SHAME


Brandon è un uomo di circa trent’anni che vive aNew York e che non è in grado di gestire la propria vita sessuale. Dopo che Sissy, la ribelle sorella minore, si trasferisce a vivere nel suo appartamento, gli equilibri del mondo di Brandon vanno fuori controllo…
Il fatto che Hunger non sia mai stato distribuito in Italia resta tra le vergogne assolute della nostra povera distribuzione. Vincitore della Camera d’Or aCannes nel 2008, l’opera prima di Steve McQueen lanciava il suo regista nell’olimpo dei registi da tenere d’occhio e non perdere per nulla al mondo. Perché Hunger è uno di quei film che ti fanno ricredere nella capacità del cinema di trovare stili potenti e originali e sguardi inediti. Non solo lo sguardo di McQueen, ma anche quello di Michael Fassbender, attore superbo lanciato definitivamente grazie a quel film.
Per tutto questo Shame era particolarmente atteso. Stesso regista e stesso attore di una delle opere prime più entusiasmanti e sconvolgenti degli ultimi anni di nuovo assieme. E ancora una volta con una trama non facile e al limite del provocatorio, ma di cui si potevano subito cogliere alcuni aspetti: un ampio margine di lavoro sui personaggi, con quello stile che McQueen ci aveva già mostrato proprio in Hunger (sì, pensiamo anche e soprattutto a quel pazzesco botta-e-risposta di una quindicina di minuti: quando l’apparente semplicità è in realtà complessa struttura cinematografica).
Hunger, fame. Shame, vergogna. Non occorre dire di più nei suoi titoli a Steve McQueen per aprire un mondo. Il legame c’è, ed è lo stesso regista a darne una lettura speculare: lì dove un prigioniero usava il suo corpo come mezzo politico per ottenere libertà, qui c’è un uomo in teoria completamente libero ma in realtà in gabbia. Brandon vive a braccetto con il sesso tutto il giorno. Si tratta di un’ossessione al limite del patologico, di un istinto incontrollabile che dev’essere soddisfatto.
Il fatto è che l’uomo è anche il perfetto newyorchese: bello, in carriera, benestante. E nella “città che non dorme mai”, piena di occhi che guardano, Brandon vive nel terrore di essere scoperto e di venire giudicato per ciò che è. Un incubo che diventa ancora più forte dal momento in cui Sissy si trasferisce a casa sua, visto che ora vivrà con lui tra quelle mura, e che porta la sua mania verso un abisso sempre più profondo.
Raccontata così però la storia di Shame potrebbe lasciare uno spiraglio aperto all’idea che si tratti di un film moralista. Dopotutto il sesso viene visto come un atto vergognoso: il problema è capire bene da “chi”. Le opzioni sono due: è visto come vergognoso da Brandon stesso, ed è visto come vergognoso dalla società. Quindi da noi – c’è una scena in particolare che è interessante, quella in cui il capo e amico del protagonista scopre che nel pc di Brandon c’è materiale pornografico, ma crede che sia stato scaricato da altri, disgustosi erotomani: e a sentire quella parole il protagonista volta la faccia, ferito -.
Tolti tutti i dubbi sulla “moralità”, viene cancellata anche la possibilità che Shame sia anche una parabola di redenzione. Per carità. Per fortuna a McQueen non interessa un percorso “curativo”, soprattutto se si tratta di sesso. Shame racconta invece di un tentativo di salvataggio. Forse addirittura di un doppio tentavo di salvataggio. Ma è un percorso difficilissimo, in quanto comunicare con gli altri ed esprimersi sembra sempre più complicato. Qui sta tutto il cuore di Shame: Brandon e Sissy si capiscono forse alla perfezione, ma non riescono a far niente per aiutare l’altro con i propri problemi perché non si riesce a concludere un discorso serio, e si finisce a litigare, spesso attaccandosi velenosamente.
In questa ottica, tutto ciò che vediamo di Shame è filtrato attraverso gli occhi del protagonista. Con uno stile potente, in cui nulla viene lasciato al caso, McQueen affresca il ritratto di un uomo non solo convincente, ma sempre più entusiasmante man mano che il film procede per la sua strada. E attenzione che non c’è nulla di compiaciuto nel film, e neanche le scene di sesso e i nudi sono mai gratuiti. Tutto è preciso, elegantissimo, curato e “freddo” come una lama, e viene quasi da pensare che Shame sia una perfetta trasposizione variata di American Psycho.
Shame tuttavia è un film che perde pian piano la sua perfetta freddezza e si scalda dolorosamente, fino a diventare devastante. L’impossibilità del protagonista di reprimere i suoi istinti e la sua natura all’interno di una città impeccabile e glaciale (New York raramente è stata così bella in un film ultimamente) cattura e non lascia via d’uscita, fino a diventare quasi soffocante. Se tutto questo è possibile è però soprattutto grazie alla straordinaria interpretazione di Fassbender, meraviglioso, coraggioso e toccante. Se non è una Coppa Volpi già assegnata bisogna quasi scendere in piazza.
Da cineblog.it

