ROMANZO DI UNA STRAGE


Ci sono voluti molti anni per girare un film su Piazza Fontana. Un tempo che è servito solo a identificare i colpevoli, ma non a punirli; una distanza necessaria anche per ripulire il pensiero da certi velenosi ragionamenti frutto di una stagione politica e culturale drogata dagli eccessi. Così il sessantaduenne Marco Tullio Giordana, ragazzo del ’68, autore da sempre attratto dai grandi e piccoli movimenti della Storia, si è imbarcato in un’impresa solo apparentemente impossibile, raccontare la strage di Piazza Fontana, per permettere a chi non c’era di capire un po’ di più e a chi invece era lì di vedere meglio quello che è stato coperto da bugie e depistaggi. Il12 dicembre del 1969 una bomba (forse due con differenti esplosivi, come sostiene l’ultima tesi dello scrittore Paolo Cucchiarelli) esplode alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano. 17 persone muoiono e 88 restano ferite, alcune in maniera molto grave. La prima pista battuta dagli inquirenti è quella degli anarchici, con l’arresto di Pietro Valpreda, poi scagionato nel 1979, e il fermo di Giuseppe Pinelli, morto in circostanze misteriose il 15 dicembre cadendo dalla finestra della questura dove era stato interrogato per tre giorni. Accusato ingiustamente da Lotta Continua di essere il diretto responsabile dell’accaduto, il commissario Luigi Calabresi continua le indagini anche alla luce di nuove rivelazioni che arrivano dal Veneto. Grazie alle dichiarazioni diGuido Lorenzon, il magistrato Giancarlo Stiz scopre il ruolo attivo di alcuni neofascisti nell’attentato. Sono uomini che fanno capo all’editore padovano Giovanni Ventura e all’avvocatoFranco Freda, entrambi esponenti di Ordine Nuovo. E’ il 1972, anno in cui il commissario Calabresi, dopo le indagini sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli e quella su un traffico internazionale di armi che coinvolge gruppi di estrema destra e servizi segreti al fine di bloccare un’ipotetica invasione sovietica, viene freddato a pochi passi da casa sua da un commando armato. Ed è anche l’immagine conclusiva dell’opera di Giordana, che giustamente non segue il penoso iter giudiziario seguito alla strage, un percorso che trova il suo epilogo solamente nel 2005, con la conferma della responsabilità di Freda e Ventura, non più processabili perché già assolti per il reato di strage con sentenza passata in giudicato. 
Romanzo di una strage è un film sorprendentemente misurato, una pellicola rigorosa e chiara che riduce al minimo gli elementi spettacolari per puntare le sue carte su una scansione del racconto che non conosce sosta e che avvolge lo spettatore in un movimento continuo. Divisa in otto capitoli, la storia dell’eccidio che di fatto ha segnato l’inizio della stagione del terrorismo in Italia, con tappe successive come la strage di piazza della Loggia a Brescia, la bomba sull’Italicus, quella alla stazione di Bologna, e il rapimento di Moro, assume una vera forma di romanzo, in cui ogni pedina in campo, ogni voce, offre il personale punto di vista sulla complessa realtà dell’epoca; lo ieraticoAldo Moro, all’epoca ministro degli Esteri, che tentava un dialogo quasi impossibile con il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat; l’illuminato commissario Calabresi ‘antagonista’ di Giuseppe Pinelli, dignitoso e saldo nelle sue convinzioni di anarchico pacifista; i feroci terroristi neri, nuovi solo nel titolo, ma in realtà vecchi epigoni di padri brutali. Legati da un filo sottile, ma saldo come l’acciaio, i personaggi in campo, organizzati in coppie contrapposte contribuiscono a creare un mosaico da cui emerge un disegno nitido, fatto di lotte per il predominio politico, per la conquista del potere e dei privilegi che esso comporta, per l’affermazione di un’ideologia inumana. Se a mancare è la tridimensionalità dei singoli protagonisti, per forza di cose non del tutto approfonditi nella loro individualità, il quadro d’insieme non ne soffre anche grazie alla giusta scelta registica di Giordana di farsi quasi da parte per permettere alla storia di svelarsi sotto ai nostri occhi. 
Con un pudore che colpisce il cuore prima che gli occhi, la morte di Pinelli e quella di Calabresi, così come la deflagrazione nella banca, finiscono fuori quadro, in un territorio in cui si diventa testimoni attoniti di una tragedia insensata. E’ davvero encomiabile allora il lavoro di Giordana, capace di condensare in pochi momenti l’ineluttabile dipanarsi degli eventi, quasi a voler togliere tutto il superfluo per far rimanere in superficie solo quello che conta realmente, ossia il tentativo cieco di alcuni uomini dello Stato di sotterrare ogni velleità democratica e insieme la lotta di ‘poveri’ uomini per non farsi schiacciare da quel meccanismo. Una sinfonia resa possibile da un gruppo di attori tutti perfetti nel loro ruolo, a partire da un contenuto Valerio Mastandrea, il commissario Calabresi, fino a Pierfrancesco Favino, eccellente nei panni di Giuseppe Pinelli, affiancato per l’occasione da una intensa e bravissima Michela Cescon, senza dimenticare il sofferto Aldo Moro diFabrizio Gifuni e la forte interpretazione di Denis Fasolo e Giorgio Marchese, rispettivamente Giovanni Ventura e Franco Freda. In Romanzo di una strage manca forse il tocco visionario dell’artista che rilegge la realtà facendola brillare di luce nuova; in secondo piano finisce anche l’analisi profonda di cosa abbia portato a quella deriva violenta, figlia di una falsa idea di ribellione. C’è però la solidità di un racconto espresso in un’alta forma cinematografica e tanto basta per continuare a interrogarsi sugli snodi di un passato che pesa ancora sul nostro presente. E per trovare finalmente qualche risposta.
Di Francesca Fiorentino, da movieplayer.it

E’ il caso di dire finalmente. Finalmente qualcuno che ha il coraggio di raccontare come sono andati i fatti. Sì perché la strage di Piazza Fontana è una delle pagine più nere e buie della storia della Democrazia Italiana. Dopo ben 43 anni dalla vicenda, un regista si cimenta in un’opera cinematografica tanto difficile quanto piena di pericoli. Il risultato, lo si può dire fin da subito, è molto confortante e chiarificatore. Romanzo di una strage non parte dall’immediato attentato alla Banca dell’Agricoltura di Milano in Piazza Fontana, ma da prima. Ricostruisce in modo fedele l’atmosfera pesante che si respirava nel nostro paese, i movimenti anarchici, gli scioperi, le rivolte in piazza: era il “caldo” 1969. In maniera didascalica, non per questo meno lodevole da altre forme narrative, il regista Marco Tullio Giordana (autore de I Cento Passi e la Meglio Gioventù) divide il film in piccoli capitoli tematici per aiutare lo spettatore, soprattutto per quelli più giovani e non testimoni dell’accaduto, a capire come si svolsero realmente i fatti. Elemento fondamentale è capirne fin da subito gli schieramenti, le forze politiche in campo, i personaggi storici che governavano il paese e, soprattutto, chi agiva nell’ombra affichè la ricostruzione delle dinamiche prendesse una piega preferenziale per gli interessi dello Stato.
