QUASI AMICI


Un film come Quasi amici, l’immenso successo ottenuto in Francia al di sopra di ogni aspettativa, ribadisce qualcosa che chi fa cinema tende spesso a dimenticare: la gente ha bisogno di storie, possibilmente semplici, capaci di toccare quelle corde emotive che se pizzicate suscitino le due reazioni più genuine che dall’infanzia alla terza età scortano la vita di ogni essere umano: la risata e il pianto. Saper raccontare qualcosa del genere, penetrando lo spirito e colpendo il cuore di 95 persone su 100 sedute in sala, è senza dubbio una missione tortuosa.
I registi e sceneggiatori Eric Toledano e Olivier Nakache ce l’hanno fatta, traendo l’idea da un documentario visto nel 2003. Il vero incontro tra l’aristocratico tetraplegico Philippe Pozzo di Borgo e il badante di umili origini algerine Abdel Sellou è diventato un film divertente e commovente allo stesso tempo. L’encomiabile lavoro di scrittura ha il pregio di essere privo di pietismi e patetismi, nonostante sia focalizzato sull’immobilità permanente di Philippe e dell’assistenza integrale che una persona nelle sue condizioni necessita. Con qualche adattamento al personaggio di Abdel, diventato di origini senegalesi e di nome Driss, Quasi amici inventa un insolito duo cinematografico, comico, affiatato, solidale, che con un parallelo nemmeno troppo azzardato sembra una sorta di Arma letale senza azione, o La strana coppia senza farsa.
Il rapporto tra i due personaggi, che più agli antipodi non potevano essere sotto ogni profilo (fisico, psicologico, generazionale e sociale), è talmente autentico e unico da rendere invisibile il copione. Complici in questo i due protagonisti François Cluzet e Omar Sy, marmoreo il primo, vulcanico il secondo, le cui interpretazioni accese da chissà quale fiamma innescano una corrispondenza con il pubblico priva di ogni ipocrisia. Ridere insieme ad un disabile, ironizzando e autoironizzando su quanto il destino a volte infierisca irreversibilmente, è la lettura sostanziale di questo rapporto di amicizia. È qualcosa che si può fare, che si vuole fare. È qualcosa che, forse, riesce a smussare i contorni della tragedia quando questa accade.
Lungi dal disconoscere i tanti meriti degli autori, non è un delitto constatare che Quasi amici approfitti di un riparo sicuro. È una storia con fatti e personaggi non realmente esistiti, ma realmente esistenti e la delicatezza del tema lascia presumere che il racconto sia veritiero, seppur comprensibilmente coesistano licenze narrative. E che abbia dunque ricevuto la benedizione del vero Philippe. Una sorta di rifugio involontario, non sufficiente in ogni caso minare la sincerità del film.
Di Antonio Bracco, da comingsoon.it

Di Eric Toledano e Olivier Nakache qui in Italia (prima di questo Quasi amici – il titolo è la rivisitazione italiana dell’originale Intouchables) avevamo visto solo Primi amori, primi vizi, primi baci. Eppure, il sodalizio artistico dei due registi francesi, dal 1995 (anno del loro incontro) a oggi, si è già trasformato in una discreta fama grazie a diversi corti e a quattro lungometraggi (che includono, oltre ai due film già citati, anche Je préfère qu’on reste amis e Tellement proches).Intouchables (storia di un incontro umano divenuto legame ‘intoccabile’) giunge da noi sull’onda di uno straordinario successo (si parla di oltre 100 milioni di euro al botteghino) che il film ha già ottenuto in patria. Un successo che ha il suo segreto nel delicato mix dolce-amaro, di tenerezza e risate che questa storia (ispirata a una vicenda realmente accaduta – ovvero la strana amicizia nata tra Philippe Pozzo di Borgo e Abdel) è capace di creare, seguendo il filo di due vite apparentemente lontane anni luce che vengono (casualmente) in contatto e (inaspettatamente) diventano una spalla dell’altra. L’emarginazione sociale di una povertà materiale (l’indigenza figlia dell’immigrazione) che si scontra e poi si ri-appaia con l’emarginazione sociale di una povertà fisica (uno stato di tetraplegia che impedisce qualsiasi indipendenza del corpo) lasciando così che da due esistenze all’apparenza ‘menomate’ nasca un’amicizia in grado di colmare i vuoti di entrambe.
In seguito a un incidente di parapendio l’aristocratico e abbientePhilippe (François Cluzet) resta paralizzato dal collo in giù. Una disgrazia alla quale si sommerà anche la perdita (poco dopo) dell’amatissima moglie. Nella sua nuova condizione di disabile,Philippe sarà dunque costretto ad assumere un ‘badante’, un uomo che possa accudirlo e aiutarlo quotidianamente nelle sue attività. Nonostante alla selezione si presenteranno numerosi candidati davvero determinati (chi per motivi economici e chi per apparenti motivi sociali) a ottenere il posto, Philippe verrà colpito dall’unico che, al contrario, non ha la benché minima intenzione di ricoprire il ruolo, ma che ha invece come unico obiettivo quello di ottenere il sussidio di disoccupazione. Trattasi di Driss (Omar Sy), ragazzo algerino – proveniente dal caos della banlieue parigina – di grande prestanza fisica uscito da poco di prigione che non solo non ha alcun requisito di sorta come assistente sociale e parasanitario, ma che appare sotto tutti gli aspetti decisamente inadatto al ruolo. Eppure, così volubile, sfrontato, indelicato e anche irrispettoso della condizione di Philippe, Driss riuscirà comunque (o forse proprio grazie ai suoi modi burberi) a smuovere l’uomo dallo stato di torpore esistenziale indotto dalla tetraplegia, riaccendendo (con il suo fare spiccio ma sincero) in lui la voglia di tornare a vivere. Strano, ma neanche tanto. Perché ciò che riesce a cogliere con sincero realismo questa commedia-drammatica sulle sfide che la vita ci impone, è la profonda volontà di ogni essere umano di avere un trattamento ‘alla pari’ che non traduca la limitazione fisica in una menomazione mentale. E infatti di fronte alla falsa solidarietà e al pietismo di tanti, Philippesceglierà proprio l’indelicatezza di Driss, l’unico che sembra di fatto vederlo per quello che realmente è (un essere umano come ogni altro).
Trascinato dalle melodie intense e poetiche di Ludovico Einaudi (chiamato a firmare la colonna sonora del film)Quasi amici gode di una varietà musicale (si passa dagli Earth, Wind & Fire a Vivaldi senza soluzione di continuità) che rispecchia profondamente lo strano amalgama che si andrà creando tra questi due (quasi) amici un po’ speciali. Un incontro avvenuto a metà tra le tute dei grandi magazzini e gli abiti firmati, scandito dal ritmo di un’‘abitudine ai danni’ di cui i due protagonisti sembrano essere due opposte incarnazioni. Due fisicità e due mondi a confronto in cui la tragedia del ricco si accosta alla vita povera ma sfrontata del ragazzo di strada per capire che il limite, la mancanza, il senso di vuoto sono una condizione mentale prim’ancora che fisica (“il vero handicap è non avere più lei” confiderà Philippe a Driss). I due registi mescolano sapientemente le carte del discorso sociale sull’immigrazione, sulla disabilità, sul divario sempre più incolmabile tra ricchi e poveri, realizzando una storia a misura d’uomo, dove l’umanità si mischia all’egoismo, all’istinto di sopravvivenza, facendo perdere le tracce di quel confine che spesso divide i buoni dai cattivi per arrivare dritta al cuore.
Eric Toledano e Olivier Nakache, ancora una volta ‘appaiati’, firmano la regia di Quasi amici, film ispirato a una storia vera e incentrato sulla singolare amicizia tra un ricco e disabile parigino e un povero e prestante immigrato algerino. Grazie all’ottima interpretazione dei due protagonisti (Omar Sy nei panni dello sfrontato Driss e François Cluzet in quelli dell’aristocratico Philippe Pozzo di Borgo) e alla misurata elaborazione di un dramma che viene smorzato, passo dopo passo, dalla ‘leggerezza’ di un’amicizia che riuscirà a guardare oltre la cortina sociale e fisica delle vite in questione, Quasi amici riesce nell’intento di trasformare la stranezza di un rapporto insolito in un film (almeno emotivamente) intoccabile.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

