SISTER



Una stazione sciistica e il suo lato oscuro, intrigo di cavi e vertigini, per raccontare il divario tra ricchezza e povertà insieme alla precarietà del vivere. “SISTER” di Ursula Meier, ORSO D’ARGENTO ALL’ULTIMO FESTIVAL DI BERLINO, più che distinguersi per la storia – sorretta da bravi interpreti – di due fratelli sbandati, è un’acuta e originale riflessione sulla fragilità dell’esistenza di chi è escluso dal possedere mezzi che permettano il godimento dell’enorme macchina industriale del consumo o la famelica interazione con essa.  
Per farlo il film sceglie una location insolita e sfrutta lo spazio dividendolo in rotte precise. Il movimento ascensionale, la funivia che dal basso della vita squallida quotidiana porta il fratello piccolo Simon (Kacey Mottet Klein) verso l’alto della stazione sciistica dove ruba sci per guadagnare piccole somme, e quello rotatorio, la facciata degli chalet e dei collegamenti che accolgono i turisti ruota di 180 gradi fino a mostrarci la realtà dei lavoratori stagionali. Mentre la fratellanza racconta una parabola discensionale comune e priva di redenzione, LÉA SEYDOUX è a suo agio nel ruolo della sorella maggiore Louise, ragazza interrotta e anaffettiva. La forza del film risiede in un particolare lavoro sullo spazio che in ogni momento sottolinea la piccolezza di un’esistenza non sostenuta dal denaro, apparentemente unico centro di gravità permanente. Ogni anfratto della stazione è reinventato secondo la prospettiva insolita di Simon, parassita che sfrutta ogni fessura, ogni momento di distrazione, per rubare e sopravvivere come abitante di una realtà parallela che mai si congiungerà con quella principale, luccicante e spensierata. 
Ed è l’esasperata narratività dei luoghi, sproporzionati e immutabili, a travolgere la visione fino quasi a soffocare i personaggi, a diminuire le loro piccole dinamiche sterili. Qualcuno ci dica chi sono Louise e Simon e che non saranno spazzati via dal prossimo inverno, dall’arresto della funivia per la stagione calda, o dall’esaurimento dei pochi soldi racimolati giornalmente. Ma le risposte, non arrivano e soprattutto non consolano. 
Di Alessia Laudati , da film.it

Orso d’argento speciale al festival di Berlino 2102, Sister (L’enfant d’en haut), opera seconda della regista francese Ursula Meier (che aveva già destato l’attenzione della critica con il suo primo lungometraggio Home) è l’affresco toccante e puro di un legame (di sangue) tanto conflittuale quanto inscindibile. Attorno alla metafora sociale di due mondi (quello ad alta quota dei ricchi, e quello a valle e periferico dei poveri) messi in comunicazione solo da un impianto di risalita, si muovono le due pesanti esistenze dei giovani protagonisti, tenute a galla dalla stoica volontà di sopravvivenza del più piccolo e destabilizzate dalla rabbia ribelle della maggiore. LaMeier riesce con estrema delicatezza a insinuarsi nel cuore nevralgico di un’adolescenza (doppia) che deve fare i conti con la fame, con la solitudine e con la totale mancanza di affetti e di figure di riferimento (disperatamente ricercate all’esterno), e che reagisce a quelle mancanze in maniera diametralmente opposta. Lo scambio di ruoli tra chi dovrebbe prendersi cura (la grande) e chi di fatto lo fa (il piccolo) rimette in discussione la scala dei valori e la moralità delle azioni (ri)portando prepotentemente in primo piano lo straziante bisogno d’affetto che unisce questi due fratelli segnati da un pesante segreto.
Sulle soleggiate vette delle Alpi, in una stazione sciistica frequentata da danarosi vacanzieri, il dodicenne Simonruba attrezzatura da sci ai ricchi per smerciarla in giro ad amici e conoscenti e racimolare il denaro sufficiente a mantenere sé e sua sorella Louise, una seducente e sbandata ragazza succube della propria bellezza e dello squilibrato rapporto con gli uomini. Grazie alla sua piuttosto redditizia ‘attività’ il piccoloSimon cerca di negoziare l’affetto della sorella con i soldi che di volta in volta lui le riesce a garantire, senza comprendere che lo squilibrio del loro rapporto (radicato nel segreto che li unisce) è destinato a deflagrare da un momento all’altro, ripristinando la reale e totale mancanza di un sostegno adulto con il quale i due devono ogni giorno fare i conti.