In tutto questo “Gioco di potere” vi sono due vittime, oltre ai morti dell’attentato a Piazza Fontana (ricordati all’inizio e ai quali è dedicato il film), il commissario Luigi Calabresi e l’anarchico Giuseppe Pinelli. Il primo perché troppo ligio a conoscere la Verità, il secondo perché era il capro espiatorio ideale per risolvere un caso del genere, dato l’instabile equilibrio geopolitico dell’Italia e la situazione internazionale (siamo in Piena Guerra Fredda). Giordana ricostruisce con estrema minuzia ogni passaggio, ciascun personaggio, grazie ad una documentazione accurata, materiali di repertorio (telegiornali e articoli di giornali), oltre ad una sceneggiatura, firmata da Sandro Petraglia e Stefano Rulli, semplicemente perfetta, anche per ciò che concerne la psicologia dei personaggi. La ricostruzione storica è di quelle maniacali, a fronte è molto probabile di un budget di produzione alto per lo standard italiano: lo spettatore è catapultato perfettamente in quegli anni e progressivamente si appassiona al caso per il desiderio di sapere come veramente sono andati i tragici eventi. Tecnicamente girato bene, a parte qualche piccola pecca stilistica (esempio la scena della madre di Pinelli all’obitorio), il film nonostante il titolo ammiccante non vuole farsi piacere a tutti i costi, ma preferisce che la storia e i suoi interpreti risultino interessanti e appassionino. Ottimo il cast a partire da Valerio Mastandrea (Luigi Calabresi), attore sempre più maturo e adatto a ruoli impegnativi,Pierfrancesco Favino (Giuseppe Pinelli) è sempre una certezza in qualunque ruolo lui interpreti. Da lodare anche il cast che fa da contorno: i politici, gli anarchici, i fascisti veneti e persino il tassista interpretato da Francesco Salvi, non risultano per niente stereotipati, ideali per i personaggi che interpretano. L’unica vera nota dolente è Laura Chiatti, moglie di Calabresi, parla poco ma risulta sempre fuori dal coro in modo inequivocabile.
Romanzo di una strage è un film culturale di assoluto valore, un esempio di cinema al servizio del cittadino proprio quando lo Stato NON vuole o preferisce nascondere la verità per i propri interessi più “sporchi”. Giordana ritorna al film di denuncia e riesce a sorpassare con passionalità e garbo i suoi celebri 100 passi, descrivendo con assoluta oggettività un periodo nero e buio del nostro paese. Da non perdere, la Vera storia di Piazza Fontana rivive al cinema
Di  Giulio Cicala , da pellicolerovinate.blogosfere.it

Nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, un ordigno esplode all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, uccidendo diciassette persone e ferendone quasi novanta. A distanza di tanti anni, la strage di piazza Fontana rimane una delle pagine più tragiche ed oscure della storia italiana del dopoguerra: un crimine di cui sono stati imputati nel corso del tempo molti possibili colpevoli, ma per il quale non è mai stata fatta giustizia (nel 2005, la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente gli ultimi indagati). Nel 2012, a oltre quarant’anni di distanza da quel terribile avvenimento, il regista Marco Tullio Giordana ha ricostruito la vicenda di piazza Fontana ed i suoi complessi retroscena nel film “Romanzo di una strage”, sceneggiato dal regista insieme a Sandro Petraglia e Stefano Rulli sulla base del libro “Il segreto di piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli.
A partire dall’autunno caldo del 1969 e dalla morte del giovane poliziotto Antonio Annarumma, il film di Giordana ricostruisce lo spaccato di un’Italia in preda a laceranti tensioni sociali e politiche, e sprofondata in un clima di isteria collettiva che rischiò perfino di mettere a repentaglio i principi costituzionali del nostro paese (tanto da sfiorare una deriva antidemocratica). Gli estremismi di destra e di sinistra, le losche manovre sovversive del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, gli attentati “dimostrativi” dei gruppi anarchici, le difficoltà della Democrazia Cristiana e del Presidente del Consiglio Mariano Rumor nel tenere in mano le redini del paese, le pressioni delle potenze straniere e l’ombra della dittatura greca dei Colonnelli: tutti questi elementi contribuiscono a delineare un quadro di grande incertezza e fragilità, all’interno del quale si collocano la strage di piazza Fontana e le indagini della polizia e degli inquirenti, nel tentativo di stabilire una verità che in molti erano interessati a mantenere nell’ombra.
In un racconto che assume spesso una dimensione corale, con una gran quantità di personaggi e di prospettive differenti, il punto di vista privilegiato è quello di Luigi Calabresi, il commissario romano incaricato del caso di piazza Fontana ed interpretato nel film da Valerio Mastandrea. Uomo intelligente ed equilibrato, Calabresi si trova a seguire inizialmente la pista degli ambienti della sinistra anarchica, confrontandosi con la figura di Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Pavino). Il rapporto fra il commissario e il leader anarchico costituisce appunto il principale nucleo narrativo di tutta la prima parte della pellicola, per arrivare poi ad un altro evento drammatico appartenente agli annali della cronaca: la morte di Pinelli, tre giorni dopo l’attentato, precipitato dalla finestra del commissariato in circostanze tuttora poco chiare. La strage di piazza Fontana e la fine di Pinelli (bollata frettolosamente dalle autorità come un suicidio) saranno gli eventi che segneranno l’irrimediabile “perdita dell’innocenza” della nazione italiana, contribuendo ad incrementare la spirale di odio e di violenza che macchierà di sangue l’intero decennio successivo.
