tra l’immobilità senza tempo registrata dalla bellezza di monumenti e rovine e il caos frenetico di una nuova mondanità che sembra mal conciliarsi con la perfezione estetica di quel passato. Suddiviso in quattro episodi che non confluiscono mai nella stessa narrazione, To Rome With Love è un film più o meno riuscito in base agli occhi con i quali lo si guarda: discontinuo e non sempre organico a livello narrativo (ad esempio meno di Midnight in Paris), l’ultimo film diAllen brilla ciononostante nel suo essere un caleidoscopio di emozioni romane legate a un passato e a un presente mai esistiti (se non nella suggestione personale di un americano – decisamente speciale – a Roma).
A Roma per una vacanza estiva la giovane turista americana Hayley(Alison Pill) incontra e s’innamora – ricambiata – di Michelangelo (Flavio Parenti), avvocato dai radicati ideali sinistrorsi con padre beccamorto e madre casalinga. Poco dopo, allertati sulla serietà della liaison che potrebbe a breve trasformarsi in matrimonio, anche i genitori di Hayley sbarcano a Roma:Jerry (Woody Allen), regista d’opera in pensione e sua moglie Phyllis (Judy Davis), affermata psicanalista. L’incontro con i futuri suoceri del Belpaese farà scattare in Jerry la molla di un’idea che possa allontanare la minaccia della sua morte professionale (secondo la moglie Phyllis per Jerry la pensione è sinonimo di morte). Dopo aver infatti scoperto che Giancarlo (il padre di Michelangelo, interpretato dal tenore Fabio Armiliato) possiede sotto la doccia delle strabilianti doti di bel canto, Jerry si metterà in testa di lanciarlo nel mondo operistico come ‘tenore sotto la doccia’. 
Nel mentre, il famoso architetto John (Alec Baldwin) è in vacanza a Roma, città nella quale da giovane ha vissuto per diversi anni. Alla ricerca delle strade e delle memorie della giovinezza s’imbatterà in Jack (Jesse Eisemberg), aspirante architetto scombussolato dall’arrivo di Sally(Ellen Page) -attraente amica della sua ragazza Sally (Greta Gerwig)-, al quale farà da mentore e grillo parlante seguendo da vicino il lento cedere di Jack alle pulsioni e corruzioni della vita.
Sulle orme del film di Fellini Lo sceicco bianco, Antonio (Alessandro Tiberi) e Milly(Alessandra Mastronardi) sono due freschi sposini giunti a Roma da Pordenone per incontrare gli altolocati parenti di Antonio e valutare la possibilità di un trasferimento nella capitale. 
E mentre Milly, persasi per le vie di Roma in cerca di un parrucchiere, verrà sedotta dal savoir fare di un celebre attore (Antonio Albanese), Antonio si troverà per via di un malinteso a dover far passare per sua moglie la prorompente prostituta dei vip Penelope Cruz. Entrambi, alla fine, dovranno fare i conti con le malie della tentazione. 
Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni), invece, è il prototipo dell’uomo comune con un lavoro mediocre, una famiglia normale e pochi grilli per la testa. Ma un bel giorno la sua normalissima vita viene travolta dal caos della popolarità e del successo. ‘Famoso per esser famoso’ gli spiegheranno in seguito quando lui finirà per domandarsi come sia possibile che schiere di tg e giornalisti facciano a botte per sapere cosa consumi a colazione o se preferisca i boxer agli slip. Il soffio casuale del successo, tra serate mondane e viavai di donne, scuoterà la sua vita come una foglia al vento per poi, infine, riportarlo alla solitudine della sua ritrovata anonimità.
Negli oltre quaranta film (in poco più di trent’anni di carriera) Woody Allen ha navigato in lungo e in largo attraverso i disordini della vita e le idiosincrasie umane senza mai perdere la geniale capacità di assestare il colpo con la battuta, sviscerare la depressione umana attraverso una risata nevrotica e liberatoria. InTo Rome With Love gli alti e bassi della sua verve artistica si fondono in maniera esemplare, dando vita a una commedia per certi versi sgangherata il cui ritmo è ciononostante sostenuto e trascinato dalla presenza del genioAllen, capace di elargire ritmo e divertimento in maniera tanto apparentemente disordinata quanto funzionale (anche grazie al colore conferito da una variegata rosa di attori di spicco). D’altronde Allen è tutto fuorché unminus habens. E infatti in questo film a episodi la sensazione di decentratura (specialmente nell’episodio degli sposini) e l’eccessivo didascalismo autoreferenziale (in particolare sul personaggio di Benigni) sono solo parte di un contenitore d’intrattenimento molto più vasto che vagando per le magiche vie trasteverine o per gli scorci mozzafiato di una Roma giallognola, mischia l’inadeguatezza dell’uomo comune al richiamo del successo, i valori semplici ai pericoli della seduzione, le paure, i sogni e le nostalgie dell’uomo in generale. Un calderone di stimoli e schizzi che questa volta sono imbevuti di un’italianità che mischia fino a rendere inscindibili tutti i suoi connotati più illustri o grotteschi (la cultura, l’arte, la musica, l’opera, la cinematografia ma anche il sensazionalismo, il gossip, le escort, gli stereotipi sociali). Ed è dunque impossibile scindere in questo film ciò che funziona da ciò che non funziona perché si tratta di un flusso di coscienza personale applicato a una cultura e a una città. E il fatto che il flusso in questione sia quello di Woody Allen rende il risultato della partita molto più opinabile delle singole carte in gioco. L’amore di Allen per il suo mestiere e la diffusa umiltà nel voler restare ancorato al suo ruolo di intrattenitore, uniti a una vis comica che pur quando discontinua lascia sempre il segno (“Se sei in contatto con Freud fatti ridare i soldi” dirà Jerry alla moglie in risposta a una delle tante pillole psicanalitiche da questa elargite), eleva la vaporosità di To Rome With Love a un film assolutamente godibile e che ogni tanto s’illumina grazie a delle piccole ma folgoranti perle alleniane, come il coniare situazioni o termini genialmente capaci di descrivere lo smarrimento umano (la Malinconia di Melpomene).