Con Hunger nel 2008 si era immediatamente posto all’attenzione della critica internazionale fino ad conquistare la Camera d’Or per il miglior esordio al Festival di Cannes e decine di altri premi in tutto il mondo. Con questo Shame il britannico Steve McQueen supera il difficile scoglio della seconda opera e si conferma come uno dei più interessanti filmaker in circolazione: per capacità tecniche e virtuosismi, per colpo d’occhio, per direzione degli attori, in particolare quel Michael Fassbender che proprio con Hunger si era fatto notare dal mondo intero e aveva iniziato la sua prestigiosa carriera internazionale. Nell’interpretare Brandon, infatti, un businessman newyorkese ossessionato dal sesso in tutte le sue manifestazioni, Fassbender si spoglia di ogni pudore e si affida corpo e anima al suo regista che, da par suo, non abbandona nemmeno per un secondo il suo protagonista ma anzi lo cerca insistentemente con primi piani e lunghissimi piani sequenza, come quello già cult in cui Brandon fa jogging per le strade di New York che sembrano fotografate quasi dal Kubrick di Eyes Wide Shut. Ma se nell’ultimo film del Maestro era il tradimento a trascinare il suo protagonista nella notte per le strade della città che non dorme mai, qui è esclusivamente quel senso di vergogna richiamato dal titolo, vergogna per la propria ossessione e per l’incapacità di controllarsi, ma vergogna soprattutto per l’impossibilità di relazionarsi con gli altri se non attraverso un sesso fine a se stesso, senza alcuna traccia di intimità, tenerezza o sentimento. La similitudine tra i due film di McQueen sono proprio nell’interpretazione di Fassbender molto fisica in entrambe le pellicole: ma se in Hunger il corpo rappresentava l’unica arma su cui poteva contare il Bobby Sands chiuso in carcere per liberare le proprie idee, in Shame è proprio il corpo e l’impossibilità di controllare le proprie pulsioni a relegare Brandon in una situazione apparentemente senza via di uscita, una vera e propria prigione metaforica. Ed è sempre un corpo, quello nudo della sorella Sissy, ospite del suo appartamento per qualche giorno. a provocare un vortice incontrollabile di tentazioni prima, un’ultima possibilità di redenzione dopo. Il sesso è presente nella pellicola dall’inizio alla fine, attraverso nudi integrali dei protagonisti e scene di amplesso esplicite che soltanto grazie al rigoroso tocco del regista non sforano nella pornografia; ma non è questo l’argomento centrale del film ma piuttosto la difficoltà di questa persona di cambiare e di relazionarsi con qualcuno al di là del sesso. Per questo ancor più importanti delle bellissime sequenze con camera a mano, molto spesso senza dialogo ma impreziosite da una colonna sonora classica, sono i momenti in cui i protagonisti si parlano, si spiegano, si urlano addosso. McQueen da regista esperto seppur giovane sa come rendere al meglio questi momenti, come far emergere ed esplodere le interpretazioni (e se Fassbender è fantastico a soffocare le proprie emozioni dietro una maschera di apparente freddezza, Carey Mulligan è bravissima a tenergli testa nel ruolo della sorella) e sceglie di farlo con lunghe sequenze ad inquadratura fissa, puntata direttamente sui volti dei suoi attori che anche in questo caso non possono nascondersi o tirarsi indietro in alcun modo, ma sono ancora una volta costretti a mettersi a nudo, senza vergogna.
Di Luca Liguori, da movieplayer.it

I grandi amici Michael Fassbender e Steve McQueen di nuovo insieme, dopo Hunger, per un film che sta riscuotendo consensi unanimi presso la critica di tutto il mondo per la sua carica espressiva. Dopo la prima collaborazione del 2008 -quando ancora Fassbender non aveva raggiunto la celebrità e non era richiestissimo come oggi- Shame segna un sodalizio destinato a durare a lungo, viste le sue potenzialità e l’indiscutibile affiatamento fra regista e interprete. Presentato in anteprima alla 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia -dove Fassbender si è aggiudicato una Coppa Volpi quale miglior attore- e successivamente presentato anche a Toronto, New York, Londra e Denver, Shame è un film dalle tematiche semplici da descrivere, ma non altrettanto da affrontare. 
Un viaggio frastagliato sul ciglio della psiche di un uomo e di una donna, fragili e bisognosi di un centro di gravità permanente, che sembra continuamente sfuggir loro mentre ingannano sé stessi e il mondo attorno a loro. È facile perdersi nella vastità di New York, al centro della Grande Mela. Anche e soprattutto metaforicamente, come accade a Brandon (Michael Fassbender) trentenne di successo affascinante e apparentemente impeccabile. Il distinto gentiluomo, però, nasconde un segreto, o meglio, un lato nascosto-ma-non-troppo: soffre infatti di ipersessualità, ovvero sente il costante bisogno di trovare soddisfazione, o anche solo sollievo, tramite le pratiche sessuali più disparate. Dietro una facciata di perbenismo, aiutato dall’avvenenza fisica e dalla disponibilità economica, Brandon passa tutto il suo tempo libero a pensare e a praticare il sesso, in una spirale di decadenza apparentemente incontrollabile. Quando l’emotivamente fragile sorella di lui Sissy (Carey Mulligan) lo va a trovare di sorpresa, in cerca di un conforto fraterno che Brandon non può assicurargli, qualcosa scatta in lui: un misto di pulsioni incontrollate che, se da un lato lo scuotono dal torpore e gli fanno provare un senso di vergogna e repulsione verso la sua condizione, dall’altro lo spingono ancora di più verso l’autodistruzione. McQueen e la co-sceneggiatrice Abi Morgan hanno evidentemente studiato parecchio le problematiche legate alla cosiddetta ‘satiriasi’ prima di riportare il tutto su schermo. Brandon è un perfetto esempio della ‘Teoria della dipendenza sessuale’ portata avanti dal sessuologo statunitense Patrick Carnes. Incapace di voler bene a sé stesso e agli altri, incapace di perdonarsi, incapace di accettarsi e di vivere gli affetti con naturalità. Michael Fassbender porta in scena un personaggio morboso che ci mostra quanto squallida possa essere la decadenza umana, anche e soprattutto di persone che, all’apparenza, potrebbero essere dei modelli di vita e invece sono la personificazione dello spreco fisico e morale. Intensissima l’interpretazione di Fassbender, a cui fa eco una mutevole e indifesa Carey Mulligan/Sissy, altro esempio di personalità al limite, inetta a sfruttare i doni che la natura le ha donato senza il confronto e l’apporto di un fratello che, per scelta e codardia, si allontana credendo sia l’unico modo di non far del male alla consanguinea. E proprio l’ambiguo e multisfaccettato rapporto fra Brandon e Sissy pone interrogativi e spunti volutamente solo accennati ma dalla grande potenza: micce innescate ma che sapientemente McQueen decide di non far esplodere, lasciando tutto nelle mani dell’interpretazione dello spettatore . Shame, dunque, è un film dalle grandi potenzialità espressive, che vive di sottesi e parole non dette, di problematiche fuori fuoco delle quali vediamo solo le drammatiche conseguenze e mai le risoluzioni. Vibrante nelle toccanti interpretazioni di Fassbender e della Mulligan, vivo nell’attenta cinepresa di McQueen e nella avvolgente fotografia di Sean Bobbitt. 
Un film con pochi difetti, se non quelli di essere una pellicola difficile, non per tutti, e soprattutto nel non avere un vero e proprio intreccio, basandosi semplicemente sull’indagare -senza giungere però a conclusioni- due anime tormentate e profondamente sole.
Di Marco Lucio Papaleo , da everyeye.it