Marco Tullio Giordana, già autore di coraggiose opere di denuncia (“Pasolini, un delitto italiano”, “I cento passi”), si conferma dunque alfiere di un cinema di solido impegno civile che deriva direttamente da quello di Francesco Rosi, e che utilizza l’analisi degli avvenimenti del passato come strumento di conoscenza e di riflessione sul nostro presente. Lo sguardo del regista, distaccato e privo di enfasi al punto da rasentare la freddezza, risulta l’approccio più idoneo a trattare una materia narrativa tanto vasta e complessa, e si traduce in un rigore – stilistico e morale – che rende “Romanzo di una strage” un film di assoluto valore, probabilmente il migliore realizzato da Giordana nella sua carriera. Nell’ampio cast, accanto agli efficaci Favino e Mastandrea, si fa apprezzare una nutrita schiera di comprimari: da Michela Cescon (Licia, la moglie di Pinelli) a Luigi Lo Cascio (l’integerrimo giudice Ugo Paolillo), da Giorgio Tirabassi (l’ambiguo “Professore”) a Giorgio Colangeli (l’ex-collaboratore della CIA Federico Umberto D’Amato), passando per un mimetico Fabrizio Gifuni nel ruolo dell’allora Ministro degli Esteri Aldo Moro e per il veterano Omero Antonutti in quello del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Di  Stefano Lo Verme, da filmedvd.dvd.it

Milano, dicembre 1969. Giuseppe Pinelli è un ferroviere milanese. Marito, padre e anarchico anima e ispira il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa. Luigi Calabresi è vice-responsabile della Polizia Politica della Questura di Milano. Marito, padre e commissario segue e sorveglia le opinioni politiche della sinistra extraparlamentare. Impegnati con intelligenza e rigore su fronti opposti, si incontrano e scontrano tra un corteo e una convocazione. L’esplosione alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, in cui muoiono diciassette persone e ne restano ferite ottantotto, provoca un collasso alla nazione e una tensione in quella ‘corrispondenza cordiale’. Convocato la sera dell’attentato e interrogato per tre giorni, Pinelli muore in circostanze misteriose, precipitando dalla finestra dell’Ufficio di Calabresi. Assente al momento del tragico evento, il commissario finisce per diventarne responsabile e vittima. Perseguitato con implacabile risolutezza dagli esponenti di Lotta Continua, ‘implicato’ dalla Questura e abbandonato dai ‘dirigenti’, continuerà a indagare sulla strage, scoprendo il coinvolgimento della destra neofascista veneta e la responsabilità di apparati dello Stato. Una promozione e un trasferimento rifiutati confermeranno la sua integrità, determinandone il destino.
È un film secco e pudico quello di Marco Tullio Giordana che mette mano (e cuore) su una delle pagine più tragiche della nostra storia recente. Come e insieme a Pasolini. Un delitto italiano, Romanzo di una strage è un film sulla morte, sulla morte al lavoro. Il regista milanese affronta una delle stragi più devastanti e destabilizzanti della nazione e vi cerca dentro il ‘senso’ della vita di Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi, assieme ai segni e alle tracce della nostra prematura morte civile. Perché in Piazza Fontana, sull’asfalto della questura di Milano e in Largo Cherubini non sono morti solo loro. In quella terra di nessuno della coscienza e della memoria sono caduti anche i sogni e le speranze degli anni Settanta. 
Nella notte di Giordana, come in quella di Bellocchio, si muove la generazione che ha ucciso due padri e non è riuscita ad assumere e a fare propria la loro storia. Potenzialmente popolare, il cinema di Giordana prova ancora una volta a superare le rigidità ideologiche e a recuperare l’umanità del gesto, ricostruendo l’Italia di allora con scrupolo filologico (e giuridico) di grande rigore. Asciutto come un giallo ed essenziale come un courtroom drama, Romanzo di una strage dimostra con l’eloquenza dei fatti che non c’è stata giustizia e che la Legge dei tribunali si risolve troppo spesso in un’opera di rimozione. 
Pronto a reinventare per il grande schermo paure e passioni, Giordana ribadisce la sua assoluta predilezione per il melodramma (lirico), di cui elude l’emotività iperbolica ma assume i ‘movimenti’ musicali. L’opera, che accompagna la narrazione ‘in atti’ e viene dichiarata ‘in scena’ da un burocrate, è l’ “Anna Bolena” di Gaetano Donizetti. Come la regina inglese, consorte ripudiata e ‘spinta’ alla morte da Enrico VIII, Pinelli e Calabresi sono figure autenticamente tragiche, profondamente maltrattate, profondamente dolenti eppure sempre dignitose e nobili. Abile a scardinare l’omertà e a rompere pesanti silenzi, il regista ‘esplora’ la materia drammatica di una nazione, guidando lo spettatore con assoluta empatia nella sofferenza di due uomini ostinati e contrari. 
Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi hanno rispettivamente il volto di Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea, sorprendenti nel sottrarsi al rischio corso da un attore chiamato a interpretare un personaggio reale. Nessuna mimesi o impudica spavalderia nelle loro performance, piuttosto frammenti, intuizioni, visioni parziali di quei corpi nel teatro di un delitto senza castigo. ‘Romanzato’ da Rulli e Petraglia e agito in pomeriggi declinanti e in interni da cui si esce in qualcosa che non sembra il mondo ma solo un altro interno, Romanzo di una strage semplifica, ‘interpreta’ e agevola (la comprensione di) una strage impunita. 
Nell’assurda e crudele immodificabilità delle cose, a due mogli-madri (Licia Pinelli e Gemma Calabresi nell’interpretazione misurata e composta di Michela Cescon e Laura Chiatti) appartiene altrimenti lo smottamento di tenerezza, restituito con una sciarpa calda e una cravatta bianca.
Di Marzia Gandolfi , da mymovies.it

Da sempre regista impegnato nel discorso storico e politico italiano (ritratto con semplicità e grande pertinenza già nelle sei ore del celebre La meglio gioventù) Marco Tullio Giordana torna (con il supporto alla scrittura del bollino di garanzia Rulli-Petraglia), sui passi di una pagina di storia italiana nata torbida e tuttora nebulosa. Di quel 12 dicembre del 1969, e di quei 14 morti (poi saliti a 17) e 88 feriti della capitale lombarda si è detto molto, forse troppo, pur senza mai riuscire a tracciare con chiarezza i fatti del prologo di quella cosiddetta “strategia della tensione” che avrebbe poi preso il via proprio con la strage di Piazza Fontana. Molte e indistinte le voci che hanno contribuito a fornire le molteplici versioni di un evento macchiato di sangue e segnato da falsi colpevoli, depistaggi, interessi incrociati facenti capo a un’unica dinamica che andava ben oltre i confini della turbolenza politica e sociale italiana di quegli anni. Giordana mette in campo i protagonisti di quella vicenda, semplificando e individuando i sintomi di un malessere italiano che da allora in poi non ha fatto che propagarsi, diventando una vera e propria piaga sociale. L’idea di occultare, confondere le acque, favorire il gioco dei cosiddetti Dinosauri, diventa così il cronicismo di un Paese che anche di fronte alle morti innocenti piega il capo nel rispetto del Potere di quelli che restano sempre dietro le quinte. In primo piano, al contrario, emergono le figure e i volti di persone integre (come il commissario Calabresi o l’anarchico non violentoPinelli) e fedelmente votate ai loro ideali. Ideali illusori che, pur nella diversità delle posizioni sociali e dei ruoli ricoperti, riservano ai loro eroi comuni sempre il medesimo, inequivocabile destino.