Woody Allen a Roma è l’ultima declinazione del genio comico in un contesto romano che ci è più che mai estraneo e familiare. Nel rappresentare un carosello di personaggi raccontati in situazioni quasi kafkiane e paradossali, Allen sfrutta l’atemporalità di Roma per innervare il film di emozioni, sensazioni, pregiudizi (bonari) infarcendo il tutto con il suo citazionismo colto e la dirompente ironia. Ed è così che il sacro incontra il profano come I pagliacci di Ruggero Leoncavallo vengono sdoganati dal loro lirismo grazie a un comune tenore da doccia mentre la Julie di Strindberg accorre a spiegare la banalità di un ‘raggiro’ sentimentale. Molti additeranno il lavoro di superficialità e abbondanza di stereotipi, e non possiamo dar loro torto. Eppure, sebbene non il miglior Allen di sempre, To Rome With Love è alla fine un film che svolge egregiamente il ruolo di cui è investito, perché il suo fine ultimo non vuole essere la radiografia sociale della nostra Italia ma uno spassionato omaggio a una cultura talmente strabordante di suggestioni da suscitare un’opera così multiforme da essere quasi inclassificabile. Comunque una cartolina d’amore, che da Woody Allen non possiamo non accettare.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Roma seduce, stupisce e disorienta. Lo sa bene Ippolito Pisaniello che, dopo una vita di completo anonimato, si sveglia improvvisamente perseguitato dai media. Lo stesso stupore un po’ impaurito lo prova la dolce Milly, completamente persa tra le vie della città in balia dei suoi sogni romantici, diventanti realtà grazie all’incontro con l’attore Luca Salta. Ma tra i sette colli non è tutto oro ciò che riluce. Così Anna, una escort generosa e vitale, si trasforma in moglie per un giorno, mentre l’amore travolgente del giovane Jack per Monica altro non è che il capriccio di una presunta attrice annoiata. L’unico che sembra non lasciarsi incantare da questi inganni è Jerry, tanto preso dalla sua depressione post-pensione da combattere per realizzare l’ennesimo discutibile progetto culturale della sua carriera, questa volta assolutamente made in Italy. 
Il rapporto d’amore tra la città eterna e il cinema americano ha origini lontane. Da quando William Wyler ha avuto la geniale illuminazione d’immortalareGregory Peck e Audrey Hepburn in sella ad una Vespa durante le loro Vacanze Romane, la città ha acquistato agli occhi dei registi d’oltreoceano un fascino romantico capace di trasformarla in un vero e proprio set a cielo aperto. Un’attività che ha dato la luce a commedie rosa come Tre soldi nella fontana di Jean Negulesco (Come sposare un milionario, Papà Gambalunga), ma che ha anche condannatoRoma e i suoi abitanti a una serie di luoghi comuni ormai non più rintracciabili nella realtà quotidiana. Così, tra stornelli e conquistatori dal fascino latino, si è arrivati con fatica e un pizzico di timore fino all’esperimento di Woody Allen che, pur non rinunciando completamente alle forme tradizionali del passato, con To Rome with Love riesce a consegnare una visione personale non tanto del luogo, quanto dell’incanto esercitato su chi gli si avvicina. Un risultato ottenuto grazie a una sovrapposizione di stili e atmosfere diverse, che hanno fuso la tradizione del grande cinema italiano con l’ironia sempre acuta e irriverente di Allen. In questo modo il regista newyorkese affida l’anima locale a un vigile d’ispirazione “sordiana” e a un attore un po’ “vitellone”, mentre dall’altra parte dell’oceano rintraccia simbolicamente lo storico personaggio di Isaac Davis per portarlo lontano da Manhattan e metterlo a confronto con la placida indifferenza di una città estranea. All’età di settantasette anni, però, Woody non è più Harry a pezzi e, nonostante rimanga intatta la forza travolgente della sua comicità, sembra aver raggiunto un compromesso con la propria natura ansiolitica e l’attrazione per la psicoanalisi.
Così, attraverso l’interpretazione di Jerry, arrivato a Roma per “benedire” il legame della figlia con un italiano, mette fine ai lunghi anni di amicizia con Freud tanto da volergli chiedere il risarcimento per l’inutile terapia, ma non rinuncia al piacere di rappresentare l’elemento disturbante, lo straniero che per paura di cedere all’invecchiamento e alla morte, tutto smitizza e ridimensiona fino a mettere in scena un’improbabile versione de I Pagliacci nella sacralità de La Scala. Ed è sempre con il punto di vista dell’estraneo che continua il suo percorso grazie alla presenza di altri personaggi. Che sia uno studente americano d’architettura sedotto e abbandonato o una coppia di sposi arrivati direttamente dalla provincia con troppe speranze, Allen non cambia prospettiva ma lascia che il destino di ognuno venga sconvolto dalla natura incomprensibile e caotica di un luogo che accomuna, senza alcun problema, bellezza e miseria umana. Perché oltre le panoramiche su Piazza del Popolo e Trinità dei Monti, che sembrano cedere forse un po’ troppo alla “propaganda” turistica, il regista posa uno sguardo totalmente privo di giudizio sulle nuove ossessioni della nostra società, mettendo in evidenza il desiderio di fama a tutti i costi, il fenomeno delle escort e un giornalismo superficiale. Ed è in questa prospettiva che Roberto Benigni e Penelope Cruz hanno il compito di rappresentare la spaesata tenerezza dell’uomo qualunque travolto dall’attenzione del mondo e la sgargiante spontaneità del peccato. Due figure fuori da qualsiasi tranello retorico che la città accoglie, punisce e protegge perché Roma, culla della civiltà e delle sue rovine, è un luogo che illude ma, allo stesso tempo, tutti consola per i sogni infranti.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

C’è una parte del pubblico che già ha emesso la sua sentenza sul nuovo film di Woody Allen, vedendolo potrà facilmente confermare il suo pregiudizio. Sì, in To Rome with love ci sono musiche di mandolino, c’è un cantante lirico, ci sono le canzoni di Caruso e le strade di Trastevere, la Fontana di Trevi e Piazza Venezia. Allo stesso modo in cui in Vicky Cristina Barcelona c’era Paco De Lucia e le Ramblas o in Midnight in Paris i cafè parigini e la musica di fisarmonica.
Non si tratta di una patina da scansare o di elementi triti da non considerare, ma di diverse componenti che creano un’idea più grande, non tanto di città (Roma non è il mandolino, come non lo è l’Italia) ma di mood che Allen vuole creare e che non è solo pizza e spaghetti. Anzi non lo è per niente.