Costruito tutto sul contrasto esistente tra la nevi candide sui cui sciano i ricchi e la grigia periferia in cui sono confinati i poveri, Sistersviluppa il suo malessere all’interno di due vite che si cercano ma non si trovano, o che fanno dannatamente fatica a trovarsi. I furtarelli diSimon e la libera attività sentimentale di Louisesono le due facce di una stessa disperazione, lenita solo (e in parte) dal cordone ombelicale che tiene insieme le loro fragili vite. La Meier tratteggia con trasporto e delicatezza il profilo irregolare dei due giovani protagonisti, sorprendentemente interpretati da Léa Seydoux (Louise) e Kacey Mottet Klein (Simon), che vedono riflessa l’una nell’altro il germe della loro sofferenza. E quel contatto (necessario) con il roseo mondo dei ricchi in fondo non fa che rendere ancora più grigio il colore delle loro esistenze, legate alla stagionalità di uno stato di sopravvivenza che li sfiora soltanto per poi abbandonarli di nuovo nella melma da cui provengono. Divisi dallo stesso legame che li unisce, Louise e Simon dovranno dunque compiere un percorso di ribellione nei meandri del loro dolore prima di comprendere che l’unica arma per rimanere a galla è quella di remare uniti e nella stessa direzione. Forza e fragilità convivono in egual misura nell’umile eroismo veicolato dai protagonisti di questo racconto di formazione denso e toccante, dove i silenzi e gli sguardi acquistano scena dopo scena tutta la forza di un segreto (troppo) ingombrante che va custodito a ogni costo.
Sulle basi di una solidarietà e di un sostegno negati (dalla vita), Sister di Ursula Meier (Orso d’argento al festival di Berlino 2012) sviluppa il tema di un rapporto fragile e delicato, forte e indissolubile tra due giovani esistenze già gravate da responsabilità adulte. L’approccio delicato eppure viscerale con cui la Meier entra negli occhi e nel cuore dei suoi protagonisti rende omaggio al dramma insito nella storia senza tradurlo in una tragedia ruffiana di pietismo e commiserazione. Mai una lacrima scende a bagnare una storia in cui la dignità con cui ci si fa carico della propria, difficile condizione, basta a rinfrancare quella solidarietà e quel sostegno negati in partenza e poi riacciuffati – forse – in extremis con le unghie e con i denti. Come neve che svanisce al sole della bella stagione Ursula Meier scioglie mirabilmente i nodi di un rapporto che ha il diritto e il dovere di tornare a essere ‘niveo’.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Vincoli di sangue di solitudini alla deriva. Lei, una ragazza ribelle e nichilista al punto di perdere gli umili lavori che riesce a trovare, propensa ad amori facili e violenti così come all’alcol. Lui, un tredicenne che vuole prendersi quanto gli è negato. Si danno il ruolo pubblico di fratello e sorella – meno vincolante e socialmente più accettabile – per una forzata convivenza in cui uno si dimostra in cerca d’affetto, protettivo, geloso, e l’altra invece insofferente e autodistruttiva. Per quest’opera seconda (vincitrice dell’Orso d’Argento), la co-sceneggiatrice e regista Ursula Meier visivamente ha reso la distanza tra le classi sociali e l’assenza di prospettive con una vallata – dove vivono i protagonisti – di ciminiere industriali, capannoni fatiscenti, grigie case popolari, circondata da montagne mèta di sciatori abbienti. Lo spazio e il tempo drammaturgici sono quasi tutti per il personaggio di cui veste i panni Kacey Mottet Klein, che coniuga una vulnerabile innocenza messa da parte troppo in fretta e un prematuro cinismo strafottente. Dedicandosi al furto pendolare, il giovane usa la funivia come mezzo d’assalto al paradiso delle strutture turistiche, dove si muove negli interstizi – tra sale macchine, magazzini-dispense e lavoratori stagionali – guidato da una lucida determinazione e organizzato. Nel corso degli eventi diviene talmente sicuro di sè da abbandonare l’esigenza di travisarsi, s’inventa uno status benestante, tenta affari con adulti e coinvolge un bambino nella propria attività, ma prova poi sulla sua pelle quanto i ricchi siano pronti a tirar fuori tutta l’aggressività quando vengono toccati nella loro proprietà. Nonostante alcune forti scene fisiche (una su tutte, l’accordo per dormire nello stesso letto) e un finale aperto alla speranza, che comunque arriva privo di un percorso precedente, “Sister” sembra però un laboratorio programmatico che – induttivamente – piega le dinamiche umane ad un’idea, dando l’impressione di artificio.