Dopo aver stupito con il suo esordio, lo splendido biopic su Bobby Sands “Hunger” (qui la nostra recensione), il video-artist diventato regista Steve McQueen è pronto a fare il bis di lodi con “Shame”, il suo secondo lungometraggio per il quale ha collaborato ancora una volta con Michael Fassbender. Un film che, se per certi versi sembra l’opposto del suo predecessore, per altri ne è una diretta filiazione. Per quanto, infatti, “Shame” sia ambientato nella più affascinante e vitale metropoli del mondo, al contrario del carcere di “Hunger”, entrambe le pellicole parlano di isolamento e prigionia, una fisica, l’altra dell’anima.
Il protagonista di “Shame” è Brandon, giovane professionista che vive a New York. Brandon ha successo nel lavoro, possiede un appartamento di lusso e ha fascino da vendere con le donne, ma ha un problema che si sta facendo sempre più assillante: è dipendente dal sesso. Finora è sempre riuscito a tenere la cosa confinata tra le mura domestiche, ma l’arrivo della sorella minore (Carey Mulligan), problematica quasi quanto lui, darà il via a una catena di eventi che lo costringeranno a fare i conti con se stesso.
Nella città che non dorme mai, dove il piacere sessuale è a portata di mano e dove un uomo single può intrattenersi in tutti i modi che preferisce, Brandon non ha limiti e dunque il suo problema non riesce a trovare risoluzione. McQueen comprende quanto una completa redenzione sia fuori luogo – stiamo parlando di questioni vere, non dell’arco di maturazione di un qualsiasi eroe hollywoodiano – e preferisce lasciare molto in sospeso, tante faccende insolute, concentrandosi non sull’ampio respiro ma sulle vite dei suoi personaggi, due anime perdute che cercano di riconnettersi e rimettere assieme i pezzi. Ce la faranno? Non è dato saperlo, ma almeno ci stanno provando.
Come in “Hunger”, McQueen si affida a una messa in scena di pochi dialoghi, lunghi ciak e un uso intelligente delle ellissi narrative e dei flashback. Ne risulta un film l’incedere lento, fortemente visivo, che spiega poco e racconta tanto con le immagini, con i volti, la fisicità degli attori. Che per il loro regista non esitano a spogliarsi totalmente, non solo dal punto di vista fisico ma anche emotivo. Fassbender è eccezionale, un fascio di nervi e sensazioni che in ogni momento sono sul punto di esplodere. Carey Mulligan sembra non sbagliare un colpo e, alla vigilia della sua promozione a star di serie A, torna con un film che sicuramente ha scelto più per la sfida professionale che non per il potenziale al box office.
“Shame” è un film potente, raccontato con grande asciuttezza e maestria e capace davvero di fare leva sui sentimenti più basilari dell’uomo. Non a caso il titolo, che dopo “Hunger” sembra continuare una sorta di studio sugli istinti primordiali dell’uomo. Ma McQueen ha anche il coraggio di non lasciarsi andare alle lacrime facili – nonostante un momento molto commovente verso il finale – e preferisce lasciare aperto uno spiraglio, la speranza di poter ricostruire un senso. A volte, è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Di Marco Triolo, da film.it

Arriva il 13 gennaio al cinema Shame, il discusso e osannato film di Steve McQueen che all’ultimo Festival di Venezia è valso la Coppa Volpi al suo protagonista, un Michael Fassbender alle prese con un ruolo complicato e delicato, che mette letteralmente a nudo ogni lato della sua complessa personalità.
Brandon è un affascinante trentenne con dei ritmi di vita molto regolari e che nasconde un segreto: una disperata dipendenza dal sesso che lui in prima persona vive con metodicità, ma che l’irruzione della sorella Sissy gli farà vedere con gli occhi dell’autocommiserazione.
Il film è principalmente un viaggio, dallo stretto punto di vista del protagonista, di quanto in basso, nella propria considerazione e in quella degli altri, possa scendere una persona prima di sentire la necessità di una catarsi, prima psicologica e poi fisica. E così seguiamo Brandon per le strade di New York, sempre alla ricerca di sesso, in qualunque forma esso si presenti.
McQueen non solo offre al suo amico e protagonista un ruolo impegnativo, ma lo coinvolge anche in piani sequenza decisamente difficili da reggere, e il nostro Fassbender se la cava alla grande soprattutto quando è in compagnia sullo schermo di Carey Mulligan, che interpreta la disturbata Sissy, anche lei straordinaria in un ruolo a metà tra la dolcezza dell’infanzia e la follia dell’età adulta insoddisfatta e sofferente.
Il film non si sofferma ad indagare le ragioni intime e i rapporti interpersonali che intercorrono trai soggetti, ne mostra solo il lento disfacimento, l’inesorabile discesa verso un baratro che sembra apparentemente inevitabile. Come sempre più spesso accade, nel finale non ci è dato sapere quale sarà la sorte del nostro eroe. Dopo aver toccato il fondo e rischiato irreversibile, Brandon torna alla sua vita regolare e monotona, ma il suo sguardo è davvero cambiato? McQueen sceglie di lasciarci nel dubbio e per una storia che scende così a fondo nella perversione della psiche umana probabilmente dare un finale esplicativo sarebbe stato impossibile, o quantomeno riduttivo.
Del film resta senza dubbio una buona regia, che predilige la sequenza lunga e il racconto integrale, senza ricostruire dialoghi e situazioni attraverso il montaggio, e l’interpretazione di Fassbender e Mulligan, senza dubbio la migliore, forse per entrambi.
Il film arriva accompagnato da un ingiustificato scalpore, legato principalmente al nudo integrale di Fassbender che a Venezia ha gettato in un panico divertito critica e pubblico, ma che in realtà non aggiunge né toglie molto ad un film in cui, oltre alle grazie di Fassbender si notano anche molte donne completamente nude, ma, si sa, il nudo femminile ormai non fa parlare più nessuno.
Di Chiara Guida, da cinefilos.it