Si tratta dello stesso mood che si rispecchia nelle molte storie a intreccio che compongono il film. C’è l’impresario d’opera (Allen stesso) la cui figlia in vacanza a Roma si innamora del figlio di un proprietario di pompe funebri, il quale ha una voce formidabile ma solo sotto la doccia. C’è la coppietta impacciata che gli eventi separeranno per una giornata (uno con una prostituta, l’altra con un noto attore). C’è la giovane coppia americana (Jesse Eisenberg) che vive a Trastevere il cui equilibrio è scombussolato dall’arrivo di un’amica (Ellen Page). E l’uomo comune (Roberto Benigni) eletto a celebrità senza un motivo plausibile.
Tutto ha il tono che rimbalza con felicità tra intrecci da commedie italiane anni ’50 e dialoghi o situazioni alleniane.
La fusione tra un’idea italiana tradizionale di cinema (l’episodio con Alessandro Tiberi è a metà traLo sceicco bianco e una commedia all’italiana tra le più leggere) e una puramente alleniana (molto forte nell’episodio in cui egli stesso è protagonista) è la cifra del film e la sua audacia maggiore. Di certo delle molte opere alleniane dell’ultimo periodo, quelle dal trasferimento a Londra in poi, quelle della diaspora europea, To Rome with love è di gran lunga il più divertente e ispirato. Specie dalla seconda metà l’intreccio presta il fianco ad un umorismo dilagante vario ed eterogeneo. C’è quello slpastick di Benigni, quello classico verbale di Allen, quello di situazione del cantante lirico e quello più leggero dell’episodio in cui Alec Baldwin fa da controcanto immaginario (ma presente nella scena) delle turbe amorose di Jesse Eisenberg. Un vero classico senza tempo di Woody Allen.
Più in grande quello che To Rome with love aggiunge alla sconfinata filmografia del più prolifico tra gli autori in attività (e forse il più grande) è un nuovo capitolo a una fase che si potrebbe definire “storie & città”, in cui il regista usa personaggi e situazioni con il solo scopo di tenere sullo sfondo immense metropoli, luoghi la cui magnificenza è impossibile da racchiudere nello stretto spazio di un fotogramma ma che, come dice Owen Wilson in Midnight in Paris, sono animate da una bellezza che supera di gran lunga quella di qualsiasi altra opera d’arte.
La Roma di questo film inizia molto sul generico (i grandi monumenti, le piazze molto note) e lentamente si addentra nelle parti meno praticate, meno conosciute e meno viste: piccoli cortili, aree inesplorate dalla macchina da presa, luoghi reimmaginati. Ci sono una quantità impressionante di esterni diversi, un numero esorbitante di location, ognuna calibrata sul momento drammaturgico cui fa da sfondo e ognuna pronta a coccolare la sua scena.
Sarebbe stupido dire che Roma “è una protagonista del film”, la verità è che è il senso ultimo del film, l’oggetto immenso con il cui immaginario e con la cui estetica Allen gioca, a metà tra ripetizione di una mitologia già fissata da mille altri film (italiani) e rifondazione di un’estetica personale (pioggia, temporali, inquadrature con prospettive oblique, straordinari schiacciati ecc. ecc.).
Di Gabriele Niola , da badtaste.it

Come Rohmer con i suoi ‘racconti di primavera’ e ‘d’autunno’, Woody Allen continua la serie dei ‘racconti di città’, con Roma splendida figurante, dopo Parigi, Londra, Barcellona. Di ogni città Allen cerca di cogliere il genius loci, l’umore più profondo, quello che nutre l’atteggiamento della popolazione, e pertanto non pensate di trovare nessuna somiglianza tra questi film, a parte il tocco leggero del regista, ognuno legato alle sue personali impressioni e intuizioni che fanno girare in modo assolutamente originale la ineusaribile commedia umana. E se Parigi evoca le storie degli artisti che l’hanno resa ancora più grande, Roma, un pò come è successo a Scorsese, riverbera ancora, a distanza di cinquanta e più anni, il mood degli anni ’60. Nonostante il film sia ambientato ai nostri giorni, è come se il tempo cinematografico si fosse fermato a quel periodo. Si avverte un omaggio e un amore verso la commedia italiana degli anni d’oro. Oltre a qualche citazione più o meno diretta vedi il vigile di Piazza Venezia ed i pezzi musicali d’antan (la canzone Volare in apertura fa venire i brividi) sono le frequenti riprese degli angoli più belli della città a creare un effetto di leggero quanto piacevole straniamento. La commedia italiana si mescola con quella alleniana, con effetti spesso esilaranti, ed episodi che si sovrappongono in una rincorsa che tiene in sospeso fino alla fine, che è un peccato quando arriva.
Il film si compone di quattro episodi, uno dei quali, forse il migliore, interpretato dallo stesso Allen nel ruolo di un impresario di musica operistica in pensione, che assieme alla moglie è giunto a Roma per conoscere la famiglia del fidanzato romano della figlia. Un altro episodio accompagna una intensa quanto caotica giornata romana di una giovane coppietta (Alessandro Tiberi e Alessandra Mastronardi) proveniente da Pordenone che vorrebbe trasferirsi nella capitale. C’è poi un’altra coppia americana residente a Trastevere (Jesse Eisenberg) che verrà sconvolta dall’arrivo di un’amica (Ellen Page). Infine un uomo comunissimo (Roberto Benigni) si troverà improvvisamente e inspiegabilmente al centro dell’attenzione mediatica.
Di Piero Cinelli, da .primissima.it

In uscita il prossimo 20 Aprile ecco in anteprima la recensione di “To Rome with Love“, il nuovo film di Woody Allen. Dopo il suo ultimo capolavoro Midnight in Paris, con il quale ha ricevuto l’Oscar (migliore sceneggiatura originale) Allen sembra aver voglia di fare meglio, scegliendo una delle location più importanti e belle nel mondo del cinema e non: Roma, con quattro storie per raccontare la Capitale fuori dagli schemi di tutti i giorni che la ritraggono ai telegiornali. To Rome with love diventa così un film fatto da Woody Allen ma soprattutto di Woody Allen, impregnandolo di quel suo stile, che lo ha reso celebre.
La storia ci mette in contatto con un architetto americano molto noto che rivive la sua gioventù, un borghese romano qualunque che all’improvviso si trova ad essere la massima celebrità di Roma, una giovane coppia provinciale e un regista americano di Opera lirica che tenta di far salire sul palcoscenico un impresario di pompe funebri cantante.