La frase:
-“Che ha da urlare tua sorella?”
– “E’ in punizione”.
Di Federico Raponi , da filmup.leonardo.it

Dopo “Midnight in Paris”, la bellissima Léa Seydoux interpreta Louise, la sorella maggiore di Simon, un orfano di dodici anni, che si mantiene derubando i ricchi turisti di una stazione sciistica sulle Alpi e vendendo la refurtiva ai coetanei. Con quello che guadagna mantiene la sorella, giovane e affascinante, sbandata e con diversi amanti. Ma il rapporto tra Louise e Simon nasconde uno strano segreto…
L’opera della Meier, ci offre un quadro abbastanza realistico del rapporto tra ricchezza e povertà, in una dimensione ‘verticale’: da un lato, in alto (da qui il titolo originario ‘L’enfant d’en haut’), il lusso della stazione frequentata da ricchi turisti e dall’altro lato, in basso, i grigi quartieri industriali della pianura, con i loro palazzi di case popolari.
La funivia frequentata da Simon, che collega i due mondi, è il centro pulsante di questo film, ma il ritmo del racconto è davvero troppo basso, in tipico stile fratelli Dardenne, e nonostante l’ottima interpretazione dei due protagonisti, con relativo colpo di scena, non è un film che resterà negli annali del cinema.
Il denaro viene visto come un’ossessione da Simon, che vive sempre nella paura che gli manchi qualcosa e placa quest’ansia con la sua attività frenetica, credendo che tutto questo possa avvicinarlo a Louise, ma in realtà finisce per allontanarla da sé. Da questo punto di vista, il film offre un interessante spunto, sia psicologico che sociale, anche perché pone lo sguardo su un mondo, quello dei lavoratori stagionali, fin qui mai affrontato, ma un consiglio spassionato è quello di bere un buon caffè prima della visione.
Di Salvatore Cusimano, da ecodelcinema.com

La mania dei titoli tradotti in modo ignobile ha colpito ancora! Stavolta è toccato al film di Ursula Meier, Orso d’Argento all’ultimo Festival di Berlino, “L’enfant d’en haut”, letteralmente ‘il bambino di sopra’. In questo caso i nostri distributori spostano il centro dell’attenzione verso il personaggio femminile che è sicuramente importante, ma non quanto quello che compare in tutte le inquadrature a cui si riferisce il titolo originale.
Simon è un ragazzo che passa le giornate in montagna a rubare, tra le varie cose, sci, caschi e occhiali da vendere a chiunque gli capiti. La sorella maggiore Louise alterna momenti in cui lavora ad altri in cui dipende esclusivamente dal piccolo, che sembra essere l’unica sua fonte di sostentamento. Quanto ai loro genitori non si sa nulla. Più tardi assistiamo a una serie d’incontri che sconvolgerà la vita dei due protagonisti, fino a gettare nuova luce sul loro rapporto…
L’opera seconda della Meier conferma il talento della regista –dopo il sottovalutato “Home”- nel descrivere personaggi fuori dal comune, con un gusto per i paesaggi e le situazioni surreali che ci ricorda certo cinema anni ’80, tra Wenders e Jarmusch. Ma la regista franco-svizzera non ha soltanto un buon stile: le sue sono storie veramente sentite. Anche in una parabola così bizzarra riesce a coinvolgere lo spettatore riuscendo ad alternare un’atmosfera da fiaba che fa sembrare “Sister” un adattamento di Dickens inserito in un contesto contemporaneo con una dimensione di critica sociale che piacerebbe tanto a Loach. 
La pellicola comunque non sarebbe così riuscita se non fosse supportata da un cast di livello. Possiamo tranquillamente ignorare chi dice che Léa Seydoux è la nuova Brigitte Bardot. Però, va’ detto che l’attrice vista già in “Midnight in Paris” e “Mission Impossible 4” ha un fascino disperato capace di stregare anche lo spettatore più reticente.
Insomma, sarà pure la discendente dei capi della Gaumont, ma rispetto a tanti raccomandati italiani ha carisma da vendere. Ovviamente però la star del film è il piccolo Kacey Mottet Klein, dal volto apparentemente maldestro come un piccolo Rupert Grint, ma che riesce bene a trasmettere la confusione e la violenza interiore del suo personaggio. Riesce anche ad avere un potenziale ironico nei momenti quando interagisce con i suoi coetanei –che lo guardano come una sorta di icona, aliena al loro mondo- ed emoziona quando parla col personaggio di Gillian Anderson, una turista inglese che ai suoi occhi appare come la madre ideale.