La vita derelitta di Driss, tra carcere, ricerca di sussidi statali e un rapporto non facile con la famiglia, subisce un’impennata quando, a sorpresa, il miliardario paraplegico Philippe lo sceglie come proprio aiutante personale. Incaricato di stargli sempre accanto per spostarlo, lavarlo, aiutarlo nella fisioterapia e via dicendo Driss non tiene a freno la sua personalità poco austera e contenuta. Diventa così l’elemento perturbatore in un ordine alto borghese fatto di regole e paletti, un portatore sano di vitalità e scurrilità che stringe un legame di sincera amicizia con il suo superiore, cambiandogli in meglio la vita.
Il campione d’incassi in patria (con cifre spaventose) è anche un campione d’integrazione tra i più classici estremi. La Francia bianca e ricca che incontra quella di prima generazione e mezza (nati all’estero ma cresciuti in Francia), povera e piena di problemi. Utilizzando la cornice della classica parabola dell’alieno che, inserito in un ambiente fortemente regolamentato ne scuote le fondamenta per poi allontanarsene (con un misto di Mary Poppins e Il cavaliere della valle solitaria), i registi Olivier Nakache e Eric Toledano realizzano anche un film tra i più ottimisti sulle tensioni che attraversano la Francia moderna.
Mescolando archetipi da soap (anche i ricchi piangono), la favola del vivere semplice e autentico come ricetta di vera felicità e un pizzico di “fatti realmente accaduti”, a cui gli autori sembrano tenere molto (l’autenticità viene ricordata in apertura e di nuovo in chiusura con i volti dei veri personaggi), Quasi amiciriesce a mettere in scena un racconto che scaldi il cuore e rischiari l’animo a furia di risate liberatorie (l’uinca possibile formula che porti incassi stratosferici) senza procedere necessariamente per le solite vie.
La storia di Philippe e Driss non segue la canonica scansione da commedia romantica, non procede per incontro/unione/scontro/riconciliazione finale ma ha un andamento più ondivago, che fiancheggia la crisi del rapporto e le sue difficoltà senza mai forzare il realismo.
Pur concedendo molto a quello che piace pensare, rispetto al modo in cui realmente vanno le cose, il duo Olivier Nakache e Eric Toledano riesce nell’impresa non semplice di infondere un’aria confidenziale ad un film che poteva facilmente navigare le acque del favolismo.
Molto è merito di un casting perfetto che, si scopre alla fine, ha avuto il coraggio di allontanarsi parecchio dalle fisionomie dei personaggi originali. Sul corpo statuario sebbene non perfettamente scolpito (come sarebbe invece accaduto in un film hollywoodiano) di Omar Sy passano infatti tutte le istanze del film. Dai suoi sorrisi alle sue incertezze fino alla sua determinatezza, ogni momento è deciso a partire da quello che l’uomo nero può significare nella cultura francese odierna. Elemento pericoloso quando vuole spaventare un fidanzato che merita una lezione o un arrogante vicino che ingombra il passaggio, indifesa vittima della società quando ha bisogno di un aiuto, forza primordiale e vitale quando balla e infine carattere autentico quando tenta approcci improbabili con le algide segretarie.
Di Gabriele Niola, da mymovies.it

Prendiamo due uomini e rimarchiamo più differenze possibili.
Il primo, il francese Philippe, è un uomo bianco maturo e distinto, paraplegico e ricco, acculturato e apparentemente freddo, ascolta Vivaldi e colleziona dipinti di gran valore, ha una nobile casa e adopera un linguaggio raffinato, soprattutto attraverso la corrispondenza con l’altro sesso.
Il secondo, il senegalese Driss, è un uomo nero apparentemente immaturo e sguaiato, gode di ottima salute ma di pochi soldi, fin troppo espansivo, fatica però a intessere rapporti con la sua famiglia, chiacchiera utilizzando slang e bassi linguaggi, ascolta gli Earth, Wind & Fire e non sa distinguere un dipinto di valore da un altro rozzo (o forse si?), con l’altro sesso l’obiettivo è quello di giungere subito al sodo.
Due personalità inavvicinabili, che giusto in un film antirealistico potevano incontrarsi, scontrarsi, avvicinarsi. E invece no: “Les intouchables”, pur con delle romanzate licenze – l’alter ego di Philippe in realtà si chiamava Abdel ed era magrebino – è tratto da una storia vera. Il vero Philippe ha accolto entusiasta il progetto di un film dedicato alla sua storia, ma una condizione: doveva essere una commedia, un’opera divertente.
E se a ciò è imputabile l’unica riserva possibile, ovvero quella di affrontare solo trasversalmente alcune tonalità grigie e malinconiche che hanno reso immortali molti film della commedia all’italiana, il film della coppia Olivier Nakache e Éric Toledano raggiunge mirabilmente il proprio obiettivo: fa molto ridere e lo fa con le giuste armi. Con un dettaglio non trascurabile: sono la bellezza di ventimila gli spettatori accorsi al botteghino francese, che ne hanno fatto uno dei più grandi successi commerciali della storia del cinema transalpino. Con ovvi e malaugurati risulati: sia gli Stati Uniti che l’Italia hanno in cantiere remake più o meno immediati.
Sin dal principio, oltre alle personalità dei due protagonisti, emergono gli stati sociali in cui agiscono: il primo prigioniero in una lussuosa casa contorniato da servitù e una figlia adolescente e problematica, il secondo pesce piccolo delle banlieue, in contatto con propri simili e una famiglia formata da una zia e da cugini-fratelli. L’incontro tra Philippe e Drissa è da intendere dunque come un completamento familiare a tutti gli effetti (ma anche un modo per apprezzare ciò che si aveva già), nonché un compimento del proprio bagaglio culturale-sentimentale, dove più che l’interscambiabilità dei ruoli, le demarcazioni che vengono a galla sono necessarie per sviluppare ed equilibrare aspetti semi-nascosti o del tutto inesplorati del proprio essere. E’ questo l’arricchimento di reciproca donazione dei due protagonisti ma, il loro è soprattutto un rapporto di grande amicizia (superfluo il “quasi” del titolo italiano). Un’amicizia che probabilmente gli stessi due personaggi coinvolti negherebbero, almeno fino a quella fuga finale verso una leggera ma trionfale liberazione.
Decidendo di affrontare una materia simile in forma di commedia, bisogna innanziutto fare i conti con una moralità inevitabile: consentita la scorrettezza, accettate le trasgressioni, lecite le invenzioni, le gaffe basse, ciò che delimita l’accettazione del risultato finale da un rifiuto eticamente consentito risiede in un’unica, inevitabile domanda: ridere dell’invalido o ridere insieme con lui? Denigrare la disgrazia o affrontarla con il sorriso prendendo per mano il paraplegico? Quel che fa di “Quasi amici” un film realmente divertente è la mancanza di sfruttamento dell’invalido.
Nel film vi coabita un’interconnessione tra tonalità della pellicola e umore/ umorismo della coppia di protagonisti, che finiscono cosi’ con il risultare pienamente divertenti. Grazie anche a due attori, l’esperto François Cluzet e il giovane Omar Sy, in stato di grazia.
Di Diego Captano, da ondadelcinema.it