Milano, 12 dicembre 1969. Ore 16.37. Al numero 4 di Piazza Fontana, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, un’esplosione di rara potenza devasta l’intero edificio causando 17 morti e 88 feriti. Accantonata presto l’ipotesi molto improbabile di una caldaia difettosa, la causa dell’esplosione viene in breve attribuita alla matrice anarchica. La Questura di Milano (diretta da Marcello Guida) e capitanata dal giovane commissario Calabresi (un misuratissimoMastandrea), procede così al fermo di diversi anarchici, tra cui Giuseppe Pinelli (un sanguignoFavino), ritenuto estraneo alla vicenda ma in possesso di informazioni rilevanti. Ma la sera del 15 dicembre, durante uno degli estenuanti interrogatori che si protraevano da tre giorni, Pinelli cade e muore dalla finestra della stanza di Calabresi (che non era presente al momento del fatto). Raccontata alla stampa prima come suicidio e poi come incidente, la vicenda assume poi le tinte di un giallo che si va condensando sempre più attorno alla figura di Calabresi, l’unico realmente estraneo ai fatti sulle spalle del quale ricadrà però la colpa della morte di Pinelli. E mentre la stampa inizia a dare addosso alla Questura per l’incuria con la quale porta avanti le indagini, la pista anarchica della strage di piazza fontana stringe il cerchio attorno al nome di Pietro Valpreda, mina vagante nella corrente anarchica e uomo che sembra avere tutte le caratteristiche ideali del mostro da dare in pasto alla stampa. Nel frattempo Calabresi, sempre meno convinto della limpidità delle ricostruzioni, inizia a credere all’esistenza di altre piste, legate perlopiù ai gruppi neonazisti veneti e avanzate in primis dal giornalista Marco Nozza de Il Giorno. All’incedere di questa idea si muovono parallelamente le informazioni di Moro secondo cui la verità dei fatti è stata coperta attraverso un’opera di depistaggio partita da piani molto alti, ovvero i servizi segreti. Alla fine le nuove piste porteranno ai nomi di Giovanni Ventura e Franco Freda, legati al gruppo neonazista veneto. Ma l’ostinazione con cui Calabresi porterà avanti le indagini di un inquietante scenario di traffico d’armi, poteri e complotti di ordine internazionale, farà infine da specchio alla lealtà con cui Pinelli aveva difeso la sua posizione. Come uomini della ragione che sanno di essere nel giusto, saranno entrambi messi fuori gioco dai poteri tentacolari di uno Stato nemico della verità.
Suddiviso in atti che scandiscono le fasi della strage e della successiva indagine, Romanzo di una strage ha il ritmo del thriller ma la cura del film storico. E se nella prima parte Giordana inserisce con estrema precisione tutte le molteplici pedine di una scacchiera socio-politica destinata a crescere di dimensione, nella seconda il regista muove quelle stesse pedine all’interno di un quadro storico che nella sua oscurità si fa sempre più chiaro. Dalla fotografia plumbea che riprende indistinte masse scure protagoniste di assurde favole tragicamente reali, e dal marasma di infinite voci che cantano infinite verità, emerge poi (lentamente) il filo di solitudine che legaGiuseppe Pinelli al Commissario Calabresi. In fondo sono loro (il sanguigno ferroviere e animatore del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, e il carismatico vice-responsabile della Polizia Politica della Questura di Milano) le vittime simboliche di una violenza che indossava colori politici per mascherare il grigiore dell’interesse ultimo, quello di salvaguardare lo status quo e il benessere dei protagonisti altolocati della vicenda. Asciutto e scorrevole, e guidato da un cast superlativo (tra cui ai due ottimi protagonisti si affiancano attori come Fabrizio Gifuni nei panni diAldo Moro e Luigi Lo Cascio in quelli del Giudice Ugo Paolillo) che regala interpretazioni intense e misurate, il film di Giordana associa la semplificazione storica a una regia fluida che di bocca in bocca insegue la via crucis di una verità negata, di quel sapere senza avere le prove di cui parlava Pasolini: “Io so, ma non ho le prove”.
Marco Tullio Giordana racconta la Strage di piazza Fontana con dinamismo narrativo e grande sobrietà nei confronti della vicenda storica. Grazie a una scrittura essenziale ed esaustiva e a un brillante cast di attori in cui spicca la compostezza di Favino e di Mastandrea nell’interpretare rispettivamente l’anarchico Pinelli e il Commissario Calabresi, Romanzo di una strage riesce nell’onorevole intento di riportare l’attenzione su una pagina di storia italiana buia e troppo confusa, raccontando infine delle verità che per troppo tempo e da troppi fronti sono state negate e a lungo occultate.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Ci sono storie che devono essere raccontate, e film che chiedono di essere fatti. Anche, e forse soprattutto, nel nostro paese, dove la maggioranza delle opere che arriva nelle sale sceglie la risata scollegata dalla realtà, e dove da tempo il cinema non riesce più a raccontare il passato e quindi a darci lumi sul presente. 
Se l’America non ha mai avuto problemi a rappresentare nei film argomenti tragici o controversi della sua storia anche recente, raramente in Italia  – se si eccettua la grande stagione del cinema di impegno civile deiPetri e dei Rosi – si è avuto il coraggio di fare i nomi, di provare a mettere in fila i fatti e dare un contributo artistico alla diffusione della “verità”. Che, come nel caso di Piazza Fontana, esiste, nonostante l’infinito iter giudiziario abbia finito per nasconderla. Resta il fatto che, oltre 40 anni dopo la prima grande strage terroristica che insanguina il paese mettendo per sempre fine alle speranze del Sessantotto, le sue troppe vittime non hanno avuto alcun riconoscimento, e i colpevoli, noti e accertati, sono rimasti impuniti. 
Fin dagli esordi di Maledetti vi amerò e dell’ingenuo La caduta degli angeli ribelli, Marco Tullio Giordana, che di quella cultura “contro” e libertaria è figlio, persegue – in solitaria o quasi – un suo ostinato percorso di scavo nei nodi nevralgici e dolorosi della nostra storia. In questo caso Romanzo di una strage è il coronamento di una poetica e di un impegno personale coerenti e rigorosi.
Assieme ai fidi sceneggiatori Rulli e Petraglia, Giordana sceglie tre figure tragiche, unite da un destino di morte violenta e prematura, come cardini emblematici della vicenda che lacera il paese del dopo boom. Le prime due, le cui storie sono drammaticamente collegate, sono il commissario Luigi Calabresi e l’anarchico Giuseppe Pinelli. Quest’ultimo, trattenuto illegalmente in stato di fermo da 3 giorni, nel tentativo di dare una rapida soluzione pilotata all’indagine  e di estorcergli dichiarazioni in grado di incriminare l’ex compagno Pietro Valpreda (“riconosciuto” da un tassista come l’uomo con la valigetta entrato in banca poco prima dell’esplosione), precipita dal quarto piano della questura durante un interrogatorio. In quel momento Calabresi, che conosce da tempo il ferroviere, lo rispetta e sa del suo impegno tenace nel tenere a bada le teste calde del movimento, non si trova nella stanza, ma diventa il capro espiatorio ideale per i vertici della pubblica sicurezza e per l’estrema sinistra, quando si scopre – in pratica da subito – che la mano esecutrice della strage appartiene all’estremismo di destra. 3 anni dopo, perseguitato nella vita da una vera e propria campagna d’odio, Luigi Calabresi, che nel frattempo ha avviato una propria indagine sulla strage, che lo porta a scoprire le sue incredibili ramificazioni e complicità, viene ucciso per strada. Il suo omicidio è l’unico per cui siano stati individuati dei colpevoli condannati in via definitiva (gli esponenti di Lotta Continua, Bompressi, Pietrostefani, Marino e Sofri). 