 L’impressione non è certo quella d’essersi perso tra le strade della città eterna, ma addirittura riesce a renderla sua in quasi tutti gli aspetti: infatti per chi c’è stato almeno una volta a Roma, guardando il film noterà che quella ritratta non è uguale alla realtà, visivamente è quella, ma le dinamiche giornaliere abilmente dipinte non sono veritiere, magari lo fossero!
I personaggi sono semplici ma tanto reali da sembrarci quasi nostri amici di vita, troveremo i fidanzati di campagna (Alessandro Tiberi ed Alessandra Mastronardi) che dopo tanti ripensamenti scappano dalla loro Pordenone in cerca di quel pizzico di fortuna che è più propensa alla Capitale;  Un volgare ma tantomeno latin lover con le donne (Antonio Albanese), facendosi aiutare dal nome della sua famiglia farà di tutto per accalappiarsi la malcapitata di turno; La famiglia passaguai (quella di Roberto Benigni) che fa sicuramente da capolino alla comicità italiana anni 80-90. Bello anche il coinvolgimento dello stesso regista all’interno della pellicola, impersonando un padre pensionato di una figlia prossima alle nozze, demoralizzato da una vita vissuta con troppi insuccessi, fin quando non avrà l’occasione tanto ambita…
 Bravo, ma non brillante Roberto Benigni, manca la sua solita freschezza (ed eppure dovrebbe essere più felice dopo le dimissioni di Berlusconi!). Non tutti sanno che a doppiare Woody Allen nel movie è stato Leo Gullotta, desto lavoro nel sostituire il familiare Oreste Lionello.
Nonostante la divisione della critica (ma d’altronde con Allen è quasi sempre stato così) siamo soddisfatti di questa bella pellicola, risate sincere e clamori meritati che inviteranno sicuramente i lettori ad andare al cinema
Da mistermovie.it

Ci sono vite che sembrano marce trionfali, altre delicati minuetti o appassionati tanghi, anche epiche e drammatiche overture sinfoniche o tragiche romanze di melodramma lirico, e così via a immaginare. PerWoody Allen, almeno nei suoi ultimi film, sono valzerini leggeri e veloci, canzoncine allegre che conducono sulle loro note le ronde esistenziali dei suoi personaggi, in ciascuno dei quali l’autore versa qualcosa di se stesso, delle sue ipocondrie, paranoie, manie, fissazioni, continuando a mettere in scena l’eterna commedia della vita (che commedia per lui è sempre, forse per esorcizzare il momento in cui si muterà in dramma finale). Se in Vicky Cristina Barcelona era la svelta canzoncina di Giulia y Los Tellarini e in Midnight in Parisl’azione scorreva sui valzer da bal musette, qui il tema ricorrente è un arrangiamento di Arrivederci Roma su fisarmonica, mentre in apertura e chiusura c’è Nel blu dipinto di blu, anche in versione bandistica.
A chi avesse già accusato Allen di aver messo in scena una serie di cartoline, con la Parigi di Midnight o Barcellona e, a risalire, Londra, abbandonando per alcuni film l’amatissima New York, questo To Rome With Love piacerà ancora meno. Ma Allen usa fare così, prende alcuna bellissime città, nelle quali ovviamente si trova molto bene, le fa fotografare stupendamente (qui Roma è immersa in una costante luce dorata dalla fotografia diDarius Khondji, come Midnight in Paris), a farne delle irresistibili quinte per il teatrino delle umane piccolezze che andrà a mettere in scena, con il suo inguaribile pessimismo sui rapporti umani, sempre privo di acrimonia però. Qui intreccia quattro storie dallo spessore e dall’interesse altalenante. Le migliori sono quelle relative ai personaggi americani: in una Allen stesso e moglie (Judy Davis) arrivano a Roma per conoscere il futuro marito della loro figlia, un giovane avvocato di sinistra di origini proletarie; nell’altra, più onirica (la migliore), un ricco e famoso architetto di mezza età, vagando per i vicoli romani dove aveva trascorso parte della rimpianta giovinezza, entra in contatto con una specie di se stesso giovane, diviso fra due ragazze, che segue e consiglia nei suoi rapporti sentimentali. Più debole il segmento affidato a Roberto Benigni, debolissimo quello con la coppia di sposini (Alessandro Tiberi e Alessandra Mastronardi), in cui entrano anche Penelope Cruz(prorompente), Antonio Albanese (ottimo) e brevemente Riccardo Scamarcio (inutile). Non ci accaniamo sul tema degli stereotipi nella raffigurazione della realtà italiana, perché sono funzionali al tono da farsa allegra e gli stessi personaggi anglosassoni sono ugualmente dipinti per eccessi. Allen si riserva le sue solite battute su morte e psicanalisi (sempre valide però) e orchestra con ritmo gli intrecci vagamente boccacceschi (uno dei titoli alternativi è stato infatti Bop Decameron), ma la mano (e l’impegno) è leggerissima e anche l’atto di accusa contro l’insana “civiltà dei mass media” è all’acqua di rose. Sembra di riconoscere un omaggio al nostro cinema e alla Roma degli anni ’50/60, quella proprio de La Dolce Vita e di Federico Fellini, ma come se si fosse corrotta, rimpicciolita, umiliata, ad immagine degli stessi personaggi che la popolano, tutte figurine dal minimo spessore umano, alle prese con sentimenti da poco, aspirazioni banali, qualche meschinità patetica, ambizioni mediocri. Come a dire che questa meravigliosa e preziosissima vita, che il regista tanto teme di perdere, viene poi riempita di cose da niente. Ma forse non c’è alternativa. Ottimo il cast: Jesse Eisenberg è il giovane architetto tallonato dal meraviglioso “grillo parlante” Alec Baldwin (attore in incredibile crescita nella sua maturità e oltre), che sono una sorta di Allen giovane/ maturo, così come nell’insopportabile Sally di Ellen Page (una delle amate dal ragazzo) si riconoscono tante figure femminili che devono aver segnato la vita del regista, come fosse una Judy Davis giovane o una Annie del nuovo millennio. Greta Gerwig, attrice da cinema indipendente (Arthur, Greenberg) è quella assennata e seria e naturalmente perdente. Il cast italiano vede, oltre ai già citati, anche il bel Flavio Parenti e il tenore Fabio Armiliato, e un affollamento di facce note in ogni inquadratura (immaginiamo il frenetico lavoro degli agenti degli attori nostrani in fase di casting) in particine minori o semplici cameo. Ornella Muti, Carol Alt, Vinicio Marchioni, Maria Rosaria Omaggio hanno poche battute, passano anche, ma chi li vede è bravo, Giuliano Gemma, Isabella Ferrari (su imdb si dichiara anche la presenza sul set di Araba Dell’Utri e questo un po’ ci cruccia, un’imperdonabile distrazione da parte di Woody). Purtroppo, questa volta lo diciamo proprio senza nessun atteggiamento snobistico, un film come questo viene davvero rovinato dal doppiaggio italiano, che “smarmella” ogni diversità linguistica. Dato che le parti in italiano sono quasi pari a quelle in inglese, si poteva ben distribuire in originale con i sottotitoli. Peccato davvero perché la diversità linguistica è uno degli assi portanti del film. Bisognerà attendere la versione in homevideo per poter apprezzare interamente un film che vale sicuramente una rilassata visione, a patto di essere estimatori del caro Woody e della sua produzione degli ultimi anni: le vette di certi titoli non si raggiungono più, ma ogni tanto qualche piacevole sorpresa la riserva comunque.