I numeri fanno impressione. 280 milioni di dollari incassati finora in tutto il mondo, che fanno di Quasi amici (Intouchables) il film non americano di maggior successo commerciale di tutti i tempi. Del malloppo, 166 li ha incassati in Francia (più Algeria, Tunisia e Marocco), che gli vale il numero due al box office nazionale di sempre dopo Chez les Ch’tis (Giù al Nord). 64 arrivano dalla Germania, mercato tradizionalmente sfavorevole al cinema venuto da Parigi, e che invece stavolta si è arreso all’invasione dei due intoccabili. In Italia Quasi amici l’weekend scorso ha raggiunto il primo posto al box office, dopo una marcia di quattro settimane che l’ha visto a ogni weekend mantenere costante l’incasso di un milione e mezzo di euro, mentre di solito i film fanno il botto la prima settimana e poi si inabissano. Segno, questa tenitura, questa progressione diesel, che il successo si è consolidato strada facendo ed è dovuto soprattutto al passaparola (si potrà trovare un’espressione migliore? però, please, non mi si proponga l’orrido e fighetto marketing virale), anche perché il lancio da noi non è stato proprio eclatante, e la solita critica sussiegosa non ha dato a Quasi amici lo spazio che si meritava. In ogni caso gli otto e passa milioni di euro a oggi incamerati da noi sono qualcosa di eccezionale per un film francese, genere che in Italia non paga quasi mai. Si vedano gli incassi del pompatissimo The Artist, molto, molto più strombazzato di Quasi amici, che sono dignitosi ma non stellari, per non parlare di come è andato, anzi non è andato, un gran bel film quale Polisse, gran successo in patria e da noi rimasto in sala un solo weekend (ed è uno scandalo, ma, visto che sono un liberista, mi arrendo e accetto i verdetti del mercato senza menarla troppo). Ora, di fronte a un fenomeno di queste dimensioni c’è poco da fare i critici che stanno a misurare col bilancino meriti e demeriti, o a valutare il tasso di artisticità (ma che sarà mai?), qui sarà il caso di farsi invece qualche domanda e darsi qualche risposta su come sia potuto accadere. Bando all’estetica e all’esegesi critica, largo invece ad altro genere di considerazioni e pesi. Intanto, che il distributore italiano si vergogni di un titolo così brutto, moscio e anonimo che non rende conto né dell’efficace, perfetto originale Intouchables, né della storia che il film racconta. D’accordo, forse (forse) non lo si poteva chiamare Intoccabili perché con quel titolo esistevano già almeno due film, uno di Giuliano Montaldo del 1969 e l’altro, famosissimo, di Brian De Palma del 1987 (Oscar a Sean Connery), ma si poteva mantenere l’originale, o, se proprio lo si doveva tradurre, almeno chiamarlo qualcosa come Gli impuniti, che rende meglio l’idea. Ma il film è di una tale forza che si è fatto largo nonostante il lancio mediocre e il titolo disgraziato. Dico subito che a me è piaciuto molto, moltissimo. Intorno a me, quando sono andato a vederlo, gente che rideva e molti che piangevano. Non capita poi spesso che un film arrivi, come dice la Ventura (nel senso che la Ventura di X Factor i suoi giudizi sulle varie esibizioni li formula binariamente così: ‘mi è arrivato/non mi è arrivato’), e che arrivi in questa misura. Non so se sia un grande film, probabile che no, però è qualcosa di diverso e anche di più di un bel film, è un film epocale, di quelli che spostano le montagne e forse le coscienze e incidono sul sentire collettivo e sulle percezioni e i valori più di milioni di prediche, inchieste giornalistiche, dibattiti televisivi e no, campagne sui social network, giornate celebrative di questo o quello, perché io sono tra coloro che pensano che il cinema può davvero cambiare qualcosa, mica da solo, certo, ma se inserito come parte di un tutto comunicativo che va dagli scambi di opinione alla macchinetta del caffé alle news consumate sul divano di casa, sì che può. Qui siamo di fronte a una storia che si fa parabola esemplare, che intercetta paranoie, paure, ossessioni, ansie ma anche speranze e voglie del presente, del qui e ora di questa nostra acciaccata Europa, che le intercetta e poi le rimastica, le rielabora, le struttura in una narrazione e ce le serve egregiamente. Usando archetipi vecchi e facendoceli sembrare nuovi, tirandoli a lucido con sapienza artigianale e anche con una certa ruffianeria da venditori e imbonitori che sanno il mestiere loro. La storia la sapete, la sappiamo. O no? Philippe è un ricco signore parigino (come sia diventato ricco non si sa, ma abita in una magione in città di abbagliante raffinatezza, sontuosità e regalità), vedovo, che dopo un incidente di parapendio – era una giornata scura e tempestosa – è rimasto tetraplegico, con più niente che si muova e senta dal collo in giù. I badanti resistono una settimana o due, poi scappano, perché occuparsi di un tizio così – spostarlo, lavarlo, nutrirlo e fargli pure il clistere – mica è facile, si deve stare all’erta 24 ore su 24, che poi il signor Philippe ha pure il carattere suo, sa signora mia. La fedele segretaria e la governante che presiede all’andamento del palazzo così si ritrovano spesso a organizzare un casting per trovare il nuovo assistente. A uno di questi colloqui collettivi si presenta anche Driss, ragazzone di banlieu di origine senegalese, svelto di parola e anche di mano – si è fatto un bel po’ di galera per rapina – che di fare quel lavoro non ha nessuna intenzione, gli serve solo che il signor Philippe o chi per esso firmi e attesti che lui si è presentato al colloquio per continuare a percepire il sussidio di disoccupazione (è la burocrazia del welfare, bellezza). Invece sarà lui il prescelto. Quella sua strafottenza è piaciuta assai a Monsieur Philippe il quale non vuole condiscendenza, non cerca comprensione o solidarietà o pietà, aborre i buoni sentimenti e le ipocrisie dei vari assistentati sociali e dei loro accoliti perbenino, e vuole essere trattato per quello che è. Cioè per uno malato, immobile, handicappato. Anche la durezza è meglio del pietismo, dunque che Driss, così sguaiato e ineducato, sia l’eletto. Storia ispirata, così dicono i titoli di coda, a quella vera dell’aristocratico corso Philippe Pozzo di Borgo e del suo badante, il tunisino Abdel Sellou. Non ho letto l’autobiografia del nobile di Borgo, ma a occhio mi pare che il film si discosti parecchio e si prenda molte libertà. Non solo perché il maghrebino Abdel qui diventa il senegalese Driss, ma perché alcune situazioni paiono francamente dilatate. Siamo nella più classica commedia degli opposti, due caratteri che più diversi non possono essere, la strana coppia che per forza deve convivere con tutti i malintesi e i battibecchi e i micro-macro conflitti che si generano. Il bianco e il nero, il ricco e il povero, il borghese e il lumpenproletario, il colto e l’ignorante, il debole e il forte, il malato e il sano, l’europeo e l’africano, l’uomo del nord del mondo e l’uomo del sud del mondo. Ecco, Intouchables prende tutte queste coppie di opposti e le incarna e le cortocircuita nel mirabile e paradigmatico duo Philippe/Driss, scatenando una narrazione irresistibile, così perfetta da porsi come racconto esemplare e qualcosa che già assomiglia a un mito contemporaneo (chi l’ha detto che solo i tempi arcaici potevano produrre miti? Ci fossero ancora Mircea Eliade e Roland Barthes forse su Intouchablespotremmo leggere davvero qualcosa di bello e penetrante). All’inizio i due faticheranno a coabitare e a tollerarsi, poi impareranno a rispettarsi, forse anche a volersi bene (questo è l’aspetto più sotterraneo e segreto del film, che pure fa dell’estroversione uno dei suoi registri e sembra tutto esplicitare e gridare). Driss incomincerà a restare affascinato da quell’uomo colto che lo sta introducendo a un mondo ignoto – l’arte, la musica, la bellezza, la cultura nel senso proprio del canone occidentale alla Bloom – e anche agli agi, mentre Philippe di quel rozzo giovane uomo venuto dalla banlieu, e da ancora più lontano, amerà la sincerità, l’autorevolezza fisica e corporale, la forza e l’astuzia, e una umanità per così dire naturale e primaria. Soprattutto, ne apprezzerà la mancanza totale di condiscendenza e ipocrisia nei suoi confronti. Non c’è pietismo in Driss, semmai pietas. Questa commedia tratta la disabilità con sguardo fermissimo e senza il minimo cedimento sentimentale e politically correct, Driss fa battute e battutacce su quell’uomo che non può muoversi, sul suo corpo degradato, ma lo fa sentire ancora vivo, ancora umano, almeno capace di cogliere qualcosa del vivere, portandolo a folle velocità nella notte sulla Maserati, o trasformando la sua carrozzina di disabile in giocattolo da corsa, e accompagnandolo in un bordello dove sapienti mani orientali gli facciano il massaggio giusto all’orecchio che, ebbene sì, se ben solleticato e sollecitato, è ancora in grado di trasmettere qualche brivido a Philippe. Ve lo immaginate un film italiano con un tetraplegico e il suo badante che vanno insieme a puttane? (forse ai tempi di Risi, Ferreri e Tognazzi, forse). Ecco, questo dà la misura dell’immensa novità e forza di questo film più di ogni spiegazione. Naturalmente tra i due sarà scambio. Se Driss resterà basito e non potrà non sghignazzare all’Opera vedendo un uomo cantare in tedesco vestito da albero (il Freischütz di Weber, I suppose) o ascoltando il concerto a palazzo di un ensemble da camera, Philippe verrà introdotto da Driss al rap e agli adorati Earth, Wind and Fire. E, in questo scambio che è anche continua sfida reciproca, Driss dovrà pure buttarsi un giorno col parapendio. Si ride moltissimo. Driss è sguaiato e volgare, ma non gli si può resistere, non ce n’è, grazie anche a un attore che di nome fa Omar Sy e che si è fatto largo nel mondo dei comici immigrati. Così bravo, Sy, da aver portato via il mese scorso il César addirittura a quel Jean Dujardin di The Artist che di lì a un paio di giorni avrebbe vinto l’Oscar (giusto così: Intouchables è assai meglio di The Artist, non c’è gara). Certo, il film è al fondo, nonostante l’apparente tono oltraggioso e smargiasso, di grande bontà, e perfino edificante. In fondo, ci dice che tra diversi la coabitazione è possibile e auspicabile, che tra mondi lontani non è detto ci debba essere sempre scontro di civiltà, ma ci stanno anche l’incontro e la compenetrazione. Prende quelle che sono le ossessioni dell’everyman francese e bianco-europeo di oggi, la paura dell’immigrato e dell’altro, e le esorcizza attraverso questa sacra rappresentazione (sacra perché ha l’esemplarità e la didascalicità del rito), e le depotenzia, le devia, le sublima, quelle ossessioni. Ma c’è molto altro, in questo film epocale. C’è la messa in scena, chissà quanto consapevole, della debolezza europea a fronte della rampante, forse inarrestabile forza extraeuropea dei popoli giovani e belli e forti. Intouchables allora sarebbe una sorta di spengleriana riflessione sul tramonto dell’Occidente in forma di commedia e burla, dove l’europeo si arrende e si mette nelle mani dell’altro che viene da lontano e che ha ancora quell’energia che lui ha invece irrimediabilmente perso. Gli si arrende, e gli consegna il proprio corpo sfibrato. Ma in questo film-mondo, in questo film-epoca, c’è altro ancora, e ancora, e ancora, c’è l’eterna dialettica servo-padrone (in un anno in cui cinema e tv di servi e padroni ne hanno messi in scena molti, da The Help a Downton Abbey a Les adieux à la Reine visto a Berlino), qui nella sua variante tutta maschile, e di complicità maschile, sul modello Don Giovanni-Leporello. Sicchè, oltre al Vivaldi e Weber che sentiamo eseguire in qualche scena, in questo film c’è anche qualcosa, anzi parecchio, di mozartiano.
Da luigilocatelli.wordpress.com