Brandon ha un problema di dipendenza dal sesso che gli impedisce di condurre una relazione sentimentale sana e lo imprigiona in una spirale di varie altre dipendenze. Nulla traspare all’esterno: Brandon ha un appartamento elegante, un buon lavoro ed è un uomo affascinante che non ha difficoltà a piacere alle donne. Al suo interno, però, è un inferno di pulsioni compulsive. Va ancora peggio alla sorella Sissy, bella e sexy, ma più giovane e fragile, la quale passa da una dipendenza affettiva ad un’altra ed è sempre più incapace di badare a se stessa o di controllarsi. 
Dopo aver colpito indelebilmente gli occhi di chi ha visto il suo primo film,Hunger, colpevolmente non distribuito in Italia, il videoartista britannico Steve McQueen richiama con sé Michael Fassbender come protagonista di Shame, un film che è altrettanto politico, nelle intenzioni, per quanto non lo sia esplicitamente nel soggetto (com’era invece per la vicenda di Bobby Sands). 
Alla prigionia del carcere, dove l’uomo è privato di tutto, si sostituisce qui una trappola mentale altrettanto incatenante e umiliante, favorita paradossalmente dalla libertà di potersi comprare tutto e subito: una escort, una stanza d’albergo o un film. È l’altra faccia della società “on demand” quella che McQueen racconta in questo dramma privatissimo solo all’apparenza, venato di una tristezza senza freni. La nudità di Fassbender, che apre il film, è soprattutto una condizione figurata e quando, man mano che il minutaggio avanza, l’interpretazione dell’angoscia si fa più dichiarata e arrivano le lacrime e le contorsioni, si ha quasi l’impressione che non aggiungano molto ma diano solo più senso a quelle prime sequenze, che già contenevano tutto. 
Meno straordinario di Hunger, più imploso e grigio (non solo nella pigmentazione), Shame conferma la grande capacità di McQueen nella scelta delle inquadrature, il suo lavoro singolare sul sonoro, la poetica dell’accostamento di bellezza e brutalità, qui meno evidente ma non meno presente. Ma un grande dono viene senza alcun dubbio al film dal contributo di Carey Mulligan, che presta la sua bravura al personaggio tragico di Sissy e al suo sogno senza fondamento di un “brand new start”, di poter ricominciare da capo lì a New York perché, come canta in una sequenza da brivido, “if I can make it there I’ll make it anywhere”. Ma è vero soprattutto il contrario.
Di Marianna Cappi , da mymovies.it

C’è il rischio che il già famoso nudo integral-frontale di Michael Fassbender eclissi il film, e il suo valore. Sarebbe un peccato. Shame è una gran sorpresa, un risultato notevolissimo, forse il film più importante visto finora tra quelli in concorso per il Leone. Steve McQueen, un omone nato come artista visuale, sceglie di raccontare qui, come regista (e che regista, signori), un uomo assai poco immacolato, danneggiato, sporcato, degradato dalla sua dipendenza dal sesso, dalla compulsione erotica. “In Hunger (il suo film precedente, ndr)”, ha detto McQueen in conferenza stampa, “ho raccontato di un uomo chiuso in prigione, stavolta racconto di un uomo che trasforma la sua assoluta libertà nella propria prigione”. Non è moralismo, è lucidità nel cogliere quella malattia emotiva della nostra contemporaneità che è il sesso impersonale, quella ginnastica genitale di corpi che si toccano e si compenetrano come in una tavola anatomica. Puro nichilismo. Brandon, il protagonista di Shame, cui Michael Fassbender aderisce con una fisicità impressionante, è un trentenne newyorkese di medio-alto successo che non ha, non riesce, non vuole avere relazioni durature e stabili. Che quando ci prova non ce la fa. Che ossessivamente fa sesso online, si masturba nel bagno di casa e dell’ufficio, si porta nel letto prostitute, fa avance pesanti alle ragazze che incontra in discoteca, si fa rimorchiare da sconosciute e se le scopa. Sesso, solo sesso. McQueen ce lo mostra con freddezza, non giudica, non ci racconta per fortuna molto di lui, non tenta nessuno approccio psicologistico al suo agire, semplicemente lo segue, lo pedina, registra i suoi movimenti. Il tutto in ambienti della nostra ipermodernità, spazi rarefatti, glaciali, geometrici, metallici e vitrei. Brandon è oggetto tra gli oggetti, viene osservato così come la macchina da presa osserva una sciarpa, un televisore, un divano. Da questo approccio avalutativo, fenomenico, scaturisce la forza enorme del film, che riesce a restituirci così il nichilismo in cui siamo sprofondati, e in cui ci stiamo perdendo, e che riesce a trasformare Brandon in un allarmante esemplare sociale dell’alienazione (sì, ritroviamola, questa meravigliosa parola perduta) ormai di massa. A fare da contrappeso è Sissy, la sorella di Brandon, invece travolta dalle sue emozioni, che cerca disperatamente di stabilire un ponte con quel fratello che sembra ormai perduto.
Nell’ultima parte tutto si accelera, la frenesia e l’eccesso prendono il posto della rarefazione, la compulsione porta Brandon a avventure multiple, a inoltrarsi nei cunicoli della metropoli, a fare sesso con uno sconosciuto in un locale gay, a esibirsi con una prostituta alla finestra-vetrina di un hotel. Succederà poi qualcosa, qualcosa di drammatico, che forse riuscirà a tagliare la corazza che avvolge Brandon e a raggiungere la sua carne, il suo cuore. Forse. La prima parte è di compattezza esemplare, un incubo translucido che ricorda il migliore e più implacabile Antonioni, quello de L’eclisse, o la disperazione vuota di certo Tsai Ming-Liang (Vive l’amour!). L’ultima mezz’ora, in cui lo schermo sembra incendiarsi infernalmente con le avventure accelerate e multiple di Brandon, ricorda invece le discese negli abissi di certo Bresson (Il diavolo, probabilmente) e quel capolavoro che è American Gigolo di Paul Schrader, non per niente discepolo devoto di Bresson. Un grande film, Shame, anche se sbilanciato tra prima e seconda parte. Ma sono difetti che non ne diminuiscono la statura. Attenzione alla scena in cui Carey Mulligan, sempre più brava nello scegliere i film giusti (vedi anche Drive di Refn), che poi è Sissy, la sorella di Brandon, canta una sua personalissima versione blues di New York, New York. Piange perfino l’algido Brandon, e anche tra il pubblico qualcuno ha pianto.
Di Luigi Locatelli, da luigilocatelli.wordpress.com