Di Giuliana Molteni , da moviesushi.it

Come ci si aspettava, il film romano di Woody Allen è una galleria di stereotipi sul nostro paese, con quattro storie che non si intrecciano mai e qua e là pure un po’ sgangherate. Eppure, nonostante tutto (e lo dico da non-alleniano), To Rome with Love funziona. Cattura e ci restituisce la città. Commuove per i suoi rimandi al cinema italiano del passato, quello di Fellini e De Sica, citati in innumerevoli scene. To Rome with Love è una dichiarazione d’amore all’Italia, anche se a un’Italia che non esiste più, o che forse non è mai esistita, se non nei sogni degli stranieri che la sognavano da lontano.
Come ci si aspettava, il film romano di Woody Allen è una galleria di stereotipi sul nostro paese, con quattro storie che non si intrecciano mai e qua e là pure un po’ sgangherate. Eppure, nonostante tutto (e lo dico da non-alleniano), To Rome with Love funziona. Cattura e ci restituisce la città. Commuove per i suoi rimandi al cinema italiano del passato, quello di Fellini e De Sica, citati in innumerevoli scene. To Rome with Love è una dichiarazione d’amore all’Italia, anche se a un’Italia che non esiste più, o che forse non è mai esistita, se non nei sogni degli stranieri che la sognavano da lontano.
Stamattina all’uscita dell’anteprima stampa di To Rome with Love qui a Milano (cinema Apollo) il commento prevalente che si coglieva tra critici e vari addetti ai lavori era: troppi stereotipi sull’Italia. Vero. Non si contano, in questo film di Allen approdato a Roma dopo il giro europeo tra Londra, Barcellona e Parigi. Allora: il Colosseo, i Fori e altre rovine e altre vedute da turista medio giapponese o dell’Iowa armato di camera digitale seriale. La banda a Trinità de’ Monti. I paparazzi. La processione con ostensorio. Il melodramma (Puccini e Leoncavallo, quello che piace ai mafiosi). Roberto Benigni, che è già uno stereotipo di suo. Sofia Loren (rifatta filologicamente e quasi reincarnata in Penelope Cruz). Le mogli cinquantenni che son tutte casalinghe disperatissime, preparano i crostini, impugnano il coltellaccio da cucina incazzate e arruffate perché son di sangue caldo e mediterrano tipo Anna Magnani, si mettono la vestaglietta nera dismessa dalla Ciociara (questa la devo a Cristiano Vitali e a un suo commento su fb: grazie Cristiano) o, in alternativa, quella a fiorellini che fa sempre neorealismo. Gli americani del film invece son tutti qualche spanna più su, socialmente ed esteticamente parlando, fanno mestieri fighi e le mogli son psicanaliste, altro che simil Ciociare. E mi fermo qui, ma To Rome With Love è davvero la sagra dei cliché, l’Italia e Roma come la vedono gli americani, anzi come la vedevano gli americani qualche decennio fa. Però mi dico anche: scusate, perché oggi ve la prendete tanto con Woody Allen, perché vi lamentate proprio adesso? Perché, Midnight in Pariscos’era se non un’altra galleria di stereotipi sulla Senna, perdipiù con una saccenteria e una pedanteria e pretese intello insopportabili? E Vicky Cristina Barcelona? E tutti i film londinesi? È che Woody Allen mette in scena da molto tempo il mondo, e le città del mondo, attraverso i cliché più consolidati e cristallizzati e, lo so che autocitarsi è brutto ma non resisto alla tentazione, in questo blog lo vado dicendo e scrivendo da un po’ (e rimando solo alla mia recensione di Midnight in Paris). Che poi anche Manhattan era una sagra di cliché su Manhattan, se proprio vogliamo dirla tutta, suvvia. Dunque, non capisco perché proprio adesso questo indignarsi. Forse perché stavolta siamo noi italiani a doverci vedere e osservare riflessi nella messinscena dell’uomo venuto da New York? Invece a me questo suo film è piaciuto. Non so cosa mi sia successo: proprio a me che, l’ho detto mille volte, il cinema alleniano non piace niente e non l’ho mai retto. To Rome with Love mi ha convinto, non abbastanza da amarlo follemente, ma abbastanza per non provare il solito rigetto. Eppure i limiti del film sono evidenti. Non tanto e non solo per la stereotipizzazione di cui si diceva, ma per la mancanza di un qualsiasi baricentro narrativo. Ci troviamo di fronte a più storie e a una marea di personaggi fluttuanti, e ogni storia va per la strada sua. Tutte sotto il sole di Roma però, e dunque Roma-cornice come unico elemento comune. Ma basta per dare compattezza? No che non basta. Il primo titolo del film, Bop Decameron (poi si è passati a Nero fiddled e solo un paio di mesi fa al definitivo e non originalissimo To Rome with Love), lasciava pensare a un Boccaccio rivisitato in novellistica alleniana, insomma storielle di sesso, amori, corna e quant’altro nell’Italia di oggi, magari con qualche allusione a Trimalcione, a vizi antichi ma anche a vizi nuovi tipo notti a palazzo Grazioli con le escort. Invece macchè, non è proprio così. Il sesso c’è, ma solo in due delle quattro storie del film, dunque non è l’asse di questo Woody-Allen-in-Rome. C’è una coppia americana (lo stesso Allen, vecchierello ma non così decrepito, più Judy Davis) che sbarca in Italia per conoscere i futuri consuoceri, visto che la bionda figliola si è messa con un avvocato molto di sinistra e molto italiano che ha i tratti racé di Flavio Parenti (il quale deve aver ottenuto la parte dopo il successo negli States di Io sono l’amore di Guadagnino, dov’era il figliolo tormentato di Tilda Swinton). La ronda delle storie e delle persone prosegue con un giovane architetto, pure lui americano, sbarcato nei vicoli di Roma con fidanzata studentessa (lui è il Jesse Eisenberg di The Social Network, perfetto con la sua aria nerd-chic come proiezione giovane di Woody Allen, lei è Greta Gerwig, ragazzona bionda star del cinema indie che vedremo presto in Damsels in Distress) che perderà la testa per una giovane attrice piombata da Los Angeles, intellettual-trasgressiva per finta e vera arrampicatrice (è la Ellen Page di Juno e Inception). Gli altri due segmenti, anzi novelle, di To Rome with Lovesono tutti italiani e con italiani. Una giovane moglie venuta dalla provincia deve trovarsi con il marito, a Roma per un’importante occasione di lavoro, ma si perde in città, perde il cellulare, finisce con il conoscere un attore che vuole portarsela a letto, mentre lui si ritrova per sbaglio in camera