Pur con qualche imperfezione (come qualche calo di ritmo nella seconda parte e una colonna sonora un po’ monotona) “Sister” resta uno dei drammi familiari più intensi e interessanti degli ultimi mesi. Sicuramente dopo due opere così atipiche nel panorama del cinema francese Ursula Meier si afferma ai nostri occhi come una cineasta da tenere d’occhio.
Di Gianlorenzo Lombardi, da filmforlife.org

Nel week end dei film francesi ecco un altro piccolo grande film, coproduzione franco-elvetica ed opera seconda di quella Ursula Meier fattasi notare un paio di stagioni fa con il curioso Home.
Un film sull’importanza della famiglia, sull’indigenza di una classe sociale completamente abbandonata a se stessa, reietta in una valle che accoglie poco piu’ in alto “la crème” della societa’, quella che alloggia in baite lussuose e passa le giornate a sciare e a prendersi il sole nelle splendide vallate tra le Alpi elvetiche. Ad arrangiarsi per sopravvivere e’ il dodicenne Simon, che vive con la sorella disoccupata in un palazzo popolare a fondo valle, e di giorno sale sulle piste per fare razzia di sci ed equipaggiamento da neve, che poi ricetta e svende a clienti piu’ o meno abituali. In questo modo il ragazzo riesce a raccimolare quanto basta per sopravvivere ed assicurare pure una dignitosa esistenza alla bella sorella, giovane insicura che sembra dipendere sempre di piu’ dal piccolo ma sveglio fratello. Una pellicola che ricorda, per temi e drammaticita’, molta filmografia dei fratelli Dardenne, con particolare riferimento al loro ultimo bel film “Le gamin au velo”, e pure il Loach degli strati sociali piu’ deboli e problematici, quelli su cui piovono pietre sette giorni su sette per intenderci. Il film percorre le imprese truffaldine del giovane, a cui si aggiungono le complicita’ di un ricettatore inglese addetto alle cucine della struttura alberghiera sulle piste (il Martin Compston sempre molto efficace e molto “loachano”), e si sofferma sulla sua tenera e disperata solitudine del protagonista, che lo spinge a trovare in una ricca mamma americana (una inedita Gillian Anderson) almeno un punto di contatto con cui poter comunicare, in mezzo a tutta quella assordante e affollata solitudine di turismo di massa frenetico ed indifferente. E ci rivela poco per volta segreti di famiglia che spiegano nella loro drammaticita’ il bisogno di affetto e tenerezza di cui sono alla ricerca, ancor piu’ dei semplici mezzi di sussistenza, questi due particolari “fratelli”.
Titolato qui da noi in modo davvero anomalo (ma non lamentiamoci che e’ gia’ un miracolo che sia uscito nei nostri spesso superficiali circuiti!), questo “Bambino dall’alto” e’ un film davvero notevole e spiazzante, figlio di quell’eccellente neorealismo europeo che e’ lo specchio di una nuova drammatica poverta’ (di mezzi ma anche di sentimenti) che sta travolgendo questa attuale Europa, mai cosi’ divisa e a brandelli da quanto e’ cosi’ disomogeneamente unita. Ottimi sia Léa Seydoux, seducente e quasi star da quanto e’ apparsa per pochi indimenticabili minuti nell’ultima “Mission Impossible”, sia il giovane Kacey Mottet Klein. I due, teneramente abbracciati nel letto di lei quando lui arriva ad offrirle ben 200 franchi pur di non dormire da solo, sembrano davvero pure nella vita reale i due parenti stretti che la finzione filmica prevede che siano.
Di Alan Smithee, da cinerepublic.film.tv.it

I quartieri dei ricchi si trovano spesso fisicamente più in alto di quelli delle persone ordinarie, dalle colline di Torino a Fiesole che sovrasta Firenze. La coincidenza è molto cinematografica, non a caso un capolavoro come “Oro rosso” di Panahi si basa sul contrasto tra le ville di Teheran alta e gli slum di Teheran bassa. In “Sister” la divisione è estremizzata: in cima alla montagna la stazione sciistica chic e gli chalet di lusso, centinaia di metri a valle le autostrade e le case popolari dove vivono Simon (Kacey Mottet Klein) e la sorella maggiore, Louise (Léa Seydoux). Simon prende ogni giorno la teleferica che unisce i due mondi. Approfittando della noncuranza dei ricchi in vacanza ruba guanti caschi sci occhiali e li rivende dove e come può. Così mantiene se stesso e la sorella che ogni tanto lavora, ogni tanto no, ogni tanto c’è, ogni tanto sparisce.