E poi c’è Aldo Moro, all’epoca ministro degli Esteri, colto nel suo ruolo di uomo dell’apertura e cattolico lacerato, 9 anni prima del rapimento e della morte, che nell’interpretazione “mimetica” di Fabrizio Gifuni trascende l’individualità storica per diventare incarnazione della crisi etica e civile del paese e rassegnata accettazione di un presagio di morte. Proprio a questi personaggi sono legati i momenti più intensi del film, che poco concede allo spettacolo, ma nel suo continuo alternarsi di volti, situazioni e storie, avvolge lo spettatore in una ragnatela d’angoscia e tensione. E in certi momenti viene quasi da sperare di poter fermare quelle persone, di farle ragionare, di sventare quelle trame scellerate. Di poter evitare, insomma, quello che succede in quell’anno terribile, le cui conseguenze, con la rottura del rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, sono arrivate fino a noi. 
Romanzo di una strage (titolo preso in prestito da “Il romanzo delle stragi” di Pierpaolo Pasolini, in “Scritti corsari”, 1975) mostra il vero volto delle gerarchie del potere, col loro disprezzo per gli uomini onesti, che credono davvero in quello che fanno: che sia il commissario Calabresi, lasciato solo dai suoi superiori e implicitamente accusato, o Giuseppe Pinelli, calunniato come suicida per senso di colpa. Due personaggi tragici, quasi scespiriani per Giordana,  vittime di ingranaggi più grandi di loro. 
Del resto le brave persone, nel nostro paese, difficilmente ottengono il rispetto delle istituzioni: tornano in mente le accuse e le offese a un eroe come Giovanni Falcone o a giornalisti e pacifisti come Enzo Baldoni e Vittorio Arrigoni, e le troppe volte che di un morto scomodo si è detto che se l’era cercata.
Valerio Mastandrea sposa questa lettura tragica dando al suo Calabresi una patina malinconica da predestinato, mentre il Pinelli di Pierfrancesco Favino sembra quasi un Karl Rossman kafkiano, l’innocente destinato a diventare vittima casuale in un mondo che l’ha da tempo superato e non può sopportarne l’ingenuità. Ma tanti sono i temi e le storie individuali che si intrecciano in questo film, e che vanno a costituire la trama degli eventi terribili che hanno diviso il paese e corroso una democrazia ancora fragile. 
In un film così corale, forse è ingiusto isolare alcuni interpreti, ma tra tutti – oltre ai tre già citati – ci è piaciuto moltissimo il Giuseppe Saragat di Omero Antonutti con la sua pavida autodifesa, così come ci hanno colpito la grande dignità della moglie di Pinelli interpretata da Michela Cescon, la tenacia del giornalista segugio Marco Nozza di Thomas Trabacchi, e, tra i cattivi, la tracotanza partenopea di Sergio Solli nel ruolo del questore Marcello Guida, meschino rappresentante della ragion di Stato, e l’uomo dei servizi, D’Amato, diGiorgio Colangeli.  
Romanzo di una strage è un film necessario e meditato, che fa nomi e cognomi dei demoni e dei fantasmi per i cui delitti ancora oggi paghiamo. Non sappiamo se resterà nella storia del nostro cinema, ma la speranza è che sia visto il più possibile dalle giovani generazioni che di tutto questo oscuro passato niente sanno: potrebbe forse insegnare loro a non accontentarsi delle facili parole di sdegno, di circostanza e di cordoglio, ma a pretendere di conoscere – sempre – la verità dei fatti.
Di Daniela Catelli, da comingsoon.it

Io so. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969 […] Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero¹
Pier Paolo Pasolini
Sono trascorsi 43 anni da quello sciagurato pomeriggio di dicembre a Milano. 43 anni senza che la giustizia abbia sancito in modo definitivo alcun responsabile sulla strage di Piazza Fontana. Ma come insegnano le parole di Pasolini, il regista milanese Marco Tullio Giordana sa che “la verità esiste” (così recita la tag-line sulla locandina del film) ed è una verità che sa di sentenza, quella che la giustizia italiana non è stata in grado di affrontare (nessuna condanna definitiva, assoluzione di ogni accusato, una decina di processi rimasti senza un colpevole). Di chi quei fatti li ha vissuti sulla propria pelle, di chi pensa sia ora di smetterla di “insabbiare i propri escrementi come fanno i gatti” perché a volte non servono né prove né indizi ma solo il buon senso di farsi guidare dalla Storia.
La pellicola avvia dalle primissime immagini un meticoloso processo di ricostruzione, di approccio alla strage, segnalando così la prima fase dell'”autunno caldo” con le manifestazioni studentesche e dei lavoratori che scendono in strada, i primi scontri con le forze dell’ordine e la morte del giovane poliziotto Annarumma avvenuta quasi un mese prima della strage. Attraverso la conoscenza dei molti personaggi che ruotano e influenzano quegli anni si giunge al giorno della strage di Piazza Fontana, ricostruita con una freddezza che lascia sbalorditi, anche grazie all’ausilio di una fotografia priva di luce. Giordana tralascia poco o nulla di ciò che accadde nei giorni successivi al triste avvenimento: rievoca con piglio deciso e a tratti documentaristico il caso Pinelli (si segnala a tal proposito anche il lungometraggio di Elio Petri e Nelo Risi, “Documenti su Giuseppe Pinelli”), le dinamiche che interessano Valpreda e il suo sosia Sottosanti, le incongruenze del tassista. Parallelamente alla pista degli estremisti anarchici segue le tracce dei neofascisti veneti nelle figure di Freda e Ventura ma soprattutto scava tra i legami che hanno tenuto saldo il connubio tra Stato e terrorismo. Proprio successivamente alla strage di Milano del ’69 nascerà quella che verrà denominata “strategia della tensione” con interi nuclei/reparti istituzionali (il Sid – Servizio Informazioni Difesa e gli Uffici Affari Riservati del Ministero dell’Interno) volti a partecipare attivamente alle rivolte armate che nel corso degli “anni di piombo” causeranno innumerevoli vittime innocenti.