una prostituta che sarà costretto dalle circostanze a spacciare per la moglie. Infine, Benigni è un uomo qualunque che chissà perché un bel giorno si scopre bersaglio dei paparazzi e dei media e diventa una celebrità: “famoso per essere famoso” gli dicono quando lui chiede lumi su come sia potuto accadere. Dei quattro è l’episodio meno felice, quello che più moraleggia sulla società dello spettacolo e la smania contemporanea della celebrità. Non bastasse, il personaggio di Benigni si chiama Pisanello (Woody Allen deve aver risfogliato i libri di storia dell’arte, visto che nel film troviamo pure un Michelangelo e un Leonardo, mah). Si esagera qua e là con uno dei totem e bersagli soliti del nostro, la psicanalisi, e francamente non se ne può più di altre battute woodyalleniane su rimozione, Es, Ego, superEgo, Freud et similia. Il peggio del film è la trovata del papà del genero (impresario di pompe funebri: il papà, non il figliolo) dalla meravigliosa voce tenorile calda e pastosa, però solo quando canta sotto la doccia, perché fuori dal bagno diventa un cane qualunque e stona, e allora ad Allen-consuocero, già regista lirico, vien l’ideona di lanciarlo facendolo cantare a teatro nudo con un bel getto di acqua addosso. In più, in tutto il film tutti i personaggio italiani parlano con accento romano, anche i due sposini che vengono da Pordenone, e francamente. Le battute non sempre arrivano dritte al bersaglio (la meglio è detta dall’angelo-diavolo Alec Baldwin al giovane architetto che vede sfumare la storia con l’attrice: “Meglio così. Che poi ti ritrovavi sposato e costretto ad  adottare un bambino birmano”: la signora Angelina e il signor Brad sono serviti, e pure – mi suggerisce giustamente Giuliana Molteni, anche lei via fb – la ex Mia Farrow). Eppure, nonostante questo, nonostante i cliché, nonostante le storie non sublimi e perfino a tratti sgangherate, il film stranamente funziona. In certi momenti si resta perfino incantati: la notte sotto l’acqua tra le rovine, le esitazioni del giovane Eisenberg, la moglie sperduta e perduta. Non so come, ma Woody Allen cattura e ci restituisce Roma, il suo charme e, ebbene sì, la sua anima o qualcosa che ne sia l’equivalente. Non contano tanto le figure e figurine che vediamo agitarsi sullo schermo in storie magari improbabili, ma quel gran contenitore che tutte le ingloba e ingoia e che sta tra il Tevere, Trastevere, il Cupolone, i Fori. Insomma, Roma. Soprattutto, a colpire è l’amore vero per Roma e l’Italia che traspare in ogni momento e frammento, un amore che in Allen deve essere cresciuto attraverso la visione del nostro cinema, il nostro grande cinema, quello che va dal neorealismo agli anni Sessanta. To Rome with Love è un omaggio e una citazione di quel cinema, ed è quanto rende così speciale e, almeno per me, commovente, stranamente commovente, questo ultimo Woody Allen. Da dove partire con la sarabanda dei clins-d’oeil? Penelope Cruz rifà (anche fisicamente, e in modo strabiliante) la Loren prostituta di buon cuore del desichianoIeri, oggi, domani, alle prese pure lei con un bravo ragazzo un po’ imbranato che riuscirà a rimettere sulla retta via, e il vestito rosso di Penelope ricorda assai da vicino quella di Sofia in La riffa, episodio De Sica-Zavattini di Boccaccio 70. Cruz peraltro aveva già rifatto Sophia-Sofia in Volver di Almodovar, e qui replica alla grande. Ma è Fellini, ovvio, a dominare. La Roma di Woody Allen è felliniana, nei suoi notturni arcani e fantasmatici che ricordano La dolce vita, Toby Dammit, Roma. Le piccole debosce e i piccoli vizi al foro richiamano l’orgiastico e neopagano Fellini-Satyricon. La citazione più forte è nell’episodio della mogliettina Alessandra Mastronardi incantata e sedotta dall’attore marpione Antonio Albanese, un ricalco, quasi un remake, dello Sceicco bianco, e bisogna dire che Albanese non sfigura nel confronto con Alberto Sordi. Assistendo al gioco degli amori, dei tradimenti, degli inganni, degli equivoci, alle schermaglie tra i personaggi, tra la moltitudine dei personaggi, non si può non pensare poi a certi film corali romani anni Cinquanta con le loro storie di gente qualunque, dico Le ragazze di Piazza di Spagna di Luciano Emmer o La domenica della buona gente di Anton Giulio Majano (e un po’ anche Poveri ma belli), anche se non penso che siano stati per Allen riferimenti consapevoli (ma l’inconscio, signori, l’inconscio). To Rome with Love è una dichiarazione d’amore piuttosto sincera e sentita a un’Italia che non c’è più, che forse non c’è mai stata, se non nei sogni e nei desideri degli americani (e di gran parte del mondo) che in tempi ormai lontani – negli anni Cinquanta/Sessanta – la videro come terra del piacere, dell’amore, del godimento, della sfrenatezza, lido e approdo esotico e ammaliante. È Arrivederci Roma (difatti suonata e mandolinata nel film più volte come un marchio di riconoscimento) sentita in qualche trattoria durante il viaggio di nozze e portata a casa, da qualche parte del Nebraska, con nostalgia. È Due settimane in un’altra città di Vincente Minnelli. È Tre soldi nella fontanadi Jean Negulesco, è Vacanze romane. Il film di Woody Allen riproduce quell’Italia immaginata e probabilmente immaginaria, l’Italia quand’era sexy, un cliché, certo, ma un cliché che ci dice quanto fosse amata, quanto fossimo amati. La nostalgia di Woody Allen ci cattura perché noi, italiani di oggi, sappiamo che non è più così, che non possiamo più essere amati come allora, perché siamo cambiati, irrimediabilmente. To Rome with Love è, in fondo, Roma e l’Italia così come la consegnò al mondo il film di tutti i nostri film, La dolce vita, e che adesso ci viene restituita da chi quel film probabilmente ha molte volte visto e amato. I paparazzi che inseguono Benigni vengono da lì, sono la citazione più clamorosa di tutto il film, l’omaggio più esplicito a Fellini. Anzi, l’intero episodio di Benigni è solo un pretesto per rimettere in scena, con la sua ossessione della celebrità e i flash e gli inseguimenti, quella grande narrazione felliniana. Gioco per chiudere: dare la caccia alle tante facce famose o note che compaiono qua e là nel film, anche solo per pochi secondi. Ad esempio, in che scena stanno Dolce & Gabbana? E Maria Rosaria Omaggio? E Giuliano Gemma?