Simon è completamente preso dal ciclo della merce: è un esperto di sci, ma solo al fine di trasformarli in denaro (che conta ossessivamente), da trasformare a sua volta in “carta igenica, pasta, latte.”. Il denaro è per Simon la chiave di lettura del mondo: offrire il pranzo ai ricchi è l’unica rivalsa possibile, e con i soldi Simon spera di poter anche gestire il rapporto con la sorella – ma la vita è più complicata…La Meier entra con questo film nel novero dei registi che hanno rappresentato acutamente il denaro al cinema (Garrone in “Gomorra” ad esempio), ma senza dubbio i maestri – anche in questo – rimangono i fratelli Dardenne: si pensi all’importanza narrativa del fascio di banconote ne “Il ragazzo con la bicicletta”. 
Ai Dardenne di “Rosetta” fanno pensare in realtà fin troppo le prime scene di “Sister”, nelle quali seguiamo senza spiegazioni gli strani movimenti di Simon nella stazione, ma basta poco per capire che l’approccio stilistico è diverso. La regia della Meier prevede ad esempio un ruolo importante per la colonna sonora e l’alternarsi di sequenze narrative a momenti più rarefatti come i movimenti di macchina attorno alla torre delle casi popolari, in cui questa incombe sui protagonisti molto più delle montagne circostanti, o l’insistenza sul contrasto terra brulla e sporco contro neve immacolata. Belli sono anche i continui attraversamenti dell’ingombrante autostrada che taglia la valle, un rimando piuttosto forte all’opera prima della regista, “Home”. L’altra differenza maiuscola con i Dardenne è l’evidente obiettivo di fare un film che possa essere fruibile senza difficoltà: spesso si fa ricorso a soluzioni registiche convenzionali e soprattutto c’è una linea narrativa quasi comica, affidata ai piccoli aiutanti/amici di Simon, che alleggerisce la vicenda e la visione. Il ritmo del film è sostenuto da numerose scene forti, emozionanti, che si mantengono comunque equilibrate, senza scadere mai nel melodrammatico.  
L’analisi politica del film non scade nel pietismo, ed è limpida: nell’Europa della crisi, persino in Svizzera (il cui sistema di welfare fa decisamente una brutta figura nel film), molte contrapposizioni non esistono più. E’ caduta quella tra gli onesti lavoratori e chi se ne approfitta: gli stagionali che lavorano alla stazione tollerano, con qualche contrasto, la presenza di Simon e sicuramente non si fanno problemi a risparmiare acquistando merce rubata. E’ caduta quella tra gli svizzeri e gli immigrati: la biondissima Louise è all’apice della carriera quando trova lavoro in un’impresa di pulizie gestita e composta principalmente da immigrati. Rimane solo la contrapposizione tra chi può permettere di godere della “magia della montagna” e tutti gli altri.
E’ vero che “Sister” non osa quanto i maestri, non è interessato alla sperimentazione formale o alla ruvidità. Ma la Meier è una regista emergenteda seguire e, grazie anche ai bellissimi occhi tristi della Seydoux, alla colonna sonora di John Parish e alla fotografia di Agnès Godard (“La vita sognata dagli angeli” di Zonca), “Sister” è un film che racconta una storia forte con personalità, e scorre bene. Orso d’argento al festival di Berlino.