Il terrorismo di Stato è forse la chiave di volta del film di Giordana. “Romanzo di una strage” compie un atto di coraggio proprio perché non si limita a descriverlo (come del resto accade in altre pellicole come in “Romanzo criminale” di Placido) ma ne evidenzia con sofferenza (e a tratti disgusto) le metastasi che hanno fatto vacillare una democrazia (il ruolo salvifico di Moro e le gesta del duo Paolillo/Calabresi che fanno da scudo all’inumana e ignara sottomissione al potere del prefetto D’Amato, l’eroico lavoro svolto dal giornalista Nozza in contrapposizione a quello irresponsabile svolto dall’infiltrato Giannettini, il “serpente” che non lascia tracce). Il film emette un grido silenzioso e disperato di fronte alle violenze armate delle organizzazioni contrapposte di Ordine Nuovo e Lotta Continua. Eppure il disdegno più grande è forse per quella mancanza di sicurezza che le istituzioni avrebbero dovuto garantire, un tradimento che ha letteralmente posto le basi per una sfiducia incontrollata tra Stato e cittadini, oltre ad ampliare il raggio d’azione delle stragi negli anni successivi. È anche grazie a questo film se oggi la verità può essere a portata di tutti, come sostiene il figlio di Calabresi: “La verità storica c’è, eccome. Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiamo che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell’ufficio Affari riservati, sappiamo che nel Paese esistevano forze favorevoli a una svolta autoritaria. È pericoloso dare l’idea che non si sappia niente”².
Scritto dagli esperti Petraglia e Rulli e liberamente tratto dal libro-soggetto di Paolo Cucchiarelli, “Il segreto di Piazza Fontana”, il film si presenta agli occhi dello spettatore proprio come un romanzo (avvolto in una tavolozza di colori scurissima) con tanto di titoli che fanno da sintesi agli avvenimenti accaduti nell’arco di quattro anni e che sicuramente risultano efficaci soprattutto nel rendere chiaro e assimilabile una fase storica piuttosto complessa dal punto di vista esplicativo. E pur non incidendo costantemente a livello emotivo, il regista milanese regala una sequenza da brividi: le immagini di repertorio che ritraggono una Milano inginocchiata dal dolore ai funerali delle 17 vittime, immagini che toccano livelli altissimi, anche grazie all’accompagnamento sonoro della Lacrimosa di Mozart. Non che la pellicola sia esente da sviste e imperfezioni: a tratti si ha infatti la sensazione che si forzi un po’ la mano, esagerando con l’attendibilità degli avvenimenti (l’ipotesi delle due valigette, il rapporto eccessivamente marcato tra Pinelli e Calabrese). Qualcuno ha poi rivendicato l’apporto superficiale di determinati fatti, l’omicidio Calabresi in primis (la scelta di non forzare la mano su Lotta Continua e sulla mandante morale Camilla Cederna – scelta tra l’altro condivisibile dato che tali fatti sono legati solo indirettamente alla strage e il film interrompe la sua analisi storica al 1972 – ) ma anche volti importanti non svelati come il politico e fascista Pino Rauti e il giornalista Giorgio Zicari, uno dei primi ad entrare nel Sid per poi essere “esfiltrato” dall’Italia. Parliamo in ogni modo di sottigliezze se rapportate all’encomiabile impegno nella realizzazione di una così difficile riproposizione storicistica.
Giordana fa ritorno al film di denuncia dopo “I cento passi” e trova il modo di raccontare con fredda lucidità uno spaccato della storia italiana dopo il capolavoro de “La meglio gioventù”. Ad avvalorare l’eccellente lavoro tecnico e storico contribuisce una carrellata di attori in stato di grazia: dalla toccante interpretazione di Favino (Pinelli) a quella stentorea di Mastandrea (Calabresi), passando per la veste dimessa e compassata di un religioso Moro interpretato da un sorprendente Fabrizio Gifuni. Senza dimenticare una nuova leva di giovani molto promettenti (Fasolo, Marchesi, Scandaletti).
“Romanzo di una strage” è un’opera importante che trova la luce in una situazione odierna altrettanto importante dal punto di vista politico-sociale. È il racconto del sentimento di un tempo rivolto alle generazioni presenti e future, “la spiegazione del Paese che i giovani hanno ereditato dopo un fatto tanto grave”, come sostiene lo stesso regista milanese.
Il film è dedicato a tutte le 17 vittime che morirono in quel pomeriggio del 12 dicembre 1969.
¹ Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 novembre 1974
² Mario Calabresi, Il Messaggero, 25 marzo 2012
Di  Matteo De Simei , da ondadelcinema.it

Marco Tullio Giordana è uno dei registi italiani contemporanei più apprezzati, tanto in Italia quanto all’estero. Il suo cavallo di battaglia è probabilmente il fatto che porta sul grande schermo storie di cronaca del passato prossimo del nostro Paese. Basti pensare a film come Pasolini, un delitto italiano, o I cento passi, o ancora La meglio gioventù. È uno dei pochi che riesce a raccontare i fatti in modo acritico, facendoti però capire qual è il suo punto di vista circa l’accaduto.
Romanzo di una strage, è il suo ultimo lavoro compiuto. Questa volta il regista si concentra nel primo periodo degli anni di Piombo: vengono narrate le vicende che hanno preceduto e seguito il clima caldo che ha portato allo scoppio della bomba a Piazza Fontana. Milano, 12 dicembre 1969. 17 vittime, 105 feriti. La storia ripercorre tutti i fatti salienti che vanno dalla preparazione dell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, per passare ai presunti colpevoli ritrovati nella fazione anarchica (Giuseppe Pinelli in primis) e per concludersi con l’assassinio di colui che conduceva le indagini, Luigi Calabresi.
Il fatto che al giorno d’oggi la strage non abbia ancora dei colpevoli è uno dei motivi che hanno indotto Giordana a girare la storia. Ispirato all’inchiesta condotta da Paolo Cucchiarelli e pubblicata nel libro “Il segreto di Piazza Fontana”, il film vuole fare prepotentemente chiarezza su ciò che è accaduto. Questo lo si riscontra in piccoli dettagli inseriti nel corso degli eventi cinematografici ed emersi dai vari processi che si sono susseguiti negli anni.
Si parla di verità quindi, ma anche di finzione. Il regista infatti, demolisce le varie tesi (come per esempio il fatto che Pinelli abbia ricevuto un calcio di karate prima di cadere giù dal balcone della questura) o le avvalora secondo quella che lui ritiene sia la verità (come la teoria che Calabresi non fosse nella stanza nel momento in cui Pinelli precipita giù dal palazzo). “Piazza Fontana non può essere dimenticata, la verità va ricercata e detta”, queste le parole che ha pronunciato durante la conferenza stampa.