Di Luigi Locatelli, da luigilocatelli.wordpress.com

To Rome with Love, siamo pronti a scommetterlo, scalerà il box office italiano e scandalizzerà una buona fetta della critica: sembra fatto apposta. È una commedia a episodi intrecciati, in cui Woody Allen inserisce la stessa percentuale di stereotipi culturali un po’ datati che aveva già usato per Barcellona e Parigi negli ultimi anni. Quel che cambia è la sua attitudine, qui più popolare e meno introversa, che gli è senz’altro derivata dal contesto, dall’oggetto delle sue attenzioni, magari semplicemente dall’umore. Non cambia invece la qualità delle battute, né la voglia di dedicarsi ad allegorie e simbolismi ambiziosi e privi di travestimenti, che è esattamente la stessa di Midnight in Paris.
Il film è diviso in quattro storie, montate in modo alternato. Storie che meritano di essere ripensate e giudicate separatamente, come separatamente sono state girate e – supponiamo – scritte.
Il primo episodio, è anche il migliore del quartetto: una coppia di coniugi newyorkesi (lo stesso Allen e Judy Davis) – lui imprenditore musicale, lei analista – viaggia fino a Roma per incontrare il fidanzato italiano della figlia (Flavio Parenti e Alison Pill), e scopre che il suocero (Fabio Armillato) è un tenore naturale di straordinario talento, ma solo quando canta sotto la doccia. Urge trovare una soluzione scenica che lo valorizzi.
Dialoghi d.o.c., il piacere di ritrovare Allen in veste d’attore e un’idea che ha i caratteri del genio: semplice e fulminante.
Il secondo episodio, quello strettamente hollywoodiano, è il più solido, ma anche il più convenzionale. Un importante architetto in viaggio di piacere (Alec Baldwin), torna nella città dove visse a lungo da giovane e riconosce un alter ego di se stesso con trent’anni di meno, in uno studente americano (Jesse Eisenberg) che vive a Trastevere con la fidanzata (Greta Gerwig). Quando a far visita alla coppia arriva un’attricetta vanitosa e mezza ninfomane (Ellen Page, bravissima), l’uomo si trasforma in una specie di grillo parlante, presenza fantasmatica che fa da coscienza critica e controcanto all’ingenuità del ragazzo.
Il racconto regge, si sorride, ma manca un’intuizione veramente brillante.
Il terzo episodio è il più surreale – quasi pirandelliano – e al contempo il più esplicito: la fama, oggi, è pura emanazione del caso, un parto incontrollato e incontrollabile dell’umore dei tempi. Non sono i protagonisti ad importare, né ciò che fanno o dicono, ma il tempo che durano. Il tutto messo in scena nella città dei Paparazzi, senza lesinare su obbiettivi e microfoni invadenti. Al centro di tutto, il timido impiegato Leopoldo (Roberto Benigni) che, per nessuna ragione, diventa improvvisamente una star – con tutti i vantaggi e svantaggi della situazione –  e altrettanto improvvisamente torna nell’anonimato. Il segmento vale e vive per le straordinarie doti mimiche del suo protagonista, che si dimostra una volta di più un talento sublime, da cinema muto.
Il quarto episodio, quasi completamente affidato ad attori italiani (più Penelope Cruz, che comunque recita nella nostra lingua) è il più cinefilo, e anche quello maggiormente destinato ad omaggiare la città. Racconta di una coppia di neo sposini di Pordenone (Alessandra Mastronardi e Alessandro Tiberi), che vanno a Roma in viaggio di lavoro ma finiscono per perdersi. Distanti per 24 ore, tradiscono se stessi e il partner, ma poi si ritrovano più sereni e consapevoli. Qui Allen perde completamente il controllo della situazione, smarrendosi tra i fantasmi del cinema italiano, e si vivono momenti di sereno imbarazzo, fino all’insensato epilogo con Riccardo Scamarcio.
Nota finale: il lavoro di Gullotta su Woody Allen funziona e non fa rimpiangere la voce di Lionello, ma il doppiaggio – nel complesso – è una Caporetto. Che senso abbia doppiare un film che nasce per oltre metà recitato in italiano, e che negli stessi Stati Uniti sarà in buona parte sottotitolato, è un mistero.
Leggi la trama e guarda il trailer di To Rome with Love
Mi piace
L’episodio con Woody Allen: dialoghi perfetti e un’idea semplice e folgorante
Non mi piace
L’episodio degli sposini: sciocco e scentrato
Consigliato a chi
A chi non si scandalizza di fronte a qualche stereotipo
Di Giorgio Viaro, da bestmovie.it

Roma come Parigi. La nuova tappa del tour europeo di Woody Allen non è la vera e propria protagonista della pellicola, ma una splendida cornice, romantica e solare (anche se un po’ troppo “gialla”), che sostiene la storia raccontata dal regista.