“Io il culo non glielo svuoto” tuona Driss, un omone nero di 1,90, disoccupato delinquentello trovatosi catapultato d’amblè dalle strettezze e sporcizia della banlieu alllo sfarzo e alla pulizia di un villone aristocratico. Quel culo, tanto per essere chiari, è di Philippe, il padrone di quel villone, un uomo che ha tutto ma non ha niente, che preferirebbe perdere tutte le ricchezze che possiede in cambio di un corpo sano. Già, perchè Philippe è tetraplegico e non sente nulla dal collo in giù. Driss e Philippe sono tutto l’opposto, bianco e nero, sano e malato, alto e basso, sboccato e raffinato, povero e ricco, delinquente e persona tutta d’un pezzo, ma queste differenze non contano nulla quando si crea quella particolare chimica. Driss è un puro, uno che non ha sovrastrutture, uno che non ragiona, uno che agisce d’istinto (andatelo a chiedere al vicino di casa), uno che dice quello che pensa e non pensa quello che dice. Per questo l’ha scelto Philippe, perchè non ha bisogno di compassione e di qualcuno che lo comprenda ma di qualcuno che lo faccia vivere, che lo pigli per il sedere anche senza svuotarglielo, che lo faccia ridere ed uscire da quella prigione che non è soltanto il suo corpo ma anche tutto quello che gli sta intorno, di qualcuno che lo faccia andare più veloce, a costo di modificare il motore della carrozzina. Perchè l’umorismo è il sale della vita ed anche se quello di Driss è di grana grossa poco male. E di umorismo ce n’è tanto in questo capolavoro, qualsiasi lato tragico è schermato dalla leggerezza, dalla semplicità, dall’ironia. E il culo svuotato, tanto per tornare sempre sullo stesso punto, è protagonista di una gag di straordinaria vis comica, così potente da far dimenticare completamente la tragedia che tale espressione nasconde. C’è una grazia inusuale che aleggia nella pellicola, sarà l’immensa colonna sonora (curata da Ludovico Einaudi), saranno le straordinarie interpretazioni dei due protagonisti (con un Cluzet- appena visto dal sottoscritto nel bellissimo Non dirlo a nessuno- impressionante), sarà la capacità di creare situazioni comiche come dio comanda tipo il ragazzino che torna a portare le brioches col la molletta nei capelli o il thè bollente versato nelle gambe, sarà la capacità dissacrante che investe tutto, dall’Arte (con il quadro di Driss venduto a 11.000 euro) all’ Opera ( spettacolare Driss “ma è un albero che canta! voi siete tutti impazziti…”), dall’ Handicap (praticamente tutto il film) alla Musica Classica, sarà quello che volete ma è raro provare una piacevolezza così nel seguire un film.
Quando poi nelle scene precedenti il meraviglioso finale- che sarà pure telefonato ma non ce ne frega niente- (come quando da giovani innamorati squillava finalmente quel telefono, e per quanto potevamo aspettarcelo l’emozione era intatta), dicevo nelle scene precedenti ho avuto una visione. In Philippe rimasto con quei baffetti non ho visto il Fuhrer, ma chi il Fuhrer l’ha sbeffeggiato. Sono convinto che a lui sto film sarebbe piaciuto, che l’avrebbe voluto interpretare, perchè nessuno più di lui ci ha raccontato la tragedia e la gioia con la stessa grazia. Avrebbe posato bastone e bombetta in terra e si sarebbe messo su quella carrozzina, vecchio Verdoux riuscito finalmente a fregare la vedova giusta ma ad un prezzo troppo alto. E magari a spingere quella carrozzina poteva esserci Buster, pronto lì a prenderlo in giro e trattarlo male ma incapace questa volta, l’unica nella sua vita, di trattenere quel sorriso che mai ci ha mostrato quando finalmente avrebbe visto Charles incontrare la donna che amava.
Ma non è comunque qua l’anima di Quasi Amici.
E’ in quel volo in parapendio.
E non solo perchè Philippe torna nel luogo del delitto, non solo perchè cerca di trarre linfa vitale in una cosa che la vita gliel’ha distrutta, non solo perchè è una liberatoria elaborazione di un lutto che, ahimè, non sarà mai del tutto elaborato ma lo accompagnerà fino alla fine.
No, perchè è la reificazione massima del volere è potere.
Perchè quel volo, magari sulle note indimenticabili di un Nessun Dorma, qualcuno l’aveva già fatto prima, ma un conto è sognarlo, un altro farlo davvero. Perchè se le sensazioni possono essere le stesse, anzi, forse addirittura amplificate dal sogno, poi però quando ti svegli è tutto diverso. Hai visto le stesse cose, hai sentito l’aria sbatterti sulla faccia allo stesso modo, ma non hai gli occhi diversi da prima, non hai la pelle arrossata da piccole punture di felicità.
E Philippe ha dimostrato che quel mare dentro può esserlo anche fuori.
E che non sempre ci sono lo scafandro e la farfalla.
Ma che lo scafandro può essere una farfalla.
Da ilbuioinsala.blogspot.it