Brandon (Michael Fassbender) soffre di dipendenza dal sesso. Ha un buon lavoro, una casa elegante, un portamento invidiabile, ma dentro di sé ribolle una pulsione compulsiva che non gli permette di avere una relazione sana con le donne, quasi tutte prostitute. Nella sua vita torna un giorno la sorella Sissy (Carey Mulligan), bella ma fragile, che invece è alla costante ricerca di un affetto che neppure il fratello maggiore riesce a darle.
Osannato alla scorsa mostra di Venezia, dove l’esaltante Michael Fassbender ha meritato la Coppa Volpi come migliore attore, esce anche in Italia l’opera seconda di Steve McQueen (dopo Hunger, esordio ugualmente interessante). In entrambi i film siamo di fronte ad un cinema dallo stile alto, un cinema di corpo e di sguardi, di suoni e di silenzi. Un cinema finalmente non “spiegato”, ma “mostrato”, che si dipana dinanzi ai nostri occhi con gentilezza e lentezza, lasciando allo spettatore molte delle interpretazioni riguardanti i gesti, le azioni, gli impulsi del protagonista.
Qual è la vergogna del titolo? E’ quella dei nostri occhi nei confronti di una persona con questo tipo di disturbo o è quella celata nel cuore di Brandon? L’animo tormentato ma in fin dei conti innocuo (non fa del male a nessuno, ha solo bisogno continuo di contatto fisico) del personaggio di Fassbender, nero in apparenza ma sensibile nel profondo, è il centro del film, che non gode di una storia così originale (anche un po’ forzata in alcuni punti, tragedia finale compresa) ma che intraprende un percorso di sopravvivenza più che di guarigione. E’ il tentativo di un uomo disperato di vivere una vita normale, di avere degli amici, di cercare qualcuno che lo possa aiutare.
L’uragano Sissy, la sorella che ripiomba nella sua vita, smuove le acque e porta un po’ di banalità di troppo al film, diventando una figura ingombrante salvata solo dall’interpretazione superba e ipnotica di Carey Mulligan. Ma impossibile non pensare a come sarebbe stato il film senza il suo personaggio, che ad un certo punto sembra voler rubare la scena a quello di Fassbender. Il lunghissimo trip finale finalmente riporta il film in carreggiata con un percorso notturno di Brandon decisamente tragico e attanagliante. Fassbender non ci mette solo il corpo: la sua interpretazione è eccellente in ogni senso, sofferta e drammatica. Le scene di sesso sono rudi e non gratuite, mantenendosi su un limite di buongusto che non sfiora mai neppure per un secondo la pornografia. Solo all’inizio quel pene sbattutoci in faccia piuttosto gratuitamente può far temere che il film voglia solo scandalizzare superficialmente, ma per fortuna bastano pochi secondi per rendersi conto che non è questo il caso di Shame.
Da paolinoslife.com

“Se non ci avessi provato, si sarebbe offesa.” Una scelta anticonformista quella di Steve McQueen. Shame è un film sul sesso. E questo non è particolarmente nuovo. Però. l’omologo dell’attore di Papillon, ci cavalca sopra, lancia una freccia avvelenata, politicamente incorretta. La vita di Brandon è sporca, cattiva, depravata, possiamo provare ripulso, ma mai, e poi mai, ha un segno di debolezza. Forse di colpa, ma mai di pietà. Brandon vive a new York, ha un buon lavoro, un bellissimo e diafano appartamento con vista sul fiume Hudson. Sin dall’inizio scopriamo il suo costante desiderio: è un irrefrenabile satiro. Ha sempre voglia di copulare, di fornicare, ovunque, in tutti i posti, con chiunque, senza il minimo rispetto di una dignità relazionale. Incostante con le donne, è capace di adescare le prede degli amici. Una vera macchina del sesso. E’ aiutato dal suo fascino e dalla sua bellezza. Non a caso il regista inizia proprio con inquadrature della sua micidiale ed implacabile arma: il suo pisello. Non c’è lo risparmia in nessuna forma e posizione. Non sappiamo se è una malattia, il regista – grazie – ci evita le solite menate freudiane sulle cause e del essere un poverino vittima della società, della famiglia ecc ecc. No, il colpevole è lui. Tutto il ritmo del film è sulla sua passione, incapace di resistere ad ogni forma di rapporto si ritrova improvvisamente in un cesso di un bar gay mentre un ragazzo gli pratica un coito orale. Questo è il film. Ma la sua incapacità a discernere potrebbe avergli arrecato dei danni, potrebbe essere stato capace di gesti violenti. L’amore non appare mai, non può essere capace di amare una persona con una deformazione implacabile verso la goduria infinita e unicamente materializzabile. Film notevole, per le capacità dell’attore Michael Fassbender. Il regista descrive un tema violento con tanta caparbietà scenica. Certe scelte ironiche sono leggere ma ben tratteggiate all’interno della tensione costante: il cameriere imbranato del ristorante, i sei sacchi pieni di oggetti e giocattoli porno da lui gettati in un momento di ribellione alla sua passione. Aggiungiamo la ragazza della chat e della sua confidenza con Brandon. La camera è sempre alla ricerca del protagonista, i suoi primi piano vogliosi, i suoi duetti con casuali partner. La città di New York collabora, perché sempre viva e stupenda nei suoi panorami. Sembra nascondere tanti incomprensibili ed irriconoscibili mostri, il regista li accompagna nei parcheggi e nei locali infimi, Vuole essere disteso, perciò si abbandona ai colori chiari, a scelte di un kamasutra americano. Sempre presente tramite al suo attore, le scelte umane sono diverse, mai giudicare, mai abbandonarsi a parole di buonismo.
Di Roberto Matteucci , da cinemah.com