Di Alberto Mazzoni , da ondacinema.it

Un po’ per caso, un po’ per desiderio, dove il filo conduttore è proprio la splendida attrice belga Cécile de France: non si può difatti parlare di semplice fatalità o coincidenza, se il produttore di Sister è Denis Freyd, il medesimo de Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne. Questo perché il protagonista di Sister e quello de Le Gamin au vélo potrebbero dirsi l’uno lo specchio al rovescio dell’altro in una sorta di inquietante simmetria gemellare. E così, mentre Cyril aveva quasi dodici anni e cercava disperatamente di rintracciare quel padre che lo aveva voluto abbandonare, nel nuovo film di Ursula Meier c’è Simon (Kacey Mottet Klein), questo ragazzino dal fisico asciutto e lo sguardo apparentemente scanzonato che quasi dimostra qualche anno di più della sua età effettiva, in una giostra di sentimenti che lo porterà ad assumere tutte le espressioni dell’anima che vanno dal bambino all’adulto, dal figlio al padre come fossero racchiuse nella stessa, identica personcina di dodici anni dalle spalle ricurve. Orfano, ladro, ma prim’ancora fratello minore di Louise (Léa Seydoux), giovane e affascinante ragazza sbandata alle prese con numerosi amanti “di strada”, Simon si procura scii, guanti e occhiali da sole in una stazione sciistica sulle Alpi per poi svenderli ai ricconi che alloggiano nel posto, e il tutto per poter tirare avanti nel minuscolo appartamento che è riuscito col tempo a ritagliarsi: latte, pasta, una carezza da parte di sua sorella, magari anche a pagamento, sono tutto ciò che gli serve per sentirsi vagamente felice laddove chi lo è davvero, ai suoi occhi, possiede un’enorme quantità di denaro. Kacey Mottet Klein, che qualcuno di voi ricorderà per aver già lavorato in passato con la Meier nel suo angosciante e opprimente Home, è una versione in miniatura del Guillaume Canet slanciato e arrogante di Amami se hai coraggio, con lo stesso taglio di labbra e occhi e il medesimo nervosismo fisico a renderlo ancora più tenero e impettito. Poi, ovviamente, c’è Léa Seydoux: bella come solo le francesi sanno essere, nella loro semplice e dismessa particolarità, interpreta Louise strappandoci sorrisi e sguardi amareggiati, con la duplice anima di chi nasconde e condivide un segreto terribile. Vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino 2012, Sister ci mette a dura prova assecondando ancora una volta vizi e manie della regista franco-svizzera, che ci regala un altro (capo)lavoro pronto a disarmarci con la sua durezza e al contempo tenerezza: quella che si può leggere nello sguardo di Simon quando regala soldi alla sorella, la osserva andar via con uno sconosciuto o ancora la attende affinché torni e si prenda finalmente cura di lui.
Di  Eva Barros Campelli, da cinema4stelle.it

Sister (titolo originale L’Enfant d’en haut) racconta la storia di Simon, un giovane dodicenne che ruba per sopravvivere in una località sciistica alpina tra Francia e Svizzera; il ragazzo si presenta come un orfano ed è legato solo alla sorella Louise, una ragazza facile e allo sbando che salta da un lavoro precario all’altro, vivendo insieme in una casa popolare nella valle ai piedi dell’impianto che attira turisti da tutto il mondo, facili prede di Simon che non aspetta altro.
Il giovane si presenta diviso tra due mondi, quello in pianura e quello in vetta alla montagna: il viaggio in funivia dona ritmo al film e le sue espressioni infondono una differente riflessione a ogni parte del film; sì perché sono diversi i momenti che caratterizzano la pellicola, con un colpo di scena che giunge improvviso e rivela ciò che Louise e Simon nascondono.
La regista Ursula Meier ha dichiarato:
Sister è un film verticale, che oscilla tra due dimensioni spaziali: in alto c’è la stazione sciistica, dominio di ricchi turisti che vengono a divertirsi sulla neve, in basso ci sono i grigi quartieri industriali della pianura; la funivia, che sale e scende incessantemente, è l’unico collegamento tra questi due mondi.
Non potremmo trovarci più d’accordo, nonostante il personaggio di Louise sia fin troppo assente; a pensarci bene, è l’assenza della ragazza (ma soprattutto la sua inconcludenza e il senso di disfatta) che genera tanta sofferenza al fratello, che è completamente privo di affetto e impara presto a usare il denaro non solo come merce di scambio, ma anche come meccanismo di difesa e come via di fuga verso l’illusione di una nuova vita.
Malgrado Simon e Louise vivano in una condizione economica disagiata, dando in apparenza il senso del denaro come centro dei rapporti tra i personaggi, o la precarietà tra le relazioni familiari che intrecciano i due, Sister non vuole essere un film sociale; tuttavia, la pellicola prende quasi in prestito due altri grandi elementi tematici del cinema sociale, la solitudine nella società primordiale come quella rappresentata dall’istituto familiare, nonché la non accettazione dell’individuo in una comunità, che sia fondata da due familiari o da una località sciistica attaccata da un ladruncolo con occhi dolci e fragili.
Altra caratteristica di Sister è la violenza non dichiarata, con alcune scene in cui si mostra palesemente come quando uno sciatore becca Simon e lo picchia finché non gli restituisce la refurtiva, o altre dove il suo sentirsi diverso, disadattato, rifiutato, colpisce il ragazzo e non gli permette di trovare altro modo di rispondere alle vessazioni se non attraverso il furto.