Metti un ricco aristocratico reso disabile da un grave incidente e un ragazzone di colore che nella vita non ha mai combinato nulla di buono: dal loro incontro – e dalla collisione dei rispettivi due mondi – si sviluppa Quasi amici, commedia diretta dal duo Olivier Nakache edÉric Toledano che ha conquistato il box-office francese con risultati inimmaginabili. Un’idea di base molto semplice, che prende spunto da una vicenda realmente accaduta, come viene confermato poco prima dei titoli di coda, e che ha il suo punto di forza nell’interpretazione dei due protagonisti François Cluzet eOmar Sy, qui rispettivamente nei panni di Philippe, il tetraplegico bloccato dal collo in giù, che ha bisogno di assistenza continua, e di Driss, che si è appena fatto sei mesi di carcere ed è stato anche cacciato di casa da sua zia, ormai esasperata dalla sua condotta di vita.
Se sulla carta la storia di Philippe e Driss può sembrare scontata – le pellicole su amicizie improbabili non si contano – è nel modo in cui viene raccontata il segreto del suo successo ai botteghini. Non c’è nulla di superficiale o artificioso nel modo in cui si sviluppa l’amicizia tra questo badante improvvisato e il suo datore di lavoro, ma si avverte una spontaneità piuttosto rara anche in altre opere tratte da vicende realmente accadute.
Quando Driss si presenta nella villa di Philippe, non è neanche motivato ad essere assunto, ma gli interessa ottenere un documento firmato, tramite il quale si attesta che si è presentato al colloquio. Philippe però decide di assumerlo, e nonostante qualche disastro iniziale e numerose perplessità (anche da parte dei tanti collaboratori di quest’ultimo) alla fine Driss non solo si rivelerà un valido aiuto, ma rivoluzionerà la vita di questa piccola “corte”, soffiando via la polvere dall’esistenza di Philippe, così rigidamente controllata e abitudinaria da non lasciare spazio neanche al piacere delle piccole cose e a veri rapporti umani.
Omar Sy è assolutamente adorabile nei panni di questo mezzo farabutto dal cuore d’oro che s’inventa un ruolo a metà strada tra il badante e il life coach, che risolve a modo suo i problemi di Philippe, tra cui i fastidiosi dolori psicosomatici, portandolo fuori a fare una passeggiata alle quattro di notte, tra una boccata d’aria fresca e un tiro di sigaretta. E’ adorabile perchè non c’è alcuna forzatura e nessun eccesso nel suo essere scorretto, nelle sue battutacce, nelle avance che fa ad una graziosa collaboratrice di Philippe – che poi scopriremo essere fidanzata ad un’altra ragazza – ma solo la spontaneità e il ruvido pragmatismo di un ragazzo che è cresciuto nella periferia parigina. Cluzetinvece è perfetto nei panni di questo signore che sceglie di lasciarsi travolgere dall’uragano Driss, e le sue risate sono assolutamente contagiose, tanto che non sembrano nemmeno recitate. Il suo Philippe è un disabile che ormai si è adeguato ad un’esistenza da vegetale, nonostante un passato avventuroso e spericolato, e non fa molto per prendersi quel poco di vita vera che gli spetterebbe. Al tempo stesso sarà lui a far scoprire a Driss in che modo può dare una direzione alla sua vita, dedicandosi ad un lavoro o ad una passione.
L’alchimia tra i due protagonisti funziona sul grande schermo e dà vita ad un’amicizia credibile, sia nelle (poche) sequenze drammatiche che in quelle più esilaranti, come quella a teatro – che richiama per alcuni aspetti una celebre scena di Pretty Woman – e quella in cui Driss reinventa creativamente il look di Philippe mentre gli fa la barba, trasformandolo prima in un losco figuro con i baffoni, poi in un personaggio alla Salvador Dalì e infine in Hitler.
Un successo, quello di Quasi amici, che probabilmente si deve al modo in cui sono dosati gli ingredienti principali del film: un umorismo scanzonato e lieve, ma non sguaiato né troppo costretto nelle briglie del politically correct, il giusto spazio alle emozioni, e una storia non nuova ma sicuramente piacevole, che scorre fino alla fine senza intoppi, e con un finale che si riallaccia all’incipit in maniera perfetta.
Di Fabio Fusco, da movieplayer.it