Va sottolineato come il film non contenga scene violente, nonostante la materia potesse richiederlo: le morti dei protagonisti vengono fatte vedere solo a colpo compiuto, e i cadaveri della strage vengono soltanto inquadrati da lontano. La scelta è stata pensata in vista del target di riferimento voluto per la pellicola. Questa, infatti, è rivolta specialmente alle nuove generazioni, ma anche a tutte quelle persone che sono ignare di ciò che è accaduto nella nostra storia più recente.
Unico piccolo neo del lavoro è il numero elevato dei personaggi. Lo spettatore deve stare con gli occhi puntati sullo schermo per tutti i 130 minuti del film, poiché basta perdersi qualche secondo e potrebbe essere apparsa una delle tante figure storiche della vicenda. Viste, però, le straordinarie interpretazioni degli attori – in particolare Valerio Mastrandrea nel ruolo del commissario Calabresi, Fabrizio Gifuni nei panni di Aldo Moro, e Pier Francesco Favino che ormai sa recitare in tutti i dialetti italiani – il neo è veramente piccolo. 
Di Valeria Vinzani, da filmforlife.org

Il 12 dicembre 1969, alle ore 16:37, una bomba esplode nella sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura. La deflagrazione provoca la morte di 17 persone, mentre altre 88 restano ferite. Le indagini di quella che sarà nota a tutti come “la strage di Piazza Fontanta” vengono affidate al commissario Luigi Calabresi, che da tempo ormai si occupa di tutti quegli avvenimenti che, in un periodo di forte instabilità nazionale, sono riconducibili ad alcune frange estremiste. Molte sono le persone chiamate in causa durante l’esame del caso. Tra queste c’è anche il ferroviere milanese Giuseppe Pinelli, noto alle forze dell’ordine per essere un attivista anarchico. 
La strage di Piazza Fontana e tutti quei nomi che, a ragione o meno, ne hanno fatto parte rappresentano uno dei più grandi (e soprattutto tragici) misteri della nostra storia. Più di quarant’anni sono passati da quella sera di dicembre e ancora si sente il bisogno di parlare di quanto è successo, per fare il punto della questione e giungere, come ogni volta, alla conclusione che i conti non tornano.
Lo sa bene Marco Tullio Giordana, che ha deciso di ripercorrere quelle giornate, cominciate con l’autunno caldo e concluse (per modo di dire) con due morti che ancora fanno discutere: quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli e quella del commissario Luigi Calabresi.
Per fornirci la sua personale cronaca di una strage questo regista ha radunato un cast di volti (più che) noti del nostro cinema e li ha fatti muovere all’interno di una storia che, pur limitandosi a raccontare i fatti senza mai puntare apertamente il dito, riesce a colpire le giuste corde, mostrandoci due protagonisti, Giuseppe Pinelli (interpretato da Pierfrancesco Favino) e Luigi Calabresi (interpretato da Valerio Mastandrea), che, pur vivendo agli antipodi, sono in grado di incontrarsi in più di un’occasione, diventando le facce opposte di una tragica medaglia.
Inutile dire che quello che non è stato possibile comprendere all’epoca non si può certo svelare in questa occasione. Quella diretta da Marco Tullio Giordana non è un’opera d’accusa, perlomeno non come quella realizzata da Elio Petri e Gian Maria Volontè nel 1970 con i Documenti su Giuseppe Pinelli, ma è anche vero che è la semplice cronaca dei fatti a dimostrare quanto di poco chiaro ci fosse nelle testimonianze delle tre persone implicate nella morte dell’anarchico Pinelli e, più in generale, in tutta questa vicenda.
Le incongruenze appaiono da sole e sono più che lampanti nel momento stesso in cui questa storia ci viene mostrata così come è successa (o così come ci hanno raccontato). Tanto vale godere, visto che ormai è cosa rara, di un buon cinema, in grado di far riflettere e di regalare altissimi momenti.
Da cinedelia.blogspot.it

‘Romanzo di una strage’ ha molti meriti. Prima di tutto il titolo, che è onesto. Onesto perché la pretesa non è quella di ricostruire con la cura e lo scrupolo di uno storico le vicende di piazza Fontana e dintorni, anche se anche questo sarebbe già di per sé un merito: quei fatti sono infatti il punto di svolta e il primo ‘buco nero’ per l’Italia, che da quel momento in poi vivrà una fase tragica e lunghissima della propria storia, alle prese con bombe, stragi, terrorismo, attentati, azzoppamenti e omicidi, una scia infinita di sangue e di terrore che ha fatto sprofondare il Paese, che non è peraltro riuscito che in pochi casi a chiarire i fatti e le responsabilità degli eventi. Ecco dunque un secondo merito: affrontare proprio quel momento della storia nazionale, una vicenda convulsa e complicatissima, che mille indagini, processi e articoli giornalistici non hanno chiarito. Ma bisognava riparlarne, proprio perché da lì è partito tutto e ripensare a quei fatti è doveroso per chi voglia sapere anche oggi in che Paese vive, anche per i giovani, dunque. Ma – si diceva – l’intento – ed è un merito in rapporto appunto all’onestà del titolo e a quel che ci si proponeva – non è ricostruire da storici le vicende di piazza Fontana ma delinearne i contorni, facendo emergere due-tre personaggi-simbolo, quasi le vittime sacrificali di un mondo, di un Paese e di un sistema impazziti, dove l’odio stava prendendo il sopravvento su tutto e la vita umana poteva allora essere sacrificata a ‘fini superiori’ o a presunti nobili ideali. Romanzo di una strage, dunque, davvero, anche se la ricostruzione degli ambienti, dei luoghi e dei fatti è attenta e scrupolosa, se sia gli studenti che, sul fronte opposto, i poliziotti sono credibili e chi ricorda quei momenti e quelle situazioni, che magari ha vissuto direttamente, si ritroverà davvero, non escludendo persino un filo di nostalgia. Bene hanno lavorato sia il regista Giordana che gli sceneggiatori Rulli e Petraglia, ben sorretti dal produttore Tozzi, con Cattleya e il sostegno di Rai Cinema e 01 per la distribuzione. Dalla storia corale, su cui appunto non si insiste troppo, anche se le storie vengono raccontate tutte (dal tassista Rolandi a Freda e Ventura, da Giannettini ai servizi segreti deviati, fino persino all’infiltrato Merlino e a Feltrinelli), emergono i personaggi: non Valpreda, un po’ a sorpresa (viene raffigurato solo in senso negativo, come tendente alla violenza e quasi odiato da Pinelli, e questo è forse un limite del film), ma tre figure precise: Pinelli, appunto, Calabresi e, sul piano politico, un Moro ministro degli Esteri che sembra a sua volta una vittima designata degli eventi (ci si riferisce evidentemente al suo successivo rapimento e uccisione), alle prese con ministri ambigui e tendenti al golpe, con un Saragat che voleva sospendere la Costituzione e con un Rumor in preda agli eventi. Ma se il riferimento a Moro è forse un po’ forzato, le