“We are not bad people. We just come from a bad place.” 
Questa battuta, affidata al personaggio di Carey Mulligan, che la rivolge al fratello Michael Fassbender, è centrale nel nuovo film di Steve McQueen, il secondo della carriera cinematografica del video artista britannico. 
Assai diverso dal precedente Hunger per storia e tematiche, Shame presenta però numerosi punti di continuità, sia nella struttura formale che per l’essere incentrato su ossessioni, ancorate tanto nel presente quanto nel passato, che risultano devastanti per la mente ed il corpo. In un bad place, appunto. 
Ma il Brandon interpretato da Fassbender – virtualmente presente in ogni singola scena del film senza apparire gravato dalla responsabilità – si sente una bad person, anche se non lo vuole ammettere, perché troppa è la vergogna. 
Brandon è uno che si volta in preda al panico, ma con un pizzico di sollievo, quando qualcuno nel suo ufficio, scherzando, dice “siete disgustosi”, terrorizzato che qualcuno scopra la quantità di filmati porno nel suo computer, ma che annega ogni pensiero (questo pensiero) nell’oblio del sesso da cui è patologicamente dipendente, e che lo fa sentire prima sporco e poi bene. O viceversa. 
La ciclica routine di Brandon s’interrompe però quando nella sua vita ripiomba la sorella, danneggiata quanto lui, cui è legato ossessivamente e conflittualmente, quasi incestuosamente, pare suggerire (ma, fortunatamente, senza esplicitare) McQueen. E quando la sua ennesima conquista lo mette in crisi (persino fisicamente) perché capace di smuovere sentimenti che lo hanno sempre terrorizzato e che (si) nega categoricamente. Perché è per lui più facile essere una bad person, piuttosto che ammettere di provenire da un bad place, che affrontare il proprio passato. 
Ma il tema di una ricerca edonistica e ossessiva del piacere per mascherare vuoti e dolori esistenziali, il suo trasformarsi in patologia e perversione, non è di grande novità (si pensi solo, ad esempio, alla letteratura diBret Easton Ellis) e Steve McQueen non pare in grado di illuminarlo da angoli insoliti o di mostrarne risvolti inesplorati. 
E allora, il valore di un film come Shame si ritrova altrove. 
Nella caratterizzazione di una New York elegante e disperata, scintillante e degradata come l’uomo che gli si muove attraverso. 
Nell’equilibrio della rappresentazione del sesso, oggettivizzato, sempre privo di erotismo ma al tempo stesso anche di ostentato squallore (peccato per una scena finale dove troppo sfacciato è l’accavallarsi tra piacere e dolore nel volto del protagonista). Nella qualità formale e in quegli statici piani sequenza di dialogo che son già diventi un trademark del regista. 
Soprattutto, nella costruzione del legame complesso e appassionato tra fratello e sorella, grazie anche alle performance di un bravo Fassbender e di una straordinaria Mulligan.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

“Siamo soli nell’immenso vuoto che c’e'” cantava Raf un bel po’ di anni fa…. . Scusandomi per la citazione un po’ sguaiata, devo pero’ ammettere che un po’ essa e’ pertinente nell’ambito di questo film ben fatto, drammatico e disturbante di Steve McQueen. Presentato in concorso a Venezia, il film e’ risultato vincitore della Coppa Volpi, assegnata al bravo protagonista, l’efficace, sofferto, coraggioso Michael Fassbender, che in Mc Queen (alla sua seconda esperienza con l’attore dopo l’altrettanto drammatico “Hunger”) ha trovato nel contempo il diavolo e l’acqua santa, il protettore e il carnefice.
Brandon e’ un trentenne newyorkese con un buon lavoro, un bell’appartamento, una vita apparentemente normale. Tuttavia scopriamo pian piano che il suo rapporto con la sessualita’ ha un approccio certamente singolare, che diventa ossessivo, sempre piu’ spinto, sostenuto dall’utilizzo di materiale pornografico e siti e contatti che lo spingono sempre piu’ verso un tipo di rapporti che privilegiano il piacere inteso come sfogo animale, senza alcun tipo di coinvolgimento sentimentale. Un giorno pero’, colpito da una collega di lavoro, prova a lanciarsi in una avventura che possa spingersi al di la’ del singolo episodio sessuale, ma con esiti piuttosto deludenti. A complicare la vita quotidiana subentra nella sua vita la sorella, una cantante di night piuttosto fragile interiormente e propensa all’autoafflizione.
Solo un gesto estremo di quest’ultima riuscira’ probabilmente a scalfire il muro inaccessibile dei sentimenti del disperato protagonista. Il suo pianto disperato durante il momento dell’orgasmo mentre si destreggia con una certa abilita’ con due prostitute verso la fine del film, e’ il sintomo di una disperazione dell’uomo moderno che vive la metropoli come una belva alla ricerca di un appagamento che gli regali qualche attimo di soddisfazione in attesa di riprendere la caccia, con maggiore soddisfazione che in precedenza.
Siamo alla distruzione totale dei rapporti sociali ed umani. Mc Queen dirige con sicurezza un Fassbender coraggioso quasi quanto in Hunger (dove dimagriva drammaticamente con un realismo totalizzante) nel mettere in mostra senza remore nudita’ fisiche ma anche interiori, vuoto dei sentimenti e ricerca di una normalita’ che ormai sembra persa definitivamente. La sua bellezza matura e tormentata, il suo sguardo magnetico e spesso triste lo rendono uno dei volti piu’ interessanti, sfruttabili e sfruttati dell’attuale panorama attoriale e ne fanno l’interprete poliedrico per eccellenza, rincorso dai piu’ grandi registi per incarnare i drammi interiori dell’uomo contemporaneo, i conflitti caratteriali del supereroe ferito nell’animo e pronto a tradire la causa, i torvi umori del nobiluomo afflitto da antichi drammi familiari, le spietate gesta della spia nazista prima della fine dell’ultimo conflitto mondiale. E questo solo per citare a memoria e senza un preciso ordine cronologico, alcune delle ultime eccellenti prove che hanno caratterizzato la sua intensa attivita’ recitativa.
Di alan smithee , da cinerepublic.film.tv.it