L’integrazione, la collocazione dei giovani che vengono dalle periferie, il divario sempre maggiore tra le classi più abbienti e quelle più povere, le difficoltà a volte insormontabili di convivere con un handicap fisico, tutte in un solo film.
Ma, sebbene quanto raccontato sia ispirato a una storia vera, si ride già durante il prologo, perché il quarto lungometraggio diretto dai francesi Olivier Nakache ed Eric Toledano, registi del giovanilistico “Primi amori, primi vizi, primi baci” (2006), rientra tutt’altro che nel filone drammatico.
L’incontro-scontro tra due menti, due personalità, ma, soprattutto, due visioni della vita, rappresentate dal ricco vedovo Philippe, divenuto paraplegico in seguito a un incidente di parapendio, e da Driss, ragazzo di colore di periferia che, appena uscito di prigione, viene assunto dall’uomo come badante personale.
Il primo con le fattezze di François Cluzet, il secondo con quelle di Omar Sy, provvedono a colorare di divertimento un soggetto che sfiora quasi le tematiche care ai fratelli americani Bobby e Peter Farrelly (autori di “Tutti pazzi per Mary”, per intenderci), filtrato attraverso il look e i tempi delle commedie d’oltralpe, sebbene l’atteggiamento dissacratorio da sbruffone del ragazzo non possa fare a meno di richiamare alla memoria il miglior Eddie Murphy.
E, inizialmente in preda ad imprese da imbranato, poi destinato a portare una ventata d’irriverenza nel “calmo e pulito” ambiente aristocratico (citiamo, tra le tante, la sequenza dell’acquisto del dipinto), è proprio lui a garantire l’abbondanza di risate nel corso dei circa 111 minuti di visione, man mano che i due diversi mondi vengono messi a confronto.
In maniera assolutamente non banale, oltretutto, se pensiamo a un ragionato momento come quello che lo vede associare pezzi di musica classica a spot pubblicitari o altre forme di cultura popolare cui essi hanno fatto da colonna sonora.
Mentre, ancora una volta, l’idea di far irrompere nell’universo borghese un rozzo personaggio di periferia si rivela vincente; in questo caso al servizio di una storia di amicizia fornita anche di retrogusto amaro e capace perfino di spingere qualcuno alla commozione, complice l’ottima prova dei due protagonisti.
Non a caso, a Hollywood si sono immediatamente interessati per farne un remake.
La frase:
“Non è Arsenio Lupin, ma… ha comunque una fedina penale bella piena il tuo Driss”.
Di Francesco Lomuscio, da filmup.leonardo.it

Cosa succede quando un ricco aristocratico, rimasto paralizzato dopo un incidente in parapendio, incontra un giovane senegalese squattrinato e dalla fedina penale sporca? E’ ovvio: lo assume come badante! Solo al cinema possono essere raccontate storie così fantasiose, verrebbe da pensare. E invece no: il film “Quasi Amici” record di incassi in Francia, è tratto da una storia vera ed è proprio questo che lo rende così toccante.
L’idea nasce nel 2004, quando i due registi Olivier Nakache e Eric Toledano assistono alla proiezione del documentario “A la vie, a la mort”. Il progetto è però troppo rischioso per il momento, così viene accantonato e ripreso nel 2008 dopo che la coppia firma il successo di pubblico e critica “Tellement proches”.
I due registi partono quindi alla volta del Marocco per conoscere l’aristocratico Philippe Pozzo, protagonista del documentario che li aveva tanto colpiti anni addietro. Quest’ultimo acconsente a rilasciare i diritti per la realizzazione del film, purché la propria storia venga raccontata in maniera divertente. Mai desiderio fu più esaudito. Commedia amara sul disagio derivante da un handicap (fisico per il protagonista, sociale per il suo secondo), il film alterna momenti di pura ilarità a spazi di riflessione: ne deriva un mix vincente che mette d’accordo critica e pubblico. Il giovane senegalese Driss (Omar Sy), con il suo temperamento e la sua lingua irriverente mette a soqquadro un mondo alto borghese fatto di regole e consuetudini a lui ignoti; il tutto senza mai riuscire ad offendere la sensibilità del milionario protagonista Philippe (François Cluzet ) che proprio nella sfrontatezza del suo “quasi” nuovo amico, trova la forza di non lasciarsi abbattere dal proprio handicap e di guardare avanti con il sorriso sulle labbra. Le risate del protagonista non possono che contagiare lo spettatore regalandogli due ore di puro divertimento e una lacrima di commozione finale.
Di Maria Rita Graziani, da abruzzo24ore.tv