Così, Simon cerca di privare gli altri allo stesso modo in cui la vita gli ha privato degli elementi principali dell’essere umano, come l’amore di una famiglia in cui sentirsi accolto e accettato senza riserve, dimostrando la sua voglia di sopperire a tutta questa mancanza con il denaro sottratto.
Di Felice Catozzi, da ilcinemaniaco.com

Esce abbastanza in sordina, senza grossi strombazzamenti un film che, comunque la si pensi dopo la visione, ha vinto un premio piuttosto importante, ovvero l’Orso d’argento speciale a Berlino, festival cinematografico che rifugge dai riflettori e dai lustrini, in effetti.
Scritto e girato dalla giovane regista Ursula Meier e interpretato dalla nuova stellina del cinema francese Léa Seydoux (già vista nell’orrido Midnight in Paris e intravista anche in Mission: Impossible 4), Sister – ovvero L’enfant d’haut – si avvale anche della partecipazione straordinaria di Dana Scully alias Gillian Anderson nei panni di una turista francese.
Questa la sinossi:
In una stazione sciistica sulle Alpi, Simon, un orfano di dodici anni, si mantiene derubando i ricchi turisti del posto e vendendo la refurtiva ai coetanei. Con quello che guadagna si prende cura anche della sorella maggiore, Louise, una giovane e affascinante sbandata con diversi amanti. Ma il rapporto tra Louise e Simon nasconde uno strano segreto…
Partiamo dalle parole pronunciate da Mike Leigh durante la consegna dell’Orso d’Argento Speciale:
“Sister è una riflessione poetica e appassionante sulla relazione tra due persone, splendidamente raccontata e ambientata con grande immaginazione nel panorama inusuale di una stazione sciistica. Il film conduce un’analisi brillante del rapporto tra ricchezza e povertà ed è scritto e diretto in modo geniale da Ursula Meier. Le interpretazioni di Léa Seydoux e Kacey Mottet Klein sono formidabili”.
La pellicola in effetti risponde a una domanda che nessuno forse si pone, giustamente, ma è che è molto interessante: cosa succederebbe se l’amore dei nostri cari non fosse spontaneo, gratuito, scontato come lo prendiamo tutti i giorni? Se questo dovesse essere conquistato giorno dopo giorno con fatica e duro lavoro?
La Meier riprende dai fratelli Dardenne uno stile di ripresa ormai connotato e riconoscibile, quello della camera a mano appuntata sui corpi dei protagonisti – che però è arricchito e personalizzato da molti campi lunghi – e una scrittura drammaturgica molto fattuale, dedita alla descrizione dei comportamenti degli attenti più che alle spiegazioni. La filiazione è diretta e inequivocabile, sarebbe inutile negarlo, e perciò forse parlare di “genialità”, coma fa Leigh, è eccessivo.
Resta però uno spunto iniziale molto buono, non valorizzato completamente da un film che si perde un po’ avvitandosi su se stesso, ripetendo in eccesso gesti e situazioni, e che forse confida troppo su un colpo di scena non proprio indimenticabile. Colpiscono, alla fine, alcune sequenze piuttosto dure e una relazione inusuale che potrebbe fare riflettere chi volesse prestare orecchio alle insinuazioni della regista…
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

Solitudini, degrado sociale, privazioni e stenti. Ursula Meier è una regista capace di raccontare ognuno di questi aspetti con la classe e la maturità di una regista navigata. Alla sua opera seconda, dopo l’esordio nel lungometraggio con l’ottimo Home nel 2008, la regista franco-svizzera regala al pubblico un piccolo gioiello giustamente premiato a Berlino con l’Orso d’Argento.
In una stazione sciistica nelle Alpi svizzere, si aggira furtivo il dodicenne Simon. La sua quotidiana routine prevede il taccheggio di occhiali da sole, caschi, cuffie e guanti, fino alle tipologie di sci più innovativi, senza tralasciare la sottrazione delle cibarie dagli zaini dei turisti. Una volta sceso a valle il suo bottino viene rivenduto, in modo che il denaro guadagnato possa mantenere sia lui che sua sorella Louise, una ragazza dalle evidenti difficoltà. Incapace di crearsi una stabilità con un compagno o a mantenere un lavoro, Louise vive la propria vita alla giornata, noncurante né del proprio destino né di quello di Simon. 