vicende personali di Pinelli e Calabresi sono il centro vero del film. Pinelli ci fa un figurone: buono, generoso, idealista e onesto, si trova involontariamente al centro di una vicenda troppo grande per lui, che finisce ovviamente in tragedia. E su quel ‘suicidio’ nel cortile della Questura di Milano il film si diffonde in particolari, senza voler accusare nessuno di preciso, peraltro, perché in effetti cosa sia successo davvero non si è mai capito. Di certo qui viene assolto Calabresi, che pure fu al centro di una terribile vicenda di odio e di vendetta, anche stavolta considerata (nel film) troppo grande per lui: Calabresi non era nella stanza quando Pinelli morì e poi, immerso in un ambiente sordido dove c’erano troppi silenzi e troppe manovre di depistaggio, fa quasi una sua indagine, che culmina con la scoperta di misteriosi depositi di armi nel Triveneto, su cui però era d’obbligo mantenere il silenzio. Alla fine Calabresi viene ucciso e il film si chiude su questa seconda vittima designata. Ma prima a Calabresi stesso viene fatta enunciare la famosa tesi delle ‘due bombe’ a piazza Fontana, che tanto ha fatto discutere in questi giorni. Qui l’impressione che si ha è che un po’ a tutti sia sfuggita la mano; gli sceneggiatori e il regista erano alle prese con un libro di un autore-giornalista sconosciuto da cui hanno preso spunto per il film ma che al contempo volevano contestare, anche perché confonde le acque su tesi ormai quasi ‘storiche’: le manovre dei servizi e della Nato per forzare la tesissima situazione politica in Italia dopo l’autunno caldo del ’69, anche a costo di stragi, la forzata attribuzione delle colpe per le stragi stesse alla sinistra anarchica (e così, per estensione, alla sinistra tutta), gli ambienti di estrema destra esecutori materiali dei crimini. Su tutto questo il libro aveva fatto confusione e Giordana cerca allora di confutare le sue tesi, finendo però per avallarne una che sembra a sua volta romanzesca (la doppia bomba, appunto). Ma forse la pecca vera è volersi ispirare a un libro per contestarlo, un’operazione ardita già come enunciazione. Resta la bravura di un Favino quasi commovente nei panni di Pinelli e l’impegno di Mastandrea nell’impersonare Calabresi, restano una bella sceneggiatura e una scelta stilistica che alla fine convince, pur non trattandosi, come detto, di una rievocazione storica a tutto tondo. Quello era un altro film, probabilmente, questo è un romanzo (filmato) di una strage, anche se questa era una sfida molto difficile già in partenza. Ma alla fine la sfida sembra in buona misura vinta.
Di Mauro Roffi , da millecanali.it

Milano, 12 dicembre 1969. Una bomba devasta la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Diciassette sono i morti e ottantotto i feriti di quella che è rimasta nella memoria come la Strage di Piazza Fontana. I primi sospetti ricadono su un gruppo di anarchici milanese, guidati dal carismatico Giuseppe Pinelli, ferroviere milanese di idee vicine alla sinistra extraparlamentare. Insieme ai soci del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa sarà portato in questura per essere interrogato dal Commissario della Questura di Milano Calabresi.
La pista anarcoinsurrezionalista è spinta dalle alte sfere della polizia, ma alcuni elementi creano profondi dubbi nell’animo di Calabresi, che con Pinelli ha un rapporto di cordiale inimicizia. Fermato per i tre giorni successivi all’attentato, Pinelli muore in circostanze misteriose precipitando dalla finestra dell’Ufficio di Calabresi mentre il commissario si era assentato per alcuni minuti. Suicidio, viene dichiarato dai quattro presenti, ma le contraddizioni sono palesi fin dal primo momento. Calabresi diventa così un bersaglio innocente, perseguitato e diffamato a mezzo stampa. Lentamente le sue indagini porteranno alla luce una verità sconveniente, la strage sarebbe stata organizzata dalla destra neofascista veneta con la e la responsabilità di apparati dello Stato. Il suo rifiuto di fronte a una promozione e un trasferimento, che lo avrebbero allontanato dalla verità, condizioneranno la sua vita in modo definitivo. A distanza di oltre trent’anni la verità sulla strage non è ancora stata scritta.
Difficile dare una valutazione artistica del film di Marco Tullio Giordana senza dover mettere mano ai libri di storia per analizzare i fatti che hanno caratterizzato uno dei momenti più bui della città di Milano e, probabilmente, dell’intera Repubblica Italiana. Con una narrazione secca e senza troppi barocchismi, Giordana racconta la “sua” verità, scritta con Sandro Petraglia e Stefano Rulli, su ispirazione al libro d’inchiesta I segreti di Piazza Fontana. Giordana si candida definitivamente a seguire le tracce del cinema politico di Elio Petri e della ricerca storica di Pier Paolo Pasolini.
I tempi erano maturi, forse anche da diversi anni, e un film dedicato a Piazza Fontana capace di ricostruire quello che sarebbe successo era necessario. Il cinema italiano, l’opinione è diffusa, ha rielaborato troppo poco i lutti della storia nazionale e la funzione intellettuale di un film come Romanzo di una strage diventa estremamente importante per creare dibattito e rinfrescare la memoria, affinché certe realtà non si ripetano.
Giuseppe Pinelli, interpretato da un intenso Pierfrancesco Faino, e Luigi Calabresi, Valerio Mastrandea conferma la sua maturità, vengono illustrati come gli “involontari” eroi e agnelli sacrificali di un disegno più grande che del mondo anarchico milanese ha fatto solo un bersaglio e un capro espiatorio, ma dove si intrecciano i poteri forti della destra estrema e lalunga mano dei Servizi Segreti, al lavoro per soddisfare le pressanti richieste anti-comuniste americane. Semplicando in estremo, in particolare a uso degli under 40 che ai tempi ovviamente non c’erano, è il caso di ricordare che pochi anni dopo Piazza Fontana gli Stati Uniti hanno appoggiato il colpo di stato di Augusto José Ramón Pinochet che rovesciò il legittimo governo del Presidente socialista cileno Salvador Allende, non sarebbe un esercizio di fantapolitica credere che tra Italia e Cile non ci sia poi tanta distanza.
Giordana ricostruisce quei giorni con rigore filologico e giuridico, evitando di scivolare nella faziosità di parte ma non rinunciando a puntare il dito accusatore rispetto a una classe politica che ha contribuito a destabilizzare la democrazia italiana e a farla sprofondare nel terrorismo degli Anni di Piombo. Nonostante questo rigore il film risulta godibile come un thriller politico, dove però il brivido che corre sulla schiena dello spettatore dipende dalla sensazione (o il timore) che tutto sia realmente accaduto come descritto dalle cupe immagini del film.
Di Carlo Prevosti, da cineblog.it

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