Philippe (Francois Cluzet) è completamente paralizzato a causa di un brutto incidente con il parapendio. Philippe è ricco, con gusti ed interessi sofisticati e per la sua condizione di tetraplegico è attorniato da persone che lo accudiscono, gli curano gli affari, tra questi il giovane di colore Driss (Omar Sy). Driss sembra quasi una nota stonata a fianco dell’aristocratico Philippe. Il giovane è di umilissima estrazione sociale, con problemi giudiziari ed è di un’esuberanza travolgente, è il caso di dire senza remore. Ed è proprio su questo dualismo dei contrari che Olivier Nakache ed Eric Toledano, registi, sceneggiatori ed attori francesi ormai indissolubili professionalmente, strutturano questa commedia fragrante e sincera, il cui soggetto è tratto dalla storia di vita di Philippe Pozzo di Borgo. Ne viene fuori un film onesto, divertente pur trattando un soggetto drammatico, insomma un ottimo compromesso tra commedia ed emozione. La stravagante esuberanza di Driss spiazza tutti coloro che circondano il compassato Philippe che invece pian piano è conquistato da questo vento improvviso di vitalità fuori le righe, quasi cavernicola, dirompente. Lo slancio vitale del giovane Driss è carico di onestà umana, ed è questa onestà che alla fine riesce a convincere non solo Philippe ma anche chi, all’inizio, lo giudicava fuori posto. L’alchimia perfetta che s’instaura tra i due riesce a proporre un quadro autentico di solidarietà condivisa che si suggella in una complicità dal sapore forte ed intoccabile. “Quasi amici” è un film che commuove sobriamente e convince nel suo messaggio di un’umanità schietta e disincantata, messaggio mediato grazie ad una sceneggiatura e regia ben orchestrate che sanno proporre il ricco ed il povero, l’invalido e lo sportivo, l’esteta ed il profano, conciliando questi opposti, alla fine facce della stessa medaglia. Ottima interpretazione di Omar Sy che affianca un bravissimo Francois Cluzet.
Di Rosalinda Gaudiano, da cinema4stelle.it

Film francese, titolo originale “Les intouchables” (Gli intoccabili) alludendo alla priorità riservata a certe categorie sociali, “Quasi amici” è l’ennesima commedia d’oltr’alpe che declina l’amicizia virile tra due uomini molto diversi tra loro, tematica molto amata dai francesi a giudicare dalla buona quantità di film sull’argomento. Stavolta non si tratta di una storia verosimile, ma veritiera in quanto gli sceneggiatori hanno tratto ispirazione da reali accadimenti, tanto che le ultime inquadrature ci mostrano i veri protagonisti della vicenda (un ricco aristocratico e il suo badante di origini algerine).
Philippe e Driss (François Cluzet e Omar Sys) apparentemente non hanno nulla in comune: il primo è un miliardario costretto alla sedia a rotelle per un grave incidente sul parapendìo, paralizzato dal collo in giù ma vulcanico e pieno di vita interiore, l’altro è un giovanottone pieno di salute, costretto a campare di espedienti e con il sussidio di disoccupazione, di primo acchito grezzo e pigro, ma in realtà sveglio e di buoni sentimenti.
Le loro esistenze si incrociano quando Philippe, in cerca di un assistente a tempo pieno a causa della sua gravissima disabilità, durante un colloquio di selezione, prende immediatamente in simpatia Driss e lo assume, pur consapevole di scegliersi un aiutante non qualificato, né referenziato. Si capirà in seguito che non è pietà quella che cercava, ma complicità e un pizzico di trasgressione.
Driss e Philippe dopo qualche momento di reciproca minima diffidenza, imparano a capirsi sostenuti dalle donne di casa, delle fedeli e inflessibili impiegate di Philippe, e ben presto iniziano a bighellonare per Parigi correndo a perdifiato in Maserati, inseguiti da pattuglie di poliziotti; si donano reciprocamente emozioni per quanto di meglio ciascuno possa offrire all’altro (Driss regala a Philippe un compleanno indimenticabile, Philippe ricambia con un’esperienza mozzafiato sul parapendìo). Poi Driss inizia Philippe al fumo di “erba”, che sembra dare gran sollievo ai dolori notturni di cui è vittima il ricco infermo.
Philippe ha realmente a disposizione ogni mezzo per superare il suo handicap e cercare di vivere fino ai limiti degli anni, che la scienza medica gli potrebbe garantire, ma sente un profondo vuoto esistenziale a causa della prematura perdita della sua compagna.
Driss, come in una fiaba, arriva al momento giusto per dargli una “botta di vita” e – nello stesso tempo – una “leggera inquadrata” (come si dice nel film) a chi da troppi anni lo circonda senza comprenderlo. Grazie a lui la figlia adottiva del miliardario, volitiva e viziata come ogni adolescente di buonissima famiglia, riesce a ritrovarsi e a relazionarsi con il giusto equilibrio con il suo prossimo e con il suo giovane e trasandato spasimante e lo stesso Philippe imparerà a liberarsi dall’armatura che lo imprigiona, per ritrovarsi con un nuovo amore capace di apprezzare il suo animo ricco e vitale.
La tematica della disabilità grave è delicata, potrebbe facilmente indurre a una narrazione strappalacrime e melodrammatica, mentre il film è lieve e scorre sul filo sottile dell’umorismo.
Molti sono i sorrisi e le risate che le avventure dei due protagonisti, l’autoironìa di Philippe e l’approccio quasi bertoldesco di Driss strappano agli spettatori nel corso della vicenda e anche i momenti più seri vengono subito stemperati.
Un “bravò” (accentato alla francese) ai due interpreti; commedia dalla trama originale, che in Francia ha sbancato i botteghini, da vedere.
Da filmscoop.it

Tratto da una storia vera, Quasi Amici racconta la storia di Dris che si ritrova a fare da badante a Philippe, un ricchissimo paraplegico completamente incapace di prendersi cura di se stesso, a causa dell’incidente di parapendio che l’ha ridotto su una sedia a rotelle, immobile dalla base del collo in giù. Dris è ciò che di meno appropriato si possa immaginare per prendersi cura di un uomo in quello stato: rozzo, un po’ ignorante, di modi bruschi e senza alcuna pietà…ma a pensarci bene, è proprio quello che cerca il ricco Philippe, nessuna pietà, nessun riguardo particolare o delicatezza eccessiva per la sua condizione. Così il giovane, un ragazzo di colore che vive in un piccolo appartamento con tantissimi fratelli e sorelle, si ritroverà solo in una elegante stanza di un palazzo a fare da badante a questo ricco signore che non può muoversi.
All’inizio il loro rapporto sembra fare attrito e genera la preoccupazione di coloro che da sempre sono intorno a Philippe, ma a poco a poco Dris farà breccia in lui e trai due nascerà un vero affetto, basato soprattutto sulla particolare vitalità del giovane capace di riportare alla vita un’intera famiglia prima soppressa dal peso dell’immobilità del capofamiglia.
Il film, raccontatoci da Eric Toledano e Olivier Nakache, anche sceneggiatori, si offre con grande appetibilità all’occhio regalando grandi immagini paesaggistiche ma riuscendo anche ad entrare letteralmente nel dettaglio dei personaggi, avvicinandoci a loro e facendoci affezionare. E tutta la storia è una continua cascata di battute divertentissime, senza peli sulla lingua e decisamente dissacranti.
Ad interpretare i due protagonisti abbiamo Francois Cluzet, nei panni di Philippe e Omar Sy in quelli di Dris. La bravissima coppia mette in scena due mondi separati, che hanno ben poco in comune ma che riescono a capirsi e a diventare comunicanti. Le musiche, affidate all’italiano Einaudi accompagnano con eleganza le scene aggiungendo profondità al racconto.
Il film però racconta anche il disagio sociale di chi è costretto a fare delle scelte, di chi pur avendo tutto non possiede nulla e queste due realtà vengono messe a confronto e compenetrandosi mettono in piedi un grande affresco emotivo in questo film che già in Francia ha sbancato il box office. Quasi amici racconta di una storia semplice, forse assurda nelle sue dinamiche ma realmente accaduta, il che rende il film più romantico e gradevole.
Di Chiara Guida, da cinefilos.it