Meno scandaloso di quanto si possa immaginare, l’opera seconda di McQueen ha un’estetica notevole ed un approccio intrigante all’inadeguatezza sessuale 
Dopo il suo Hunger del 2008, il regista londinese Steve Rodney McQueen torna a cimentarsi con un’altra infausta condizione umana, mostrata non solo sul piano psicologico ma – come la fame del precedente film – anche nelle sue implicazioni più fisiologiche: la vergogna. E’ infatti Shame il titolo del suo ultimo lavoro, per il quale ha voluto come protagonista la star del suo primo film Michael Fassbender (ormai a reale rischio saturazione per la sua onnipresenza cinematografica).
La storia è quella di un ragazzo sulla trentina, piacente e di successo, che non riesce ad avere relazioni stabili e si cimenta in uso della sessualità del tutto meccanico, fatto di prostitute, flirt istantanei, pornografia e masturbazione compulsiva. La sua routine viene però sconvolta dall’arrivo improvviso della sorella (la brava Carey Mulligan), cantante in cerca d’affetto ed emotivamente instabile, la quale cerca invano di ristabilire con lui un contatto umano sempre più improbabile.
Da ciò che si era vociferato nel clima festivaliero del Lido, sembrava che Shamefosse quasi un porno (come quello annunciato da Lars Von Trier per il suo prossimo progetto), essendo passato per  il film scandalo dello scorso Festival di Venezia. Invece, a dirla tutta, di scandaloso non c’è poi molto. Scene di sesso – o comunque a sfondo sessuale – non mancano, e all’inizio si intravede anche un nudo frontale (abbastanza generoso) del belloccio protagonista. A parte questo, l’opera seconda di McQueen non turba di certo per i suoi contenuti espliciti. Al contrario, si rivela un po’ più interessante di quanto si crederebbe.
A livello estetico, Shame non delude un pubblico in cerca di (cinema d’)autore: i lunghi piani sequenza, la fotografia volutamente spenta, l’uso dei silenzi e delle musiche, assieme all’altissimo livello recitativo dei suoi interpreti, rendono la pellicola molto curata e intensa. Anche la disamina affettiva dei due protagonisti, uniti da un passato di imprecisato squallore ed oggi ancora alle prese con i propri fantasmi, riesce a procedere in maniera credibile, senza virare sul thriller o sfociare in una didascalica redenzione sentimentale. Forse, anzi, una chiave di lettura eccessivamente moralista o pedagogica lascerebbe una punta di evidente delusione sulla banalità del messaggio finale del film, che rimanda al solito circolo vizioso in cui infanzia traumatica e maturità disturbata fondano i propri disagi reciproci l’una sull’altra.
Di Gianluca Grisolia, da doppioschermo.it

Con “Shame”, in concorso alla 68ª Mostra del Cinema di Venezia, il regista britannico Steve McQueen si conferma come uno dei più interessanti filmaker in circolazione. Alla sua seconda opera, dopo “Hunger” che nel 2008 si era immediatamente posto all’attenzione della critica internazionale fino ad conquistare la Camera d’Or il premio per il miglior esordio al Festival di Cannes e decine di altri premi in tutto il mondo, McQueen dà infatti prova di una grande capacità tecnica nel dirigere gli attori e di scelte registiche virtuosistiche e d’avanguardia. Al centro del film la vita del buisnessman newyorkese Brandon (Michael Fassbender), ossessionato dal sesso in tutte le sue manifestazioni. Il fascino carismatico di Fassbender e la sua straordinaria fisicità, messa continuamente a nudo, catalizzano l’occhio della macchina da presa. Il regista, infatti, non abbandona mai il suo protagonista, lo insegue con intensi primi piani e lunghi piani sequenza. Lo insegue e lo segue, lascia che sia lui a guidare l’azione filmica dove gli altri sono solo delle comparse. Il motore di tutto è infatti il profondo senso di vergogna che Brandon prova verso se stesso e la sua “malattia”, è questa vergogna che lo spinge a vivere situazioni sconsiderate e che gli impedisce di vivere  serenamente rapporti interpersonali, che lo porta, nel finale, a girovagare in una notte di lussuria senza fine nelle strade di Ney York. In “Shame”, che sembra dunque una lunga soggettiva del protagonista, il sesso è presente dall’inizio alla fine, attraverso nudi integrali dei protagonisti e scene di amplesso esplicite, il corpo, offerto nella sua violenta nudità allo sguardo dello spettatore, domina l’inquadratura. Del resto per Brandon il proprio corpo e le sue pulsioni sono causa di una continua ricerca di un sesso fine a se stesso e privo di qualsiasi tenerezza o coinvolgimento. Caratterizzano il film momenti di grande intensità sottolineati da una regia fatta prevalentemente di bellissime sequenze quasi prive di dialogo ma impreziosite da una colonna sonora classica, o ancora da lunghe sequenze a camera fissa, puntata direttamente sui volti dei suoi attori che, anche in questo caso, non possono nascondersi o tirarsi indietro in alcun modo, ma sono ancora una volta costretti a mettersi a nudo, senza vergogna. È dunque evidente la bravura e l’esperienza di McQueen, nonostante la giovane età, nel dirigere un film, a parer mio, fra i migliori in concorso e che ha sicuramente ottime possibilità di vincere.
Di Sara D’Agostino, da voto10.it

In Shame, per la seconda volta dopo Hunger, il regista inglese Steve Mcqueen lavora in coppia con l’attore Michael Fassbender e lo farà ancora in Twelve Years a Slave, il suo prossimo progetto per ora in fase di pre-produzione. Shame era in concorso all’ultimo Festival di Venezia dove Fassbender ha vinto la Coppa Volpi con miglior attore protagonista.
Brandon (Michael Fassbender) è uomo bello e indipendente, che vive in un appartamento a New York e ha un lavoro di successo ma ha una dipendenza dal sesso occasionale che lo porta a fuggire da qualsiasi tipo di legame amoroso. Un giorno la sua quotidianità è sconvolta dall’arrivo della sorella minore, Sissy (Carey Mulligan), una ragazza sola e depressa che vorrebbe ritrovare nel fratello quell’affetto che tanto le manca.
La vergogna e il senso di colpa sono i veri protagonisti del film. Brandon ne è afflitto e perseguitato ma non riesce a fermare le sue ossessioni, non vuole avere alcun legame emotivo, neanche con la sorella, perché invade i suoi spazi e la sua privacy. Il protagonista è talmente dentro il vortice della depravazione da non percepire la richiesta d’aiuto lanciata da l’unica persona che gli è veramente vicina. C’è un momento in cui però la vergogna prende il sopravvento e Brandon decide di dare una svolta alla sua vita, di cambiare: si libera di tutto il materiale porno, prova a conoscere una ragazza attraverso un vero appuntamento che non abbia come unico fine il sesso ma fallisce e torna alle vecchie abitudini sempre più perverse. In una scena importante, dopo che entrambi hanno raggiunto il punto di non ritorno, Sissy dice al fratello, in un momento di massima vicinanza tra i due: “Noi non siamo cattive persone, veniamo solo da un brutto posto”, e lascia così un alone di mistero sul luogo dove sono cresciuti, sul fatto che entrambi hanno sofferto e che ciò ha scatenato in loro diverse reazioni, ma non devono avere vergogna perché loro in fondo non sono cattivi.
Shame è un film duro, coinvolgente, che non lascia spazio a sentimentalismi e tiene lo spettatore incollato allo schermo. McQueen crea un’opera perfetta dall’inizio alla fine, mostra la parabola discendente della vita del protagonista attraverso scene simbolo, che rimangono impresse nella mente. I piani sequenza sono belli e la direzione degli attori è lasciata libera all’improvvisazione (e il risultato positivo si vede).
Michael Fassbender riesce molto bene a interpretare un personaggio malato e sofferente anche attraverso un semplice silenzio, senza mai essere sopra le righe. Altrettanto brava èCarey Mulligan che ci regala la sua migliore performance di sempre, mostrando finalmente il suo grande talento. I due inscenano duetti tesi e toccanti dove recitano in perfetta sintonia.
Di Giorgia Tropiano , da digitalizzandotv.net