Allen con grande intelligenza evita i temuti stereotipi, a parte l’evitabile scena iniziale già vista nel trailer, realizzando un film molto diverso dal recente ed enorme successo Midnight in Paris.
La precedente pellicola aveva un unico protagonista e ne seguiva la sua fantastica avventura tra presente e passato, mentre in To Rome with Love il regista newyorkese ha preferito cambiare ancora una volta stile e registro. Quattro storie, quattro episodi completamente slegati tra loro intrecciati solo in fase di montaggio. Il film diverte e scorre senza un briciolo di noia, anche se tutto non funziona allo stesso modo.
Difficile dare un giudizio complessivo, meglio commentare quindi ogni singolo episodio. (piccoli spoiler)
Il primo racconta la storia di una coppia americana (gli scoppiettanti Woody Allen e Judy Davis) arrivati nella città eterna per conoscere il futuro genero, un ragazzo italiano che sta per sposare la loro figlia (Alison Pill). I dialoghi scritti da Allen sono qualcosa di eccezionale, e da tempo non sentivo ridere così tanto e così rumorosamente in sala. Il suo personaggio non riesce ad accettare il proprio pensionamento dopo una carriera nel campo della musica, e lo paragona alla sua morte causando divertenti battibecchi con la moglie, che è invece una psicanalista. Immaginate cosa possa succedere quando scopre che il consuocero ha una ditta di onoranze funebri! La sua smania di continuare a lavorare lo porterà a costringere proprio lo stesso consuocero (il tenore Fabio Armiliato) a sfondare nel campo lirico in un modo… molto particolare.
Brillante e terribilmente divertente. Da solo vale il prezzo del biglietto (eccellente il doppiaggio di Leo Gullotta). Voto: 9
Il secondo è quello con protagonista Roberto Benigni, un anonimo impiegato di nome Leopoldo che si ritrova improvvisamente ed inspiegabilmente famoso. Trascinato da uno studio televisivo all’altra viene paparazzato in ogni momento della sua giornata (da notare l’ottima direzione delle comparse in quelle scene, meno per le strade di Roma quando alcune comparse nostrane si “sforzano” di passeggiare senza notare la telecamera). La fama svanisce con la stessa velocità con la quale è arrivata, passando al nuovo fortunato-sfortunato di turno.
Non vi è logica nelle scene ma pura allegoria, il tutto reso godibile grazie ad un Benigni tornato finalmente a recitare ed in splendida forma. Sempre un piacere ritrovarlo come attore. Voto: 6.5
Il terzo è il più inaspettato. Recitato interamente da attori stranieri, racconta le disavventure di un giovane studente di architettura (Jesse Eisenberg) alle prese con l’arrivo della migliore amica della fidanzata, Monica (Ellen Page). La ragazza fa l’attrice, è sensuale e gioca molta a provocare, inventarsi storie per rimanere sempre al centro dell’attenzione e… sedurre i fidanzati delle proprie amiche. Riuscirà il ragazzo a resistere alla tentazione? Lo aiuterà John (Alec Baldwin), un architetto californiano in vacanza a Roma che incontra personalmente, ma che continuerà a seguirlo come un vero e proprio grillo parlante. Più che rappresentare la sua coscienza (tra l’altro si rivolge anche a Monica), è semplicemente un amico che ha già vissuto le stesse esperienze e cerca in qualche modo di metterlo in guardia, lasciandolo però libero di agire e sbagliare.
La chimica che si instaura tra Eisenberg e la Page è splendida. Nonostante l’episodio non racconti niente di nuovo o di originale, diverte e conquista. Voto: 7.5
Il quarto è invece deludente. Gli interpreti sono quasi tutti attori italiani, come la coppia di sposini interpretati da Alessandra Mastronardi ed Alessandro Tiberi in fase di trasferimento da Pordenone a Roma. Lei si perde per la città alla ricerca di un parrucchiere e non riesce a tornare in albergo perché non si ricorda il nome (?!), lui si ritrova in camera una prostituta (Penélope Cruz) che sfoggerà come sostituta della moglie ad un importante ed irrinunciabile incontro con alcuni parenti, pronti ad introdurlo nel mondo dell’alta società romana. Nel frattempo lei si ritrova per caso sul set di una pellicola con l’attore dei suoi sogni (Antonio Albanese!). Temporalmente sconnesso rispetto agli altri (o almeno non riesco a crederci che la mogliettina se ne è stata via due-tre giorni), recitato non a livello degli altri episodi, pieno di cadute basse e con un finale a sorpresa davvero inaccettabile. Voto: 5
Tirando le somme, un film diverso dall’atteso ma sorprendente a suo modo. Non tra i migliori della filmografia di Woody Allen, ma imperdibile in sala.
Da blog.screenweek.it

L’effetto, purtroppo, non è quello di “Midnight in Paris”. Si Woody Allen ci aveva abituato davvero bene con il film nostalgico ambientato nelle Rue di Paris, tanto che le aspettative per aver scelto Roma, la città più bella del mondo, erano davvero alte.
Chissà cosa avrebbe potuto inventare con millenni di storia a sua disposizione, con paesaggi mozzafiato e con scorci unici al mondo. Già, avrebbe potuto creare qualcosa di straordinario come il capitolo predecessore, ma, invece ha ceduto agli stereotipi, alla pasta e al vino.
Non fraintendetemi, “To Rome with Love” qualche brillante trovata “Alleniana” ce l’ha. E alcune sono davvero divertenti, come il becchino che si scopre talento della lirica…sotto la doccia, e solo sotto scrosci di acqua, immerso nel sapone riesce a cantare, ed è così che Allen costruisce un opera a misura di doccia.
Alcune frecciatine inoltre non passano inosservate. La donna di facili costumi interpretata da Penelope Cruz dichiara al giovane e impacciato Alessandro Tiberi di conoscere molto bene il Vaticano, e l’allusione maliziosa è dietro l’angolo.
Idee buone che però cozzano l’un l’altra. Degna di nota è invece la critica all’idolatria mediatica di personaggi senza arte né parte, divenuti famosi senza aver neanche un talento specifico, ed è in questo episodio che il brillante Roberto Benigni da il meglio di se.
“To Rome with Love” è un film da vedere per un punto di vista originale, ma sempre invischiato dai preconcetti con cui gli statunitensi, come Allen, continuano a considerare il nostro caro e amato Bel Paese!
Di Eva Carducci, da ecodelcinema.com

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