Non è il solito film strappalacrime sull’infermità e sulla nascita di un’amicizia tra un disabile e il suo assistente. Quasi amici strappa invece parecchie risate e guarda alla diversità con un occhio nuovo, per nulla buonista, non rinunciando alle battute forti e “politicamente scorrette”. Ispirato ad una storia vera, il film francese dei registi Olivier Nakache e Eric Toledano, racconta l’incontro tra due mondi lontani. Dopo un incidente di parapendio che lo ha reso paraplegico, il ricco aristocratico Philippe prende al suo servizio Driss, ragazzo che viene dalle banlieue parigine, che é stato in carcere per rapina e vive in condizioni di grandi precarietà. Vivaldi, allora, dovrà dare un po’ di spazio agli Earth, Wind and Fire.
Il parlare forbito dovrà fare i conti con lo slang e le parolacce e i completi eleganti dovranno mischiarsi con le felpe e le scarpe da tennis. Insomma un connubio che a prima vista sembra impossibile, ma che invece rappresenterà la vera felicità per Philippe. Driss sarà la sua spinta vitale, perché lo tratta come qualsiasi altro, non lo fa sentire diverso e questo lo aiuterà a guardare avanti e a rifarsi addirittura una vita. Con ironia, ma senza mettere da parte momenti di grande commozione, Quasi amici mette in primo piano il tema dell’integrazione e quello della diversità, facendo incontrare due mondi apparentemente lontanissimi ma, che, hanno molto da comunicarsi.
I toni della commedia non cedono al fiabesco, ma restano estremamente realistici, pur decidendo di mettere in primo piano il rapporto tra questi due uomini, più che quello che ruota loro attorno. Conosciamo il passato di entrambi, ma questo non va a sovrastare il rapporto presente tra i due e la nascita di questa ‘quasi’ amicizia che offrirà un nuovo punto di vista sul mondo ai due protagonisti. Il film è stato un vero campione di incassi in Francia, facendo incassare ben 123 milioni di euro.
Nonostante sia lontano da tutte le caratteristiche del film “da botteghino”, Quasi Amici sta andando molto bene anche in Italia. Dopo quattro settimane di programmazione ha battuto nell’ultimo weekend il debutto del nuovo film di Ferzan Ozpetek, Magnifica Presenza, e scalzato dal podio l’ultimo Verdone di Posti in piedi in paradiso.
Battere due registi molto amati in Italia è un successo ancora più grande per questo film francese che non usa il sesso, le storie d’amore o i grandi colpi di scena, ma preferisce raccontare una nuova “strana coppia” del cinema, che tra una corsa in tangenziale a 180 all’ora, una canna e un massaggio tantrico alle orecchie, mostra un’umanità profonda.
Di Sara Michelacci, da cronachelodigiane.net

Un campione di incassi che ci arriva dalla Francia (dove ha registrato ai botteghini cifre da capogiro),“Quasi amici” è una brillante commedia diretta daOlivier Nakache ed Éric Toledano e interpretata daOmar Sy, Francois Cluzet, Anne Le Ny, Audrey Fleurot, Clotilde Mollet, Alba Gaïa Bellugi, Ciryl Mendy, Christian Ameri e Grégoire Oestermann. Dopo aver spopolato ai Premi César 2012, dove le numerose nomination hanno portato alla vittoria diOmar Sy, come migliore attore. Per l’attore e comico francese è arrivata la consacrazione con la vittoria nella diciassettesima edizione dei Premi Lumière.
Il film
“Quasi amici” racconta della storia di amicizia che si sviluppa tra i due opposti Driss, disoccupato con un passato in carcere e costretto a fare affidamento sul sussidio statale e Philippe, un borghese tetraplegico che lo sceglie come proprio aiutante. Driss si prenderà cura di lui aiutandolo negli spostamenti, lavandolo e facendogli, soprattutto, riscoprire un aspetto che il ricco Philippe aveva dimenticato: la gioia di vivere, tra passioni ed eccessi, in un irresistibile confronto tra classi sociali diverse che finiscono, inevitabilmente, per unirsi. Da una parte la borghesia con le su regole scritte o celate, dall’altra la parte più “oscura” della società francese, quella dei ”galletti” di ultima generazione, i figli delle colonie, apparentemente non inseriti, scorbutici ma dalla personalità forte e ribelle.
Giudizio sul film
Il film inizia con una prolessi in cui troviamo i due “quasi amici” impegnati in una folle corsa per le strade di Parigi a bordo di una fiammante Maserati. Alla guida ovviamente Driss che si prende gioco di un gruppo di poliziotti sfruttando la condizione di Philippe. Nella successiva analessi scopriamo le origini del loro rapporto, lavorativo inizialmente, e di amicizia successivamente. Driss viene scelto per un periodo di prova come badante del riccoPhilippe costretto da anni sulla sedia a rotelle in seguito ad un incidente con il parapendio. Gli inizi non saranno certo facili ma è proprio grazie alla normalità e incoscienza dei suoi gesti che Driss conquista la fiducia del datore di lavoro, desideroso di avere una persona accanto forte e deciso che gli possa far dimenticare il suo stato fisico che gli impedisce qualsiasi movimento dal collo all’alluce.
“Quasi amici” (titolo originale ”Intouchables”) è il film “più visto di sempre in Francia, un incredibile successo per una storia vera, quella di Philippe Pozzo di Borgo un nobile e uomo d’affari francese, vedovo e sulla sedia a rotelle dal 1993 e del suo badante Abdel. Nonostante alcune aggiunte cinematografiche il film ripercorre abbastanza fedelmente la loro storia. Una vicenda che intenerisce nonostante non risulti una commedia strappalacrime, anzi, si ride e si ride tanto senza la preoccupazione di sentirsi politically correct. Tra folli corse in macchina, sigarette modificate e passeggiate nella Parigi notturna, Driss riesce a far sentire vivo l’amico, consigliandolo nell’approccio epistolare con una donna di Dunkerque.
Commenti finali
Una amiciza particolare, inaspettata, ma tremendamente vera tra due personaggi agli antipodi, con un background culturale diverso, gusti artistici e musicali agli opposti, stili di vita agli estremi. Un film che scorre veloce, divertente senza momenti di pausa, senza voler colpire al cuore lo spettatore, con una dignità inusitata. Notevole l’interpretazione di Omar Sy (Driss) brillante protagonista “buono” della vicenda, che conferisce spessore alla pellicola.
Da cinezapping.com

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