Nel 2008 la sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes si piegava al neofita regista Steve McQueen, consacrandolo con la Camèra D’or per il film d’esordioHunger, pellicola nera in cui si raccontava la storia del detenuto Bobby Sand, prigioniero irlandese di Long Kash che, nel 1981 si lasciò morire di fame per protestare contro le condizioni disumane di prigionia. Ad interpretare il detenuto era l’allora poco conosciuto Michael Fassbender, che sedusse pubblico e critica con la sua prova istrionica. A distanza di tre anni, McQueen sceglie un’altra vetrina internazionale – la 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – per presentare la sua seconda prova registica in cui ritrova Fassbender, uno degli attori più promettenti della nuova generazione, interprete ad oggi di film come 300, Bastardi senza gloria e A dangerous Method.
Brandon (Michael Fassbender) è un trentenne newyorkese con un buon lavoro e una bella casa. A prima vista, possiede tutto quello che si possa desiderare: è bello, sicuro di sé, arriso dal successo. Eppure Brandon è prigioniero di una forte ossessione sessuale che gli impedisce di avere una relazione normale con una donna. Il suo equilibrio, già precario, verrà messo a dura prova dall’arrivo improvviso della sorella Sissy (Carey Mulligan), ragazza fragile e problematica, che obbligherà Brandon a fare i conti con la propria coscienza.
«Tu mi soffochi,» urla Brandon alla sorella Sissy. «Mi metti in un angolo, e mi intrappoli». Su questo senso di trappola, di destino ineluttabile Steve McQueen costruisce la sua diegesi. Se in Hunger il regista inglese puntava la macchina da presa sul diritto inalienabile alla libertà individuale, in Shame rovescia il suo punto di vista, focalizzandosi su un essere umano che rimane prigioniero del suo stesso corpo, sottomettendosi a bisogni che gli impediscono di condurre una vita completa. Ed è proprio il corpo il centro nevralgico della narrazione: spigoloso e asciutto, Michael Fassbender mette al servizio di Brandon tutta la sua statuaria fisicità, mercificando il proprio corpo allo stesso modo in cui il suo personaggio abbandona la sua anima, in favore di pulsioni che, in nessun caso, potranno renderlo libero. La soddisfazione dei desideri sessuali non lascia mai nel protagonista un senso di libertà o serenità: il suo sorriso congelato in una smorfia, in una delle scene più evocative della pellicola, rimanda l’immagine spettrale di un uomo destinato alla distruzione, consapevole di non poter in alcun modo invertire la rotta discendente della sua esistenza. Steve McQueen, in questo film inquietante e travolgente, dimostra una padronanza eccellente del mezzo cinematografico, dirigendo i suoi attori in un universo caratterizzato da toni grigi e spenti, e avvolto da una fotografia che fa dei toni freddi il proprio marchio di fabbrica. Come avveniva, ad esempio, inMystic River di Eastwood, le luci fredde che ammantano tutta la narrazione rimandano allo spettatore un senso di pessimismo universale, suggerendo che nessuna speranza giungerà ad allietare l’animo depresso dei protagonisti. In questo senso è emblematica la meravigliosa scena in cui Sissy canta l’intramontabile New York, New York, in un nuovo arrangiamento che ne smorza l’entusiasmo e la gioia. Il suo canto è, in realtà, una disperata richiesta d’aiuto che si riflette nella reazione sconsolata ma composta del fratello, seduto al tavolo, mentre lascia rotolare sulle guance lacrime amare.
Il regista racconta, senza bisogno di tante parole, il rapporto – a volte morboso – tra fratello e sorella, sul quale grava un passato oscuro. «Non siamo cattive persone. È solo che veniamo da un brutto posto» gracchia Sissy ad una segreteria telefonica che rimanda all’assenza del fratello. Assenza consapevole: quella di Brandon, infatti, è una fuga davanti alla propria ombra. Grazie all’arrivo della sorella Sissy – una Carey Mulligan mai così credibile e affascinante – Brandon prende coscienza del suo disturbo, sviluppando quel senso di vergogna che dà il titolo all’opera. Attraverso gli occhi della sorella, Brandon vede l’immagine di se stesso, distorta da una disfunzione che lo allontana dagli altri esseri umani, con i quali può solo relazionarsi in termini sessuali. Splendida la prova recitativa offerta da Fassbender, meritatamente premiato a Venezia con la Coppa Volpi, per il coraggio dimostrato nel mettere al servizio del regista le proprie capacità non solo artistiche ma soprattutto fisiche. Non a casoShame esce sulla scia di altri prodotti cinematografici in cui i grandi personaggi passavano attraverso grandi interpretazioni fisiche. Si pensi alla Nina di Natalie Portman in Black Swan, o al pilota senza nome di Ryan Gosling in Drive: allo stesso modo, l’attore tedesco nasconde i suoi bei lineamenti dietro una reificazione del proprio corpo, regalando al pubblico l’ennesima prova del suo grande talento.
Di Erika Pomella, da silenzioinsala.it

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