Una regia, quella della Meier, poetica e commovente, che non cede mai il passo al pietismo, ma che con delicatezza scandaglia gli anfratti di un rapporto terribilmente difficile, vittima esso stesso di una povertà pressoché imprescindibile. L’uno succube consapevole di un affetto che è incapace di comprarsi, nemmeno con “ingenti” somme di denaro; l’una autolesionista e che si priva con determinazione della speranza in un futuro migliore; entrambi miserabili moderni, oppressi da un degrado e frustrazione che non meritano.
Le ottime interpretazioni di Léa Seydoux (Midnight in Paris e Mission: Impossible 4 – Protocollo Fantasma) e Kacey Mottet Klein (presente nel cast del già citato Home), formidabili nel rappresentare un universo familiare così fallimentare, sono diretti con abilità e garbo. Un’inaspettata Gillian Anderson (meglio conosciuta come l’agente Dana Scully nella serie X-Files), nei panni di una ricca turista inglese, rappresenta, per il giovane Simon, l’ideale sintesi di amore ed educazione, investendo sulla sua precaria presenza un’eccesiva affettività.
L’alto (quello della ricchezza nella lussuosa stazione sciistica) e il basso (la valle, così povera e fangosa, fatta di casermoni e strade deserte), fanno da contraltare ad una storia di vinti, che lottano per sopravvivere in un mondo ingrato.
Di Serena Guidoni, da voto10.it

Simon (Kacey Mottet Klein) ha solo dodici anni, ma è già un business man: durante la stagione sciistica si aggira fra piste innevate, baite assolate e spogliatoi deserti, rubando ai ricchi (turisti) per dare ai poveri (a un prezzo di favore, s’intende). Sci, caschi, occhiali fruttano bene, e al ragazzino quel denaro serve per campare.Orfano di entrambi i genitori, Simon ha una sorella maggiore, Louise (Léa Seydoux), che però non è in grado di prendersi cura di lui. È il fratellino che porta a casa i soldi, che ‘fa la spesa’ e il bucato. Non si ferma un attimo. Se lo facesse, la solitudine lo travolgerebbe come una valanga. Perché Louise va e viene. E non ci riesce proprio a dargli quel briciolo di affetto che lui non smette di sognare.
Il secondo lungometraggio di Ursula Meier – premiato con un Orso d’Argento speciale all’ultimo Festival di Berlino e in uscita nelle sale l’11 maggio – ci mostra la montagna da un’angolazione inedita. Scordatevi le solite vacanze di Natale scollacciate e le commediole romantiche da bacio sotto il vischio. Qui la vita è dura, soprattutto se la vedi con gli occhi di un ragazzino senza famiglia, che ogni giorno combatte non solo per guadagnarsi il pane, ma anche l’amore di una sorella assente e indifferente, incapace di tenersi il lavoro, come è incapace di tenersi gli uomini. Una montagna vista ‘dal basso’, quindi. E che, proprio per questo, risulta ancora più alta, più imponente: irraggiungibile. Ma il piccolo Simon non si dà per vinto. Con un po’ d’ingegno e un pizzico di incoscienza, ecco che ogni mattina sale lassù, per confondersi fra i turisti benestanti e spensierati che popolano la stazione sciistica sopra casa sua. Certo, il viaggio è lungo, e la fatica tanta e non mancano i pericoli, anche se a volte capita che salti fuori qualche complice inaspettato, non è affatto piacevole quando invece capita che vieni beccato. Ma non c’è altro modo. E Louise? Lei è smarrita, quasi impotente, vive le sue giornate passivamente. Non sa che fare di se stessa, come potrebbe pensare al fratellino? Perciò è lui a mantenerla, a darle i soldi per comprarsi quello che le serve. Prova perfino a imporle il coprifuoco quando esce, quasi fosse sua figlia. Sì, il loro è un rapporto tutto al contrario. Ma Simon ha pur sempre dodici anni: è lui il bambino e ha bisogno della ragazza. Ha bisogno di affetto, di coccole. Anche a costo di pagarle duecento franchi. Anche a costo di sentirsi comunque solo, non voluto.
Dietro quell’aria spavalda di chi la sa lunga, si nasconde un’anima fragile, vulnerabile, com’è giusto che sia a quell’età. Un’anima che è pronta ad esplodere in un grido di disperazione, e di liberazione. E chissà che finalmente quel grido non venga ascoltato e che quella montagna non regali una speranza tutta nuova.
Di Giuditta Martelli, da cinefilos.it

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